Posted by: kolibris | November 9, 2009

Alessandro Ghignoli, Amarore

amarore


Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
ALESSANDRO GHIGNOLI: Amarore
ISBN 978-88-96263-11-2
pp. 68, € 10,00

qui per acquistare

 

Fin da un primo sguardo ai versi di Alessandro Ghignoli si avverte in essi il vibrare della voce del traduttore, del lettore, di chi non si rifà a un solo preciso modello o a una sola tradizione localizzata, bensì dimostra di trovarsi alla confluenza di diversi influssi; flussi linguistici e di pensiero che s’intersecano, s’incontrano e scontrano e contaminano a vicenda. Leggendo Amarore si ha l’impressione di un movimento che cambia di continuo in velocità e direzione, agglomerando e ri-modellando ciò che trova sulla sua strada. Quella di Ghignoli è la poesia di un viaggiatore, di un Wanderer, non soltanto di territori geografici ed estensioni cronologiche, bensì anche degli spazi invisibili e sempre sorprendenti dell’anima, che si dilatano ad accogliere la percezione per restituirla alterata dal filtro di una soggettività individualizzata e composita al contempo, che si muove a tentoni, conoscendo.

La poesia di Ghignoli “gioca” con la parola, sfrutta le molteplici potenzialità del linguaggio, che si riforgia sul senso, lo avvolge, e svolge. Non si tratta però di una ricerca compiaciuta di artificiosità o preziosità linguistiche, quanto piuttosto di una quasi ironica e disincantata presa di distanza dalla lingua poetica nel momento stesso in cui si cerca di piegarla alle sigenze della propria intenzione espressiva. E anche laddove si affaccino nei versi il latino e la lingua colta, espressioni auliche, desuete o letterarie, esse vengono subito “riassorbite” nel flusso di un discorso colloquiale, contemporaneo. Non è dunque tanto la lingua che cerca di nobilitare la realtà, quanto piuttosto la realtà che “corrompe” e impregna la lingua della tradizione per lasciarsi dire.

 

                                                                                                                 Chiara De Luca

 

da ”predicamento di me”

 

prima descrizione

 

 

delle infinite volte a me dicendomi

di parlare l’italiano senza accento

e lasciare il dialetto da me usato

soggiogato da io al mio volere

creduto di saperne di lettere di plurali

di subientivo e gerundio e coniunzioni

e tutti i resti d’avverbi che di mia vita

mi feci in costruzione o mi disfeci

 

 

 

 

nona descrizione

 

 

se il mio cervello è dolce di sale

se questo non capire il mondo

il suo fabricare di cose dove del bello

non vedo oltre la superficie il solco

non mi resta che a tutta carriera

a fiaccacollo in capitombolo

alla scapestrata maniera di me cercare

per interprete di ragione nella lingua

una porzione mi corrisponda

 

 

 

da ”Tristitia”

 

4

 

il supposto supporre e dire

mi porta al niente al vuoto della mente

alla ricerca vana sapendo se sapere

è cosa utile o un futile incoraggiamento

di una di noi storia disattenta

guastando tra il velo della corruzione

il narciso sempre pronto ma poi disatteso

e liquidato altrove così hai deciso

per un giardino che ti salva a ingannare

il gioco a dar fine al dolo al mantenerci

viva l’alma

 

 

 

6

 

 

 

è inutile insistere persistere

su un argomento oramai chiuso

già dettato al passato al remoto

andato alla forma di una salvezza 

che fatica e affatica alla ragione

ché non c’è valore più alto che accettare

il temuto sentore dell’inaccettabile

della visione del presente

del brevemente seguire qui

 

 

 

 

10

 

 

nella verità si nasconde la cancellatura della frase

nel davvero della parola quasi pronunciata

il richiamo per conoscere l’intenzione il cercare

per vedere i più piccoli movimenti delle labbra

sul fiato è spento il perdono il suono

la vocale scivola piano

senza emettere nota o dono musicale

 

 

 

 

 

12

 

 

di viaggio si tratta alla resa dei conti

alla fine superare i dove le luci

tra taverne e fantasmi all’incrociare

occhi parole usanze tralasciamo

le critiche sentenze le minime pagine

nell’altrove trovando un vantaggio ora

nell’ora che pianamente ricovero al ricordo

al rimpianto al poco mio aver dato

 

 

 

 

 

15

 

 

adesso so che è l’esserci

che il rischio è nostro

che il non saper intendere

è un male come il parlare

senza ascolto o la mano

che non stringe che addosso la vita

ci scivola sulla fortuna dura

e picchiatrice adesso so che non sarò

solo anche quando anche perché

il mai crudele tacere

dell’impronta sulla cenere

dell’esser fabbro di sé

 

 

 

 

da ”Amaritudine”

 

 

 

evento          .          3

 

 

sempre il proprio sempre di sempre

nel viaggio rimasticato in ditto e in fatto

mentre da lì lo sguardo futuro è il gioco

di chi fa il duro convinto d’esser solo

un po’ mite con le altrui vite

viste da lontano in quest’eterno evento

di fare di cose ognuna con le sue pose

nell’unica goccia la duplice eterna dose

manduca parole perché sian poi atti

e allora con fumisteria saltimbanchi e buffoni

mascherando la maschera con mano di cera

di fiacca illusione in questa lunga e larga attesa

sfuggendo dal fare ruffiano dal come fare

sfuggendo piano

 

 

 

evento          .          4

 

 

su uno strano andare o sulla fortuna

o meno di un’ipotesi tesa al ricordo

al grattare via una resa di un ieri già

e ancora tempo dentro e interno all’evento

dove nessuno è specchio o limbo quotidiano

denso nello stretto simbolo il tratto

di un susseguirsi tra il presente del momento

il ritratto il resto magari niente

se tutto va bene su tutto un pianissimo piano

un lento viavai verso un luogo un dove

nel senso perso dei bisogni

o solo d’uno sfogo

 

Posted by: kolibris | November 7, 2009

Kolibris – Novembre 2009

Posted by: kolibris | November 6, 2009

John Deane, Piccolo Libro delle Ore

Kolibris Bookshop/Libreria Kolibris


Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
JOHN DEANE,
Piccolo Libro delle Ore
Traduzione di Roberto Cogo
ISBN 978-88-96263-12-9
pp. 246, €15,00


qui per acquistare

John F. Deane è un poeta da anni già tradotto in Italia, dove è stato spesso ospite di reading e festival internazionali. Sue opere sono già state tradotte da Roberto Cogo (Il profilo della volpe sul vetro, Edizioni del Leone, 2002; Gli strumenti dell’arte, Atelier, 2007); e nel maggio del 2005 il mensile “Poesia” gli ha dedicato un servizio a cura di Chiara De Luca, traduttrice della raccolta poetica Manhandling the Deity (Tra le mani il divino, Gedit, 2005).

La poesia di Deane è strettamente legata alla sua terra, l’Irlanda, amata, a volte bacchettata,  ma sempre profondamente vissuta, di cui il poeta descrive i paesaggi umani e naturali, le vicende storiche e sociali, ora con sguardo benevolo e indulgente e dolente rammarico, ora con lingua sferzante e profondo acume critico.

Quest’opera ambiziosa è un lungo viaggio dell’uomo alla ricerca e conferma di se stesso e delle proprie radici, della stabilità dei propri legami con l’umano e della vitalità inesausta di quel dialogo con il divino che si protrae in tutta la produzione poetica di Deane, approfondendosi di opera in opera, verso una consapevolezza sempre più matura del dramma di una libertà creaturale che rende l’uomo tragicamente schiavo delle proprie stesse debolezze.

Ottima la traduzione di Roberto Cogo, fine poeta, rispettoso traduttore, che ha saputo restituire in modo fedele la voce vibrante di John F. Deane senza sovrapporvi la propria, dando vita a un testo che non lascia trapelare traccia del passaggio di testimone tra le due lingue.

 

                                                                                                                   

To Market, to Market

 

The day was drawky, with a drawling mist

coming chill across the marshlands;

the church of Ireland stood, damp and dumpy,

crows squabbling on its crenulated stump; cattle,

 

that had summered in a clover field, have been herded

through plosh and muck into a lorry, have dropped

their dung of terror on slat and road. Big

heavy-skulled heads, bellowing, stretch up

 

over the concrete wall for one clear glimpse

of the brown fields; and what of unredeemed

suffering? what of faithfulness? Spring

they were calling out of frustrated love

 

for their calves, how they stood in fields,

innocent and willing, uneasy in weighted flesh

like great-aunts whose trembling long-boned hands

fumble for something in old unstitching bags.

 

 

 

 

Al mercato, al mercato


Era un fosco giorno di fredda foschia

in arrivo a strascico attraverso la palude;

la chiesa d’Irlanda stava là, umida e cadente,

i corvi a bisticciare sui ruderi sconnessi; il bestiame,

 

dopo l’estate passata nei campi di trifoglio, ammassato

nel camion tra fango e letame, rilasciava

lo sterco del proprio terrore sulle assi e in strada. Testoni

dal cranio pesante a muggire sporgendosi

 

oltre il muro di cemento per una netta occhiata

ai campi marroni; che ne è della sofferenza

irredenta? e della fedeltà? Invocavano

la primavera dell’amore frustrato

 

per i loro vitellini, di come stavano nei campi,

docili e innocenti, a disagio nel peso della carne

come vecchie zie dalle lunghe mani ossute e tremanti

alla ricerca di qualcosa nelle vecchie borse scucite.

 

 

 

 

Call Me Beautiful


Broad-shouldered, big as a labouring man, Ruth

was egg-woman, slow and inarticulate,

flat-footed in her widowhood and her big sons

 

slap-witted, dun as she. I was ever dumb

before her, decades of harsh news

in the lines of her face, and a small smile

 

grateful for neighbourly busyness; each egg,

mucous-touched, she spat on and frotted clean

against black woollen skirts. Crucifix

 

over the door, painted Madonna on the sill,

her house was an island on chicken-shitted ground

with a harvesting of rushes, her world

 

not ordered by methodical thinking. Now I know

it is my own need disturbs me, to find

meaning and motive beyond the manifest

 

ungainliness, to seek the spirit’s dance towards

divine friendship, and to vision her rapt

on her knees in a field of corn, gleaning.

 

 

 

 

 

Chiamatemi bellezza


Le spalle ampie, robusta come un operaio, Ruth

era la donna delle uova, lenta e sconclusionata,

a piedi piatti nella sua vedovanza e coi figli grandi

 

e picchiatelli, come lei brunastri. Al suo cospetto

ammutolivo, decenni di dure notizie

nelle pieghe del suo viso e un sorrisino

 

grato per ogni amichevole aiuto; sputava

su ogni uovo vischioso al tatto per poi strofinarlo

contro la gonna di lana nera. Crocifisso

 

sulla porta, Madonna dipinta sulla soglia,

la sua casa era come un’isola poggiata sul guano di gallina

in un raccolto di erbacce, un mondo

 

non regolato dal pensiero logico. Ora so

che è il mio bisogno che mi spinge a cercare

un senso e una ragione oltre l’evidenza

 

dell’inafferrabile, a inseguire la danza dello spirito

rivolto alla divina amicizia, a figurarmela assorta

in ginocchio mentre spigola nel campo di grano.

 

 

 

 

Water-Music


Sometimes I think I hear it still, the choral

symphony of ocean: bass-drum sounding

in the pounded cove, harp-music of winds

 

through bigfish skeletons. So much had to do

with water, for that was island, and west,

with the fickleness of rain. Weather failing

 

we found ourselves in manifold illusions

of otherwhere, grew angelwings on rafters

in the hayloft or gathered sheets and sweeping-brushes

 

to sail three-masted ships across the parlour floor.

Called to the discipline of rosary we prayed

the angels guard our souls from sin where they watched

 

from the four corners of our beds. When I left

gradually I misheard sea-words, sea-music among the dry

unmoving deserts of suburban nights.

 

But the earth lures, and at times the storms

that come hustling about the streets and stone walls

relent a little and whistle once more a casual music

 

with backyard timpani and the taut strings of aerials,

leaving me still with my faith and my illusions

as I walk the shores of the city, speaking praise.

 

 

Musica d’acqua


Talvolta mi sembra di sentire ancora la sinfonia

corale dell’oceano: la grancassa che rimbomba

battendo nella cala, la musica d’arpa dei venti

 

tra le carcasse delle balene. Molto a che vedere

con l’acqua, essendo isola, essendo ovest,

coi capricci della pioggia. Mancandoci il clima

 

ci ritrovammo in molteplici sogni

di altri luoghi, mettemmo ali d’angelo alle travi

dei fienili o raccattavamo lenzuola e spazzoloni

 

per salpare in veliero lungo il pavimento del salotto.

Chiamati alla disciplina del rosario, pregavamo

gli angeli custodi ai quattro angoli del letto

 

di proteggerci l’anima dal peccato. Quando partii

disimparai poco alla volta la lingua del mare, la sua musica

negli aridi immobili deserti delle notti suburbane.

 

Ma la terra seduce e talora le impetuose tempeste

in arrivo tra muri di pietra e strade

cedono un po’ per fischiare ancora una fortuita musica,

 

con sottofondo di timpano e le corde tese dell’aria,

lasciandomi ancora con la mia fede e miei sogni

in cammino lungo le rive cittadine in parole di lode.

 

 

 

Seawards


In the cove, down between the echoing sea-falls,

a gull, its tawdry feathers and spread wings

bobbling in death, heaves and sinks with the waves

swayfully; the mountains and distant islands

appear to you, stranger, like clouds, like dreams;

the disconcerting land is always at your back, earth

detritus, sheep with their bedraggled wool

and a sheep-skull, teeth bared, leering into mud;

a delicate rock pool – anemone, barnacle-cluster, crab –

dotes on the danger that is ocean while the flick

of the silver underbelly of a fish warns you

of the paucity of your strivings, you, stranger,

your consciousness turning about your bones, among these

multifarious life-forms the lost one, and the saved.

 

 

 

Verso il mare


Giù nella cala, tra gli echeggi del mare in caduta,

un gabbiano dal piumaggio vistoso fluttua

nella morte ad ali aperte, s’alza e ricade con le onde

vacillando; i monti e le isole in lontananza

appaiono, a te straniero, come nuvole o sogni;

la terra sconcertante è ancora alle tue spalle, terra

di rovine, pecore dalla sudicia lana arruffata

e teschio ovino coi denti di fuori a sbirciare nel fango;

un delicato ripiano di roccia – anemone, gruppo di

mitili, granchio –

ama il pericolo dell’oceano, mentre il guizzo

argentato sul ventre di un pesce ti avvisa

dei tuoi sforzi inadeguati, tu, straniero,

con la coscienza che ruota intorno alle tue ossa, tra  queste

svariate forme di vita, una perduta e l’altra scampata.

 

 

 

Ass And Car


Our ageless mule

was neither one thing nor the other, not

spirit, nor all

 

matter. And then there was the turf-shed, its inner walls

a black-silk stipple

of turf-dust with the here-and-there

 

dank clot of spider-web and insect-stump; the floor

was inches deep in mould

where the donkey-cart, all paint, presided, its shafts

 

up-pointed. I had cart-lore then and mule-lore,

the names and functions

of winkers and collars and things; sometimes the mule,

 

all substance, stood

heavy with his own existence and would

not move; sometimes all jittery and wide-eyed

 

a sudden impulse set him

rambling, out

through the mazes of the earth and gallivanting, to halt,

 

stumped again and haunted, that inner light

summarily switched off. In the new age

the shed became a garage, swept, the mule

 

a black-sheened one-humped Morris

Minor, and all

the world was matter, dependable, and dull.

 

                                                                                   for Eva and Eoin Bourke

 

 

 

 

Asino e auto


Il nostro mulo senza tempo

non era né una cosa né l’altra, non

spirito, ma neppure tutto

 

materia. Poi c’era la baracca della torba, coi muri interni

in serica calcina nera

di polvere e tufo, con qua e là

 

umidi grumi di ragnatele e monconi d’insetti; per terra

uno strato fondo di terriccio

su cui regnava il carretto tutto colorato con le stanghe

 

puntate in alto. Allora mi occupavo del carro e del mulo,

nomi e funzionamenti

di fanalini e bardature e cose simili; a volte il mulo,

 

che era tutto sostanza, se ne stava

appesantito nella sua esistenza senza più

muoversi; altre volte tutto inquieto a occhi spalancati

 

si metteva in moto con un impulso

improvviso, e via

nei labirinti del terreno a ciondolare, per poi bloccarsi,

 

di nuovo sconcertato e ansioso, quella luce interiore

spentasi all’improvviso. Nella nuova era

la baracca divenne un garage ripulito, il mulo

 

una lucente Mini Minor nera

con la gobba, e tutto

il mondo si fece solida e ottusa materia.

 

                                                                          per Eva e Eoin Bourke




A Flood and Many Waters


It has rained now for days, perhaps the God

has half-decided this rabid world deserves

half-radical flooding. We have sat behind windows

watching trees darken, seeing the canterbury bells

 

lose their petals to the battering. The waters of the world

begin in the dribble-drain down by the road

and the tall ships, the galleons, the quinqueremes

nudge on the hawthorn twig that goes swirling,

 

seawards, there. But oh! what water-music, what slick

picking of raindrops and raddle-run low-tongued roll

of the littler drums. I know, too, that the ark

uncovered itself, in days like these, beached

 

on the summit of a mountain and all known life

crept out from that foul-smelling source. Once

I watched my father rise naked out of waves

and wade ashore, penis pinched small

 

by the cold Atlantic, the folds of his belly-flesh

wrinkling; he had followed my fishing-line

out where it was fouled on rock-weed and kelp

while I stood downcast and maladroit. Poor

 

son. Poor father. I remember how the rain-gusts 

came stippling the surfaces and how the sea-sprat 

broke in hapless foam before the mackerel shoals, 

how the rain on his face gathered, and fell, like tears.



Un’alluvione e molte acque


Sta piovendo ormai da giorni, e forse Dio

ha quasi deciso che questo mondo rabbioso si meriti

una quasi radicale alluvione. Siamo stati seduti alla finestra

a guardare gli alberi annerire, a veder perdere i petali

 

alle campanule per lo scrosciare. Le acque del mondo

hanno inizio nello scolo schiumoso lungo la strada

dove grandi navi, galeoni e cinquereme romane

sbattono contro un vorticante rametto di biancospino,

 

diretti al mare. Ah, che musica d’acqua! Che accorto

pizzico di gocce e il rullio intrecciato in sordo farfuglio

dei più piccoli tamburi. Anch’io so che l’arca

uscì allo scoperto in giorni come questi, spiaggiatasi

 

in vetta a una montagna, e tutti sanno che la vita

venne fuori scivolando da quella fetida fonte. Un tempo

osservavo mio padre levarsi nudo dalle onde

e guadagnare la riva, il pene raggrinzito

 

dal freddo dell’Atlantico, le pieghe corrugate

della sua pancia; aveva inseguito la mia lenza

al largo dove s’era ingarbugliata tra le alghe

mentre io me ne stavo là maldestro e scoraggiato. Povero

 

figlio. Povero padre. Ricordo che giunsero folate di vento

a punteggiare la superficie del mare, che la sardina

si fece infelice schiuma davanti al banco di sgombri,

che la pioggia raccoltasi sul volto scendeva come un pianto.




Harbour: Achill Island


The winds come rushing down the narrow sound

between islands; from the north the whole

ocean pours through, exploding against boulders,

against landfalls, and courses into quiet

when the tide brims. A seal

lifts its grey-wise head out of the current, a mackerel

shoal sets the surface sparkling as it

passes. After the storm, light across the harbour

is a denser grey, soft-tinged with green; the whip

suddenness of lightning has shone this stolid

stonework fragile for an instant and the downpour

is a chariot drawn by six roan horses

pounding in across the sea. To the eye the water’s 

stilled now in the bay; stones on the sea-bed

shimmer like opals, cantankerous crustaceans

side-legging across the sand. I stand

awed again that this could be the still

point of all creation, the fruits

of a crazy generosity, yet how we amble through it

as if it were our portion, and our endeavour.




Porto: Achill Island


I venti scendono spingendo il suono stretto

tra le isole; l’intero oceano si riversa

da nord esplodendo contro i macigni

e contro i dirupi per poi calmarsi

al mutare della marea. Una foca

alza il sapiente capo grigio dalla corrente, un banco

di sgombri di passaggio sfavilla

la superficie. Dopo la tempesta, una più fitta luce grigia,

appena sfumata di verde, attraversa il porto; in un istante,

il bagliore di frusta del lampo rende fragile

l’impassibile muratura e l’acquazzone

è come un carro trainato da sei cavalli roani

che entrano tuonando dal mare. L’acqua della baia

appare calma alla vista adesso; il pietrisco sul fondo

luccica come opale, irascibili crostacei

si muovono di traverso sulla sabbia. Me ne sto

di nuovo trepidante come se questo fosse il punto

fermo di ogni creazione, il frutto

di una generosità folle; ciò nonostante passiamo oltre

come se fosse una parte di noi, un nostro tentativo.


 

Il sito delle Edizioni Kolibris

Posted by: kolibris | November 4, 2009

Vera D’Atri, Una data segnata per partire

Vera_D_Atri_Una_data_segnata_per_partire1


Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
VERA D’ATRI: Una data segnata per partire
ISBN 978-88-96263-13-6
pp. 114, € 12,00

qui per acquistare

 

Una data segnata per partire è la prima pubblicazione ufficiale di Vera D’Atri, raffinata e sensibile poetessa di origine romana da diversi anni residente a Napoli, città che con il suo esplosivo melange di sole, mistero, acqua e zone oscure pare esserle divenuta seconda madre non seconda. Proprio a Napoli, grazie alla mediazione di Rossella Tempesta, ho avuto il privilegio di sfogliare per la prima volta i manoscritti di Vera D’Atri, tagliati in A5 e rilegati a mano con cura, e ne sono stata  immediatamente catturata fin dai primi versi, fino a dimenticare l’attorno, a smarrirmi, affascinata. Perché la poesia di Vera D’atri ha qualcosa di magnetico e segreto, che subito ti rapisce. Immagini non immediate e di non sempre facile codificazione ti trasportano, ora con dolcezza, ora con furia, in una dimensione onirica, in cui passato e presente, memoria, vissuto e contingenza si alternano nel vertiginoso caleidoscopio che è la vita. La vita delle persone care, degli oggetti, di ogni oggetto sfiorato, anche il più umile, osservato, rievocato con amore, spesso interrogato, ascoltato. La vita dell’anima, studiata in trasparenza, in un gioco di luci e ombre e riflessi cangianti.

La lingua di Vera D’atri è curata, elegante, ricca di riferimenti mitologici e letterari più o meno espliciti ma sempre discreti, che denotano un vasto background di letture e una forte consapevolezza espressiva. Risultando al contempo concreta, originale, sempre sorprendente. Nella poesia di Vera D’Atri luoghi, oggetti, situazioni, persone sono reali, presenti, eppure resta sempre in loro qualcosa si sconosciuto e inafferrabile, così come si presentano agli occhi della poetessa, che ce li mostra attraverso il velo fluttuante al vento imprevedibile della propria delicata e profonda sensibilità. Si ha così l’impressione che la poetessa si aggiri per la vita in punta di piedi, negli interni, così come negli esterni, quasi a non voler disturbare il corso degli eventi, l’apparente immobilità delle cose, la vita interiore dei suoi cari. Osservatrice acuta, se ne sta in un angolo, a guardare incuriosita se stessa e il proprio andare, spesso esitante, rispettoso e timido, verso la Vita e verso le vite. Per poi sorprendersi all’improvviso riflessa in uno specchio, proiezione del proprio sé più intimo e nascosto, riflesso – rivelatore o accecante –, moltiplicazione prismatica dell’impressione interiorizzata. Come sembra essere per Vera D’Atri la poesia stessa, che è abbandono docile al flusso della parola, da cui il poeta si lascia dire e contraddire, rappresentare o cancellare, velare o rivelare. In questo libro la parola si riappropria del proprio peso sostanziale, diviene cosa, non soltanto simbolo o icona. Ed è una parola tesa spesso fino a spezzarsi, gravida eppure sempre traballante sul ciglio di un vuoto abisso di silenzi.

 

                                                                                                                   Chiara De Luca

 

 

(…)

Certo quella di Vera D’Atri è una poesia complessa, criptica, a volte impenetrabile, ermetica si sarebbe detto qualche decennio fa. Ma è una poesia piena di significato e comunicazione di esso, perché si esprime per immagini  indelebili: “a tratti, vanno incontro a / corti medicee di tanti malandati allori/ e poi di colpo il grano, spiga a spiga, / e accenni di colline che colmano i miei occhi”.

E ha un sottile dolore questa poesia, un crepuscolare senso della riflessione, della domanda rigirata come un rosario perpetuo in punta di dita, in punta di penna poi:  “e torna il perpetuo sgominare, / le nocche contro il dio dei numeri / rosse al pestare”.

E tanta leggera e pesante autoironia, è in questa poesia, tanto guardarsi senza trucco né trucchi, in ogni possibile casuale specchio, anche nel riflesso di un attimo, per riconoscersi comunque e sempre vivi: “Qualche opportunità nel mese entrante, / la crescente disponibilità ad accettare altre opinioni, / il mangiare educato, la dorata vita di borghese, / anche senza che di paradiso vi sia traccia/ […] / varrà a comprarti il mio intatto sorriso”

Davanti a una opera come questa mi viene da pensare che il poeta non sia stato ispirato, ma piuttosto abbia inspirato, a lungo, profondamente, abbia bevuto nel respiro il mondo circostante, la sua vita stessa e la propria presenza in quel mondo, e dunque l’abbia resa nell’atto silenzioso e corale che è la vera Poesia: “Tale è il potere delle cose belle. / L’alba si schiude a memoria d’alba / e ai miti della lotta contro il nulla / e tale è l’acuto del desiderio, / che spezza purpureo / l’incantesimo del cieco.”

Non è un paese per vecchi si intitola quel film favoloso dei fratelli Cohen, e “non è un mondo per poeti” mi pare di poter dire senza che nessuno si prenda neppure la briga di smentirmi; (…)

 

                                                                             dalla prefazione di Rossella Tempesta

 

 

 

Dove, per superfici vacue

si trasferisce il pieno,

quella lanterna

intrisa di sollievo,

 

e dove s’annida polvere di mare

per un rifugio ancora misuravo città

in selve di fabbriche

e in numero di stranieri,

le loro maree che inerpicano fondali fin sotto ai tetti,

fin dove l’umano

può sopportare pressione d’abbandono.

 

Genova, nell’urto inaugurale, mi colpiva arrivando

il varo di somiglianze remote,

ed una nuvola albina

che il mattino affogava nel vento,

per luoghi inseparati

fino al bianco mare di partenze.

 

Pur questa vita s’affida sempre ad un ritorno

e lungo le vie, accaniti, premevano i Canti,

correnti di memoria

e il maltrattato pudore dei cortei che si rinventa.

 

E, dunque, pensai, in ogni cosa

non governa che un unico gioco,

per effetto del quale

o città o donna o lontana euforia,

ogni parvenza è destino di parole,

 

ma il lavorio che intenso frangeva il mare

fiottava ghiaia nell’onda della costa

e dai quattro canti della mia croce d’ossa

salpava verso l’alto l’ubriaco.

 

 

 

 

 

 

 

La vertigine del consecutivo,

la grande curva di Caracciolo, l’istante schiaffeggiato dal vento

come un uccello che nidifica tra mare e tufo.

 

Cerniere di un tessuto fragile eppure insostituibile

si saldano lungo la linea frastagliata dell’approssimazione;

l’arco di un secondo si fa lenta migrazione

e tocca il rame inverdito dei tuoi occhi.

 

Perché io posso affrontare il dolore ancora una volta,

ma non il nulla.

 

La consistenza violacea di un livido segna il tempo

come un orologio

che si assottiglia nel portare avanti le ore.

Lo preferisco alla provvista non usata,

alla distanza cautelare dal fermento, all’ottusa verginità dei mesti.

 

Al bordo della via che si dilegua l’asfalto camminando 

si scompiglia.

Sul frizzare del mare scaglie di sole ricoprono l’acqua di monili ondulati.

In me sono lampi d’albagia terrona, immaginari immensi e volatili,

come quel dire d’amore e di disfatta

che batte dentro e che non trova verso.

 

 

 

 

 

 

Non ricordo in cosa fossi assorta quando,

nel sedile posteriore della macchina,

oltrepassai veloce l’uomo che scuoiava un coniglio.

 

Forse stavo escogitando un nuovo travestimento,

ma a sera mi ricordai di loro,

del cibo che siamo per gli altri,

dell’inutile ricerca di fratellanza.

 

Poggiai una mano sul cuore allora,

coprendo d’istinto la vergogna della sua materia opaca

e delittuosa,

 

lo nascosi, lo trattenni,

ma il cuore incolpevole tremava

e si scuoteva di dosso la malasorte di avermi.

 

 

 

 

 

 

 

Troppo per la città abbagliata dei suoi occhi,

esterno di colpe e introiti irregolari,

umanità tutta conchiglia nei suoi gusci

 

ed io senza respiro nella vetrina dei suoi no,

crescendo,

poco crescendo, piuttosto indovinando

 

l’orma alle pareti d’un pallore ornamentale

tutta lattemiele, senza giunture.

 

Non sempre,

ma in certe ore una musica modificava l’asse.

Una insopprimibile forza macerava

nel risparmio l’accumulo al dissipare.

 

Questione di opposti capitoli

ed anche di quella inconciliata fede che divide gli esseri

 

di quel tornare al dunque che conferma o che sconosce,

ruminando con la ciliegia il legno

e con la vita il nulla.

 

 

 

 

 

Già porta via le rose

a baci d’ombra, amaro fuoco, amaro vino ottobre

suggendo il verde ormai e il sangue dei vigneti

versando imperdibile futuro nell’umido letargo di placente,

già annoda vite a melma e melma a sogni.

 

Ci sarà poco tempo, forse.

Forse sarò ricevuta stanotte

con questo duro smalto e questa rara sottigliezza

sperimentale e subito obsoleta,

al mondo per strade che non conosco al conosciuto arrivo.

 

Sulla terra si giudica dal buon esito, in mancanza del quale

testimoni a favore valgono meno di un biscotto.

 

Così si fa ripido lo specchio.

Lui bifronte, solidamente Giano, io nel viola dei sigilli

ad ascoltare l’ostinato,

nera musica di pantofole e vendette,

tra le corvine sete del dispetto.

 

Ma sui rami i fichi si fanno dolci

e s’aprono prima di cadere.

Ai filamenti rivoltosi della vita

apostrofi e fessure danno luce e ad ogni sorte procurano

la sottile invenzione del principio.

 

Perfino qui tra le pareti attraversate da messaggi

non si rabbuia l’ocra nel pensiero.

Argani potenti alla nuda stella del vivere

avvolgono e rivelano strane dolcezze di cordogli.

 

Ed è come se dalla terra in lode muta e persuasione

giungesse qualche ispessita nostalgia,

quasi un conclave di astratti chissà come.

 

 

 

 

 

Frastuono di conchiglie, dolore mite del risveglio.

Una data segnata per partire, dunque,

fare in fretta e sfogliare

l’atlante impreciso delle lontananze.

 

Al distributore, il diesel è incoraggiante,

preghiera di alacre avvedutezza,

piccoli bagagli, precognizioni, disciplina.

 

Chissà se serve.

Mitridate alfine morì.

Vuoto è il trono e vuota la cattedrale.

 

Chissà se serve l’umile scommessa,

la minuta effrazione al quotidiano,

chissà se serve pungersi con ironia

strappando alla montagna

quel cardo blu irascibile, armato di livore.

 

E, tra i cipressi bianchi del pensiero,

sospingere lontano

le Tiberiadi attraversate assieme,

le superfici rosa azzurre, 

dove tutto fu miracolo e venne incontro leggero,

come un’ombra bionda,

come una raggianza dalle braccia spalancate.

 

Ora so che mentono la trasparenza e il sogno,

l’aria mente e le stelle non controllano armonie;

più di tutto l’esistenza somiglia ad un passo

che segna una distanza

qualcosa che in affanno sale ad un limpido silenzio.

 

 

 

 

 

A quest’ora i fiori si assottigliano,

si chiudono,

inghiottono il loro stesso profumo,

evocano il fasto della solitudine

in piccole stanze segrete.

 

Perché solo i segreti annunciano la perfezione,

come il tacere aggraziato di una governante

che aspiri a far bella figura.

 

E in questo stesso rigore cerco immunità.

Anche se può fermarsi il cuore.

ora che la luna è senza guance

ed io senza baci.

 

Ma in nessun tempo vissi da mercante.

Io questo solo voglio che di me si sappia.

Di null’altro voglio rendere conto.

Null’altro serve a chi è fuori dal gioco.

 

Vera_Una_data_segnata_per_partire_2

 


Posted by: kolibris | November 3, 2009

John Barnie, Ghiaccio

ghiaccio2

Collana Goldfinch – poesia gallese contemporanea
JOHN BARNIE, Ghiaccio
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-14-3
pp. 342, € 15,00

qui per acquistare

 

Di John Barnie la casa editrice Kolibris ha di recente pubblicato la raccolta poetica Tumulto in cielo, che fornisce un alto e fulgido esempio della grandezza di questo poeta gallese dalla cultura immensa, solidamente documentata, e diversificata, che tuttavia mai  interferisce con la scioltezza e naturalezza di un verso che è espressione di una voce potente, originale, spesso tagliente (eppure comprensiva) nei confronti delle debolezze e delle fragilità della natura umana. Il romanzo in versi Ghiaccio è l’opera più ambiziosa di Barnie, un’opera importante, dal respiro epico. Ghiaccio si colloca in un lontano,  ipotetico futuro, in cui, a seguito delle Guerre di Risorse e di numerose carestie, gli esseri umani si trovano costretti a vivere sottoterra, in città-stato collegate tra loro da lunghe gallerie su più livelli. Perché quella che un tempo era la Terra abitata è ora una immensa, desolata distesa di ghiaccio. Risultato dello sfruttamento incosciente e sconsiderato delle risorse naturali effettuato dagli umani nei secoli e del  surriscaldamento incontrollato dell’atmosfera terrestre.

In questo mondo sotterraneo le città stato di Achille, Nekton, Hox e Banda sono in guerra tra loro per la sopravvivenza e per accaparrarsi le scarne risorse di cui sottoterra dispongono.

Gli umani, i nostri posteri, vivono rassegnati  sotto una severa dittatura che ne controlla ogni gesto, né organizza il tempo libero, decidendo di ogni attività e forma espressiva, compresa quella artistica. Il Comando controlla perfino i momenti di svago, organizzando forme di intrattenimento “innocue”, in una pesante atmosfera censoria. Il tutto è visto attraverso gli occhi di un tenente delle truppe d’assalto di Banda, cioè narrato dall’interno. Tutti i personaggi sono “tipi”, eppure non stilizzati, bensì presenti, attuali, reali. E  somigliano a  noi in modo eloquente e inquietante. Sono i membri di una umanità abbandonata a se stessa, gravata dal peso dei propri errori, di cui non sempre ha la piena percezione. Sono uomini che hanno dovuto dimenticare la forma di una foglia, il colore dei fiori, il canto degli uccelli, il calore della luce del sole. Eppure ancora combattono tra loro. Come già in Tumulto in cielo, Dio ha rinunciato a loro, o è da loro stato relegato in distanza. Se ne resta appartato, fuori dal gioco, desolato o  indifferente o forse soltanto assente. E gli esseri umani sono prigionieri della proprio assoluta, incondizionata libertà. Di cui hanno approfittato per distruggere la bellezza, umiliare e circoscrivere ogni forma d’arte, sottrarsi il sole, il verde, il ciclo delle stagioni, odori e sapori, l’alternanza del giorno e della notte. Ma pur essendo accomunati dallo stesso tragico destino, gli umani continuano a odiare, a distruggere, devastare e saccheggiare il poco che sono riusciti a preservare dalla rapida avanzata del ghiaccio, in cielo, nell’anima, sul suolo.

 

Chiara De Luca

 

 

 

50

‘In a dream all the birds in my father’s books

flew off the pages so they were blank as new snow

flew along the avenues and tunnels

perched on the gantry supporting the sun above Summer Square

nested in the stunted trees along the avenues, and in the Memorial Gardens;

little finches and sparrows flocked in Hydroponia

feeding on lentils and beans and flowers and sweet shoots

so the hydropones chased them and screamed “Go away, go away”;

and southern birds of prey hunted down northern warblers;

and peacocks perched on the white backs of chairs outside the cafes;

“Go away, go away” screeched the humans;

there were kingfishers and hummingbirds and birds of paradise

in the Domus dwellings, at the flowers and the fishtanks,

and herons on knuckled legs taking it one step at a time;

“Go away, go away”; and the pages in the books were blank as newly fallen snow

and in the dream I wept, “Come back,

come back all you ghosts from my father’s grief”

to the pages he loved, to the forest floors and prairie grass

the wooded hills, marshes, rivers and shores that the artists painted

in the books my father left me, in love,

because he could not say it in words, here in the

tunnels or in the Observation Dome,

where we looked out on the ice field and the tundra night;

could not say how much he loved me; how his heart was broken not cold

“Come back, come back” I cried in my dream to the birds,

to the pages he loved, that he turned to show me when

I stood as a child at his knee.’

 

 

 

50

‘In sogno tutti gli uccelli dei libri di mio padre

volarono fuori dalle pagine bianchi come neve fresca

volarono lungo viali e gallerie

per appollaiarsi sulle impalcature di sostegno del sole nella Summer Square

annidarsi negli alberi rinsecchiti lungo i viali, e nei Memorial Gardens;

piccoli fringuelli e passeri si accalcavano a Hydroponia

mangiando lenticchie e fagioli e fiori e germogli dolci

così gli abitanti di Hydroponia li cacciarono gridando “Andate via, andate via”;

e uccelli da preda del sud inseguivano uccelli canori del nord;

e pavoni si appollaiavano sui bianchi schienali delle sedie davanti ai caffè;

“Andate via, andate via” strillavano gli umani;

c’erano martin pescatori e colibrì e uccelli del paradiso

nelle dimore della Domus, su fiori e acquari,

e aironi dalle zampe nodose muovevano un passo alla volta;

“Andate via, andate via”; e le pagine dei libri erano bianche come neve appena caduta

e in sogno piangevo, “Tornate,

tornate tutti, spettri del dolore di mio padre”

alle pagine che amò, al suolo delle foreste e all’erba di prateria

a colline boschive, a paludi, fiumi e rive dipinti dagli artisti

nei libri che mi lasciò mio padre, per amore,

perché non poteva dirlo a parole, qui nelle gallerie della Cupola Osservatorio,

dove guardavamo fuori alla distesa di ghiaccio e alla notte della tundra;

non poteva dire quanto mi amasse; di come il suo cuore fosse rotto non freddo

“Tornate indietro, tornate indietro” gridavo in sogno agli uccelli,

alle pagine che amò, che voltava per mostrarmeli quando da

bambina gli stavo alle ginocchia.’

 

 

 

54

‘We do not ask who you are going to betray

we ask only for a signed confession that you are willing to betray someone

then we will release you

you can be one of the silent ones

we will find you a job cleaning up after the girls in Hydroponia

sweeping along one aisle and down the next among the batteries of lights

never whistling or raising the eyes from the broom. Does that sound bad?

Then think of it. A package of tokens every week and a clean bed

a kettle to whistle and make Banda tea. There are worse things than being alone

think about it. All we need is a tiny confession. “I saw him do it.

It was him.” We will do the rest, fill in the paperwork all the tedious duties shall be ours

we will not hurt you and will not let others hurt you

the silent man among the hydropones; because

 

Level 5 is not a pleasant place, all the blackbirds there

have long given up the grace of song, their golden beaks

have turned grey; all they can do is whistle for mercy;

 

but we have to ask who is that, who is this lady the blackbirds whistle after

we have not heard of her and do not believe she has an address in Banda

we do not believe she has an acccount of tokens, we believe she has gone away,

perhaps she has an abode in the forests that are said to exist far south

but we cannot be sure; cannot be sure if that is her torch

shining among the giant trunks of the firs

and disturbing the owls at their roosts just as they were off on a hunt

for shrews and suchlike scuttling among fallen cones over a bed of needles

and no doubt squeaking for mercy too.

And we have to say to the blackbirds as they poke their beaks between the bars

“No mercy here!”

 

And all you have to do is sign this little confession

no names, we do not ask for names. A general confession will do,

we call it the all-purpose option and find it very popular.

Hydroponia is large and has many aisles

and there is a constant call for silent sweeps to brush and brush

at the thought of crimes that someone may have committed

and someone may have confessed to seeing them do.’

 

 

 

54

‘Non ti chiediamo chi stai per tradire

solo una confessione scritta che sei disposto a tradire qualcuno

dopo ti libereremo

puoi stare tra i silenziosi, ti troveremo

un lavoro di pulitore tra le ragazze di Hydroponia

a spazzare un corridoio e giù per l’altro tra le batterie di luce senza

mai fischiare o alzare gli occhi dalla scopa. Non ti sconfinfera?

Allora pensaci. Un sacchetto di gettoni a settimana e un letto pulito

un bollitore fischiante per il thè di Banda. C’è di peggio che essere solo

pensaci. Tutto quel che ci serve è una minuscola confessione. “Gliel’ho visto fare.

Era lui.” Noi completeremo l’opera, compila il modulo

a noi spetteranno le incombenze più noiose

non ti faremo del male e non permetteremo ad altri di fartene

l’uomo silenzioso tra gli hydrofoni; perché

 

il Livello 5 non è un luogo gradevole, tutti i merli là

hanno da tempo rinunciato alla grazia del canto, i loro becchi dorati

si sono ingrigiti; possono solo fischiare implorando pietà;

 

ma dobbiamo chiedere chi è questo, chi è la donna cui i merli fischiano dietro

mai ne abbiamo sentito parlare e non crediamo abiti a Banda

non crediamo abbia una riserva di gettoni, crediamo se ne sia andata via,

forse abita nelle foreste che si dice esistano nel lontano sud

ma non possiamo esserne certi; non possiamo essere certi che sua sia la torcia

che splende tra i tronchi enormi degli abeti

infastidendo i gufi e le nidiate proprio mentre erano a caccia

di toporagni e similia, che affondano tra pigne cadute sopra un letto di aghi

e certo squittiscono anche a implorare pietà.

E dobbiamo dire ai merli che infilano il becco tra le sbarre:

“Niente pietà qui!”

 

E non devi far altro che firmare questa piccola confessione

niente nomi, non chiediamo nomi. Una confessione generica andrà bene,

la chiamiamo opzione passe-par-tout e la troviamo molto popolare.

Hydroponia è grande e ha molti corridoi e c’è richiesta

costante di scope silenziose per spazzare e spazzare liberando

il pensiero dai crimini che qualcuno potrebbe aver commesso

e qualcuno potrebbe aver confessato di averlo visto.’

 

 

 

 

59

‘In The Bucket of Blood they are playing three-card Hazard

the rules are simple and the winner takes all;

“Sit down,” they said, “stranger, and we will deal you a hand

you look like good company, and a gambling man.”

Flattered, I sat, and turned up my cards, “Ace deuce and trey!”

“Which is good,” they said, “but the dealer has one better”;

and he turned up three aces, saying “Your life if you please.”

“I did not gamble for life.” “What other stake is there;

winner takes all (remember) and three aces are high.”

The dealer tipped back his hat and smiled, and I saw it was Death

and that Nature was the baize we so casually played on.

“I did not gamble for life,” I repeated but faltered;

“Then gamble for death,” and he flicked three cards that fell like leaves.

The crowd gathered closer; “An ace and two kings”;

Death smiled as he drew three aces again; “Mine, I think,”

as he reached across for my soul. But I threw my chair back,

rushed out of the door, ran down the empty street past the all-night liquor store;

out into the desert and the great mountains beyond

while the saloon piano faded with the shouts and the groans;

ran as dawn came up and withered like a yellow rose,

as the sky became a blue crucible to be heated by the sun

to burn up life in a severe trial; ran into the desert for many long miles

until my tongue filled my mouth with dry overcooked meat;

ran till the sun went down like a red rose exhausted

and I came to a sign jammed between boulders at the edge of the trail

among gaunt cacti casting long shadows where the desert owl roosted

in holes in the green flesh; and I stopped to read what it said by the dimming light

“Two miles to the Bucket of Blood: Gamblins all Nite”.’

 

 

 

59

‘Nel Secchio del Sangue fanno il gioco delle tre carte

le regole sono semplici e il vincitore si porta via tutto;

“Siediti,” dissero, “straniero, e ti concederemo una mano

sembri una buona compagnia, un uomo che gioca d’azzardo.”

Lusingato, mi sedetti, e girai le mie carte, “Asso due tre!”

“Che non è male,” dissero, “ma il croupier ne ha una migliore”;

e girò tre assi, dicendo “La tua vita, prego.”

“Non mi gioco la vita.” “E che altro può esserci in gioco qui:

il vincitore (ricorda) si porta via tutto e tre assi valgono molto.”

Il croupier si calcò il cappello e sorrise e vidi che era la Morte

la Natura era il panno su cui tanto distratti stavamo giocando.

“Non mi gioco la vita,” ripetei, ma balbettando;

“Allora giocati pure la morte,” e smazzò tre carte che caddero giù come foglie.

La folla strinse il cerchio; “Un asso e due re”;

La Morte sorrise, tirò fuori altri tre assi; “Mio, penso,”

e si sporse per raggiungermi l’anima. Ma io indietreggiai con la sedia,

mi precipitai fuori dalla porta, corsi lungo la strada deserta

superai tutte le rivendite notturne di liquori;

fuori nel deserto e verso le grandi montagne al di là

mentre il piano del saloon sfumava con i gemiti e le grida;

corsi mentre l’alba sorgeva e appassiva rosa gialla,

e il cielo diveniva un crogiuolo azzurro che il sole doveva scaldare

per incendiare la vita in un violento processo; corsi per molte lunghe miglia nel deserto

finché la mia stessa lingua mi colmò la bocca di carne secca stracotta;

corsi finché il sole calò rosa rossa stremata e raggiunsi

un segnale stretto tra le rocce e il ciglio del sentiero

tra esili cactus che gettavano lunghe ombre dove stava appollaiato il gufo del deserto

in buche nella carne verde; e mi fermai nella luce calante a leggere quello che diceva

“Due miglia dal Secchio del Sangue: “Si gioca tutta la Notte d’azzardo’.”

 

 

 

76

‘Dear Friends, my subject today is “Tears and the Cup of Replenishment”.

They say in times before the Great Cold, even here in the North,

spring came with the dripping of icicles that hung from the eaves

just a few drips at first, pockmarking the snow beneath,

then one day more and more, and snow sliding off roofs

and slumping out of fir trees, and ice

 

cracking in pistol shots on the lakes; rivers and streams flowing faster

elbowing slabs of ice against boulders,

rushing them down to the sea.

 

Spring, the great melting like a half-laughing half-crying face

a wiping away of tears from liquid eyes, the smile of white teeth between parted lips,

because of the relief after all that holding back in winter

all that restriction in a world of white and cold.

 

And would it not be wonderful if it happened here;

we would have to muster a band saying “Quick, anyone who can play

assemble at the gates! And hurry!”

 

And someone would run up and say “Look. I have found the Cup of Replenishment

right here where the snow has been melting!” “Pass it round!”

 

And we would drink, taking a look first at the liquid that is level with the rim

sipping carefully and wrinkling the nose a little because it is tears;

but we pass the cup round saying “Drink, it is good.”

 

And it remains full even though the circle of hands is getting bigger

people running up saying “Is there any left for me!”;

 

but tears are never in short supply and all you need is the  Cup and a willingness to use it;

and the Cup is not a remarkable thing at all,

not some chased silver goblet handed up from generation to generation of priests

as if they were climbing a ladder;

 

I imagine it as wood and carved by the hands of a poor man

who gives it to you saying “Drink, though you think this is nothing”;

and to your surprise it is full of a clear liquid where the sun floats its eye,

though you just saw him carve it and put down the knife.

 

Dear Friends, the taste of salt is the taste of humanity

as Christ found out on the Cross, stretched there and all the world looking

to see what he would do. “You say you are God but you are also a man,

let us see if the two cannot be untangled

while you suffer”;

 

Dear Friends, that was the world’s mistake, not realising that he was dead to the world

but alive to the light of love that streamed from his father’s eyes

light we would be afraid to look at directly

 

because we have not untangled our limbs from desire.

Need I go on.

 

Christ died but he did not die,

we live but are not alive; and will not be

until we drink from the Cup, knowing that salty is sweet

 

and that spring means release from the ice that is within:

 

and I believe I can hear it. in the avenues and halls and dwellings of Banda

the drip drip drip of the icicles in our hearts

into the snow; nothing much at first but soon a flood;

 

will you not drink from the Cup, take a sip as I pass it round;

remember, salt is sweet, as Jesus knew.’

 

 

 

 

76

‘Cari Amici, il mio argomento di oggi è “Lacrime e la Tazza di Riempimento”.

Dicono che in tempi precedenti al Grande Freddo, perfino qua nel Nord,

la primavera venne con lo scioglimento dei ghiaccioli appesi alle grondaie

d’apprima solo qualche goccia, a picchiettare la neve in basso,

poi un giorno sempre di più, e neve scivolava giù dai tetti

e crollava dagli abeti, e ghiaccio

 

si spezzava in spari sui laghi; fiumi e torrenti scorrevano più veloci

spingendo lastre di ghiaccio contro le rocce,

per poi trascinarle verso il mare.

 

Primavera, grande disgelo come un viso tra il pianto e il riso

un asciugare lacrime da occhi liquidi, il sorriso di denti bianchi tra labbra dischiuse,

per il sollievo dopo tutto quel ritrarsi dentro l’inverno

tutta quella costrizione in un mondo di bianco e gelo.

 

E non sarebbe splendido se avvenisse qui;

dovremmo mettere insieme una banda dicendo “Svelti, chiunque sappia suonare

accorrete ai cancelli” E in fretta!”

 

E qualcuno si precipiterebbe dicendo “Guardate. Ho trovato la Tazza del Riempimento

proprio qui dove la neve si è sciolta!” “Fatela girare!”

 

E noi berremmo, dando prima un’occhiata al liquido che arriva fino all’orlo

sorseggiando a fondo e arricciando il naso un poco perché sono lacrime;

ma facciamo girare la tazza dicendo “Bevete, è buono.”

 

E rimane colma anche se il cerchio delle mani si allarga

di gente che accorre dicendo “Ne è rimasto un po’ per me!”;

 

ma le lacrime non scarseggiano mai e occorre soltanto la tazza e la disponibilità ad usarla;

e la Tazza non è per niente un oggetto appariscente,

non come certi calici d’argento tramandati di generazione in generazione dai preti

come stessero salendo una scala;

 

La immagino di legno e intagliata dalle mani di un povero

che te la consegna dicendo “Bevi, anche se pensi non sia nulla”;

e per tua sorpresa è colma di un liquido chiaro dove l’occhio del sole galleggia,

anche se l’hai visto tu stesso intagliarla e poi riporre il coltello.

 

Cari Amici, il sapore del sale è il sapore dell’umanità

come Cristo trovato sulla Croce, là, teso e tutto il mondo a guardare

per vedere che avrebbe fatto. “Dici che sei Dio ma sei anche  un uomo,

facci vedere se le due cose puoi separarle

mentre soffri”;

 

Cari Amici, questo fu l’errore del mondo: non realizzare che lui al mondo era morto

ma vivo alla luce d’amore che sgorgava dagli occhi del padre

luce che avremmo paura a fissare direttamente

 

perché noi non abbiamo disgiunto le membra dal desiderio.

Devo proseguire.

 

Cristo morì eppure non morì,

noi viviamo ma non siamo vivi; e non lo saremo

finché berremo dalla tazza, sapendo che è dolce il salato

 

che primavera significa liberazione dal ghiaccio che è dentro:

 

e credo di poterlo sentire, nei viali e nelle sale e nelle dimore di Banda

il plin plin plin dei ghiaccioli nei nostri cuori

nella neve; non molto all’inizio ma ben presto un diluvio;

 

se non berrai dalla Tazza, se non ne prenderai un sorso quando la faccio passare;

ricorda, il sale è dolce, Gesù lo sa bene.’

 

 

 

85

Galathea says we must go to the Bangles Bar

‘It is the Comedian’s last show, he says he will perform no more.’

 

 

 

The tiny theatre is in darkness and a torch points us to our seats;

a few talk in whispers but the atmosphere is excited and oppressive

like the play on nerves before a thunderstorm is born.

Suddenly a spotlight beams from above

picking out the Comedian at a table in familiar check trousers

purple braces; his face painted white, his lips a lurid red.

 

We begin to clap and cheer but something in his presence makes us stop.

 

‘Oh… I need a drink…’

 

and he reaches out of the circle of light across the table

pulling a long sleeve of glass towards him;

 

‘What have we here?’; reaching down, his head disappearing for a moment out of the light,

left hand painted brilliant white holding the glass steady on the table;

 

now he is back and in the right hand a large glass jug

filled with red liquid to the brim which he lifts perilously and steadily

across the table to the glass, pouring until it is full.

 

Now he raises the glass in his left hand to the light,

as if examining it for clarity and, satisfied,

puts it to his lips, drinking slowly but without a pause

as we watch the workings of his throat beneath the upturned glass.

‘Ahhhh…’

setting the glass gently on the table

and resting both hands palm down; ‘that was good…

 

I think I will have another one… why not…’

 

taking the glass to the jug and pouring with something like bravado

as if he has been renewed,

so we can hear the liquid purl into the glass as he dances the jug up and down;

‘To us…’

toasting the invisible audience and drinking in one slow pull

as before. He wipes his lips, leaving a red stain on the back of his hand,

puts the hands behind his neck and looks about, whistling silently;

‘I think we can have one more, don’t you; I think we have deserved it;

it was thirsty work all that killing in the tunnels of the Hox;

it made the throat dry when they looked you in the eyes;

and as we know, for the Banda there is nothing like blood for a thirst quencher,

and this’, pouring some more, ‘is a particularly good vintage; I

do not know whose it is but it is smooth and salty, bitter and strong.’

 

He drinks this too in one long throaty swallow.

‘Ahhhh… drunk on blood. That is something the Bandans know

and the Nekton, and the Hox thought they knew, getting ready

for the great victory rally; “The whole world will be drunk on blood!”

that was the shout in the beer halls in anticipation

as they slapped an arm round the shoulders of a Nekton brother.

tears streaming down their cheeks with laughter;

 

but some must give and some must receive

the givers paying with their lives, because we are not running a blood transfusion         service here,

and when you have drunk one long shiny sleeve of blood

you bang the tables with your fists and shout for more;

 

MORE BLOOD! MORE BLOOD! DO YOU NOT UNDERSTAND!’

and he pours again.

‘Blood, the whole world should get drunk on it; would if they could;

but cannot, because some must give in order for others to receive,

and to give you must pay with your life; that is the universal rule.”

 

He drinks, but this time swallows too fast and gulps, and the blood

flows back out of his mouth gushing down his chin

staining his white shirt in glistening globs and streaks.

 

The Comedian looks down. ‘What have I done…’

looks up slowly and out toward us in the dark;

 

‘or, put another way, what I have done I have done…’;

 

the jug is empty and he notices, banging his glass hard on the table;

‘MORE BLOOD! MORE BLOOD! IS THERE NOT ANYBODY HERE WHO CAN UNDERSTAND!’

staring out into the darkness where we sit before him.

 

 

 

85

Galathea dice che dobbiamo andare al Bangles Bar

‘È l’ultimo spettacolo del Commediante, dice che non si esibirà mai più.’

 

 

 

Il minuscolo teatro è al buio, una torcia ci indica i nostri posti a sedere;

alcuni bisbigliano, ma l’atmosfera è tesa e opprimente

come il gioco di nervi prima che nasca il temporale.

 

All’improvviso un riflettore s’illumina dall’alto

mostrando il Commediante seduto a un tavolo nei suoi consueti pantaloni a scacchi,

bretelle color porpora; il viso dipinto di bianco, le labbra di un rosso sgargiante.

 

Cominciamo ad applaudire e acclamare ma qualcosa nella sua presenza ci fa fermare.

 

‘Oh… Ho bisogno di un drink…’

 

ed esce dal cerchio di luce che taglia il tavolo

tirando verso di sé un lungo boccale di vetro;

 

‘Che abbiamo qui?’; si china, la sua testa scompare un istante dal cerchio di luce,

la mano destra dipinta di bianco brillante stringe il vetro sul tavolo;

 

ora è tornato e la mano destra tiene un grande fiasco

di vetro pieno fino all’orlo di liquido rosso, che a rischio solleva con fermezza

sul tavolo verso il bicchiere, per versare fino a riempirlo.

 

Ora solleva il bicchiere nella mano destra verso la luce,

come a esaminarne la chiarezza e, soddisfatto,

se lo porta alle labbra, per bere piano ma senza interruzione

mentre guardiamo il lavorìo della gola sotto il bicchiere inclinato.

‘Ahhhh…’

posa dolcemente il bicchiere sul tavolo

su cui pone il palmo di entrambe le mani; ‘era buono…

 

Penso che me ne berrò un altro… perché no…’

 

avvicina il bicchiere al fiasco e versa con fare spaccone come rinato, così

sentiamo il liquido scorrere nel bivvhiere mentre lui fa danzare il fiasco su e giù;

‘A noi…’

brinda a un pubblico invisibile e beve in un’unica lenta sorsata

come prima. Si asciuga le labbra, lasciando una striscia rossa sul dorso della mano,

si mette le mani dietro il collo e si guarda attorno, fischiando pian piano;

‘Penso che possiamo farcene un altro, non credi; penso che ce lo siamo meritato;

era un lavoro da far venire sete davvero, tutto quel massacro di hox nelle gallerie;

ti si seccava la gola quando ti guardavano negli occhi;

e come sappiamo, nulla disseta Banda più del sangue,

e questo’, dice versandone un altro po’, ‘è un vino d’annata

particolarmente buono; Non ricordo di chi sia ma è liscio e salato, amaro e forte.’

 

Beve anche questo in un lungo sorso profondo.

‘Ahhhh… ubriaco di sangue. È una cosa che ben conoscono i bandani

e i nekton, e anche gli hox pensavano di sapere, preparandosi

per il grande rally della vittoria; “Il mondo intero sarà ebbro di sangue!”

era il grido anticipatorio nelle birrerie

mentre energici mettevano un braccio attorno alle spalle di un fratello nekton.

e lacrime scorrevano loro lungo le guance per mescolarsi alle risa;

 

ma alcuni devono dare e alcuni ricevere, chi dà

paga con la vita, perché qui non stiamo prestando un servizio di trasfusioni,

e quando avete vuotato un lungo fiasco splendente di sangue

battete i pugni sul tavolo e ne chiedete ancora gridando;

 

PIÙ SANGUE! PIÙ SANGUE! NON CAPITE!’

e ricomincia a versare.

 

‘Sangue, il mondo intero dovrebbe ubriacarsene; se potesse lo farebbe;

ma non può: alcuni devono dare perché altri possano avere,

e per dare devi pagare con la vita; è questa la regola universale.’

Beve, ma stavolta tracanna e deglutisce troppo veloce, e il sangue

gli esce dalla bocca per scivolargli sul mento

macchiando la bianca camicia di cerchi e striature lucenti.

 

Il Commediante abbassa lo sguardo. ‘Cosa ho fatto…’

alza lentamente lo sguardo e guarda verso di noi nel buio;

 

‘o, messa in altro modo, quel che ho fatto ho fatto…’;

 

il fiasco è vuoto e lui se ne accorge, e sbatte forte il bicchiere sul tavolo;

‘PIÙ SANGUE! PIÙ SANGUE! NON C’È NESSUNO QUI CHE LO CAPISCA!’

fissando nell’oscurità dove noi gli sediamo davanti.

 

 

 

87

‘So here was a ship with an unbearable cargo of love.

Which port? The bow pointed round the compass.

But nobody wanted it. What can we do with such a cargo,

the people said; it has no marketable value, have you ever heard

of anyone trading in futures of love? No, we have not.

So the ship slipped off as if it had been guilty of deceit.

Love? they said at the next port; what an idea!

Can you deliver it in sacks? Do you have to refrigerate it?

We have never seen anything like that in the dry goods store.

And the ship sailed on. What does it mean, an ocean crossing

without any port? What does it mean, the echoes of laughter

at the entrances to all the warehouses of the world?

Can you weigh it? Can you grind it? everyone wants to know.

What price is it trading at today?

 

So the ship sails on. And I believe the cargo is listing;

it must have been after that last storm, when it came out of the eye

into thirty-metre waves, that must be when it happened.

 

And now the ship is stricken. “Save yourselves, if you can!”;

the order is given, and the boats get away over the side,

oars out, to row like water-fleas over the viscous surface of the globe.

But the Captain says he will take his stand;

Not for me, he says, the long nightmare across the sea,

the blackened faces and swollen tongues, the urge to drink even salty blood.

So be it. The crew rowing in their water-fleas toward where the morning sun will rise;

the Captain listening to the creaks of the ship’s gear

the slap of water against the rusted iron sides

because this ship sailed on and on until it had boxed the compass,

this ship never found a harbour, remember,

sailing on until the compass rose had lost all its petals;

the people saying Trying to palm us off with love; what an idea!’

 

 

 

 

87

‘Così c’era una nave con un insostenibile carico d’amore.

Quale porto? L’ago girava nella bussola.

Ma nessuno la voleva. Che ce ne facciamo di un carico del genere,

diceva la gente; non ha valore commerciale, avete mai sentito

di qualcuno che commerci in futuri d’amore? No, noi no.

E la nave scivolò via come colpevole d’inganno.

Amore? Dissero al porto successivo; che idea!

Potete consegnarlo in sacchi? Si deve congelare?

Non abbiamo mai visto nulla di simile nelle mercerie.

E la nave continuò a veleggiare. Cos’è una traversata oceanica

senza un porto? Cosa significa, gli echi di risate

alle porte di tutti i magazzini del mondo?

Puoi pesarlo? Puoi macinarlo? È quello che chiedono tutti.

Qual è oggi il suo prezzo commerciale?

 

Così la nave continua a veleggiare. E credo che il carico si stia inclinando;

dev’essere stato dopo l’ultima tempesta, quando sparì alla vista

sotto onde di trenta metri d’altezza, dev’essere accaduto allora.

 

E ora la nave è prostrata. “Si salvi chi può!”;

L’ordine è dato, le barche se ne vanno calandosi dalla fiancata,

fuori i remi, per nuotare come pulci d’acqua sulla superficie vischiosa del globo.

Ma il Capitano dice che resterà al suo posto;

Non per me, dice, il lungo incubo attraverso il mare,

le facce annerite e le lingue gonfie, l’urgenza di bere sangue, sia pure salato.

Perciò sia. Mentre l’equipaggio rema nelle pulci d’acqua verso

dove sorgerà il sole al mattino;

il Capitano ascolta lo scricchiolìo degli ingranaggi

gli schiaffi dell’acqua contro le fiancate di ferro arrugginito

perché questa nave veleggiò e veleggiò finché non ebbe sconfitto la bussola,

questa nave non trovò mai un porto, ricordalo,

continuò a veleggiare finché la rosa della bussola non fu del tutto sfiorita;

e la gente diceva Cercavano di bidonarci tutti con l’amore;

che idea!

 

 

 

93

As the people flee past, they break into the Collector’s house;

there is his collection of babies’ heads pickled in jars

and hands and feet; gut-worms and snakes and scorpions; some

recent, some from times long past; Destroy them!

and the jars of sharp stinking formaldehyde are smashed to the ground

heads rolling on the floor like cherubim too rubbery to cry;

the people never liked the Collector; his manicured hands

and the dry way he had of smiling; Kill him!

 

but he is gone; the rooms are empty of everything except vats and jars;

and the housekeeper who looks as if she is about to cry; They were dead, she says. Where is the harm. Where is the harm.

But the people are deaf to the old woman; they have found a higher vocation;

 

and the cherubim must come down from their exalted state on the shelves;

the baby faces with the faraway look of the sleepy and blessed;

smashed and rolling among shards of glass between feet; Quickly!

before the Nekton come with the whumfff whumfff of flame-throwers

poking into every habitation, saying Sorry to disturb, but we have a Special Delivery,

we hope that you like it; the people running on, as Galathea’s men

bring down the roof on Western Avenue; Galathea shouting Fall back to the Square;

we will wait for fresh instructions among the milling faces there.

 

 

 

 

93

Mentre la gente passa in fuga, fanno irruzione in casa del Collezionista;

c’è la sua collezione di teste di neonati conservate in barattoli

e mani e piedi; vermi intestinali e serpenti e scorpioni; alcuni

recenti, alcuni da tempi molto distanti; Distruggeteli!

e gettano a terra i barattoli dall’odore intenso di formaldeide teste rotolano sul pavimento come cherubini troppo gommosi per piangere;

alla gente non è mai piaciuto il Collezionista; le mani curate

e il modo asciutto di sorridere; Uccidetelo!

 

ma se n’è andato; nelle stanze restano solo tini e barattoli;

e la domestica che guarda e pare sul punto di piangere;

Erano morti, dice. Che male c’era. Che male c’era.

Ma la gente è sorda alle parole della vecchia; hanno trovato una vocazione più alta;

 

e i cherubini devono scendere dal loro stato di esaltazione sugli scaffali;

i visi dei neonati dallo sguardo distante dei dormienti e dei benedetti;

sbattuti a terra a rotolare sui cocci di vetro tra i piedi; Presto!

prima che i nekton vengano con il whumfff whumfff dei lanciafiamme

per cacciarsi in ogni abitazione, dicendo Scusate il disturbo, ma abbiamo una consegna speciale,

speriamo che vi piaccia; e la gente che corre, quando gli uomini di Galathea

abbattono il tetto nella Western Avenue; Galathea grida Tornate verso la Piazza;

attenderemo nuove istruzioni tra le faccie là brulicanti.

 

Posted by: kolibris | November 2, 2009

Edwin Morgan, Libro delle vite

Edwin_Morgan_Libro_delle_vite_2

Collana Guillemot – poesia scozzese contemporanea
EDWIN MORGAN, Libro delle vite
ISBN 978-88-96263-10-5
pp. 1274, € 15,00 

qui per acquistare

 

Edwin Morgan è uno dei poeti scozzesi contemporanei maggiormente stimati e riconosciuti, e al contempo più popolari e amati. E la cosa non sorprende, perché la sua poesia spazia su uno straordinario ventaglio di toni e registri, toccando numerosissimi argomenti, ora prediligendo lo slancio lirico, ora un tono più colloquiale e talvolta dimesso, ora il pathos epico, ora la brevità epigrammatica. Morgan si muove con maestria tra il verso libero e forme strofiche, ritmiche e metriche tradizionali, tra la secca concisione dell’haiku e la ricchezza timbrica, quasi opulenta, di poesie dense per aggettivazione e coloritura d’immagine, tra la forma popolare della canzone e il ritmo cantilenante della filastrocca.

La lingua poetica di Morgan è duttile e malleabile, si piega, informa e adatta al tono e alla necessità dell’argomento di volta in volta scelto, pescando in una pluralità di microletti, dal linguaggio scientifico a quello della testimonianza storica o del resoconto giornalistico, dal linguaggio colloquiale a quello lirico, a tratti elegiaco. Adottando di volta in volta il respiro ampio del verso lungo – talvolta lunghissimo –; il respiro disteso “pacato” e denso della rievocazione o della descrizione; il respiro teso e rapido della protesta o quello martellante dell’invettiva; il respiro lieve e dimesso della confessione epistolare. Il tutto spesso facendo ricorso a note sarcastiche o a un’ironia acuta e pungente e sempre puntuale e intelligente.

Libro delle vite è titolo ambizioso e impegnativo. Edwin Morgan onora egregiamente l’impegno. Muovendo dal contemporaneo al passato remoto, dal passato recentissimo al paleozoico, per risalire fino al Big Bang e alla creazione delle prime forme di vita e di pensiero, cui, nella splendida suite di poesie di Onda planetaria immagina di assistere come testimone. E il poeta è per Morgan sempre testimone, ora oggettivo e imparziale, ora partecipe, dolente o irriverente, iroso o compassionevole. Notevoli sono le sue descrizioni di quadri – oniriche, fortemente visive, originali ed efficaci – nella suite Cinque dipinti; e i suoi ritratti – documentati e profondamente umani e partecipi al contempo – di personaggi storici e letterari: da Magellano a Copernico, da Hiroito a Carlo V, da Rimbaud a Oscar Wilde, da Boezio a David Daiches.

Ne risulta una pittura composita, in cui storia individuale e collettiva si alternano in dissolvenze prive di stacchi eccessivi e fratture, inscivendosi nel più ampio piano della Storia politica, sociale e del pensiero, per cui Morgan mostra di provare un interesse sempre vivo e autentico, accompagnato da una conoscenza puntuale che abbraccia eventi, avvenimenti e curiosità cronachistiche, sfumandoli col pennello di una fantasia camaleontica e vivace.

 

Chiara De Luca

 

Qui di seguito parte della suite di poesie di Onda planetaria

 

 

 

Planet Wave 

 

 

The first half of this sequence of poems, commissioned by the Cheltenham International Jazz Festival, and set to music by Tommy Smith, was fust performed in the Cheltenham Town Hall on 4 April 1997.

 

 

In the Beginning

(20 Billion BC)

 

Don’t ask me and don’t tell me. I was there.

It was a bang and it was big. I don’t know

what went before, I came out with it.

Think about that if you want my credentials.

Think about that, me, it, imagine it

as I recall it now, swinging in my spacetime hammock,

nibbling a moon or two, watching you.

What am I? You don’t know. It doesn’t matter.

I am the witness, I am not in the dock.

I love matter and I love anti-matter.

Listen to me, listen to my patter.

 

Oh what a day (if it was day) that was!

It was as if a fist had been holding fast

one dense packed particle too hot to keep

and the fingers had suddenly sprung open

and the burning coal, the radiant mechanism

had burst and scattered the seeds of everything,

out through what was now space, out

into the pulse of time, out, my masters,

out, my friends, so, like a darting shoal,

like a lion’s roar, like greyhounds released,

like blown dandelions, like Pandora’s box,

like a shaken cornucopia, like an ejaculation –

 

I was amazed at the beauty of it all,

those slowly cooling rosy clouds of gas,

wave upon wave of hydrogen and helium,

spirals and rings and knots of fire, silhouettes

of dust in towers, thunderheads, tornadoes;

and then the stars, and the blue glow of starlight

lapislazuliing the dust-grains –

I laughed, rolled like a ball, flew like a dragon,

zigzagged and dodged the clatter of meteorites

as they clumped and clashed and clustered into

worlds, into this best clutch of nine

whirled in the Corrievreckan of the Sun.

The universe had only just begun.

I’m off, my dears. My story’s still to run!

 

 

 

 

Onda planetaria

 

 

La prima metà di questa silloge di poesie, commissionate dallo International Jazz Festival e messa in musica da Tommy Smith, fu rappresentata per la prima volta al municipio di Cheltenham il 4 Aprile del 1997.

 

 

In principio

(20 bilioni a.C.)

 

Non chiedetemi e non ditemi. Ero là.

Fu uno scoppio e fu grande. Non so

che avvenne prima, uscii dall’esplosione.

Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.

Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo

come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-tempo,

pilucco una luna o due, ti guardo.

Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.

Sono il testimone, non l’imputato.

Amo la materia e amo l’antimateria.

Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

 

Oh, che giorno (se giorno era) fu!

Fu come se un pugno avesse stretto

una densa particella troppo calda da tenere

e le dita si fossero aperte all’improvviso

e il carbone ardente, il meccanismo radiante

fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,

uno in quel che era nuovo spazio, fuori

nel battito del tempo, fuori, miei padroni,

fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,

il ruggito di un leone, levrieri liberati,

denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,

una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

 

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,

nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda

sopra onda di elio e idrogeno,

anelli e spirali e nodi di fuoco,

sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;

e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare

che lapislazzulava i grani di polvere –

Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,

zigzagai e schivai il fracasso delle meteore

mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in

parole, in questa sublime stretta del nove

vorticante nella Corrievreckan[1] del sole.

L’universo era solo appena cominciato.

Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!

 

 

 

 

The Early Earth

(3 Billion BC)

 

Planets, planets – they seem to have settled

into their orbits, round their golden lord,

their father, except he’s not their father,

they were all born together, in that majestic wave

of million-degree froth and jet and muck:

who would have prophesied the dancelike separation,

the nine globes, with their moons and rings, rare –

do you know how rare it is, dear listeners,

dear friends, do you know how rare you are?

Don’t you want to be thankful? You suffer too much?

I’ll give you suffering, but first comes thanks.

 

Think of that early wild rough world of earth:

lurid, restless, cracking, groaning, heaving,

swishing through space garbage and flak,

cratered with a thousand dry splashdowns

painted over in molten granite. Think of hell,

a mineral hell of fire and smoke. You’re there.

What’s it all for? Is this the lucky planet?

Can you down a pint of lava, make love

to the Grand Canyon, tuck a thunderbolt

in its cradle? Yes and no, folks, yes and no.

You must have patience with the story.

 

I took myself to the crest of a ridge

once it was pushed up and cooled.

There were more cloudscapes than earthquakes.

You could walk on rock and feel rain.

You shivered but smiled in the fine tang.

Then I came down to stand in the shallows

of a great ocean, my collar up to the wind,

but listen, it was more than the wind I heard,

it was life at last, emerging from the sea,

shuffling, sliding, sucking, scuttling, so small

that on hands and knees I had to strain my eyes.

A trail of half-transparent twitchings!

A scum of algae! A greening! A breathing!

And no one would stop them, volcanoes wouldn’t stop them!

How far would they go? What would they not try?

I punched the sky, my friends, I punched the sky.

 

 

 

 

 

La terra giovane

(3 bilioni a.C.)

 

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti

nelle proprie orbite, attorno al lord d’oro,

loro padre, non fosse che non è il padre,

erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

 

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:

che avrebbe profetizzato la scissione danzante,

le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –

Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,

cari amici, sapete quanto siete rari?

Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?

Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

 

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:

sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,

e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,

craterato da migliaia di schizzi asciutti

rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,

un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.

A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?

Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore

al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore

nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.

Dovete aver pazienza con la storia.

 

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa

appena emersa e raffreddata.

C’erano più distese di nubi che terremoti.

Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.

Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.

Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse

di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,

ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,

era vita infine, che emergeva dal mare,

strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola

che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.

Una scia di contrazioni semitrasparenti!

Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!

E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!

Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?

Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.

 

 

 

 

 

End of the Dinosaurs

(65 Million BC)

 

If you want life, this is something like it.

I made myself a tree-house, and from there

I could see distant scrubby savannas

but mostly it was jungle, lush to bursting

with ferns, palms, creepers, reeds, and the first flowers.

Somewhere a half-seen slither of giant snakes,

a steamy swamp, a crocodile-drift

in and out of sunlight. But all this, I must tell you,

was only background for the rulers of life,

the dinosaurs. Who could stand against them?

They pounded the earth, they lazed in lakes,

they razored through the sultry air.

 

Hear,

if you will, the scrunchings of frond and branch

but also of joint and gristle. It’s not a game.

I watched a tyrannosaurus rise on its hindlegs

to slice a browsing diplodocus, just like that,

a hiss, a squirm, a shake, a supper –

velociraptors scattered like rabbits.

 

It didn’t last. It couldn’t? I don’t know.

Were they too big, too monstrous, yet wonderful

with all the wonder of terror. Were there other plans?

I saw the very day the asteroid struck:

mass panic, mass destruction, mass smoke and mass ash

that broke like a black wave over land and sea,

billowing, thickening, choking, until no sun

could pierce the pall and no plants grew and no

lizards however terrible found food and no

thundering of armoured living tons disturbed

the forest floor and there was no dawn roar,

only the moans, only the dying groans

of those bewildered clinker-throated ex-time-lords,

only, at the end, skulls and ribs and hatchless

eggs in swamps and deserts

left for the inheritors –

my friends, that’s you and me

branched on a different tree:

what shall we do, or be?

 

 

 

 

 

Fine dei dinosauri

(65 milioni a.C.)

 

Se vuoi la vita, quel che segue ci somiglia.

Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là

potevo vedere savane boschive in distanza

ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare

di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.

Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,

una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo

dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,

era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,

i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?

Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,

fendevano sfrecciando l’aria torrida.

 

Ascoltate,

se volete, gli scricchiolii di fronde e rami

ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.

Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori

colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,

un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –

velocirapti dispersi come conigli.

 

Non durò. Non poteva? Non lo so.

Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli

di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?

Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:

panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,

a infrangersi onda nera sopra terra e mare,

spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più

poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna

lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun

tuonare di vivi toni fragorosi disturbò

il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,

solo i gemiti, solo i rantoli di morte

degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,

soltanto, alla fine, crani e costole e uova

rotte in paludi e deserti

lasciati agli eredi –

amici miei, siamo voi e io

biforcazioni di alberi diversi:

cosa dovremmo fare, o essere?

 

 

 

 

The Great Flood

(10,000 BC)

 

Rain, rain, and rain again, and still more rain,

rain and lightning, rain and mist, a month of downpours

till the earth quaked gruffly somewhere and sent

tidal waves over the Middle Sea,

tidal waves over the Middle East,

tidal wave and rain and tidal wave

to rave and rove over road and river and grove.

I skimmed the water-level as it rose:

invisible the delta! gone the headman’s hut!

drowned at last even the stony jebel!

 

I groaned at whole families swept out to sea.

Strong horses swam and swam but sank at last.

Little treasures, toys, amulets were licked

off pitiful ramshackle village walls.

Weapons, with the hands that held them, vanished.

 

So what to do? Oh never underestimate

those feeble scrabbling panting gill-less beings!

Hammers night and day on the high plateau!

Bitumen smoking! Foremen swearing! A boat,

an enormous boat, a ship, a seafarer,

caulked, battened, be-sailed, oar-banked, crammed

with life, human, animal, comestible,

holy with hope, bobbing above the tree-tops,

set off to shouts and songs into the unknown

through rags and carcases and cold storks’ nests.

 

The waters did go down. A whaleback mountain

shouldered up in a brief gleam of sludge,

nudged the ark and grounded it. Hatches gaped.

Heads smelt the air. Some bird was chirping.

And then a rainbow: I laughed, it was too much.

But as they tottered out with their bundles,

their baskets of tools, their goats, their babies,

and broke like a wave over the boulders and mosses,

I thought it was a better wave than the wet one

that had almost buried them all.

 

Water

we came from, to water we may return.

But keep webbed feet at arm’s length! Build!

That’s what I told them: rebuild, but build!

 

 

 

 

Il grande diluvio

(10.000 a.C.)

 

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,

pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni

finché qua e là la terra tremò burbera e gettò

enormi ondate sul Mar Medio,

enormi ondate sul Medio Oriente,

enormi ondate e pioggia enormi ondate

a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.

Vidi l’acqua crescere in livello:

invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!

Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

 

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.

Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.

Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via

dalle misere mura malridotte del villaggio.

Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

 

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare

questi fragili esseri ansimanti senza branchie!

Martelli giorno e notte sull’altopiano!

Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,

un’enorme barca, una nave, un marinaio,

coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata

di vita, umana, animale, commestibile,

benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,

partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto

solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

 

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena

sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,

spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.

Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.

E poi un arcobaleno: risi, era troppo.

Ma quando barcollarono fuori con fagotti,

ceste di utensili, bimbi, capre,

per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi

pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata

che sta per seppellirli.

 

Acqua

da cui veniamo, cui potremmo tornare.

Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!

È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!

 

 

 

 

Rimbaud

(1891 AD)

 

A wheezing fan hardly disturbed the flies.

A crutch stood in the corner. Hoots from the harbour

brought Marseilles into a stifling hospital

where the gaunt drugged gun-runner lay

sweating and groaning with his bandaged stump

staining the sheets as he muttered and turned.

I listened. I knew who he was.

This dying trader had once been a poet.

Can you once be a poet, and live? Well, can you?

I wanted to swim in his delirium.

I did, I did swim in his delirium.

 

‘ – ten thousand rifles, they were all stacked

but I was swindled, Abyssinia swindled me,

is it slaves next, or stick to tusks and spices,

I can still ride the sands, trafficking trafficking,

get to the gulf, the sea, the green, oh my thirst,

I cannot drink, Venus with her green eyes

is rising from a green copper bath,

she is bald, larded, ulcered, she is dripping

with verdigris and I am thirsty I want I want

absinth, absomphe, my green, my demon, my dear,

and I am hungry but all I scrunch is coal and iron,

I even scrunch walls I am such a monster,

Djami, Djami, what sort of boy are you,

bring me my pipe, where is my white shirt,

you must not laugh at my grey hairs,

Paul, come back, I shall be good,

do you really believe you can ever

find anyone better to live with,

I shall jump on you, we shall roll together,

Paul, I need you, I love you,

the pain, this pain, someone is crunching my leg

in an iron boot, I expect it is God,

what are we born for, write poetry, nah – ’

 

A wave of traffic broke loudly outside.

I wanted a wave of the sea, real air, gulls.

I left the sick smell and the old young man.

Poetry burned in him like radium.

 

 

 

 

Rimbaud

(1891 d.C.)

 

Un ventilatore ansimante appena disturbava le mosche.

C’era una stampella nell’angolo. Grida dal porto

portavano Marsiglia in un soffocante ospedale

dove lo smunto contrabbandiere drogato

sudava e gemeva col moncone bendato macchiava

le lenzuola rigirandosi e mormorando.

Mi misi in ascolto. Sapevo chi era.

Questo commerciante moribondo era un tempo un poeta.

Puoi essere stato un poeta, e vivere? Bene, puoi?

Volevo nuotare nel suo delirio.

Lo feci, nuotai nel suo delirio.

 

“ – diecimila fucili, erano tutti ammucchiati

ma io fui ingannato, fu l’Abissinia a ingannarmi,

poi toccherà agli schiavi, o continuerò con zanne e spezie,

posso ancora correre le sabbie, trafficare trafficare,

andare al golfo, al mare, al verde, oh, la mia sete,

non posso bere, Venere con gli occhi verdi

sta uscendo da un verde bagno di rame,

è calva, lardosa, ulcerata, gocciola

verderame e sono assetato voglio voglio

assenzio, absomphe, mio verde, mio demone, mio caro,

e ho fame ma rosicchio solo ferro e carbone,

rosicchio anche pareti ecco il mostro che sono,

Djami, Djami, che razza di assistente sei,

portami la pipa, dov’è la mia camicia bianca,

non devi ridere dei miei capelli grigi,

Paul, torna indietro, sarò buono,

credi davvero che potrai mai

trovare qualcuno di meglio con cui stare,

ti salterò addosso, rotoleremo insieme,

Paul, ho bisogno di te, ti amo,

il dolore, il dolore, qualcuno mi rosicchia la gamba

dentro uno stivale di ferro, mi aspetto sia Dio

che siamo nati a fare, scrivere poesia, nah –“

 

Un’onda di traffico rumoreggiò all’esterno.

Volevo un’onda del mare, aria vera, gabbiani.

Lasciai l’odore nauseante e il giovane vecchio.

La poesia bruciava in lui come radio.

 

 

 

 

The Sputnik’s Tale

(1957 AD)

 

One day, as I was idling above the earth,

an unexpected glint caught my eye,

whizzing silver, a perky sphere with prongs.

I knew it was time for such things to appear

but this was the first: man-made, well-made,

artificial but a satellite for all that:

a who-goes-there for the universe!

I came closer: the gleaming aluminium

sparkled, hummed, vibrated, its four

spidery antennas had the spring of rhe newly created.

It seemed a merry creature, even cocky.

It had a voice. I said hello to it.

 

‘Can’t stop,’ it cried. ‘I am in orbit.

Join me if you want to talk. Beep.

Travel with me, be the sputnik’s sputnik.’

I flew alongside. ‘What have you seen?’ I asked.

‘Wall of China, useless object that.

Continents. Tankers. Deltas like pony-tails.

Collective beep farms everywhere. Oh and

the earth like a ball, mustn’t forget that,

proof positive. And a blue glow

all round it if you like such beep things.’

 

‘You haven’t always been bound in a bit of metal?’

I asked. ‘Damn sure I beep haven’t,’ he replied,

colour chasing colour across his surface.

‘I was a bard in the barbarous times,

Widsith the far-traveller. The world was my mead-hall.

Goths gave me gold. I blossomed in Burgundy.

I watched Picts prick beep patterns on themselves.

I sang to Saracens for a sweet supper.

I shared the floor with a shaman in Finland.

Good is the giver who helps the harper!’

 

‘I have nothing to give you,’ I said,

‘but truth. You have three months to live

in this orbit, and then you are a cinder.’

He darkened. ‘You may well be right.’

But remembering Widsith he flushed into tremulous light.

‘We’ll see. Beep. We’ll see. Beep. We’ll see.’

 

 

 

 

 

La storia dello Sputnik

(1957 d.C.)

 

Un giorno, mentre oziavo sopra la terra,

un luccichìo inatteso mi catturò lo sguardo,

argento sibilante, un’allegra sfera munita di sporgenze.

Sapevo che era tempo di vedere cose simili

Ma quella era la prima: fatta a mano, ben forgiata,

artificiale ma un satellite lo stesso:

un chi-va-là per l’universo!

Mi avvicinai: alluminio lucidissimo

scintillò, ronzò, vibrò, le quattro antenne di ragno

erano elastiche come ogni recente creazione.

Sembrava una creatura allegra, vanitosa perfino.

Aveva una voce. Le dissi ciao.

 

“Non posso fermarmi,” piagnucolò. “Sono in orbita.

Raggiungimi se vuoi parlare. Beep.

Viaggia con me, sii lo sputnik di sputnik.”

Volai accanto a lui. “Cos’hai visto?” Chiesi.

“Il muro del pianto, oggetto inutile quello.

Continenti. Navi cisterna. Delta come code di pony.

Aziende agricole beep collettive ovunque. Oh,

la terra come una palla, non devi scordarlo,

prova superata. E un bagliore azzurro

tutt’intorno se ti piacciono queste beep cose.”

 

Ma sei schiuso in un pezzo di metallo da sempre?”

Chiesi. “Ma certo beep che no!”, rispose,

i colori s’inseguivano sulla superficie.

“Ai tempi dei barbari ero un bardo,

Widsith, viaggiatore in terre distanti. Il mondo era il mio porto sicuro.

I goti mi davano oro. Sbocciai in Borgogna.

Vidi i pitti tatuarsi sulla pelle beep motivi.

Suonai per i saraceni in cambio di una cena dolce.

in Finlandia condivisi il pavimento con uno sciamano.

Il padrone è buono se aiuta l’arpista!”

 

“Non ho niente da darti,” gli dissi,

“a parte la verità. Hai tre mesi da vivere

in quest’orbita, e poi sarai cenere.”

Si rabbuiò. “Puoi benissimo avere ragione.”

Ma ricordando Widsith avvampò di una tremula luce.

“Vedremo. Beep. Vedremo. Beep. Vedremo.”



[1] Il più grande gorgo europeo, situato tra l’isola di Iura e quella di Scarba, nei presi della costa scozzese occidentale.

 

Edwin_Morgan_Libro_delle_vite_1

 

Posted by: kolibris | October 30, 2009

Freschi di stampa

I nuovi Kolibris di cui parleremo nei prossimi giorni

gemellini

Posted by: kolibris | October 29, 2009

Thomas Kinsella, Appunti dalla terra dei morti

appunti

Collana Snáthaid Mhór – poesia irlandese contemporanea

THOMAS KINSELLA: Appunti dalla terra dei morti

Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-03-7

pp. 130, € 10,00

 

qui per acquistare

 

“In un saggio sull’importanza dell’elemento autobiografico nella poesia di Thomas Kinsella, il critico Taffy Martin sostiene che la sua poesia “può essere letta come una battaglia – meticolosamente orchestrata, circolare più che lineare e volutamente infinita – tra la funzione passiva e al contempo cinetica dello specchio da un lato, e i segreti creati, e, soprattutto, generati e di volta in volta proiettati dallo specchio”. Lo specchio è un elemento onnipresente nella poesia di Kinsella, una poesia in cui la suggestione autobiografica travalica l’identità dell’individuo, che, seppur visto nella sua unicità, diviene simbolico di una coscienza collettiva che si riflette (riconosce o disconosce) nelle cose.

Nel caso di Kinsella, possiamo parlare di un’autobiografia che si fa poesia, piuttosto che di una poesia autobiografica. L’“io” del poeta, pur nella sua prepotenza, nella decisione del suo delinearsi nell’universo poetico di Kinsella, non è che uno strumento (cinetico e passivo al pari dello specchio) della realtà che lo circonda. Lo specchio è simbolico sia della coscienza del soggetto, sia di una coscienza immanente esterna a lui, che gli restituisce la sua interiorità, plasmata, spesso deformata, dall’incontro-scontro con la realtà che lo circonda.  Paradossalmente, questo io all’apparenza così “ingombrante”, si sminuzza e annienta nel riflesso incompleto che gli viene restituito dallo specchio, deputato a rivelargli le sue contraddizioni, l’intensità delle sue sofferenze, profondamente radicate in quella “oscurità” caotica che è per Kinsella fucina dell’opera d’arte, destinata a sprofondarvi di nuovo nel momento in cui si affrancherà dal poeta (l’artigiano, l’artefice). La scrittura è infatti per Kinsella lavoro di cesello, e l’io è spesso (simbolicamente) visto nell’atto stesso di scrivere, e riflesso nel suo attonito silenzio di fronte al prodotto della creazione.”

 

dalla prefazione di Chiara De Luca

 

 

IRWIN STREET

 

Morning sunlight – a patch of clear memory –

warmed the path and

the crumbling brick wall,

and stirred the weeds sprouting

in the mortar.

A sparrow cowered

on a doorstep. Under the broken door

the paw of a cat reached out.

White nails fastened in the feathers.

 

Aware – a distinct dream –

as through slowly making it happen.

The suitcase in my hand.

My schoolbooks…

 

I turned the corner into the avenue

between the high wire fence and the trees

in the Hospital: under the leaves

the road was empty and fragrant

with little lances of light.

He was coming toward me – how

could he be there, at this hour? –

my maker, in a white jacket,

and with my face. Our steps

hesitated in awkward greeting.

*

 

Wakening again, upstairs,

to the same wooden sourness…

 

I sat up on the edge of the bed,

my hand in my pyjama trousers,

my bare feet on the bare boards.

 

 

 

 

IRWIN STREET

 

Luce mattutina del sole – chiazza di chiara

memoria –

riscaldava il sentiero e

il muro cadente in mattoni,

e scuoteva l’erbaccia spuntata

nella calcina.

Un passero acquattato

sopra una soglia. Da sotto la porta sfondata

spuntò la zampa di un gatto.

Bianchi artigli affondarono tra le piume.

 

Attenzione – un sogno nitido –

come a farlo lentamente avvenire.

La cartella in mano.

I miei libri di scuola…

 

Girai l’angolo e presi il viale

tra l’alto recinto di filo spinato e gli alberi

nell’Ospedale: sotto le foglie

la strada era vuota e rallegrata

da piccole lance di luce.

Lui veniva verso di me – come

poteva essere lui, lì, a quell’ora? –

il mio creatore in giacca bianca,

e con la mia faccia. I nostri passi

esitarono in un goffo saluto.

 

*

Risvegliandomi, al piano di sopra,

alla stessa legnosa asprezza…

 

Mi sedetti sulla sponda del letto,

la mano nei pantaloni del pigiama,

i piedi nudi sulle assi nude.

 

 

 

SURVIVOR

 

High near the heart of the mountain there is a

cavern.

There, under pressure in the darkness,

as the walls protest and give dryly,

sometimes you can hear the minute dust-falls.

But there is no danger.

The cavern is a perfect shell of force;

the torsions that brought this place forth

maintain it. It is spoken of, always,

in terms of mystery – our first home…

that there is a power holding this part of the

mountain

subtly separate from the world, in firm hands;

that this cave escaped the Deluge;

that it will play some part on the Last Day.

 

Far back, a lost echoing

single drop:

the musk of glands

and bloody gates and alleys.

 

Claws sprang open

starred with pain.

 

 

*

 

Curled in self hate. Delicious.

Head heavy. Arm too heavy,

What is it, to suffer:

the dismal rock nourishes.

Draughts creep: shelter in them.

Deep misery: it is a pleasure.

Soil the self.

lie still.

 

Utter dread

of moving

the lips

to let out

the offence simmering

weakly

as possible

within.

 

Something krept in once.

Was that a dream?

A flame of cold that crept under the back

and under the head huddled close

into the knees and belly.

For what seemed a long year

a thin thread of some kind of sweetness

wailed far below

in the grey valley of the blood.

What is there to remember?

 

Long ago, abuse and terror…

 

O fair beginning…

 

landfall – an entire new world

floating on the ocean like a cloud

with a forest covering and clean empty shores.

We were coming from… Distilled from the

sunlight?

or the crest of foam?

From Paradise…

In the southern coast of the East… In terror

– we were all thieves. In search of a land

without sin

that might go unpunished, and so prowling

the known world – the northern portion,

toward the West

(thinking, places answering each other on earth

might answer in nature).

Late afternoon we came in sight

of promontories beautiful beyond description

and saw the crystal sea gather in savage curren-

ts

and dash itself against the cliffs.

By twilight everything was destroyed,

the only survivors a shoal of women

spilled onto the shingle, and one man

that soon – even as they lifted themselves up

and looked about them in the dusk –

they silently surrounded.

Paradise!

No serpents.

No lions. No toads. No injurious rats

or dragons or scorpions. No noxious beasts.

Only the she-wolf…

 

Everyone falling sick, after a time.

 

Perpetual twilight… with most of the light

dissolved

in the soil and rocks and the uneasy waves.

A last outpost into the gloom. Sometimes

an otherwordly music sounded in the wind.

A land of the dead.

Above the landing place

the grass shivered in the thin shale

at the top of the path, waiting, never again

disturbed.

There was a great rock in the sea, where we

went down

– The Hag: squatting on the water,

her muzzle staring up at nothing.

A final struggle up rocks and heather,

heart and lungs aching,

and thin voices in the valley

faintly calling, and dissolving one

by one in the blood.

 

I must remember

and be able some time to explain.

 

*

 

There is nothing here for sustenance.

Unbroken sleep were best.

Hair. Claws. Grey.

Naked. Wretch. Wither.

 

 

 

 

 

SOPRAVVISSUTO

 

Vicinissima al cuore della montagna c’è una

caverna.

Là, sotto pressione nell’oscurità,

mentre le pareti protestano e seccano,

puoi sentire talvolta minuscole frane di polvere.

Ma non c’è pericolo.

La caverna è una perfetta conchiglia di forze;

le torsioni che generarono il luogo

lo sostengono. Se ne dice, sempre,

in termini d’arcano – la nostra prima dimora…

che c’è un potere a tenere questa parte di mon-

te

separata un poco dal mondo, in mani salde;

che questa caverna è scampata al Diluvio;

che giocherà un suo ruolo nel Giorno del Giu-

dizio.

 

Molto più indietro, un perduto echeggiare

singola goccia:

il muschio di ghiandole

e cancelli insanguinati e viali.

 

Artigli di scatto si aprono.

costellati di pena.

 

*

 

Raggomitolato nel disprezzo di sé. Delizioso.

Testa pesante. Braccio troppo pesante,

Cos’è… soffrire:

roccia tetra nutre.

Spifferi strisciano: in essi è rifugio.

Profondo tormento: è un piacere.

Insudicia l’essere.

giaci immobile.

 

Pura paura

di muovere

le labbra

lasciar uscire

l’offesa che ribolle

debolmente

per quanto possibile

dentro.

 

Un tempo qualcosa strisciò dentro.

Era un sogno?

Una fiamma di gelo scivolava sotto la schiena

e sotto la testa precipitava

nelle ginocchia e nel ventre.

Per quel che parve un anno infinito

un filo sottile di una qualche dolcezza

vagiva molto più in basso

nella valle grigia del sangue.

Cosa c’è là da ricordare?

 

Molto tempo fa, violenza e terrore…

 

Oh bell’inizio…

 

Terra in vista – tutto un nuovo mondo

fluttuante sull’oceano come una nube

con una foresta a coprire e pulire le rive vuota-

te.

Venivamo da… Distillato da luce solare?

o creste di spuma del mare?

Dal Paradiso

Nella costa meridionale dell’Oriente…

Terrorizzati

– eravamo tutti ladri. In cerca d’una terra senza

peccato

che potesse restare impunito, e così battendo alla cieca

il mondo conosciuto – la porzione a Nord,

verso Ovest

(pensando: luoghi che in terra si rispondono a

vicenda

potrebbero fare altrettanto in natura).

Nel tardo pomeriggio avvistammo

promontori belli oltre ogni dire

e vedemmo il cristallo del mare

condensarsi in flussi selvaggi

e schiantarsi contro le rocce.

Al tramonto era tutto distrutto,

unici sopravvissuti una frotta di donne

a riversarsi sulla spiaggia ghiaiosa, e un uomo

che subito – proprio mentre si alzavano

guardandosi attorno al crepuscolo –

circondarono mute.

Paradiso!

Senza serpenti.

Né leoni. Né rospi. Né ratti ingiuriosi

o dragoni o scorpioni. Né bestie malefiche.

Soltanto la lupa…

 

Si ammalarono tutti. Non passò molto tempo.

 

Perpetuo crepuscolo… gran parte della luce

dissolta

su terra e rocce e onde turbate.

Un estremo avamposto nel buio. Talvolta

dall’oltre una musica echeggiava nel vento.

Una terra dei morti.

Al di sopra del punto di approdo

l’erba tremava nel sottile scisto argilloso

in cima al sentiero, in attesa, mai più turbata.

C’era una grande roccia nel mare, dove scen-

demmo

– La Strega: accovacciata sull’acqua,

col muso proteso verso il nulla.

Un ultimo sforzo su erica e rocce,

col cuore e i polmoni dolenti,

ed esili voci nella valle

debolmente a chiamare, e dissolversi una

dopo l’altra nel sangue.

 

Devo ricordare

e riuscire un giorno a spiegare.

 

*

 

Non c’è nulla qui per nutrirsi.

L’ideale sarebbe un sonno incessante.

Capelli. Artigli. Grigio.

Nudi. Disgraziati. Appassire.

 

 

 

 

 

AT THE CROSSROADS

 

A dog’s

body zipped

open and

stiff in

the grass.

 

They used to leave hanged men here.

 

At night when the moon is full

and swims with evil through the trees,

if you walk from the silent stone bridge

to the first crossroads and stand there,

do you feel that sad disturbance under the

branches?

Three times I have been halted there

and had to whisper “O Christ protect”

and not know whether my care was for myself

or some other hungry spirit.

Once by great whiplash without sound.

Once by an unfelt shock at my ribs

as a phantom dagger stuck shuddering in

nothing.

Once by a torch flare crackling

suddenly unseen in my face.

Three times, always at the same corner.

Never altogether the same. But the same.

 

Once when I had worked like a dull ox

in patience to the point of foolishness

I found myself rooted here, my thoughts

scattered by the lash Clarity:

the end of labour is in sacrifice,

the beast of burden in his shuddering prime

– or in leaner times any willing dogsbody.

 

A white face

stared from the

void, tilted over,

her mouth ready.

 

And all mouths everywhere so

in their need, turning on each furious

other. Flux of forms

in a great stomach: living meat torn off,

enduring in one mess of terror

every pang it sent through every thing

it ever, in shudders of pleasure, tore.

 

A white ghost flickered into being

and disappeared near the tree tops.

An owl in silent scrutiny

with blackness in her heart. She

who succeeds from afar…

The choice –

the drop with deadened wing-beats; some

creature

torn and swallowed; her brain, afterward,

staring among the rafters in the dark

until hunger returns.

 

 

 

 

 

ALL’INCROCIO

 

Un cane

il corpo squarciato

in due e

rigido dentro

l’erba.

 

Un tempo là ci lasciavano gli impiccati.

 

Di notte, quando la luna è piena

e nuota col maligno tra gli alberi,

se cammini dal ponte muto di pietra

fino al primo incrocio e ti fermi,

senti quel triste tumulto sotto i rami?

Per tre volte sono stato bloccato in quel punto

e ho dovuto sussurrare: “Cristo, proteggimi tu”

e senza sapere se è per me che temevo

o per qualche altro spirito affamato.

Una volta per una sferzata muta.

Una volta per una scossa lievissima tra le co-

stole

come di un pugnale fantasma che colpisca a

vuoto e sussulti.

Una volta per il crepitìo di un bagliore di torcia

repentino e invisibile sul viso.

Tre volte, sempre nello stesso angolo.

Mai lo stesso del tutto. Eppure lo stesso.

 

Una volta che avevo lavorato come un bue

indolente

paziente ai limiti dell’idiozia

mi ritrovai inchiodato qui, coi pensieri

dispersi dalla sferzata Chiarezza:

la fine della fatica è nel sacrificio,

la bestia da soma nel fiore fremente degli anni

– o in tempi di magra il corpo obbediente d’un

cane.

 

Una faccia bianca

fissava dal

vuoto, incombeva,

con la bocca pronta.

 

E tutto era bocche ovunque così

bramose, a voltarsi l’una verso

l’altra con furia. Flusso di forme

in un grande stomaco: carne viva strappata,

a resistere in un caos di terrore

ogni spasmo generato, in ogni cosa che

fremendo di piacere, straziava.

 

Un bianco spettro si materializzò

e svanì accanto alle cime degli alberi.

Una civetta scrutava in silenzio

con il buio nel cuore. Lei

che può farlo da grande distanza…

La scelta –

la goccia con colpi d’ala smorzati; una qualche

creatura

gonfia e squarciata; il suo cervello, dopo,

guarda tra le travi nel buio

finché la fame non torna.

Posted by: kolibris | October 29, 2009

La poesia racconta, a cura di Alessandro Ramberti

poesiaracconta2

 

poesiaraccontaback

Posted by: kolibris | October 26, 2009

La poesia è un maratoneta, di Matteo Fantuzzi

clicca qui sotto per ingrandire

 

lavoce_26_10_2009

Posted by: kolibris | November 7, 2008

Sharon Olds, translated by Daniela Raimondi

Things that are worse than death

 You are speaking of Chile,

of the woman who was arrested

with her husband and their five-year-old son.

You tell how the guards tortured the woman, the man, the child,

in front of each other,

“as they like to do.”

Things that are worse than death.

I can see myself taking my son’s ash-blond hair in my fingers,

tilting back his head before he knows what is happening,

slitting his throat, slitting my own throat

to save us that.  Things that are worse than death:

this new idea enters my life.

The guard enters my life, the sewage of his body,

“as they like to do.”  The eyes of the five-year-old boy, Dago,

watching them with his mother.  The eyes of his mother

watching them with Dago.  And in my living room as a child,

the word, Dago.  And nothing I experienced was worse than death,

life was beautiful as our blood on the stone floor

to save us that – my son’s eyes on me,

my eyes on my son – the ram-boar on our bodies

making us look at our old enemy and bow in welcome,

gracious and eternal death

who permits departure.

 

 

 

 

Cose peggiori della morte

Parli del Cile,

della donna arrestata

insieme al marito e al figlio di cinque anni.

Racconti di come le guardie hanno torturato la donna, l’uomo, il bambino,

l’uno davanti agli occhi degli altri,

“come gli piace fare.”

Cose peggiori della morte.

Posso immaginarmi mentre prendo fra le dita i capelli biondo-cenere di mio figlio,

mentre gli giro la testa prima che capisca cosa sta succedendo,

sgozzare lui, tagliarmi la gola

per risparmiarci tutto quello.  Cose peggiori della morte:

questa nuova idea entra la mia vita.

La guardia entra la mia vita, la fogna del suo corpo,

“come gli piace fare.” Gli occhi del bambino di cinque anni, Dago,

che li guarda mentre lo fanno con la madre. Gli occhi della madre

che li guarda mentre lo fanno con Dago. E nel mio soggiorno, come un bambino,

il mondo, Dago.  E niente di quello che ho provato è stato peggiore della morte,

il nostro sangue sul pavimento di pietra era bello quanto la vita.

Risparmiarci tutto quello -mio figlio che mi guarda

i miei occhi su di lui – il montone-cinghiale sopra i nostri corpi

noi che guardiamo i nostri vecchi nemici con un inchino di commiato,

morte gentile ed eterna

che ci permette di andar via.

 

 

 

 

 

The end

We decided to have the abortion, became

killers together.  The period that came

changed nothing.  They were dead, that young couple

who had been for life.

As we talked of it in bed, the crash

was not a surprise.  We went to the window,

looked at the crushed cars and the gleaming

curved shears of glass as if we

had done it.  Cops pulled the bodies out

bloody as births from the small, smoking

aperture of the door, laid them

on the hill, covered them with blankets that soaked

through.  Blood

began to pour

down my legs into my slippers.  I stood

where I was until they shot the bound

form into the black hole

of the ambulance and stood the other one

up, a bandage covering its head,

stained where the eyes had been.

The next morning I had to kneel

an hour on the that floor, to clean up my blood,

rubbing with wet cloths at those dark

translucent spots, as one has to soak

a long time to deglaze the pan

when the feast is over.

 

 

 

 

 

La fine

Avevamo optato per un aborto, eravamo

diventati due assassini.  Che poi mi siano venute le mestruazioni

non ha cambiato niente.  Quella coppia di giovani innamorati

che parlavano in favore della vita erano morti.

Stavamo discutendone a letto, e lo schianto giù in strada

non ci colse di sorpresa.  Siamo andati alla finestra,

abbiamo osservato le macchine sfasciate e lo scintillio

dei vetri storti e taglienti, come

se fossimo stati noi a frantumarli.  I poliziotti tiravano fuori i corpi

rossi come placente dalla piccola, fumosa

apertura della porta, li stendevano

sulla collina, li coprivano con coperte subito imbevute di sangue.

Il mestruo

cominciò a colarmi

giù dalle gambe, dentro le pantofole.  Sono rimasta lì

fino a che hanno infilato il corpo legato

nel buco nero

dell’ambulanza e spinto su l’altro corpo,

una benda a coprirgli la testa,

la macchia dove prima c’erano gli occhi.

Il mattino dopo ho dovuto stare un’ora in ginocchio

sul pavimento a pulire il mio sangue,

a sfregare con stracci bagnati quelle macchie scure,

lucenti, come quando uno deve inzuppare a lungo

la padella per poi scrostarla

a festa finita.

 

 

 

 

 

 

The death of Marilyn Monroe

The ambulance men touched her cold

body, lifted it, heavy as iron,

onto the stretcher, tried to close the

mouth, closed the eyes, tied the

arms to the sides, moved a caught

strand of hair, as if it mattered,

saw the shape of her breasts, flattened by

gravity, under the sheet,

carried her, as if it were she,

down the steps.

 

These men were never the same.  They went out

afterwards, as they always did,

for a drink or two, but they could not meet

each other’s eyes.

 

                        Their lives took

a turn – one had nightmares, strange

pain, impotence, depression.  One did not

like his work, his wife looked

different, his kids.  Even death

seemed different to him – a place where she

would be waiting,

 

and one found himself standing at night

in the doorway to a room of sleep, listening to a

woman breathing, just an ordinary

woman

breathing

 

 

 

 

 

La morte di Marilyn Monroe

Gli uomini dell’ambulanza toccarono il corpo

freddo, lo sollevarono sulla barella, pesante come il ferro,

provarono a chiudere

la bocca, chiusero gli occhi, legarono

le braccia ai lati, liberarono

la ciocca di capelli rimasta impigliata, come se fosse importante,

videro la forma dei seni, appiattiti

sotto il lenzuolo dalla forza di gravità,

la portarono giù, come se quella cosa

che scendevano lungo i gradini fosse ancora lei.

 

Questi uomini non furono più gli stessi.  Dopo il lavoro

andarono, come sempre,

a bersi un bicchierino o due, ma non riuscivano a

guardarsi negli occhi.

 

                        Le loro vite presero

una svolta – uno soffrì di incubi, strani

dolori, impotenza, depressione.  Uno cominciò

a odiare il suo lavoro, guardò con occhi diversi

sua moglie, i bambini.  Persino la morte

gli sembrò diversa – un posto dove

l’avrebbe trovata ad aspettare. 

 

e uno si trovò di notte, in piedi

davanti alla porta di una stanza da letto, ad ascoltare

il respiro di una donna, solo una donna comune,

che respirava.

 

 

 

 

 

 

The eye

My bad grandfather wouldn’t feed us.

He turned the lights out when we tried to read.

He sat alone in the invisible room

in front of the hearth, and drank.  He died

when I was seven, and Grandma had never once

taken anyone’s side against him,

the firelight on his red cold face

reflecting extra on his glass eye.

Today I thought about that glass eye,

and how at night in the big double bed

he slept facing his wife, and how the limp

hole, where his eye had been, was open

towards her on the pillow, and how I am

one-fourth him, a brutal man with a

hole for an eye, and one-fourth her,

a woman who protected no one.  I am their

sex, too, their son, their bed, and

under their bed the trap-door to the

cellar, with its barrels of fresh apples, and

somewhere in me too is the path

down to the creek gleaming in the dark, a

way out of there.

 

 

 

 

 

L’occhio

Mio nonno era cattivo, non ci dava da mangiare.

Spegneva le luci quando noi cercavamo di leggere.

Si sedeva da solo nella stanza invisibile

davanti al camino, e beveva.  È morto

quando avevo sette anni, e la nonna non una volta

che avesse preso le nostre difese,

i riflessi del fuoco brillavano sulla sua faccia rossa e fredda,

specialmente nel sul suo occhio di vetro.

Oggi ho ripensato a quell’occhio,

a come di notte, nel grande letto matrimoniale

lui dormisse con la faccia rivolta verso sua moglie, e a come

il buco molle dell’orbita vuota dovesse restare aperto

accanto a lei sul cuscino, e a come io

sia per un quarto sua, un uomo brutale con

un buco al posto dell’occhio, e per un quarto appartenga a lei,

una donna che non ha mai protetto nessuno.  Sono anche

il loro sesso, il loro figlio, il loro letto, e

sotto il letto la botola che portava

in cantina, coi barili colmi di mele fresche, e

dentro di me, c’è anche il sentiero che portava

al ruscello e che brillava nel buio,

un posto per scappare via.

 

 

 

 

 

By Fire

When I pass an abandoned, half-wrecked building,

on a waste-lot, in winter, the smell of the cold

rot decides me – I am not going

to rot.  I will not lie down in the ground

with the cauliflower and the eggshell mushroom,

and grow a fungus out of my stomach

steady as a foetus, my face sluicing off me,

my Calvinist lips blooming little

broccolis, my hair growing,

my nails growing into curls of horn, so there is

always movement in my grave.  If the worm

were God, let it lope, slowly, through my flesh, if its

loping were music.  But I was near, when ferment

moved, in its swerving tunnels, through my father,

nightly, I have had it with that,

I am going to burn, I am going to pour my

body out as fire, as fierce

pain not felt I am leaving.  The hair

will fizzle around my roasting scalp, with a

head of garlic in my pocket I am going out.

And I know what happens in the fire closet,

when the elbow tendons shrink in the heat, and I

want it to happen – I want, dead, to

pull up my hands in fists, I want

to go out as a pugilist.

 

 

 

 

 

Col fuoco

Quando passo davanti a un edificio abbandonato, mezzo decrepito,

o davanti a una discarica, in inverno, l’odore del marciume freddo

mi toglie l’ultimo dubbio: il mio corpo

non marcirà.  Non me ne starò stesa nella terra

col cavolfiore e i porcini,

un fungo che mi cresce dalla pancia

forte come un feto, il viso spazzato via dall’acqua,

piccoli broccoli che sbocciano dalle mie labbra calviniste, e i capelli che crescono,

le mie unghie che si allungano in riccioli di corno,

continui movimenti dentro la mia tomba.  Se il verme

fosse Dio, lo lascerei avanzare, lentamente, nella mia carne,

se solo la sua danza fosse musica.  Ma ero là, quando la fermentazione

si rimestava nel corpo di mio padre, ogni notte,

dentro tunnel tortuosi,

e mi è bastato.

Sarò bruciata, riverserò una volta per tutte

il mio corpo nel fuoco.  Me ne andrò senza sentire

il dolore feroce.  I miei capelli

sibileranno intorno al mio scalpo arrostito, con

una testa d’aglio in tasca me ne andrò.

E so cosa succede dentro l’involucro di fuoco,

quando i tendini dei gomiti si ritirano per il calore, e io

voglio che succeda – voglio, da morta,

alzare i pugni nell’aria, voglio

andarmene come un pugile.

 

 from  The Dead and the Living, Alfred A. Knopf, New York, 2005

 

Sharon Olds was born in 1942 in San Francisco. She attended the Stanford University and the Columbia University.  Some of her poems have been published on important reviews and newspapers: the “New Yorker”, “Poetry”, “The Athlantic Monthly”, “The Paris Review”, and “The Nation”.  Her first poetry book, Satan Say, (1980, translated into Italian as Satana dice, Le Lettere, Firenze 2002) won the San Francisco Poetry Center Award.  She was then awarded the Lamont Poetry Prize, the National Books Critics Circle Award, and the  T. S. Eliot Prize.  She now lives in New York and teaches creative writing at the New York University.

Posted by: kolibris | November 11, 2008

The first Kolibri

The first Kolibri is Sabina Naef’s leichter Schwindel, (Edition Korrespondenzen, Wien, 2005) translated by Chiara De Luca.
It will fry up on January-February 2009.

 

Schneeflocken auf meinen Wimpern

wie damals vor dem Absatzschnelldienst

als ich deine Stimme zum ersten Mal hörte

und sie kannte und nicht wusste woher

 

 

 

 

fiocchi di neve sulle ciglia come allora

davanti al servizio rapido ausiliario

la prima volta che ho sentito la tua voce

e conoscevo e non sapevo dove

 

 

 

 

du verlierst dich an jeder Straßenecke

an den Wind, an eine Wolke, ans Leben

Achtung: frisch gestrichen

dein Herz steht sperrangelweit offen

keine Zeit, deine Knochen zu zählen

 

 

 

 

ti perdi a ogni angolo di strada

nel vento, in una nube, nella vita

attenzione: vernice fresca

il tuo cuore sta tutto spalancato

per contarti le ossa non c’è tempo

 

 

 

 

 
der Tag riecht

wie ein neuer Bleistift

noch nicht angespitzt

 

 

 

 

 
il giorno odora

di matita nuova

non ancora appuntita

 

 

 

 

 
blindlings

Nachtwächter

zum Beispiel

haben Augen fürs Unsichtbare

Dichterinnen

eine Schneeprobe in der Armbeuge

 

 

 

 

 
ciecamente

 

guardie notturne

per esempio

hanno occhi per l’invisibile

poetesse

un campione di neve

nell’incavo del braccio

 

 

 

 

 

Streifzüge in den

Überresten der Nacht

dein lichter Blick

das Ohr unter dem Mützenrand

neckisch zur Seite gebogen

tief aufgesogen den Geruch

von vermoderndem Laub

auf immer und Richtung

unbestimmt

 

 

 

 

 

 

scorrerie dentro

gli avanzi della notte

il tuo sguardo luminoso

l’orecchio sotto l’orlo del berretto

inclinato con malizia di lato

inalato a fondo l’odore

di fogliame marcescente

per sempre e direzione

incerta

 

 

 

 
bis bald

 

auf Metrobillette gekritzelte

Mitteilungen an die Toten

ein Wecker, der in einem Gepäckstück

zu schrillen beginnt

die Angst hält mich

auf dem Laufenden

 

 

 

 

 
a presto

 

scarabocchiati su biglietti del metrò

appunti ai morti

una sveglia, che in una valigia

comincia a suonare

la paura mi tiene

aggiornata

 

 

 

 

 
Postskriptum

 

auf die Straße gestellte Möbel

halb blinde Spiegel

winzige Tassen

die Briefträgerin verliert kein Wort

Kaktusstacheln an den Fingern

 

 

 

 

 
p.s.

 

mobili ammucchiati sulla strada

specchi semiciechi

minuscole tazzine

la postina non perde una parola

spine di cactus sulle dita

 

 

 

 

 
im Kühlschrank liegt noch

ein Zitronenschnitz

immer ist ein Fremdwort

und Abschied passt in keinen Koffer

 

 

 

 

 
nel frigo è rimasto

uno spicchio di limone

sempre è una parola estranea

e addio non entra in nessuna valigia

 

 

 

 

 
manchmal fallen Wörter aus den Fenstern

oder es regnet in den Büchern

dann tagelang nichts -

und immer beim Aufwachen die Frage

wie Schlaf riecht

 

 

 

 

 
dalle finestre a volte cadono parole

oppure dentro ai libri piove

poi nulla per più giorni -

e sempre al risveglio la domanda

di cosa odori il sonno

 

 

 

 

 

Sabina Naef was born in Luzern in 1974. She studied German and French literature in Switzerland.
Two volumes of Sabina Naefs poetry appeared so far: Zeitkippe (1998) and tagelang möchte ich um diese Ecke biegen (2001). Amongst others, she won the first prize at the 14. International Contest for young Literature in Regensburg (1998)

In Autumn 2005, her third book of poetry leichter Schwindel will be published at Edition Korrespondenzen.

Posted by: kolibris | November 12, 2008

Marcos Ana, Tell Me What A Tree Looks Like

Mi pecado es terrible;
quise llenar de estrellas
el corazón del hombre.
Por eso aquí entre rejas,
en diecinueve inviernos
perdí mis primaveras.
Preso desde mi infancia
ya muerte mi condena,
mis ojos van secando
su luz contra las piedras.
Mas no hay sombra de arcángel
vengador en mis venas:
España es sólo el grito
de mi dolor que sueña.

 Marcos Ana

 The publishing house Crocetti has just bought the translations rights of Marcos Ana’s extraordinary autobiography Decidme cómo es un árbol (“Tell Me What A Tree Looks Like”), which is being translated by Chiara De Luca and will be first presented in Parma and Bologna on June 2009, when Marcos Ana will be guest of the Parma International Poetry Festival.

 

Decidme cómo es un árbol will also become a film by Pedro Almodóvar

 

 decidme1

 

Marcos Ana was a young Communist activist, only 19 when he was captured and thrown in jail by the military forces of General Franco. He was imprisoned for 23 years, twice sentenced to death, often beaten and tortured. But his spirit was not broken and, inspired by the poems of Pablo Neruda, he wrote poems of his own, remembering the lines until he could actually write them down, sending them out into the world in the memories of his fellow prisoners when they were released. By the time he got out of prison, he was 41, internationally renowned for his poetry. In September 2007, he published his memoir, Decidme cómo es un árbol (“Tell Me What a Tree Looks Like”), and it has just been announced that Pedro Almodovar will make a film based on Ana’s autobiography.

 

marcos2

 

From “Poesia” (Anno XXI, Maggio 2008. N. 227)

“I versi di questo “poeta che nacque due volte”, come titola un recente articolo del “Corriere della sera” (30/03/2008) coincidono con la voce di un’anima che ha saputo mantenersi pura e generosa pur avendo affrontato le più impensabili atrocità. È una voce chiara, limpida, che fa uso delle poche parole appartenenti al quotidiano, al suo quotidiano, di parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Sanzionato. Morti / in croce.” E di parole appartenenti a una realtà lasciata fuori dalle mura del carcere, eppure mai dimenticata, rigirate nella mente per non perderne il senso anche se tutto il mondo era confinato in un cortile, delimitato da lastroni e cemento, “parole che ardono sulle labbra, / scintille nel petto: / Solidarietà. Amore. / Libertà. Patria. Respiro. / Creazione. Luce. Futuro per tutti. / Figli. Donna. Compagni. / Il mondo. L’umanità. La pace. / Una bandiera, una patria, un popolo. / L’amnistia, il mare e il vento / per il prigioniero.” All’”Università di Burgos” il poeta imparò a restituire al dire il suo senso pieno, così che non aveva bisogno di utilizzare alcun artificio per abbellirlo o conferirgli forza. Ciò che più gli interessava era che comunicassero, con immediatezza, efficacia e verità, ciò che stava accadendo, alla sua vita e a quella dei compagni di prigionia, e che servissero a dissetare “un altro labbro deserto e perseguitato.

Le parole di Ana sono nude, scarne, ridotte alla loro essenzialità, che le rende tanto più pregnanti e incisive. Il dolore, lo strazio fisico e morale, così come l’attesa senza fine e una segreta speranza mai tramontata non vengono in alcun modo “spiegati”. Sono lì, nella concretezza delle immagini, nella “semplicità” dell’incedere del verso, come quando racconta della madre “una santa, / una manciata di carne consumata, / infagottata e sola nel silenzio”, trovata morta in un fossato, dove aveva perso conoscenza dopo essersi aggirata a lungo nei pressi delle porte del carcere, tentando inutilmente di convincere le sentinelle a farle vedere il figlio, condannato a morte per la seconda volta, nel ‘43.”

Chiara De Luca

 

 marcos

 

from “The Independent”

Almodovar films story of poet jailed by Franco
by Elizabeth Nash


”Pedro Almodovar, the Oscar-winning Spanish director famed for his colourful and frenetic sex comedies, is to film the tender autobiography of a communist poet who spent 23 years in prison during the darkest years of the Franco dictatorship. Marcos Ana, now 88, was 19 when General Francisco Franco had him thrown in jail in 1939. As a political inmate who had fought against Franco’s victorious troops during the Spanish Civil War, Ana was tortured, shunted from prison to prison and managed to avoid two death sentences before he emerged, bewildered to the point of nausea, a free man in 1961. He was 41 but retained the desires of innocent youth.”

Ana was interviewed by The New York Times in the fall of 2007, when the Spanish parliament considered its “law of historical memory” intended to honor the victims of the Franco regime and the Spanish Civil War: “Bill in Spanish Parliament Aims to End ‘Amnesia’ About Civil War Victims,” by Victoria Burnett
”Marcos Ana does not remember everything about his 23 years in prison during Franco’s dictatorship. But the 87-year-old poet remembers the electric shocks and brutal whippings…. He remembers reading by moonlight the verses of Pablo Neruda, the left-wing Chilean poet, smuggled on single pages to his solitary cell, and memorizing his own compositions until he could scrounge a scrap of paper on which to write them.”

 Marcos Ana’s Blog: just click on the screenshot below to visit it

 blog_marcos_ana

 

 From “El País”

Hace algo más de cuatro meses, el domingo 30 de septiembre, Pedro Almodóvar se enamoró de una historia. Fue un fogonazo que le asaltó al leer las páginas de este periódico.

Aparecía publicado en el suplemento Domingo un avance de las memorias de Marcos Ana, poeta que se convirtió en voz de los presos de la era franquista. Relataba su salida de prisión tras 23 años entre rejas: la luz cegadora, los mareos al circular en coche, el incómodo reencuentro con la libertad y el vértigo ante su primera experiencia amorosa, a los 41 años. Ese hombre temeroso que nunca había estado con una mujer, sus titubeos, esa prostituta que se enternece con su historia y no quiere cobrarle, ese paseo de madrugada por la Gran Vía y esa noche inolvidable se convirtieron rápidamente en celuloide en la cabeza del cineasta manchego. Al día siguiente, el mismo lunes por la mañana, Almodóvar pedía que le enviaran el libro. A los cuatro días decidía que quería conocer a Ana y hacer la película. La semana pasada cerró el acuerdo para hacerse con los derechos.

Subiendo las escaleras camino de su piso, Marcos Ana se queja de la rodilla, pero sube como un tiro: “No tengo tiempo para estar enfermo, por eso estoy así a los 88 años”, dice. Desde luego, aparenta 65. Una foto del Che Guevara preside su librería. Con un puñado de cuadernos de poemas entre las manos, cuenta que su relación con el director manchego puede ser el inicio de una gran amistad, “como en el final de Casablanca”. Ana -nacido Fernando Macarro Castillo, adoptó los nombres de su padre y su madre para firmar- ingresó en prisión a los 19 años y sobrevivió a abominables torturas y a dos condenas de muerte. En el año 1954, encerrado en una celda de castigo, empezó a escribir poemas apoyándose del revés del plato que le daban para comer. A la luz de un minúsculo candil, hecho con un tintero, alcohol y mecha, compuso versos que pronto trascendieron los muros de prisión y empezaron a ser publicados por comités de solidaridad en el exilio. Los compañeros presos que salían en libertad los memorizaban para poder dictarlos a su salida. Se convirtió así en una voz intramuros de la España perseguida.

Escribir sus memorias era una de sus asignaturas pendientes. Ya en una madrugada de 1963, apenas dos años después de salir de prisión, su amigo Pablo Neruda le abroncó tras una larga noche en que Ana le contó su vida: “¡Somos unos insensatos, las palabras se las lleva el viento, si hubiéramos tenido un magnetofón ya tenías escrito el libro!”, exclamó el poeta chileno. Ana, humilde hasta decir basta, nunca osó negociar la publicación de sus poemas: “La poesía era un arma más para luchar por las libertades, no sé si mis versos son buenos o malos, sólo sé que fueron necesarios”, dice con la lucidez de un hombre que sigue viviendo a contrarreloj, ganándole tiempo al tiempo, intentando recortar el efecto de 23 años entre rejas. Hace tres años, las presiones de sus amigos le llevaron a ponerse a escribir por fin sus memorias, Decidme cómo es un árbol (Editorial Umbriel-Tabla Rasa), el material en el que se basará Almodóvar, que hará dos películas antes de ésta (en mayo empieza a rodar Los abrazos rotos).

Gran amigo de Rafael Alberti, Ana es un comunista convencido: “Lo único que puede compensarme a mí es el triunfo de mis ideales”, dice con voz cadenciosa, profundo. “Solidaridad es hoy la palabra más hermosa y más necesaria. Este mundo es muy injusto y eso tiene que explotar. Muchos jóvenes saben que otro mundo es posible”.

Posted by: kolibris | November 14, 2008

Maria Pia Quintavalla translated by Isabella Canetta

quintavalla_cover_m1

 

 

 

Da    Cantare semplice, 1984

From  Cantare semplice, 1984

 

Nessuna lingua

 

 

Nessuna lingua umana mi darà ragione

sono come sono, senza sottane d’oro

né bianche che solleva il vento

ma appoggio il mento e gli occhi

su un momento.

 

 

 

 

 

 

No human tongue

 

 

No human tongue will say I’m right

I am as I am, without golden skirts

nor white ones that the wind raises

but I lean my chin and eyes

on a moment.

 

 

 

 

 

 

Differenza

 

 

Come sei bella sembri

una montagna, differenza che si eleva

 

sopra di me il tuo ritmo

è sapore rosso sapore blu

tutto ti appartiene, nessuno

io non ti appartengo.

 

 

 

 

 

 

Difference

 

 

How beautiful you are, looking

like a mountain, a difference that rises

 

above me your rhythm

is red flavour blue flavour

all belongs to you, nobody

I don’t belong to you.

 

 

 

 

 

 

Un idealismo- pensiero

 

 

Un idealismo-pensiero che mi delizia

ha la mia donna ideale, sogna

su tutte le pene delle altre donne

 

non sarà la cerniera dei corpi   la parola

ma lingua di rosa

come meteora venuta.

 

 

 

 

 

 

An idealism-thought

 

 

My ideal lady has, an idealism-thought

that pleases me, she dreams

about all other women’s sorrows

 

the bridge between bodies won’t be  the word

but the rose tongue

like a coming meteor.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da  Lettere giovani, 1990

From Lettere Giovani ,  1990

 

 

 

 

 

 

Signore dei tratteggi

 

 

Signore dei tratteggi

delle cuciture e dei viaggi

per un giorno cambia le linee

che il bambino nato è male e vuole

ricompiere passi e giorni

 

storce le chele gira

la risucchiata calma che concede la ruota

e sole e nuvole possono

rompere i suoi lunghi passi,

signore delle cuciture e dei viaggi

 

voce clamante breve, lieve

fola dell’anima lavora.

 

 

 

 

 

 

Lord of the outlines                                                                                                            

 

Lord of the outlines

of the seams and of travels

for one day change the lines

as the born child is misery and wants

to perform steps and days again

 

he twists his nippers and turns

the sucked calmness allowed by the wheel

and sun and clouds may

break his long steps,

lord of the seams and of travels

 

claiming short voice, faint

tale of the soul – work.

 

 

 

 

 

 

Con un’amica

                                                                     a Nadia Campana

 

 

Con un’amica niente più bianco

e nero, né morte

di nuovo dio piccolo

dio diffuso

 

tante piccole teste noi

e plurali sulla terra,

sui muri della schiena

incubi e infanzia da vedere.

 

Cantare le righe

le miglia di un’altra, scomparsa

. non consumabile silenzio

 

Con una nave niente più bianco

e nero,

solo dio piccolo

piccolo e diffuso.

 

 

 

 

 

 

With a friend

                                                                                                          to Nadia Campana

 

 

With a friend no more white

and black, nor death

a small god again

widespread god

 

we – so many small heads

and plurals on the earth,

on the walls of our backs

nightmares and childhood to see.

 

Singing the lines

the miles of another one, vanished

.silence not consumable

 

With a ship no more white

and black,

a small god only

small and widespread.

 

 

 

 

 

 

Nessuna unica lingua la partenza

 

 

Nessuna unica lingua la partenza

la sua disciplina

ci mise in fila, subito

 

la partenza a tradimento

la discesa meravigliosa.

 

Fioritura d’inverno

miracolo di verdi taccuini.

 

 

Not a single tongue the departure                                                                                

 

Not a single tongue the departure

its discipline

lined us up together, at once

 

the unexpected departure

the marvellous descent.

 

Winter blooming

miracle of green note-books.

 

 

 

 

 

 

…………………….

Nel paesaggio finito

circolari ombre di acqua, viola e blu

e i verdi sono là, in fila

sotto le foglie

spruzzi di colore se il giorno

soffoca la notte risana

 

chili di petali coprono

davanti al pallido sole

digerire tutti i miei rami

e sarò albero nuovo.

 

e il vento carezza

le mie gambe bianche.

 

 

 

 

 

 

In the finished landscape

circular water shadows, purple and blue

and the greens are there, in a row

under the leaves

sprinkles of colours if the day

chokes the night heals

 

kilos of petals cover

before the pale sun

digest all my branches

I’ll be a new tree

 

and the wind caresses

my white legs.

 

 

 

 

 

 

Napoletana ballata

 

 

Preparati, corpo mio oggi ti porto

in viaggio

noi abbiamo il nostro est, è Milano

ma l’ovest è certamente Napoli.

 

L’aria nobile del mattino

palazzi come chiese sopra giardini.

Da viaggiatrice un giorno

tolsi un cipresso dal tuo cielo

 

quel cielo oggi rimane, si scende

alla prossima funicolare.

Giocavano pensieri dietro ai vetri

so come feci – tolsi

 

il cielo chiaro del mattino

dal suo mattino, presi il cipresso

dal suo cielo,  c o s ì  che lo conobbi

i muri cantavano le lodi.

 

 

Io lo conobbi

la Bellezza ci sciolse la testa -

nostri padroni furono le parole

si fecero unghie

da inverni e spostamenti.

 

Suonava una campanella all’orizzonte

dal basso tunnel promesse

calavano piccole ombre oro colore

dai balconi   i vivi altrove

 

lo so come feci, il cielo chiaro

del mattino tolsi dal suo mattino

e il suo cipresso.

 

 

 

 

 

 

Neapolitan Ballad

 

Get ready, my body: today

we’ll set out

we have our east, it’s Milan

but Naples is certainly our west.

 

The noble morning air

mansions like churches over gardens.

One day as a traveller

I took a cypress out of your sky

 

that sky remains today, we’ll get off

at the next funicular stop.

Thoughts played behind the panes

I know what I did – I took                                                                                                                                            

 

the bright morning sky

out of its morning, I took the cypress

out of its sky, s o  t h a t  I could know him

the walls   sang the praises.

 

 

 

 

 

 

I knew him

the Beauty melted our heads

the words were our masters

nails were made

out of winters and shifts.

 

A bell rang on the horizon

promises from the low tunnel

small shadows – gold colour – fell

from the balconies    the living elsewhere.

 

I know what I did, I took

the bright sky out of its morning

and its cypress.

 

 

 

 

 

 

Lavoro

 

 

Userò, come tetra famiglia

userò come giogo

che lega questi anni di attesa

alla sua sorte,

 

non l’idolo non la scura

meraviglia – la sua statua sonora

non la veglia finita

 

del sospirato serpente

la sua lingua godiva.

 

 

 

 

 

 

Work

 

I’ll employ, as gloomy family

I’ll employ, as a yoke

to link these waiting years

to its fate,

 

not the idol not the dark

amazement – its resonant statue

not the finished watch

 

of the longed-for snake

but its godiva tongue.

 

 

 

 

 

 

Dichiarazione di poetica

 

 

Non di corpo bramava la sua lingua

godiva, amorosa svernare il lutto e gli ori

senza inverare le parole belle e

sole, nuovi moti celesti

i morti – sua remota sorellanza

 

silente sorellanza spinosa, seminare

apneica lingua, duri spazi-sogni

come lupa allappare

senza più sognare – agguerrita presenza

le smaniate cose.

 

 

 

 

 

 

A declaration of poetics

 

She didn’t crave for her tongue bodily

godiva, lovingly wintering the black and the gold

not making the beautiful words true and lonely                                                                    

the sun, new heavenly motions

the dead – its remote sisterhood

 

silent thorny sisterhood, sowing

apnoea tongue, solid space-dreams

as a she-wolf nursing

without dreaming – strong presence

the longed-for things.

 

 

 

 

 

 

Io mi ritenni

 

 

Io mi ritenni una selvaggia

da chiunque distruggibile

lussuosamente persi il tempo grazioso

 

giovanile, ma risoluta promessa

si ripete una fiera sorgente.

 

 

I deemed myself

 

A savage I deemed myself

by anyone destructible

luxuriously I wasted my graceful time

 

juvenile, but resolute promise

repeats, a wild source.

 

 

 

 

 

 

Movimento dell’immobilità

 

 

Cupo, senza scandagliare

cupo moto a restare

 

scoperti,

attraversare la boscaglia.

 

Apoteosi: accecata accecante

tu, piccolo angelo solo ne resti e muto.

 

 

 

 

 

 

Motion of the immobility                                                                                                    

 

Dark, without fathoming

dark motion to be still

 

discovered,

crossing the thicket.

 

Apotheosis: blinded blinding

you, little angel remain lonely – and mute.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da   Le Moradas , 1996

From Le Moradas, 1996

 

 

 

 

 

 

 

Esiste la deliziosa

 

Esiste la deliziosa,

prossimità, non il perfetto amore.

 

E intanto

lunghi tragitti tratti

erosi da pianto, polvere

di sentieri assembrati angoli della mente che

stavano per sfollare e – sostano,

campi desertici

    trasferimento, letto come strada

silenzio non ancora pace.

 

 

 

 

 

 

There is the delightful                                                                                                            

 

 

There is the delightful,

proximity, not the perfect love.

 

Meanwhile

long journeys, travelled

eroded by tears, dust

from assembled paths angles of the mind that

are on the point to clear off and – they stop,

waste fields                                                                                                                                                      

    removal, a bed as a road

silence not peace yet.

 

 

 

 

 

 

Maternale

 

 

spesso ti dissolvevi andavi

via ed io imperfetta ne ordino l’ordito muto

diniego di muta esistenza la sua incandescenza

è motivo della mia gloria sempre

 

io loderò la forma che mi ha preceduta

di quella che viene ancora

non conosco lega leggera

di pensiero piumaggio breve.

 

 

 

 

 

 

Maternal

 

 

often you dissolved, you went

away and I imperfectly arrange the arrayed mute

denial of mute existence its incandescence

it’s the reason of my glory – always

 

I’ll praise the form that has preceded me

of the form that will come

I don’t know light alloy

of thought short plumage.

 

 

 

 

 

 

 

 

Liebe

 

 

Naufragio il primo giorno – non avvicinarti

e tutto il tempo intorno, pesci

 

tu prega moderna

la morte di un uomo, lo stento del tuo uomo

 

è l’ora splendida peccata mundi.

 

 

Conca e albero, volontà e

firmamento nelle sue volute navigano

le mie navicelle

 

non so se accese

nella discesa libera infinita

sottomarini a noi stessi.

 

 

 

 

 

 

Liebe

 

Shipwreck on the first day – don’t come closer

and all the time around, fishes

 

you modern pray

the death of a man, the pains of your man

 

it’s the splendid hour of peccata mundi.

 

 

 

 

 

 

Dell and tree, will and

firmament in its spirals sail

my shuttles

 

I don’t know if they are lighted

in the infinite free descent

submarine to ourselves.

 

 

 

 

 

 

E la storia ripete

 

 

E la storia ripete

solitaria importanza, date e

date, stupita picchietta a morte

 

nel fortino sicuro della mente

lenti le svaniscono i domani

lodi ben tornite le sue mani.

 

C’è gloria nella storia nella

avvenuta avventura umana

con poche cose,

 

ora imparo           

dal buio

il ri abbraccio.

 

 

 

 

 

 

And history repeats itself                                                                                          

 

And history repeats itself

solitary importance, dates and

dates, amazed it patters to death                                                                                                                                  

 

in the safe fortress of mind

the tomorrows vanish slowly

shapely praises its hands. 

 

There is glory in history in the

happened human adventure

with few things

 

now I learn,

from darkness

the hug again.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da   Estranea (canzone),  2000

From Estranea (canzone),2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Canto X

 

 

Ma una di lei visione fotograffita e

ribaciata di balsamo e stazione

(così fiorì) nel mentre mondo

 

Acconsentendo, una canzone il figlio

di lì nacque si fece e fu

(ristette);

 

beneavuto dove luci,

rumori ombre attenuate accudiscono

assembrano assomigliano

fiorito là vivente e (soletto)

in forte casa lui lo stige in

un piccolo pensiero quello che le radici,

le più assise e belle.

 

E sola, (la vita sola) ricca di nuovo

solforata e stabile

 

(stagione) di campi e piane, di

mercati e bestie, modi che

a dirsi nuovi, padanamente

assisi intorno a centro piazza

acuta di memoria e annuvolata.

 

 

 

 

 

 

Canto X

 

 

But a vision of her photo-graffito,

kissed by balms and a station

(so flowered) in the during world

 

Consenting a song the son

was born thence he grew up and was

(stayed still);

 

well-had where lights,

noises softened shadows look after

assemble resemble

blooming over there living and (alone)

in a strong house he the Styx in

a small thought that the roots,

the most seated and beautiful.

 

And alone, (exclusively the life) again rich

sulphured and stable

 

(season) of fields and plans, of

markets and animals, ways of

saying ourselves new in the Po Valley                                                                                               

seated around in the middle of the square

sagacious in memories and clouded.

 

 

 

 

 

 

In fondo alfine giunto fosse

un mite mare (dal centro)

e dall’incedere

(mare) la forma al centro, sola

zolla che al forte e più terreno dire,

 

intanto intente giovani

in puntello,

sedute in braccio e forti

strette e avvinghiate, (ripetere)

la storia che lei gustando dentro

al cuore, muta intesa

 

stringere, rifare (le canzoni).

 

 

Eventually at last a mild sea

had come (from the middle)

and from the gait

(sea) the form in the middle, alone

turf that to the strong and ground saying,

 

meanwhile some busy girls

propping,

sitting in the arms and strong

tightly clutched, (repeat)

the story she was tasting inside

her heart, mute agreement

 

to embrace, to remake (the songs).                                                                                                                                                

 

 

 

 

 

 

Semplice suono

 

 

Semplice suono, semplicemente -

voci che rincorrono (un futuropassato)

nelle strade genealogie raccolte,

chiuse in sé strette

 

perché polle pozzi

giorni sepolti tra la vita, altrui

canzone, e l’oggi mobile

miraggio appeso esile, saputo

                                   e presto

nella piena e verde

e piazza (annuvolato).

 

 

 

 

 

 

Simple sound – simply

 

Simple sound – simply

voices running after (a futurepast)

in the streets collected genealogies,

shut up in themselves

 

since pools and wells

days buried amid the life, other’s

song, and today’s mobile

mirage faintly hung, known

                                    and soon

 

in the fullness and green

and square (cloudy).

 

 

 

 

 

 

Allora grida e sortilegi

 

 

Allora grida e sortilegi, spinte della

vita con le spalle chine e le finestre

chiuse laggiù nell’ombra del

fiorito fiume, che a tratti buono

tutto blu e profondo le facevano

un vuoto (monito)

allora lei sentiva che poteva

e domenica rifarsi intatta

congiungere i due lembi

del passato, e due nel terzo

occhio dimoravano (felici).

 

 

 

 

 

 

Then shouts and spells.

 

Then shouts and spells, pushes from

life with bent shoulders and the windows

shut down there in the shadow of

the river in bloom, that was good at times

all blue and deep – an empty

(warning) was made to her

then she felt she could

and make herself intact, sunday,

connect the two edges

of the past, and in the third

eye two were dwelling (happy).

 

 

 

 

 

 

 

 

Da   Corpus solum,  2002

From Corpus solum,  2002

 

 

 

 

 

 

Ritratto in piedi

 

 

Parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante

albero che parla (e che mi ama), cime alla luce

occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti

sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi

rimprovera, anche, mi contraddice).

 

Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,

di passaggio di nascosto che fa luce: e

me li porto con me, per digiunare gli occhi,

per le scale per le strade, poi divento normale

sottile netta e bianca.

 

 

 

 

 

 

Standing portrait                                                                                                         

 

Talked to my father disguised as breathing, whispering

tree that talks (and loves me), tops in the light

shining eyes at times he is here, in front

he is saying precise things. He breathes. He comments (he

scolds me, too, contradicts me).

 

In the afternoon I well see that the sun makes light,

incidentally secretly it makes light: and

I bring them with me, to fast my eyes

up and down the stairs across the streets,

afterwards I become normal

thin clear and white.

 

 

 

 

 

 

Parmigiana

 

 

Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,

tutta vi aderivi, alle promesse

dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita

del paradiso dalle palme lente e dolci

dell’amore improvviso nelle dita,

degli amanti napoletani della forza che

ti travolgeva ma di messi astrali, bianche

di una stella carnale

 

antiche passeggiate e dolci mani,

della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi

stupita appartenente a corse, statue di gaggie

erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.

Forti le braccia i baci le lusinghe,

per amore della vita che perdevi

e lenta nell’amore ti perdeva.

 

 

 

 

 

 

Parmesan

 

All your loves were unhappy as you believed them,

with all yourself you adhered to the promises

of the being – at its centre, you fell in love with life

with the paradise and its supple and sweet palms

with love, sudden among the fingers,

with the neapolitan lovers with the strength

overwhelming you just by astral harvest, white

for a carnal star

 

ancient strolls and sweet hands

there you felt the unbroken life strength crashing

amazed, belonging to streams, false acacia statues

they were heartbreaks, desire and sea copulation.

Strong the arms the kisses the illusions,

for love of the life you were losing

and slow it made you lose in love.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da    Album feriale,  2005

From  Album feriale,  2005

 

 

 

 

 

 

 

Da    Che cosa hai fatto per il padre, figlia?

From What have you done for your father, daughter?

 

 

 

 

 

 

 

 

I)

 

“Ho sopportato le parole antiche

i bassi fondi dell’anima, ecco che cosa

ho sopportato lui, i detriti

un calcestruzzo mal digerito

le ingiuriate abrasioni dei no! quelle che

al collo gli uncinavano la voce, schiaffi

le blasfeme stigmate del male             

 (mentre crollavi e ai miei ginocchi

                                     ti sostentavi)

cadevi e cadevi, più non ti fermavi

eri mille e mille atomi e scintille

di passioni ferite divenute calce viva

ma ancor prima questo e quello

neanche ti bastava,

impetravi impedivi le passioni dell’essere

all’aperto: di noi altre, le belle.”

 

 

 

 

 

 

I)

 

“I’ve endured the ancient words

the shallows of the soul – that’s what

I’ve endured him, the rubbles

a bad-digested concrete  the

abused abrasions of many no! those

hooking his voice at the neck, slaps

the blasphemous stigmata of evil

(while you collapsed grasping

                        my knees for support)

 

you kept falling, you couldn’t stop

you were thousands of atoms and sparks

of hurt passions turned into quicklime

yet time before all that

wasn’t enough for you,

you hardened hindered the passions of being

at the open air: ours, the beautiful girls”.

 

 

 

 

 

 

II)

 

 

  Sta’ tranquilla ora, figlia, le rispose.                                                                          

Tu sei di specie piccola

mansueta, che ricalca i solchi di sabbia

nel terreno e con le mani bisbiglia

parole strane come le bestemmie

e piange sangue dagli occhi,

come i santi e gli ebeti in sordina;

sii tranquilla, niente di tutta questa

morte ti avvicina.

 

Non è voce la tua che canti il male,

nella danza cannibale di fondo

quella pentola brucia da più secoli,

senza che al brodo corrisponda

la carne abbrustolita sembra

fuoco d’inferno, ma è impostura

specchio segreto di paura di tutti – e

di nessuno. Ha nome invidia, panico folle

abbandono di senno, non pietà e

paura, ancora e sempre stolida

paura che divide e fomenta, che tortura.

 

 

 

 

 

 

II)

 

 Be quiet now, daughter, he answered

You belong to a small gentle

species, treading the furrows of sand

on the ground, whispering with the hands

strange words, like swearing,

and shedding blood from the eyes,

softly like the saints and the idiots;

be certainly quiet, nothing of all this

death is approaching you.

 

 

You’re not of that breed, to sing evil,

in the cannibal dance of the bottom,

that pot’s been burning for several centuries,

yet it does not correspond to the broth

the roasted meat seems like

hell fire, but it is imposture,

secret mirror of everybody and nobody’s

dread. It has a name: envy, crazy panic

desertion of sense, not piety nor

fear yet, and always dull

fear dividing and fomenting, torturing.

 

 

 

 

 

 

La piantina  

 

 

 

 I)                                               

 

Sono in pericolo, da anni invece della cerca della luce,

clorofilla e verdi sali vedo una pianticella da  c u r a r e

il cui veleno proviene dal suo centro, dalla terra

un buco invalicabile e profondo – che

non dà spazio ad altro. Lo stesso buco alimenta

come acqua un pozzo – e spinge

 

radici povere che reggono la pianta,

io mi chino e ne bevo, la curo genufletto e

inculco suoi rituali – soli che si addicono alla pianta.

Essa prende me, lei non va via. Un male oscuro che

ghermisce inesplicabile ed io chinata, guardo e amo,

le dico: con oggi prenderemo un’altra medicina.

 

Lei è sepolta, ma con me alla luce rivivrà sicura!

E lei beve, beve  non è stanca mai.

 

 

Mi riaddormento a sera con minor fiducia.

Che sia lei o io, la più ammalata non mi curo:

so che il mio posto è di guardiana del malato e

lei l’ho già incontrata (e scruto) quante foglie fiori

saprebbe germogliare. Ignara,

ignoro non vi sia più vita e mi procura un crampo

stanco e duro, dolore al polso e poi silenzio, ma

le voci che invento, le canzoni o i bassi

assicurano parole e un bel giardino.

 

 

 

 

 

 

The little tree

 

 

I)

 

I’m in danger,  for years instead of searching for light,

chlorophyll and green salts, I see a little tree t o  c u r e

whose poison comes from  own centre, an earth’s

hole insurmountable and deep -

giving no space to anything else. The same hole nurtures

a well like water -  and pushes

 

poor roots supporting the tree,

I stoop and drink of it, I nurse it, I kneel

and inculcate its rituals – the only ones suitable for the tree.

It takes me, it doesn’t go. A dark illness

inexplicably clutching and I stoop, I watch and love,

I tell it: today we’ll take another medicine.

 

It is buried, yet at the light it’ll live again with me safe !

And it drinks, drinks, it is never tired.

 

At night I fall asleep but less confident.

Whether it’s sicker or I’m sicker, I don’t care:

I know that my place is to watch the patient and

I’ve already met it (and I peer) how many leaves flowers

it could sprout. Unaware,

I’m unaware if there’s no more life and seized with a cramp

tired and tough, pain at my wrist and then silence, yet

the voices I invent, the songs or the basses

promise words and a lovely garden.

 

 

 

 

 

 

II)                                           

 

La pianta guarda sogna, a volte sembra assorta:

finestre che riflettono un suo cielo senza stelle mani

la carezzano vorrebbero donarle un nome un volto, e

voce – amica. (Ma la pianta avvizzisce e piano si

protende verso il basso, il fusto grigio e secco

come un vento che non ha respiro). A volte migra,

noi riposiamo là vicino a lei che più non vedo.

Il cielo annotta tuona ma non può far nulla,

solo mani amorevoli le mie intendono prestarle volto – e suoni

si azzittiscono, il mio viso già assopito

 s o g n a  di accendere una per una la fiamma

con cui bruciate dita riscaldano -

ed illuminano.

 

 

 

 

 

 

II)

 

The tree watches and dreams, at times it seems intent:

windows mirroring a sky of its without stars hands

caressing it wish they could give it a name a face, and

voice – friend. (But the tree withers and slowly it

stretches itself toward the bottom – its grey and dry stem

like a breathless wind). At times it migrates,

we repose there near it, though I don’t see it.

The sky grows dark and noisy but it can do nothing.

Just loving hands, my hands intend to lend it a face, and sounds

become silent my face already drowsy 

d r e a m s  of lighting one by one that flame

burning the fingers they heat -

and lighten.

 

 

 

 

 

 

III)

 

La pianta tace sopra tutto il suo segreto

che è l’assenza di centro e sterno

vuoto al mondo da mostrare. Divide e intrica

con la sua secchezza il cielo ma

scruta dentro l’anima, vorace. E tace.

 

Tace di suoi algoritmi e voci che nel fondo

pre natali alla vita al tempo, al vivere

del mondo avevano attizzato fuochi lì

nel cuore, e morso l’aria

      giacimenti interi e intanto voci -

anche di bambini che dall’erba

suggeriscono preghiere, e le dicono lascia,

lascia tuo padre – madre, tuo fratello in terra

di sepoltura antica, tu foriera

di indiane corse di colori che

dal cielo fumano -  il suo Sole.

 

 

 

 

 

 

III)

 

The tree says nothing about its whole secret,

that is the absence of a centre, and breast-bone

empty for the world to show. It divides and charms

with its dryness the sky but

peers into the soul, voraciously. And it says nothing.

 

It says nothing about its algorithms and voices in the bottom,

pre-natal to the life to the time, to the living

of the world they had stirred up fires there

in the heart, and bitten the air

          whole deposits, meanwhile voices -

children’s voices too from the grass

they suggest prayers, and say to her leave,

leave your father-mother, and your brother in a land

of ancient sepulchre, you harbinger

of Indian running, of colours that

smoke from sky – her Sun.

 

 

 

 

 

 

E’ là nel corso amico della storia

che vorrei tornare,

precipitare in corsa prender quota – camminare.

C’è un paese amico che mi segue e chiama,

ha nome amicizia affetto figlia

e poi, animali.

 

La piantina che sente si stupisce

di queste orecchie gravide del mondo,

non capisce. Coglie che

qualcuno è in movimento già nei piedi – prato

di un cammino. Lo trattiene,

non vorrebbe tutto quel chiasso

 - e il fiato non udire; preferisce

tenere a sé le mani strette nelle

sue più forti di

             quel mistico morire.

 

 

 

 

 

 

It’s there in the friendly course of history

that I wish to return,

to speed up on the run, gain height – walk.

A friendly country calls me and follows,

its name is friendship love daughter

then, animals.

 

The little tree hearing is amazed

at these pregnant ears of the world,

it doesn’t understand. Perceives that

someone is already moving with his feet-meadow

for a walk. It keeps them,

it rejects all that noise

- and not to hear the breath; it prefers

to stay hand in hand tightly,

stronger than

            that mystic dying.

 

 

 

 

 

 

IV)

 

Intanto mille insetti avanti gli occhi

le offuscano la vista la tormentano

le dicono in segreto: Corri non correre,

                                          non scappare.

Oppure, puoi restare.

La vita del guardiano è come questa.

Di un santo un angelo che guida le sorti

e annuncia al mondo, ai suoi bambini.

E tu, la guida! il suo Virgilio – noi l’inferno

giusto del vivere, resta – rimani

nella già sera ad aspettare che

non più vita ghermisca noi, né tu

cadendo addormentata più

                                     dolore alcuno senta.

 

 

 

 

 

 

IV)

 

Meanwhile thousands of bugs before eyes

dim her sight teasing her

they secretly tell her: Run, don’t run away,

                                                   don’t leave.

Or, you may stay.

The life of the guardian is like this.

Of a saint an angel guiding the fate

announcing to the world, to his children.

And you, the guide! her Virgil – we the hell

just of living, stay – remain

in the fallen evening waiting for

the life to seize neither us, nor you

falling asleep no more

                                     pain to be felt.

 

 

 

 

 

 

Potendo, urla piangi non

in tuo aiuto tornerò a sentirti, dunque

arresta i pensieri: preghiere rumorose

al cielo arrovesciate – le mani aperte

che gridano, venite!

Venite a prenderci su un fosso

dove solo un bene

che fa vivere felici riesca a quietare

addormentarci – nel nome della figlia.

 

Non puoi fuggire più lontano tu, ché

un figlio veglia su di te e promulga

un canto. Che, morte dopo morte,

                                   ricrea catene

fino al nulla dell’essere mai nati

e nel pensiero va lontano.

 

 

      Intanto cresce l’erba piano

intorno a noi: più non vediamo

margherite e ranuncoli che restano

intrecciati, destini omofoni al morire

dove nel  v u o t o  nuovi legami

si  t r a s m u t a n o

in viticci stecchi -  e allentano, non legano

 

      più bene  quel   s e n t i r e.

 

 

 

 

 

 

 

If you can, shout and weep but

not to your help I’ll come to hear you, hence

stop your thoughts noisy prayers

overturned to the sky – the hands opened

shouting, come!

Come to take us on a ditch

where just a good

that makes life happy might soothe us,

fall asleep – in the name of the daughter.

 

You can’t run away from here, because

“the” son watches over you, and spread

the song. That, death after death,

                          recreates a chain

till the blank of the never being born,

and in the thought she goes far.

 

      Meanwhile slowly the grass grows

around us who no longer see

daisies, nor buttercups remaining interwoven,

destinies homophone to dying

where in the  v a c u u m  new ties

c o n v e r t,

into tendrils twigs – they slacken don’t tie up

 

         properly   that   f e e l i n g.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione inedita,   da  China

Unpublished section, from  China  

 

 

 

 

 

 

 

 

I tuoi foulards

 

   I tuoi foulards che da lontano apparivano turbanti,

con gli occhiali fumé spessi di miopia senza rimedio, tu maestra di sottrazione di sé a se stessa.

Così ti vedevamo, icona negli antri dei portoni, apparire nei borghi degli inverni da intenso bianco.

Quei foulards ti vestivano come una madonnina, castigando la purezza della fronte e il naso,

ti infagottavano, mamma che più buona facevano, ti proteggevano in realtà la testa dai dolori cervicali e da altri fulmini che non  celesti, potevano colpirti.

   Cara madre dai foulards in pervinca azzurro,

o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo incoronavano il tuo viso come un manto,  regale come una Bernadette antica, e ti destinavano – al sacrificio o alla visione.

Foulards custoditi in collezione dai molteplici colori, a tinta unita come li definivi, o in fantasia; in bianco e blu chanel, alla moda degli anni sessanta, o a disegno geometrico, un poco futurista, e giovanile.

Foulards che regalavi spesso alle tue figlie in visita, come tagli preziosi, quasi monili di tessuto.

Nel più privato regalandoli aggiungevi, assorta mentre li deponevi sul nostro capo o al collo,  Tienilo, ma per questa volta, oppure separandotene, Beh, te lo regalo.  

 

 

 

 

 

Your foulards

 

   Your foulards that from far looked like turbans,

 wearing smoke-grey glasses thick for irremediable myopia, you master of self-abstraction from yourself.

We saw you in that way, icon in the hollows of main-doors, in the villages of winters appearing from intense whiteness.

Those foulards dressed you like a little Madonna, chastening the purity of your brow and of your nose, they wrapped you up, making you a kinder mum, in truth they protected your head from cervical pains and from other lightning that, not celestial, could strike you.

      Dear mother with periwinkle blue foulards,

or pale fuchsia ones, that in a wide knot crowned your face like a mantle, royal as an ancient Bernardette and destined you to the sacrifice, or to the vision.

The foulards collected in various colours, in even tint as you defined, or in patterns; white and chanel blue, according to the 60’s fashion, or with a geometrical design, a bit futurist, and juvenile.

Foulards that you often gave to your daughters in visit, as they were precious dress-lengths, almost cloth jewels. Giving them in the utmost privacy, while you placed them on our heads or necks, you added absorbed, Keep it, just for this time, or if you were going to depart from them, Well, it’s a present for you.

 

 

 

 

 

  La sostanza!

 

 Tu, che di “sostanza” amavi fare scorta, tu che la ciccia dolce e imperturbabile portavi addosso come collana d’oro, tu che non osasti mai smentire tale il grande corpo della madre, trovasti nella impenetrabile magrezza ultima una catarsi  antica, mistica di te sognata, una tappa ritmica del corpo e cuore di ragazza, che diceva no -  al suo cibo.

Una sua splendida trovata vita, poiché dal lato di magrezza del pensiero, spirito dove non ti eri mai piegata; dal lato sconsolato di tuo corpo attento, febbrile sua muscolatura, scatto dei “no” ripetuti in fondo al tempo dove non ti eri più plasmata.

Così, agli ultimi, tu lo facesti integra, tuo.

Né pancia o adipe più rivedemmo, ma corpo asciutto di ragazza.

 

 

 

 

The substance

 

   You, that enjoyed having a good score of substance, you that wore your sweet and imperturbable fat as it was a golden necklace, you that never dared disavow the mother’s big body, in the impenetrable utmost thinness you found an ancient mystical catharsis dreamed about yourself, a rhythmical stage of the body and heart from the girl who said no – to her food.

A splendid road found by herself, because on the side of the thought’s thinness, spirit where you had never bent, on the disconsolate side of her attentive body, her feverish muscles, outburst of the “no” repeated at the bottom of time where you had never shaped yourself.

So ultimately you, intact, appropriated it.

We no longer saw either belly or fat, but a dry body like a girl’s.

Posted by: kolibris | November 16, 2008

Casa della Poesia

 

logocdp-1

 

 

Cari amici,
come ormai molti di voi già sanno, Casa della poesia vive un momento di grande difficoltà, pur continuando a svolgere le proprie attività e i propri progetti. 

A voi, amici di Casa della poesia, appassionati frequentatori, o simpatizzanti da lontano, amici dei nostri amici poeti, il nostro appello: aiutateci a r/esistere con un gesto semplice e piccolo, acquistando per voi, per un regalo natalizio, per i vostri amici del cuore, uno o più libri della Multimedia Edizioni.

È questa la maniera di darci autonomia e l’aiuto di cui ora abbiamo bisogno.

Richiedeteli direttamente a noi o andando nell’E-STORE del nostro sito:

http://www.casadellapoesia.org/estore-elenco.php?cat=Libri

Siamo certi di avere il vostro aiuto e di ricambiare continuando a portarvi tanti progetti e la grande poesia nazionale ed internazionale.

Attendiamo con fiducia vostre notizie e per chi “vive in zona”, vi aspettiamo per un caffè, un tè, un bicchiere di vino, una grappa, nella nostra nuova “casa”.

Saluti

Raffaella Marzano & Sergio Iagulli

tel. 089/951621 – 347/6275911

 

 

Posted by: kolibris | November 16, 2008

Jack Hirschman a Castel Goffredo

jack-a-castel-goffredo-3

Posted by: kolibris | November 18, 2008

Miklós Hubay a Firenze

FONDAZIONE IL FIORE

in collaborazione con

COMUNE DI FIRENZE – QUARTIERE 2

SEMICERCHIO. RIVISTA DI POESIA COMPARATA

Presenta

Omaggio al drammaturgo

Miklós Hubay

Venerdì 21 novembre 2008 – ore 17,30

Villa Arrivabene – Firenze, Piazza Alberti 1/A

Incontro con Miklós Hubay

Introdotto da Luigi Tassoni

nell’ambito del XX Corso di Scrittura creativa di

Semicerchio. Rivista di poesia comparata

Comune di Firenze, Quartiere 2

Accesso ad inviti (scrivere a semicerchiorpc@libero.it )

Posted by: kolibris | November 29, 2008

Gloria Yobana Forero O’meara

 

idealistically possibile

 

Today you live in me,

as I can deny it,

that your immense joy

filled my whole inside,

that it dissipates every fear

that it all pain takes away,

of the past that I kill myself;

your colorful smile is

just too here impregnated,

and the light and the marvelous heat of

your love pacific and sweet,

so tenderly amazing,

has done me

to understand,

that the dreams will come true for us,

When I think of

your extraterrestrial existence,

certainly think so today,

idealistically possible.

 

 

To you

My light, my moon and my world

you have been ,

My every day, my tomorrow and my today

until the end of my days

up to the infinite beginning

of a new dawn,

of this solitary dawn,

Because you’re not here

because you left with the sunlight

running away with the shades

to a distant and invisible world,

You got lost without saying good-bye,

you departed with no explanation,

quickly in a cloud,

you turned into rain,

in rain,and to fuse you

you have transformed in rain,

in rain, and to fall to the earth

to dry off in it

and to disappear….

 

 

sin salida

 

Esa noche destruida

por los hechos,

Corrí…

lo mas lejos posible,

trate de que el viento

húmedo y frío

borrara de mi el dolor

que carcomía mis entrañas,

pero imposible,

mi sufrimiento no desaparecía,

Corrí…

casi hasta llegue a volar…

a flotar…

a tocar…

ese oscuro y duro cielo

que se había convertido

en mi compañero incansable,

cuando me halle en la mitad del parque,

supe que todo había terminado,

que me sumiría en la mas cruda soledad,

que poco a poco además

de invadir mi alma,

tomaba todo mi cuerpo,

me desplome sobre el pasto mojado

si saber nada mas de mi,

sentí un calido suspiro que me arrullaba,

así que abrí los ojos

y volví de nuevo en si

al momento que estaba

taladrando mi alma,

salí de allí sin rumbo fijo,

cabizbaja y cansada por la huida,

al mirar de frente fijamente

termine chocándome irremediablemente

con ese rostro que jamás olvidaría,

allí estaba ella junto a mi

con sus profundos ojos claros,

que me hicieron comprender

que aunque el tiempo pase

nunca cesaría el dolor

que me causo el suceso de esa noche

llena de tinieblas

que llevaba mi alma despiadadamente

al infierno

que constituía en ese instante

mi vida.

 

Lo mejor que he tenido

 

Tu,

la esencia de mi mundo,

Tu,

la fragancia eterna que deambula

en el planeta fantasma

de los sueños rotos,

Tu,

siempre fuiste lo mejor de todo,

de mi todo que se hace nada;

Te veo regresando a nuestro

maravilloso mundo blanco,

a nuestro luminoso cielo,

a nuestro mágico universo,

¿como pudiste borrarte de mi ser

e intentar destruirme en ti?

como escapar sin saber a donde

y ni siquiera se donde ir;

Como podría imaginar decirte

adiós por siempre,

pues no se si alguna vez

lo hice al despedirte a ti,

decirnos adiós por siempre,

quizás lo hicimos la ultima vez,

sin embargo desearía poder otra vez,

una vez mas

antes de despedirnos,

decir…

que sin dudar Tu has sido,

lo mejor que he tenido.

 

 

A veces

a veces me pregunto

¿ será correcto?

esta aventura de amar

sin saber,

es mejor no pensar,

ver sin entender,

querer sin explicar,

tocar sin percibir,

cantar sin sentir,

hablar sin responder

a esta realidad;

Mas allá de la moral,

mas allá de los lazos

que nos unen,

a ti o a mi,

a los demás,

¿aun me pregunto?

habrá respuesta!

¿algo que justifique esta realidad?

una realidad sin fronteras,

sin barreras,

mas allá de lo que es lógico,

de lo que no lo es,

mas allá de lo bueno,

o de lo malo,

de lo correcto,

o lo incorrecto,

todavía no lo se.

 

 

Nostalgia

La nostalgia invade mi memoria,

tu recuerdo es una trayectoria,

luna imposible de ocultar,

algo imposible de olvidar.

Todo en mi vive de ti

de tus ojos verdes y altivos,

lazos indestructibles y utópicos,

llenos de realidad,

de constante amor y eternidad

de extraña perplejidad.

Extasiados mis ojos

como dos mundos ausentes,

llenos de luz incandescente,

sienten tu instinto omnipotente,

de color y de verdad.

Fuiste mi sol, mi voz y mi guía,

la miel y el sabor de mis días,

el comienzo y el final del principio,

que jamás llego a terminar.

La nostalgia invade mi memoria,

tu recuerdo es una trayectoria,

luna imposible de ocultar,

algo imposible de olvidar.

Todo en mi vive de ti

de tus ojos verdes y altivos,

lazos indestructibles y utópicos,

llenos de realidad,

de constante amor y eternidad

de extraña perplejidad.

Extasiados mis ojos

como dos mundos ausentes,

llenos de luz incandescente,

sienten tu instinto omnipotente,

de color y de verdad.

Fuiste mi sol, mi voz y mi guía,

la miel y el sabor de mis días,

el comienzo y el final del principio,

que jamás llego a terminar.

 

 

Envitándote

 

Evitándote en mi mente estoy,

anulándote en mi diario vivir,

destruyo mi oscuridad de ti,

tu haces parte de mi pasado

algo que no debo recordar,

mas sin embargo te veo

y tu sombra me persigue,

yo sigo intentando escapar

aunque se que no estas,

solo quiero aferrarme a mi realidad,

ya tu no haces parte de mi verdad,

pues tu eres parte de una mentira,

que no me deja descansar.

pero cuando enciendo la luz,

de mi interior corren ríos,

ríos de agua viva fluyen

y se llevan lo ultimo que queda de ti,

una imagen disfrazada de vida,

falacia que me lleva a la muerte,

así agoniza mi deseo de poder perderte,

cuando observo tu silueta desvanecerse,

a sabiendas de que no me perteneces.

 

el centro de mi universo

 

Todo seria aun peor,

Pero estas aquí a pesar

De mis derrotas, y de mis

miles de fracasos contigo

a causa de mi rebeldía.

Estaba allí abajo, olvide que

nací para ver las cosas

desde arriba, solo desperdiciaba

mi tiempo en el lugar equivocado;

ya no escuchare mas voces

inciertas y extrañas, que

solo ponen peso sobre

mis espaldas.

la vida continua,

continuare mientras

existan razones;

tu eres suficiente,

tu llenas mi ser,

me alegra saber que

todavía tengo

una oportunidad,

y regresar a casa porque…

tu eres, “el centro de mi universo”,

déjame verte una vez mas

se que nunca me dejaras

se que nunca te alejaras,

en cambio yo…

perdí mi rumbo

al decirte adiós.

 

 

 

 

 

MIS OJOS TE ADORAN:

 

A donde ir cuando todo es oscuridad?

y escapar de mi es todo cuanto deseo,

todo cuanto deseo es

vivir así, solo para ti.

Tu disipas las tinieblas de mi alma y así;

tu luz es suficiente cuando mi luz se extingue,

veo un espacio vacío

que solo lo llenas tu,

que es este agujero repleto de cosas

que hacen sangrar mi corazón.

 

 

 

 

 

CREER:

 

Mientras estoy en la

oscuridad de mi mente,

en tinieblas a mi alrededor..

La esperanza es tan solo un deseo

que se aleja, y disipándose…

yo solo tengo en mi la fe

y la certeza de la verdad,

que no se ve con la lógica ni la razón,

solo con el Corazón que se entrega

y se aferra sin fundamento aparente

a un imposible, que se convierte

en realidad cuando decido creer

a pesar de las circunstancias y las

vicisitudes de la vida,

yo se que no es la razón mi fuerza,

pues no es mi roca,

yo se que mi fuerza es creer

que por encima de todo…

puedo confiar en ti.

 

 

 

 

 

EL DESIERTO:

 

Siempre pensé que el desierto era…

un lugar alejado de toda civilización,

pensé que podías ver las las altas dunas

y también las pequeñas deslizarse ante

tus ojos a causa del asombroso poder del viento,

que podías ver los grandes y viejos camellos

paseándose de un lado hacia otro

dejar sus enormes y uniformes huellas tras de si,

y también uno que otro cactus solitario

clamando al cielo en su agonía por

tan solo una simple gotita de agua,

que en las noches la luna era mágica

como echizada parecia por la hermosura

indestructible del paisaje,

como si estuviese encantada,

que por el día el calor Sofocaba hasta

dejarte sin aliento,

que en medio del camino en este

inmenso desierto te encontrarías

a un vagabundo soñando

que el oasis que ve no es solamente

un espejismo que desaparecerá…

siempre pensé que el desierto era…

un lugar al cual podías ir de visita,

pero hoy veo que el desierto

puede estar en ti mismo

y que no necesitas ir a

Asia para encontrarle,

no tienes que tomar un avión

hacia África y así hallarle,

pues el desierto esta en ti,

“en tu propio Corazón”.

Aunque este lugar en el que vivo

también es un desierto…

 

 

 

 

 

 

 

DEL AYER AL HOY:

 

Siempre que escucho el infinito y sordo ruido

que alrededor esta matando el silencio,

el silencio interno que tranquiliza a un

corazón deshecho y mutilado

cansado de huir de su pasado

hastiado de la absurda y cruel realidad;

solo en medio de una noche sepulcral

donde mi afición es plasmar mi dolor

en una pagina simple de papel,

en mi de nuevo se a soma la tristeza,

se anida en mi ser, impotente alma

que se rinde ante la imagen difusa

de mi niñez perdida;

nunca pude encontrar el camino

de vuelta a casa, mi rumbo…

mi ruta de regreso del ayer al hoy;

tal vez quien fui ayer podría ayudarme a

comprender quien soy ahora mismo,

tal vez si descubro lo que se perdió

del ayer al hoy, lo lograría..

tal vez…

 

 

 

 

 

ANHELO DE VIVIR:

 

Mi desbordante anhelo de vivir

apasionadamente

sigue latente en mi corazón,

nada podría apagar la

llama que arde en mi,

y seguir un camino que no tiene final.

A veces pienso en claudicar ,

en detener mis planes y proyectos,

tan solo dejarme llevar

como la ola del mar,

como una nave que no tiene destino,

mas sin embargo

llega a cualquier lugar

siendo arrastrada por la corriente;

si peleas contra ella debes luchar,

pero sino lo haces significaría

que te estas rindiendo aun sin comenzar,

y no seria justo morir,

¿ continuar muriendo ?

no seria justo, puesto que la vida

pide a gritos una oportunidad,

siguiendo al espíritu que ha

multiplicado mis fuerzas,

perseguiré la gloria y triunfare

venciendo mis propios paradigmas;

seré quien he determinado ser,

no habrá regreso.

No mirare hacia atrás,

la pasión arde en mis huesos,

una extraña fuerza superior me envuelve…

he comenzado a sentir que no soy yo

quien hago mis obras,

aprendiendo mi oficio sin desanimarme

aunque para otros no sea mas

que un simple aprendiz,

y el artista docto menosprecie mi empeño,

seguiré tras las huellas que me guían

y entonces me perfeccionaré

hasta alcanzar lo ideado,

lo que tanto he deseado

lo obtendré esta vez

sin titubear al respecto;

no imitare ser mas como los otros,

no copiare mas como un simple

escolar un modelo,

he comprendido que la obra

creadora no es para todos,

pero hoy se que siempre

lo será para mi.

No todos pueden ver

el mundo de igual forma,

podría entonces imaginar

tener a mi lado

un maravilloso ser

que creyese en mi,

juntos hasta el fin…

para quienes seria

todo el universo…

 

 

Gloria Yobana Forero O’meara

 

Posted by: kolibris | December 1, 2008

Mark Boog tradotto da Pierluigi Lanfranchi

Liefde

 

De lucht ligt als een blok op het land,
onzichtbaar en massief.

Je gaat gekleed in de kleur van je haar,
in je ogen, je passen en je woorden.
Je bent hier en elders. Ik draag je me na

en huiver. Je bent te groot misschien,
of te dichtbij. Je onbereikbaarheid
is onvergeeflijk. Kon ik een vogel zijn –

maar de nauwkeurigheid ontbreekt me
zoals het vertrouwen. Ik kijk naar je

en huiver. Spreek me aan, want ik zwijg,
verdraag mijn wurggreep, verdraag
de onbeholpenheid, verdraag mij, liefde.

 

 

Amore

 

Il cielo come un blocco si stende

sulla terra, invisibile e compatto.

 

Indossi il colore dei tuoi capelli

i tuoi occhi, i passi, le parole.

Sei qui e altrove. Ti porto addosso

 

e tremo. Sei troppo ampio forse,

o troppo vicino. La tua irraggiungibilità

è imperdonabile. Se fossi

 

un uccello – ma la precisione

mi manca e la fiducia. Ti osservo

 

e tremo. Parlami, perché sto zitto,

sopporta la mia morsa, sopporta

l’impaccio, sopportami, amore.

 

 

 

Lot

Men trekt zich zijn lot aan, wil niet naakt
de lucht verduren, wil niet blootstaan.

De droom: vrij te bewegen. Werkelijkheid:
vrij te bewegen, goed gekleed, geluimd.

We willen niet anders; er zijn de elementen;
we buigen het hoofd en trotseren de storm,

trekken de sjaal rond de nek nog eens aan,
de schouders hoog, zien op noch om.

Soms, wind mee, verstarren we. Luwte,
bedrieglijk, nevel, doet de oren suizen.

Was het steeds zo’n lawaai? Was zo dik de jas,
zo stijf de broek, zo zwaar het leren schoeisel?

 

 

Sorte

 

Ci si preoccupa della propria sorte, non si vuole

stare all’aria nudi, non ci si vuole esporre.

 

Il sogno: muoversi liberamente. Realtà:

muoversi liberamente, col vestito, l’umore buoni.

 

È così che vogliamo; ci sono gli elementi;

abbassiamo la testa e affrontiamo la tempesta,

 

ci avvolgiamo ancora la sciarpa attorno al collo,

le spalle alzate, lo sguardo basso in avanti.

 

A volte, col vento a favore, restiamo immobili. Riparo,

ingannevole, nebbia, fa fischiare le orecchie.

 

Il rumore è stato sempre così forte? così pesante la giacca,

così rigidi i calzoni, così duro il cuoio della scarpa?

 

 

 

Toekomst

 

Toekomst in een stilstaand moment:
te veel nu, er zal wat overblijven.
Ontdaan vergeet ik te beleven.

Wolken drijven aan: belofte. Jij
en ik voorzichtig schuifelend, waarheen.
De paden woekeren, het weten dooft.

Tijd, zwanger van zichzelf,
verwelkomt ons met open armen,
glimlacht, alle deuren op een kier.

Het is druk. Ik overweeg de rij te verlaten
maar ben al binnen, aan de beurt, geweest.
Ik klamp me aan je vast als aan de hoop,

valse boodschapper, handlanger
van de toekomst, ronselaar. We zijn
te klein om aan de stormvloed te ontkomen.

 

 

Futuro

 

Futuro è un momento di stasi:

troppo adesso, qualcosa ne resterà.

Sconvolto dimentico di vivere.

 

Nubi trascorrono: promessa. Tu

ed io a piccoli passi cautamente avanziamo,

dove. I sentieri proliferano, il sapere si spegne.

 

Il tempo, gravido di se stesso,

ci accoglie a braccia aperte,

sorride, tutte le porte socchiuse.

 

C’è ressa. Penso che lascerò la fila.

Ma sono già all’interno, il mio turno, passato.

Mi aggrappo a te come alla speranza,

 

falso messaggero, complice

del futuro, in cerca di reclute. Siamo

troppo piccoli per fuggire la tempesta.

 

 

Mark Boog, da De encyclopedie van de grote woorden (Enciclopedia delle grandi parole, 2005)

 

Traduzioni di Pierluigi Lanfranchi

Posted by: kolibris | December 4, 2008

sicché la sua anima era un maratoneta

aveva una gamba che non ubbidiva più

una gamba malata non lei la gamba

sicché la sua anima era un maratoneta

la sua anima scorrazzava ovunque

questo era il suo dolore che l’anima

era finita per zoppicare anche a furia

di trascinarsi il corpo come un peso morto

 

Vera Lúcia de Oliveira, da La carne quando è sola

Posted by: kolibris | December 4, 2008

Brutti e deformi

Noi che vantiamo la nascita

di Acerbi, quale figura
d’integrazione tra popoli
differenti, meritiamo la
presenza d’un istituzione
che andata ad Harlem grida
al negro deforme?

Meritiamo un uomo che sventola
sulla sua bocca la parola
di morte come fosse un ventaglio
di carta?

Meritiamo di avere un uomo
che in Barack vede solo un
razzismo di colore e non una
luce di futuro?

Meritiamo che la nostra terra sia
baciata da chi ha la presunzione
di essere nel giusto
senza conoscere l’altro?

Contro chi sputa simili bestemmie
andrebbe detta la legge marziale
non quella militare, non quella che
toglie i diritti alla persona,
ma una nuova legge che taglia la
lingua ai politicanti inetti.

“Sei solo un bambino che parla di
xenofobia senza conoscere la
grammatica della parola.”

Il caso Obama insegna,
è vero, insegna che l’unione fa
la forza.

E poi ditemi…

Meritiamo che una mente chiusa
che è solo figlia del tubo
catodico, ci rappresenti tutti
nel mondo?

O castellano, <dove credi
che la città finisca
> ricomincia
sempre l’infeconda rozzezza
di chi vuole forse balzare all’occhio.
Jean Leonard, che è nero per fortuna,
negro, come alcuni dicono,
saremo capaci un giorno
di ringraziarlo lui e gli altri
per ciò che ci hanno portato?

E noi non lasceremo che il nostro
paese si smarrisca in un mare
che sta per chiudere le sue mascelle.

Non lasceremo certo che una pulce ci rovini l’orecchio!

 

Andrea Garbin

Posted by: kolibris | December 6, 2008

The European Consciousness

The gesture is handed down

Though history; grained film

Saying life must be like this,

Tragedy subsumed into the humdrum

Execution of the masses; piano wire

Tuned to the symphony of hanging

Faces, faces, faces. The step-

Ladder’s knocked from under us,

And leaves us swinging

With the summer dead, the winter dead,

Snow crumpling under boots,

Water birds scattering from the banks,

Where the leaders, martyrs, tortured,

Peer into the flowing stream.

John Barnie, Selected Poems 1984-2003, Seren, 2006

Posted by: kolibris | December 9, 2008

Gray Sutherland tradotto da Zidane El Amrani

life does not come to an end 
instead remains constant, a tiny 
fixed point at the centre of the universe
in which all things have their being. 

 

 

 

الحياة لا تنتهي
بل هي نقطة ثابتة
النقطة الصغيرة الثابتة في مركز الكون
حيث كل يجد وجدانه

 

 

 

 

 

 

Posted by: kolibris | December 9, 2008

Terje Vigens Båt

terje_vigens_bat

 

in_the_very_first_beginning1

 

in_the_very_first_beginning2

Photograph: Carll Goodpasture

Poems: Gray Sutherland

Posted by: kolibris | December 13, 2008

Agaves

stefano_sturloni_onirica

 

 

 

agave

    

 

     Frontiere affilate

un sospiro di luce ne bacia l’insidia

e ascolta

dell’agave

l’innato sogno d’antesi

 

     quante  se ne sono viste appassire!

 

     Paiono dissuaderla le cicale

e le sfingi già in volo

ma a lei non importa

se la fragranza dei nettari

sarà preludio alla morte

 

 

 

Text and photo by Stefano Sturloni

 

Posted by: kolibris | December 13, 2008

0

John F. Deane, who is also member of Kolibris’ Editorial Staff, just became President of the European Poetry Academy

Deane’s new collection of poetry A Little Book of Hours will be translated by Roberto Cogo and issued by Kolibris in September 2009.

Posted by: kolibris | December 14, 2008

Provincianos

provincianos-alvarado-y-caballero-600

PoAntonio Caballero Holguín

Semana, Sábado 13 Diciembre 2008

 

Se queja el joven y exitoso abogado de la provincia cordobesa Abelardo de la Espriella de que en Colombia no se tolera que un joven de provincia tenga éxito. He oído muchas veces esa queja en boca de numerosos jóvenes de provincia rebosantes de éxito, vallunos y costeños, paisas y pastusos, santandereanos y guajiros, chocoanos y llaneros. Sin ir a buscar muy lejos, es a esa presunta maldición de ser provinciano y joven a la que atribuyen ahora la persecución contra David Murcia, ese otro joven de provincia tan chorreante de éxito como el mismo De la Espriella que le sirvió fugazmente de abogado defensor: un muchacho nacido en Ubaté (Cundinamarca) y criado en La Hormiga (Putumayo) que estuvo a punto de convertirse en el más poderoso magnate del país pero no lo logró porque se le interpuso otro que también había empezado su carrera como exitoso joven de provincia: Álvaro Uribe, de Medellín (Antioquia).

Y es que todos los colombianos que han triunfado han arrancado siendo jóvenes de provincia, antes de que el viento de sus éxitos los trajera a volverse viejos de Bogotá. Dado que aquí el más alto grado de lo que se considera tener éxito es la Presidencia de la República, basta con echarles una ojeada a quienes han llegado allá: antiguos jóvenes exitosos de provincia. La provincia lo abarca todo: desde la inmediatez de la Engativá de Julio César Turbay hasta la lejanía del valle de Aragua de donde vino Simón Bolívar. Ya señalé que Uribe es paisa, como lo es Belisario y lo fueron los varios Ospinas sucesivos. Rojas Pinilla era boyacense, y Olaya Herrera también, y Rafael Reyes. Núñez, cartagenero. Mosquera y Guillermo León, popayanejos ambos. Pastrana, huilense. César Gaviria, de Risaralda. Aunque cuando él nació Pereira quedaba en Caldas, tal vez, o era parte del Quindío, o era una avanzadilla de la colonización antioqueña en tierras del Gran Cauca, vaya uno a saber: en Colombia la provincia tiende a provincianizarse y a provincializarse más y más, subdividiéndose por partenogénesis. En fin. El caso es que, si hablamos de presidentes, quizás el único bogotano ha sido López Michelsen, que para hacerse elegir se tuvo que disfrazar de pollo vallenato. Ah, y Samper, claro: pero no hay que olvidar que pagó la presidencia con plata de Cali.

Lo mismo pasa en todos los demás ámbitos. Los que descuellan en ellos son siempre de provincia, en el del dinero como en el de la política. Santo Domingo fue un joven barranquillero, Ardila un muchachón de Bucaramanga. En donde ustedes quieran: la religión, el deporte, las armas, las artes, el crimen. El cardenal Pedro Rubiano es valluno, el beato Marianito embalsamado en vida era antioqueño, como vallunos son los hermanos Rodríguez Orejuela y antioqueño fue Pablo Escobar. De provincia han sido todos: el guerrillero ‘Tirofijo’, el campeón olímpico Helmut Bellingrodt, el novelista García Márquez, el nadador Kapax, los cantantes Juanes y Shakira, el boxeador Kid Pambelé, el pintor Botero, el torero Pepe Cáceres, el ciclista Lucho Herrera, las cancilleres María Emma Mejía y Noemí Sanín, los poetasWilliam OspinaPiedad Bonnet y Harold Alvarado Tenorio, la pintora Beatriz González, el futbolista René Higuita, el general Padilla de León. Todos provincianos. Ni siquiera una sola reina de belleza ha sido nunca bogotana, si la memoria no me engaña: todas caleñas, o costeñas, o paisas; y las virreinas, chocoanas. Ni siquiera los alcaldes de Bogotá han sido bogotanos: desde Jiménez de Quesada que nació en Santa Fe de Granada hasta Enrique Peñalosa que nació en el Central Park de Nueva York hemos tenido de todo: manizaleños, caleños, moniquireños; inclusive un lituano.

Se me dirá: pero Ingrid Betancourt es bogotana. Tampoco. Ni siquiera ella. La trajo la cigüeña de París.

El único bogotano raizal famoso que hemos tenido se llamó Jorge Eliécer Gaitán. Y cuando estaba al borde del triunfo, lo mataron.

Hace muchos años le oí decir al filósofo bogotano Hernando Martínez Rueda que la historia de Colombia no ha sido sino la perpetua tentativa, siempre coronada por el éxito, de la provincia por llegar a Bogotá. Por Bogotá pelearon el Zipa de Funza y el Zaque de Tunja. En Bogotá se encontraron los conquistadores Belalcázar, que venía de Cali; Jiménez de Quesada, que venía de Santa Marta, y Federman, que venía de Barquisimeto. A Bogotá se la disputaron el caraqueño Bolívar, el cucuteño Santander y el popayanejo Mosquera, y se quedó con ella el maracaibino Urdaneta. Por la conquista de Bogotá se hicieron todas las guerras civiles del siglo XIX, desde la de los Supremos hasta la de los Mil Días: generales caucanos, tolimenses, santandereanos, vallunos. Creo que no ha habido en toda nuestra historia ni un solo general bogotano. Antonio Nariño, sí: pero toda su vida militar la pasó preso.

Periodistas sí ha habido, en cambio. Nariño, para empezar. O yo mismo, sin falsa modestia. Hasta los periodistas de provincia han sido bogotanos: el antioqueño Luis Tejada, el tunjano Calibán, el palestino Yamid Amat.

Así que no pierda los nervios, doctor De la Espriella. Usted no es ni el primer joven de provincia que tiene éxito, ni el primero a quien critica la prensa bogotana. Ni el primero -ni el último- que se queja.

Posted by: kolibris | December 14, 2008

Andrea De Lotto meets Marcos Ana

 

Carissimi e carissime

nel novembre scorso entrai in una libreria qui a Barcellona, cercavo ancora libri sul periodo della guerra di Spagna…. ne comprai uno, un’autobiografia: Ditemi com’è un albero, memoria della prigione e della vita di Marcos Ana, ed. Umbriel – Tabla Rasa, senza saperne nulla.

Lo lessi d’un fiato, 350 pagine ricchissime. Numerose foto.

Ne accennai al direttore di Radio Onda d’Urto, con l’idea di trovare l’autore per conoscerlo e intervistarlo.

Non fu facile trovarlo, ci riuscii attraverso l’associazione degli ex prigionieri politici di Catalugna, qui a Barcellona, parlai a lungo con alcuni di loro, mi diedero il numero di telefono di Marcos Ana a Madrid.

Così lo chiamai, gli spiegai il mio intento, dimostrò subito una grande disponibilità.

Il 5 Aprile ero a casa sua a Madrid ad intervistarlo, da solo, con due registratori e una telecamera.

Rimanemmo tre ore insieme: una persona eccezionale, esattamente quella che traspariva dal libro.

Qui di seguito vi mando la trascrizione integrale dell’intervista, è stata mandata in onda il 20 e il 21 novembre 2008  su Radio Onda d’Urto (www.radiondandurto.org) e con un computer si puo’ sentire dal sito.

Una versione ridotta è stata pubblicata nel numero 27 (luglio 18-24 2008) della rivista Carta.

Stiamo iniziando a  trarne un video, sottotitolarlo, farlo girare….

 

Chi è Marcos Ana?

 

All’anagrafe è registrato come Fernando Macarro Castillo, scelse il suo pseudonimo, preso dai nomi dei due genitori, quando, nel 1939 alla fine della guerra, a 19 anni, fu arrestato e chiuso nelle

carceri franchiste, dove venne condannato a morte due volte e brutalmente torturato, in quanto comunista.

Rimase dietro le sbarre dal ’39 al ’61. Nel ’54 cominciò a scrivere poesie, che uscivano in qualche modo, o che i compagni di cella imparavano a memoria per diffonderle quando e se uscivano dalle prigioni del Caudillo.

Nel libro racconta le lotte e l’organizzazione dei comunisti dentro al carcere, con una vitalità e un coraggio impressionanti.

Quando uscì dal carcere, grazie ad una grande campagna di solidarietà,  iniziò un’attività intensa in

difesa dei prigionieri politici spagnoli, attraverso un centro a Parigi, formalmente presieduto da

Pablo Picasso, di fatto animato da lui.

Fu molto legato a Rafael Alberti, a Pablo Neruda, mente l’introduzione del libro è scritta da Josè Saramago.

Girò il mondo come testimone di quello che in troppi non conoscevano e ora si rischia di dimenticare.

Da sempre comunista, rivendica e difende le sue idee con uno spirito tuttora rivoluzionario e carico

di una generosità e di un’umanità straordinarie.

 

Il suo libro, Decidme cómo es un álbor (Ditemi com’è un albero),

racconta  la sua vita, in un passo dice: «La poesia è un’arma in più per lottare per la libertà;

non so se i miei versi sono buoni o no, so solo che furono necessari».

Pedro Almodovar ha da poco acquistato i diritti del libro per farne uno dei suoi prossimi film. Tra i due è nata una grande amicizia.

 

 

INTERVISTA:

 

Marcos Ana: “Bene, sono molto contento di fare qualcosa per l’Italia, perchè l’Italia è stata molto legata alla mia vita, soprattutto quando sono uscito in libertà, sono stato molte volte in Italia, dove c’era una rete di comitati di solidarietà con il popolo spagnolo; soprattutto mi ricordo Milano, perchè lì c’era un comitato diretto da un certo Valla, comandante di una brigata internazionale, questo comitato era molto attivo e io sono stato moltissime volte a Milano. Anche perchè l’Italia vuol dire per me due ricordi, due Italie, da una parte l’Italia di Mussolini che mandò il suo esercito in Spagna, io stesso fui detenuto dalla divisione Littorio, comandata dal generale Gambara, alla fine della guerra; quindi c’era questa Italia fascista che venne a combattere contro la repubblica e contro il nostro popolo e l’altra Italia, quella che più amo, l’Italia dei Garibaldini, dei volontari per la libertà, che vennero in Spagna a lottare e a morire per noi, difendendo la libertà e la repubblica ma sapendo anche che in Spagna difendevano in quel momento anche la libertà dell’Italia.

La nostra guerra fu il preludio della guerra mondiale, il primo capitolo della guerra mondiale e gli italiani che venivano qui a combattere sapevano che venivano a difendere anche la libertà di Roma, dell’Italia; per questo mi fa piacere parlare per l’Italia e che si scriva su di me, su quello che ha significato la mia vita, che è legata, ripeto, all’intervento degli italiani, un doppio intervento, quello dei fascisti, di Mussolini e quello delle brigate Garibaldi che vennero qui a mani nude e con l’unica arma del loro cuore. Armati di un umanesimo e di un romanticismo rivoluzionario, questa è l’Italia che resterà sempre nel mio ricordo.

Io potrei parlare a lungo della mia vita, ma ho cercato di riassumere il tutto in un libro che ho scritto e che si intitola “Dimmi come è un albero”, e qualcuno mi chiede cosa significhi questo titolo, se è un trattato di botanica, in realtà è il primo verso di una poesia che scrissi in carcere dopo 22 anni di prigionia.

Prima io incontravo la libertà nel sogno, nel sogno potevo arrivare alla mia famiglia, alla mia casa, ma arrivò un momento, dopo 22 anni di carcere, in cui mi resi conto che stavo cominciando a dimenticare le cose più elementari della vita e che neanche in sogno potevo recuperare la libertà, il carcere si stava imponendo come l’unico protagonista dei miei giorni e delle mie notti; in quel momento scrissi quel poema e lo recito perchè e corto, dice così:

(ho cercato di tradurla….)

 

LA VITA

 

Ditemi com’è un albero

dimmi il canto di un fiume

quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare, parlami

del grande odore dei campi,

delle stelle, dell’aria.

Recitatemi un orizzonte

senza serratura e senza chiavi,

come la capanna di un povero.

 

Ditemi com’è il bacio

di una donna. Datemi il nome

dell’amore, non lo ricordo.

 

Le notti si profumano ancora

di innamorati con fremiti

di passione sotto la luna?

 

O resta solo questa fossa,

la luce della serratura

e la canzone delle mie lastre di pietra?

 

Ventidue anni… Dimentico già

la dimensione delle cose,

il loro colore, il loro aroma…. Scrivo

 

a tentoni: “il mare”, “i campi”…

Dico “bosco” e ho perduto

la geometria dell’albero.

 

Parlo, per parlare, di temi

che gli anni mi hanno cancellato

 

(non posso continuare, sento

i passi della guardia)

 

 

Questa è la poesia i cui primi versi danno il titolo al libro.

Questo è un libro che mi è costato molto scrivere, mi costava parlare di me, ma alla fine i miei compagni mi convinsero che non potevo portarmi all’altro mondo quello che avevo vissuto e soprattutto in riferimento a questi anni in cui abbiamo lottato per ricostruire la memoria storica era imprescindibile conoscere e far conoscere la mia memoria e finalmente l’ho scritta.

Ho cercato di fare in modo che sia un libro semplice, ho lavorato molto per questo, l’ho scritto pensando non tanto ai miei compagni, ma all’immensa maggioranza di persone che non ci conoscono e che ha un’idea di noi prefabbricata, a volte infame, di quello che siamo stati.

E soprattutto pensando alla gioventù, perchè sappiano chi eravamo, perchè lottammo e quale fu la nostra dignità.

Io ricordo che una volta, parlando con il premio Nobel per la letteratura guatemalteco Miguel Angel Asturias, mi raccontava che quando si metteva a scrivere, aveva a fianco a sé il dizionario dei sinonimi perchè quando si trovava davanti ad un aggettivo che era molto comune, volgare, troppo conosciuto, ne cercava sempre un altro più particolare, meno conosciuto; io faccio esattamente il contrario, quando io trovavo un aggettivo che aveva senso per me e per molti, ma non per tutti, io cercavo sul dizionario il più semplice, il più popolare. Ho cercato di raccontare la realtà della mia vita dal lato più umano e più vicino al cuore delle persone, per questo ho voluto che fosse un libro semplice, onesto, senza rancori, generoso, e credo che sia questo quello che più è piaciuto alla gente; perchè, è chiaro, dopo 23 anni di prigione, molti credono che io debba essere un uomo consumato dalla vendetta, e me lo chiedevano sempre nelle conferenze “Lei dopo 23 anni deve sentire un odio, un desiderio di vendetta…” Ma io rispondevo che mi sentirei profondamente disgraziato se il mio unico desiderio fosse aprire la testa a chi mi aveva denunciato o torturato, perchè la vendetta non è un’ideale politico, non è un fine rivoluzionario.

L’unica mia vendetta a cui aspiro è sapere vittoriosi i miei ideali, quelli per cui ho lottato e migliaia e migliaia di uomini e donne in Spagna persero la loro libertà e la loro vita. Questa è l’unica vendetta che mi puo’ compensare, non è certo riempire di piombo la testa del carnefice che mi torturò, perchè siamo politici, siamo persone che hanno un’ideale e l’unica ricompensa per me è il trionfo dei miei ideali.

Bene, fino ad ora il libro sta andando molto bene, sta dando un buon risultato, abbiamo stampato 50.000 esemplari che è un numero “inconcepibile”, abbiamo già venduto 22.000 copie, questo significa che il tema interessa. Ho l’esperienza dei giovani che mi scrivono, che mi raccontano, che mi ringraziano perchè racconto loro un periodo della nostra storia che non conoscevano, non lo sapevano dopo 30 anni di democrazia, non sapevano quello che abbiamo sofferto, lottato…”

Domanda: Perchè?

 

Marcos Ana: “Perchè questa storia non si dovrebbe sapere solo attraverso le conferenze, negli incontri che faccio io, che fanno altri compagni, questo dovrebbe essere nella storia di Spagna, nelle scuole, si dovrebbe insegnare nelle Università, non per tornare al passato, ma perchè, conoscendo la storia, MAI PIU’ (nunca mas) succeda ancora. Non è, come dice la destra qua, che vogliamo tenere le ferite aperte, tenere le ceneri del passato accese, al contrario, quello che vogliamo è chiudere quel periodo, ma chiuderlo con dignità, e non lasciando vuoti storici che non si capiscono dopo 30 anni di democrazia. Adesso si sta lottando per la memoria storica e dopo una lotta tremenda si è raggiunta una legge sulla “memoria storica” che è insufficiente, incoerente, perchè nel 2002 in Spagna il parlamento spagnolo stabilì all’unanimità che il regime franchista era stato un regime imposto con le armi e quindi era stato illegittimo e nel 2005 il parlamento diede la stessa definizione del franchismo, quindi è incoerente che se quello fu un regime illegale che ci tenne per 40 anni sotto gli stivali, con la repressione, adesso sia tanto difficile annullare tutte le condanne e i processi aperti contro i democratici spagnoli, e ancora non l’hanno fatto! Non ce l’abbiamo fatta! Nella “legge sulla memoria storica” promulgata qualche mese fa, una cosa tanto semplice e fondamentale al tempo stesso “che si annullino tutte le condanne fatte durante la dittatura”, non è passata! L’altro giorno parlavo con la vedova di Julian Grimau e lei mi diceva in lacrime, “E’ incredibile, come è possibile che dopo 30 anni di democrazia, ancora non si sia potuto rivendicare il nome di mio marito e che ancora risulti dalle carte, dai documenti, un assassino!”

Noi continueremo a lottare per la memoria storica, abbiamo raggiunto alcuni risultati, si chiede per esempio alle autorità che aiutino a ritrovare i corpi delle vittime della dittatura, che si ritirino i simboli franchisti dalle strade di Spagna, alcune cose sono interessanti, ma la cosa fondamentale, un riconoscimento pubblico istituzionale di quello che significò la lotta dei democratici spagnoli per recuperare la libertà in Spagna, questo non è ancora stato fatto e non appare in questa legge, e soprattutto l’annullamento come dicevo di tutte le condanne del regime franchista che era un regime illegale. Continueremo a lottare per loro.

Purtroppo qui in Spagna oggi c’è una destra che si è radicalizzata molto, pensa che ci sembra che fosse molto meglio l’epoca della transizione con Manuel Fraga Iribarne (ministro dell’interno di Franco che resistette alla transizione) quando presentò il leader comunista Santiago Carrillo al Club Siglo XXI. Adesso ci troviamo con una destra retrograda, che non è costruttiva. Noi capiamo che in una democrazia ci siano vari partiti, come ci sono vari interessi, è giusto che sia così, la destra ha diritto ai suoi partiti, ma questo deve avvenire in forma costruttiva e non catastrofica, seminando il terrore come sta facendo questa destra, dicendo che la Spagna rischia di spaccarsi in mille pezzi…. Io so che l’unica volta che la Spagna si è spaccata in due pezzi sanguinanti fu il 18 di Luglio del 1936 quando ci fu la ribellione dei militari che interruppe il processo democratico che si era aperto nel nostro Paese dopo la vittoria del fronte popolare. Quindi è difficile lavorare con questa destra, perchè questa destra non rappresenta nemmeno il sentimento generale della destra spagnola. Vedete, quando presentai il libro la prima presentazione la feci a Madrid, la seconda la feci a Burgos, perchè lì feci gli ultimi 16 anni di carcere; il giorno prima di questa seconda presentazione mi chiamano per telefono e una persona mi dice “Guarda io sono un cittadino di Burgos di destra… – Io pensai che avrebbe cominciato ad insultarmi e invece mi dice… – pertanto io sono lontano dalla sua ideologia, ma ho letto l’intervista che ha fatto sulla rivista Gente e sono rimasto francamente emozionato da come vede il passato della Spagna, come vede il presente e il futuro del Paese, e quello che chiedo è che il giorno in cui presenterà il libro qui a Burgos mi permetta di stringerle la mano.”

In questi casi mi viene in mente l’aneddoto che racconta Weber un parlamentare austriaco che un giorno stava facendo un discorso nel Parlamento e vide che dai banchi della destra lo applaudivano e allora si disse “Vecchio Weber, che stupidaggini devi aver detto se la borghesia ti applaude…”

Ma io non ho detto nessuna sciocchezza nel libro, le mie idee le difendo costantemente, ma con un certo umanismo, una certa generosità e per questo si spiega che molta gente conservatrice, di destra, legge il libro e lo apprezza.

Nella presentazione a Burgos c’erano quasi mille persone e il Comune di Burgos che è di destra, il sindaco è stato ministro con Aznar, tuttavia questi stessi hanno detto che “Marcos Ana, pur avendo idee differenti dalle nostre, è un personaggio imprescindibile nel panorama storico di questa città”.

Alla fine della presentazione mi hanno regalato un mazzo di rose con 7 rose rosse e 16 bianche, e mi  hanno detto: “Questo mazzo è un simbolo, le sette rose rosse indicano i 7 anni in cui fosti nelle altre carceri terribili di Porlier e Ocagna condannato a morte, e le 16 rose bianche indicano i 16 anni passati nel carcere di Burgos, dove, pur non avendo la libertà, quanto meno non pesava su di te la pena di morte.” Pensa che dettagli! Ed è gente di destra.

Per questo dico che manca informazione, la gente non ci conosce e per questo ho scritto questo libro, in modo che attraverso questo libro conoscano la nostra lotta e le nostre idee, la generosità delle nostre idee; perchè se qualcuno è stato generoso in questo Paese è stata la sinistra. Noi applicammo la politica di riconciliazione nazionale già nel 1956 e noi dal carcere appoggiavamo questa politica, io ho scritto moltissime poesie dedicate alla riconciliazione nazionale, al soldato che combattè contro di me. Per questo dico che abbiamo avuto una generosità enorme, prima, durante e dopo la dittatura.”

 

Domanda: “Possiamo tornare agli anni ‘40, ‘50? Quanti erano circa i prigionieri politici in Spagna, in che percentuale erano rispetto al totale dei detenuti?”

 

Marcos Ana: “Ci sono state cifre differenti, ma tutti concordano intorno al mezzo milione di prigionieri politici in Spagna in quegli anni. La Spagna era un enorme campo di concentramento nei primi anni, certo alcuni entravano e altri uscivano, ma nel complesso si arriva a quella cifra; e anche quelli che erano in libertà erano sottomessi ad una vigilanza cautelare e le nostre famiglie pure. Pensa che nei primi anni di dittatura tu non potevi muoverti, anche il normale cittadino che voleva per esempio andare a trovare degli amici a Segovia a un’ora da Madrid, doveva chiedere il permesso alla polizia, doveva lasciare il suo documento di identità alla polizia. La Spagna era una prigione in quei primi anni. Ma non solo prigionieri: tantissimi furono coloro che vennero fucilati. C’è un balletto di cifre, ma gli inglesi hanno fatto studi accurati e sostengono che vennero fucilate più di 200.000 persone in Spagna, alcuni parlano di 300.000.

Nel diario di Ciano, questi racconta che negli anni ‘40 qui si fucilava sistematicamente, lo dice nelle sue memorie, lo riconosce, migliaia e migliaia erano nelle carceri e tutti i giorni c’erano fucilazioni di massa. La macchina di morte lavorava senza fermarsi, qui a Madrid c’è la calle Conde de Pegnalver dove c’era un collegio di Calasanzio, dove io fui prigioniero e condannato a morte, perchè alla fine della guerra, trasformarono in carceri conventi, scuole, caserme, non c’era posto per tutti i prigionieri che c’erano. In questo vecchio collegio arrivammo ad essere in 7.000 detenuti e di questi, più di mille eravamo condannati a morte. E’ indescrivibile raccontare quei primi anni. Dopo andò un po’ meglio, ma dal 1939 al 1944 circa, nelle carceri eravamo umiliati costantemente, non solo, c’erano fucilazioni, tutti i giorni, meno il sabato, perchè sennò avrebbero dovuto fucilarli all’alba della domenica e per un problema “religioso” non lo facevano, il sabato e la domenica i nostri carnefici andavano a pregare. Tutti i giorni, tranne il sabato un gruppo veniva fucilato, un giorno ne contammo 105!

A quel tempo, quando partivano i camion con i compagni che stavano per essere fucilati, si sentivano le grida: “Viva la libertà! Viva la repubblica!” E tutti li sentivano, allora misero ai condannati un tappo di legno in bocca, con un buchetto in mezzo, per impedire che gridassero; più avanti utilizzarono due pezzi di cerotto messi in croce sulla bocca. Quell’epoca fu tremenda. Credo che le cose cominciarono a cambiare con la battaglia di Stalingrado. Questa diede l’impressione ai nostri governanti che i tedeschi non avrebbero vinto la guerra e cominciarono a dubitare sul trionfo del Fhurer. Allora qualche guardia cominciava ad avvicinarsi a noi, a dirci qualcosa, a giustificarsi, a dire che dovevano obbedire…. Poi quando terminò la guerra, qualcuno pensò che poteva finire il regime franchista, la dittatura, ma poi venne il discorso di Churchill nel 1946 a Fulton, fu l’inizio della guerra fredda e allora la Spagna entrò nelle Nazione Unite. Un’altra volta cercavano di recuperare il terreno perduto, ma nelle carceri avevamo preso posizioni molto solide, avevamo trasformato praticamente le carceri in università a livello culturale, a livello politico. Eravamo come uno Stato dentro lo Stato, tutto organizzato clandestinamente, soprattutto negli ultimi anni.

D’altra parte anche la situazione delle famiglie è migliorata. La famiglia è sempre stata il tallone d’Achille dei prigionieri politici. Noi quando vedevamo camminare un uomo nel cortile, solo, abbattuto, sapevamo che non era un uomo sconfitto, sapevamo che aveva appena avuto un colloquio, gli avevano detto di una malattia di un figlio, o qualche altra difficoltà in famiglia.

Il dramma più atroce dei prigionieri non era tanto la nostra situazione quanto quella dei nostri familiari.

Durante la guerra mondiale l’Europa non potè occuparsi altro che di difendersi, organizzare la resistenza contro il nazismo e il fascismo, ma finita la guerra gli occhi si voltarono verso la Spagna, che era stata tanto amata, era stata la prima battaglia contro il fascismo, cominciò ad arrivare la solidarietà internazionale con il nostro popolo; allora era diverso, le nostre mogli, le nostre madri, che prima venivano con gli occhi tristi, senza rimproverarci, ma con l’amarezza, la tristezza dentro, ora arrivavano con gli occhi luminosi, mostrandoci una lettera che avevano ricevuto dagli operai della Renault, o dall’Italia, dall’Inghilterra, il cibo che arrivava dal Messico, e allora cambiò la situazione anche per le nostre famiglie.

Così come dicevo, soprattutto a partire dal 1945, trasformammo le carceri in università, la stessa polizia lo diceva: “l’università di Burgos….l’università democratica di Burgos”. In effetti facevamo di tutto, davamo lezioni culturali a tutti i livelli, di lingua, e poi una vita politica molto intensa, c’erano scuole di quadri, una di carattere inferiore e una superiore, tutto questo clandestinamente!

Sapevano che c’era movimento, a volte c’era la repressione, andavamo spesso in celle di isolamento, ma continuavamo. Loro praticavano la filosofia dei cialtroni e noi ci mettevamo la nostra passione e vincevamo, si chiudeva una strada ne aprivamo un’altra, con una lotta dinamica, carica di dignità.

C’era anche una scuola di “libertos” che consisteva in questo: quando a un prigioniero politico, soprattutto un comunista visto che eravamo i più organizzati, gli mancavano tre mesi per andare in libertà, questi passava in una scuola di “libertos” dove alcuni compagni che erano passati per la lotta clandestina, per la polizia, che erano stati torturati, che avevano esperienza, spiegavano come andava fatto il lavoro clandestino, che precauzioni erano da prendere, come affrontare la polizia, la tortura. Chi usciva entrava nel lavoro clandestino e rischiava di rientrare in carcere un’altra volta.

Tutto questo si sa poco e soprattutto lo sa poco la gioventù.

Quando racconto i giovani si stupiscono quando dico che passai 23 anni in carcere e che fummo in tanti, una generazione, chi passò 15 anni, chi 18, altri 20, fu la generazione di coloro che persero la guerra. I giovani oggi in Spagna rimangono sbalorditi, non conoscono questa parte della storia della Spagna. Per questo voglio che questo libro, come altri che hanno scritto altri compagni, sia un libro che si studia nelle scuole, e lo stanno già facendo. Ricevo molte lettere di professori che stanno usando il mio libro, mi invitano.

Ma anche prima di questo libro, pensa che in tre università negli Stati Uniti studiavano lo spagnolo con delle mie poesie. Questo è molto gratificante, ma a me non interessa il successo o i soldi, io voglio che questo libro venga letto, sia un esempio, un cammino, che i giovani sappiano che nella vita c’è altro, non solo droga, spettacoli… C’è un cammino più gratificante e più bello che è la lotta per la libertà, per l’uguaglianza, per un mondo migliore che è possibile.

Ti racconto un aneddoto: ho presentato il libro qui a Madrid e nel momento in cui scrivevo le dediche mi si avvicina una donna e mi chiede di scrivere una dedica per un giovane di 24 anni che si vuole uccidere. “Come? Si vuole uccidere…” Dico. “Sì – mi risponde – ci ha già provato una volta.” Io le ho scritto una dedica, ma in basso ho scritto il mio numero di telefono di casa, se voleva contattarmi…

Dopo 15 giorni mi chiama per telefono questo giovane e mi ringrazia per il libro, per la dedica che aveva imparato a memoria, per averlo tirato fuori dal pozzo. Mi dice che tornerà all’università che aveva lasciato e mi promette che vivrà, perchè, mi dice :”Se un uomo è stato capace di sopravvivere a tante difficoltà, io sarei una schifezza se non fossi capace di risolvere i miei problemi, l’unica cosa che le chiedo in cambio è che mi permetta di venire a darle un abbraccio un giorno.” E così fu, quel ragazzo venne qui un giorno.

Questo è ciò che desidero, che questo libro possa essere una luce, una speranza e che i giovani comprendano il motto “vivere per gli altri è il miglior modo di vivere per se stessi”. Io sono felice quando vivo per gli altri, io stesso mi considero un figlio della solidarietà, quindi per me la parola solidarietà ha un significato particolare, profondo. Soprattutto in questo mondo globalizzato in cui viviamo oggi, tanto ingiusto, tanto insicuro, la solidarietà è imprescindibile. Anticamente, tanti anni fa, gli esseri umani, i popoli potevano vivere prescindendo dai problemi degli altri, un vecchio detto fa “Questo è lontano dal mio letto”, ma nel nostro tempo la tecnica moderna ha accorciato le distanze e i tragitti sono molto brevi, per esempio dall’Iraq a casa nostra, qualsiasi conflitto nel punto più lontano del mondo puo’ terminare incendiando la nostra casa. Oggi nessuno puo’ vivere sicuro nella sua piccola libertà considerando lontana la schiavitù degli altri, per questo bisogna globalizzare la solidarietà di fronte alla globalizzazione del sistema. Per questo nel mio libro ci sono anche molti elementi di autocritica, come vedo la storia dei paesi socialisti, con rispetto, perchè io so che ci furono cose buone e cose cattive, anche se alla fine fu un vero naufragio, si tradirono gli ideali, questa è stata una delle cause principali della caduta dell’ideale comunista.

Molte volte la gente mi chiede se continuo ad essere comunista, io prima di tutto separo l’idea dai partiti politici e dal sistema, io idealmente continuo ad essere comunista perchè l’idea che sta in cima ai partiti e ai loro errori, quella è ancora lì, se qualcuno mi offre un’ideale migliore del mio io ci farei un pensiero, ma bisogna offrirmi qualcosa di migliore, nel frattempo io continuo ad essere comunista, dal punto di vista ideale. E sono militante anche se siamo ridotti ai minimi termini, ma ripeto, quello che contano per me sono le idee.

Il mio libro è la vita di un comunista che continua ad essere comunista, perchè è una bella utopia e l’utopia è il motore del progresso. Pensare di vivere in una società dove non ci sia la fame e la guerra, discriminazioni sociali, dove si raggiunga l’uguaglianza per tutti, dove ci sia pane caldo per tutti. E noi non raccontiamo abbastanza alla gioventù cosa significa questa utopia, cosa significa lottare, lottare sì per il quotidiano da una parte, per la casa, per gli aumenti salariali, per l’immediato, ma non bisogna dimenticare che questa NON è la nostra società, che noi lottiamo per una società differente e spiegare cosa intendiamo con questo. C’è bisogno di un orizzonte di un mondo migliore, un mondo possibile come dicono i giovani oggi, i più coscienti.

Desidero che il mio libro serva ad educare la gioventù, come servono tanti altri libri scritti su questo tema.

 

Domanda: “Nel libro e anche ora, quando si riferisce alle persone che vi erano vicine parla di madri, non di padri….”

 

Marcos Ana: “Sì, le madri sono state il simbolo, sono quelle che hanno sofferto di più, quelle che si incaricavano di portare i pacchetti al carcere, molte volte erano loro che ricevevano la notizia “Questo pacco non puo’ passare, perchè suo figlio è stato fucilato questa mattina”. Noi in carcere dicevamo sempre “Quando le cose cambieranno, la prima cosa che noi dobbiamo fare è alzare nel cuore della Spagna una celebrazione alla madre spagnola”.

Erano le madri, le mogli e anche le figlie che andavano al carcere a portare le cose, a ritirare le cose per lavarle, a portare il poco cibo che potevano. Mio padre poi lo uccise l’aviazione tedesca quando ero giovanissimo.

Sempre ricordo quando eravamo ad Alicante, alla fine della guerra, sperando che ci raccogliessero delle navi inglesi e francesi a prenderci, invece arrivarono quelle di Franco e ci presero tutti.

La notte prima, aspettavamo le navi, scrutavamo l’orizzonte e sentimmo passare una fila di camion, era la divisione Littorio, comandata dal generale Gambara e furono quelli che poi mi incarcerarono.

Per questo dico sempre ci sono due Italie, quella di Mussolini e quella delle brigate garibaldine.

Ricordo che Rafael Alberti mi raccontava un aneddoto sull’arrivo delle brigate internazionali, l’8 di novembre del 1936: erano a  Madrid, erano appena arrivati, il giorno dopo sarebbero entrati in combattimento e vide un giovane sdraiato a terra, con gli occhi azzurri, probabilmente nordico che con uno spagnolo stentato disse “Bella però questa città….” Alberti rimase impressionato da come un ragazzo di 18-20 anni venisse a morire per una città che nemmeno conosceva. La leggenda delle brigate internazionali è stato davvero un riferimento romantico e rivoluzionario grandissimo e la prova ne è l’enorme bibliografia sull’argomento.

Oggi stesso ho ricevuto una mail dalla Bulgaria perchè mandai un libro al gruppo del dottor Mitchev che fu il comandante della Brigata internazionale Dimitrov, lui è già morto, ma mi rispondono, ringraziandomi, dal momento che parlo anche di loro; io sono stato vicepresidente della FIR, Federazione Internazionale di Resistenti, una federazione fatta alla fine della guerra dove c’erano soprattutto coloro che avevano combattuto nelle varie resistenze, non negli eserciti regolari, un’organizzazione che ha milioni di soci. Io ero vicepresidente fino a poco tempo fa e in questa organizzazione c’erano anche quelli delle brigate internazionali e quindi ne ho conosciuti tanti. Loro vennero qui a lottare per noi, a morire per noi e ancora adesso succede che dopo tanti anni, dopo tanti naufragi, sconfitte e sofferenze, vengono qui a 90 anni in Spagna, con la Spagna nel cuore. Quello che mi impressiona non è tanto la lotta di ieri, che fu sì importante, ma il fatto che quella lotta venga ricordata come l’epoca più bella della loro vita! Ora ne rimangono pochi, gente di 90 anni, ma ancora adesso vengono, organizziamo celebrazioni, arrivano anche in carrozzella.

 

Domanda: “Lei parla molto nel libro dell’unità dentro la carcere, della solidarietà, noi, in Italia, soprattutto negli anni ‘80,’90, attraverso il fenomeno del pentitismo, e non solo, abbiamo visto frequenti fenomeni di rottura, delazione, fino al tradimento. Non avveniva nulla di tutto ciò allora, tra voi?”

 

Marcos Ana: “In realtà nei primi anni i prigionieri politici erano un mosaico, c’erano comunisti, socialisti, repubblicani, massoni, anche gente di destra “civilizzata” che era stata dalla parte della repubblica, quindi c’erano sì alcuni problemi. Non dimenticare che la fine della guerra fu il tradimento di Casado, la fine della guerra fu che una Giunta chiamata “di difesa” consegnò Madrid ai fascisti, e in questa giunta c’erano i socialisti, gli anarchici, e il colonnello Casado fu lo strumento, misero in galera persone che quando arrivarono i franchisti erano in carcere e così rimasero dentro. Ci furono grandi errori. Questa era l’amarezza che aveva lasciato la guerra, come era finita male, consegnandoci al nemico; perchè noi nel ‘39 pensavamo che avevamo ancora abbastanza forza e territori per continuare a resistere, soprattutto tenendo conto della prospettiva immediata della guerra mondiale. Sapevamo che non potevamo vincere la guerra, ma sapevamo anche che la guerra mondiale stava per cominciare per i preparativi che c’erano. Non che tutti i socialisti e gli anarchici la pensassero così, ma i loro dirigenti sì. Pensarono addirittura che Franco li rispettasse, anche i gradi militari! Che ingenuità. E così entrarono in carcere anche loro.

In quel periodo quindi in carcere c’era molta discussione in questo senso, cercavamo anche di limitarla, moderarla. Ma col passare degli anni i prigionieri di guerra uscirono e coloro che allora entravano erano quelli che facevano il lavoro illegale, nella clandestinità, e più del 90% erano comunisti. Ci fu un momento in cui nelle carceri c’erano quasi solo militanti comunisti, allora la nostra vita cambiò perchè avevamo un’unità politica e c’era una solidarietà tra di noi che fu quella che ci salvò, avevamo un sistema di “comunas”: per un compagno che riceveva un pacco ce n’erano quattro che non ricevevano niente e quindi si divideva il pacco di quello che riceveva anche se era così poco che non avrebbe sfamato neppure quello che lo riceveva. Questo sistema di condivisione lo mantenemmo fino alla fine, certo negli ultimi tempi si stava meglio, c’era molta solidarietà, anche dall’estero.

A Burgos la direzione delle carceri fece un errore, dal loro punto di vista certo: concentrarono in quel carcere tutti coloro che organizzavano le lotte, le ribellioni. Quindi Burgos diventò un carcere di quadri politici, era più facile per noi organizzarci, studiare, produrre materiale.

Racconto molti aneddoti di lì, come eravamo organizzati, come conservavamo i libri, inserendoli in altri libri rilegati. Quegli anni sono stati importantissimi, li ricordo non come un incubo (come qualcuno potrebbe pensare) ma come momenti di grande lotta, formazione, di quanto imparai dal momento che ero molto giovane, ricordo i compagni che si salutavano quando andavano alla fucilazione, li ricordo come una conseguenza naturale della mia vita, della vita che ho scelto, di un uomo rivoluzionario.

Il carcere mi diede anche molto, pur nella sofferenza, nella fame, nella tortura, ma raggiungemmo una dignità, un modo di vedere la vita e la lotta.

La gente mi chiede che cosa più difficile per me, gli anni della fame, della tortura, della pena di morte, la separazione dalla famiglia…. Io sempre rispondo che la cosa più difficile per me fu la libertà: io ero incastonato nel carcere come una pietra oramai, avrei potuto resistere cento anni, era la mia vita naturale. Quello a cui non ero preparato era vivere e i miei problemi veri sono cominciati con la libertà, dovetti cominciare a vivere a 42 anni, come un bimbo, come un cieco. Nascere a 42 anni è qualcosa di serio. Conoscere per esempio l’amore, come racconto nel libro.

Il processo di adattamento psichico e fisico per me fu molto difficile.

Per 23 anni ero stato abituato a vivere in spazi chiusi, verticali e corti, il nervo ottico perse alcune capacità, come un organo che non si usa, quindi se stavo come adesso in una situazione con una finestra e un edificio di fronte, tutto bene, ma quando andavo fuori città, vedevo gli orizzonti aperti, avevo nausea, il mio nervo ottico non resisteva, non era preparato, dopo tanti anni stando sempre contro una parete.

Una volta Rafael Alberti e Maria Tersa Leon mi mandarono un biglietto dandomi coraggio, chiedendomi di raccontare come era la mia vita, io risposi con una breve poesia che dice:

“La mia vita la posso raccontare con due parole:

un cortile e un pezzetto di cielo

dove ogni tanto passa una nuvola persa

o un uccello fuggendo con le sue ali”

 

Così è stata la vita per 23 anni, la vita libera e aperta è stata più difficile per me.”

 

Domanda: “Cosa succede ancora ad un corpo, rinchiuso per 23 anni in un carcere?”

 

Marcos Ana: “Io affrontai gli anni più difficili del carcere, quelli della fame e la tortura, nella mia gioventù, per altri che entravano a 30-40 anni, altri a 50 anni, era certo più dura. Quindi avevo forza e soprattutto c’era la dignità che era l’ingrediente imprescindibile. Quando uscii fisicamente stavo bene, un medico a Parigi mi trovò un’insufficienza coronarica, ma poco altro. Una cosa strana è che in carcere persi l’olfatto, non so perchè. Certo ci furono molto compagni che morirono in carcere, di fame per esempio, perchè non si moriva solo di fronte ai plotoni di esecuzione. A volte ti svegliavi e a fianco a te c’era un compagno che era morto, di fame, di stenti.

Per questo a  volte, soprattutto qui in Spagna, non vado a “omaggi” o celebrazioni che organizzano per me. Dico di pensare a tutti coloro che hanno lottato e sofferto senza ottenere nessuna ricompensa e sono la maggioranza. Io ho avuto molta fortuna, è vero che sono stato 23 anni dentro, che mi hanno portato via metà della mia vita, la mia gioventù, ci fu la tortura, la pena di morte, ma quando uscii l’apparato clandestino mi trasferì a Parigi e la prima celebrazione fu fatta dopo poco tempo alla sede dell’Unesco e in seguito cominciai a girare il mondo, avevano preparato tutto per me…. Utilizzavamo la triste autorità della mia vita per portare il messaggio dei prigionieri politici della Spagna in tutti i Paesi del mondo. Io ero come un sonnambulo precipitato nel mondo.

Per questo mi considero malgrado tutto un privilegiato, quando uscii la vita fu molto generosa con me, parlavo nelle università, ero ricevuto dai governi, questa ricompensa la maggioranza di noi non l’hanno ricevuta. Qui in tutta Spagna c’è un’associazione di ex prigionieri politici, ma non è stato fatto un vero e proprio riconoscimento di tutti questi uomini e donne che lottarono per la libertà, che diedero la vita per la libertà.

Per questo quando, soprattutto qui in Spagna mi invitano per una celebrazione, io dico “Fate un omaggio collettivo.” Io rispetto molto quelli che chiamo gli “eroi oscuri”, quelle persone semplici, senza volto e nome, ma senza i quali non avrebbe funzionato l’ingranaggio della nostra lotta, furono imprescindibili, la storia non la fa una persona sola. Per questo mi fa molto piacere quello che dice Saramago nell’introduzione al libro: “Marcos Ana, invece di compiacersi davanti allo specchio, lo rompe in mille pezzi perchè in ogni frammento si veda il volto e la sofferenza dei suoi compagni.”

 

Domanda: “Può raccontarci quel momento vissuto in carcere, dell’immagine di Lenin? A leggere quelle pagine ci si emoziona.”

 

Marcos Ana: “Sempre ho detto che c’è una “mistica rivoluzionaria”, bisogna pensare a quello che successe nell’anno ‘43. Mi portarono nel braccio speciale, avevamo scritto un giornale nel carcere, dovetti sopportare torture terribili. Un giorno ero in cella, sanguinante, e vedo che mi passano un bigliettino, mi trascino a vedere cos’è ed era una piccolo ritratto di Lenin strappata da una pagina di un libro, era Lenin nella piazza rossa, con uno di quei cappelli russi tipici.

Per me era come se a un cristiano avessero passato un’immagine della vergine Maria!

Puoi immaginarti un comunista di quell’epoca. Io quando ricevetti quel biglietto, sapevo che sarei stato più forte della polizia, come se io non fossi più stato solo, lì c’era Lenin con me, condividendo la cella con me, misurando la mia resistenza e la mia dignità. Io lo tenevo nascosto e quando mi riportavano in cella tiravo fuori il ritratto e gli dicevo “Guarda compagno come mi hanno ridotto, – mi vergogno a raccontarlo, ma è così – ma non preoccuparti ho forza sufficiente per difendere il partito.” Un giorno io sentii che stavano portando un prigioniero, sentii i gemiti, lo stavano portando in cella, era insanguinato, incrociai i suoi occhi e mi resi conto che era un uomo che era stato battuto, che aveva parlato o che stava per parlare, io allora ci pensai molto e dopo, come un bambino, ripeto, ho vergogna a raccontarlo, dissotterrai il ritratto di Lenin e gli dissi “Guarda compagno, lo sai che per nulla al mondo mi separerei da te, ma hanno bisogno di te nella cella 27” e il giorno seguente quando uscimmo per fare i nostri bisogni io presi il ritratto di Lenin e lo gettai nella finestrella della cella di quel compagno. Ero molto preoccupato di quello che sarebbe successo, aspettavo di vedere come sarebbe tornato dalla tortura il compagno della cella 27, e lo vidi arrivare, sembra un miracolo, ma vidi che aveva cambiato la luce dei suoi occhi, una luce densa, più sicura, era diverso.

Apro una parentesi: in carcere la resistenza è un problema di immaginazione, immaginarti il presente e il futuro, per esempio, quando  stavo per essere torturato, io sapevo che nel carcere i compagni stavano pensando a me, alcuni stavano pensando “El chaval, il giovane, non resisterà”, altri che dicevano: “Vedrai che ce la farà!” E allora io quando stavo per essere torturato mi immaginavo come sarebbe stato il mio rientro in cella, se io parlo mi sentirò una schifezza, me ne starò come uno straccio nell’angolo, vergognandomi, solo, nel cortile senza il coraggio di guardare negli occhi i miei compagni; d’altra parte se io resisto alla tortura i compagni mi riceveranno con orgoglio, con abbracci. E io torno con dignità.

Dopo alcuni anni, cambiai di carcere, andai a Ocagna, dove fui condannato a morte, a proposito, il portone nella copertina del libro è proprio quello della porta della cella di Ocagna dove ero condannato a morte, abbiamo chiesto l’autorizzazione e mio figlio mi ha fatto l’anno scorso questa foto, bene lì a Ocagna vidi un giorno un gruppetto nel cortile che ascoltavano la storia di uno: io mi avvicinai, era quel compagno che stava raccontando la storia di Lenin, mi ricordo come si chiamava Colmenareo, dopo lo fucilarono, ci salutammo, ci abbracciammo: lui mi raccontò come era andata, mi disse: “Io avevo cominciato a parlare, a denunciare i compagni di Toledo, ma quando ricevetti il ritratto di Lenin mi picchiai contro il muro per la rabbia e nei giorni seguenti fu tutto diverso, i poliziotti non capivano che cosa mi fosse successo, ero un altro, un uomo intero.” E io gli chiesi: “Che cosa facesti col ritratto di Lenin?” “Io glielo passai ad un altro compagno.” Mi disse.

Così diventò come una leggenda, che Lenin in quel 1943 stava lottando insieme ai prigionieri politici spagnoli.

Questa storia la raccontai allora in piccoli foglietti che uscirono dal carcere e clandestinamente attraversarono l’Europa e arrivarono fino a Mosca e nel museo di Lenin la mia storia è lì o almeno c’era fino a un po’ di tempo fa….), con le mie parole manoscritte, con a fianco la traduzione in russo. Questa storia sembra quasi ridicola, ma ripeto, c’è una mistica rivoluzionaria che emerge in tanti momenti.

 

Domanda: “Ci può spiegare, si può spiegare che cosa è la tortura?”

 

Marcos Ana: “Bene, ci sono tanti tipi di tortura, a me applicarono la corrente elettrica, mi mettevano dei cunei tra le unghie e la carne delle dita, oppure prendevano un imbuto te lo infilavano in bocca e tu anche se non volevi ingurgitavi un secchio d’acqua fino a rischiare di soffocare, a sentirti morire, e sempre un foglio in bianco vicino a te per firmare quello che volevano che tu firmassi, c’era gente che non riusciva a reggere, ma il segreto era nel resistere fino a perdere conoscenza, perchè allora erano loro stessi che cercavano di recuperarti perchè non se ne facevano nulla di uno senza sensi, o di un morto. Un altro procedimento che usavano di frequente, molto semplice, molto comune, ma molto doloroso: ti mettevano nudo disteso a pancia in giù su un tavolo e con una verga ti bastonavano il sedere e ti dicevano: “Non vogliamo sapere nulla di te!” Loro si mettevano a parlare di qualsiasi cosa, di calcio… E continuavano a colpirti, a colpirti, il giorno dopo lo stesso, e avanti così, ma si arrivava ad un momento che la carne era viva, macerata, sfatta, e il dolore era tremendo, irresistibile, allora sì, aspettavano che tu parlassi o firmassi. Era orribile, era la più terribile.

Un’altra era metterti una maschera antigas che non ti permetteva di respirare e ti sentivi soffocare, ma anche qui il segreto era resistere perchè noi sapevamo che se resistevi perdevi i sensi e ce l’avevi fatta.

C’è una storia che racconto nel libro, del sadismo che c’era. Una volta alla settimana arrivava un tipo, ben vestito, conosciuto ai poliziotti, bevevano un caffè, si toglieva la cravatta e cominciava a picchiare il prigioniero che c’era lì, in quel caso io, mi calpestava le mani, mi colpiva con una furia, un odio terribile e quando terminava, si rimetteva la sua cravatta, la sua giacchetta, si rimetteva in ordine e usciva. Rimaneva con me un poliziotto (quello che faceva la parte del “buono”, sempre c’è in questi casi quello che fa la parte del buono), così gli chiesi una volta chi fosse quell’uomo, se mi conosceva. “No, mi rispose, non vi conoscete, non sa chi sei, è che fu incarcerato qui a Madrid coi rossi, si salvò dalla morte per miracolo e ogni tanto viene qui, si sfoga, con un prigioniero o un altro, fa lo stesso”. “Ma, possibile – dicevo io – che un uomo sia capace di venire qui, freddamente, come se andasse a giocare a polo, a massacrare un prigioniero qualsiasi?”

Quello che io ho sofferto, l’aver conosciuto la violenza in questo modo,  mi ha portato alla conclusione che io non sarei mai capace di fare violenza contro qualcuno, io dopo quello che ho passato avrei potuto trasformarmi in una bestia, invece mi sono trasformato in un essere aperto e ancor più comprensivo, tanto che molte volte non do i nomi dei miei carnefici, perchè mi preoccupa che queste persone possano avere figli, nipoti che non conoscono la loro vita e che non voglio si vergognino di qualcosa che non hanno commesso.

Lottare per una società nuova e conseguirla, questa è l’unica ricompensa che desidero. Non si tratta di “andare alla casa del mostro”, quanto di farla finita con un sistema che genera mostri.”

 

Domanda: “Nel libro accenni quasi ad una nostalgia per quel periodo, come un periodo straordinario. In realtà viene descritto un periodo della storia di Spagna terribile. Vengono da pensare due cose: il periodo che stiamo vivendo ora è “peggiore”? Oppure, tristemente, l’umanità deve passare attraverso periodi come quelli raccontati per esprimere il meglio che c’è in lei? I migliori valori, la forza, l’umanità, la solidarietà?”

 

Marcos Ana: “Certo per me quella fu un’epoca in cui conobbi l’amore dei miei compagni, la solidarietà che ci unì, non è che quell’epoca sia stata migliore di questa, certo che no, ora possiamo discutere, essere qui a parlare, certo c’è un salto tra quello che speravamo allora e quello che abbiamo raggiunto ora dopo tante lotte.

Noi comunisti dicevamo un tempo per esempio: “Come sarà se già ora siamo in tanti a lottare, il giorno in cui ci sarà democrazia e libertà?” E invece è stato il contrario, durante il periodo della lotta avevamo più speranza di ora. In effetti la fine della dittatura qui è stata una cosa strana, particolare, non fu come a Cuba, o come nel ‘17 in Unione Sovietica, qui ci fu una transizione, da farsi con gli stessi franchisti. Fu una negoziazione molto difficile, anche perchè il loro primo obiettivo fu come disattivare il partito, come poter disattivare questa storia, questo gruppo di persone che tanto lottò contro la dittatura, soffrendo, versando sangue. Volevano prima di tutto NON  legalizzare il partito, poi dicevano che dovevamo cambiare nome, fecero tutto il possibile, anche economicamente, finanziarono altre soluzioni, apparivano nuove organizzazioni con molti  soldi, mezzi di propaganda, mentre molti di noi ancora erano in carcere. Per esempio il partito socialista potè organizzare il suo congresso legale, con grandi aiuti, finanziamenti, anche dalla Germania, noi continuavamo ad essere perseguitati.

Tutto questo ha influito, soprattutto nella gente un po’ più conservatrice, creandoci grosse difficoltà.

I socialisti diventavano “la giusta temperatura”, noi eravamo quelli “troppo caldi”….

Pensate che il partito socialista, guarda che lo dico con rispetto verso quel partito, ma è la verità, quando ci furono le prime elezioni andavano nei paesi in cerca di candidati, perchè non avevano nessuno, non avevano militanza. Noi in ogni paese avevamo dei martiri, gente che aveva passato anni di carcere, nel lavoro clandestino, avevamo quadri in abbondanza, i socialisti non avevano militanti, cercavano allora “il figlio del medico di qua”, un altro di là…. Questo spiega perchè in questa grande infornata di candidati nel partito socialista ci fu tanta gente senza principi, senza ideologia, ma con opportunismo. La politica di disattivare il partito ha dato i suoi frutti.

Certo poi c’è stata la caduta dei paesi socialisti, i nostri stessi errori, questo ha fatto sì che il partito abbia perso forza. Ora poi il bipartitismo stile USA e una legge elettorale ingiusta hanno fatto il resto. Ora per esempio i nostri due eletti in Isquierda Unida ci sono costati un milione di voti, mentre al partito socialista o popolare gli sono costati solo 50.000 voti.

Ora poi ci sono anche pochi soldi per continuare, con due deputati, è difficile mantenere una struttura, sostenere una rivista.

Tutto ciò è molto triste. Ma nella vita ci sono chiari e scuri, oggi per esempio, io credo che nonostante tutto, il dramma dell’umanità attuale dipenda anche dal fatto che non esiste più l’Unione Sovietica che bilanciava lo strapotere dell’imperialismo militare e ingiusto che ora ha il monopolio.

Tornando al nostro discorso, io dico che continuo ad essere comunista, nonostante gli errori, le sconfitte, gli ideali rimangono con la loro purezza e bontà.”

 

Domanda: “Dove vede oggi movimenti rivoluzionari?”

 

Marcos Ana: “Nelle grandi masse impoverite, ma col problema che le massi impoverite si possono fermare alla prima panetteria che trovano nel cammino. Non c’è una seria coscienza rivoluzionaria, ma io confido nella gioventù, nonostante ciò che si dice. Prima di tutto perchè se davvero speriamo che il futuro sia nostro, non si può prescindere dai giovani, bisogna saper informarli e aiutarli.

Io dico sempre: dobbiamo porci al livello della gioventù e non come fanno certi vecchi compagni che si rapportano con la gioventù credendo di sapere già tutto, come “apostoli o martiri”, scaricandole addosso un’esperienza che rischia di pesare troppo, di rimanere inascoltata.

Bisogna mettersi al loro livello, sapere cosa pensa la gioventù oggi, loro hanno il futuro, con loro dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire cosa desidera la gioventù che non è quello che noi vorremmo che fosse.

Io confido in loro, non ci sono solo i giovani disillusi o che si interessano solo di calcio o peggio di droga, no, no, c’è un’altra gioventù che è all’avanguardia: la prova è che quando si riuniscono i potenti del mondo, loro sono lì a migliaia a manifestare.

Ora per esempio andrò a Medellin dove c’è un festival di poesia, di protesta contro l’ingiustizia del mondo, arrivano giovani dal mondo intero.

Io dico addirittura, sembrerà contraddittorio, che a volte l’esperienza è conservatrice, può essere persino controrivoluzionaria. Nel senso che se non attualizziamo la nostra esperienza, rimane lì come un patrimonio privato che molte volte è nemico dell’iniziativa della gioventù. Il mondo cambia e noi dobbiamo attualizzare la nostra esperienza, renderla uno strumento utile. Io dico che è più importante l’impulso dei giovani che l’esperienza degli anziani. Il meglio sarebbe una sintesi delle due e questo è quello che io cerco.  L’altra sera per esempio ero da un amico che stava sgridando pesantemente il figlio di 17-18 anni, non ricordo perchè, e gli diceva “Guarda tua madre che ha le dita segnate da tanto che ha fregato i panni per tutta la vita!!!” E io poi gli dicevo: “Guarda che non può capirti, lui è nato che c’era già la lavatrice!”

Non bisogna comunicare, trasmettere semplicemente, bisogna comunicarSI. Prima ci si parlava nelle piazze, nei mercati, coi vicini, ora invece ci si vergogna di dire le proprie idee, prima era un orgoglio, parlare, dire che si era comunisti….

Il mio libro sta andando bene, molti giovani lo leggono e mi scrivono, centinaia di lettere, e mi dicono: “Ho capito questo…. Mi sono svegliato…. Ora ho compreso….” E’ interessante, adesso poi che Almodovar ha detto che vuole fare un film tratto dal mio libro, abbiamo già firmato il contratto, ora la notizia ha girato ancora di più. Mi chiamano anche dagli Stati Uniti….

E’ curioso perchè Almodovar non sapeva chi fossi, non sapeva se Marcos Ana era un calciatore o un torero, ma quando El Pais pubblicò l’episodio del libro dove racconto della prostituta, Almodovar lo lesse e chiamò la casa editrice a Barcellona per ricevere subito un libro.

Così Almodovar chiese un giorno alla casa editrice: “Non potrei conoscere Marcos Ana?” “Certo – gli dissero – abita vicno a lei!”

Così un giorno vennero qui Almodovar, che abita proprio qui vicino, e suo fratello che fa il produttore, la casa di produzione si chiama “Il desiderio”; io avevo sempre creduto che Almodovar fosse un tipo certo molto bravo, ma allo stesso tempo stravagante e distante, freddo, e invece mi trovo qui a casa mia con un essere umano, vero, con una grande sensibilità artistica e personale. C’è stato un incontro e una sintonia tra noi straordinaria. Quando stava per uscire mi ha detto: “Per me è stato importante averti conosciuto:” E io gli ho risposto con le ultime parole del film Casablanca: “Questo è l’inizio di una grande amicizia!” Ed è vero, da allora ci sentiamo, ci scriviamo…

Al di là del film che tra l’altro si farà è stato un incontro umano importante, io vivo per conoscere le persone, gli altri; il mio cuore è come una città che va crescendo continuamente, ogni persona che  conosco è una ricchezza per me.

 

Domanda: “Come fa a ricordare così tanti nomi, tanti ce ne sono nel libro….”

 

Marcos Ana: “In realtà ne ricordo pochi… A volte si infilano nella zona oscura della mia memoria, ma se avessi messo tutti i nomi sarebbe diventato un elenco telefonico! Io sto perdendo la memoria, come è naturale, vista l’età, ma la memoria fa una selezione e si ricorda quello che è stato più importante nella tua vita. La memoria ha una cassa di sicurezza dove c’è quello che più ha colpito. Sono cosciente che non mi ricordo tutto e non ho scritto tutto; alcuni mi hanno detto: “Non ti sei ricordato di me… Non hai scritto di me…. Non ti ricordi che abbiamo fatto uno sciopero della fame, eravamo nella stessa cella…”

Avrai visto che io do molta importanza agli aneddoti. Ho pensato molto a come scrivere il libro, volevo che fosse molto leggibile, come un romanzo, persino con suspence. D’altra parte ci sono parti che sono più pesanti, come l’ultima, dove racconto dei viaggi fatti, ma era necessario, dovevo raccontarli. Come non potevo poi parlare del caso di Julian Grimau, tanto conosco la vedova, tanto abbiamo viaggiato insieme prima e dopo l’uccisione del marito. So che magari alla gente interessa meno, interessa di più la storia della prostituta… Ma era necessario.

Il libro poi finisce con il ‘77, con la transizione, prima di tutto perchè non poteva essere più grande (sono più di 350 pagine). Ma da quella data non poteva essere più un libro “caldo” come questo, con molta umanità, molti aneddoti, l’altro, il successivo, dovrebbe essere un libro freddo, analitico, statistico, con un altro linguaggio e io non sono preparato a fare questo.

E così lo chiudo con la transizione in quel momento così particolare, di grande euforia, la gente per le strade, Madrid, i clacson delle automobili, uomini e donne che si abbracciavano per le strade. Io racconto che vidi una donna che piangeva, mi accorsi che era Emilia, la madre di un ragazzo morto con me, in prigione, mi disse “Non pensare che non sia felice per quello che abbiamo raggiunto, soffro perchè non c’è mio figlio con noi.” Così io, in mezzo a tutto quel giubilo andai di fronte al terribile carcere di Porlier, qui a Madrid, quella che era stata un collegio di Calasanzio, mi sedetti di fronte, in un caffè, cominciai a pensare a tutti coloro che erano morti, a dialogare con loro, a raccontare quello che avevamo raggiunto, la legalizzazione del partito, ricordavo i miei compagni, quelli che abbiamo salutato quando andavano davanti al plotone di esecuzione.

E scrivo: “Fino a che arrivò il cameriere dicendo che stavano per chiudere. Alcune automobili stavano ancora andando per le strade di Madrid, riempiendo di bandiere e canti, quella storica notte di primavera.”

Ho cercato di raccontare quello che è successo in Spagna con una prospettiva poetica. Speriamo che si trovi in Italia una buona casa editrice che traduca e distribuisca questo libro. Non mi interessa la parte “macroeconomica”, mi interessa che venga letto, se fossi milionario pagherei io la stampa….

Verrà intanto presto tradotto in Francia, in Portogallo e persino in Ungheria”.

 

Domanda: “Lei crede che la forma partito sia ancora valida?”

 

Marcos Ana: “Sì, in un regime democratico è l’unica forma di rappresentanza dei vari segmenti della società, con interessi diversi. Però oggi i giovani pensano che i partiti abbiano fallito e dobbiamo ascoltarli, capire perchè lo pensano. Quello che penso è che non si deve restare nella marginalità.”

 

Domanda: “Ci dice qualche parola sulla questione catalana, basca e galiziana?”

 

Marcos Ana: “La Spagna è evidentemente un paese multinazionale, credo che le richieste dei catalani e dei baschi siano legittime lo dice anche la costituzione; un’altra cosa sono le azioni sovversive di Eta che romperebbero l’unità di Spagna.

Ma va riconosciuto che questi paesi hanno storia propria, una lingua propria, un folclore proprio. Suarez a suo tempo lo risolse con una battuta “caffè per tutti!”, ovvero, autonomia per ogni regione. Certo fu una soluzione parziale: la regione di Murcia per esempio non ha un’identità particolare. Galizia, Catalogna e Euskadi hanno invece le loro legittime aspirazioni.

Per questo noi siamo per una Spagna federale, che può funzionare perfettamente.”

 

Domanda: “A che punto è la solidarietà?”

 

Marcos Ana: “E’ fondamentale, io quando uscii dal carcere lavorai nel “Centro internazionale di solidarietà con la Spagna” CISE, di Parigi, presieduto da Pablo Picasso e quando tornai in Spagna mettemmo in piedi il centro “Ieri per la Spagna, la Spagna per i popoli”, era un centro di solidarietà. Ci fu il Cile di Pinochet, l’Uruguay, l’Argentina, quando la notte cadde su questi paesi che ci avevano aiutato tanto, cercammo di restituire questa solidarietà.

Prima da Parigi, poi dalla Spagna, li aiutavamo, la nostra era aperta, arrivavano da ogni parte.

Per esempio adesso in Uruguay c’è un ministro che mi raccontava che quando andai per la prima volta in Uruguay lui era uno studente e faceva parte del gruppo di studenti che mi scortava.

Lo stesso succede spesso nelle università dei Paesi Scandinavi: molti giovani che allora mi ascoltarono adesso sono professori, rettori e mi invitano a parlare con gli studenti.

Insomma ho una vita molto attiva e è questo quello che mi permette di essere così a 88 anni. Questo è quello che dico sempre ai miei compagni: quando terminano i progetti è quanto termina la vita, si puo’ vivere vegetando molti anni, ma la vera fine della vita è quando terminano i progetti, la curiosità.

Ogni sera mi faccio una notazione sulle cose da fare il giorno dopo e non riesco mai a farle tutte, adesso per esempio il medico si arrabbia perchè col menisco rotto, dovrei stare fermo a letto, invece sto qui al computer, vado in giro, conosco persone. Ogni volta che conosco una persona è qualcosa che mi arricchisce, uno mi insegna una cosa, uno un’altra, anche tu qui adesso mi dai delle cose.

Qualche settimana fa ero a Cuba e ho incontrato Raul Castro. C’è un pezzetto della nostra conversazione, si vede anche su internet, lui dice: “Guardate ha 23 anni e ne vuole vivere più di 100” Io gli rispondo: “E’ che l’arte di mantenersi giovane, è l’arte di mantenere giovani le idee!” Lo penso davvero. Quando sei stanco di tutto, la vita non ha più senso. L’importante è non pensare che il tuo ombelico sia il perimetro del mondo, ma vivere per gli altri.

 

Domanda: “Cosa significava per voi cantare in carcere?”

 

Marcos Ana: “In chè senso “cantare”? Perchè in carcere cantare vuol dire anche “parlare”, denunciare….”

 

Domanda: “No, no, cantare canzoni….”

 

Marcos Ana: “Cantavamo molto, soprattutto i giovani, nell’epoca di quando ero condannato a morte avevamo un gruppo musicale. Cantavamo canzoni della guerra; io credo che fosse prima di tutto l’espressione di persone che non si danno per vinte.

Nel libro racconto che una volta venne un sacerdote a visitarci nel carcere di Burgos, cantavamo, da condannati a morte che eravamo, rimase “allucinato”… Era una manifestazione di certezza nelle proprie idee, gli stessi agenti erano sconvolti, non capivano come fosse possibile, cantavamo, e ogni notte alcuni di noi venivano portati via per essere fucilati: e noi avevamo inventato una canzone, la canzone della “Peppa”. Avere la peppa voleva dire essere condannati a morte. Cantavamo pur sapendo che quell’alba potevamo essere noi ad essere fucilati. Ti canto quattro strofe perchè tu senta (canta…)….

 

La Pepa è “una bella gnocca”

che va di moda a Madrid

e che ha predilezione

per i “rossicci”.

Quando viene questa donna,

nel carcere di Porlier

al più cattivo gli strofina

i fianchi.

Pepa, Pepa, dove vai

con tutti questi uomini.

Pepa, Pepa vai a finire in un pasticcio.

Continuando a uccidere così, lascerai vuota Madrid,

Aranjuez e El Escorial

 

Così cantavamo e le guardie erano sconvolte!

Era una forma di difenderci, di resistere, di dimostrare la nostra dignità.

Ma c’era un’altra parte della vita del prigioniero, perchè di giorno soprattutto i militanti comunisti che erano ben organizzati, eravamo come un orchestra collettiva e tu eri più preoccupato di non  stonare nell’insieme che non dei tuoi problemi personali. Ma quando arrivava la notte e ti coprivi con la coperta, arrivavano i pensieri, la tua famiglia, i tanti anni di prigione che ti aspettavano.

C’era quindi un mondo più visibile che era quello che dimostravamo ai nostri guardiani, e c’era l’altro, quando arrivavano i tuoi problemi, perchè anche i comunisti piangono, hanno lacrime, non siamo macchine. Quindi è normale che questo avvenisse.”

 

Domanda: “Proprio di questo volevo chiedere alla fine: sarebbe stata diversa quest’intervista se fosse avvenuta di notte?”

 

Marcos Ana: “Non lo so, forse sì. In effetti la notte ha un sapore particolare. Ho scritto alcune poesie sulla luna. La luna era importante, impressionante. Ancora adesso mi sveglio tutte le notti, verso le 5, 5 e mezza, ne ho parlato anche coi medici, non c’è spiegazione, se non quella che a quell’ora passavano i camion della morte che portavano via quelli che sarebbero stati fucilati.

Li portavano dietro il cimitero e noi sentivamo le scariche di mitragliatrice, la usavano per far più in fretta il massacro. Dopo, in un silenzio profondissimo, da quanti erano i colpi di grazia capivamo quanti compagni avevano ucciso quella mattina. Così io mi sveglio sempre a quell’ora.

L’intervista forse sarebbe stata la stessa, certo la notte per noi portava un cattivo presagio.

Mi piaceva sempre salire alla finestrella, vedere la notte; una volta mi passarono un libro sulle stelle, era autorizzato, imparai molto di astronomia, guardavo le stelle.

Una volta fui messo in cella di rigore, perchè avevo cercato di vedere la luna, ma era una notte di luna piena, cercavo di spiegare loro che era solo per quello.

La notte, eri solo, pensavi, era terribile per certi aspetti.

Ancora adesso, se mi ammalo e resto a casa qualche giorno, devo uscire al più presto, salire su un autobus, vedere le persone, vedere la vita.

E’ la conseguenza di essere stato tanto tempo sepolto, qualsiasi cosa mi entusiasma, anche una tormenta, mi copro, esco, guardo i fenomeni naturali…

Quello che per la gente è normale, per me è inaspettato, per la vita, accarezzare la testa di un bimbo, stare con una donna, innamorarmi, cose naturali per le persone, per me è tutto eccezionale, lo vivo con una grande intensità, come se in un qualche momento potessi svegliarmi e scoprire che è tutto un sogno…. Anche questo me l’ha dato la vita, non sarebbe stato possibile se avessi avuto una vita normale. L’intensità con cui vivo le cose sicuramente non l’avrei provata se non fossi stato tanti anni detenuto.

Finisco con questo piccola poesia, era quello che sognavo in carcere, ora è come il mio biglietto da visita:

 

La mia casa e il mio cuore. Sogno di libertà

 

Se un giorno tornerò alla vita

la mia casa non avrà chiavi.

Sempre aperta, come il mare,

il sole e l’aria.

 

Che entrino la notte e il giorno

e la pioggia azzurra, il pomeriggio.

Il pane rosso dell’aurora;

la luna, mia dolce amante.

 

Che l’amicizia non fermi

i suoi passi sulla soglia,

né la rondine il volo

né l’amore le sue labbra. Nessuno.

 

La mia casa e il mio cuore

mai chiusi: che passino

gli uccelli, gli amici,

il sole e l’aria.

 

 

 

Posted by: kolibris | December 16, 2008

Neues von, zu und mit Jürg Halter

Zwei neue Poetry-Clips zu den Gedichten „Das Gespräch“ und „Die Welt ist ungerecht“ sind auf http://www.juerghalter.com zu sehen.

Die nächsten zwei Auftritte: 

18. Dez. 2008, Basel, 1. Stock, Walzwerkareal, Jürg Halter liest aus „Nichts, das mich hält“. Die Basler Buchvernissage. Musik: Julian Sartorius. Support-Act: Anna Aaron.                                                     

15. Februar 2009, Bern, Progr Turnhalle, Bee-Flat präsentiert eine Welt-Premiere! 
- Jürg Halter /Vera Kappeler /Julian Sartorius/ Philipp Schaufelberger.
 Der Dichter Jürg Halter trifft auf drei der besten Schweizer Jazz-Musiker. Weitere Auftritte mit diesem Projekt u.a. im Jazz-Club Moods (Zürich) und an den Stanser Musiktagen sind in Planung. 

Alle aktuellen Daten unter: http://www.juerghalter.comLesungs-Anfragen bitte an: info@juerghalter.com. Weitere Lesungen sind in Vorbereitung.

Ein paar Ausschnitte aus dem Programm zu „Nichts, das mich hält“ zusammen mit dem Schlagzeuger Julian Sartorius: Eine Poetry-Performance/Konzertante Lesung (Live-Aufnahme, Nov. 08, Theater Südpol, Luzern):

“Leg den Mantel ab”: http://www.youtube.com/watch?v=II6sZIA81jM “Der Eingriff”: http://www.youtube.com/watch?v=OwxluQCm08s  “Meine Liebe zu Dir”: http://www.youtube.com/watch?v=OM_3Ez7IcaY “Das Ende deiner Anwesenheit” http://www.youtube.com/watch?v=8noRD6UfSYA

Neue Rezensionen zu „Nichts, das mich hält“ (Ammann Verlag, 2008):

“Es gehört zur wunderbaren Leichtigkeit dieser anrührend schönen Liebesgedichte, dass sie immer wieder einen Hauch von Heiterkeit zeigen, einen Glauben an die Hochseilartistik der Sprache, in der dem Leser nicht weniger zukommt, als der rettende Fänger zu sein.”  (Neue Zürcher Zeitung)

“Da versucht einer, in klaren Bildern eine Welt zu schildern, in der  freilich das meiste nicht klar, sondern in Widersprüchen organisiert ist. Sogar die eigene Identität, die man nämlich verlassen kann wie  ein leeres Haus. Das ist die Unrast von einem, der nicht warten will, bis die Welt die Zeit hat, auf ihn zu warten.” (Tages-Anzeiger)

“Jürg Halter, Lyriker des Notwendigsten. Der junge Berner Poet Jürg Halter scheint mit seiner unprätentiösen Lyrik ein breites Publikum anzusprechen. Seine neuen Gedichte sind erfahrungsgesättigte Geschichten, die der Form wegen nur das Notwendigste preisgeben.”  (Radio DRS 2, Sendung,”Reflexe”)

„Nichts, das mich hält“ ist im Handel erhältlich und u.a. über www.amazon.de, www.buchhaus.ch zu bestellen. Weitere Rezensionen und Radio-Links auf: http://www.juerghalter.com

So weit. – Beste Grüsse,

Halter’s Schatten

Posted by: kolibris | December 19, 2008

Xhevahir Spahiu tradotto da Anila Resuli

La parola

 

Hanno detto alla parola: ora sei libera

ma la parola non aveva forza per dire: non mi serve.

A cosa serve

se non ho parlato quando serviva?

Sono rimasta priva d’ali,

sono rimasta senza cielo,

sono una vita priva di sogno,

sono un sogno privo di vita.

Hanno detto alla parola: sei libera.

Difficile, ha detto la parola, quanto difficile

credere d’essere liberi;

 

dopo aver mangiato le proprie sillabe,

dopo essere rimasti stroncati

anche la libertà diviene prigione.

Hanno detto alla parola: la libertà vive.

La parola disse:

sono come Costantino che dopo la morte ancor viaggia.

Hanno detto alla parola: tu sei la libertà.

Per capire ciò serve ben poco

lei pensò,

lei parlò,

ma al posto dei suoni

ne uscì sangue.

 

 

 

 

 

Fjala

 

I thane fjales: tani je e lire

Po fjala s’ kish fuqi t’u thosh : nuk me duhet

E c’ me duhet

kur s’ u thashe atehere kur duhet?

Kam mbetur pa krahe ,

Kam mbetur pa qiell,

Jam jete pa enderr,

Jam enderr pa jete.

I thane fjales: je e lire

Veshtire, tha fjala sa veshtire

Te besosh se je e lire;

Pasi ke ngrene rrokjet e tua,

Pasi ke mbetur cung

Dhe liria behet burg .

I thane fjales: liria jeton.

Fjala ua ktheu :

S’jam si Kostandini qe pas vdekjes udheton

I thane fjales: ti je liria

Per ta kuptuar kete duhet fare pak

Ajo e besoi,

Ajo hapi gojen,

Por ne vend te tingujve

Prej saj doli gjak

 

***

 

 

 

 

 

Immigrato

 

E’ passato il dolore hanno detto,

è passato il fondo,

il fondo del caffè nella tazzina,

e la parola ha preso il via…

 

Ma il caffè, chi beve il caffè?

 

 

 

 

 

Emigrant

 

Iku dhembja thane,

Iku llumi,

llumi ne fund te filxahnit,

Dhe fjala mori dhene….

 

Po kafene, kush e piu kafene?

 

***

 

 

 

 

 

Il padre

 

La notte

quando il mondo dorme

e il mare ingoia il rimorso delle pazzie del giorno

quando i gabbiani gridano nei cieli della memoria

e le stelle – occhi che non chiudono occhi -

in silenzio iniziano a spegnersi

esce dal nascondiglio

e cavalca un cavallo

che vola

e s’avvicina al recinto.

 

Non è il solo Constantino. E’ il padre.

 

Nessuno lo guarda e nessuno lo riconsce.

 

Lega il cavallo al recinto sotto i raggi della luna,

si pulisce le scarpe e s’avvicina alla finestra

vicino al sonno dei bambini.

Allunga la mano, li copre con un pail

perchè sognano e i sogni si raffreddano.

Un nodo gli chiude la gola

ma contiene la tosse

i bambini potrebbero svegliarsi.

Se s’alzano a cercare pane: lui

da molto ha dimenticato le fiabe.

 

Come il silenzio s’allontana

prende la via per la dimora che nessuno occupa

con gli occhi parla a Caronte, senza farsi sentire,

per non svegliare gli altri morti.

Ah, l’anima sua riempì gli scavi del cielo

solo il corpo resta lì

nelle ginocchia d’una notte interrata

… la sola notte senza stelle.

 

L’olivo sta come una candela sopra la testa.

 

 

 

 

 

Babai