Un altro piccolo intenso libro di Fabia Ghenzovich che, come già scrissi per Giro di Boa del 2007, “ci offre una poesia onesta, nel senso che parla esattamente e solo di ciò che sa, perché inscritto nel proprio corpo e nella propria esperienza”.

Qui il testo ci restituisce il corpo a corpo fenomenologico, vivo e biologico a caccia incessante della parola-cosa. È la disperata e felice corsa o restituzione del momento, che la civiltà ha pian piano distrutto, della comunicazione come comunione, in cui si genera il momento della presa piena di sé, prodromo indispensabile dell’adiacenza all’altro, al tutto che sembra di toccare, grazie alla fortuna dell’incontro con un tu: “io e te / siamo in definitiva / l’incontro / o la deriva” – perché nulla è scontato nel “flusso” (termine ripetuto) incessante della vita.
La scommessa poetica di riuscire a dare “scacco matto” alla vita che sfugge nel “buio assoluto” cui tende la nostra attuale condizione umana, di ritrovare squarci e fruscii di “quel giardino luminoso e quel dio semplice” che ha costruito e animato la poesia agli inizi, è un’ambizione perseguita e di cui questi versi sono amoroso corpo aperto.

Ma per spiegare il fascino e la bellezza che emanano questi versi di Fabia non è sufficiente richiamare la pur evidente tensione all’autenticità. Questa è necessaria ma non è sufficiente a fare una poesia di qualità, di cui abbiamo bisogno, che cerchiamo ma troviamo poco in tanti scriventi poesia contemporanea. Occorre la complessa operatività che alla fine traduce in segni il corpo vivente di chi tende a volersi fare poeta. Corrispondenza e adiacenza tra la molteplicità di lingue di tale corpo e il corpo di tale testo.

Scommessa vinta da pochi perché vengono tradotti magari, solo o prevalentemente, il livello raziocinante, o quello dell’ombelico ruotante sui propri infimi umori, o quello dei lucori dolciastri del cuore. La Ghenzovich è conscia di tutto ciò e opera ormai con sapienza artigianale e creativa nella scelta dei suoni, delle immagini e dei ritmi, come degli snodi proposizionali, per trasmettere il più possibile al lettore la ma(ta)ssa delle proprie emozioni, dei propri pensieri e visioni del mondo interiore e di quello esterno – rispetto alla quale, come alla materia e alla forma del testo, la nota di Chiara De Luca è senz’altro calzante.
È il senso d’apertura declinato sin nel titolo. Che fa di questa poesia un esempio di intensità di sensi e di limpidezza, di concentrazione e transitività civile (parola poco digerita da molti poeti), di tensione cioè a una condizione più umana innervata non in un declamato ideologico, ma nel profondo di chi scrive.

 

Edizioni Kolibris, Bologna 2011, pp. 44,

 

Adam Vaccaro

Collana Orly – Poesia belga contemporanea
WENER LAMBERSY, Maestri e case da tè
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Lokenath Bhattacharya
Postfazione di Vincent Engel
ISBN 978-88-96263-58-7
pp. 290, € 15,00

LETTURA

ELEMENTI DI ANALISI

di Vincent Engel

La poesia non è concepita come la prosa, neppure quando, come in questo caso, si traveste da prosa. La sua struttura è più volatile, più aerea, e le sonorità vi occupano un posto preponderante, a tal punto che si può quasi, per il tempo della lettura, non lasciarsi guidare da questo canto, incuranti del messaggio che veicola.
Nel complesso dell’opera di Lambersy, Maestri e case da tè rappresenta certamente una tappa fondamentale, e ha ottenuto un successo considerevole.
L’idea di questo libro è scaturita dalla lettura di un testo giapponese sulla cerimonia del tè, che suggerì al poeta la struttura ideale per una raccolta. Lambersy non si nasconde: l’importante è l’atmosfera, il lato ideale del rituale. La cerimonia diviene perciò occasione di un incontro in condizioni perfette, attorno a qualcosa di accessibile a tutti. Nella scrittura questo sfocia nella costruzione di uno spazio immaginario: il portico, soglia di trasgressione – apertura di un libro o incontro con una persona –; il viale, penetrazione, che si può intendere a più livelli; la casa, o l’anticamera è il luogo dove si sogna quel che succederà nella stanza. In essa avverrà l’incontro con l’assoluto, qualunque sia il nome che ciascuno gli dà.
L’invitato, l’iniziato è una persona dotata di cinque sensi (le bambole) stando alla visione occidentale, o di sette sensi se si aggiungono l’immaginario e la memoria. Il maestro è quel che l’invitato sceglie che sia, e finisce per sostituirsi a quest’ultimo. Ciascuna casa – della fantasia, del vuoto e dell’asimmetria – ha il suo maestro: il linguaggio e il silenzio, la solitudine, l’amore. Il tè a suo modo simboleggia i quattro elementi fondamentali; la terra, da cui è scaturito, l’acqua, il fuoco per scaldare l’acqua, e infine l’aria, in cui si propaga l’essenza del tè, il suo profumo.
La raccolta si apre e si chiude con strofe in verso libero, mentre il resto del testo è costituito essenzialmente da prosa poetica (o da poesia in prosa) in cui la punteggiatura è pressoché assente – in questa edizione, i punti e virgola sono stati soppressi, e non restano che alcuni rari due punti. All’inizio di ciascuna delle due parti il poeta lascia la parola ai propri rappresentanti, che sceglie con grande cura; ora citazioni brevi, ora un testo (Lokenath Bhattacharya). Il passaggio dal quasi vuoto delle prime e delle ultime pagine al pieno del corpo del racconto corrisponde, tipograficamente, al luogo dell’iniziazione: un viale tracciato con rigore, una casa delimitata dalle proprie mura. All’inizio, di contro, regna l’ignoto, e alla fine, la realizzazione, la rivelazione di un linguaggio nuovo e dell’amore fisico. 
Il testo termina senza punto finale, così come iniziava senza maiuscola: la forma tipografica della fine corrisponde a quella dell’inizio; le ricerche sono eterne, così come il ritorno alle domande essenziali.
L’essenziale risiede in questa assenza di punteggiatura, in questi vuoti significanti che spezzano la frase, donandole il ritmo ma anche il senso. Questo ci porta a parlare dei tre dati importanti: il linguaggio opaco, il frammento, e il ritmo.

Nel suo studio delle 33 Scarificazioni rituali dell’aria, Colette Decabooter valorizza bene le nozioni di frammento e di linguaggio opaco, così come le impiega Werner Lambersy. Il linguaggio opaco persegue più di una finalità: per prima cosa, vuole evitare che il lettore dia troppo presto un senso alle parole. Il poeta auspica che il lettore si lasci andare, guidare dalle sonorità delle parole che s’interpellano a vicenda. Non bisogna cercare di «comprendere quel che l’autore ha voluto dire»; bisogna prima di tutto lasciarsi prendere dal canto del testo, dal suo movimento. L’obiettivo di un simile linguaggio è quello di ritardare il più possibile il fissarsi di un significato definitivo, sia della parola che del testo. Così, le prime parole di Maestri e case da tè depistano particolarmente il lettore, perché sembrano negare il titolo stesso della raccolta e quindi ciò che deve seguire: “non ci sono case da tè / i maestri non regnano su nulla / ma è importante che regnino [...] nella casa da tè / i maestri non regnano mai / il regno non ha più importanza”. Casa da tè, letture, eterne riscritture che fanno i maestri, l’autore e i suoi lettori. Quel che si credeva esistesse non esiste forse più, e soprattutto il senso che si potrebbe, troppo frettolosamente, attribuire alle parole, per superare l’angoscia che proviamo di fronte a quel che non comprendiamo. I primi passi nel viale, nella lettura, inciampano così regolarmente su apparenti contraddizioni: “percorrendo immobili / un cammino partire quando si è partiti / già da molto tempo per arrivare dove da sempre si era arrivati”.
A suo modo il linguaggio opaco si unisce al vuoto mistico per aprire la porta a ogni potenzialità: “passare purissimi / la soglia verso una inconcepibile purezza / danzare gravemente con l’albero senza / interrompere i segni visibili della marcia / danzare con questi venti di vuoto dove / nascono stelle che si scostano”. Il dovere è quello di costruire: costruire una casa immaginaria, costruire una lettura, un amore: un edificio d’aria e di ritmi affidati alle forze dell’oblio.

Per scoprire la molteplicità di possibili letture di questa raccolta (come d’altronde di qualsiasi altro testo), il lettore deve sottomettersi non soltanto alle sonorità, al canto del testo, ma anche, e soprattutto, al suo movimento, al suo ritmo. Frammento e ritmo sono, ciascuno al suo livello, elementi costitutivi del linguaggio opaco.
Il frammento, questo pezzo di frase isolato dagli spazi che lo circondano, sembra fisso, immobile, autosufficiente: serenità del vuoto. Testo in attesa o attesa del testo, che contribuisce anch’esso a «ritardare la coincidenza della parola e della realtà concreta» . Perciò, attraverso il vuoto stesso che la circonda, essa chiama il movimento, la lettura, l’avanzamento, proprio come nella musica le note hanno bisogno dei silenzi per staccarsi le une dalle altre e costituire la melodia. Così appariva la contraddizione: il testo, fisso, immobile, chiama il movimento della lettura. Il lettore ha dunque un ruolo di ri-creatore (con la parola ri-creatore si può intendere sia ri-creazione, nuova creazione, sia ricordare che la lettura è sempre un gioco: gioco, anche come quello di una tavola da disegno malferma). La musica non nasce dalla partitura, bensì dall’interpretazione. Opacità, frammento, ritmo, tutto si mescola in questo concerto in cui il lettore si lascia trascinare. Gli spazi stessi cessano di essere un non-luogo dove non si dice nulla: divengono lo stupore di tutto il possibile, di tutto quel che non è detto esplicitamente, ma si lascia desumere, creare: sono lo spazio su cui il lettore pone i suoi passi.
Il ritmo segue da molto vicino l’iniziazione, che descriverò più avanti. Esso è irregolare, cambia a seconda dell’argomento di cui si tratta, facendosi più affannoso quando si evoca l’amore dei corpi, più calmo quando si parla della cerimonia. Attraverso queste rotture, questi cambiamenti, esso raggiunge l’andatura dell’iniziazione che dà l’impressione, nel suo descriversi, che tutto sia già stato vissuto, che si tratti di un costume rituale, anche se ogni volta unico: ma era ieri eppure resta indefinitamente da rifare. Dunque i due progetti, quello dell’iniziazione e quello della lettura eternamente differita, si uniscono. Allo stesso modo, la raccolta, nella sua struttura, forma un anello: si chiude così come comincia, con l’interpellanza del maestro, e richiama il gioco necessario sulle parole: “maestro / bisognerebbe proprio / ti chiamassi così // non sapevo donare / neppure appartenere // ora noi ridiamo / quando ci va / di usare parole”.

attendere senza sapere se entrare è ancora
attendere o no percorrendo immobili
un cammino partire quando si è partiti
già da molto tempo per arrivare dove da
sempre si era arrivati passare purissimi
la soglia verso una inconcepibile purezza
danzare gravemente con l’albero senza
interrompere i segni visibili della marcia
danzare con questi venti di vuoto dove 
nascono stelle che si scostano
andare per attendere senza sapere se entrare
era la sola cosa da fare o non fare

attendre sans savoir si entrer est encore
attendre ou non avec à parcourir immobile
un chemin partir alors qu’on est parti
depuis longtemps pour arriver où depuis
toujours on était arrivé passer très pur
le seuil vers plus de pureté qu’on n’imagine
pas danser gravement avec l’arbre sans
interrompre les signes visibles de la marche
danser avec ces vents du vide où naissent
des étoiles qui s’écartent
aller pour attendre sans savoir si entrer
était la seule chose à faire ou pas

oltre nella calma del giardino di un corpo su un sentiero di poche pietre nella passione serena di un’erba fitta avvicinamento delle effigi che non chiedono nulla divinità sorde della pietra del legno… e del viso fuggiasco filigrane sfatte e indecifrate quando molto in alto nei venti arde una nuvola per passaggi impossibili oltre la pioggia totem e simulacri sacri le cui imitazioni di maschere si chiudono senza riconoscere nessuno e si allontanano rigide con gli occhi rivolti all’interno figure e cifre del respiro che culla la fecondità spaccata degli amuleti e dei segni tra la bocca e l’abisso

au-delà dans le calme d’un jardin d’un corps par un sentier de quelques dalles dans la passion sereine d’une herbe drue approche des effigies qui ne demandent rien dieux sourds de la pierre du bois et du visage enfoui filigranes indéchiffrés et défaits quand très haut dans les vents brûle un nuage pour des passages impossibles au-delà de la pluie totems et simulacres sacrés dont les masques imités se ferment sans reconnaître personne et s’éloignent figés les yeux tournés vers l’intérieur figures et chiffres du souffle que berce la fécondité fendue des amulettes et des signes entre la bouche et l’abîme

(tetti a livelli differenti perché la pioggia rimbalzi muri leggeri che si spostano senza fondamenta durature tracce d’usura permanenza né niente) un testo un corpo un tempo una tenda nomade una casa da té serenità del vuoto dalle fessure dei giunchi la penombra e lo sfregamento dei pini neri sull’assito appena una stoppia di stelle una china di tegole fragili sotto il gelo un recipiente di pioggia per i cornicioni un pozzo nello spazio dove grava l’aria dove poggia la colonna della voce un luogo di pace provvisoria di squilibrio domato di disciplina priva d’impazienza e di tensione più forte un margine centrale un tronco bianco da cui i rami della frase irraggiano un luogo apposito dopo l’attesa e i preparativi un luogo riservato da sé stesso confinato per l’incontro il raccoglimento e il pericolo il fallimento e la fortuna di vivere dove quelli s’incontrano saranno i maestri immortali dell’effimero così le labbra saldate sul loro silenzio precedente per dire di separarsi e unirsi ancora 

(des toits à différents niveaux pour que rebondisse la 
pluie des murs légers qu’on déplace sans fondations durables traces d’usure permanence ni rien) un texte un corps un temps une tente nomade une maison de thé sérénité du vide par la fente des joncs le demi-jour et le frottement des pins noirs sur la cloison à peine un chaume d’étoiles une pente de tuiles fragiles sous le gel un récipient de pluie par les corniches un puits dans l’espace où pèse l’air où prend appui la colonne de la voix un lieu de paix provisoire de déséquilibre apprivoisé de discipline sans impatience et de tension plus forte une marge centrale un tronc blanc d’où rayonnent les branches de la phrase un lieu exprès après l’attente et les préparatifs un lieu réservé enclos par lui-même pour la rencontre le recueillement et le danger l’échec et la chance de vivre où ceux-là qui se rencontrent seront les maîtres immortels de l’éphémère ainsi les lèvres soudées sur leur silence avant pour dire de se disjoindre et de s’unir encore

dove allora la poesia l’ospite quello che riceve mostrandosi nell’abito senza pieghe dritto un poco teso bianco per le impressioni ripetute (volo d’anatre in un cielo senza cucitura né cintura) dove si vedono ancora soltanto le mani e il viso offerti l’immobile che accoglie perché chi precede ha ceduto prima non ha più spazio è libero vive come un deserto tra le linee pure le forme colme che nulla determina e che la sola vuota distanza dissolve dove la poesia allora se il suo solo stupore è il nome che porta per un altro branditi per designare e perdere le insegne gettate bruciano senza violenza nella memoria del maestro (il tè comincerà con l’antico uso dei bracieri) ne converranno dopo l’invito e le formule d’accoglienza che la distesa infinita l’appagamento l’attesa senza oggetto il benvenuto senza offerta né promessa un po’ di spazio che gira a modo suo senza fuggire ai contrappesi che muovono astri né agli equilibri incerti del respiro 

où alors le poème l’hôte celui qui reçoit paraissant 
dans la robe sans plis droite un peu raide blanche aux impressions répétées (vol de canards dans un ciel sans couture ni ceinture) où ne restent visibles que les mains et le visage offerts l’immobile qui accueille parce qu’il précède a cédé avant n’a plus de place est libre vit comme un désert parmi les lignes pures les formes pleines que rien ne détermine et que la seule distance vide dissout où le poème alors s’il n’a de heu qu’avec le nom qu’il porte pour un autre brandies pour désigner et perdre les enseignes jetées brûlent sans violence dans la mémoire du maître (le thé commencera par le long usage des braseros) ne conviendront après l’invitation et les formules d’accueil que l’étendue infinie l’apaisement l’attente sans objet la bienvenue sans offre ni promesse un peu d’espace qui tourne à sa façon sans échapper au contrepoids mouvant des astres ni aux balances hésitantes du soufflé

allora per ogni casa ritta davanti l’entrata (questo spazio dell’occhio nel cerchio delle braccia in questo territorio d’aria prima della paura) serve un segno un capolettera all’inizio il dedalo verticale di una maiuscola decorata un portico di trasgressione un’opera per passare un luogo di linee d’ombre e frontiere (e la scrittura è questa superficie nera dietro l’inchiostro decorata in pieno: il segno dell’eclissato) una porta dove cambiano si scambiano e s’appoggiano come alla bocca dei ritmi dei battiti venuti da profondità differenti un portico con uno svolazzo di uccelli un volo di vocali in un bianco puro privo di consonanti una cadenza di pose e scarti incavi e curve e ferma su questo simbolo vuoto: l’attesa il raddoppiamento della lentezza di fronte alla privazione e il cordone tagliato di un limite che c’è senza sapere né perché né come davanti a questa scadenza a questo libro fuori dal libro dove ogni immagine fugge e corre lungo prospettive confuse parallele del silenzio

alors pour chaque maison debout devant l’entrée (dans cet espace de l’œil dans le cercle des bras dans ce territoire d’air avant la peur) il faut un signe une lettrine au début le dédale vertical d’une majuscule enluminée un portique de transgression un ouvrage pour passer un lieu de lignes d’ombres et de frontières (et l’écriture est cette surface noire derrière l’encre éclairée de plein fouet: le signe de l’éclipsé) une porte où changent s’échangent et s’appuient comme à la bouche des rythmes des battements venus de différentes profondeurs un portique en paraphe d’oiseaux un envol de voyelles dans un blanc pur découpé de consonnes une cadence de poses et d’écarts de courbes et de creux et à l’arrêt sous ce symbole vide: l’attente l’adoubement de la lenteur devant la privation et le cordon coupé d’une limite là sans savoir ni pourquoi ni comment devant cette échéance ce livre hors du livre où toute image fuit et court le long des perspectives confondues des parallèles du silence

è questo avvicinare donna che sottrae il punto fisso tu fatta d’assenza ritiri erosione di attrattive oscure aspirazioni di richiami improvvisi quanto quelli dello zucchero e della sete di lampi dolci d’orgasmi condivisi che ruotano schiacciati contro un niente la cui bocca assorbe ogni cosa e nutre la vertigine degli astri donne d’erba calpestata d’abbondanza e odori il cui destino è quello del boccolo di lana tornata su se stessa nel boccolo del nodo è quest’avvicinarsi al punto dove noi non potremo niente per noi dove saremo seduti amanti inseparabili in questa notte senza uscita di fronte agli spazi incendiati alle esplosioni dell’origine dove non avremo nomi per cercarci a parte quelli dei primi materiali del mondo le parole iniziali iniziatiche le grida elementari che ci tenevano stretti attorno alle braci paurosamente mantenute le sere in cui gronda il temporale una volta in più resteremo senza difesa nudi come un insulto e belli in un modo strano di cui non saremo altro che l’evidenza una volta in più guarderemo senza soccorso quelli che soffrono solitari più indifesi della settima acqua sulle foglie di tè e la cui agonia dopo la spoliazione e l’abbandono ci perviene attraverso una difficile respirazione sotto il silenzio e il gemito delle onde

est-ce approcher femme qui dérobe le point fixe toi faite
d’absence d’arrachements d’érosion d’attirances obscures de succions d’appels soudains autant que ceux du sucre et de la soif d’éclairs doux d’orgasmes partagés roulant écrasés contre un néant dont la bouche absorbe tout et nourrit le vertige des astres femmes d’herbe foulée d’abondance et d’odeurs dont le destin est de boucle de laine revenue sur elle-même dans la boucle du nœud est-ce approcher du point où nous ne pourrons rien pour nous où nous serons assis amants inséparables dans cette nuit sans issue face aux espaces enflammés aux déchaînements de l’origine où nous n’aurons de noms pour nous chercher que ceux des premières matières du monde les mots initiaux initiatiques les cris élémentaires qui nous tenaient serrés autour des braises peureusement entretenues les soirs où l’orage gronde une fois de plus nous resterons sans défense nus comme une insulte et beaux d’une manière étrange dont nous ne saurons rien que l’évidence une fois de plus nous regarderons sans secours ceux qui souffrent solitaires plus démunis que la septième eau sur les feuilles du thé et dont l’agonie depuis le dénuement et l’abandon nous parvient par une respiration difficile sous le silence et le gémissement des vacue

nello sguardo
la coda chiusa del pavone
a spazzare la distesa

la nudità comincia
con lo sguardo
puro

e il corpo
è subito prima quello
che si abbandona e non sa più

l’aria
a un tratto più greve
come attorno a un amante

dans le regard
la queue fermée du paon
balayant l’étendue

la nudité commence
avec le regard
pur

et le corps
est juste avant cela
qui s’abandonne et ne sait plus

l’air
soudain plus lourd
comme autour d’un aimant

Posted by: kolibris | November 19, 2011

Guy Goffette, Verlaine d’ardesia e di pioggia

COLLANA SGUARDI – Saggistica

GUY GOFFETTE, Verlaine d’ardesia e di pioggia

ISBN 978-88-96263-57-0

pp. 148, € 12,00

 

Qualsiasi cosa Verlaine faccia, ha le Ardenne nel sangue. Gli colano nelle vene come latte, non biancastro, né bluMaria, come voleva la madre, ma verde e scuro come lo scisto sotto la pioggia.

Per questo, egli preferirà sempre il Nord al Sud e le sue erranze non lo porteranno al di là della Loira.

Per questo, i suoi grandi amori verranno dalle Ardenne: Rimbaud, Lucien Létinois, e gli ultimi rivali, Philomène Boudin e Eugénie Krantz che ne hanno l’accento. Che volete, diceva lui parlando della prima, mentre l’amo, mi sembra di sentire le campane del mio paese.

Ancora per questo nasce in lui l’ammirazione per Marceline Desbordes-Valmore, la piccola teatrante di Douai di cui parlerà nei Poètes maudits: Innanzitutto (ella) era del Nord e non del Sud, sfumatura più sottile di quel che si pensa. Dal crudo Nord, dal bel Nord (…), – ed è piaciuto anche a noi il crudo Nord, – alla fine! E pianta il chiodo, con una sorta di gioia subdola, come se avesse voluto prendersi una rivincita su questo Sud sempre cotto: in lei, dice ancora, niente enfasi, niente di «superfluo», niente della cattiva fede che bisogna deplorare nelle opere più incontestabili al di sotto della Loira.

Le Ardenne, è ancora e sempre là che, fuggendo la galera parigina, tornerà a rimettersi in salute, a consolarsi di un dolore, a ritrovare il gusto dell’amore e dell’amicizia.

Le Ardenne infuse: il buon senso paesano da vendere, e vivido vigore; è la fronte ombrosa del taciturno, l’occhio del fantino, la sorda violenza del toro. È anche la placida indifferenza della vacca, l’ondeggiamento delle colline sotto il vento, la lunga spianata degli altopiani che la pioggia modula, l’oscillazione dei neri abeti e l’interminabile noia della pianura.

Ed è da lì, certamente, dai movimenti contrastati e dalle onde alla volta di questa terra che l’abita come in esilio, da questo congiungimento in loro del femmineo e del virile, della fragilità e della rozzezza, dello scisto e della pioggia, che Verlaine prenderà la nativa e sensuale musicalità del suo verso,  senza eguali nella poesia francese.

 

Le Ardenne sono ancora, quando egli è in vena o in collera, questo bisogno quasi istintivo di parlarne il dialetto, pur massacrandolo allegramente, mescolando l’accento belga al Piccardo, con lo scherno un poco mascalzone della zona. È così che gli capitava di storpiare silinzio dopo il terzo assinzio, di lanciarsi in una vera e propria difesa della propria lingua; dio santo, poiché  il belga non sarebbe semplicemente un francese provinciale, non senza i suoi sapori particolari e i suoi frequenti modi di dire, a dir poco gentilmente ingenui o graziosamente beffardi? Allora era soddisfatto di sé, i suoi occhi grigio-blu s’illuminavano, e lui batteva sulla tavola il pugno o il bastone, assicurando, scaltro come una vecchia volpe: Ci è qualche cosa là di dentro. E come mai «c’è qualcosa là dentro!». Qualcosa di così sfuggente, di così imponderabile che solamente la poesia può far passare.

Suvvia, bistrot, servi ancora un assenzio, poiché tu non hai dell’acquavite come laggiù!

 

Oh bicchiere verdeggiante degli stagni

dove, calmi, i grigi lupi se ne andavano

a bere la notte, i loro grandi occhi bianchi

segnavano l’ombra come in un balletto.

 

Verlaine, e che importa l’apparenza,

è sempre il piccolo fragile e sognatore

che non può arginare col corpo

ciò che sale in lui, e che piange.

 

È il vento del Nord che lo strazia

o lo scisto aperto come un coltello,

o è il lamento ancora, il delirio

del grande cervo ferito, che gli mette a nudo

 

l’animo birichino e che s’ignora

come tutti quelli che un paese attraversa

hanno ben da camminare, il loro sforzo

resta vano, e la natura riversa

 

in essi il sangue verde di un lento veleno,

più pesante della memoria intera

e poi più lento a morire della musica

nuda del grano sotto le dita della pioggia.

 

Oh fata verde di qui, non sei tu

la bella che riporta, ingenua,

l’amata dolcezza a questo vecchio testone,

disteso sulla tavola, che va alla deriva?

Posted by: kolibris | November 19, 2011

Werner Lambersy, Maestri e case da tè

 

Collana Orly – Poesia belga contemporanea

WENER LAMBERSY, Maestri e case da tè

Traduzione di Chiara De Luca

Prefazione di Lokenath Bhattacharya

Postfazione di Vincent Engel

ISBN 978-88-96263-58-7

pp. 290, € 15,00

 

 

 

 

 

 

LETTURA

 

ELEMENTI DI ANALISI

 

di Vincent Engel

 

La poesia non è concepita come la prosa, neppure quando, come in questo caso, si traveste da prosa. La sua struttura è più volatile, più aerea, e le sonorità vi occupano un posto preponderante, a tal punto che si può quasi, per il tempo della lettura, non lasciarsi guidare da questo canto, incuranti del messaggio che veicola.

Nel complesso dell’opera di Lambersy, Maestri e case da tè rappresenta certamente una tappa fondamentale, e ha ottenuto un successo considerevole.

L’idea di questo libro è scaturita dalla lettura di un testo giapponese sulla cerimonia del tè, che suggerì al poeta la struttura ideale per una raccolta. Lambersy non si nasconde: l’importante è l’atmosfera, il lato ideale del rituale. La cerimonia diviene perciò occasione di un incontro in condizioni perfette, attorno a qualcosa di accessibile a tutti. Nella scrittura questo sfocia nella costruzione di uno spazio immaginario: il portico, soglia di trasgressione – apertura di un libro o incontro con una persona –; il viale, penetrazione, che si può intendere a più livelli; la casa, o l’anticamera è il luogo dove si sogna quel che succederà nella stanza. In essa avverrà l’incontro con l’assoluto, qualunque sia il nome che ciascuno gli dà.

L’invitato, l’iniziato è una persona dotata di cinque sensi (le bambole) stando alla visione occidentale, o di sette sensi se si aggiungono l’immaginario e la memoria. Il maestro è quel che l’invitato sceglie che sia, e finisce per sostituirsi a quest’ultimo. Ciascuna casa – della fantasia, del vuoto e dell’asimmetria – ha il suo maestro: il linguaggio e il silenzio, la solitudine, l’amore. Il tè a suo modo simboleggia i quattro elementi fondamentali; la terra, da cui è scaturito, l’acqua, il fuoco per scaldare l’acqua, e infine l’aria, in cui si propaga l’essenza del tè, il suo profumo.

La raccolta si apre e si chiude con strofe in verso libero, mentre il resto del testo è costituito essenzialmente da prosa poetica (o da poesia in prosa) in cui la punteggiatura è pressoché assente – in questa edizione, i punti e virgola sono stati soppressi, e non restano che alcuni rari due punti. All’inizio di ciascuna delle due parti il poeta lascia la parola ai propri rappresentanti, che sceglie con grande cura; ora citazioni brevi, ora un testo (Lokenath Bhattacharya). Il passaggio dal quasi vuoto delle prime e delle ultime pagine al pieno del corpo del racconto corrisponde, tipograficamente, al luogo dell’iniziazione: un viale tracciato con rigore, una casa delimitata dalle proprie mura. All’inizio, di contro, regna l’ignoto, e alla fine, la realizzazione, la rivelazione di un linguaggio nuovo e dell’amore fisico.

Il testo termina senza punto finale, così come iniziava senza maiuscola: la forma tipografica della fine corrisponde a quella dell’inizio; le ricerche sono eterne, così come il ritorno alle domande essenziali.

L’essenziale risiede in questa assenza di punteggiatura, in questi vuoti significanti che spezzano la frase, donandole il ritmo ma anche il senso. Questo ci porta a parlare dei tre dati importanti: il linguaggio opaco, il frammento, e il ritmo.

 

 

 

 

Nel suo studio delle 33 Scarificazioni rituali dell’aria[1], Colette Decabooter valorizza bene le nozioni di frammento e di linguaggio opaco, così come le impiega Werner Lambersy. Il linguaggio opaco persegue più di una finalità: per prima cosa, vuole evitare che il lettore dia troppo presto un senso alle parole. Il poeta auspica che il lettore si lasci andare, guidare dalle sonorità delle parole che s’interpellano a vicenda. Non bisogna cercare di «comprendere quel che l’autore ha voluto dire»; bisogna prima di tutto lasciarsi prendere dal canto del testo, dal suo movimento. L’obiettivo di un simile linguaggio è quello di ritardare il più possibile il fissarsi di un significato definitivo, sia della parola che del testo. Così, le prime parole di Maestri e case da tè depistano particolarmente il lettore, perché sembrano negare il titolo stesso della raccolta e quindi ciò che deve seguire: “non ci sono case da tè / i maestri non regnano su nulla / ma è importante che regnino [...] nella casa da tè / i maestri non regnano mai / il regno non ha più importanza”. Casa da tè, letture, eterne riscritture che fanno i maestri, l’autore e i suoi lettori. Quel che si credeva esistesse non esiste forse più, e soprattutto il senso che si potrebbe, troppo frettolosamente, attribuire alle parole, per superare l’angoscia che proviamo di fronte a quel che non comprendiamo. I primi passi nel viale, nella lettura, inciampano così regolarmente su apparenti contraddizioni: “percorrendo immobili / un cammino   partire   quando si è partiti / già da molto tempo   per arrivare dove da   sempre si era arrivati”.

A suo modo il linguaggio opaco si unisce al vuoto mistico per aprire la porta a ogni potenzialità: “passare purissimi / la soglia   verso una inconcepibile purezza / danzare gravemente con l’albero   senza / interrompere i segni visibili della marcia / danzare   con questi venti di vuoto   dove / nascono stelle che si scostano”. Il dovere è quello di costruire: costruire una casa immaginaria, costruire una lettura, un amore: un edificio d’aria e di ritmi affidati alle forze dell’oblio.

 

Per scoprire la molteplicità di possibili letture di questa raccolta (come d’altronde di qualsiasi altro testo), il lettore deve sottomettersi non soltanto alle sonorità, al canto del testo, ma anche, e soprattutto, al suo movimento, al suo ritmo. Frammento e ritmo sono, ciascuno al suo livello, elementi costitutivi del linguaggio opaco.

Il frammento, questo pezzo di frase isolato dagli spazi che lo circondano, sembra fisso, immobile, autosufficiente: serenità del vuoto. Testo in attesa o attesa del testo, che contribuisce anch’esso a «ritardare la coincidenza della parola e della realtà concreta»[2]. Perciò, attraverso il vuoto stesso che la circonda, essa chiama il movimento, la lettura, l’avanzamento, proprio come nella musica le note hanno bisogno dei silenzi per staccarsi le une dalle altre e costituire la melodia. Così appariva la contraddizione: il testo, fisso, immobile, chiama il movimento della lettura. Il lettore ha dunque un ruolo di ri-creatore (con la parola ri-creatore si può intendere sia ri-creazione, nuova creazione, sia ricordare che la lettura è sempre un gioco: gioco, anche come quello di una tavola da disegno malferma). La musica non nasce dalla partitura, bensì dall’interpretazione. Opacità, frammento, ritmo, tutto si mescola in questo concerto in cui il lettore si lascia trascinare. Gli spazi stessi cessano di essere un non-luogo dove non si dice nulla: divengono lo stupore di tutto il possibile, di tutto quel che non è detto esplicitamente, ma si lascia desumere, creare: sono lo spazio su cui il lettore pone i suoi passi.

Il ritmo segue da molto vicino l’iniziazione, che descriverò più avanti. Esso è irregolare, cambia a seconda dell’argomento di cui si tratta, facendosi più affannoso quando si evoca l’amore dei corpi, più calmo quando si parla della cerimonia. Attraverso queste rotture, questi cambiamenti, esso raggiunge l’andatura dell’iniziazione che dà l’impressione, nel suo descriversi, che tutto sia già stato vissuto, che si tratti di un costume rituale, anche se ogni volta unico: ma era ieri eppure resta indefinitamente da rifare. Dunque i due progetti, quello dell’iniziazione e quello della lettura eternamente differita, si uniscono. Allo stesso modo, la raccolta, nella sua struttura, forma un anello: si chiude così come comincia, con l’interpellanza del maestro, e richiama il gioco necessario sulle parole: “maestro / bisognerebbe proprio / ti chiamassi così // non sapevo donare / neppure appartenere // ora noi ridiamo / quando ci va / di usare parole”.

 

 

 

attendere   senza sapere se entrare è ancora

attendere   o no   percorrendo immobili

un cammino   partire   quando si è partiti

già da molto tempo   per arrivare dove da

sempre si era arrivati   passare purissimi

la soglia   verso una inconcepibile purezza

danzare gravemente con l’albero   senza

interrompere i segni visibili della marcia

danzare   con questi venti di vuoto   dove

nascono stelle che si scostano

andare   per attendere   senza sapere se entrare

era la sola cosa da fare   o non fare

 

 

 

attendre   sans savoir si entrer est encore

attendre   ou non   avec à parcourir immobile

un chemin   partir   alors qu’on est parti

depuis longtemps   pour arriver où depuis

toujours on était arrivé   passer très pur

le seuil   vers plus de pureté qu’on n’imagine

pas   danser gravement avec l’arbre   sans

interrompre les signes visibles de la marche

danser   avec ces vents du vide   où naissent

des étoiles qui s’écartent

aller   pour attendre   sans savoir si entrer

était la seule chose à faire   ou pas

 

 

 

 

 

oltre    nella calma del giardino di un corpo    su un sentiero di poche pietre   nella passione serena di un’erba fitta   avvicinamento delle effigi che non chiedono nulla   divinità sorde   della pietra   del legno… e del viso fuggiasco   filigrane   sfatte e indecifrate  quando   molto in alto nei venti arde una nuvola   per passaggi impossibili oltre la pioggia totem e simulacri sacri   le cui imitazioni di maschere si chiudono senza riconoscere nessuno   e si allontanano rigide   con gli occhi rivolti all’interno   figure e cifre del respiro che culla la fecondità spaccata degli amuleti e dei segni tra la bocca e l’abisso

 

 

 

 

au-delà    dans le calme d’un jardin d’un corps   par un sentier de quelques dalles   dans la passion sereine d’une herbe drue   approche des effigies qui ne demandent rien   dieux sourds   de la pierre   du bois   et du visage enfoui filigranes   indéchiffrés et défaits   quand   très haut dans les vents brûle un nuage   pour des passages impossibles au-delà de la pluie totems et simulacres sacrés   dont les masques imités se ferment   sans reconnaître personne   et s’éloignent figés   les yeux tournés vers l’intérieur   figures et chiffres du souffle que berce la fécondité fendue des amulettes et des signes entre la bouche et l’abîme

 

 

 

 

 

(tetti   a livelli differenti   perché la pioggia rimbalzi   muri leggeri che si   spostano   senza fondamenta durature   tracce   d’usura   permanenza né niente) un   testo un   corpo   un tempo   una tenda nomade   una casa da té serenità del vuoto   dalle fessure dei giunchi   la penombra e lo sfregamento dei pini neri sull’assito   appena una stoppia di stelle   una china di tegole fragili sotto il gelo   un recipiente di pioggia per i cornicioni   un pozzo nello spazio dove grava l’aria   dove poggia la colonna della voce   un luogo di pace provvisoria   di squilibrio domato di disciplina priva d’impazienza e di tensione più forte   un margine centrale   un tronco bianco da cui i rami della frase irraggiano un luogo apposito   dopo l’attesa e i preparativi un luogo riservato   da sé stesso confinato   per l’incontro   il raccoglimento e il pericolo il fallimento e la fortuna di vivere dove quelli s’incontrano   saranno i maestri immortali dell’effimero così le labbra   saldate sul loro silenzio precedente per dire di separarsi   e unirsi ancora

 

 

 

 

(des toits   à différents niveaux   pour que rebondisse la

pluie    des murs légers qu’on   déplace   sans fondations durables   traces   d’usure   permanence ni rien) un   texte un   corps   un temps   une tente nomade   une maison de thé   sérénité du vide   par la fente des joncs   le demi-jour et le frottement des pins noirs sur la cloison   à peine un chaume d’étoiles   une pente de tuiles fragiles sous le gel   un récipient de pluie par les corniches   un puits dans l’espace où pèse l’air   où prend appui la colonne de la voix   un lieu de paix provisoire   de déséquilibre apprivoisé   de discipline sans impatience et de tension plus forte   une marge centrale   un tronc blanc   d’où rayonnent les branches de la phrase un lieu exprès   après l’attente et les préparatifs un lieu réservé   enclos par lui-même   pour la rencontre   le recueillement et le danger l’échec et la chance de vivre où ceux-là qui se rencontrent    seront les maîtres immortels de l’éphémère ainsi les lèvres     soudées sur leur silence avant pour dire de se disjoindre    et de s’unir encore

 

 

 

 

 

dove allora la poesia   l’ospite   quello che riceve   mostrandosi nell’abito senza pieghe   dritto   un poco teso bianco per le impressioni ripetute (volo d’anatre in un cielo senza cucitura né cintura) dove si vedono ancora soltanto le mani e il viso offerti   l’immobile che accoglie   perché chi precede ha ceduto prima   non ha più spazio   è libero vive   come un deserto   tra le linee pure le forme colme   che nulla determina e che la sola vuota distanza dissolve   dove la poesia allora   se il suo solo stupore è il nome che porta per un altro   branditi per designare e perdere   le insegne gettate bruciano senza violenza   nella memoria del maestro (il tè comincerà   con l’antico uso dei bracieri) ne converranno   dopo l’invito e le formule d’accoglienza che la distesa infinita   l’appagamento l’attesa senza oggetto   il benvenuto senza offerta né promessa   un po’ di spazio che gira a modo suo senza fuggire ai contrappesi che muovono astri né agli equilibri incerti del respiro

 

 

 

 

où alors le poème   l’hôte   celui qui reçoit   paraissant

dans la robe sans plis   droite   un peu raide blanche aux impressions répétées (vol de canards dans un ciel sans couture ni ceinture) où ne restent visibles que les mains et le visage offerts   l’immobile qui accueille   parce qu’il précède a cédé avant   n’a plus de place   est libre vit   comme un désert   parmi les lignes pures les formes pleines  que rien ne détermine et que la seule distance vide dissout   où le poème alors   s’il n’a de heu qu’avec le nom qu’il porte pour un autre   brandies pour désigner et perdre   les enseignes jetées brûlent sans violence   dans la mémoire du maître (le thé commencera   par le long usage des braseros) ne conviendront   après l’invitation et les formules d’accueil que l’étendue infinie   l’apaisement l’attente sans objet    la bienvenue sans offre ni promesse   un peu d’espace qui tourne à sa façon sans échapper au contrepoids mouvant des astres ni aux balances hésitantes du soufflé

 

 

 

 

 

allora   per ogni casa   ritta davanti   l’entrata (questo spazio dell’occhio   nel cerchio delle braccia in questo territorio d’aria prima della paura) serve un segno un capolettera all’inizio   il dedalo verticale di una maiuscola decorata un portico di trasgressione un’opera per passare   un luogo di linee   d’ombre e frontiere (e la scrittura è questa superficie nera dietro l’inchiostro decorata in pieno: il segno dell’eclissato) una porta dove cambiano si scambiano e s’appoggiano come alla bocca dei ritmi dei battiti venuti da profondità differenti   un portico con uno svolazzo di uccelli   un volo di vocali in un bianco puro privo di consonanti   una cadenza di pose e scarti incavi e curve   e ferma su questo simbolo vuoto:   l’attesa   il raddoppiamento della lentezza di fronte alla privazione   e il cordone tagliato di un limite che c’è senza sapere né perché   né come   davanti a questa scadenza a questo libro fuori dal libro   dove ogni immagine fugge e corre lungo prospettive confuse   parallele del silenzio

 

 

 

alors   pour chaque maison   debout devant   l’entrée (dans cet espace de l’œil   dans le cercle des bras dans ce territoire d’air avant la peur)   il faut un signe une lettrine au début   le dédale vertical d’une majuscule enluminée    un portique de transgression un ouvrage pour passer   un lieu de lignes   d’ombres et de frontières (et l’écriture est cette surface noire derrière l’encre éclairée de plein fouet: le signe de l’éclipsé) une porte où changent s’échangent et s’appuient comme à la bouche des rythmes des battements venus de différentes profondeurs   un portique en paraphe d’oiseaux   un envol de voyelles dans un blanc pur découpé de consonnes   une cadence de poses et d’écarts de courbes et de creux   et à l’arrêt sous ce symbole vide:   l’attente   l’adoubement de la lenteur devant la privation    et le cordon coupé d’une limite là sans savoir ni pourquoi    ni comment    devant cette échéance ce livre hors du livre    où toute image fuit et court le long des perspectives confondues   des parallèles du silence

 

 

 

 

 

è questo avvicinare   donna che sottrae il punto fisso   tu fatta d’assenza   ritiri   erosione   di attrattive   oscure   aspirazioni   di richiami improvvisi quanto quelli dello zucchero e della sete   di lampi dolci d’orgasmi condivisi che ruotano schiacciati contro un niente la cui bocca assorbe ogni cosa e nutre la vertigine degli astri donne d’erba calpestata d’abbondanza e odori il cui destino è quello del boccolo di lana tornata su se stessa nel boccolo del nodo   è quest’avvicinarsi al punto   dove noi non potremo niente per noi dove saremo seduti   amanti inseparabili   in questa notte senza uscita   di fronte agli spazi incendiati   alle esplosioni dell’origine   dove non avremo nomi per cercarci a parte quelli dei primi materiali del mondo   le parole iniziali   iniziatiche   le grida elementari   che ci tenevano stretti   attorno alle braci paurosamente mantenute   le sere   in cui gronda il temporale   una volta in più   resteremo senza difesa   nudi come un insulto e belli    in un modo strano   di cui non saremo altro che l’evidenza una volta in più guarderemo senza soccorso quelli che soffrono solitari più indifesi della settima acqua sulle foglie di tè   e la cui agonia dopo la spoliazione e l’abbandono   ci perviene attraverso una difficile respirazione   sotto il silenzio e il gemito delle onde

 

 

 

 

est-ce approcher   femme qui dérobe le point fixe   toi faite

d’absence   d’arrachements   d’érosion   d’attirances   obscures   de succions   d’appels soudains autant que ceux du sucre et de la soif   d’éclairs doux d’orgasmes partagés roulant écrasés contre un néant dont la bouche absorbe tout et nourrit le vertige des astres   femmes d’herbe foulée d’abondance et d’odeurs dont le destin est de boucle de laine revenue sur elle-même dans la boucle du nœud   est-ce approcher du point   où nous ne pourrons rien pour nous où nous serons assis   amants inséparables   dans cette nuit sans issue   face aux espaces enflammés   aux déchaînements de l’origine   où nous n’aurons de noms pour nous chercher que ceux des premières matières du monde  les mots initiaux   initiatiques   les cris élémentaires    qui nous tenaient serrés   autour des braises peureusement entretenues   les soirs   où l’orage gronde   une fois de plus   nous resterons sans défense   nus comme une insulte et beaux   d’une manière étrange   dont nous ne saurons rien que l’évidence   une fois de plus nous regarderons sans secours ceux qui souffrent solitaires   plus démunis que la septième eau sur les feuilles du thé   et dont l’agonie depuis le dénuement et l’abandon   nous parvient par une respiration difficile   sous le silence et le gémissement des vacue

 

 

 

 

 

nello sguardo

la coda chiusa del pavone

a spazzare la distesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la nudità comincia

con lo sguardo

puro

 

e il corpo

è subito prima quello

che si abbandona e non sa più

 

l’aria

a un tratto più greve

come attorno a un amante

 

 

 

 

 

 

dans le regard

la queue fermée du paon

balayant l’étendue

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la nudité commence

avec le regard

pur

 

et le corps

est juste avant cela

qui s’abandonne et ne sait plus

 

l’air

soudain plus lourd

comme autour d’un aimant

 

 

 

 


[1] DECABOOTER Colette, La poétique de Werner Lambersy, dans 33 Scarifications rituelles de l’air, Mémoire U.C.L., Louvain-la-Neuve 1982.

 

[2] Ibidem, p. 67.

 

Posted by: kolibris | November 14, 2011

Tiziano Fratus, Poesie luterane, Kolibris, novembre 2011

COLLANA CHIARA
Poesia italiana contemporanea
TIZIANO FRATUS, Poesie luterane
Con una nota di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-56-3
pp. 96, € 12,00

 

“Una crescente / curiosità per Lutero, la sua figura storica, e lui, proprio, / come uomo che respirava e s’inventava disombrando”, scrive Tiziano Fratus, “disombrando” il singolare titolo di questo libro, in cui la lingua che cerca se stessa si fa preghiera universale di chi ha trascorso “Trent’anni guardando le radici delle ombre” e che ha fatto del proprio stesso cuore “una radice / di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare”, che nell’oscurità e nel silenzio della terra si è fatto uomo radice, proteso verso la luce a germogliare l’albero del dire, mettendo tutto in comunione, offrendo se stesso e la propria esperienza, autentica, onesta, vera, nella linfa di una parola nutrita d’acqua e di luce, priva di orpelli e citazionismi come terra sterile e rami secchi a ostacolare la salita. Qui la parola poetica sboccia dalla consapevolezza dell’impossibilità della lingua letteraria a incarnare la gigante molteplicità del reale, “Questo alfabeto che ascoltiamo senza capire”, questa infinità impossibile da nominare. Eppure il poeta s’impone il difficile compito di “riprodurre la libertà / della natura d’essere qualsiasi / cosa si possa diventare”, lasciando da parte la presunzione e l’arroganza che contraddistinguono la specie umana, incline a dimenticare la propria reale, misera dimensione di fronte alla sperduta apertura della natura. Questo libro di “preghiere” non si rivolge tanto a un Dio sempre troppo indaffarato per ascoltare, sempre troppo ovunque e altrove, bensì al pellegrino disposto ad affiancare il cercatore d’alberi, il rabdomante della luce, la radice che sugge nella lingua l’essenza stessa del reale che la trascende. Il poeta prende le distanze dal “canto fluorescente” e dalle “geremiadi dei giovani”, spinto dall’ossessione per il tempo, abbraccia il movimento per colmarlo; ci affida la stesura del suo “romanzo di uomo solo e senza lingua”, ovvero provvisto di una “lingua fuori mercato”, e dunque non vendibile, non barattabile, una lingua nuda, scabra come la corteccia del proprio cuore, una lingua piegata come le radici nodose della propria anima, affondate nella terra per produrre ossigeno, respiro.

Chiara De Luca

 

 

 

 

 

Autoritratto di paesaggio con gelso

 

 

 

 

 

Ho incominciato a respirare

 

nel tronco cavo d’un gelso,

 

avevo varcato la soglia dell’età adulta

 

 

 

per tornare a scardinare il paesaggio

 

con occhi da bambino, e dentro il fuoco

 

vibrante di un rugoso monaco zen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un altro mondo

 

 

 

 

 

Ho tentato di mettere tutto in comunione, ciò che era

 

mio sarà vostro. Qui nelle mie mani come nelle vostre.

 

Non hanno capito e sono volati fuori dalla gabbia.

 

 

 

Quel paese oltre le onde dove il cielo è un dono,

 

e la natura non ti appartiene, il cuore una radice

 

di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cibo che richiede tempo

 

 

 

 

 

Ci vuole tempo per consumare un piatto di pesce,

 

un trancio di spada in un piatto luminoso, semplice,

 

alla griglia con una nota d’olio. Il tempo per osservarlo,

 

 

 

il tempo per annusarlo, il tempo per imparare a toccarlo,

 

il tempo di gustarlo sulla lingua, il tempo che ho anche

 

per guardarti negli occhi e capire che faremo all’amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Germinazioni

 

 

 

 

 

Dormire lontani dalla propria terra

 

in una casa piena di rumori,

 

come iniettarsi del cemento a presa

 

 

 

rapida nel sangue e sentirlo prendere

 

posto sotto la pelle: a occhi chiusi,

 

il sudore che scava le tempie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni istanti prima delle prove di volo

 

 

 

 

 

Ascolto la distanza che cresce fra questa vita

 

da uomo radice, il canto fluorescente e le geremiadi

 

dei giovani. Quanti punti di sospensione nelle mani

 

 

 

da falegname che guardo e massaggio, una vita agreste

 

che amo e non so vivere, la fede in un Dio che non so

 

pregare. La mia lingua corre fuori mercato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Studi di letteratura sulle Orche volanti

 

 

 

 

 

I riflessi delle nuvole che camminavano sul lago erano splendidi.

 

Non ricordava quanti anni erano terminati da quando s’era trovato

 

innanzi a così tanta acqua, tutta insieme. Era una magia a cui

 

 

 

s’era inabituato. Gli veniva da piangere. E si mise a piangere,

 

lì, i piedi un passo prima dell’acqua, ad assaggiare l’amarezza

 

della proprie lacrime invece che affondare le mani in quella

 

 

 

meraviglia e dissetarsi, e annegarsi, e sciogliere il grasso, il sudore,

 

la pietà dei giorni di viaggio passati nella polvere. Piangeva

 

come quel bambino che s’era incarnato dentro di lui, ben nascosto.

 

 

 

Ci volle del tempo prima che le lacrime finissero di sgorgare.

 

Di scivolare sulle sue guance e di venire a contatto con il braccio,

 

le toglieva via, o con la lingua che saettava a raccattarle.

 

 

 

Improvvisamente un pesce saltò fuori dallo specchio d’acqua.

 

Una trota arcobaleno, con tutti i suoi colori lucenti, i suoi verdi,

 

i suoi arancioni, in mezzo all’aria sopra il lago. E davanti

 

 

 

ai suoi occhi. E sotto quel cielo che si avviava verso sera.

 

A quest’ora gli attacchi delle armate erano terminati. C’era

 

chi ancora viveva. C’era chi raccoglieva i morti. C’era chi

 

 

 

disegnava nuova guerra per i giorni a venire. Lui era lì,

 

lontano da tutto, dopo un pianto, a inseguire con gli occhi

 

il tuffo al contrario di una trota arcobaleno di almeno quattro

 

 

 

chili che volava fuori dall’acqua e faceva il suo saluto al cielo.

 

Non aveva mai mangiato un pesce ma il nonno gli aveva raccontato

 

del suo mondo, di quando ancora gli uomini cacciavano e pescavano,

 

 

 

di quando ancora coltivavano la terra, dei campi di frumento, delle

 

vigne che i figli del suo tempo non avevano visto che in uno schermo.

 

Come era possibile poi uccidere un esemplare del genere, e poi

 

 

 

nutrirsi senza sentirsi in colpa. Ma la guerra aveva il potere di

 

annullare le scale di valore, di innescarle altre, di far fare salti

 

molto lunghi indietro nella Preistoria. A quel punto mise un piede

 

 

 

nell’acqua, e non poteva crederlo a quello che stava ora provando,

 

all’emozione radicale che lo stava scuotendo, senza attendere

 

che il suo corpo si abituasse alla temperatura fredda dell’acqua

 

 

 

immerse anche l’altro piede, gettava le mani come ancora sotto

 

la superficie e si gettò, interamente, dentro. Riprese a nuotare.

 

I muscoli del nuotatore ovviamente indolenziti, ma ancora memori

 

 

 

del movimento utile a farsi. Le alghe erano fitte soprattutto dalla

 

parte opposta a quella in cui era penetrato nel mondo acquatico.

 

La diversa consistenza dell’acqua di lago, dell’acqua dolce,

 

 

 

rispetto a quella salata dei mari. La trota arcobaleno gli andò

 

a sbattere addosso, infuriata per la contaminazione batteriologica

 

che l’uomo stava involontariamente immettendo nel suo habitat.

 

 

 

Ma l’uomo era felice, viveva uno stato d’animo raro, ignoto al

 

pensiero acquatico della trota. I pesci non ci arrivano a certe

 

conclusioni. Alla fine l’uomo riprese i suoi piedi e uscì fuori.

 

 

 

Riconquistò la terra e il respiro a ossigeno. La trota sbollentava

 

al centro del lago. Aspettava che la temperatura asciugasse

 

i suoi vestiti umidi, senza pensare a niente. Un’ombra iniziava

 

 

 

a scivolare sulla sua figura umana. Un intreccio di linee tratteggiate.

 

Inarcando il collo e puntando il mento verso le montagne vide

 

lo stormo di orche volanti circuitare a pochi metri sopra,

 

 

 

le pance argentate, e le pinne alari blu. Una di loro scese e si posò

 

in acqua. Non pensava che ne fossero capaci. Una frase si compose

 

nella sua mente. La fronte dell’uomo si corrugava e una serie di

 

 

 

punti interrogativi ed esclamativi si coloravano intorno alla sua testa

 

per precipitare a terra e sfiammare come anelli di fumo. La stessa

 

frase ritornava a comporsi nella sua mente. Ce ne volle prima di

 

 

 

capire che era l’orca volante che comunicava con lui. Le orche

 

volanti sapevano quindi comunicare per telepatia. Cosa avrebbe

 

potuto dirgli un’orca nel suo linguaggio da orca vissuto da orca?


Posted by: kolibris | November 10, 2011

Paola Casulli, Di là dagli alberi e per stagioni ombrose

COLLANA CHIARA

 

Poesia italiana contemporanea

 

PAOLA CASULLI, Di là dagli alberi e per stagioni ombrose

 

Con una nota di Rossella Renzi

 

ISBN 978-88-96263-55-6

 

pp. 58, € 12,00

 

 

 

 

 

Con la pazienza della veglia, di un fiume che scorre lento, si procede in questo libro per sondare il tempo e lo spazio, dando fiato alla voce femminile che emerge senza indugio. Si procede attraverso la Tradizione, passando per Montale, Sereni e altri grandi del Novecento. La poesia di Paola Casulli trafigge la pagina, l’occhio, l’orecchio, il respiro, sa farlo con grazia, con agilità, ponendo molta cura nel passaggio tra luce e buio, tra terra e acqua, tra una stagione dell’anno e la successiva.

 

La parola si fa sinfonia, e proprio alla maniera di Vivaldi, interpreta nei quattro movimenti del libro il carattere stagionale, mettendo in versi un reale viaggio sensoriale e riflessivo, che avviene dentro e fuori dal corpo. Il verbo germoglia sulla variazione del tempo – tra il profumo di mele e la stanchezza della quercia –, assorbendone la temperatura, il suono, il volo d’uccelli variegati, la meraviglia di piante appartenenti a molte specie. Così, se gli stessi strumenti sembrano alternarsi in tutta l’opera, la varietà di nomi, gesti, riflessi di luce, rinnova il canto a ogni pagina, fino a renderlo sorpresa e mai scontato: nello scambio di orizzonti, nell’odore delle cose, nel gesto puntuale del contadino.

 

Tutto è teso a comporre il paesaggio – quello naturale e quello dell’anima – per varcare la soglia o restare, per trattenere ancora un momento il tempo dell’innocenza.

 

L’acqua, come fiume segreto, pioggia, grandine… accompagna sempre il canto, perché la voce passa, come “un rivolo sonoro / sugli acquitrini di pensieri.”

 

Lo scorrere calmo, del tempo e della meditazione, incontra un frangente nella poesia, uno schizzo rosso (papavero, tramonto, sangue), che lentamente si allarga. Qui sta la muliebrità di questa scrittura, che tutto incarna, che tutto fa vibrare. L’arte della Casulli agisce dolcemente, docilmente, come una “miniatura fluttuante”: si fa piccola, piccolissima cosa, nella grandezza incircoscritta. Sa accarezzare la pagina con la leggerezza della foglia che dolorosamente scolora, con la levità del volo di chi abbandona, con la forza dell’acqua che sopra a tutto passa e bagna, senza sosta o ripensamento.

 

Questo andare Di là dagli alberi e per stagioni ombrose ha la sua ragione, chiusa in un “pianto segreto”, il suo tempo infinito e ripetuto che si annida nell’”alone sottile dell’inespresso”. E si palesa, ancora una volta, in piacevolissima armonia: “come ambra sull’erba delle ore”.

 

 

 

Rossella Renzi

 

 

 

*

 

Scrivo certezze di luce

 

su brughiere in sosta dal vento.

 

 

 

Nel mutismo del mio pensare

 

lustro nuvole di peltro.

 

 

 

*

 

Nel cortile una colomba

 

schiva l’artiglio d’ombra

 

si arresta, ondeggia,

 

riparte nel suo volo

 

su questa Gerusalemme

 

di nubi.

 

 

 

Ricadono rovesciati

 

 

 

i papaveri

 

 

 

d’ingenuità si attardano

 

sulle pietre bianche.

 

Simulano lo scroscio di sangue

 

di spighe, fruscianti

 

 

 

prima della mietitura

 

 

 

un attimo prima della lotta.

 

 

 

]*

 

Il paese,

 

scampanando,

 

acceca valli assestate nella roccia.

 

 

 

Il pascolo lontano

 

corteggia l’erba del ritorno

 

ché tutto è già narrato.

 

 

 

Si arruffano le case nei campi

 

dividendo fremiti bui.

 

 

 

*

 

Per ciò che vale

 

considero bellezza

 

perdersi in spazi

 

concavi di mani.

 

 

 

Ridursi a miniature

 

del fluttuante

 

 

 

divenire piccole cose

 

nella grandezza incircoscritta

 

 

 

come ambra sull’erba delle ore.

 

 

 

*

 

Singolare il movimento del sole.

 

 

 

Dalla sua trincea di luce

 

compie il salto

 

che mi precipita nel buio

 

 

 

senza il mio bouquet

 

di stanze vuote.

 

 

 

Chiara De Luca, Animali prima del diluvio, prefazione di Gianluca Chierici, Bolo­gna, Kolibris, 2010, pp. 120.

 

All’opposto della poesia nuda, dispersa, murata di Stelvio Di Spigno si pone la poesia metaforica, intensa, votata pressoché esclusivamente al discorso amoroso di Chiara De Luca (nata nel 1975 ; una laurea in lingue a Pisa ; un Master in traduzione letteraria per l’editoria presso l’Università di Bologna, dove ha conseguito un Dottorato in letterature europee, con tesi sull’opera giovanile di R. M. Rilke ; già diverse traduzioni all’attivo da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese). Come ci segnala l’autrice stessa nella notizia introduttiva, « animali prima del diluvio è una raccolta antologica cui ho dato una struttura tematica e stilistica coerente e organica, nata da una selezione effettuata su un corpus molto più ampio di testi » (p. 5). Quattro sono le sezioni del libro, dai titoli che già orientano, con la loro tensione fantastica, il lettore : I grani del buio ; confinando l’inverno ; del vento la preghiera ; La corolla del ricordo. Fulminante la poesia d’esordio, che delimita il peri­metro della prima sezione, immaginandolo come un « campo ferito » ai confini del quale si aprono « sentieri infiniti » : « È un campo ferito la storia di ciascuno / sentieri infiniti si aprono ai confini / selci sono pietre miliari di domande / sabbia morbida ad accogliere le orme, / in un proliferare dissennato di stagioni » (p. 13). In questo campo è invitata a fare il suo ingresso una figura, cui il poeta ha conferito un potere sovrano, assoluto, « di vita, di morte, / o di capire », una figura che non solo si pone al centro di ogni verso, ma lo genera con il suo solo nome : « Il tuo nome è un prisma infinito / riverbera sillabe che ricombino / a chiamarti, e ogni cosa » » (p. 18). La campitura metaforica dell’esordio è giustamente sviluppata anche nelle poesie successive, che insistono sull’ambientazione rurale per dar corpo a sensazioni e stati d’animo : « fascine scomposte di attesa » (p. 14) ; « sul petto sarchio il buio » (p. 15) ; « li vedi i sentieri che abbiamo / lasciato » (p. 18) ; « la farina della resa » (p. 24) ; « Svio verso i colli a seminarmi » (p. 25) ; « Sterili canne sono adesso le parole, / si sporgono dal fango ritentando / di risalire in gola a germogliare » (p. 26) ; « Si apre la grotta d’aria spessa / sul tunnel di silenzio dei giardini, / allineo i passi con cura sul sentiero / centran­do spazi liberi tra i sassi » (p. 34) ; « ombra tra ombre seminata » (p. 38). Solo nella poesia conclusiva della sezione compare il nome di Bologna, luogo reale – s’immagina – della vi­cenda, che nondimeno precipita a ogni giro di verso verso un buio primitivo, ferino (p. 24) animale (seguendo l’indicazione del titolo, che è riproposto nella poesia di p. 21) : « Essere niente e voler essere tutto, / nelle tue caverne brancolo a cercare / se con me nel buio per errore / hai lasciato cadere una traccia del tuo bene » (p. 27). Storia che è raccontata, per brandelli, dentro un inverno sterile, freddo, che è quello – come si intuisce gradatamente – di un abbandono, di un’assenza.

Le sezioni successive, cronologicamente più avanzate, sembrano inasprire il dettato metaforico, con un’accentuazione di elementi crudi, che spesso vanno ad amplificare cam­pi metaforici già individuati nella sezione d’esordio, come nel seguente componimento, uno dei pochissimi ad essere datato : « Le parole corona di candele / ardente la resa a un domani spaventoso. / Chiederanno forse le ragioni impronunciate / di quest’apoplettico tacere, / saranno chiodi a fondo in angoli di labbra / per varcare a forza la soglia del senti­re / per divaricare le radici dell’amore. / Nella terra degli occhi lesti seminiamo / svolgen­do germogli in foglie nelle mani / quando scatteranno le tagliole della luce / scivolerà nel nero la bestia del pudore / carpiranno solo vento tra le piume » (p. 57). Nella persistenza, quasi ossessiva, del tema amoroso, si accentuano i motivi della notte e del buio (così co­me gli elementi ctonii), la riflessione metalinguistica sul valore della parola, la presenza di un lessico corporeo, ma soprattutto la tendenza sia a fare del verso un’unità immaginosa quasi chiusa in se stessa (con esiti che richiamano a volte la poesia di Antonio Porta), sia a chiudere ogni componimento in un unico, compatto periodo.

Se la metafora è il cuore fedele, costante di questa poesia (« i palmi del tempo », p. 15 ; « i boccaporti del buio », p. 16 ; « gli stipiti degli anni », p. 59 ; « le unghie brevi del pensiero », p. 60 ; « le reti dell’aurora », p. 70 ; ecc.), non manca, nel complesso, un’attitudine a saggiare in profondità, e con esiti vari, la materia linguistica, per caricarla di maggiore espressività : si nota per esempio una predilezione per i gerundi (come si evince anche dal titolo della seconda sezione) e i participi, anche di rara se non inedita fattura (« nudate del senso fino al silenzio », p. 16 ; « cerco un cielo calmo desertato », p. 51), così come la costruzione di una sequenza non omogenea di aggettivi e sostantivi (« Fui fiera, vergogna, distanze », p. 14). Di particolare forza la zona degli esordi e delle chiuse, che recingono la trama interna di questo piccolo (e protetto) canzoniere. I risultati più convincenti, nel complesso, paiono quelli contenuti nella terza sezione (La corolla del ricordo), dov’è un maggiore equilibrio tra tensione metaforica e descrittiva, una sorta di quieta sospensione dello sguardo : « È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso e uguale della notte vedi / non torna l’asciuttezza calma del terreno / nei viali foglie marce che dissolveranno / grandi pozze dove come un sasso cade / lo sguardo che ha cessato di cercare / passa lentamente a guado il fango / cede e non ritorna » (p. 81).

 

 

 

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Fabia Ghenzovich,  Il cielo aperto del corpo, Kolibris Edizioni,2011

 

  Nella collana “Chiara” delle edizioni Kolibris di Bologna, è stata inserita la raccolta poetica di Fabia Ghenzovich, “Il cielo aperto del corpo”. I versi, pregni di una giovane forza vitale, sono la ricerca/scoperta del proprio vivere in mezzo a una umanità non sempre disposta a scrutare “il cielo aperto”. Oggi si vive a testa bassa, piegati sulle esigenze continue del sopravvivere e di alleggerire le pene dell’esistenza. In altri momenti si direbbe un’egoistica necessità di essere presenti.

 

  La Nostra, invece, è in lotta con il proprio corpo e i suoi confini, alla ricerca di quella “urna d’acqua “ che Giuseppe Ungaretti ritrova, per riposarsi, nelle acque dei fiumi dove riconoscersi: “una docile fibra / dell’universo.” La parola “confine” compare nei versi di Ghenzovich  almeno per tre volte, in tre momenti compositivi della raccolta: nell’ingresso, nel primo atto e dopo l’enunciato de “In principio”.

 

  I confini dell’Autrice sono in trasparenza, perché lei è “muda sorgiva”, e generano il tumulto nella terra di mezzo rappresentata dal corpo; mentre un respiro più potente e forte vuole levarsi e portarla in acque lontane:

 

  Nuovo alla luce un sentire

 

  d’infanzia sepolta nel corpo

 

  una nascita possibile

 

   un mare dentro. (pag.36)

 

 

 

 La poetessa è ancora “in cuna”, in sofferta ricerca della “forma nata da me / lo spazio aperto / l’ Io inverso”(pag.37) . Badate l’io è scritto con la maiuscola.

 

  Una carica di energia attraversa l’intera raccolta: il corpo è solo lo strumento musicale imperfetto che s’inclina alle note della Poesia. Quale Poesia? Quella intimista dell’adolescente o l’acerba forza che respirerà nel magma della continuità? Mi sorprende la bella gestualità dei versi di questa raccolta, la grazia con la quale la penna, incerta, cerca l’abbrivo per le future sofferenze che la strada dei poeti conosce. Una composizione in particolare unisce l’apertura di questo cielo limpido, nascosto ancora nelle nebbie mattutine, al corpo del Mondo (“Mater matrigna matrix” (pag.33) e forma la vocale costante del portare su di sé (il gerundio) di alcune composizioni presenti in questa raccolta:

 

  Dopotutto sembra quasi uno scherzo

 

 di natura che gioca col senso comune

 

 di ogni cosa che appare però diverso

 

 in una luce nuova come non pensavi  (pag.17)

 

 

 

 La eco del Novecento è forte e presente, come per noi,  nei versi insostituibili del nobel Eugenio Montale :

 

 “ Vedi, in questi silenzi in cui le cose

 

    s’abbandonano e sembrano vicine

 

    a tradire il loro ultimo segreto,

 

    talora ci  si aspetta

 

    di scoprire uno sbaglio di Natura,

 

    il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,

 

    il filo da disbrogliare che finalmente ci metta

 

    nel mezzo di una verità.” ( I Limoni, Mondadori)

 

 

 

   agosto,2011                                              vincenzo d’alessio

 

 

 

 

 

Posted by: kolibris | November 7, 2008

Sharon Olds, translated by Daniela Raimondi

Things that are worse than death

 You are speaking of Chile,

of the woman who was arrested

with her husband and their five-year-old son.

You tell how the guards tortured the woman, the man, the child,

in front of each other,

“as they like to do.”

Things that are worse than death.

I can see myself taking my son’s ash-blond hair in my fingers,

tilting back his head before he knows what is happening,

slitting his throat, slitting my own throat

to save us that.  Things that are worse than death:

this new idea enters my life.

The guard enters my life, the sewage of his body,

“as they like to do.”  The eyes of the five-year-old boy, Dago,

watching them with his mother.  The eyes of his mother

watching them with Dago.  And in my living room as a child,

the word, Dago.  And nothing I experienced was worse than death,

life was beautiful as our blood on the stone floor

to save us that – my son’s eyes on me,

my eyes on my son – the ram-boar on our bodies

making us look at our old enemy and bow in welcome,

gracious and eternal death

who permits departure.

 

 

 

 

Cose peggiori della morte

Parli del Cile,

della donna arrestata

insieme al marito e al figlio di cinque anni.

Racconti di come le guardie hanno torturato la donna, l’uomo, il bambino,

l’uno davanti agli occhi degli altri,

“come gli piace fare.”

Cose peggiori della morte.

Posso immaginarmi mentre prendo fra le dita i capelli biondo-cenere di mio figlio,

mentre gli giro la testa prima che capisca cosa sta succedendo,

sgozzare lui, tagliarmi la gola

per risparmiarci tutto quello.  Cose peggiori della morte:

questa nuova idea entra la mia vita.

La guardia entra la mia vita, la fogna del suo corpo,

“come gli piace fare.” Gli occhi del bambino di cinque anni, Dago,

che li guarda mentre lo fanno con la madre. Gli occhi della madre

che li guarda mentre lo fanno con Dago. E nel mio soggiorno, come un bambino,

il mondo, Dago.  E niente di quello che ho provato è stato peggiore della morte,

il nostro sangue sul pavimento di pietra era bello quanto la vita.

Risparmiarci tutto quello -mio figlio che mi guarda

i miei occhi su di lui – il montone-cinghiale sopra i nostri corpi

noi che guardiamo i nostri vecchi nemici con un inchino di commiato,

morte gentile ed eterna

che ci permette di andar via.

 

 

 

 

 

The end

We decided to have the abortion, became

killers together.  The period that came

changed nothing.  They were dead, that young couple

who had been for life.

As we talked of it in bed, the crash

was not a surprise.  We went to the window,

looked at the crushed cars and the gleaming

curved shears of glass as if we

had done it.  Cops pulled the bodies out

bloody as births from the small, smoking

aperture of the door, laid them

on the hill, covered them with blankets that soaked

through.  Blood

began to pour

down my legs into my slippers.  I stood

where I was until they shot the bound

form into the black hole

of the ambulance and stood the other one

up, a bandage covering its head,

stained where the eyes had been.

The next morning I had to kneel

an hour on the that floor, to clean up my blood,

rubbing with wet cloths at those dark

translucent spots, as one has to soak

a long time to deglaze the pan

when the feast is over.

 

 

 

 

 

La fine

Avevamo optato per un aborto, eravamo

diventati due assassini.  Che poi mi siano venute le mestruazioni

non ha cambiato niente.  Quella coppia di giovani innamorati

che parlavano in favore della vita erano morti.

Stavamo discutendone a letto, e lo schianto giù in strada

non ci colse di sorpresa.  Siamo andati alla finestra,

abbiamo osservato le macchine sfasciate e lo scintillio

dei vetri storti e taglienti, come

se fossimo stati noi a frantumarli.  I poliziotti tiravano fuori i corpi

rossi come placente dalla piccola, fumosa

apertura della porta, li stendevano

sulla collina, li coprivano con coperte subito imbevute di sangue.

Il mestruo

cominciò a colarmi

giù dalle gambe, dentro le pantofole.  Sono rimasta lì

fino a che hanno infilato il corpo legato

nel buco nero

dell’ambulanza e spinto su l’altro corpo,

una benda a coprirgli la testa,

la macchia dove prima c’erano gli occhi.

Il mattino dopo ho dovuto stare un’ora in ginocchio

sul pavimento a pulire il mio sangue,

a sfregare con stracci bagnati quelle macchie scure,

lucenti, come quando uno deve inzuppare a lungo

la padella per poi scrostarla

a festa finita.

 

 

 

 

 

 

The death of Marilyn Monroe

The ambulance men touched her cold

body, lifted it, heavy as iron,

onto the stretcher, tried to close the

mouth, closed the eyes, tied the

arms to the sides, moved a caught

strand of hair, as if it mattered,

saw the shape of her breasts, flattened by

gravity, under the sheet,

carried her, as if it were she,

down the steps.

 

These men were never the same.  They went out

afterwards, as they always did,

for a drink or two, but they could not meet

each other’s eyes.

 

                        Their lives took

a turn – one had nightmares, strange

pain, impotence, depression.  One did not

like his work, his wife looked

different, his kids.  Even death

seemed different to him – a place where she

would be waiting,

 

and one found himself standing at night

in the doorway to a room of sleep, listening to a

woman breathing, just an ordinary

woman

breathing

 

 

 

 

 

La morte di Marilyn Monroe

Gli uomini dell’ambulanza toccarono il corpo

freddo, lo sollevarono sulla barella, pesante come il ferro,

provarono a chiudere

la bocca, chiusero gli occhi, legarono

le braccia ai lati, liberarono

la ciocca di capelli rimasta impigliata, come se fosse importante,

videro la forma dei seni, appiattiti

sotto il lenzuolo dalla forza di gravità,

la portarono giù, come se quella cosa

che scendevano lungo i gradini fosse ancora lei.

 

Questi uomini non furono più gli stessi.  Dopo il lavoro

andarono, come sempre,

a bersi un bicchierino o due, ma non riuscivano a

guardarsi negli occhi.

 

                        Le loro vite presero

una svolta – uno soffrì di incubi, strani

dolori, impotenza, depressione.  Uno cominciò

a odiare il suo lavoro, guardò con occhi diversi

sua moglie, i bambini.  Persino la morte

gli sembrò diversa – un posto dove

l’avrebbe trovata ad aspettare. 

 

e uno si trovò di notte, in piedi

davanti alla porta di una stanza da letto, ad ascoltare

il respiro di una donna, solo una donna comune,

che respirava.

 

 

 

 

 

 

The eye

My bad grandfather wouldn’t feed us.

He turned the lights out when we tried to read.

He sat alone in the invisible room

in front of the hearth, and drank.  He died

when I was seven, and Grandma had never once

taken anyone’s side against him,

the firelight on his red cold face

reflecting extra on his glass eye.

Today I thought about that glass eye,

and how at night in the big double bed

he slept facing his wife, and how the limp

hole, where his eye had been, was open

towards her on the pillow, and how I am

one-fourth him, a brutal man with a

hole for an eye, and one-fourth her,

a woman who protected no one.  I am their

sex, too, their son, their bed, and

under their bed the trap-door to the

cellar, with its barrels of fresh apples, and

somewhere in me too is the path

down to the creek gleaming in the dark, a

way out of there.

 

 

 

 

 

L’occhio

Mio nonno era cattivo, non ci dava da mangiare.

Spegneva le luci quando noi cercavamo di leggere.

Si sedeva da solo nella stanza invisibile

davanti al camino, e beveva.  È morto

quando avevo sette anni, e la nonna non una volta

che avesse preso le nostre difese,

i riflessi del fuoco brillavano sulla sua faccia rossa e fredda,

specialmente nel sul suo occhio di vetro.

Oggi ho ripensato a quell’occhio,

a come di notte, nel grande letto matrimoniale

lui dormisse con la faccia rivolta verso sua moglie, e a come

il buco molle dell’orbita vuota dovesse restare aperto

accanto a lei sul cuscino, e a come io

sia per un quarto sua, un uomo brutale con

un buco al posto dell’occhio, e per un quarto appartenga a lei,

una donna che non ha mai protetto nessuno.  Sono anche

il loro sesso, il loro figlio, il loro letto, e

sotto il letto la botola che portava

in cantina, coi barili colmi di mele fresche, e

dentro di me, c’è anche il sentiero che portava

al ruscello e che brillava nel buio,

un posto per scappare via.

 

 

 

 

 

By Fire

When I pass an abandoned, half-wrecked building,

on a waste-lot, in winter, the smell of the cold

rot decides me – I am not going

to rot.  I will not lie down in the ground

with the cauliflower and the eggshell mushroom,

and grow a fungus out of my stomach

steady as a foetus, my face sluicing off me,

my Calvinist lips blooming little

broccolis, my hair growing,

my nails growing into curls of horn, so there is

always movement in my grave.  If the worm

were God, let it lope, slowly, through my flesh, if its

loping were music.  But I was near, when ferment

moved, in its swerving tunnels, through my father,

nightly, I have had it with that,

I am going to burn, I am going to pour my

body out as fire, as fierce

pain not felt I am leaving.  The hair

will fizzle around my roasting scalp, with a

head of garlic in my pocket I am going out.

And I know what happens in the fire closet,

when the elbow tendons shrink in the heat, and I

want it to happen – I want, dead, to

pull up my hands in fists, I want

to go out as a pugilist.

 

 

 

 

 

Col fuoco

Quando passo davanti a un edificio abbandonato, mezzo decrepito,

o davanti a una discarica, in inverno, l’odore del marciume freddo

mi toglie l’ultimo dubbio: il mio corpo

non marcirà.  Non me ne starò stesa nella terra

col cavolfiore e i porcini,

un fungo che mi cresce dalla pancia

forte come un feto, il viso spazzato via dall’acqua,

piccoli broccoli che sbocciano dalle mie labbra calviniste, e i capelli che crescono,

le mie unghie che si allungano in riccioli di corno,

continui movimenti dentro la mia tomba.  Se il verme

fosse Dio, lo lascerei avanzare, lentamente, nella mia carne,

se solo la sua danza fosse musica.  Ma ero là, quando la fermentazione

si rimestava nel corpo di mio padre, ogni notte,

dentro tunnel tortuosi,

e mi è bastato.

Sarò bruciata, riverserò una volta per tutte

il mio corpo nel fuoco.  Me ne andrò senza sentire

il dolore feroce.  I miei capelli

sibileranno intorno al mio scalpo arrostito, con

una testa d’aglio in tasca me ne andrò.

E so cosa succede dentro l’involucro di fuoco,

quando i tendini dei gomiti si ritirano per il calore, e io

voglio che succeda – voglio, da morta,

alzare i pugni nell’aria, voglio

andarmene come un pugile.

 

 from  The Dead and the Living, Alfred A. Knopf, New York, 2005

 

Sharon Olds was born in 1942 in San Francisco. She attended the Stanford University and the Columbia University.  Some of her poems have been published on important reviews and newspapers: the “New Yorker”, “Poetry”, “The Athlantic Monthly”, “The Paris Review”, and “The Nation”.  Her first poetry book, Satan Say, (1980, translated into Italian as Satana dice, Le Lettere, Firenze 2002) won the San Francisco Poetry Center Award.  She was then awarded the Lamont Poetry Prize, the National Books Critics Circle Award, and the  T. S. Eliot Prize.  She now lives in New York and teaches creative writing at the New York University.

Posted by: kolibris | November 11, 2008

The first Kolibri

The first Kolibri is Sabina Naef’s leichter Schwindel, (Edition Korrespondenzen, Wien, 2005) translated by Chiara De Luca.
It will fry up on January-February 2009.

 

Schneeflocken auf meinen Wimpern

wie damals vor dem Absatzschnelldienst

als ich deine Stimme zum ersten Mal hörte

und sie kannte und nicht wusste woher

 

 

 

 

fiocchi di neve sulle ciglia come allora

davanti al servizio rapido ausiliario

la prima volta che ho sentito la tua voce

e conoscevo e non sapevo dove

 

 

 

 

du verlierst dich an jeder Straßenecke

an den Wind, an eine Wolke, ans Leben

Achtung: frisch gestrichen

dein Herz steht sperrangelweit offen

keine Zeit, deine Knochen zu zählen

 

 

 

 

ti perdi a ogni angolo di strada

nel vento, in una nube, nella vita

attenzione: vernice fresca

il tuo cuore sta tutto spalancato

per contarti le ossa non c’è tempo

 

 

 

 

 
der Tag riecht

wie ein neuer Bleistift

noch nicht angespitzt

 

 

 

 

 
il giorno odora

di matita nuova

non ancora appuntita

 

 

 

 

 
blindlings

Nachtwächter

zum Beispiel

haben Augen fürs Unsichtbare

Dichterinnen

eine Schneeprobe in der Armbeuge

 

 

 

 

 
ciecamente

 

guardie notturne

per esempio

hanno occhi per l’invisibile

poetesse

un campione di neve

nell’incavo del braccio

 

 

 

 

 

Streifzüge in den

Überresten der Nacht

dein lichter Blick

das Ohr unter dem Mützenrand

neckisch zur Seite gebogen

tief aufgesogen den Geruch

von vermoderndem Laub

auf immer und Richtung

unbestimmt

 

 

 

 

 

 

scorrerie dentro

gli avanzi della notte

il tuo sguardo luminoso

l’orecchio sotto l’orlo del berretto

inclinato con malizia di lato

inalato a fondo l’odore

di fogliame marcescente

per sempre e direzione

incerta

 

 

 

 
bis bald

 

auf Metrobillette gekritzelte

Mitteilungen an die Toten

ein Wecker, der in einem Gepäckstück

zu schrillen beginnt

die Angst hält mich

auf dem Laufenden

 

 

 

 

 
a presto

 

scarabocchiati su biglietti del metrò

appunti ai morti

una sveglia, che in una valigia

comincia a suonare

la paura mi tiene

aggiornata

 

 

 

 

 
Postskriptum

 

auf die Straße gestellte Möbel

halb blinde Spiegel

winzige Tassen

die Briefträgerin verliert kein Wort

Kaktusstacheln an den Fingern

 

 

 

 

 
p.s.

 

mobili ammucchiati sulla strada

specchi semiciechi

minuscole tazzine

la postina non perde una parola

spine di cactus sulle dita

 

 

 

 

 
im Kühlschrank liegt noch

ein Zitronenschnitz

immer ist ein Fremdwort

und Abschied passt in keinen Koffer

 

 

 

 

 
nel frigo è rimasto

uno spicchio di limone

sempre è una parola estranea

e addio non entra in nessuna valigia

 

 

 

 

 
manchmal fallen Wörter aus den Fenstern

oder es regnet in den Büchern

dann tagelang nichts -

und immer beim Aufwachen die Frage

wie Schlaf riecht

 

 

 

 

 
dalle finestre a volte cadono parole

oppure dentro ai libri piove

poi nulla per più giorni -

e sempre al risveglio la domanda

di cosa odori il sonno

 

 

 

 

 

Sabina Naef was born in Luzern in 1974. She studied German and French literature in Switzerland.
Two volumes of Sabina Naefs poetry appeared so far: Zeitkippe (1998) and tagelang möchte ich um diese Ecke biegen (2001). Amongst others, she won the first prize at the 14. International Contest for young Literature in Regensburg (1998)

In Autumn 2005, her third book of poetry leichter Schwindel will be published at Edition Korrespondenzen.

Posted by: kolibris | November 12, 2008

Marcos Ana, Tell Me What A Tree Looks Like

Mi pecado es terrible;
quise llenar de estrellas
el corazón del hombre.
Por eso aquí entre rejas,
en diecinueve inviernos
perdí mis primaveras.
Preso desde mi infancia
ya muerte mi condena,
mis ojos van secando
su luz contra las piedras.
Mas no hay sombra de arcángel
vengador en mis venas:
España es sólo el grito
de mi dolor que sueña.

 Marcos Ana

 The publishing house Crocetti has just bought the translations rights of Marcos Ana‘s extraordinary autobiography Decidme cómo es un árbol (“Tell Me What A Tree Looks Like”), which is being translated by Chiara De Luca and will be first presented in Parma and Bologna on June 2009, when Marcos Ana will be guest of the Parma International Poetry Festival.

 

Decidme cómo es un árbol will also become a film by Pedro Almodóvar

 

 decidme1

 

Marcos Ana was a young Communist activist, only 19 when he was captured and thrown in jail by the military forces of General Franco. He was imprisoned for 23 years, twice sentenced to death, often beaten and tortured. But his spirit was not broken and, inspired by the poems of Pablo Neruda, he wrote poems of his own, remembering the lines until he could actually write them down, sending them out into the world in the memories of his fellow prisoners when they were released. By the time he got out of prison, he was 41, internationally renowned for his poetry. In September 2007, he published his memoir, Decidme cómo es un árbol (“Tell Me What a Tree Looks Like”), and it has just been announced that Pedro Almodovar will make a film based on Ana’s autobiography.

 

marcos2

 

From “Poesia” (Anno XXI, Maggio 2008. N. 227)

“I versi di questo “poeta che nacque due volte”, come titola un recente articolo del “Corriere della sera” (30/03/2008) coincidono con la voce di un’anima che ha saputo mantenersi pura e generosa pur avendo affrontato le più impensabili atrocità. È una voce chiara, limpida, che fa uso delle poche parole appartenenti al quotidiano, al suo quotidiano, di parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Sanzionato. Morti / in croce.” E di parole appartenenti a una realtà lasciata fuori dalle mura del carcere, eppure mai dimenticata, rigirate nella mente per non perderne il senso anche se tutto il mondo era confinato in un cortile, delimitato da lastroni e cemento, “parole che ardono sulle labbra, / scintille nel petto: / Solidarietà. Amore. / Libertà. Patria. Respiro. / Creazione. Luce. Futuro per tutti. / Figli. Donna. Compagni. / Il mondo. L’umanità. La pace. / Una bandiera, una patria, un popolo. / L’amnistia, il mare e il vento / per il prigioniero.” All’”Università di Burgos” il poeta imparò a restituire al dire il suo senso pieno, così che non aveva bisogno di utilizzare alcun artificio per abbellirlo o conferirgli forza. Ciò che più gli interessava era che comunicassero, con immediatezza, efficacia e verità, ciò che stava accadendo, alla sua vita e a quella dei compagni di prigionia, e che servissero a dissetare “un altro labbro deserto e perseguitato.

Le parole di Ana sono nude, scarne, ridotte alla loro essenzialità, che le rende tanto più pregnanti e incisive. Il dolore, lo strazio fisico e morale, così come l’attesa senza fine e una segreta speranza mai tramontata non vengono in alcun modo “spiegati”. Sono lì, nella concretezza delle immagini, nella “semplicità” dell’incedere del verso, come quando racconta della madre “una santa, / una manciata di carne consumata, / infagottata e sola nel silenzio”, trovata morta in un fossato, dove aveva perso conoscenza dopo essersi aggirata a lungo nei pressi delle porte del carcere, tentando inutilmente di convincere le sentinelle a farle vedere il figlio, condannato a morte per la seconda volta, nel ’43.”

Chiara De Luca

 

 marcos

 

from “The Independent”

Almodovar films story of poet jailed by Franco
by Elizabeth Nash


”Pedro Almodovar, the Oscar-winning Spanish director famed for his colourful and frenetic sex comedies, is to film the tender autobiography of a communist poet who spent 23 years in prison during the darkest years of the Franco dictatorship. Marcos Ana, now 88, was 19 when General Francisco Franco had him thrown in jail in 1939. As a political inmate who had fought against Franco’s victorious troops during the Spanish Civil War, Ana was tortured, shunted from prison to prison and managed to avoid two death sentences before he emerged, bewildered to the point of nausea, a free man in 1961. He was 41 but retained the desires of innocent youth.”

Ana was interviewed by The New York Times in the fall of 2007, when the Spanish parliament considered its “law of historical memory” intended to honor the victims of the Franco regime and the Spanish Civil War: “Bill in Spanish Parliament Aims to End ‘Amnesia’ About Civil War Victims,” by Victoria Burnett
”Marcos Ana does not remember everything about his 23 years in prison during Franco’s dictatorship. But the 87-year-old poet remembers the electric shocks and brutal whippings…. He remembers reading by moonlight the verses of Pablo Neruda, the left-wing Chilean poet, smuggled on single pages to his solitary cell, and memorizing his own compositions until he could scrounge a scrap of paper on which to write them.”

 Marcos Ana’s Blog: just click on the screenshot below to visit it

 blog_marcos_ana

 

 From “El País”

Hace algo más de cuatro meses, el domingo 30 de septiembre, Pedro Almodóvar se enamoró de una historia. Fue un fogonazo que le asaltó al leer las páginas de este periódico.

Aparecía publicado en el suplemento Domingo un avance de las memorias de Marcos Ana, poeta que se convirtió en voz de los presos de la era franquista. Relataba su salida de prisión tras 23 años entre rejas: la luz cegadora, los mareos al circular en coche, el incómodo reencuentro con la libertad y el vértigo ante su primera experiencia amorosa, a los 41 años. Ese hombre temeroso que nunca había estado con una mujer, sus titubeos, esa prostituta que se enternece con su historia y no quiere cobrarle, ese paseo de madrugada por la Gran Vía y esa noche inolvidable se convirtieron rápidamente en celuloide en la cabeza del cineasta manchego. Al día siguiente, el mismo lunes por la mañana, Almodóvar pedía que le enviaran el libro. A los cuatro días decidía que quería conocer a Ana y hacer la película. La semana pasada cerró el acuerdo para hacerse con los derechos.

Subiendo las escaleras camino de su piso, Marcos Ana se queja de la rodilla, pero sube como un tiro: “No tengo tiempo para estar enfermo, por eso estoy así a los 88 años”, dice. Desde luego, aparenta 65. Una foto del Che Guevara preside su librería. Con un puñado de cuadernos de poemas entre las manos, cuenta que su relación con el director manchego puede ser el inicio de una gran amistad, “como en el final de Casablanca”. Ana -nacido Fernando Macarro Castillo, adoptó los nombres de su padre y su madre para firmar- ingresó en prisión a los 19 años y sobrevivió a abominables torturas y a dos condenas de muerte. En el año 1954, encerrado en una celda de castigo, empezó a escribir poemas apoyándose del revés del plato que le daban para comer. A la luz de un minúsculo candil, hecho con un tintero, alcohol y mecha, compuso versos que pronto trascendieron los muros de prisión y empezaron a ser publicados por comités de solidaridad en el exilio. Los compañeros presos que salían en libertad los memorizaban para poder dictarlos a su salida. Se convirtió así en una voz intramuros de la España perseguida.

Escribir sus memorias era una de sus asignaturas pendientes. Ya en una madrugada de 1963, apenas dos años después de salir de prisión, su amigo Pablo Neruda le abroncó tras una larga noche en que Ana le contó su vida: “¡Somos unos insensatos, las palabras se las lleva el viento, si hubiéramos tenido un magnetofón ya tenías escrito el libro!”, exclamó el poeta chileno. Ana, humilde hasta decir basta, nunca osó negociar la publicación de sus poemas: “La poesía era un arma más para luchar por las libertades, no sé si mis versos son buenos o malos, sólo sé que fueron necesarios”, dice con la lucidez de un hombre que sigue viviendo a contrarreloj, ganándole tiempo al tiempo, intentando recortar el efecto de 23 años entre rejas. Hace tres años, las presiones de sus amigos le llevaron a ponerse a escribir por fin sus memorias, Decidme cómo es un árbol (Editorial Umbriel-Tabla Rasa), el material en el que se basará Almodóvar, que hará dos películas antes de ésta (en mayo empieza a rodar Los abrazos rotos).

Gran amigo de Rafael Alberti, Ana es un comunista convencido: “Lo único que puede compensarme a mí es el triunfo de mis ideales”, dice con voz cadenciosa, profundo. “Solidaridad es hoy la palabra más hermosa y más necesaria. Este mundo es muy injusto y eso tiene que explotar. Muchos jóvenes saben que otro mundo es posible”.

Posted by: kolibris | November 14, 2008

Maria Pia Quintavalla translated by Isabella Canetta

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Da    Cantare semplice, 1984

From  Cantare semplice, 1984

 

Nessuna lingua

 

 

Nessuna lingua umana mi darà ragione

sono come sono, senza sottane d’oro

né bianche che solleva il vento

ma appoggio il mento e gli occhi

su un momento.

 

 

 

 

 

 

No human tongue

 

 

No human tongue will say I’m right

I am as I am, without golden skirts

nor white ones that the wind raises

but I lean my chin and eyes

on a moment.

 

 

 

 

 

 

Differenza

 

 

Come sei bella sembri

una montagna, differenza che si eleva

 

sopra di me il tuo ritmo

è sapore rosso sapore blu

tutto ti appartiene, nessuno

io non ti appartengo.

 

 

 

 

 

 

Difference

 

 

How beautiful you are, looking

like a mountain, a difference that rises

 

above me your rhythm

is red flavour blue flavour

all belongs to you, nobody

I don’t belong to you.

 

 

 

 

 

 

Un idealismo- pensiero

 

 

Un idealismo-pensiero che mi delizia

ha la mia donna ideale, sogna

su tutte le pene delle altre donne

 

non sarà la cerniera dei corpi   la parola

ma lingua di rosa

come meteora venuta.

 

 

 

 

 

 

An idealism-thought

 

 

My ideal lady has, an idealism-thought

that pleases me, she dreams

about all other women’s sorrows

 

the bridge between bodies won’t be  the word

but the rose tongue

like a coming meteor.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da  Lettere giovani, 1990

From Lettere Giovani ,  1990

 

 

 

 

 

 

Signore dei tratteggi

 

 

Signore dei tratteggi

delle cuciture e dei viaggi

per un giorno cambia le linee

che il bambino nato è male e vuole

ricompiere passi e giorni

 

storce le chele gira

la risucchiata calma che concede la ruota

e sole e nuvole possono

rompere i suoi lunghi passi,

signore delle cuciture e dei viaggi

 

voce clamante breve, lieve

fola dell’anima lavora.

 

 

 

 

 

 

Lord of the outlines                                                                                                            

 

Lord of the outlines

of the seams and of travels

for one day change the lines

as the born child is misery and wants

to perform steps and days again

 

he twists his nippers and turns

the sucked calmness allowed by the wheel

and sun and clouds may

break his long steps,

lord of the seams and of travels

 

claiming short voice, faint

tale of the soul – work.

 

 

 

 

 

 

Con un’amica

                                                                     a Nadia Campana

 

 

Con un’amica niente più bianco

e nero, né morte

di nuovo dio piccolo

dio diffuso

 

tante piccole teste noi

e plurali sulla terra,

sui muri della schiena

incubi e infanzia da vedere.

 

Cantare le righe

le miglia di un’altra, scomparsa

. non consumabile silenzio

 

Con una nave niente più bianco

e nero,

solo dio piccolo

piccolo e diffuso.

 

 

 

 

 

 

With a friend

                                                                                                          to Nadia Campana

 

 

With a friend no more white

and black, nor death

a small god again

widespread god

 

we – so many small heads

and plurals on the earth,

on the walls of our backs

nightmares and childhood to see.

 

Singing the lines

the miles of another one, vanished

.silence not consumable

 

With a ship no more white

and black,

a small god only

small and widespread.

 

 

 

 

 

 

Nessuna unica lingua la partenza

 

 

Nessuna unica lingua la partenza

la sua disciplina

ci mise in fila, subito

 

la partenza a tradimento

la discesa meravigliosa.

 

Fioritura d’inverno

miracolo di verdi taccuini.

 

 

Not a single tongue the departure                                                                                

 

Not a single tongue the departure

its discipline

lined us up together, at once

 

the unexpected departure

the marvellous descent.

 

Winter blooming

miracle of green note-books.

 

 

 

 

 

 

…………………….

Nel paesaggio finito

circolari ombre di acqua, viola e blu

e i verdi sono là, in fila

sotto le foglie

spruzzi di colore se il giorno

soffoca la notte risana

 

chili di petali coprono

davanti al pallido sole

digerire tutti i miei rami

e sarò albero nuovo.

 

e il vento carezza

le mie gambe bianche.

 

 

 

 

 

 

In the finished landscape

circular water shadows, purple and blue

and the greens are there, in a row

under the leaves

sprinkles of colours if the day

chokes the night heals

 

kilos of petals cover

before the pale sun

digest all my branches

I’ll be a new tree

 

and the wind caresses

my white legs.

 

 

 

 

 

 

Napoletana ballata

 

 

Preparati, corpo mio oggi ti porto

in viaggio

noi abbiamo il nostro est, è Milano

ma l’ovest è certamente Napoli.

 

L’aria nobile del mattino

palazzi come chiese sopra giardini.

Da viaggiatrice un giorno

tolsi un cipresso dal tuo cielo

 

quel cielo oggi rimane, si scende

alla prossima funicolare.

Giocavano pensieri dietro ai vetri

so come feci – tolsi

 

il cielo chiaro del mattino

dal suo mattino, presi il cipresso

dal suo cielo,  c o s ì  che lo conobbi

i muri cantavano le lodi.

 

 

Io lo conobbi

la Bellezza ci sciolse la testa -

nostri padroni furono le parole

si fecero unghie

da inverni e spostamenti.

 

Suonava una campanella all’orizzonte

dal basso tunnel promesse

calavano piccole ombre oro colore

dai balconi   i vivi altrove

 

lo so come feci, il cielo chiaro

del mattino tolsi dal suo mattino

e il suo cipresso.

 

 

 

 

 

 

Neapolitan Ballad

 

Get ready, my body: today

we’ll set out

we have our east, it’s Milan

but Naples is certainly our west.

 

The noble morning air

mansions like churches over gardens.

One day as a traveller

I took a cypress out of your sky

 

that sky remains today, we’ll get off

at the next funicular stop.

Thoughts played behind the panes

I know what I did – I took                                                                                                                                            

 

the bright morning sky

out of its morning, I took the cypress

out of its sky, s o  t h a t  I could know him

the walls   sang the praises.

 

 

 

 

 

 

I knew him

the Beauty melted our heads

the words were our masters

nails were made

out of winters and shifts.

 

A bell rang on the horizon

promises from the low tunnel

small shadows – gold colour – fell

from the balconies    the living elsewhere.

 

I know what I did, I took

the bright sky out of its morning

and its cypress.

 

 

 

 

 

 

Lavoro

 

 

Userò, come tetra famiglia

userò come giogo

che lega questi anni di attesa

alla sua sorte,

 

non l’idolo non la scura

meraviglia – la sua statua sonora

non la veglia finita

 

del sospirato serpente

la sua lingua godiva.

 

 

 

 

 

 

Work

 

I’ll employ, as gloomy family

I’ll employ, as a yoke

to link these waiting years

to its fate,

 

not the idol not the dark

amazement – its resonant statue

not the finished watch

 

of the longed-for snake

but its godiva tongue.

 

 

 

 

 

 

Dichiarazione di poetica

 

 

Non di corpo bramava la sua lingua

godiva, amorosa svernare il lutto e gli ori

senza inverare le parole belle e

sole, nuovi moti celesti

i morti – sua remota sorellanza

 

silente sorellanza spinosa, seminare

apneica lingua, duri spazi-sogni

come lupa allappare

senza più sognare – agguerrita presenza

le smaniate cose.

 

 

 

 

 

 

A declaration of poetics

 

She didn’t crave for her tongue bodily

godiva, lovingly wintering the black and the gold

not making the beautiful words true and lonely                                                                    

the sun, new heavenly motions

the dead – its remote sisterhood

 

silent thorny sisterhood, sowing

apnoea tongue, solid space-dreams

as a she-wolf nursing

without dreaming – strong presence

the longed-for things.

 

 

 

 

 

 

Io mi ritenni

 

 

Io mi ritenni una selvaggia

da chiunque distruggibile

lussuosamente persi il tempo grazioso

 

giovanile, ma risoluta promessa

si ripete una fiera sorgente.

 

 

I deemed myself

 

A savage I deemed myself

by anyone destructible

luxuriously I wasted my graceful time

 

juvenile, but resolute promise

repeats, a wild source.

 

 

 

 

 

 

Movimento dell’immobilità

 

 

Cupo, senza scandagliare

cupo moto a restare

 

scoperti,

attraversare la boscaglia.

 

Apoteosi: accecata accecante

tu, piccolo angelo solo ne resti e muto.

 

 

 

 

 

 

Motion of the immobility                                                                                                    

 

Dark, without fathoming

dark motion to be still

 

discovered,

crossing the thicket.

 

Apotheosis: blinded blinding

you, little angel remain lonely – and mute.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da   Le Moradas , 1996

From Le Moradas, 1996

 

 

 

 

 

 

 

Esiste la deliziosa

 

Esiste la deliziosa,

prossimità, non il perfetto amore.

 

E intanto

lunghi tragitti tratti

erosi da pianto, polvere

di sentieri assembrati angoli della mente che

stavano per sfollare e – sostano,

campi desertici

    trasferimento, letto come strada

silenzio non ancora pace.

 

 

 

 

 

 

There is the delightful                                                                                                            

 

 

There is the delightful,

proximity, not the perfect love.

 

Meanwhile

long journeys, travelled

eroded by tears, dust

from assembled paths angles of the mind that

are on the point to clear off and – they stop,

waste fields                                                                                                                                                      

    removal, a bed as a road

silence not peace yet.

 

 

 

 

 

 

Maternale

 

 

spesso ti dissolvevi andavi

via ed io imperfetta ne ordino l’ordito muto

diniego di muta esistenza la sua incandescenza

è motivo della mia gloria sempre

 

io loderò la forma che mi ha preceduta

di quella che viene ancora

non conosco lega leggera

di pensiero piumaggio breve.

 

 

 

 

 

 

Maternal

 

 

often you dissolved, you went

away and I imperfectly arrange the arrayed mute

denial of mute existence its incandescence

it’s the reason of my glory – always

 

I’ll praise the form that has preceded me

of the form that will come

I don’t know light alloy

of thought short plumage.

 

 

 

 

 

 

 

 

Liebe

 

 

Naufragio il primo giorno – non avvicinarti

e tutto il tempo intorno, pesci

 

tu prega moderna

la morte di un uomo, lo stento del tuo uomo

 

è l’ora splendida peccata mundi.

 

 

Conca e albero, volontà e

firmamento nelle sue volute navigano

le mie navicelle

 

non so se accese

nella discesa libera infinita

sottomarini a noi stessi.

 

 

 

 

 

 

Liebe

 

Shipwreck on the first day – don’t come closer

and all the time around, fishes

 

you modern pray

the death of a man, the pains of your man

 

it’s the splendid hour of peccata mundi.

 

 

 

 

 

 

Dell and tree, will and

firmament in its spirals sail

my shuttles

 

I don’t know if they are lighted

in the infinite free descent

submarine to ourselves.

 

 

 

 

 

 

E la storia ripete

 

 

E la storia ripete

solitaria importanza, date e

date, stupita picchietta a morte

 

nel fortino sicuro della mente

lenti le svaniscono i domani

lodi ben tornite le sue mani.

 

C’è gloria nella storia nella

avvenuta avventura umana

con poche cose,

 

ora imparo           

dal buio

il ri abbraccio.

 

 

 

 

 

 

And history repeats itself                                                                                          

 

And history repeats itself

solitary importance, dates and

dates, amazed it patters to death                                                                                                                                  

 

in the safe fortress of mind

the tomorrows vanish slowly

shapely praises its hands. 

 

There is glory in history in the

happened human adventure

with few things

 

now I learn,

from darkness

the hug again.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da   Estranea (canzone),  2000

From Estranea (canzone),2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Canto X

 

 

Ma una di lei visione fotograffita e

ribaciata di balsamo e stazione

(così fiorì) nel mentre mondo

 

Acconsentendo, una canzone il figlio

di lì nacque si fece e fu

(ristette);

 

beneavuto dove luci,

rumori ombre attenuate accudiscono

assembrano assomigliano

fiorito là vivente e (soletto)

in forte casa lui lo stige in

un piccolo pensiero quello che le radici,

le più assise e belle.

 

E sola, (la vita sola) ricca di nuovo

solforata e stabile

 

(stagione) di campi e piane, di

mercati e bestie, modi che

a dirsi nuovi, padanamente

assisi intorno a centro piazza

acuta di memoria e annuvolata.

 

 

 

 

 

 

Canto X

 

 

But a vision of her photo-graffito,

kissed by balms and a station

(so flowered) in the during world

 

Consenting a song the son

was born thence he grew up and was

(stayed still);

 

well-had where lights,

noises softened shadows look after

assemble resemble

blooming over there living and (alone)

in a strong house he the Styx in

a small thought that the roots,

the most seated and beautiful.

 

And alone, (exclusively the life) again rich

sulphured and stable

 

(season) of fields and plans, of

markets and animals, ways of

saying ourselves new in the Po Valley                                                                                               

seated around in the middle of the square

sagacious in memories and clouded.

 

 

 

 

 

 

In fondo alfine giunto fosse

un mite mare (dal centro)

e dall’incedere

(mare) la forma al centro, sola

zolla che al forte e più terreno dire,

 

intanto intente giovani

in puntello,

sedute in braccio e forti

strette e avvinghiate, (ripetere)

la storia che lei gustando dentro

al cuore, muta intesa

 

stringere, rifare (le canzoni).

 

 

Eventually at last a mild sea

had come (from the middle)

and from the gait

(sea) the form in the middle, alone

turf that to the strong and ground saying,

 

meanwhile some busy girls

propping,

sitting in the arms and strong

tightly clutched, (repeat)

the story she was tasting inside

her heart, mute agreement

 

to embrace, to remake (the songs).                                                                                                                                                

 

 

 

 

 

 

Semplice suono

 

 

Semplice suono, semplicemente -

voci che rincorrono (un futuropassato)

nelle strade genealogie raccolte,

chiuse in sé strette

 

perché polle pozzi

giorni sepolti tra la vita, altrui

canzone, e l’oggi mobile

miraggio appeso esile, saputo

                                   e presto

nella piena e verde

e piazza (annuvolato).

 

 

 

 

 

 

Simple sound – simply

 

Simple sound – simply

voices running after (a futurepast)

in the streets collected genealogies,

shut up in themselves

 

since pools and wells

days buried amid the life, other’s

song, and today’s mobile

mirage faintly hung, known

                                    and soon

 

in the fullness and green

and square (cloudy).

 

 

 

 

 

 

Allora grida e sortilegi

 

 

Allora grida e sortilegi, spinte della

vita con le spalle chine e le finestre

chiuse laggiù nell’ombra del

fiorito fiume, che a tratti buono

tutto blu e profondo le facevano

un vuoto (monito)

allora lei sentiva che poteva

e domenica rifarsi intatta

congiungere i due lembi

del passato, e due nel terzo

occhio dimoravano (felici).

 

 

 

 

 

 

Then shouts and spells.

 

Then shouts and spells, pushes from

life with bent shoulders and the windows

shut down there in the shadow of

the river in bloom, that was good at times

all blue and deep – an empty

(warning) was made to her

then she felt she could

and make herself intact, sunday,

connect the two edges

of the past, and in the third

eye two were dwelling (happy).

 

 

 

 

 

 

 

 

Da   Corpus solum,  2002

From Corpus solum,  2002

 

 

 

 

 

 

Ritratto in piedi

 

 

Parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante

albero che parla (e che mi ama), cime alla luce

occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti

sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi

rimprovera, anche, mi contraddice).

 

Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,

di passaggio di nascosto che fa luce: e

me li porto con me, per digiunare gli occhi,

per le scale per le strade, poi divento normale

sottile netta e bianca.

 

 

 

 

 

 

Standing portrait                                                                                                         

 

Talked to my father disguised as breathing, whispering

tree that talks (and loves me), tops in the light

shining eyes at times he is here, in front

he is saying precise things. He breathes. He comments (he

scolds me, too, contradicts me).

 

In the afternoon I well see that the sun makes light,

incidentally secretly it makes light: and

I bring them with me, to fast my eyes

up and down the stairs across the streets,

afterwards I become normal

thin clear and white.

 

 

 

 

 

 

Parmigiana

 

 

Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,

tutta vi aderivi, alle promesse

dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita

del paradiso dalle palme lente e dolci

dell’amore improvviso nelle dita,

degli amanti napoletani della forza che

ti travolgeva ma di messi astrali, bianche

di una stella carnale

 

antiche passeggiate e dolci mani,

della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi

stupita appartenente a corse, statue di gaggie

erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.

Forti le braccia i baci le lusinghe,

per amore della vita che perdevi

e lenta nell’amore ti perdeva.

 

 

 

 

 

 

Parmesan

 

All your loves were unhappy as you believed them,

with all yourself you adhered to the promises

of the being – at its centre, you fell in love with life

with the paradise and its supple and sweet palms

with love, sudden among the fingers,

with the neapolitan lovers with the strength

overwhelming you just by astral harvest, white

for a carnal star

 

ancient strolls and sweet hands

there you felt the unbroken life strength crashing

amazed, belonging to streams, false acacia statues

they were heartbreaks, desire and sea copulation.

Strong the arms the kisses the illusions,

for love of the life you were losing

and slow it made you lose in love.

 

 

 

 

 

 

 

 

Da    Album feriale,  2005

From  Album feriale,  2005

 

 

 

 

 

 

 

Da    Che cosa hai fatto per il padre, figlia?

From What have you done for your father, daughter?

 

 

 

 

 

 

 

 

I)

 

“Ho sopportato le parole antiche

i bassi fondi dell’anima, ecco che cosa

ho sopportato lui, i detriti

un calcestruzzo mal digerito

le ingiuriate abrasioni dei no! quelle che

al collo gli uncinavano la voce, schiaffi

le blasfeme stigmate del male             

 (mentre crollavi e ai miei ginocchi

                                     ti sostentavi)

cadevi e cadevi, più non ti fermavi

eri mille e mille atomi e scintille

di passioni ferite divenute calce viva

ma ancor prima questo e quello

neanche ti bastava,

impetravi impedivi le passioni dell’essere

all’aperto: di noi altre, le belle.”

 

 

 

 

 

 

I)

 

“I’ve endured the ancient words

the shallows of the soul – that’s what

I’ve endured him, the rubbles

a bad-digested concrete  the

abused abrasions of many no! those

hooking his voice at the neck, slaps

the blasphemous stigmata of evil

(while you collapsed grasping

                        my knees for support)

 

you kept falling, you couldn’t stop

you were thousands of atoms and sparks

of hurt passions turned into quicklime

yet time before all that

wasn’t enough for you,

you hardened hindered the passions of being

at the open air: ours, the beautiful girls”.

 

 

 

 

 

 

II)

 

 

  Sta’ tranquilla ora, figlia, le rispose.                                                                          

Tu sei di specie piccola

mansueta, che ricalca i solchi di sabbia

nel terreno e con le mani bisbiglia

parole strane come le bestemmie

e piange sangue dagli occhi,

come i santi e gli ebeti in sordina;

sii tranquilla, niente di tutta questa

morte ti avvicina.

 

Non è voce la tua che canti il male,

nella danza cannibale di fondo

quella pentola brucia da più secoli,

senza che al brodo corrisponda

la carne abbrustolita sembra

fuoco d’inferno, ma è impostura

specchio segreto di paura di tutti – e

di nessuno. Ha nome invidia, panico folle

abbandono di senno, non pietà e

paura, ancora e sempre stolida

paura che divide e fomenta, che tortura.

 

 

 

 

 

 

II)

 

 Be quiet now, daughter, he answered

You belong to a small gentle

species, treading the furrows of sand

on the ground, whispering with the hands

strange words, like swearing,

and shedding blood from the eyes,

softly like the saints and the idiots;

be certainly quiet, nothing of all this

death is approaching you.

 

 

You’re not of that breed, to sing evil,

in the cannibal dance of the bottom,

that pot’s been burning for several centuries,

yet it does not correspond to the broth

the roasted meat seems like

hell fire, but it is imposture,

secret mirror of everybody and nobody’s

dread. It has a name: envy, crazy panic

desertion of sense, not piety nor

fear yet, and always dull

fear dividing and fomenting, torturing.

 

 

 

 

 

 

La piantina  

 

 

 

 I)                                               

 

Sono in pericolo, da anni invece della cerca della luce,

clorofilla e verdi sali vedo una pianticella da  c u r a r e

il cui veleno proviene dal suo centro, dalla terra

un buco invalicabile e profondo – che

non dà spazio ad altro. Lo stesso buco alimenta

come acqua un pozzo – e spinge

 

radici povere che reggono la pianta,

io mi chino e ne bevo, la curo genufletto e

inculco suoi rituali – soli che si addicono alla pianta.

Essa prende me, lei non va via. Un male oscuro che

ghermisce inesplicabile ed io chinata, guardo e amo,

le dico: con oggi prenderemo un’altra medicina.

 

Lei è sepolta, ma con me alla luce rivivrà sicura!

E lei beve, beve  non è stanca mai.

 

 

Mi riaddormento a sera con minor fiducia.

Che sia lei o io, la più ammalata non mi curo:

so che il mio posto è di guardiana del malato e

lei l’ho già incontrata (e scruto) quante foglie fiori

saprebbe germogliare. Ignara,

ignoro non vi sia più vita e mi procura un crampo

stanco e duro, dolore al polso e poi silenzio, ma

le voci che invento, le canzoni o i bassi

assicurano parole e un bel giardino.

 

 

 

 

 

 

The little tree

 

 

I)

 

I’m in danger,  for years instead of searching for light,

chlorophyll and green salts, I see a little tree t o  c u r e

whose poison comes from  own centre, an earth’s

hole insurmountable and deep -

giving no space to anything else. The same hole nurtures

a well like water -  and pushes

 

poor roots supporting the tree,

I stoop and drink of it, I nurse it, I kneel

and inculcate its rituals – the only ones suitable for the tree.

It takes me, it doesn’t go. A dark illness

inexplicably clutching and I stoop, I watch and love,

I tell it: today we’ll take another medicine.

 

It is buried, yet at the light it’ll live again with me safe !

And it drinks, drinks, it is never tired.

 

At night I fall asleep but less confident.

Whether it’s sicker or I’m sicker, I don’t care:

I know that my place is to watch the patient and

I’ve already met it (and I peer) how many leaves flowers

it could sprout. Unaware,

I’m unaware if there’s no more life and seized with a cramp

tired and tough, pain at my wrist and then silence, yet

the voices I invent, the songs or the basses

promise words and a lovely garden.

 

 

 

 

 

 

II)                                           

 

La pianta guarda sogna, a volte sembra assorta:

finestre che riflettono un suo cielo senza stelle mani

la carezzano vorrebbero donarle un nome un volto, e

voce – amica. (Ma la pianta avvizzisce e piano si

protende verso il basso, il fusto grigio e secco

come un vento che non ha respiro). A volte migra,

noi riposiamo là vicino a lei che più non vedo.

Il cielo annotta tuona ma non può far nulla,

solo mani amorevoli le mie intendono prestarle volto – e suoni

si azzittiscono, il mio viso già assopito

 s o g n a  di accendere una per una la fiamma

con cui bruciate dita riscaldano -

ed illuminano.

 

 

 

 

 

 

II)

 

The tree watches and dreams, at times it seems intent:

windows mirroring a sky of its without stars hands

caressing it wish they could give it a name a face, and

voice – friend. (But the tree withers and slowly it

stretches itself toward the bottom – its grey and dry stem

like a breathless wind). At times it migrates,

we repose there near it, though I don’t see it.

The sky grows dark and noisy but it can do nothing.

Just loving hands, my hands intend to lend it a face, and sounds

become silent my face already drowsy 

d r e a m s  of lighting one by one that flame

burning the fingers they heat -

and lighten.

 

 

 

 

 

 

III)

 

La pianta tace sopra tutto il suo segreto

che è l’assenza di centro e sterno

vuoto al mondo da mostrare. Divide e intrica

con la sua secchezza il cielo ma

scruta dentro l’anima, vorace. E tace.

 

Tace di suoi algoritmi e voci che nel fondo

pre natali alla vita al tempo, al vivere

del mondo avevano attizzato fuochi lì

nel cuore, e morso l’aria

      giacimenti interi e intanto voci -

anche di bambini che dall’erba

suggeriscono preghiere, e le dicono lascia,

lascia tuo padre – madre, tuo fratello in terra

di sepoltura antica, tu foriera

di indiane corse di colori che

dal cielo fumano -  il suo Sole.

 

 

 

 

 

 

III)

 

The tree says nothing about its whole secret,

that is the absence of a centre, and breast-bone

empty for the world to show. It divides and charms

with its dryness the sky but

peers into the soul, voraciously. And it says nothing.

 

It says nothing about its algorithms and voices in the bottom,

pre-natal to the life to the time, to the living

of the world they had stirred up fires there

in the heart, and bitten the air

          whole deposits, meanwhile voices -

children’s voices too from the grass

they suggest prayers, and say to her leave,

leave your father-mother, and your brother in a land

of ancient sepulchre, you harbinger

of Indian running, of colours that

smoke from sky – her Sun.

 

 

 

 

 

 

E’ là nel corso amico della storia

che vorrei tornare,

precipitare in corsa prender quota – camminare.

C’è un paese amico che mi segue e chiama,

ha nome amicizia affetto figlia

e poi, animali.

 

La piantina che sente si stupisce

di queste orecchie gravide del mondo,

non capisce. Coglie che

qualcuno è in movimento già nei piedi – prato

di un cammino. Lo trattiene,

non vorrebbe tutto quel chiasso

 - e il fiato non udire; preferisce

tenere a sé le mani strette nelle

sue più forti di

             quel mistico morire.

 

 

 

 

 

 

It’s there in the friendly course of history

that I wish to return,

to speed up on the run, gain height – walk.

A friendly country calls me and follows,

its name is friendship love daughter

then, animals.

 

The little tree hearing is amazed

at these pregnant ears of the world,

it doesn’t understand. Perceives that

someone is already moving with his feet-meadow

for a walk. It keeps them,

it rejects all that noise

- and not to hear the breath; it prefers

to stay hand in hand tightly,

stronger than

            that mystic dying.

 

 

 

 

 

 

IV)

 

Intanto mille insetti avanti gli occhi

le offuscano la vista la tormentano

le dicono in segreto: Corri non correre,

                                          non scappare.

Oppure, puoi restare.

La vita del guardiano è come questa.

Di un santo un angelo che guida le sorti

e annuncia al mondo, ai suoi bambini.

E tu, la guida! il suo Virgilio – noi l’inferno

giusto del vivere, resta – rimani

nella già sera ad aspettare che

non più vita ghermisca noi, né tu

cadendo addormentata più

                                     dolore alcuno senta.

 

 

 

 

 

 

IV)

 

Meanwhile thousands of bugs before eyes

dim her sight teasing her

they secretly tell her: Run, don’t run away,

                                                   don’t leave.

Or, you may stay.

The life of the guardian is like this.

Of a saint an angel guiding the fate

announcing to the world, to his children.

And you, the guide! her Virgil – we the hell

just of living, stay – remain

in the fallen evening waiting for

the life to seize neither us, nor you

falling asleep no more

                                     pain to be felt.

 

 

 

 

 

 

Potendo, urla piangi non

in tuo aiuto tornerò a sentirti, dunque

arresta i pensieri: preghiere rumorose

al cielo arrovesciate – le mani aperte

che gridano, venite!

Venite a prenderci su un fosso

dove solo un bene

che fa vivere felici riesca a quietare

addormentarci – nel nome della figlia.

 

Non puoi fuggire più lontano tu, ché

un figlio veglia su di te e promulga

un canto. Che, morte dopo morte,

                                   ricrea catene

fino al nulla dell’essere mai nati

e nel pensiero va lontano.

 

 

      Intanto cresce l’erba piano

intorno a noi: più non vediamo

margherite e ranuncoli che restano

intrecciati, destini omofoni al morire

dove nel  v u o t o  nuovi legami

si  t r a s m u t a n o

in viticci stecchi -  e allentano, non legano

 

      più bene  quel   s e n t i r e.

 

 

 

 

 

 

 

If you can, shout and weep but

not to your help I’ll come to hear you, hence

stop your thoughts noisy prayers

overturned to the sky – the hands opened

shouting, come!

Come to take us on a ditch

where just a good

that makes life happy might soothe us,

fall asleep – in the name of the daughter.

 

You can’t run away from here, because

“the” son watches over you, and spread

the song. That, death after death,

                          recreates a chain

till the blank of the never being born,

and in the thought she goes far.

 

      Meanwhile slowly the grass grows

around us who no longer see

daisies, nor buttercups remaining interwoven,

destinies homophone to dying

where in the  v a c u u m  new ties

c o n v e r t,

into tendrils twigs – they slacken don’t tie up

 

         properly   that   f e e l i n g.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione inedita,   da  China

Unpublished section, from  China  

 

 

 

 

 

 

 

 

I tuoi foulards

 

   I tuoi foulards che da lontano apparivano turbanti,

con gli occhiali fumé spessi di miopia senza rimedio, tu maestra di sottrazione di sé a se stessa.

Così ti vedevamo, icona negli antri dei portoni, apparire nei borghi degli inverni da intenso bianco.

Quei foulards ti vestivano come una madonnina, castigando la purezza della fronte e il naso,

ti infagottavano, mamma che più buona facevano, ti proteggevano in realtà la testa dai dolori cervicali e da altri fulmini che non  celesti, potevano colpirti.

   Cara madre dai foulards in pervinca azzurro,

o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo incoronavano il tuo viso come un manto,  regale come una Bernadette antica, e ti destinavano – al sacrificio o alla visione.

Foulards custoditi in collezione dai molteplici colori, a tinta unita come li definivi, o in fantasia; in bianco e blu chanel, alla moda degli anni sessanta, o a disegno geometrico, un poco futurista, e giovanile.

Foulards che regalavi spesso alle tue figlie in visita, come tagli preziosi, quasi monili di tessuto.

Nel più privato regalandoli aggiungevi, assorta mentre li deponevi sul nostro capo o al collo,  Tienilo, ma per questa volta, oppure separandotene, Beh, te lo regalo.  

 

 

 

 

 

Your foulards

 

   Your foulards that from far looked like turbans,

 wearing smoke-grey glasses thick for irremediable myopia, you master of self-abstraction from yourself.

We saw you in that way, icon in the hollows of main-doors, in the villages of winters appearing from intense whiteness.

Those foulards dressed you like a little Madonna, chastening the purity of your brow and of your nose, they wrapped you up, making you a kinder mum, in truth they protected your head from cervical pains and from other lightning that, not celestial, could strike you.

      Dear mother with periwinkle blue foulards,

or pale fuchsia ones, that in a wide knot crowned your face like a mantle, royal as an ancient Bernardette and destined you to the sacrifice, or to the vision.

The foulards collected in various colours, in even tint as you defined, or in patterns; white and chanel blue, according to the 60′s fashion, or with a geometrical design, a bit futurist, and juvenile.

Foulards that you often gave to your daughters in visit, as they were precious dress-lengths, almost cloth jewels. Giving them in the utmost privacy, while you placed them on our heads or necks, you added absorbed, Keep it, just for this time, or if you were going to depart from them, Well, it’s a present for you.

 

 

 

 

 

  La sostanza!

 

 Tu, che di “sostanza” amavi fare scorta, tu che la ciccia dolce e imperturbabile portavi addosso come collana d’oro, tu che non osasti mai smentire tale il grande corpo della madre, trovasti nella impenetrabile magrezza ultima una catarsi  antica, mistica di te sognata, una tappa ritmica del corpo e cuore di ragazza, che diceva no -  al suo cibo.

Una sua splendida trovata vita, poiché dal lato di magrezza del pensiero, spirito dove non ti eri mai piegata; dal lato sconsolato di tuo corpo attento, febbrile sua muscolatura, scatto dei “no” ripetuti in fondo al tempo dove non ti eri più plasmata.

Così, agli ultimi, tu lo facesti integra, tuo.

Né pancia o adipe più rivedemmo, ma corpo asciutto di ragazza.

 

 

 

 

The substance

 

   You, that enjoyed having a good score of substance, you that wore your sweet and imperturbable fat as it was a golden necklace, you that never dared disavow the mother’s big body, in the impenetrable utmost thinness you found an ancient mystical catharsis dreamed about yourself, a rhythmical stage of the body and heart from the girl who said no – to her food.

A splendid road found by herself, because on the side of the thought’s thinness, spirit where you had never bent, on the disconsolate side of her attentive body, her feverish muscles, outburst of the “no” repeated at the bottom of time where you had never shaped yourself.

So ultimately you, intact, appropriated it.

We no longer saw either belly or fat, but a dry body like a girl’s.

Posted by: kolibris | November 16, 2008

Casa della Poesia

 

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Cari amici,
come ormai molti di voi già sanno, Casa della poesia vive un momento di grande difficoltà, pur continuando a svolgere le proprie attività e i propri progetti. 

A voi, amici di Casa della poesia, appassionati frequentatori, o simpatizzanti da lontano, amici dei nostri amici poeti, il nostro appello: aiutateci a r/esistere con un gesto semplice e piccolo, acquistando per voi, per un regalo natalizio, per i vostri amici del cuore, uno o più libri della Multimedia Edizioni.

È questa la maniera di darci autonomia e l’aiuto di cui ora abbiamo bisogno.

Richiedeteli direttamente a noi o andando nell’E-STORE del nostro sito:

http://www.casadellapoesia.org/estore-elenco.php?cat=Libri

Siamo certi di avere il vostro aiuto e di ricambiare continuando a portarvi tanti progetti e la grande poesia nazionale ed internazionale.

Attendiamo con fiducia vostre notizie e per chi “vive in zona”, vi aspettiamo per un caffè, un tè, un bicchiere di vino, una grappa, nella nostra nuova “casa”.

Saluti

Raffaella Marzano & Sergio Iagulli

tel. 089/951621 – 347/6275911

 

 

Posted by: kolibris | November 16, 2008

Jack Hirschman a Castel Goffredo

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Posted by: kolibris | November 18, 2008

Miklós Hubay a Firenze

FONDAZIONE IL FIORE

in collaborazione con

COMUNE DI FIRENZE – QUARTIERE 2

SEMICERCHIO. RIVISTA DI POESIA COMPARATA

Presenta

Omaggio al drammaturgo

Miklós Hubay

Venerdì 21 novembre 2008 – ore 17,30

Villa Arrivabene – Firenze, Piazza Alberti 1/A

Incontro con Miklós Hubay

Introdotto da Luigi Tassoni

nell’ambito del XX Corso di Scrittura creativa di

Semicerchio. Rivista di poesia comparata

Comune di Firenze, Quartiere 2

Accesso ad inviti (scrivere a semicerchiorpc@libero.it )

Posted by: kolibris | November 29, 2008

Gloria Yobana Forero O’meara

 

idealistically possibile

 

Today you live in me,

as I can deny it,

that your immense joy

filled my whole inside,

that it dissipates every fear

that it all pain takes away,

of the past that I kill myself;

your colorful smile is

just too here impregnated,

and the light and the marvelous heat of

your love pacific and sweet,

so tenderly amazing,

has done me

to understand,

that the dreams will come true for us,

When I think of

your extraterrestrial existence,

certainly think so today,

idealistically possible.

 

 

To you

My light, my moon and my world

you have been ,

My every day, my tomorrow and my today

until the end of my days

up to the infinite beginning

of a new dawn,

of this solitary dawn,

Because you’re not here

because you left with the sunlight

running away with the shades

to a distant and invisible world,

You got lost without saying good-bye,

you departed with no explanation,

quickly in a cloud,

you turned into rain,

in rain,and to fuse you

you have transformed in rain,

in rain, and to fall to the earth

to dry off in it

and to disappear….

 

 

sin salida

 

Esa noche destruida

por los hechos,

Corrí…

lo mas lejos posible,

trate de que el viento

húmedo y frío

borrara de mi el dolor

que carcomía mis entrañas,

pero imposible,

mi sufrimiento no desaparecía,

Corrí…

casi hasta llegue a volar…

a flotar…

a tocar…

ese oscuro y duro cielo

que se había convertido

en mi compañero incansable,

cuando me halle en la mitad del parque,

supe que todo había terminado,

que me sumiría en la mas cruda soledad,

que poco a poco además

de invadir mi alma,

tomaba todo mi cuerpo,

me desplome sobre el pasto mojado

si saber nada mas de mi,

sentí un calido suspiro que me arrullaba,

así que abrí los ojos

y volví de nuevo en si

al momento que estaba

taladrando mi alma,

salí de allí sin rumbo fijo,

cabizbaja y cansada por la huida,

al mirar de frente fijamente

termine chocándome irremediablemente

con ese rostro que jamás olvidaría,

allí estaba ella junto a mi

con sus profundos ojos claros,

que me hicieron comprender

que aunque el tiempo pase

nunca cesaría el dolor

que me causo el suceso de esa noche

llena de tinieblas

que llevaba mi alma despiadadamente

al infierno

que constituía en ese instante

mi vida.

 

Lo mejor que he tenido

 

Tu,

la esencia de mi mundo,

Tu,

la fragancia eterna que deambula

en el planeta fantasma

de los sueños rotos,

Tu,

siempre fuiste lo mejor de todo,

de mi todo que se hace nada;

Te veo regresando a nuestro

maravilloso mundo blanco,

a nuestro luminoso cielo,

a nuestro mágico universo,

¿como pudiste borrarte de mi ser

e intentar destruirme en ti?

como escapar sin saber a donde

y ni siquiera se donde ir;

Como podría imaginar decirte

adiós por siempre,

pues no se si alguna vez

lo hice al despedirte a ti,

decirnos adiós por siempre,

quizás lo hicimos la ultima vez,

sin embargo desearía poder otra vez,

una vez mas

antes de despedirnos,

decir…

que sin dudar Tu has sido,

lo mejor que he tenido.

 

 

A veces

a veces me pregunto

¿ será correcto?

esta aventura de amar

sin saber,

es mejor no pensar,

ver sin entender,

querer sin explicar,

tocar sin percibir,

cantar sin sentir,

hablar sin responder

a esta realidad;

Mas allá de la moral,

mas allá de los lazos

que nos unen,

a ti o a mi,

a los demás,

¿aun me pregunto?

habrá respuesta!

¿algo que justifique esta realidad?

una realidad sin fronteras,

sin barreras,

mas allá de lo que es lógico,

de lo que no lo es,

mas allá de lo bueno,

o de lo malo,

de lo correcto,

o lo incorrecto,

todavía no lo se.

 

 

Nostalgia

La nostalgia invade mi memoria,

tu recuerdo es una trayectoria,

luna imposible de ocultar,

algo imposible de olvidar.

Todo en mi vive de ti

de tus ojos verdes y altivos,

lazos indestructibles y utópicos,

llenos de realidad,

de constante amor y eternidad

de extraña perplejidad.

Extasiados mis ojos

como dos mundos ausentes,

llenos de luz incandescente,

sienten tu instinto omnipotente,

de color y de verdad.

Fuiste mi sol, mi voz y mi guía,

la miel y el sabor de mis días,

el comienzo y el final del principio,

que jamás llego a terminar.

La nostalgia invade mi memoria,

tu recuerdo es una trayectoria,

luna imposible de ocultar,

algo imposible de olvidar.

Todo en mi vive de ti

de tus ojos verdes y altivos,

lazos indestructibles y utópicos,

llenos de realidad,

de constante amor y eternidad

de extraña perplejidad.

Extasiados mis ojos

como dos mundos ausentes,

llenos de luz incandescente,

sienten tu instinto omnipotente,

de color y de verdad.

Fuiste mi sol, mi voz y mi guía,

la miel y el sabor de mis días,

el comienzo y el final del principio,

que jamás llego a terminar.

 

 

Envitándote

 

Evitándote en mi mente estoy,

anulándote en mi diario vivir,

destruyo mi oscuridad de ti,

tu haces parte de mi pasado

algo que no debo recordar,

mas sin embargo te veo

y tu sombra me persigue,

yo sigo intentando escapar

aunque se que no estas,

solo quiero aferrarme a mi realidad,

ya tu no haces parte de mi verdad,

pues tu eres parte de una mentira,

que no me deja descansar.

pero cuando enciendo la luz,

de mi interior corren ríos,

ríos de agua viva fluyen

y se llevan lo ultimo que queda de ti,

una imagen disfrazada de vida,

falacia que me lleva a la muerte,

así agoniza mi deseo de poder perderte,

cuando observo tu silueta desvanecerse,

a sabiendas de que no me perteneces.

 

el centro de mi universo

 

Todo seria aun peor,

Pero estas aquí a pesar

De mis derrotas, y de mis

miles de fracasos contigo

a causa de mi rebeldía.

Estaba allí abajo, olvide que

nací para ver las cosas

desde arriba, solo desperdiciaba

mi tiempo en el lugar equivocado;

ya no escuchare mas voces

inciertas y extrañas, que

solo ponen peso sobre

mis espaldas.

la vida continua,

continuare mientras

existan razones;

tu eres suficiente,

tu llenas mi ser,

me alegra saber que

todavía tengo

una oportunidad,

y regresar a casa porque…

tu eres, “el centro de mi universo”,

déjame verte una vez mas

se que nunca me dejaras

se que nunca te alejaras,

en cambio yo…

perdí mi rumbo

al decirte adiós.

 

 

 

 

 

MIS OJOS TE ADORAN:

 

A donde ir cuando todo es oscuridad?

y escapar de mi es todo cuanto deseo,

todo cuanto deseo es

vivir así, solo para ti.

Tu disipas las tinieblas de mi alma y así;

tu luz es suficiente cuando mi luz se extingue,

veo un espacio vacío

que solo lo llenas tu,

que es este agujero repleto de cosas

que hacen sangrar mi corazón.

 

 

 

 

 

CREER:

 

Mientras estoy en la

oscuridad de mi mente,

en tinieblas a mi alrededor..

La esperanza es tan solo un deseo

que se aleja, y disipándose…

yo solo tengo en mi la fe

y la certeza de la verdad,

que no se ve con la lógica ni la razón,

solo con el Corazón que se entrega

y se aferra sin fundamento aparente

a un imposible, que se convierte

en realidad cuando decido creer

a pesar de las circunstancias y las

vicisitudes de la vida,

yo se que no es la razón mi fuerza,

pues no es mi roca,

yo se que mi fuerza es creer

que por encima de todo…

puedo confiar en ti.

 

 

 

 

 

EL DESIERTO:

 

Siempre pensé que el desierto era…

un lugar alejado de toda civilización,

pensé que podías ver las las altas dunas

y también las pequeñas deslizarse ante

tus ojos a causa del asombroso poder del viento,

que podías ver los grandes y viejos camellos

paseándose de un lado hacia otro

dejar sus enormes y uniformes huellas tras de si,

y también uno que otro cactus solitario

clamando al cielo en su agonía por

tan solo una simple gotita de agua,

que en las noches la luna era mágica

como echizada parecia por la hermosura

indestructible del paisaje,

como si estuviese encantada,

que por el día el calor Sofocaba hasta

dejarte sin aliento,

que en medio del camino en este

inmenso desierto te encontrarías

a un vagabundo soñando

que el oasis que ve no es solamente

un espejismo que desaparecerá…

siempre pensé que el desierto era…

un lugar al cual podías ir de visita,

pero hoy veo que el desierto

puede estar en ti mismo

y que no necesitas ir a

Asia para encontrarle,

no tienes que tomar un avión

hacia África y así hallarle,

pues el desierto esta en ti,

“en tu propio Corazón”.

Aunque este lugar en el que vivo

también es un desierto…

 

 

 

 

 

 

 

DEL AYER AL HOY:

 

Siempre que escucho el infinito y sordo ruido

que alrededor esta matando el silencio,

el silencio interno que tranquiliza a un

corazón deshecho y mutilado

cansado de huir de su pasado

hastiado de la absurda y cruel realidad;

solo en medio de una noche sepulcral

donde mi afición es plasmar mi dolor

en una pagina simple de papel,

en mi de nuevo se a soma la tristeza,

se anida en mi ser, impotente alma

que se rinde ante la imagen difusa

de mi niñez perdida;

nunca pude encontrar el camino

de vuelta a casa, mi rumbo…

mi ruta de regreso del ayer al hoy;

tal vez quien fui ayer podría ayudarme a

comprender quien soy ahora mismo,

tal vez si descubro lo que se perdió

del ayer al hoy, lo lograría..

tal vez…

 

 

 

 

 

ANHELO DE VIVIR:

 

Mi desbordante anhelo de vivir

apasionadamente

sigue latente en mi corazón,

nada podría apagar la

llama que arde en mi,

y seguir un camino que no tiene final.

A veces pienso en claudicar ,

en detener mis planes y proyectos,

tan solo dejarme llevar

como la ola del mar,

como una nave que no tiene destino,

mas sin embargo

llega a cualquier lugar

siendo arrastrada por la corriente;

si peleas contra ella debes luchar,

pero sino lo haces significaría

que te estas rindiendo aun sin comenzar,

y no seria justo morir,

¿ continuar muriendo ?

no seria justo, puesto que la vida

pide a gritos una oportunidad,

siguiendo al espíritu que ha

multiplicado mis fuerzas,

perseguiré la gloria y triunfare

venciendo mis propios paradigmas;

seré quien he determinado ser,

no habrá regreso.

No mirare hacia atrás,

la pasión arde en mis huesos,

una extraña fuerza superior me envuelve…

he comenzado a sentir que no soy yo

quien hago mis obras,

aprendiendo mi oficio sin desanimarme

aunque para otros no sea mas

que un simple aprendiz,

y el artista docto menosprecie mi empeño,

seguiré tras las huellas que me guían

y entonces me perfeccionaré

hasta alcanzar lo ideado,

lo que tanto he deseado

lo obtendré esta vez

sin titubear al respecto;

no imitare ser mas como los otros,

no copiare mas como un simple

escolar un modelo,

he comprendido que la obra

creadora no es para todos,

pero hoy se que siempre

lo será para mi.

No todos pueden ver

el mundo de igual forma,

podría entonces imaginar

tener a mi lado

un maravilloso ser

que creyese en mi,

juntos hasta el fin…

para quienes seria

todo el universo…

 

 

Gloria Yobana Forero O’meara

 

Posted by: kolibris | December 1, 2008

Mark Boog tradotto da Pierluigi Lanfranchi

Liefde

 

De lucht ligt als een blok op het land,
onzichtbaar en massief.

Je gaat gekleed in de kleur van je haar,
in je ogen, je passen en je woorden.
Je bent hier en elders. Ik draag je me na

en huiver. Je bent te groot misschien,
of te dichtbij. Je onbereikbaarheid
is onvergeeflijk. Kon ik een vogel zijn –

maar de nauwkeurigheid ontbreekt me
zoals het vertrouwen. Ik kijk naar je

en huiver. Spreek me aan, want ik zwijg,
verdraag mijn wurggreep, verdraag
de onbeholpenheid, verdraag mij, liefde.

 

 

Amore

 

Il cielo come un blocco si stende

sulla terra, invisibile e compatto.

 

Indossi il colore dei tuoi capelli

i tuoi occhi, i passi, le parole.

Sei qui e altrove. Ti porto addosso

 

e tremo. Sei troppo ampio forse,

o troppo vicino. La tua irraggiungibilità

è imperdonabile. Se fossi

 

un uccello – ma la precisione

mi manca e la fiducia. Ti osservo

 

e tremo. Parlami, perché sto zitto,

sopporta la mia morsa, sopporta

l’impaccio, sopportami, amore.

 

 

 

Lot

Men trekt zich zijn lot aan, wil niet naakt
de lucht verduren, wil niet blootstaan.

De droom: vrij te bewegen. Werkelijkheid:
vrij te bewegen, goed gekleed, geluimd.

We willen niet anders; er zijn de elementen;
we buigen het hoofd en trotseren de storm,

trekken de sjaal rond de nek nog eens aan,
de schouders hoog, zien op noch om.

Soms, wind mee, verstarren we. Luwte,
bedrieglijk, nevel, doet de oren suizen.

Was het steeds zo’n lawaai? Was zo dik de jas,
zo stijf de broek, zo zwaar het leren schoeisel?

 

 

Sorte

 

Ci si preoccupa della propria sorte, non si vuole

stare all’aria nudi, non ci si vuole esporre.

 

Il sogno: muoversi liberamente. Realtà:

muoversi liberamente, col vestito, l’umore buoni.

 

È così che vogliamo; ci sono gli elementi;

abbassiamo la testa e affrontiamo la tempesta,

 

ci avvolgiamo ancora la sciarpa attorno al collo,

le spalle alzate, lo sguardo basso in avanti.

 

A volte, col vento a favore, restiamo immobili. Riparo,

ingannevole, nebbia, fa fischiare le orecchie.

 

Il rumore è stato sempre così forte? così pesante la giacca,

così rigidi i calzoni, così duro il cuoio della scarpa?

 

 

 

Toekomst

 

Toekomst in een stilstaand moment:
te veel nu, er zal wat overblijven.
Ontdaan vergeet ik te beleven.

Wolken drijven aan: belofte. Jij
en ik voorzichtig schuifelend, waarheen.
De paden woekeren, het weten dooft.

Tijd, zwanger van zichzelf,
verwelkomt ons met open armen,
glimlacht, alle deuren op een kier.

Het is druk. Ik overweeg de rij te verlaten
maar ben al binnen, aan de beurt, geweest.
Ik klamp me aan je vast als aan de hoop,

valse boodschapper, handlanger
van de toekomst, ronselaar. We zijn
te klein om aan de stormvloed te ontkomen.

 

 

Futuro

 

Futuro è un momento di stasi:

troppo adesso, qualcosa ne resterà.

Sconvolto dimentico di vivere.

 

Nubi trascorrono: promessa. Tu

ed io a piccoli passi cautamente avanziamo,

dove. I sentieri proliferano, il sapere si spegne.

 

Il tempo, gravido di se stesso,

ci accoglie a braccia aperte,

sorride, tutte le porte socchiuse.

 

C’è ressa. Penso che lascerò la fila.

Ma sono già all’interno, il mio turno, passato.

Mi aggrappo a te come alla speranza,

 

falso messaggero, complice

del futuro, in cerca di reclute. Siamo

troppo piccoli per fuggire la tempesta.

 

 

Mark Boog, da De encyclopedie van de grote woorden (Enciclopedia delle grandi parole, 2005)

 

Traduzioni di Pierluigi Lanfranchi

Posted by: kolibris | December 4, 2008

sicché la sua anima era un maratoneta

aveva una gamba che non ubbidiva più

una gamba malata non lei la gamba

sicché la sua anima era un maratoneta

la sua anima scorrazzava ovunque

questo era il suo dolore che l’anima

era finita per zoppicare anche a furia

di trascinarsi il corpo come un peso morto

 

Vera Lúcia de Oliveira, da La carne quando è sola

Posted by: kolibris | December 4, 2008

Brutti e deformi

Noi che vantiamo la nascita

di Acerbi, quale figura
d’integrazione tra popoli
differenti, meritiamo la
presenza d’un istituzione
che andata ad Harlem grida
al negro deforme?

Meritiamo un uomo che sventola
sulla sua bocca la parola
di morte come fosse un ventaglio
di carta?

Meritiamo di avere un uomo
che in Barack vede solo un
razzismo di colore e non una
luce di futuro?

Meritiamo che la nostra terra sia
baciata da chi ha la presunzione
di essere nel giusto
senza conoscere l’altro?

Contro chi sputa simili bestemmie
andrebbe detta la legge marziale
non quella militare, non quella che
toglie i diritti alla persona,
ma una nuova legge che taglia la
lingua ai politicanti inetti.

“Sei solo un bambino che parla di
xenofobia senza conoscere la
grammatica della parola.”

Il caso Obama insegna,
è vero, insegna che l’unione fa
la forza.

E poi ditemi…

Meritiamo che una mente chiusa
che è solo figlia del tubo
catodico, ci rappresenti tutti
nel mondo?

O castellano, <dove credi
che la città finisca
> ricomincia
sempre l’infeconda rozzezza
di chi vuole forse balzare all’occhio.
Jean Leonard, che è nero per fortuna,
negro, come alcuni dicono,
saremo capaci un giorno
di ringraziarlo lui e gli altri
per ciò che ci hanno portato?

E noi non lasceremo che il nostro
paese si smarrisca in un mare
che sta per chiudere le sue mascelle.

Non lasceremo certo che una pulce ci rovini l’orecchio!

 

Andrea Garbin

Posted by: kolibris | December 6, 2008

The European Consciousness

The gesture is handed down

Though history; grained film

Saying life must be like this,

Tragedy subsumed into the humdrum

Execution of the masses; piano wire

Tuned to the symphony of hanging

Faces, faces, faces. The step-

Ladder’s knocked from under us,

And leaves us swinging

With the summer dead, the winter dead,

Snow crumpling under boots,

Water birds scattering from the banks,

Where the leaders, martyrs, tortured,

Peer into the flowing stream.

John Barnie, Selected Poems 1984-2003, Seren, 2006

Posted by: kolibris | December 9, 2008

Gray Sutherland tradotto da Zidane El Amrani

life does not come to an end 
instead remains constant, a tiny 
fixed point at the centre of the universe
in which all things have their being. 

 

 

 

الحياة لا تنتهي
بل هي نقطة ثابتة
النقطة الصغيرة الثابتة في مركز الكون
حيث كل يجد وجدانه

 

 

 

 

 

 

Posted by: kolibris | December 9, 2008

Terje Vigens Båt

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Photograph: Carll Goodpasture

Poems: Gray Sutherland

Posted by: kolibris | December 13, 2008

Agaves

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agave

    

 

     Frontiere affilate

un sospiro di luce ne bacia l’insidia

e ascolta

dell’agave

l’innato sogno d’antesi

 

     quante  se ne sono viste appassire!

 

     Paiono dissuaderla le cicale

e le sfingi già in volo

ma a lei non importa

se la fragranza dei nettari

sarà preludio alla morte

 

 

 

Text and photo by Stefano Sturloni

 

Posted by: kolibris | December 13, 2008

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John F. Deane, who is also member of Kolibris’ Editorial Staff, just became President of the European Poetry Academy

Deane’s new collection of poetry A Little Book of Hours will be translated by Roberto Cogo and issued by Kolibris in September 2009.

Posted by: kolibris | December 14, 2008

Provincianos

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PoAntonio Caballero Holguín

Semana, Sábado 13 Diciembre 2008

 

Se queja el joven y exitoso abogado de la provincia cordobesa Abelardo de la Espriella de que en Colombia no se tolera que un joven de provincia tenga éxito. He oído muchas veces esa queja en boca de numerosos jóvenes de provincia rebosantes de éxito, vallunos y costeños, paisas y pastusos, santandereanos y guajiros, chocoanos y llaneros. Sin ir a buscar muy lejos, es a esa presunta maldición de ser provinciano y joven a la que atribuyen ahora la persecución contra David Murcia, ese otro joven de provincia tan chorreante de éxito como el mismo De la Espriella que le sirvió fugazmente de abogado defensor: un muchacho nacido en Ubaté (Cundinamarca) y criado en La Hormiga (Putumayo) que estuvo a punto de convertirse en el más poderoso magnate del país pero no lo logró porque se le interpuso otro que también había empezado su carrera como exitoso joven de provincia: Álvaro Uribe, de Medellín (Antioquia).

Y es que todos los colombianos que han triunfado han arrancado siendo jóvenes de provincia, antes de que el viento de sus éxitos los trajera a volverse viejos de Bogotá. Dado que aquí el más alto grado de lo que se considera tener éxito es la Presidencia de la República, basta con echarles una ojeada a quienes han llegado allá: antiguos jóvenes exitosos de provincia. La provincia lo abarca todo: desde la inmediatez de la Engativá de Julio César Turbay hasta la lejanía del valle de Aragua de donde vino Simón Bolívar. Ya señalé que Uribe es paisa, como lo es Belisario y lo fueron los varios Ospinas sucesivos. Rojas Pinilla era boyacense, y Olaya Herrera también, y Rafael Reyes. Núñez, cartagenero. Mosquera y Guillermo León, popayanejos ambos. Pastrana, huilense. César Gaviria, de Risaralda. Aunque cuando él nació Pereira quedaba en Caldas, tal vez, o era parte del Quindío, o era una avanzadilla de la colonización antioqueña en tierras del Gran Cauca, vaya uno a saber: en Colombia la provincia tiende a provincianizarse y a provincializarse más y más, subdividiéndose por partenogénesis. En fin. El caso es que, si hablamos de presidentes, quizás el único bogotano ha sido López Michelsen, que para hacerse elegir se tuvo que disfrazar de pollo vallenato. Ah, y Samper, claro: pero no hay que olvidar que pagó la presidencia con plata de Cali.

Lo mismo pasa en todos los demás ámbitos. Los que descuellan en ellos son siempre de provincia, en el del dinero como en el de la política. Santo Domingo fue un joven barranquillero, Ardila un muchachón de Bucaramanga. En donde ustedes quieran: la religión, el deporte, las armas, las artes, el crimen. El cardenal Pedro Rubiano es valluno, el beato Marianito embalsamado en vida era antioqueño, como vallunos son los hermanos Rodríguez Orejuela y antioqueño fue Pablo Escobar. De provincia han sido todos: el guerrillero ‘Tirofijo’, el campeón olímpico Helmut Bellingrodt, el novelista García Márquez, el nadador Kapax, los cantantes Juanes y Shakira, el boxeador Kid Pambelé, el pintor Botero, el torero Pepe Cáceres, el ciclista Lucho Herrera, las cancilleres María Emma Mejía y Noemí Sanín, los poetasWilliam OspinaPiedad Bonnet y Harold Alvarado Tenorio, la pintora Beatriz González, el futbolista René Higuita, el general Padilla de León. Todos provincianos. Ni siquiera una sola reina de belleza ha sido nunca bogotana, si la memoria no me engaña: todas caleñas, o costeñas, o paisas; y las virreinas, chocoanas. Ni siquiera los alcaldes de Bogotá han sido bogotanos: desde Jiménez de Quesada que nació en Santa Fe de Granada hasta Enrique Peñalosa que nació en el Central Park de Nueva York hemos tenido de todo: manizaleños, caleños, moniquireños; inclusive un lituano.

Se me dirá: pero Ingrid Betancourt es bogotana. Tampoco. Ni siquiera ella. La trajo la cigüeña de París.

El único bogotano raizal famoso que hemos tenido se llamó Jorge Eliécer Gaitán. Y cuando estaba al borde del triunfo, lo mataron.

Hace muchos años le oí decir al filósofo bogotano Hernando Martínez Rueda que la historia de Colombia no ha sido sino la perpetua tentativa, siempre coronada por el éxito, de la provincia por llegar a Bogotá. Por Bogotá pelearon el Zipa de Funza y el Zaque de Tunja. En Bogotá se encontraron los conquistadores Belalcázar, que venía de Cali; Jiménez de Quesada, que venía de Santa Marta, y Federman, que venía de Barquisimeto. A Bogotá se la disputaron el caraqueño Bolívar, el cucuteño Santander y el popayanejo Mosquera, y se quedó con ella el maracaibino Urdaneta. Por la conquista de Bogotá se hicieron todas las guerras civiles del siglo XIX, desde la de los Supremos hasta la de los Mil Días: generales caucanos, tolimenses, santandereanos, vallunos. Creo que no ha habido en toda nuestra historia ni un solo general bogotano. Antonio Nariño, sí: pero toda su vida militar la pasó preso.

Periodistas sí ha habido, en cambio. Nariño, para empezar. O yo mismo, sin falsa modestia. Hasta los periodistas de provincia han sido bogotanos: el antioqueño Luis Tejada, el tunjano Calibán, el palestino Yamid Amat.

Así que no pierda los nervios, doctor De la Espriella. Usted no es ni el primer joven de provincia que tiene éxito, ni el primero a quien critica la prensa bogotana. Ni el primero -ni el último- que se queja.

Posted by: kolibris | December 14, 2008

Andrea De Lotto meets Marcos Ana

 

Carissimi e carissime

nel novembre scorso entrai in una libreria qui a Barcellona, cercavo ancora libri sul periodo della guerra di Spagna…. ne comprai uno, un’autobiografia: Ditemi com’è un albero, memoria della prigione e della vita di Marcos Ana, ed. Umbriel – Tabla Rasa, senza saperne nulla.

Lo lessi d’un fiato, 350 pagine ricchissime. Numerose foto.

Ne accennai al direttore di Radio Onda d’Urto, con l’idea di trovare l’autore per conoscerlo e intervistarlo.

Non fu facile trovarlo, ci riuscii attraverso l’associazione degli ex prigionieri politici di Catalugna, qui a Barcellona, parlai a lungo con alcuni di loro, mi diedero il numero di telefono di Marcos Ana a Madrid.

Così lo chiamai, gli spiegai il mio intento, dimostrò subito una grande disponibilità.

Il 5 Aprile ero a casa sua a Madrid ad intervistarlo, da solo, con due registratori e una telecamera.

Rimanemmo tre ore insieme: una persona eccezionale, esattamente quella che traspariva dal libro.

Qui di seguito vi mando la trascrizione integrale dell’intervista, è stata mandata in onda il 20 e il 21 novembre 2008  su Radio Onda d’Urto (www.radiondandurto.org) e con un computer si puo’ sentire dal sito.

Una versione ridotta è stata pubblicata nel numero 27 (luglio 18-24 2008) della rivista Carta.

Stiamo iniziando a  trarne un video, sottotitolarlo, farlo girare….

 

Chi è Marcos Ana?

 

All’anagrafe è registrato come Fernando Macarro Castillo, scelse il suo pseudonimo, preso dai nomi dei due genitori, quando, nel 1939 alla fine della guerra, a 19 anni, fu arrestato e chiuso nelle

carceri franchiste, dove venne condannato a morte due volte e brutalmente torturato, in quanto comunista.

Rimase dietro le sbarre dal ’39 al ’61. Nel ’54 cominciò a scrivere poesie, che uscivano in qualche modo, o che i compagni di cella imparavano a memoria per diffonderle quando e se uscivano dalle prigioni del Caudillo.

Nel libro racconta le lotte e l’organizzazione dei comunisti dentro al carcere, con una vitalità e un coraggio impressionanti.

Quando uscì dal carcere, grazie ad una grande campagna di solidarietà,  iniziò un’attività intensa in

difesa dei prigionieri politici spagnoli, attraverso un centro a Parigi, formalmente presieduto da

Pablo Picasso, di fatto animato da lui.

Fu molto legato a Rafael Alberti, a Pablo Neruda, mente l’introduzione del libro è scritta da Josè Saramago.

Girò il mondo come testimone di quello che in troppi non conoscevano e ora si rischia di dimenticare.

Da sempre comunista, rivendica e difende le sue idee con uno spirito tuttora rivoluzionario e carico

di una generosità e di un’umanità straordinarie.

 

Il suo libro, Decidme cómo es un álbor (Ditemi com’è un albero),

racconta  la sua vita, in un passo dice: «La poesia è un’arma in più per lottare per la libertà;

non so se i miei versi sono buoni o no, so solo che furono necessari».

Pedro Almodovar ha da poco acquistato i diritti del libro per farne uno dei suoi prossimi film. Tra i due è nata una grande amicizia.

 

 

INTERVISTA:

 

Marcos Ana: “Bene, sono molto contento di fare qualcosa per l’Italia, perchè l’Italia è stata molto legata alla mia vita, soprattutto quando sono uscito in libertà, sono stato molte volte in Italia, dove c’era una rete di comitati di solidarietà con il popolo spagnolo; soprattutto mi ricordo Milano, perchè lì c’era un comitato diretto da un certo Valla, comandante di una brigata internazionale, questo comitato era molto attivo e io sono stato moltissime volte a Milano. Anche perchè l’Italia vuol dire per me due ricordi, due Italie, da una parte l’Italia di Mussolini che mandò il suo esercito in Spagna, io stesso fui detenuto dalla divisione Littorio, comandata dal generale Gambara, alla fine della guerra; quindi c’era questa Italia fascista che venne a combattere contro la repubblica e contro il nostro popolo e l’altra Italia, quella che più amo, l’Italia dei Garibaldini, dei volontari per la libertà, che vennero in Spagna a lottare e a morire per noi, difendendo la libertà e la repubblica ma sapendo anche che in Spagna difendevano in quel momento anche la libertà dell’Italia.

La nostra guerra fu il preludio della guerra mondiale, il primo capitolo della guerra mondiale e gli italiani che venivano qui a combattere sapevano che venivano a difendere anche la libertà di Roma, dell’Italia; per questo mi fa piacere parlare per l’Italia e che si scriva su di me, su quello che ha significato la mia vita, che è legata, ripeto, all’intervento degli italiani, un doppio intervento, quello dei fascisti, di Mussolini e quello delle brigate Garibaldi che vennero qui a mani nude e con l’unica arma del loro cuore. Armati di un umanesimo e di un romanticismo rivoluzionario, questa è l’Italia che resterà sempre nel mio ricordo.

Io potrei parlare a lungo della mia vita, ma ho cercato di riassumere il tutto in un libro che ho scritto e che si intitola “Dimmi come è un albero”, e qualcuno mi chiede cosa significhi questo titolo, se è un trattato di botanica, in realtà è il primo verso di una poesia che scrissi in carcere dopo 22 anni di prigionia.

Prima io incontravo la libertà nel sogno, nel sogno potevo arrivare alla mia famiglia, alla mia casa, ma arrivò un momento, dopo 22 anni di carcere, in cui mi resi conto che stavo cominciando a dimenticare le cose più elementari della vita e che neanche in sogno potevo recuperare la libertà, il carcere si stava imponendo come l’unico protagonista dei miei giorni e delle mie notti; in quel momento scrissi quel poema e lo recito perchè e corto, dice così:

(ho cercato di tradurla….)

 

LA VITA

 

Ditemi com’è un albero

dimmi il canto di un fiume

quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare, parlami

del grande odore dei campi,

delle stelle, dell’aria.

Recitatemi un orizzonte

senza serratura e senza chiavi,

come la capanna di un povero.

 

Ditemi com’è il bacio

di una donna. Datemi il nome

dell’amore, non lo ricordo.

 

Le notti si profumano ancora

di innamorati con fremiti

di passione sotto la luna?

 

O resta solo questa fossa,

la luce della serratura

e la canzone delle mie lastre di pietra?

 

Ventidue anni… Dimentico già

la dimensione delle cose,

il loro colore, il loro aroma…. Scrivo

 

a tentoni: “il mare”, “i campi”…

Dico “bosco” e ho perduto

la geometria dell’albero.

 

Parlo, per parlare, di temi

che gli anni mi hanno cancellato

 

(non posso continuare, sento

i passi della guardia)

 

 

Questa è la poesia i cui primi versi danno il titolo al libro.

Questo è un libro che mi è costato molto scrivere, mi costava parlare di me, ma alla fine i miei compagni mi convinsero che non potevo portarmi all’altro mondo quello che avevo vissuto e soprattutto in riferimento a questi anni in cui abbiamo lottato per ricostruire la memoria storica era imprescindibile conoscere e far conoscere la mia memoria e finalmente l’ho scritta.

Ho cercato di fare in modo che sia un libro semplice, ho lavorato molto per questo, l’ho scritto pensando non tanto ai miei compagni, ma all’immensa maggioranza di persone che non ci conoscono e che ha un’idea di noi prefabbricata, a volte infame, di quello che siamo stati.

E soprattutto pensando alla gioventù, perchè sappiano chi eravamo, perchè lottammo e quale fu la nostra dignità.

Io ricordo che una volta, parlando con il premio Nobel per la letteratura guatemalteco Miguel Angel Asturias, mi raccontava che quando si metteva a scrivere, aveva a fianco a sé il dizionario dei sinonimi perchè quando si trovava davanti ad un aggettivo che era molto comune, volgare, troppo conosciuto, ne cercava sempre un altro più particolare, meno conosciuto; io faccio esattamente il contrario, quando io trovavo un aggettivo che aveva senso per me e per molti, ma non per tutti, io cercavo sul dizionario il più semplice, il più popolare. Ho cercato di raccontare la realtà della mia vita dal lato più umano e più vicino al cuore delle persone, per questo ho voluto che fosse un libro semplice, onesto, senza rancori, generoso, e credo che sia questo quello che più è piaciuto alla gente; perchè, è chiaro, dopo 23 anni di prigione, molti credono che io debba essere un uomo consumato dalla vendetta, e me lo chiedevano sempre nelle conferenze “Lei dopo 23 anni deve sentire un odio, un desiderio di vendetta…” Ma io rispondevo che mi sentirei profondamente disgraziato se il mio unico desiderio fosse aprire la testa a chi mi aveva denunciato o torturato, perchè la vendetta non è un’ideale politico, non è un fine rivoluzionario.

L’unica mia vendetta a cui aspiro è sapere vittoriosi i miei ideali, quelli per cui ho lottato e migliaia e migliaia di uomini e donne in Spagna persero la loro libertà e la loro vita. Questa è l’unica vendetta che mi puo’ compensare, non è certo riempire di piombo la testa del carnefice che mi torturò, perchè siamo politici, siamo persone che hanno un’ideale e l’unica ricompensa per me è il trionfo dei miei ideali.

Bene, fino ad ora il libro sta andando molto bene, sta dando un buon risultato, abbiamo stampato 50.000 esemplari che è un numero “inconcepibile”, abbiamo già venduto 22.000 copie, questo significa che il tema interessa. Ho l’esperienza dei giovani che mi scrivono, che mi raccontano, che mi ringraziano perchè racconto loro un periodo della nostra storia che non conoscevano, non lo sapevano dopo 30 anni di democrazia, non sapevano quello che abbiamo sofferto, lottato…”

Domanda: Perchè?

 

Marcos Ana: “Perchè questa storia non si dovrebbe sapere solo attraverso le conferenze, negli incontri che faccio io, che fanno altri compagni, questo dovrebbe essere nella storia di Spagna, nelle scuole, si dovrebbe insegnare nelle Università, non per tornare al passato, ma perchè, conoscendo la storia, MAI PIU’ (nunca mas) succeda ancora. Non è, come dice la destra qua, che vogliamo tenere le ferite aperte, tenere le ceneri del passato accese, al contrario, quello che vogliamo è chiudere quel periodo, ma chiuderlo con dignità, e non lasciando vuoti storici che non si capiscono dopo 30 anni di democrazia. Adesso si sta lottando per la memoria storica e dopo una lotta tremenda si è raggiunta una legge sulla “memoria storica” che è insufficiente, incoerente, perchè nel 2002 in Spagna il parlamento spagnolo stabilì all’unanimità che il regime franchista era stato un regime imposto con le armi e quindi era stato illegittimo e nel 2005 il parlamento diede la stessa definizione del franchismo, quindi è incoerente che se quello fu un regime illegale che ci tenne per 40 anni sotto gli stivali, con la repressione, adesso sia tanto difficile annullare tutte le condanne e i processi aperti contro i democratici spagnoli, e ancora non l’hanno fatto! Non ce l’abbiamo fatta! Nella “legge sulla memoria storica” promulgata qualche mese fa, una cosa tanto semplice e fondamentale al tempo stesso “che si annullino tutte le condanne fatte durante la dittatura”, non è passata! L’altro giorno parlavo con la vedova di Julian Grimau e lei mi diceva in lacrime, “E’ incredibile, come è possibile che dopo 30 anni di democrazia, ancora non si sia potuto rivendicare il nome di mio marito e che ancora risulti dalle carte, dai documenti, un assassino!”

Noi continueremo a lottare per la memoria storica, abbiamo raggiunto alcuni risultati, si chiede per esempio alle autorità che aiutino a ritrovare i corpi delle vittime della dittatura, che si ritirino i simboli franchisti dalle strade di Spagna, alcune cose sono interessanti, ma la cosa fondamentale, un riconoscimento pubblico istituzionale di quello che significò la lotta dei democratici spagnoli per recuperare la libertà in Spagna, questo non è ancora stato fatto e non appare in questa legge, e soprattutto l’annullamento come dicevo di tutte le condanne del regime franchista che era un regime illegale. Continueremo a lottare per loro.

Purtroppo qui in Spagna oggi c’è una destra che si è radicalizzata molto, pensa che ci sembra che fosse molto meglio l’epoca della transizione con Manuel Fraga Iribarne (ministro dell’interno di Franco che resistette alla transizione) quando presentò il leader comunista Santiago Carrillo al Club Siglo XXI. Adesso ci troviamo con una destra retrograda, che non è costruttiva. Noi capiamo che in una democrazia ci siano vari partiti, come ci sono vari interessi, è giusto che sia così, la destra ha diritto ai suoi partiti, ma questo deve avvenire in forma costruttiva e non catastrofica, seminando il terrore come sta facendo questa destra, dicendo che la Spagna rischia di spaccarsi in mille pezzi…. Io so che l’unica volta che la Spagna si è spaccata in due pezzi sanguinanti fu il 18 di Luglio del 1936 quando ci fu la ribellione dei militari che interruppe il processo democratico che si era aperto nel nostro Paese dopo la vittoria del fronte popolare. Quindi è difficile lavorare con questa destra, perchè questa destra non rappresenta nemmeno il sentimento generale della destra spagnola. Vedete, quando presentai il libro la prima presentazione la feci a Madrid, la seconda la feci a Burgos, perchè lì feci gli ultimi 16 anni di carcere; il giorno prima di questa seconda presentazione mi chiamano per telefono e una persona mi dice “Guarda io sono un cittadino di Burgos di destra… – Io pensai che avrebbe cominciato ad insultarmi e invece mi dice… – pertanto io sono lontano dalla sua ideologia, ma ho letto l’intervista che ha fatto sulla rivista Gente e sono rimasto francamente emozionato da come vede il passato della Spagna, come vede il presente e il futuro del Paese, e quello che chiedo è che il giorno in cui presenterà il libro qui a Burgos mi permetta di stringerle la mano.”

In questi casi mi viene in mente l’aneddoto che racconta Weber un parlamentare austriaco che un giorno stava facendo un discorso nel Parlamento e vide che dai banchi della destra lo applaudivano e allora si disse “Vecchio Weber, che stupidaggini devi aver detto se la borghesia ti applaude…”

Ma io non ho detto nessuna sciocchezza nel libro, le mie idee le difendo costantemente, ma con un certo umanismo, una certa generosità e per questo si spiega che molta gente conservatrice, di destra, legge il libro e lo apprezza.

Nella presentazione a Burgos c’erano quasi mille persone e il Comune di Burgos che è di destra, il sindaco è stato ministro con Aznar, tuttavia questi stessi hanno detto che “Marcos Ana, pur avendo idee differenti dalle nostre, è un personaggio imprescindibile nel panorama storico di questa città”.

Alla fine della presentazione mi hanno regalato un mazzo di rose con 7 rose rosse e 16 bianche, e mi  hanno detto: “Questo mazzo è un simbolo, le sette rose rosse indicano i 7 anni in cui fosti nelle altre carceri terribili di Porlier e Ocagna condannato a morte, e le 16 rose bianche indicano i 16 anni passati nel carcere di Burgos, dove, pur non avendo la libertà, quanto meno non pesava su di te la pena di morte.” Pensa che dettagli! Ed è gente di destra.

Per questo dico che manca informazione, la gente non ci conosce e per questo ho scritto questo libro, in modo che attraverso questo libro conoscano la nostra lotta e le nostre idee, la generosità delle nostre idee; perchè se qualcuno è stato generoso in questo Paese è stata la sinistra. Noi applicammo la politica di riconciliazione nazionale già nel 1956 e noi dal carcere appoggiavamo questa politica, io ho scritto moltissime poesie dedicate alla riconciliazione nazionale, al soldato che combattè contro di me. Per questo dico che abbiamo avuto una generosità enorme, prima, durante e dopo la dittatura.”

 

Domanda: “Possiamo tornare agli anni ’40, ’50? Quanti erano circa i prigionieri politici in Spagna, in che percentuale erano rispetto al totale dei detenuti?”

 

Marcos Ana: “Ci sono state cifre differenti, ma tutti concordano intorno al mezzo milione di prigionieri politici in Spagna in quegli anni. La Spagna era un enorme campo di concentramento nei primi anni, certo alcuni entravano e altri uscivano, ma nel complesso si arriva a quella cifra; e anche quelli che erano in libertà erano sottomessi ad una vigilanza cautelare e le nostre famiglie pure. Pensa che nei primi anni di dittatura tu non potevi muoverti, anche il normale cittadino che voleva per esempio andare a trovare degli amici a Segovia a un’ora da Madrid, doveva chiedere il permesso alla polizia, doveva lasciare il suo documento di identità alla polizia. La Spagna era una prigione in quei primi anni. Ma non solo prigionieri: tantissimi furono coloro che vennero fucilati. C’è un balletto di cifre, ma gli inglesi hanno fatto studi accurati e sostengono che vennero fucilate più di 200.000 persone in Spagna, alcuni parlano di 300.000.

Nel diario di Ciano, questi racconta che negli anni ’40 qui si fucilava sistematicamente, lo dice nelle sue memorie, lo riconosce, migliaia e migliaia erano nelle carceri e tutti i giorni c’erano fucilazioni di massa. La macchina di morte lavorava senza fermarsi, qui a Madrid c’è la calle Conde de Pegnalver dove c’era un collegio di Calasanzio, dove io fui prigioniero e condannato a morte, perchè alla fine della guerra, trasformarono in carceri conventi, scuole, caserme, non c’era posto per tutti i prigionieri che c’erano. In questo vecchio collegio arrivammo ad essere in 7.000 detenuti e di questi, più di mille eravamo condannati a morte. E’ indescrivibile raccontare quei primi anni. Dopo andò un po’ meglio, ma dal 1939 al 1944 circa, nelle carceri eravamo umiliati costantemente, non solo, c’erano fucilazioni, tutti i giorni, meno il sabato, perchè sennò avrebbero dovuto fucilarli all’alba della domenica e per un problema “religioso” non lo facevano, il sabato e la domenica i nostri carnefici andavano a pregare. Tutti i giorni, tranne il sabato un gruppo veniva fucilato, un giorno ne contammo 105!

A quel tempo, quando partivano i camion con i compagni che stavano per essere fucilati, si sentivano le grida: “Viva la libertà! Viva la repubblica!” E tutti li sentivano, allora misero ai condannati un tappo di legno in bocca, con un buchetto in mezzo, per impedire che gridassero; più avanti utilizzarono due pezzi di cerotto messi in croce sulla bocca. Quell’epoca fu tremenda. Credo che le cose cominciarono a cambiare con la battaglia di Stalingrado. Questa diede l’impressione ai nostri governanti che i tedeschi non avrebbero vinto la guerra e cominciarono a dubitare sul trionfo del Fhurer. Allora qualche guardia cominciava ad avvicinarsi a noi, a dirci qualcosa, a giustificarsi, a dire che dovevano obbedire…. Poi quando terminò la guerra, qualcuno pensò che poteva finire il regime franchista, la dittatura, ma poi venne il discorso di Churchill nel 1946 a Fulton, fu l’inizio della guerra fredda e allora la Spagna entrò nelle Nazione Unite. Un’altra volta cercavano di recuperare il terreno perduto, ma nelle carceri avevamo preso posizioni molto solide, avevamo trasformato praticamente le carceri in università a livello culturale, a livello politico. Eravamo come uno Stato dentro lo Stato, tutto organizzato clandestinamente, soprattutto negli ultimi anni.

D’altra parte anche la situazione delle famiglie è migliorata. La famiglia è sempre stata il tallone d’Achille dei prigionieri politici. Noi quando vedevamo camminare un uomo nel cortile, solo, abbattuto, sapevamo che non era un uomo sconfitto, sapevamo che aveva appena avuto un colloquio, gli avevano detto di una malattia di un figlio, o qualche altra difficoltà in famiglia.

Il dramma più atroce dei prigionieri non era tanto la nostra situazione quanto quella dei nostri familiari.

Durante la guerra mondiale l’Europa non potè occuparsi altro che di difendersi, organizzare la resistenza contro il nazismo e il fascismo, ma finita la guerra gli occhi si voltarono verso la Spagna, che era stata tanto amata, era stata la prima battaglia contro il fascismo, cominciò ad arrivare la solidarietà internazionale con il nostro popolo; allora era diverso, le nostre mogli, le nostre madri, che prima venivano con gli occhi tristi, senza rimproverarci, ma con l’amarezza, la tristezza dentro, ora arrivavano con gli occhi luminosi, mostrandoci una lettera che avevano ricevuto dagli operai della Renault, o dall’Italia, dall’Inghilterra, il cibo che arrivava dal Messico, e allora cambiò la situazione anche per le nostre famiglie.

Così come dicevo, soprattutto a partire dal 1945, trasformammo le carceri in università, la stessa polizia lo diceva: “l’università di Burgos….l’università democratica di Burgos”. In effetti facevamo di tutto, davamo lezioni culturali a tutti i livelli, di lingua, e poi una vita politica molto intensa, c’erano scuole di quadri, una di carattere inferiore e una superiore, tutto questo clandestinamente!

Sapevano che c’era movimento, a volte c’era la repressione, andavamo spesso in celle di isolamento, ma continuavamo. Loro praticavano la filosofia dei cialtroni e noi ci mettevamo la nostra passione e vincevamo, si chiudeva una strada ne aprivamo un’altra, con una lotta dinamica, carica di dignità.

C’era anche una scuola di “libertos” che consisteva in questo: quando a un prigioniero politico, soprattutto un comunista visto che eravamo i più organizzati, gli mancavano tre mesi per andare in libertà, questi passava in una scuola di “libertos” dove alcuni compagni che erano passati per la lotta clandestina, per la polizia, che erano stati torturati, che avevano esperienza, spiegavano come andava fatto il lavoro clandestino, che precauzioni erano da prendere, come affrontare la polizia, la tortura. Chi usciva entrava nel lavoro clandestino e rischiava di rientrare in carcere un’altra volta.

Tutto questo si sa poco e soprattutto lo sa poco la gioventù.

Quando racconto i giovani si stupiscono quando dico che passai 23 anni in carcere e che fummo in tanti, una generazione, chi passò 15 anni, chi 18, altri 20, fu la generazione di coloro che persero la guerra. I giovani oggi in Spagna rimangono sbalorditi, non conoscono questa parte della storia della Spagna. Per questo voglio che questo libro, come altri che hanno scritto altri compagni, sia un libro che si studia nelle scuole, e lo stanno già facendo. Ricevo molte lettere di professori che stanno usando il mio libro, mi invitano.

Ma anche prima di questo libro, pensa che in tre università negli Stati Uniti studiavano lo spagnolo con delle mie poesie. Questo è molto gratificante, ma a me non interessa il successo o i soldi, io voglio che questo libro venga letto, sia un esempio, un cammino, che i giovani sappiano che nella vita c’è altro, non solo droga, spettacoli… C’è un cammino più gratificante e più bello che è la lotta per la libertà, per l’uguaglianza, per un mondo migliore che è possibile.

Ti racconto un aneddoto: ho presentato il libro qui a Madrid e nel momento in cui scrivevo le dediche mi si avvicina una donna e mi chiede di scrivere una dedica per un giovane di 24 anni che si vuole uccidere. “Come? Si vuole uccidere…” Dico. “Sì – mi risponde – ci ha già provato una volta.” Io le ho scritto una dedica, ma in basso ho scritto il mio numero di telefono di casa, se voleva contattarmi…

Dopo 15 giorni mi chiama per telefono questo giovane e mi ringrazia per il libro, per la dedica che aveva imparato a memoria, per averlo tirato fuori dal pozzo. Mi dice che tornerà all’università che aveva lasciato e mi promette che vivrà, perchè, mi dice :”Se un uomo è stato capace di sopravvivere a tante difficoltà, io sarei una schifezza se non fossi capace di risolvere i miei problemi, l’unica cosa che le chiedo in cambio è che mi permetta di venire a darle un abbraccio un giorno.” E così fu, quel ragazzo venne qui un giorno.

Questo è ciò che desidero, che questo libro possa essere una luce, una speranza e che i giovani comprendano il motto “vivere per gli altri è il miglior modo di vivere per se stessi”. Io sono felice quando vivo per gli altri, io stesso mi considero un figlio della solidarietà, quindi per me la parola solidarietà ha un significato particolare, profondo. Soprattutto in questo mondo globalizzato in cui viviamo oggi, tanto ingiusto, tanto insicuro, la solidarietà è imprescindibile. Anticamente, tanti anni fa, gli esseri umani, i popoli potevano vivere prescindendo dai problemi degli altri, un vecchio detto fa “Questo è lontano dal mio letto”, ma nel nostro tempo la tecnica moderna ha accorciato le distanze e i tragitti sono molto brevi, per esempio dall’Iraq a casa nostra, qualsiasi conflitto nel punto più lontano del mondo puo’ terminare incendiando la nostra casa. Oggi nessuno puo’ vivere sicuro nella sua piccola libertà considerando lontana la schiavitù degli altri, per questo bisogna globalizzare la solidarietà di fronte alla globalizzazione del sistema. Per questo nel mio libro ci sono anche molti elementi di autocritica, come vedo la storia dei paesi socialisti, con rispetto, perchè io so che ci furono cose buone e cose cattive, anche se alla fine fu un vero naufragio, si tradirono gli ideali, questa è stata una delle cause principali della caduta dell’ideale comunista.

Molte volte la gente mi chiede se continuo ad essere comunista, io prima di tutto separo l’idea dai partiti politici e dal sistema, io idealmente continuo ad essere comunista perchè l’idea che sta in cima ai partiti e ai loro errori, quella è ancora lì, se qualcuno mi offre un’ideale migliore del mio io ci farei un pensiero, ma bisogna offrirmi qualcosa di migliore, nel frattempo io continuo ad essere comunista, dal punto di vista ideale. E sono militante anche se siamo ridotti ai minimi termini, ma ripeto, quello che contano per me sono le idee.

Il mio libro è la vita di un comunista che continua ad essere comunista, perchè è una bella utopia e l’utopia è il motore del progresso. Pensare di vivere in una società dove non ci sia la fame e la guerra, discriminazioni sociali, dove si raggiunga l’uguaglianza per tutti, dove ci sia pane caldo per tutti. E noi non raccontiamo abbastanza alla gioventù cosa significa questa utopia, cosa significa lottare, lottare sì per il quotidiano da una parte, per la casa, per gli aumenti salariali, per l’immediato, ma non bisogna dimenticare che questa NON è la nostra società, che noi lottiamo per una società differente e spiegare cosa intendiamo con questo. C’è bisogno di un orizzonte di un mondo migliore, un mondo possibile come dicono i giovani oggi, i più coscienti.

Desidero che il mio libro serva ad educare la gioventù, come servono tanti altri libri scritti su questo tema.

 

Domanda: “Nel libro e anche ora, quando si riferisce alle persone che vi erano vicine parla di madri, non di padri….”

 

Marcos Ana: “Sì, le madri sono state il simbolo, sono quelle che hanno sofferto di più, quelle che si incaricavano di portare i pacchetti al carcere, molte volte erano loro che ricevevano la notizia “Questo pacco non puo’ passare, perchè suo figlio è stato fucilato questa mattina”. Noi in carcere dicevamo sempre “Quando le cose cambieranno, la prima cosa che noi dobbiamo fare è alzare nel cuore della Spagna una celebrazione alla madre spagnola”.

Erano le madri, le mogli e anche le figlie che andavano al carcere a portare le cose, a ritirare le cose per lavarle, a portare il poco cibo che potevano. Mio padre poi lo uccise l’aviazione tedesca quando ero giovanissimo.

Sempre ricordo quando eravamo ad Alicante, alla fine della guerra, sperando che ci raccogliessero delle navi inglesi e francesi a prenderci, invece arrivarono quelle di Franco e ci presero tutti.

La notte prima, aspettavamo le navi, scrutavamo l’orizzonte e sentimmo passare una fila di camion, era la divisione Littorio, comandata dal generale Gambara e furono quelli che poi mi incarcerarono.

Per questo dico sempre ci sono due Italie, quella di Mussolini e quella delle brigate garibaldine.

Ricordo che Rafael Alberti mi raccontava un aneddoto sull’arrivo delle brigate internazionali, l’8 di novembre del 1936: erano a  Madrid, erano appena arrivati, il giorno dopo sarebbero entrati in combattimento e vide un giovane sdraiato a terra, con gli occhi azzurri, probabilmente nordico che con uno spagnolo stentato disse “Bella però questa città….” Alberti rimase impressionato da come un ragazzo di 18-20 anni venisse a morire per una città che nemmeno conosceva. La leggenda delle brigate internazionali è stato davvero un riferimento romantico e rivoluzionario grandissimo e la prova ne è l’enorme bibliografia sull’argomento.

Oggi stesso ho ricevuto una mail dalla Bulgaria perchè mandai un libro al gruppo del dottor Mitchev che fu il comandante della Brigata internazionale Dimitrov, lui è già morto, ma mi rispondono, ringraziandomi, dal momento che parlo anche di loro; io sono stato vicepresidente della FIR, Federazione Internazionale di Resistenti, una federazione fatta alla fine della guerra dove c’erano soprattutto coloro che avevano combattuto nelle varie resistenze, non negli eserciti regolari, un’organizzazione che ha milioni di soci. Io ero vicepresidente fino a poco tempo fa e in questa organizzazione c’erano anche quelli delle brigate internazionali e quindi ne ho conosciuti tanti. Loro vennero qui a lottare per noi, a morire per noi e ancora adesso succede che dopo tanti anni, dopo tanti naufragi, sconfitte e sofferenze, vengono qui a 90 anni in Spagna, con la Spagna nel cuore. Quello che mi impressiona non è tanto la lotta di ieri, che fu sì importante, ma il fatto che quella lotta venga ricordata come l’epoca più bella della loro vita! Ora ne rimangono pochi, gente di 90 anni, ma ancora adesso vengono, organizziamo celebrazioni, arrivano anche in carrozzella.

 

Domanda: “Lei parla molto nel libro dell’unità dentro la carcere, della solidarietà, noi, in Italia, soprattutto negli anni ’80,’90, attraverso il fenomeno del pentitismo, e non solo, abbiamo visto frequenti fenomeni di rottura, delazione, fino al tradimento. Non avveniva nulla di tutto ciò allora, tra voi?”

 

Marcos Ana: “In realtà nei primi anni i prigionieri politici erano un mosaico, c’erano comunisti, socialisti, repubblicani, massoni, anche gente di destra “civilizzata” che era stata dalla parte della repubblica, quindi c’erano sì alcuni problemi. Non dimenticare che la fine della guerra fu il tradimento di Casado, la fine della guerra fu che una Giunta chiamata “di difesa” consegnò Madrid ai fascisti, e in questa giunta c’erano i socialisti, gli anarchici, e il colonnello Casado fu lo strumento, misero in galera persone che quando arrivarono i franchisti erano in carcere e così rimasero dentro. Ci furono grandi errori. Questa era l’amarezza che aveva lasciato la guerra, come era finita male, consegnandoci al nemico; perchè noi nel ’39 pensavamo che avevamo ancora abbastanza forza e territori per continuare a resistere, soprattutto tenendo conto della prospettiva immediata della guerra mondiale. Sapevamo che non potevamo vincere la guerra, ma sapevamo anche che la guerra mondiale stava per cominciare per i preparativi che c’erano. Non che tutti i socialisti e gli anarchici la pensassero così, ma i loro dirigenti sì. Pensarono addirittura che Franco li rispettasse, anche i gradi militari! Che ingenuità. E così entrarono in carcere anche loro.

In quel periodo quindi in carcere c’era molta discussione in questo senso, cercavamo anche di limitarla, moderarla. Ma col passare degli anni i prigionieri di guerra uscirono e coloro che allora entravano erano quelli che facevano il lavoro illegale, nella clandestinità, e più del 90% erano comunisti. Ci fu un momento in cui nelle carceri c’erano quasi solo militanti comunisti, allora la nostra vita cambiò perchè avevamo un’unità politica e c’era una solidarietà tra di noi che fu quella che ci salvò, avevamo un sistema di “comunas”: per un compagno che riceveva un pacco ce n’erano quattro che non ricevevano niente e quindi si divideva il pacco di quello che riceveva anche se era così poco che non avrebbe sfamato neppure quello che lo riceveva. Questo sistema di condivisione lo mantenemmo fino alla fine, certo negli ultimi tempi si stava meglio, c’era molta solidarietà, anche dall’estero.

A Burgos la direzione delle carceri fece un errore, dal loro punto di vista certo: concentrarono in quel carcere tutti coloro che organizzavano le lotte, le ribellioni. Quindi Burgos diventò un carcere di quadri politici, era più facile per noi organizzarci, studiare, produrre materiale.

Racconto molti aneddoti di lì, come eravamo organizzati, come conservavamo i libri, inserendoli in altri libri rilegati. Quegli anni sono stati importantissimi, li ricordo non come un incubo (come qualcuno potrebbe pensare) ma come momenti di grande lotta, formazione, di quanto imparai dal momento che ero molto giovane, ricordo i compagni che si salutavano quando andavano alla fucilazione, li ricordo come una conseguenza naturale della mia vita, della vita che ho scelto, di un uomo rivoluzionario.

Il carcere mi diede anche molto, pur nella sofferenza, nella fame, nella tortura, ma raggiungemmo una dignità, un modo di vedere la vita e la lotta.

La gente mi chiede che cosa più difficile per me, gli anni della fame, della tortura, della pena di morte, la separazione dalla famiglia…. Io sempre rispondo che la cosa più difficile per me fu la libertà: io ero incastonato nel carcere come una pietra oramai, avrei potuto resistere cento anni, era la mia vita naturale. Quello a cui non ero preparato era vivere e i miei problemi veri sono cominciati con la libertà, dovetti cominciare a vivere a 42 anni, come un bimbo, come un cieco. Nascere a 42 anni è qualcosa di serio. Conoscere per esempio l’amore, come racconto nel libro.

Il processo di adattamento psichico e fisico per me fu molto difficile.

Per 23 anni ero stato abituato a vivere in spazi chiusi, verticali e corti, il nervo ottico perse alcune capacità, come un organo che non si usa, quindi se stavo come adesso in una situazione con una finestra e un edificio di fronte, tutto bene, ma quando andavo fuori città, vedevo gli orizzonti aperti, avevo nausea, il mio nervo ottico non resisteva, non era preparato, dopo tanti anni stando sempre contro una parete.

Una volta Rafael Alberti e Maria Tersa Leon mi mandarono un biglietto dandomi coraggio, chiedendomi di raccontare come era la mia vita, io risposi con una breve poesia che dice:

“La mia vita la posso raccontare con due parole:

un cortile e un pezzetto di cielo

dove ogni tanto passa una nuvola persa

o un uccello fuggendo con le sue ali”

 

Così è stata la vita per 23 anni, la vita libera e aperta è stata più difficile per me.”

 

Domanda: “Cosa succede ancora ad un corpo, rinchiuso per 23 anni in un carcere?”

 

Marcos Ana: “Io affrontai gli anni più difficili del carcere, quelli della fame e la tortura, nella mia gioventù, per altri che entravano a 30-40 anni, altri a 50 anni, era certo più dura. Quindi avevo forza e soprattutto c’era la dignità che era l’ingrediente imprescindibile. Quando uscii fisicamente stavo bene, un medico a Parigi mi trovò un’insufficienza coronarica, ma poco altro. Una cosa strana è che in carcere persi l’olfatto, non so perchè. Certo ci furono molto compagni che morirono in carcere, di fame per esempio, perchè non si moriva solo di fronte ai plotoni di esecuzione. A volte ti svegliavi e a fianco a te c’era un compagno che era morto, di fame, di stenti.

Per questo a  volte, soprattutto qui in Spagna, non vado a “omaggi” o celebrazioni che organizzano per me. Dico di pensare a tutti coloro che hanno lottato e sofferto senza ottenere nessuna ricompensa e sono la maggioranza. Io ho avuto molta fortuna, è vero che sono stato 23 anni dentro, che mi hanno portato via metà della mia vita, la mia gioventù, ci fu la tortura, la pena di morte, ma quando uscii l’apparato clandestino mi trasferì a Parigi e la prima celebrazione fu fatta dopo poco tempo alla sede dell’Unesco e in seguito cominciai a girare il mondo, avevano preparato tutto per me…. Utilizzavamo la triste autorità della mia vita per portare il messaggio dei prigionieri politici della Spagna in tutti i Paesi del mondo. Io ero come un sonnambulo precipitato nel mondo.

Per questo mi considero malgrado tutto un privilegiato, quando uscii la vita fu molto generosa con me, parlavo nelle università, ero ricevuto dai governi, questa ricompensa la maggioranza di noi non l’hanno ricevuta. Qui in tutta Spagna c’è un’associazione di ex prigionieri politici, ma non è stato fatto un vero e proprio riconoscimento di tutti questi uomini e donne che lottarono per la libertà, che diedero la vita per la libertà.

Per questo quando, soprattutto qui in Spagna mi invitano per una celebrazione, io dico “Fate un omaggio collettivo.” Io rispetto molto quelli che chiamo gli “eroi oscuri”, quelle persone semplici, senza volto e nome, ma senza i quali non avrebbe funzionato l’ingranaggio della nostra lotta, furono imprescindibili, la storia non la fa una persona sola. Per questo mi fa molto piacere quello che dice Saramago nell’introduzione al libro: “Marcos Ana, invece di compiacersi davanti allo specchio, lo rompe in mille pezzi perchè in ogni frammento si veda il volto e la sofferenza dei suoi compagni.”

 

Domanda: “Può raccontarci quel momento vissuto in carcere, dell’immagine di Lenin? A leggere quelle pagine ci si emoziona.”

 

Marcos Ana: “Sempre ho detto che c’è una “mistica rivoluzionaria”, bisogna pensare a quello che successe nell’anno ’43. Mi portarono nel braccio speciale, avevamo scritto un giornale nel carcere, dovetti sopportare torture terribili. Un giorno ero in cella, sanguinante, e vedo che mi passano un bigliettino, mi trascino a vedere cos’è ed era una piccolo ritratto di Lenin strappata da una pagina di un libro, era Lenin nella piazza rossa, con uno di quei cappelli russi tipici.

Per me era come se a un cristiano avessero passato un’immagine della vergine Maria!

Puoi immaginarti un comunista di quell’epoca. Io quando ricevetti quel biglietto, sapevo che sarei stato più forte della polizia, come se io non fossi più stato solo, lì c’era Lenin con me, condividendo la cella con me, misurando la mia resistenza e la mia dignità. Io lo tenevo nascosto e quando mi riportavano in cella tiravo fuori il ritratto e gli dicevo “Guarda compagno come mi hanno ridotto, – mi vergogno a raccontarlo, ma è così – ma non preoccuparti ho forza sufficiente per difendere il partito.” Un giorno io sentii che stavano portando un prigioniero, sentii i gemiti, lo stavano portando in cella, era insanguinato, incrociai i suoi occhi e mi resi conto che era un uomo che era stato battuto, che aveva parlato o che stava per parlare, io allora ci pensai molto e dopo, come un bambino, ripeto, ho vergogna a raccontarlo, dissotterrai il ritratto di Lenin e gli dissi “Guarda compagno, lo sai che per nulla al mondo mi separerei da te, ma hanno bisogno di te nella cella 27” e il giorno seguente quando uscimmo per fare i nostri bisogni io presi il ritratto di Lenin e lo gettai nella finestrella della cella di quel compagno. Ero molto preoccupato di quello che sarebbe successo, aspettavo di vedere come sarebbe tornato dalla tortura il compagno della cella 27, e lo vidi arrivare, sembra un miracolo, ma vidi che aveva cambiato la luce dei suoi occhi, una luce densa, più sicura, era diverso.

Apro una parentesi: in carcere la resistenza è un problema di immaginazione, immaginarti il presente e il futuro, per esempio, quando  stavo per essere torturato, io sapevo che nel carcere i compagni stavano pensando a me, alcuni stavano pensando “El chaval, il giovane, non resisterà”, altri che dicevano: “Vedrai che ce la farà!” E allora io quando stavo per essere torturato mi immaginavo come sarebbe stato il mio rientro in cella, se io parlo mi sentirò una schifezza, me ne starò come uno straccio nell’angolo, vergognandomi, solo, nel cortile senza il coraggio di guardare negli occhi i miei compagni; d’altra parte se io resisto alla tortura i compagni mi riceveranno con orgoglio, con abbracci. E io torno con dignità.

Dopo alcuni anni, cambiai di carcere, andai a Ocagna, dove fui condannato a morte, a proposito, il portone nella copertina del libro è proprio quello della porta della cella di Ocagna dove ero condannato a morte, abbiamo chiesto l’autorizzazione e mio figlio mi ha fatto l’anno scorso questa foto, bene lì a Ocagna vidi un giorno un gruppetto nel cortile che ascoltavano la storia di uno: io mi avvicinai, era quel compagno che stava raccontando la storia di Lenin, mi ricordo come si chiamava Colmenareo, dopo lo fucilarono, ci salutammo, ci abbracciammo: lui mi raccontò come era andata, mi disse: “Io avevo cominciato a parlare, a denunciare i compagni di Toledo, ma quando ricevetti il ritratto di Lenin mi picchiai contro il muro per la rabbia e nei giorni seguenti fu tutto diverso, i poliziotti non capivano che cosa mi fosse successo, ero un altro, un uomo intero.” E io gli chiesi: “Che cosa facesti col ritratto di Lenin?” “Io glielo passai ad un altro compagno.” Mi disse.

Così diventò come una leggenda, che Lenin in quel 1943 stava lottando insieme ai prigionieri politici spagnoli.

Questa storia la raccontai allora in piccoli foglietti che uscirono dal carcere e clandestinamente attraversarono l’Europa e arrivarono fino a Mosca e nel museo di Lenin la mia storia è lì o almeno c’era fino a un po’ di tempo fa….), con le mie parole manoscritte, con a fianco la traduzione in russo. Questa storia sembra quasi ridicola, ma ripeto, c’è una mistica rivoluzionaria che emerge in tanti momenti.

 

Domanda: “Ci può spiegare, si può spiegare che cosa è la tortura?”

 

Marcos Ana: “Bene, ci sono tanti tipi di tortura, a me applicarono la corrente elettrica, mi mettevano dei cunei tra le unghie e la carne delle dita, oppure prendevano un imbuto te lo infilavano in bocca e tu anche se non volevi ingurgitavi un secchio d’acqua fino a rischiare di soffocare, a sentirti morire, e sempre un foglio in bianco vicino a te per firmare quello che volevano che tu firmassi, c’era gente che non riusciva a reggere, ma il segreto era nel resistere fino a perdere conoscenza, perchè allora erano loro stessi che cercavano di recuperarti perchè non se ne facevano nulla di uno senza sensi, o di un morto. Un altro procedimento che usavano di frequente, molto semplice, molto comune, ma molto doloroso: ti mettevano nudo disteso a pancia in giù su un tavolo e con una verga ti bastonavano il sedere e ti dicevano: “Non vogliamo sapere nulla di te!” Loro si mettevano a parlare di qualsiasi cosa, di calcio… E continuavano a colpirti, a colpirti, il giorno dopo lo stesso, e avanti così, ma si arrivava ad un momento che la carne era viva, macerata, sfatta, e il dolore era tremendo, irresistibile, allora sì, aspettavano che tu parlassi o firmassi. Era orribile, era la più terribile.

Un’altra era metterti una maschera antigas che non ti permetteva di respirare e ti sentivi soffocare, ma anche qui il segreto era resistere perchè noi sapevamo che se resistevi perdevi i sensi e ce l’avevi fatta.

C’è una storia che racconto nel libro, del sadismo che c’era. Una volta alla settimana arrivava un tipo, ben vestito, conosciuto ai poliziotti, bevevano un caffè, si toglieva la cravatta e cominciava a picchiare il prigioniero che c’era lì, in quel caso io, mi calpestava le mani, mi colpiva con una furia, un odio terribile e quando terminava, si rimetteva la sua cravatta, la sua giacchetta, si rimetteva in ordine e usciva. Rimaneva con me un poliziotto (quello che faceva la parte del “buono”, sempre c’è in questi casi quello che fa la parte del buono), così gli chiesi una volta chi fosse quell’uomo, se mi conosceva. “No, mi rispose, non vi conoscete, non sa chi sei, è che fu incarcerato qui a Madrid coi rossi, si salvò dalla morte per miracolo e ogni tanto viene qui, si sfoga, con un prigioniero o un altro, fa lo stesso”. “Ma, possibile – dicevo io – che un uomo sia capace di venire qui, freddamente, come se andasse a giocare a polo, a massacrare un prigioniero qualsiasi?”

Quello che io ho sofferto, l’aver conosciuto la violenza in questo modo,  mi ha portato alla conclusione che io non sarei mai capace di fare violenza contro qualcuno, io dopo quello che ho passato avrei potuto trasformarmi in una bestia, invece mi sono trasformato in un essere aperto e ancor più comprensivo, tanto che molte volte non do i nomi dei miei carnefici, perchè mi preoccupa che queste persone possano avere figli, nipoti che non conoscono la loro vita e che non voglio si vergognino di qualcosa che non hanno commesso.

Lottare per una società nuova e conseguirla, questa è l’unica ricompensa che desidero. Non si tratta di “andare alla casa del mostro”, quanto di farla finita con un sistema che genera mostri.”

 

Domanda: “Nel libro accenni quasi ad una nostalgia per quel periodo, come un periodo straordinario. In realtà viene descritto un periodo della storia di Spagna terribile. Vengono da pensare due cose: il periodo che stiamo vivendo ora è “peggiore”? Oppure, tristemente, l’umanità deve passare attraverso periodi come quelli raccontati per esprimere il meglio che c’è in lei? I migliori valori, la forza, l’umanità, la solidarietà?”

 

Marcos Ana: “Certo per me quella fu un’epoca in cui conobbi l’amore dei miei compagni, la solidarietà che ci unì, non è che quell’epoca sia stata migliore di questa, certo che no, ora possiamo discutere, essere qui a parlare, certo c’è un salto tra quello che speravamo allora e quello che abbiamo raggiunto ora dopo tante lotte.

Noi comunisti dicevamo un tempo per esempio: “Come sarà se già ora siamo in tanti a lottare, il giorno in cui ci sarà democrazia e libertà?” E invece è stato il contrario, durante il periodo della lotta avevamo più speranza di ora. In effetti la fine della dittatura qui è stata una cosa strana, particolare, non fu come a Cuba, o come nel ’17 in Unione Sovietica, qui ci fu una transizione, da farsi con gli stessi franchisti. Fu una negoziazione molto difficile, anche perchè il loro primo obiettivo fu come disattivare il partito, come poter disattivare questa storia, questo gruppo di persone che tanto lottò contro la dittatura, soffrendo, versando sangue. Volevano prima di tutto NON  legalizzare il partito, poi dicevano che dovevamo cambiare nome, fecero tutto il possibile, anche economicamente, finanziarono altre soluzioni, apparivano nuove organizzazioni con molti  soldi, mezzi di propaganda, mentre molti di noi ancora erano in carcere. Per esempio il partito socialista potè organizzare il suo congresso legale, con grandi aiuti, finanziamenti, anche dalla Germania, noi continuavamo ad essere perseguitati.

Tutto questo ha influito, soprattutto nella gente un po’ più conservatrice, creandoci grosse difficoltà.

I socialisti diventavano “la giusta temperatura”, noi eravamo quelli “troppo caldi”….

Pensate che il partito socialista, guarda che lo dico con rispetto verso quel partito, ma è la verità, quando ci furono le prime elezioni andavano nei paesi in cerca di candidati, perchè non avevano nessuno, non avevano militanza. Noi in ogni paese avevamo dei martiri, gente che aveva passato anni di carcere, nel lavoro clandestino, avevamo quadri in abbondanza, i socialisti non avevano militanti, cercavano allora “il figlio del medico di qua”, un altro di là…. Questo spiega perchè in questa grande infornata di candidati nel partito socialista ci fu tanta gente senza principi, senza ideologia, ma con opportunismo. La politica di disattivare il partito ha dato i suoi frutti.

Certo poi c’è stata la caduta dei paesi socialisti, i nostri stessi errori, questo ha fatto sì che il partito abbia perso forza. Ora poi il bipartitismo stile USA e una legge elettorale ingiusta hanno fatto il resto. Ora per esempio i nostri due eletti in Isquierda Unida ci sono costati un milione di voti, mentre al partito socialista o popolare gli sono costati solo 50.000 voti.

Ora poi ci sono anche pochi soldi per continuare, con due deputati, è difficile mantenere una struttura, sostenere una rivista.

Tutto ciò è molto triste. Ma nella vita ci sono chiari e scuri, oggi per esempio, io credo che nonostante tutto, il dramma dell’umanità attuale dipenda anche dal fatto che non esiste più l’Unione Sovietica che bilanciava lo strapotere dell’imperialismo militare e ingiusto che ora ha il monopolio.

Tornando al nostro discorso, io dico che continuo ad essere comunista, nonostante gli errori, le sconfitte, gli ideali rimangono con la loro purezza e bontà.”

 

Domanda: “Dove vede oggi movimenti rivoluzionari?”

 

Marcos Ana: “Nelle grandi masse impoverite, ma col problema che le massi impoverite si possono fermare alla prima panetteria che trovano nel cammino. Non c’è una seria coscienza rivoluzionaria, ma io confido nella gioventù, nonostante ciò che si dice. Prima di tutto perchè se davvero speriamo che il futuro sia nostro, non si può prescindere dai giovani, bisogna saper informarli e aiutarli.

Io dico sempre: dobbiamo porci al livello della gioventù e non come fanno certi vecchi compagni che si rapportano con la gioventù credendo di sapere già tutto, come “apostoli o martiri”, scaricandole addosso un’esperienza che rischia di pesare troppo, di rimanere inascoltata.

Bisogna mettersi al loro livello, sapere cosa pensa la gioventù oggi, loro hanno il futuro, con loro dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire cosa desidera la gioventù che non è quello che noi vorremmo che fosse.

Io confido in loro, non ci sono solo i giovani disillusi o che si interessano solo di calcio o peggio di droga, no, no, c’è un’altra gioventù che è all’avanguardia: la prova è che quando si riuniscono i potenti del mondo, loro sono lì a migliaia a manifestare.

Ora per esempio andrò a Medellin dove c’è un festival di poesia, di protesta contro l’ingiustizia del mondo, arrivano giovani dal mondo intero.

Io dico addirittura, sembrerà contraddittorio, che a volte l’esperienza è conservatrice, può essere persino controrivoluzionaria. Nel senso che se non attualizziamo la nostra esperienza, rimane lì come un patrimonio privato che molte volte è nemico dell’iniziativa della gioventù. Il mondo cambia e noi dobbiamo attualizzare la nostra esperienza, renderla uno strumento utile. Io dico che è più importante l’impulso dei giovani che l’esperienza degli anziani. Il meglio sarebbe una sintesi delle due e questo è quello che io cerco.  L’altra sera per esempio ero da un amico che stava sgridando pesantemente il figlio di 17-18 anni, non ricordo perchè, e gli diceva “Guarda tua madre che ha le dita segnate da tanto che ha fregato i panni per tutta la vita!!!” E io poi gli dicevo: “Guarda che non può capirti, lui è nato che c’era già la lavatrice!”

Non bisogna comunicare, trasmettere semplicemente, bisogna comunicarSI. Prima ci si parlava nelle piazze, nei mercati, coi vicini, ora invece ci si vergogna di dire le proprie idee, prima era un orgoglio, parlare, dire che si era comunisti….

Il mio libro sta andando bene, molti giovani lo leggono e mi scrivono, centinaia di lettere, e mi dicono: “Ho capito questo…. Mi sono svegliato…. Ora ho compreso….” E’ interessante, adesso poi che Almodovar ha detto che vuole fare un film tratto dal mio libro, abbiamo già firmato il contratto, ora la notizia ha girato ancora di più. Mi chiamano anche dagli Stati Uniti….

E’ curioso perchè Almodovar non sapeva chi fossi, non sapeva se Marcos Ana era un calciatore o un torero, ma quando El Pais pubblicò l’episodio del libro dove racconto della prostituta, Almodovar lo lesse e chiamò la casa editrice a Barcellona per ricevere subito un libro.

Così Almodovar chiese un giorno alla casa editrice: “Non potrei conoscere Marcos Ana?” “Certo – gli dissero – abita vicno a lei!”

Così un giorno vennero qui Almodovar, che abita proprio qui vicino, e suo fratello che fa il produttore, la casa di produzione si chiama “Il desiderio”; io avevo sempre creduto che Almodovar fosse un tipo certo molto bravo, ma allo stesso tempo stravagante e distante, freddo, e invece mi trovo qui a casa mia con un essere umano, vero, con una grande sensibilità artistica e personale. C’è stato un incontro e una sintonia tra noi straordinaria. Quando stava per uscire mi ha detto: “Per me è stato importante averti conosciuto:” E io gli ho risposto con le ultime parole del film Casablanca: “Questo è l’inizio di una grande amicizia!” Ed è vero, da allora ci sentiamo, ci scriviamo…

Al di là del film che tra l’altro si farà è stato un incontro umano importante, io vivo per conoscere le persone, gli altri; il mio cuore è come una città che va crescendo continuamente, ogni persona che  conosco è una ricchezza per me.

 

Domanda: “Come fa a ricordare così tanti nomi, tanti ce ne sono nel libro….”

 

Marcos Ana: “In realtà ne ricordo pochi… A volte si infilano nella zona oscura della mia memoria, ma se avessi messo tutti i nomi sarebbe diventato un elenco telefonico! Io sto perdendo la memoria, come è naturale, vista l’età, ma la memoria fa una selezione e si ricorda quello che è stato più importante nella tua vita. La memoria ha una cassa di sicurezza dove c’è quello che più ha colpito. Sono cosciente che non mi ricordo tutto e non ho scritto tutto; alcuni mi hanno detto: “Non ti sei ricordato di me… Non hai scritto di me…. Non ti ricordi che abbiamo fatto uno sciopero della fame, eravamo nella stessa cella…”

Avrai visto che io do molta importanza agli aneddoti. Ho pensato molto a come scrivere il libro, volevo che fosse molto leggibile, come un romanzo, persino con suspence. D’altra parte ci sono parti che sono più pesanti, come l’ultima, dove racconto dei viaggi fatti, ma era necessario, dovevo raccontarli. Come non potevo poi parlare del caso di Julian Grimau, tanto conosco la vedova, tanto abbiamo viaggiato insieme prima e dopo l’uccisione del marito. So che magari alla gente interessa meno, interessa di più la storia della prostituta… Ma era necessario.

Il libro poi finisce con il ’77, con la transizione, prima di tutto perchè non poteva essere più grande (sono più di 350 pagine). Ma da quella data non poteva essere più un libro “caldo” come questo, con molta umanità, molti aneddoti, l’altro, il successivo, dovrebbe essere un libro freddo, analitico, statistico, con un altro linguaggio e io non sono preparato a fare questo.

E così lo chiudo con la transizione in quel momento così particolare, di grande euforia, la gente per le strade, Madrid, i clacson delle automobili, uomini e donne che si abbracciavano per le strade. Io racconto che vidi una donna che piangeva, mi accorsi che era Emilia, la madre di un ragazzo morto con me, in prigione, mi disse “Non pensare che non sia felice per quello che abbiamo raggiunto, soffro perchè non c’è mio figlio con noi.” Così io, in mezzo a tutto quel giubilo andai di fronte al terribile carcere di Porlier, qui a Madrid, quella che era stata un collegio di Calasanzio, mi sedetti di fronte, in un caffè, cominciai a pensare a tutti coloro che erano morti, a dialogare con loro, a raccontare quello che avevamo raggiunto, la legalizzazione del partito, ricordavo i miei compagni, quelli che abbiamo salutato quando andavano davanti al plotone di esecuzione.

E scrivo: “Fino a che arrivò il cameriere dicendo che stavano per chiudere. Alcune automobili stavano ancora andando per le strade di Madrid, riempiendo di bandiere e canti, quella storica notte di primavera.”

Ho cercato di raccontare quello che è successo in Spagna con una prospettiva poetica. Speriamo che si trovi in Italia una buona casa editrice che traduca e distribuisca questo libro. Non mi interessa la parte “macroeconomica”, mi interessa che venga letto, se fossi milionario pagherei io la stampa….

Verrà intanto presto tradotto in Francia, in Portogallo e persino in Ungheria”.

 

Domanda: “Lei crede che la forma partito sia ancora valida?”

 

Marcos Ana: “Sì, in un regime democratico è l’unica forma di rappresentanza dei vari segmenti della società, con interessi diversi. Però oggi i giovani pensano che i partiti abbiano fallito e dobbiamo ascoltarli, capire perchè lo pensano. Quello che penso è che non si deve restare nella marginalità.”

 

Domanda: “Ci dice qualche parola sulla questione catalana, basca e galiziana?”

 

Marcos Ana: “La Spagna è evidentemente un paese multinazionale, credo che le richieste dei catalani e dei baschi siano legittime lo dice anche la costituzione; un’altra cosa sono le azioni sovversive di Eta che romperebbero l’unità di Spagna.

Ma va riconosciuto che questi paesi hanno storia propria, una lingua propria, un folclore proprio. Suarez a suo tempo lo risolse con una battuta “caffè per tutti!”, ovvero, autonomia per ogni regione. Certo fu una soluzione parziale: la regione di Murcia per esempio non ha un’identità particolare. Galizia, Catalogna e Euskadi hanno invece le loro legittime aspirazioni.

Per questo noi siamo per una Spagna federale, che può funzionare perfettamente.”

 

Domanda: “A che punto è la solidarietà?”

 

Marcos Ana: “E’ fondamentale, io quando uscii dal carcere lavorai nel “Centro internazionale di solidarietà con la Spagna” CISE, di Parigi, presieduto da Pablo Picasso e quando tornai in Spagna mettemmo in piedi il centro “Ieri per la Spagna, la Spagna per i popoli”, era un centro di solidarietà. Ci fu il Cile di Pinochet, l’Uruguay, l’Argentina, quando la notte cadde su questi paesi che ci avevano aiutato tanto, cercammo di restituire questa solidarietà.

Prima da Parigi, poi dalla Spagna, li aiutavamo, la nostra era aperta, arrivavano da ogni parte.

Per esempio adesso in Uruguay c’è un ministro che mi raccontava che quando andai per la prima volta in Uruguay lui era uno studente e faceva parte del gruppo di studenti che mi scortava.

Lo stesso succede spesso nelle università dei Paesi Scandinavi: molti giovani che allora mi ascoltarono adesso sono professori, rettori e mi invitano a parlare con gli studenti.

Insomma ho una vita molto attiva e è questo quello che mi permette di essere così a 88 anni. Questo è quello che dico sempre ai miei compagni: quando terminano i progetti è quanto termina la vita, si puo’ vivere vegetando molti anni, ma la vera fine della vita è quando terminano i progetti, la curiosità.

Ogni sera mi faccio una notazione sulle cose da fare il giorno dopo e non riesco mai a farle tutte, adesso per esempio il medico si arrabbia perchè col menisco rotto, dovrei stare fermo a letto, invece sto qui al computer, vado in giro, conosco persone. Ogni volta che conosco una persona è qualcosa che mi arricchisce, uno mi insegna una cosa, uno un’altra, anche tu qui adesso mi dai delle cose.

Qualche settimana fa ero a Cuba e ho incontrato Raul Castro. C’è un pezzetto della nostra conversazione, si vede anche su internet, lui dice: “Guardate ha 23 anni e ne vuole vivere più di 100” Io gli rispondo: “E’ che l’arte di mantenersi giovane, è l’arte di mantenere giovani le idee!” Lo penso davvero. Quando sei stanco di tutto, la vita non ha più senso. L’importante è non pensare che il tuo ombelico sia il perimetro del mondo, ma vivere per gli altri.

 

Domanda: “Cosa significava per voi cantare in carcere?”

 

Marcos Ana: “In chè senso “cantare”? Perchè in carcere cantare vuol dire anche “parlare”, denunciare….”

 

Domanda: “No, no, cantare canzoni….”

 

Marcos Ana: “Cantavamo molto, soprattutto i giovani, nell’epoca di quando ero condannato a morte avevamo un gruppo musicale. Cantavamo canzoni della guerra; io credo che fosse prima di tutto l’espressione di persone che non si danno per vinte.

Nel libro racconto che una volta venne un sacerdote a visitarci nel carcere di Burgos, cantavamo, da condannati a morte che eravamo, rimase “allucinato”… Era una manifestazione di certezza nelle proprie idee, gli stessi agenti erano sconvolti, non capivano come fosse possibile, cantavamo, e ogni notte alcuni di noi venivano portati via per essere fucilati: e noi avevamo inventato una canzone, la canzone della “Peppa”. Avere la peppa voleva dire essere condannati a morte. Cantavamo pur sapendo che quell’alba potevamo essere noi ad essere fucilati. Ti canto quattro strofe perchè tu senta (canta…)….

 

La Pepa è “una bella gnocca”

che va di moda a Madrid

e che ha predilezione

per i “rossicci”.

Quando viene questa donna,

nel carcere di Porlier

al più cattivo gli strofina

i fianchi.

Pepa, Pepa, dove vai

con tutti questi uomini.

Pepa, Pepa vai a finire in un pasticcio.

Continuando a uccidere così, lascerai vuota Madrid,

Aranjuez e El Escorial

 

Così cantavamo e le guardie erano sconvolte!

Era una forma di difenderci, di resistere, di dimostrare la nostra dignità.

Ma c’era un’altra parte della vita del prigioniero, perchè di giorno soprattutto i militanti comunisti che erano ben organizzati, eravamo come un orchestra collettiva e tu eri più preoccupato di non  stonare nell’insieme che non dei tuoi problemi personali. Ma quando arrivava la notte e ti coprivi con la coperta, arrivavano i pensieri, la tua famiglia, i tanti anni di prigione che ti aspettavano.

C’era quindi un mondo più visibile che era quello che dimostravamo ai nostri guardiani, e c’era l’altro, quando arrivavano i tuoi problemi, perchè anche i comunisti piangono, hanno lacrime, non siamo macchine. Quindi è normale che questo avvenisse.”

 

Domanda: “Proprio di questo volevo chiedere alla fine: sarebbe stata diversa quest’intervista se fosse avvenuta di notte?”

 

Marcos Ana: “Non lo so, forse sì. In effetti la notte ha un sapore particolare. Ho scritto alcune poesie sulla luna. La luna era importante, impressionante. Ancora adesso mi sveglio tutte le notti, verso le 5, 5 e mezza, ne ho parlato anche coi medici, non c’è spiegazione, se non quella che a quell’ora passavano i camion della morte che portavano via quelli che sarebbero stati fucilati.

Li portavano dietro il cimitero e noi sentivamo le scariche di mitragliatrice, la usavano per far più in fretta il massacro. Dopo, in un silenzio profondissimo, da quanti erano i colpi di grazia capivamo quanti compagni avevano ucciso quella mattina. Così io mi sveglio sempre a quell’ora.

L’intervista forse sarebbe stata la stessa, certo la notte per noi portava un cattivo presagio.

Mi piaceva sempre salire alla finestrella, vedere la notte; una volta mi passarono un libro sulle stelle, era autorizzato, imparai molto di astronomia, guardavo le stelle.

Una volta fui messo in cella di rigore, perchè avevo cercato di vedere la luna, ma era una notte di luna piena, cercavo di spiegare loro che era solo per quello.

La notte, eri solo, pensavi, era terribile per certi aspetti.

Ancora adesso, se mi ammalo e resto a casa qualche giorno, devo uscire al più presto, salire su un autobus, vedere le persone, vedere la vita.

E’ la conseguenza di essere stato tanto tempo sepolto, qualsiasi cosa mi entusiasma, anche una tormenta, mi copro, esco, guardo i fenomeni naturali…

Quello che per la gente è normale, per me è inaspettato, per la vita, accarezzare la testa di un bimbo, stare con una donna, innamorarmi, cose naturali per le persone, per me è tutto eccezionale, lo vivo con una grande intensità, come se in un qualche momento potessi svegliarmi e scoprire che è tutto un sogno…. Anche questo me l’ha dato la vita, non sarebbe stato possibile se avessi avuto una vita normale. L’intensità con cui vivo le cose sicuramente non l’avrei provata se non fossi stato tanti anni detenuto.

Finisco con questo piccola poesia, era quello che sognavo in carcere, ora è come il mio biglietto da visita:

 

La mia casa e il mio cuore. Sogno di libertà

 

Se un giorno tornerò alla vita

la mia casa non avrà chiavi.

Sempre aperta, come il mare,

il sole e l’aria.

 

Che entrino la notte e il giorno

e la pioggia azzurra, il pomeriggio.

Il pane rosso dell’aurora;

la luna, mia dolce amante.

 

Che l’amicizia non fermi

i suoi passi sulla soglia,

né la rondine il volo

né l’amore le sue labbra. Nessuno.

 

La mia casa e il mio cuore

mai chiusi: che passino

gli uccelli, gli amici,

il sole e l’aria.

 

 

 

Posted by: kolibris | December 16, 2008

Neues von, zu und mit Jürg Halter

Zwei neue Poetry-Clips zu den Gedichten „Das Gespräch“ und „Die Welt ist ungerecht“ sind auf http://www.juerghalter.com zu sehen.

Die nächsten zwei Auftritte: 

18. Dez. 2008, Basel, 1. Stock, Walzwerkareal, Jürg Halter liest aus „Nichts, das mich hält“. Die Basler Buchvernissage. Musik: Julian Sartorius. Support-Act: Anna Aaron.                                                     

15. Februar 2009, Bern, Progr Turnhalle, Bee-Flat präsentiert eine Welt-Premiere! 
- Jürg Halter /Vera Kappeler /Julian Sartorius/ Philipp Schaufelberger.
 Der Dichter Jürg Halter trifft auf drei der besten Schweizer Jazz-Musiker. Weitere Auftritte mit diesem Projekt u.a. im Jazz-Club Moods (Zürich) und an den Stanser Musiktagen sind in Planung. 

Alle aktuellen Daten unter: http://www.juerghalter.comLesungs-Anfragen bitte an: info@juerghalter.com. Weitere Lesungen sind in Vorbereitung.

Ein paar Ausschnitte aus dem Programm zu „Nichts, das mich hält“ zusammen mit dem Schlagzeuger Julian Sartorius: Eine Poetry-Performance/Konzertante Lesung (Live-Aufnahme, Nov. 08, Theater Südpol, Luzern):

“Leg den Mantel ab”: http://www.youtube.com/watch?v=II6sZIA81jM “Der Eingriff”: http://www.youtube.com/watch?v=OwxluQCm08s  “Meine Liebe zu Dir”: http://www.youtube.com/watch?v=OM_3Ez7IcaY “Das Ende deiner Anwesenheit” http://www.youtube.com/watch?v=8noRD6UfSYA

Neue Rezensionen zu „Nichts, das mich hält“ (Ammann Verlag, 2008):

“Es gehört zur wunderbaren Leichtigkeit dieser anrührend schönen Liebesgedichte, dass sie immer wieder einen Hauch von Heiterkeit zeigen, einen Glauben an die Hochseilartistik der Sprache, in der dem Leser nicht weniger zukommt, als der rettende Fänger zu sein.”  (Neue Zürcher Zeitung)

“Da versucht einer, in klaren Bildern eine Welt zu schildern, in der  freilich das meiste nicht klar, sondern in Widersprüchen organisiert ist. Sogar die eigene Identität, die man nämlich verlassen kann wie  ein leeres Haus. Das ist die Unrast von einem, der nicht warten will, bis die Welt die Zeit hat, auf ihn zu warten.” (Tages-Anzeiger)

“Jürg Halter, Lyriker des Notwendigsten. Der junge Berner Poet Jürg Halter scheint mit seiner unprätentiösen Lyrik ein breites Publikum anzusprechen. Seine neuen Gedichte sind erfahrungsgesättigte Geschichten, die der Form wegen nur das Notwendigste preisgeben.”  (Radio DRS 2, Sendung,”Reflexe”)

„Nichts, das mich hält“ ist im Handel erhältlich und u.a. über www.amazon.de, www.buchhaus.ch zu bestellen. Weitere Rezensionen und Radio-Links auf: http://www.juerghalter.com

So weit. – Beste Grüsse,

Halter’s Schatten

Posted by: kolibris | December 19, 2008

Xhevahir Spahiu tradotto da Anila Resuli

La parola

 

Hanno detto alla parola: ora sei libera

ma la parola non aveva forza per dire: non mi serve.

A cosa serve

se non ho parlato quando serviva?

Sono rimasta priva d’ali,

sono rimasta senza cielo,

sono una vita priva di sogno,

sono un sogno privo di vita.

Hanno detto alla parola: sei libera.

Difficile, ha detto la parola, quanto difficile

credere d’essere liberi;

 

dopo aver mangiato le proprie sillabe,

dopo essere rimasti stroncati

anche la libertà diviene prigione.

Hanno detto alla parola: la libertà vive.

La parola disse:

sono come Costantino che dopo la morte ancor viaggia.

Hanno detto alla parola: tu sei la libertà.

Per capire ciò serve ben poco

lei pensò,

lei parlò,

ma al posto dei suoni

ne uscì sangue.

 

 

 

 

 

Fjala

 

I thane fjales: tani je e lire

Po fjala s’ kish fuqi t’u thosh : nuk me duhet

E c’ me duhet

kur s’ u thashe atehere kur duhet?

Kam mbetur pa krahe ,

Kam mbetur pa qiell,

Jam jete pa enderr,

Jam enderr pa jete.

I thane fjales: je e lire

Veshtire, tha fjala sa veshtire

Te besosh se je e lire;

Pasi ke ngrene rrokjet e tua,

Pasi ke mbetur cung

Dhe liria behet burg .

I thane fjales: liria jeton.

Fjala ua ktheu :

S’jam si Kostandini qe pas vdekjes udheton

I thane fjales: ti je liria

Per ta kuptuar kete duhet fare pak

Ajo e besoi,

Ajo hapi gojen,

Por ne vend te tingujve

Prej saj doli gjak

 

***

 

 

 

 

 

Immigrato

 

E’ passato il dolore hanno detto,

è passato il fondo,

il fondo del caffè nella tazzina,

e la parola ha preso il via…

 

Ma il caffè, chi beve il caffè?

 

 

 

 

 

Emigrant

 

Iku dhembja thane,

Iku llumi,

llumi ne fund te filxahnit,

Dhe fjala mori dhene….

 

Po kafene, kush e piu kafene?

 

***

 

 

 

 

 

Il padre

 

La notte

quando il mondo dorme

e il mare ingoia il rimorso delle pazzie del giorno

quando i gabbiani gridano nei cieli della memoria

e le stelle – occhi che non chiudono occhi -

in silenzio iniziano a spegnersi

esce dal nascondiglio

e cavalca un cavallo

che vola

e s’avvicina al recinto.

 

Non è il solo Constantino. E’ il padre.

 

Nessuno lo guarda e nessuno lo riconsce.

 

Lega il cavallo al recinto sotto i raggi della luna,

si pulisce le scarpe e s’avvicina alla finestra

vicino al sonno dei bambini.

Allunga la mano, li copre con un pail

perchè sognano e i sogni si raffreddano.

Un nodo gli chiude la gola

ma contiene la tosse

i bambini potrebbero svegliarsi.

Se s’alzano a cercare pane: lui

da molto ha dimenticato le fiabe.

 

Come il silenzio s’allontana

prende la via per la dimora che nessuno occupa

con gli occhi parla a Caronte, senza farsi sentire,

per non svegliare gli altri morti.

Ah, l’anima sua riempì gli scavi del cielo

solo il corpo resta lì

nelle ginocchia d’una notte interrata

… la sola notte senza stelle.

 

L’olivo sta come una candela sopra la testa.

 

 

 

 

 

Babai

 

Naten

kur bota fle

dhe deti pertyp pendimin per marrezite e dites

kur pulebardhat ne skajet e kujteses klithin

dhe yjet – sy qe s’mbyllin sy –

ne heshtje zene e fiken

del nga shushama

dhe shalon nje kale

shkel mbi asgjene

dhe qaset ne rrethina

 

S’eshte Kostandini i vetem. Eshte babai.

 

Askush s’e sheh dhe nuk e njeh askush.

 

Lidh kalin ne nje gardh me rreze hene

shkund balten dhe avitet ne driatare

prane gjumit te femijeve

Zgjat doren, i mbulon me nje velenxe

se shohin endrra dhe endrrat mund te ftohen

Nje lemsh me brenga befas ia ze fytin

po kollen mban

femijet mund te zgjohen

Sikur te ngrihen e t’i kerkojne buke: ai

prej kohesh i ka harrruar perrallat

 

Si heshtje del

merr udhen drejt baneses qe nuk ia ze askush

me sy i flet Karontit, pa u ndjere

mos pikelloje te vdekurit e tjere

Ah, shpirti i tij ia mbushi zgavrat e qiellit

vec trupi eshte atje

ne preher te nje nate te nendheshme

……………e vetmja nate pa yje

 

Ulliri i rri

si nje qiri mbi krye

 

***

 

 

 

 

 

Alla vetta della montagna

 

Qui in vetta

dove solo le quercie non m’abbandonano

e le loro foglie raccontano il fato,

qui dove le acque prendono vita

ignave di dove vanno,

sono un’area sola dell’estate secca,

una lingua tagliata nella bocca del silenzio.

Quanto vicino a Dio

dal Dio dimenticato.

Per un bussare,

ti dono, viandante,

tutto quello che m’appartiene.

 

 

 

 

 

Ne maje te malit

 

Ketu ne maje te malit

ku vetem lisat s’me braktisin

dhe fletet e tyre fatin me tregojne,

ketu ku ujrat jeten nisin

dhe s’dine se ku shkojne,-

jam are e vetmuar e veres se thate,

gjuhe e prere ne gojen e heshtjes se gjate.

Sa prane Zotit

Prej Zotit i harruar.

Per nje trokitje,

t’i fal, o udhetar,

te gjitha c’kam fituar.

 

***

 

 

 

 

 

Il nostro pane quotidiano

 

Sei venuta vicina e m’hai detto:

t’ho mangiato il cuore!

Io chiusi gli occhi

e mischiai i sogni.

Guardo come sanguina il mio cuore

tra le tue labra di carne e luce.

Buon appetito, amore.

Ma ora, ora non mi dici

senza cuore, come amarti?

Tu hai detto due parole,

gettasti una pietra:

t’ho mangiato il cuore

e io insanguinata conto

i cerchi dei sogni.

Lo sai: il mio cuore

il tuo cuore ha frantumato,

cola il sangue

come i semi di melograno, plick-plick.

Tu hai detto: t’ho mangiato il cuore,

quando io poveretto avevo divorato il tuo.

Era tempo di lutto

e i cuori si sono fatti pane quotidiano.

 

 

 

 

 

Buka jone e perditshme

 

Ti erdhe prane dhe me the:

Ta hengra zemren!

Une mbylla syte

dhe shpleksa endrren.

Shoh si pergjaket zemra ime

ne buzet e tua prej mishi dhe drite.

Te befte mire, e dashur.

Po tani, tani a s’me thua

pa zemer, si mund te te dua?

Ti the dy fjale,

hodhe nje gur:

Ta hengra zemren

dhe une i pergjakur numeroj

rrathet e endrres.

E di: zemra ime

zemren tende e ka bere cope e cike,

kullon gjaku prej saj

si kokrrat e sheges, pike-pike.

Ti the: Ta hengra zemren,

kur une fatziu e kisha sosur tenden.

Ishte koha e zise

dhe zemrat na u bene buka jone e perditshme.

 

 

 

 

(Traduzioni dall’albanese di Anila Resuli)

 

 

 

 

*

 

 

Xhevahir Spahiu è nato nel 1945 in un paesino della città di Scrapari, Albania. Nel 1967 si laureò in Lettere Albanesi all’Università di Tirana. Da allora è un insegnante di Lettere Albanesi, giornalista, poeta e scrittore.Dal 1993 al 1998 fu segretario dell’associazione “Artisti e scrittori albanesi”Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue.

Opere:

Mëngjes sirenash (1970) – “Mattina delle sirene” ; Ti qytet i dashur (1973) – “Tu, città amata” ; Vdekje e perendive (1977) – “La morte degli dei” ; Dyer dhe zemra të hapura (1978) – “Porte e cuori aperti” ; Bashkohësit (1980) – “Coetanei” ; Agime shqiptare (1981) – “Albe albanesi” ; Zambakët e Mamicës (1981) – “I gigli di Mamica” ; Kitaristët e vegjël (1983) – “I piccoli chitarristi” ; Nesër jam aty (1987) – “Domani sono lì” ; Heshtje s´ka (1989) – “Non c’è silenzio” ; Dielli i lodrave (1990) – “Il sole dei giochi” ; Poezia shqipe (1990) – “Poesia albanese” ; Kohë e krisur (1991) -”Tempo infranto” ; Ferrparajsa (1994) – “Inferno Paradiso” ; Pezull (1996) – “Sospeso” ; Rreziku (2003) – “Il pericolo” ; Poezi të zgjedhura: 1965-2000 (2006) – “Poesie scelte: 1965-2000“.

Posted by: kolibris | January 5, 2009

Barbara Korun tradotta da Anila Resuli

V črni poletni noči

 

v črni poletni noči

sem šla na vrt

utrgat rožo zate

 

borila se je dolgo

z vsemi svojimi trni

šuštela z listi

 

zdaj čakam

ob oglu hiše

da prideš

 

čutim

kako drhti

v rokah

kako v temi

izteka njena

črna vroča kri

 

 

 

 

*

Sulla notte nera dell’estate

 

Ho fatto un passo fuori in giardino

per cogliere un fiore per te -

 

lui ha scosso le sue foglie sul mio volto,

respingendomi testardo,

graffiandomi con le sue spine.

 

Ora ti aspetto

all’angolo della casa,

me ne sto ferma lì

 

e sento

la rosa tremare

nella mia mano,

è calda, sangue nero

fuoriesce

nell’oscurità.

 

*

 

 

 

 

Dva boga

I.

 

ta bog prihaja

težek in ogromen

izpod v oddaljenost

odmaknjenega neba

mogočen angel

angel s sulico

mi šepeče

sklonil se je svetleč

in mi šepeče

 

vsa ta pot

toliko let zapravljenih

izgubljenih uničenih

vse za ta hip

ta edini

ko ti šepečem

nič si nič

prah

in te ljubim

ljubim te

 

angel

angel s sulico

prebada

moje

žareče srce

 

 

II.

 

ta bog

domuje v temnem

prihaja od spodaj

od znotraj

iz zlatih gub

iz temnih razpok

prihaja z valovanjem

obžarjen

s svetlobo sveč

tankih kot las

 

ta bog

domuje v svetih

podzemnih rekah

v minljivih glasovih

ki se z zaupanjem

vzpenjajo

naravnost

v nebo

 

z najrahlejšim dihom

s sapico komajčutno

mi govori

 

 

*

 

 

 

 

Due Dei

 

I.

 

quel dio viene

pesante ed enorme

spinto così lontano

dal paradiso

angelo potente

un angelo con un germoglio

bisbigliando nel mio orecchio

si è piegato sopra me, splendendo

e mi bisbiglia

 

tutta questa strada

così tanti anni passati

perso distrutto

tutto quello che hai è questo momento

questo solo

quando ti bisbiglio

sei niente niente

polvere dimenticabile

e ti amo

Ti amo

 

angelo

angelo con un germoglio

perfora

il mio cuore bruciante

 

 

II.

 

questo dio

dimora nell’oscurità

viene da sotto

da dentro

dagli abiti dorati di icone

dalle nervature scure

viene pulsando

illuminato sopra

da candele

sottili come capelli

 

questo dio

abita nei santi

fiumi sotterranei

nelle voci momentanee

e con fede

sorge

direttamente

nel cielo

 

con un respiro fragile

con la brezza più soffice

mi parla

 

*

 

 

 

 

Mljet

potem je soba. bela soba.

stene, pobeljene z apnom, lesena tla, bele oknice.

samo postelja je v tej beli, prazni sobi.  v kotu ob steni

dva nahrbtnika. skoz šoroko odprto okno vdira vonj po 

borih.

 

v tej sobi je postelja.

ležita v njej. vročina, še čričrikanje je zamrlo.

kakšna modrina neba! oba pogleda se utapljata v njej.

telesi se dotikata z nogami, z boki, z rokami, s srcem.

s pogledom ne. pogled je v modrini, v neskončnem.

tako se sprijemata duši, tako gresta druga k drugi.

pod kožo in še globje. te pokrivam, vsega? sem tvoje

varno zavetje? v tišini, v molku hitita duši po nevidnih

bleščečih nitih druga v drugo. v mlečnem zraku sobe

mavrični vzorci, eksplozija najbolj nežnih barv.

kaj je še mehkejše od blazinic tvojih prstov? kakšen okus

imajo tvoje ustnice, zdajle? daj, da okusim tvoj utrip srca,

božam šum krvi po žilah, poslušam ritem toplega dihanja

ure in ure, nepremična v tišini.

 

v tej beli opoldanski svetlobi se razlomi svet.

vse, vse se izbriše, samo tvoja bližina je zmeraj bližja,

je zmeraj bolj tu. tudi strah me je, ja, tako silovito je,

tako je treba pazit, da te ne ranim, da se ne ranim.

počasi, ne mudi se. ni več časa, ni več prostora, samo

ti. tako se je razprlo morje pred mojzesom. tako se mi

razpira svet . vse, kar je, utripa v tvojem telesu, v tvojem

srcu. naj bom še bližje, naj bom čisto v tebi, ti.

 

in potem čudeži. z besedami in dotiki me spustiš na

svojo jaso, obsijano z luno. lahko brodim po podrastju

tvojega mednožja, se zatečem v mehko gnezdo popka.

treba je oblizat tvoje pazduhe kot komaj rojene srne.

z jezikom ščegetat ušeska, z jezikom vrtat v školjkino

srce. sladki srhi stresajo tudi moje telo. čutim vsako

tvojo zaznavo, vsako tvojo misel. opna samote se

predre in zalije me val tvojega soka.

 

poglej, kako se razveselim tvojih nožnih palcev!

raskave kože pet! kakšno čudovito igrišče je tvoje telo!

na vsakem koraku naju čaka presenečenje. kot otroka

sva, kot otroka v neskončnem morju drugega. ni še strahu.

ni še sramu. vse je eno: ti, jaz, morje. morje.

 

*

 

 

 

 

Stanza bianca

 

Una stanza, allora, una stanza bianca,

pareti luminose lavate di calce,

pannelli bianchi, pavimento di legno nudo;

c’è un letto in questa stanza vuota

e, nell’angolo lontano, due sacchi d’immondizia.

Attraverso la finestra completamente aperta

irrompe l’odore dei pini.

 

Il canto delle cicale che volano via.

Un letto in questa stanza, questa stanza bianca,

una coppia è seduta scomposta là in veste bianca,

guardando verso il cielo così blu loro

stanno annegando nella distanza.

Piedi, anche, i cuori stanno toccando -

ma i loro occhi sono girati verso

l’alto azzurro, sono rapiti nell’infinito.

Ciò è come tocco di anime,

come vanno l’un l’altro

sotto la pelle e più profondo ancora.

 

Ti copro, tutto intero?

Trovi riparo, qui?

 

Qui nella quiete, anime nel loro silenzio

uno verso l’altro, legati

in filamenti di luce.

Ci sono modelli dell’arcobaleno

sul soffitto latteo,

esplosioni morbide di colore.

 

C’è qualche cosa di più morbido delle punte delle tue dita?

Che sapore hanno le tue labbra?

Lasciami assaggiare il battito del tuo cuore, lasciami

sentire il flusso del sangue nelle tue vene.

Mi fermerei qui per ore

immobile nel silenzio,

appena ascoltando.

 

Il mondo si rompe nello spazio bianco del mezzogiorno.

Tutto si ritira, soltanto la tua prossimità

è mai più vicina, mai più presente e sì,

ciò è potente, sì, io sono troppo impaurita;

sto così attenta

per non ferirti, per non ferirmi.

 

Lentamente ora, nessuna necessità d’affrettare,

il tempo si ritira, lo spazio cade lontano,

ora ci sei solo tu.

Come questo, l’apertura del mare prima di Mosè.

Come questo, l’apertura del mondo prima di me.

Tutto quello che pulsa nel tuo corpo,

che batte nel tuo cuore.

Lasciami essere ancora più vicina, lasciami

essere profondamente, interamente dentro di te. Lasciami essere te.

 

Ed allora, il miracolo. Con una parola, un tocco,

tu mi accetti sotto la tua ombra lunare.

Posso guardare attraverso il sottobosco del tuo inguine,

riposare nel nido molle del tuo ombelico,

posso leccare la cavità delle tue braccia come un cervo lecca il suo cucciolo,

posso colpire le tue orecchie piccole,

posso perforare la mia lingua nelle spirali del tuo cuore.

Brividi dolci agitano il mio corpo, anche,

posso assaggiare ogni tua percezione, ogni tuo pensiero.

La membrana della solitude si allarga e scoppia,

sono sommersa nelle tue onde.

 

Che campo da gioco meraviglioso, il tuo corpo,

una sorpresa ad ogni punto. Siamo come bambini

che giocano a vicenda, che giocano nel mare infinito.

Nessun timore ancora. Nessuna vergogna ancora.

Tutto qui è uno: tu stesso, io stessa, il mare, il mare.

 

*

 

 

 

 

Sodihanje

lahko mi

sežeš v telo

kamorkoli

globoko

kolikor moreš

v užitku

in bolečini

se ti izmaknem

ne morem

se izmuzniti

v jeziku

v besedah

tu

me vdihuješ

vdihneš

popolnoma

 

*

 

 

 

 

Respirando insieme

 

Puoi

raggiungermi

dovunque

in profondità come puoi;

 

nel piacere,

nel dolore

slitto via

da te;

 

nella lingua,

nelle parole,

qui

stai respirando

dentro me, mi inali

interamente.

 

*

 

 

 

 

Rojstvo angela

 

Porodila sem ga iz bule na prsih, iz tretje dojke. Dolgo sem ga skrivala

za šali in rutami. Potem je prišlo. Bolelo je. Tisti, ki s svojimi

štirioglatimi prsti iz kamnov lušči oblike duš, mi je pomagal.

Potem sem videla majhno, za pest veliko bitjece, po vsem telesu pokrito

z belim, zlepljenim puhom. Posušiti se mora, je rekel in ga ogreval s

svojimi velikimi prsti. Posušilo se je in zdaj se je videlo, da je bitje

zavito v krila, dosti večja, kot je samo. Ampak ni živelo, ni hotelo, ni

moglo. Kot privid, kot morska pena nama je strašljivo hitro kopnelo iz rok.

 

 

 

 

Nascita di un angelo

 

Ho dato alla luce da un gonfiamento sul mio seno, il mio terzo seno,

desideri nascosti sotto le sciarpe e gli scialli. Fa male come è venuto. Lui

mi aiutò con le sue grandi mani, lui che sbuccia i volti delle anime.

Ho visto un piccolo essere, formato di un pugno, coperto dappertutto,

bianco ed appiccicoso. Prima dovete lasciarlo asciugare, egli disse,

scaldando la creatura fra le sue dita grandi. Posso vedere come

questo essere molto piccolo è stato mosso con ali molto più grandi

di lui stesso. Non ha vissuto, lui non potrebbe, lui non ha desiderato vivere.

Una visione, mare-gomma piuma, si è fusa nelle nostre mani.

 

 

 

 

Traduzioni di Anila Resuli dall’inglese

 

 

*

 

Barbara Korun, nata nel 1963 a Ljubljana, è tra le figure principali nella generazione dei poeti contemporanei in Slovenia. È l’autore di Ostrina Miline (`il bordo di tolleranza’, Mladinska Knjiga, 1999), col quale ha ricevuto il premio nazionale per la prima opera edita.

Le sue poesie sono state pubblicate in molte antologie e riviste, in dodici lingue.

Lavora nelle case editrici delle pubblicazioni letterarie Apokalipsa e NOVA Revija.

Posted by: kolibris | January 7, 2009

Marcella Brancaforte

Auguri di Marcella Brancaforte

 

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Posted by: kolibris | January 7, 2009

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Posted by: kolibris | January 15, 2009

Thomas Kinsella, Notes from the Land of the Dead

A snake out of the void moves in my mouth, sucks
a triple darkness. A few ancient faces
detach and begin to circle. Deeper still,
delicate distinct tissue begins to form,

 

hesitate, cease to exist, glitter again,
dither in and out of a mother liquid
on the turn, welling up from God knows what hole.

Dear God, if I had known how far and deep,
how long and cruel, I think my being
would have blanched, appalled.

How artless,
how loveless I was then! O dear, dear God,
the times I had in my disarray – cooped up
with the junk of centuries! The excitement,
underlining and underlining in that narrow room!
– dust (at that remained of something) settling
in the air over my pleasures.

Many a time
I have risen from my gnawed books
and prowled about, wrapped in a long grey robe,
and rubbed my forehead; reached for my instruments
– canister and kettle, the long-handled spoon,
metal vessels and delph; settled the flame,
blue and yellow; and, in abstracted hunger,
my book propped before me, eaten forkfuls
of scrambled egg and buttered fresh bread
and taken hot tea until the sweat stood out
at the roots of my hair!

Then, getting quietly ready
to go down quietly out of my mind,
I have lain down on the soiled divan
alert as though for a journey
and turned to things not right nor reasonable.
At such a time I wouldn’t thank
the Devil himself to knock at my door.

*

The key, though I hardly knew it,
already in my fist.
Falling. Mind darkening.
Toward a ring of mouths.
Flushed.
Time, distance,
meaning nothing.
No matter.

*

I don’t know how long I may have fallen
in terror of the uprushing floor
in my shell of solitude
when I became aware of certain rods of iron
laid down side by side, as if by giants,
in what had seemed the solid rock.
With what joy did I not hope, suddenly,
I might pass through unshattered
– to whatever pit! But I fell foul at the last
and broke in a distress of gilt and silver,
scattered in a million droplets of
fright and loneliness…

So sunless.
That sour coolness… So far from the world and earth…
No bliss, no pain; dullness after pain.
A cistern-hiss… A thick tunnel stench
rose to meet me. Frightful. Dark nutrient waves.
And knew no more.

When I came to,
the air I drifted in trembled around me
to a vast distance with sighs
– not from any great grief, but disturbed
by countless forms drifting as I did,
wavery albumen bodies
each burdened with an eye. Poor spirits!
How tentative and slack our search
along the dun shore whose perpetual hiss
breaks softly, and breaks again,
on endless broken shells! Stare as we will
with our red protein eyes, how few we discover
that are whole – a shell here and there
among so many – to slip into and grow blank!
Once more all faded.

I was alone,
nearing the heart of the pit,
the light growing fitfully more bright.
A pale fume beat steadily through the gloom.
I saw, presently, it was a cauldron:
ceaselessy over its lip a vapour of forms
curdled, glittered and vanished. Soon I made out
a ring of mountainous beings, staring upward
with open mouths – naked ancient women.
Nothingness silted under their thighs
and over their limp talons. I confess
my heart, as I stole through to my enterprise,
hammered in fear.

And then I raised my eyes
to that seemingly unattainable grill
thorough which I must return, carrying my prize.

*

How it was done – that that pot should now
be boiling before you… I remember only snatches.
It must have been with utmost delicacy.
I was a mere plaything.

But perhaps
you won’t believe a word of this.
Yet by the five wounds of Christ
I struggled toward, by the five digits
of this raised hand, by this key
they hold now, glowing, and reach out with
to touch… you shall have…

– what shall we not begin
to have on the
count of

Un serpente uscito dal vuoto mi si muove in bocca, succhia
triplicate oscurità. Pochi volti antichi
si distaccano e prendono a girare. Più profondamente ancora,
fragile tessuto differente comincia a formarsi,

 

esita, cessa di esistere, scintilla nuovamente,
entra ed esci tentennando da un liquido materno
sul punto di cambiare, affiorando da Dio sa che fossa.

Mio Dio, se avessi saputo fino a che punto e a fondo,
quanto a lungo e crudelmente, penso che il mio essere
sarebbe sbiancato, atterrito.

Quant’ero ingenuo,
privo d’amore allora! Oh, mio Dio, mio Dio
che momenti vivevo nel mio caos – stipato
delle cianfrusaglie dei secoli! L’eccitazione,
che sottolineava e sottolineava in quella stanza stretta!
– polvere (tutto ciò che restava di qualcosa) sistemando
nell’aria i miei piaceri.
Più volte
mi sono alzato dai libri rosicchiati
e ho vagato, avvolto in una lunga veste grigia,
e mi sono sfregato la fronte; e ho teso le mani ai miei strumenti
– barattolo di latta e bollitore, il cucchiaio dal manico lungo,
recipienti di metallo e lega; ho regolato la fiamma,
blu e giallo; e, con una fame astratta,
e davanti il libro, ho mangiato forchettate
di uova strapazzate e pane fresco imburrato
e preso tè caldo finché il sudore si formava
alla radice dei capelli!
Poi, ritrovandomi tranquillamente pronto
a scivolarmi in tutta calma fuori dalla mente,
mi sono steso sul sudicio divano
attento come quando parti per un viaggio
e volto a cose né giuste né ragionevoli.
In un simile momento non avrei ringraziato
il diavolo in persona di bussare alla mia porta.

*

La chiave, anche se la conoscevo a malapena,
già nel pugno.
Cadendo. La mente si oscurava.
Verso un anello di bocche.
Inebriato.

Tempo, distanza,
senza più senso.
Che importa.

*

Non so quanto a lungo possa essere caduto
terrorizzato dal brusco sollevarsi del pavimento
nel mio guscio di solitudine
quando mi accorsi di certe sbarre d’acciaio
disposte fianco a fianco, come da giganti,
in quella che era sembrata roccia solida.
E con quanta gioia non sperai, all’improvviso,
che sarei potuto uscirne indenne
– verso che pozzo! Ma caddi goffamente infine
e mi sfeci in un’angoscia d’oro e argento,
sparso in un milione di goccioline di
spavento e isolamento…

Così privo di sole.
Quell’aspra freddezza… Così lontano dal mondo e dalla terra…
Non gioia, né dolore; grigiore dopo il dolore.
Un sibilo di cisterna… Un denso fetore di tunnel
si levò ad incontrarmi. Spaventoso. Scure onde nutrienti.
E persi conoscenza.
Quando rinvenni,
l’aria che mi trascinava tremolava attorno
a perdita d’occhio singhiozzando
– non per grande afflizione, ma disturbo,
da innumerevoli forme alla deriva come me,
ondosi corpi albumosi
ognuno gravato d’un occhio. Poveri spiriti!
Com’è fiacca e incerta la nostra ricerca
lungo la riva grigio-bruna il cui sibilo perpetuo
si spezza dolcemente, e poi ancora,
su infiniti gusci rotti! Guarda come noi desideriamo
con questi proteici occhi rossi, così pochi ne scopriamo
ancora interi – un guscio qua e là
tra così tanti altri – a scivolare dentro per vuotarsi!
Di nuovo tutto dissolto.

Ero solo,
avvicinandomi al cuore del pozzo,
la luce si faceva a intermittenza più brillante.
Un pallido vapore pulsava nell’oscurità incessantemente.
Vidi, in quel momento, che era un calderone:
continuo sull’orlo un vapore di forme
a spirale, luccicava e svaniva. Subito scorsi
un anello di esseri enormi, con gli occhi al cielo,
le bocche spalancate – vecchie donne nude.
Parole inutili stipate sotto le cosce
e i molli artigli. Confesso
il mio cuore, mentre andavo furtivo all’impresa,
mi martellava in petto di paura.
E poi alzai lo sguardo
a quella grata all’apparenza irraggiungibile
che dovevo varcare per tornare, trasportando il mio premio.

*

Che aspetto aveva – quel pozzo adesso starà
bollendoti davanti… Ricordo solo gli strattoni.
Con la massima delicatezza credo.
Ero un giocattolo soltanto.
Ma forse
tu non crederai a una parola.
Eppure per le cinque ferite di Cristo
lottai per proseguire, per le cinque dita
di questa mano alzata, per questa chiave
che ora tengono, ardente, e con cui si allungano
a toccare… avrai…

– Cosa non cominceremo
ad avere, sul
conto di

Thomas Kinsella, Notes from the Land of the Dead, Carcanet, Manchester 1972

in uscita a febbraio nella collana di poesia irlandese “Snáthaid Mhór” di Kolibris

La giuria di Kolibris, presieduta da Milo De Angelis e composta da Fabiano Alborghetti, Luca Ariano, Alessandro Assiri e Maria Rita Stefanini ha decretato i vincitori del Concorso di scrittura “L’amore è un cane che viene dall’inferno”, promosso dal Comune di Bellaria Igea-Marina
in collaborazione con l’Associazione Isola dei Platani, l’Associazione Agorà 2000 e la Casa Editrice Kolibris

Ho accettato con gioia l’invito di Chiara De Luca a presiedere questo Premio. Per la serietà, innanzitutto, di chi l’organizza e per il valore della Giuria. E poi mi piaceva tornare a Bellaria, luogo leggendario delle mie estati di bambino. La lettura dei testi conferma la buona impressione di partenza. Trovo le parole di poeti che conosco: i limpidi stupori di Paola Loreto, la percezione del gelo di Sergio Rotino, l’inquietudine interrogante di Gianluca Chierici, l’assorta brevità di Caterina Camporesi, lo slancio spirituale di Alessandro Ramberti e altre cose significative sparse qua e là negli altri partecipanti. E ora aspetto il momento della Premiazione per ritrovare, insieme agli antichi luoghi, i poeti amici e i loro versi nell’emozione di un incontro.

Milo De Angelis


VINCITORI sezione A, poesia

1) Paola Loreto

2) Sergio Rotino

3) Caterina Camporesi

4) Gianluca Chierici

5) Alessandro Ramberti


SEGNALATI

Simone Molinaroli, Carla De Angelis, Narda Fattori, Stefano Leoni


MENZIONE DELLA GIURIA

Marco Carbone, Giovanni Catalano, Gianluca D’Andrea, Claudio Pagelli


La giuria ha invece deciso di non assegnare i premi per la sezione b) racconto breve e c) poesia via sms, in quanto gli elaborati pervenuti in redazione non sono risultati qualitativamente sufficienti 

I miei vivissimi complimenti vanno ai vincitori e segnalati

Un grazie a tutti i partecipanti per l’invio delle loro opere e per la collaborazione

La mia stima e gratitudine al Presidente Milo De Angelis, a Luca Ariano e Fabiano Alborghetti, ad Alessandro Assiri e Maria Rita Stefanini per il loro entusiasmo e la serietà con cui hanno svolto questo impegnativo lavoro

Chiara De Luca

Posted by: kolibris | January 19, 2009

Adel Karasholi

 

Seiltanz

 

Und also sprach Abdulla zu mir

Fremde ist zu deiner Rechten

Und zu deiner Linken ist Fremde

Denn du tanzt auf einem Seil

Und er sprach

Die Frage steht der Frage im Wege

Die Antwort der Antwort desgleichen

Denn du tanzt auf einem Seil

Und er sprach

Weder der Osten ist Osten

Noch der Westen Westen in dir

Denn du tanzt auf einem Seil

Und er sprach

Schliesse deine Augen

Und laufe so schnell du laufen kannst

Denn du tanzt auf einem Seil

 

Adel Karasholi

 

 

Danza sul filo

 

E così mi parlò Abdullah

L’ignoto è alla tua destra

E l’ignoto è alla tua sinistra

Perché stai danzando su un filo

E disse

La domanda è d’intralcio per la domanda

Così pure la risposta per la risposta

Perché stai danzando su un filo

E disse

Né l’Oriente è Oriente

Né l’Occidente è Occidente dentro di te

Perché stai danzando su un filo

E disse

Chiudi gli occhi

E corri più veloce che puoi

Perché stai danzando su un filo

 

 

Traduzione di Lorenzo Mari

 

 

Die Brücke

 

Und also sprach Abdulla zu mir

Auf der Minze bewegt es sich

Auf dem Felsen bewegt es sich

Unter der Brücke bewegt es sich

Dieses Licht der Liebe

Und er sprach

Die Minze erblüht in der Minze

Der Fels ruht im Felsen

Die Brücke dehnt sich aus in der Brücke

Und in der Kinderheit wurzelt die Wurzel

Ich aber sprach

Das Licht wirft mich in die Minze

Die Minze lässt mich erblühen im Felsen

Der Fels verwurzelt mich in der Brücke

Und die Brücke dehnt sich aus

Von Meridian

Zu Meridian

 

Adel Karasholi

 

 

Il ponte

 

E così mi parlò Abdullah

Sulla menta si effonde

Sulla roccia si effonde

Sotto il ponte si effonde

La luce dell’amoreE disse

La menta fiorisce nella menta

La roccia riposa nella roccia

Il ponte si estende nel ponte

E nell’infanzia mette radici la radice

Io però ribattei

La luce mi proietta nella menta

La menta mi fa fiorire nella roccia

La roccia mi radica nel ponte

E il ponte si estende

Da meridiano

A meridiano

 

 

Traduzione di Lorenzo Mari

 

 

adel_karasholi_press

Adel Karasholi è nato nel 1936 a Damasco. All’età di quattordici anni le sue prime poesie furono pubblicate e trasmesse da Radio Damasco. Da giovane poeta, ha iniziato a studiare la letteratura mondiale e si è interessato particolarmente alle opere teatrali di Berthold Brecht. Nel 1953 ha fondato una rivista di arti e letteratura, che fu subito bandita dalle autorità del presidente nazionalista Al-Chichakly. Successivamente, ha lavorato come tipografo, è diventato curatore letterario, ha scritto per Syrian Radio ed è diventato capo dello staff redazionale di un programma radiofonico per studenti. Nel 1957 divenne il membro più giovane della rinomata Arab Writers Association, di orientamento marxista. Nel 1959 l’associazione fu bandita e i suoi membri dovettero fuggire dalla Siria.

 

Passando per Beirut, Monaco e Berlino-Ovest, Karasholi si stabilì finalmente a Lipsia nel 1961, dove conquistò i primi successi durante la cosiddetta “poetry wave” nella Germania orientale. Nel 1968 la sua raccolta di poesie arabe Wie Seide in Damascus (Come seta a Damasco), uscì in traduzione tedesca, curata da lui stesso. In quanto beneficiario di una borsa di studio, ha studiato Letteratura e Arti drammatiche al „Johannes-R.-Becher-Institute“ di Lipsia, dove, nel 1970, ha ottenuto il dottorato sul teatro di Brecht. Più o meno nello stesso periodo, ha iniziato a comporre poesie in tedesco.


Grazie a questa sua intensa passione per Brecht, gradualmente è giunto ad uno stile di espressione letteraria totalmente diverso. ” Ciò che Brecht ha scritto è più o meno il contrario di ciò che ho scritto in precedenza. Le mie poesie erano dense di emozioni e ricche di metafore. Nelle opere di Brecht ho trovato una poesia nuda, ma per me molto affascinante”. E’ stato proprio questo contrasto ad avere un impatto decisivo sulle opere successive di Karasholi.


Nel 1978, ha pubblicato il libro Umarmung der Meridiane (L’abbraccio dei Meridiani), che conteneva poesie scritte esclusivamente in tedesco. A quel tempo Karasholi stava seriamente prendendo in considerazione la possibilità di tornare in Siria e ha cercato di formulare un inventario delle sue esperienze nella Germania dell’Est.


Tra il 1968 e il 1993 ha lavorato come docente all’Università di Lipsia e nel 1992 il premio “Adalbert-von-Chamisso” dell Accademia bavarese delle Arti. Nel 1992 ha preso la cittadinanza tedesca e dal 1993 lavora come scrittore freelance. Il suo libro di poesie Also sprach Abdullah (Così parlo’ Abdullah) è stato pubblicato nel 1995. In esso presenta le proprie osservazioni dialettiche sull’ambiente circostante sotto forma di sofismi arabi.


Tra il 1997 e il 2002 Adel Karasholi è stato presidente della Writers Association di Lipsia. Vive tuttora a Lipsia.

 

Opere in lingua tedesca


Wie Seide aus Damaskus , Berlin 1968

Umarmung der Meridiane, Halle 1978

Brecht in arabischer Sicht, Berlin 1982

Meine Geliebte kommt, Berlin 1983

Daheim in der Fremde, Halle 1984

Der Weinberg Erde, Leipzig 1986 (insieme a Joachim Jansong)

Wenn Damaskus nicht wäre, München 1992

Also sprach Abdullah, München 1995

Wie fern ist Palästina?, Leipzig 2003

Wo du warst und wo du bist, München 2004

 

 

Posted by: kolibris | January 19, 2009

Roberto De Luca, Insospettabili ombre

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ROBERTO DE LUCA, Insospettabili ombre, Pendragon, Bologna 2008

pp. 253, € 15

 

 Da dove le lacrime non esistono

 di Chiara De Luca

 

Insospettabili ombre di Roberto De Luca, pubblicato da Pendragon nel dicembre 2008 è un libro che vale la pena di leggere, che si distingue, identifica e che resta, in un ambito, quello del thriller e del poliziesco, molto frequentato e popolare, in cui è pertanto difficile riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo in modo efficace. Nella sua opera d’esordio, Roberto De Luca ci riesce con maestria, senza scivolare nelle numerose insidie presentate dal cimento nella narrativa di “genere”. Perché di fatto riesce ad aggirarne i cliché e le possibili semplificazioni banalizzanti.

Con un linguaggio diretto, ed essenziale, eppure elegante e mai scabro, con efficaci inserti di “burocratese” ad hoc e minuziose descrizioni di scorci ambientali e d’interni, De Luca disegna una intreccio di storie avvincente e ben congegnato, in cui tutti i fili si dipanano parallelamente, per poi intrecciarsi in una trama coinvolgente e trascinate, che tiene il lettore incollato alle pagine con il fiato sospeso fino alla rivelazione finale.

Difficile riuscire a inventare storie che non riverberino echi, a configurare delitti che non ne richiamino per associazione altri, personaggi che non ricalchino figure già presenti nell’immaginario collettivo. Anche in questo De Luca riesce egregiamente. Perché fin dalle prime pagine il lettore crede di conoscere senza ombra di dubbio il colpevole, e ne resta convinto fino a poche pagine dalla fine. Eppure un indizio, che già gli si era insinuato nella mente a sua insaputa, mina all’improvviso le sue convinzioni, divenendo certezza soltanto nelle ultime pagine, e smentendo quanto aveva creduto fino a quel momento.

Bello ed efficace l’alternarsi di piani di realtà cronologicamente distanti, i flash back sul passato di dolore del protagonista maschile Luca De Robertis e della protagonista femminile Marica, il veloce succedersi delle ambientazioni nel passaggio dal luogo del delitto a quello delle indagini, che arrivano spesso a coincidere, ma vengono fissati e di volta in volta ri-caratterizzati da punti di vista differenti. L’obiettivo di De Luca si muove senza posa, focalizzando di in volta scorci d’interni (la caserma, l’abitazione della serial killer, l’ufficio di De Robertis) e strade di Bologna e dei suoi dintorni, effettivi o rielaborati nella fantasia, eppure in entrambi i casi così reali, inquadra velocemente la Stazione ferroviaria e i treni regionali malmessi e malvissuti dai pendolari; la montagna dove De Robertis si rifugia, senza tuttavia mai poter abbandonare mentalmente il luogo del delitto; le piste ciclabili su cui ragiona e sbroglia i fili pedalando in una solitudine cui non consente alla propria stessa vita privata di accedere; l’ospedale dove solo una gamba fuori uso riesce a tenerlo buono per un po’.

Tutti i personaggi sono ben costruiti, coerenti, vivi. De Luca ci offre uno spaccato vivace e realistico della vita e dell’attività dei membri dell’Arma dei Carabinieri, come il simpatico Carmine Apostolitano, sorta di Watson o braccio destro au pair di De Robertis, o il severo Maresciallo (donna) Falcone, che con il suo arrivo porta lo scompiglio nella realtà provinciale di Castel San Petronio. De Luca, con evidente cognizione di causa, ne mostra di volta in volta il lato più umano e a noi vicino, la passione nello svolgimento del proprio mestiere/missione, ma anche le debolezze e le manie. Così come descrive abilmente e ci avvicina l’inquietante protagonista femminile, la serial killer Marica e le sue vittime, tutte incolpevoli al di fuori della professoressa di francese che le ha definitivamente sottratto l’infanzia, provocandole quell’indelebile “livido dell’anima” che con la violenza Marica s’illude di poter sanare, per lavare via col sangue l’antico “pianto senza lacrime, un pianto che veniva da dentro, da dove le lacrime non esistono”.

La protagonista femminile Marica è indagata con grande acume e capacità di penetrazione psicologica, nel tentativo di dare un nome al male, di trovare motivazioni razionali/ragionevoli all’irrazionale della furia omicida, di fornirne spiegazioni, senza tuttavia tentare di trarne alibi né giustificazioni, con un raro ed equilibrato distacco oggettivo

Lo stesso avviene per l’altra protagonista femminile, la professoressa di francese, che da carnefice si trasforma in vittima e poi, paradossalmente, mediante la sofferenza indottale dalla stessa Marica, in carnefice ancora.

Impossibile infine non partecipare al destino di De Robertis, non lasciarsi coinvolgere dalla sua caparbietà e ostinazione, dalla sua avversione per l’indagine scientifica quando da elemento coadiuvante la si voglia trasformare in surrogato dell’indagine tradizionale, tentando l’impossibile impresa di sostituire la chimica al ragionamento, il luminol allo scavo psicologico.

Sono poi le critiche di de Robertis alla realtà edulcorata e idealizzata presentata dalle varie fiction dedicate alle forze dell’ordine, le sue tirate ironiche sugli sprechi comunali e il trash televisivo, la sua tendenza all’autocritica e all’auto ironia e la sua attitudine socievole e burbera insieme a fare di lui un eroe “normale”, con i suoi difetti e tutta la forza della sua straordinaria umanità. È attraverso i suoi occhi che vediamo sfilare i vari personaggi “minori” (come la donna dei cani o l’anziano padre, o le vittime di Marica), appena tratteggiati da poche pennellate che rallentano la corsa delle indagini, eppure fissati in un istante nella loro unicità e autenticità.

 Un bel libro dunque, che non ti lascia uguale. Da leggere di getto, assecondandone il ritmo, ora precipitoso ora franto, riflettendo su come una singola azione possa generare conseguenze devastanti, che si riverberano negli anni e si moltiplicano, in un effetto a catena inarrestabile.

E su come il passato talvolta non possa essere davvero sepolto né redento, ma sia in grado di tornare proprio quando ci si credeva al sicuro.


Roberto De Luca è nato a Mondragone (CE) nel 1968, ma è cresciuto e vive in Toscana. A diciotto anni si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri, iniziando il suo pellegrinaggio in Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna.

Attualmente presta servizio alla Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna con il grado di Matesciallo Capo.

Insospettabili ombre è il suo primo romanzo.

Posted by: kolibris | January 21, 2009

SESSO SUBITO

di Chiara Daino

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Non vi piacerà.

Il “fuori programma”, fuori controllo e fuori dai denti. A fior di canino. E non vi piacerà. Ve lo assicuro. Non vi piacerà sapere come vi vedo. Come vi vivo. Come quando mi stanco: di sentire. Le solite [ sottili? ] allusioni sessuali. Sono passati: anni due [ poco più ] dal TotoDaino. Da quel quando, quale cambio di cornice? Il quadro è sempre lo stesso. Cambia solo il CHI ritratto. E ieri. Collaboro con Massimo Sannelli = scopo Sannelli/Sannelli mi scopa [ a seconda del rapporto di “potenza” stabilito dal soggetto sparlante ]. E oggi. Collaboro con Daniele Assereto = scopo Assereto/Assereto mi scopa. E domani. Collaboro con Cristina Babino [ e si scatenino le più turpi teorie, prego: un poco di parità! ].

 

E ancora: avoco. Reclamo rispetto. Per la pagina e per il palco. E quale dire “adulto”? Quando sento [ ricordate: si riporta, si riFerisce. Sempre. Ogni mondo è un mondo piccolo]: « la Daino? Ma lo sai che la Daino è stata la donna di… [ segue nominativo/copula del poeta ] ». Al di là che preferirei solo “Daino” o “La Dama” – per un personale puntiglio e una particolare passione per il suono – è questo il programma? Così si manifesta la vostra poetica? [ Sì, sono le cosiddette “persone di cultura/controcultura/avan cultura”, l’intellighenzia dell’Italia: sì, così si concentra/si concentrano. Pari impegno profuso: per la Striscia di Gaza e per lo Struscio di Dama… ].

 

 E ancora: vi guardo. Fisso. Come un gatto. E Gatto sceglie, non è mai scelto. E allora: vi guardo. Fisso. È così importante il maschio che MASTICO E SPUTO? E allora invoco: un diritto privato. Saranno strafatti/strafalli miei il dove/come stendo le pelli? E ripeto: NON I PIACE chi ne ha detto/chi ne dice [ sono spazi segreti/secreti ]. Non mi piace. Passare di bocca in bocca. [ Scegli bene l’orecchio a cui raccontare la tua“tacca”]. E allora revoco: mi ritiro. Dal perverso gioco: guerra di galli… Annusatevi e “leccatevi il culo” a vicenda. Dite e maledite. Io [ come canta e fonda Francesco ] « di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo ».

 

Ho da fare futuro. E sempre: vi fisso. Come un chiodo, come dirvi: come? Come posso crescere? Come dirvi: quale stella fissa. Seguire? Tutti maestri nell’esibire i genitali. E quali sono: i veri “attributi”? Certo è: la parola priapica si è diffusa. Proseliti del Circo: marchio e cerchio del “glorioso gotha”. E a cosa [ vi ] è valso leggere e leggermi? A cosa? Se prima di un reading poetico il rinomato poeta mi chiama per propormi/proporsi: « potremmo non presenziare e andare a scopare! » [ Salvo poi, post due di picche, porgermi il microfono per salvarsi la faccia(ta) e non sapere – non è il mio stile: tacere ]. A cosa, se l’eccelso [ mi ] dice: « La Merca è piena di pompe. È chiaro che ti chiedano pompe ». Ah sì? È chiaro? E Chiara? Chiara « dice di NO! » [ e cita i RATS – che Chiara non ha bisogno di citazioni colte per calzare una patina intellettuale/intellettiva…]

 

Brani della mia bio/biblio/grafia. Che solo mia non è. Non solo, almeno. Parlo di una generazione. Che vi guarda. Fisso. Parlo a voi, parlo di voi, di chi piange all’estero e picchia in patria. Parlo della violenza cieca. Quella non vista. E perpetuata. Dei massacri muti. Delle lente morti invisibili.

Parlo dei vostri alibi ben affermati, ben articolati: e siamo sempre e solo noi

[ autolesionisti/anoressici/amorfi e alcolizzati ]. E mai voi [ assassini/autoimmuni e autorizzati ].

 

Parlo di stupro. E allora non è più solo la mia storia. [ Non è mai così. Cambiano solo i dettagli – di una storia…]

Anni di psicologi/psicopompi a preconizzare la morte di qualcosa dentro. Di qualcosa che non avrebbe dovuto rinascere: la fiducia. Nel genere umano. Eppure: è risorta. Per me e per altre/altri. La fiducia nell’amico, nell’anima. Nell’Amico quando dice: « tieniti stretta la tua bellezza ». Nell’Anima quando ride e ti chiama Ecate. Per le torce cercate e accese. Per noi viandanti. Per le torce che carico: luce piena! Sto parlando di stupro. Non è abbastanza? È un male minore? È un passaggio obbligato? Almeno un poco non vi fate schifo? Adulti ex cathedra che vedete solo una bella fica? [ Sia io sia un’altra non importa. Il marchio è lo stesso ].

 

È un istinto naturale? È normale? E allora: ringrazio. Chi/cosa mi rese: pazza. Le vostre norme/normative sono: la nausea promessa. La nausea presente. E vi regge bene lo stomaco: per sostenere il pelo della vostra pochezza. Della vostra povertà. Perché è questa la vera povertà. E vi dite lo stesso: “a posto” con la coscienza [ triti nel totem, tronfio e tragico ]. E ancora: vi dite e ci dite il “come si deve”. E sprecate e stuprate: le persone e le parole. Di continuo. Perdete tempo e perdete umanità. Adesso basta! Esiste una differenza [ una diversa “natura sustanziale” ] tra lo stupro carnale e lo stupro verbale? E siete voi i chi che ci devono insegnare/ispirare? A scrivere, a vivere… Anche qui: poco importa. Per le nostre minute menti: quali mentori? Quali modelli? Fino a quando “chi scopa chi” – sarà più importante di “chi segue chi”: non credo, non vedo cambi di marcia. È sempre una questione “da mela”. E dimmela tutta: la verità. Parli di salvezza mentre vuoi riempirmi e chiudermi la bocca?

 

Non siamo giovenche. Solo giovani. E monta solo: la rabbia. E si monta: e chi *cavalca una cometa*? No, non potete saperlo. No, non è un critico sul solido piedistallo dello scaffale etico/estetico, ontologico/metafisico [ uno dei tanti che mandate a memoria per fugare/fuggire un qualsivoglia attestare non accreditato ]. Chi *cavalca una cometa*? No, non è la donna di. Non è l’uomo di. Chi *cavalca una cometa* è un solo nome. Di metallo. È solo un gruppo. E non: un gruppo solo. È l’anello di chi rifiuta l’arena. Di chi rigetta tutta: la vostra catena [ di passamano di passaparola], tutto il vostro spettacolo dei sessi. È il nome di chi rimette: al cesso e al cielo – chi postula principi e paupula parafrasi. E poi? Con picciuol perifrasi ti proclama puttana! E ne parliamo. Noi che siamo stanchi. Di leggervi dentro. [ Nulla di notabile, per giunta ].

 

E allora: è tempo. Di ricordarvi. E riferirvi: “la storia ha porte strette”. La Storia. Sono le persone DIETRO gli schermi. Sotto la maschera. La Storia. Cosa ci scrivete con lo sperma? Siamo tutti figli di falsi frutti? Quali mani ci date [ e dove? ] per crescere senza recidere [ le nostre vene ]? Quelle mani che. Vi lavate. [ Non è “cosa vostra”]. Quelle mani che. E levate: dai nostri destini un domani che duri. Solo lividi e lisergici. Ci lasciate: a noi, come eredi. Ci lasciate, per favore, a noi stessi? Ci lasciate in pace? No! Voi continuate. A lisciarvi e a stringervi le mani. Quelle mani che. Elevate come cazzi, come dirvi: che pena.

 

Quelle mani che: stringono la gola. Quelle mani tese per avere: sesso e subito. Quelle mani che vogliono domare e dominare. Quelle mani sporche, mani in pasta, mani lunghe, mani monche… Le vostre mani di fata! L’abile lavoro che fate. Mani sui coglioni: tasche e testicoli pieni. Troppo pieni: per trascendere? È un luogo comune? È una fossa comune. Dove ci volete. È un luogo comune? Sì. Banale. Eppure: continuiamo a dire. Adesso: basta! Siate pure. State pure nelle stanze del disimpegno. Nelle grandi latrine dei grandi letterati. Noi beviamo molto, noi non beviamo: dal vostro bicchiere. Noi non bruchiamo al vostro banchetto. Noi non beliamo le vostre bellezze.

 

Noi siamo davanti alle porte [ sempre chiuse ]. E sempre aspettare: fuori e dentro metafora.

Che qualcuno ci apra. Che qualcuno arrivi. Finché arriva. La sera [ ne basta una ]. Quella sera che ti stanchi. Di aspettare. E chiedi aiuto a un cameriere. Che ti apre la porta. E in quella taverna, in quella cantina: trovi tutti. I come te. Stanchi di aspettare. Che non sapevano più: dove andare, dove piagare le nocche. E si trovano. In quell’unica notte. E si ritrovano. Insieme. Alieni e alienati. Che hanno fatto delle loro croci i loro deltaplani. Per volare dove. È casa. Sempre aperta. Come la domanda [ di bimbi costretti al buio: « te lo dico dopo! »; « perché funziona così! »; « perché sì! »; « perché no! »; « perché te lo dico io! »; « perché *è inutile bussare, qui non aprirà nessuno*… » ].

 

E siamo qui. Ognuno con le sue ferite, ognuno con i suoi perché, ognuno con le sue piccole cose. A porte chiuse. E si spalanca il segno: il punto di luce. L’alter rogo di chi considera sacro: e il senso e il sesso.

E un ciondolo, un profilo di plettro. Inciso: rock. [ Qualcuno a Lipsia pensava ai miei suoni anziché ai miei talami ]. Rock. È scritto: e si stringe. Al petto: metallo fuso, medaglia al malore. E si evita il collasso. Rock. E si resiste. Insieme. Ora che si ha una spalla e un’altra e un’altra ancora: e per piangere. E per procedere. Lontano. Dal sesso subìto. Fallo o falloppio – giudicate pure ogni nostro sbaglio storico/sonoro/sistemico. Fallo o falloppio – rendiamo grazie alle mani bianche [ lontane dalla polvere delle di voi bianche nari ]. Lontano. Dal sesso subìto. Fallo o falloppio – poco importa. Siamo tutti stanchi del vostro sordido stupro. È tempo di dirvi che siete: fuori tempo. E fuori luogo. Tutti voi, tutto tu: alloro adulto. E ora? Anche tu. Nella molta misera schiera. Mettetevi tutti in posa e sorridete!

Una foto ricordo del male – per i figli a venire!

 

 

Chiara Daino

 

 

 

[ * vendere no. Non passa fra i miei rischi *

…………………………………………...

chiamatemi per nome

……………………………………………

 

*E SPUTATEMI ADDOSSO!* ]

 

 

Posted by: kolibris | January 23, 2009

Che spicchiamo il volo

di Chiara De Luca

su “La Voce di Romagna” del 23/01/2009

 

Si è conclusa in questi giorni la selezione delle opere vincitrici e segnalate nell’ambito di “L’amore è un cane che viene dall’inferno”, XI Concorso di scrittura amorosa bandito dal Comune di Bellaria Igea Marina
per volontà dell’Assessore Antonio Bernardi, in collaborazione con l’Associazione Isola dei Platani, l’Associazione Agorà 2000 e la neonata casa editrice bolognese  Kolibris.

La giuria di Kolibris, presieduta da Milo De Angelis e composta dai poeti Fabiano Alborghetti, Luca Ariano, Alessandro Assiri e Maria Rita Stefanini ha decretato vincitrice Paola Loreto (Bergamo). A seguire Sergio Rotino (Bologna), Caterina Camporesi (Savignano sul Rubicone), Gianluca Chierici (Lodi) e Alessandro Ramberti (Santarcangelo di Romagna). Segnalati: Simone Molinaroli (Pistoia), Carla de Angelis (Roma), Narda Fattori (Gatteo), Stefano Leoni (Folrì). Menzione di merito a Marco Carbone (Napoli), Giovanni Catalano (Palermo), Gianluca D’Andrea (Messina), Claudio Pagelli (Rovello Porro, Como).

La premiazione si terrà il 15 febbraio, alle 17:30 in luogo da destinarsi. I premi saranno offerti da Turismhotels, associazione degli albergatori di Bellaria Igea Marina. Le opere di vincitori e segnalati verranno pubbricate da Kolibris in un volume antologico che inaugurerà la collana di poesia italiana contemporanea “Germogli”.

Ma molte altre sono le iniziative della Casa Editrice Kolibris, che si propone di portare in Italia le voci di poeti contemporanei stranieri noti e meno noti, giovani e già affermati, nel tentativo di restituire dignità alla traduzione quale potente strumento di interscambio culturale e mutuo accrescimento, di stabilire nuove alleanze internazionali che favoriscano la collaborazione culturale tra diversi paesi, di creare nuove opportunità di diffusione della poesia, che esulino dagli ambiti normalmente frequentati dagli “addetti ai lavori”.

Patrocinata da Le Cultur@ctif (Svizzera), del Centro Europeo dei traduttori letterari di Seneffe (Belgio), della In lingua di Bologna, da N.T.L. (Il Nuovo Traduttore Letterario) di Firenze, dal Prüfungszentrum Goethe Institut e dalla Leit Motiv di Parma, dal Blog di Poesia del “Corriere della Sera”, a cura di Ottavio Rossani, Kolibris si avvale della collaborazione e consulenza di un Comitato di Redazione internazionale composto da traduttori e docenti universitari, poeti ed esperti di poesia.

Le prime collane di poesia straniera ad essere inaugurate a febbraio saranno la svizzera “Chamäleon”, con vertigine lieve di Sabina Naef e Nulla a tenermi di Jürg Halter e l’irlandese “Snáthaid Mhór“ (Libellula) con Appunti dalla terra dei morti di Thomas Kinsella e Un piccolo Libro d’Ore di John Deane.

Diversi sono i libri in catalogo, tra cui una selezione di poesie da Gigli di Mare e Disordini in cielo di John Barnie per la collana di poesia gallese, Diario di un ateo provvisorio e L’orologio di Linneo di Werner Lambersy; Il biglietto di pascal di Liliane Wouters e Il grido d’alba di Colette Nys-Mazure, per la collana di poesia belga, una selezione antologica di Jorge Carrera Andrade e una di Julio Cesar Aguilar per la collana ispanica.

Kolibris ha inoltre creato una fitta rete di spazi virtuali che si dipana dal sito http://ww.edizionikolirbis.eu ed è dedicata alla diffusione della poesia italiana e straniera contemporanea, alla segnazione di eventi e curiosità letterarie, alle sinergie d’arte, all’incontro.

Da febbraio sarà attiva una libreria virtuale dove sarà possibile acquistare i volumi con carta di credito (http://www.kolibrisbookshop.eu).

Nel tentativo di favorire quanto più possibile le occasioni di incontro e confronto, Kolibris organizza inoltre un corso di traduzione letteraria per l’editoria (http://corsoditraduzione.wordpress.com) in collaborazione con la Scuola di Lingue eruopee ed orientali T.W.Y.O, un seminario di scrittura creativa (http://seminariodiscrittura.wordpress.com) e un ciclo di presentazioni di libri in collaborazione con la Biblioteca multimediale del Quartiere San Vitale a Bologna e un ciclo di letture di giovani poeti emiliano romagnoli presso MelBook Store in Via Rizzoli a Bologna.

Ma… perché Kolibris? Perché il Italia la poesia è editorialmente bistrattata in quanto “prodotto difficilmente vendibile”. Di conseguenza, i grandi editori pubblicano pochi autori stranieri contemporanei, e comunque già innegabilmente affermati nel loro paese d’origine, o continuano a riproporre i classici in traduzioni per lo più datate. La promozione e diffusione della poesia contemporanea è pertanto affidata soprattutto alla piccola editoria, che – per via dei costi e sforzi aggiuntivi di traduzione e acquisizione dei diritti – si vede però spesso costretta a pubblicare pochissimi stranieri, oppure a “specializzarsi” settorialmente, ottimizzando gli sforzi.

Mentre la poesia non è né “prodotto”, né “operazione a perdere”, né fallimento editoriale in partenza come viene spesso considerata. Bensì linfa vitale, ragione d’agire, missione. Ma è anche un fiore delicato, che va porto, offerto, accompagnato, cui va dedicata una estrema cura, quella dei colibrì che si posano leggeri sui fiori contribuendo alla loro sopravvivenza e ri-generazione.

 

Chiara De Luca


 

Posted by: kolibris | January 24, 2009

Un amore felice/Happy Love

Un amore felice. È normale?

è serio? è utile?

Che se ne fa il mondo di due esseri

che non vedono il mondo?


Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,

i primi venuti fra un milione, ma convinti

che doveva andare così – in premio di che? di nulla;

la luce giunge da nessun luogo –

perché proprio su questi, e non su altri?

Ciò offende la giustizia? Sì.

Ciò infrange i principi accumulati con cura?

Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

 

Guardate i due felici:

se almeno dissimulassero un po’,

si fingessero depressi, confortando così gli amici!

Sentite come ridono – è un insulto.

In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,

quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano -

sembra un complotto alle spalle dell’umanità!

 

È difficile immaginare dove si finirebbe

se il loro esempio fosse imitabile:

Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,

di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,

chi vorrebbe restare più nel cerchio?

 

Un amore felice. Ma è necessario?

Il tatto e la ragione impongono di tacerne

come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.

Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.

Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,

capita, in fondo, di rado.

 

Chi non conosce l’amore felice

dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

 

Wislawa Szymborska

 

 

 

 

HAPPY LOVE

 

Happy love. Is that normal,

is that serious, is that useful–

what does the world get out of two people

who don’t see the world?

 

Lifted towards each other for no valid reason,

no different from a million others, but convinced

that it had to be thus–as reward for what? Nothing:

light falling from nowhere–

why on them and not on others?

 

Does this offend justice? Yes.

Does it upset solicitously piled principles,

does it upset morals? It does upset and topple them.

 

Look at these happy ones:

would they at least put on some disguise,

pretend a little despondency to sustain their friends!

Hear how they laugh–offensively.

The language they use–seemingly intelligible

As for those ceremonies, the fuss,

their fanciful reciprocal duties–

they look like a conspiracy behind humanity’s back!

 

It’s hard to predict the outcome

if their example could be followed.

What would sustain religions and poets,

what would be remembered, what abandoned,

who would wish to stay within its bounds.

 

Happy love. Is it necessary?

It’s tactful and sensible to ignore this scandal in Life’s higher spheres.

Fine babies are born without its assistance.

Never, never could it populate the earth,

given its rare occurence.

 

 

Let people who haven’t known happy love

insist it’s nowhere to be found.

With such faith it’ll be easier for them to live and to die.

 

 

Wislawa Szymborska

 

trans. Adam Czerniawski

 

 

Posted by: kolibris | January 25, 2009

La Spina Editore, di Danni Antonello

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                                                        dedicato  a  Maria Teresa  Guerrero (Maitè)

 

                                   congiunto alla


                      XVII edizione del Premio “Donna e Poesia”

L’Associazione “il Paese delle donne”, attiva dal 1985, promuove un Premio in 6 (sei) sezioni, per Autrici,

senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio.

Concorre materiale in italiano o plurilingue con una traduzione in italiano.

1) Saggistica (sezione A): opere edite;  

2) Narrativa (sezione B): opere edite; 

3) Tesi di laurea (sezione C): Tesi conseguite in Università italiane, pubbliche e private: a. Tesi di dottorato; b. Tesi di laurea di vecchio ordinamento; c. Tesi di laurea di nuovo ordinamento triennali; d. Tesi di laurea di nuovo ordinamento specialistiche).

4) Studi di Arti visive (sezione D): opere edite;

5) Nuovi Media (sezione E): Video, Cd, Dvd;

6) Poesia (sezione F) coincidente con il XVII° Premio “Donna e Poesia”: a. opere edite (escluse antologie a più firme e pubblicazioni in quotidiani e riviste); b. poesie inedite (massimo tre poesie per autrice); c. silloge di poesie inedite in lingua italiana (massimo 12 componimenti di non più di 400 versi complessivi).

Le sezioni A, B, C, D, E, esprimono un primo e un secondo premio consistenti in opere d’arte e/o d’artigianato artistico. L’ass. Il Paese delle donne si riserva un Premio Redazione e Segnalazioni.

Il materiale sarà esaminato con criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede, da una Giuria formata da donne appartenenti al mondo della politica, della cultura, dell’arte.

La sezione F esprime un unico premio per l’edito (a) ed un unico premio per l’inedito (b) consistenti in opere d’arte e/o d’artigianato artistico.

La silloge (c) vincitrice verrà pubblicata in numero di 200 copie, dall’Associazione del Paese delle Donne congiuntamente all’Associazione Donna e Poesia. 

Il materiale sarà esaminato con criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede, dall’Associazione “Donna e Poesia”, che si riserva Segnalazioni.

Le vincitrici saranno avvisate entro le ore 24 del 5 novembre 2009.

Modalità di partecipazione; spedire in pacco chiuso contenente:

1) materiale in duplice copia (per la sezione C, una copia cartacea della Tesi e una su Cd);

2) busta con titolo dell’opera, generalità, recapiti telefonici, postali, e-mail;

3) fotocopia del versamento della quota d’iscrizione di € 25 (venticinque) sul c/c postale n. 69515005 intestato “Associazione il Paese delle donne” (senza indirizzo). 

I pacchi mancanti dei tre requisiti non saranno inoltrati alla Giuria.

I pacchi dovranno essere spediti entro le ore 24,00 del 10 Luglio 2009 a “Maria Paola Fiorensoli – Segreteria Premio il Paese delle donne”, Via Gran Sasso 38, 00141.

Solo le Tesi (sezione C) discusse nella sessione estiva 2009, potranno giungere entro la fine di Luglio 2009, previo consenso della Segreteria.

Tutto il materiale giunto alla Segreteria non sarà in nessun caso restituito e l’Associazione “il Paese delle donne” ne disporrà liberamente per le sue finalità statutarie, depositandolo nel Fondo “Premio il Paese delle donne” presso “Archivia – archivi, biblioteche e centri di documentazione delle donne” con sede nella Casa internazionale delle donne, Via della Lungara 19, Roma.

 Per festeggiare la decima edizione del “Premio di scrittura femminile il Paese delle donne”, la cerimonia di premiazione del 28 novembre 2009, h. 17,00 (Casa Internazionale delle donne, Via della Lungara n. 19 Rm)  comprenderà la consegna delle 200 copie della silloge e la Mostra fotografica delle Autrici partecipanti alla rassegna “Obiettivo Donna” a cura dell’Associazione Officina Fotografica.  

 

Ufficio Stampa: Irene Iorno, tel. – fax 06. 87191329; e-mail: premiopdd@libero.it

 

Posted by: kolibris | February 4, 2009

Bernard Noël, da Stati del corpo


 traduzione di Lucetta Frisa


1.

All’inizio, il corpo è aperto come un sì. Che dolcezza! Ma lui si dimentica di sé. Chi parla? – si chiede, ascoltandosi. Si fa crescere altra pelle. Crede che duplicandosi, migliorerà la risonanza. Prende soltanto gusto al proprio sdoppiamento. Lo ama talmente da trasmetterlo agli eredi, e afferma: ho fatto l’uomo, sì, sono davvero io.

 

2.

In un secondo tempo, il corpo è la pelle, e la pelle è l’uomo. La si tiene nascosta. È il segreto di ognuno. Pelle Grande e pelle piccola sono l’alto e il basso della gerarchia. Chiunque mostri la propria pelle è subito scorticato. Riceviamo nella stanza buia e a chi intendiamo onorare ci avviciniamo dicendo: Toccate, sono proprio io…

 

3.

Nel terzo tempo, il corpo è di troppo. Ce ne accorgiamo guardando i morti. Di loro abbiamo fatto il nostro tesoro, ognuno calcola la propria importanza in rapporto al contenuto della sua tomba. Ci basta affermare: lì dentro ho tanta di quella pelle! Regna la fiducia. Ma un giorno nasce la contestazione per una successione. Rottura del sigillo e visita nella tomba. Ciò che viene ritrovato sottoterra, atterra la società. Il nome corpo è radiato. Si parla di mangia-pelle.

 

4.

Nel quarto tempo, ci si chiede che cos’è l’uomo. Più nessun segreto, più nessun tatto, ora si va allo scoperto. Certi eretici solitari vivono ancora nel buio. Trattati come ladri di notte, li si scaccia come attentatori del bene pubblico. Si taglia loro la testa per uccidere la pelle. Siamo soltanto involucri? – grida uno di loro, salendo sul patibolo. Queste ultime parole fanno, di colpo, furore:  gli eretici diventano i primi,  e il mondo cambia.

 

5.

Nel quinto tempo, si parla dei tempi nuovi. Datati come quelli del martire. Adesso ci piace darci dei nomi. Ci tocchiamo con i nomi. Sorridiamo dei primitivi che confondevano la pelle e l’essere. Prendiamo in giro l’Antenato: Nostra pelle che sei nei cieli…Ci guardiamo in faccia e inventiamo l’identità. Qualcuno ne fa uno specchio. Allora la pelle torna di moda, ma quale sia non ha importanza: soltanto la pelle dell’aria, quella che si vede nello spessore del vetro.

 

6.

Nel sesto tempo, non va più bene niente. Si parla del tempo perduto. Ci si tocca di nuovo, ma ognuno per sé e in privato: sono davvero io? – ci si chiede sottovoce. Alcuni si arrampicano su un palo e ci restano per anni. In tal modo diventano quello che non erano. Ma come sapere quello che sono, quando non assomigliano più a nessuno? Finiscono per cadere morti. E gli spiriti si perdono a osservare quanto la loro pelle avvizzita si conservi perfetta. Il martire passa di moda: si era sbagliato.

 

7.

Nel settimo tempo, il tempo ricomincia. Ricominciano anche le esecuzioni, e per conseguenza o causalità – le guerre, le rivoluzioni. Il corpo riconquista così il suo credito, dato che ucciderlo è un bene. Si distinguono la testa, il basso e il centro. Non si è sicuri che morire e uccidere stiano alla pari, benché il risultato sia simile. Uccidere è un buco, sostiene una scuola di pensiero; morire, un’evasione, sostiene un’altra. Si evade da un buco, afferma la più recente.

 

8.

Nell’ottavo tempo, qualcuno dice: È tempo di sapere! E disegna un volto. Abbasso la pelle! gli si dice. Lui disegna una mano. Basta con i morti! gli gridano. Per farla finita, lo si uccide. Poi uno degli assassini spacca il corpo in due, e si vedono fuoriuscire delle cose: due spugne, un barattolo di sangue, una tasca, delle forme senza nome. E sull’esterno di queste cose strisciano lunghi filamenti, certi bianchi, altri rossi. Non siamo solo involucri! canta la folla esaltata.

 

9.

Nel nono tempo, si parla di organi e di circolazione. Certi si avventurano a disegnarli, altri inventano parole come cuore, stomaco, polmoni…E la testa? domanda qualcuno.

La tagliano per mostrargliela. È un troppo pieno, affermano i tagliatori mentre la  scoperchiano, ma distinguono l’esterno dall’interno per evitare complicazioni e non fornire argomenti ai manipolatori.

 

10.

Nel decimo tempo, si ritorna all’Antenato: si inaugura il culto dell’imballatore: è la bella occasione per un grande disimballaggio. Di qui si seziona, di là si apre, si innesta, si preleva. Il corpo è una miniera di parole, e i suoi esploratori affermano che sotto la sua pelle c’è di che rifare la lingua. Vedrete – dicono – l’infinito non è più davanti agli occhi ma dietro, in un intreccio interminabile. Da tutto questo traggono profitto le chiese, dove si pratica un nuovo Tocca-che-sono-proprio-io, chiamato  toccata estatica.

 

11.

Nell’undicesimo tempo, non c’è più il tempo, ma un’attività detta L’Apertura o il Taglio universale. Non più strumenti, non più brutalità: basta orientare bene l’occhio per dare un taglio alla vista. Non importa quale. E il miglior tagliatore è ovviamente il più grande Nominatore come il più grande Artista.

Posted by: kolibris | February 5, 2009

Roberto Cogo translated by John Deane

alfabeto naturale

natural alphabet

 

di Roberto Cogo

traduzione in inglese di John F. Deane

 

1

dimmi, che luogo è mai questo? inferno e paradiso…

 

sotto il sole invernale che allunga le ombre

alla corona dei tigli

 

sul prato di striature gentili

le colline intorno che si toccano con un dito —

 

un vecchio lavatoio con l’antica roggia a fianco

 

……….

 

geroglifici sul tronco antico dei faggi…

 

come il ritmo del respiro coincidente al pensiero

assolutamente lontano

come il ricordo

 

è un richiamo che si libra su fasci di luce obliqua

come in attesa

di una stanca inesorabile primavera

 

uno due o più mozziconi

sul terreno sudicio davanti alla panchina…

 

tutto questo fu prima del mio arrivo — poi

chissà quanti segni ancora

 

 

1

 

 

tell me, what’s this place then? hell and paradise…

 

under a winter sun lengthening the shadows

of the crown of the lime-trees

 

on that delicately-striped meadow

the surrounding hills may be touched with a finger

 

an old washing-place beside an ancient canal

 

……….

 

scrawls on the old trunks of the beeches

 

like the rhythm of breathing coinciding with thought

absolutely distant

like memory

 

it’s a recall in freeflight over beams of oblique light

as if waiting

for an inexorably weary spring

 

one two or more cigarette-butts

on the soiled earth before the bench

 

all of this was before my arrival — then

who knows how many further signs

 

 

2

gradazioni di luce al tramonto —

da un grigio sporco in risalita verso l’azzurro

al celestino giottesco

 

ancora salendo verso il blu tendente al viola

per poi schiarire ancora ad incontrare il cielo

sotto la sua volta

 

ridiscendendo ad occidente

un punto di viola riaffiora a schiarire contro

il frastagliare dei monti

 

e poi bagliori bianco-grigiastri a scendere e tuffarsi

al di là

nell’alta sfera di un mondo assente

 

……….

 

la luna è monca in basso a sinistra — sgraziata

zoppica verso l’alto

 

la pianura sterminata si chiazza di luci

fari e lampioni civilmente allineati

 

cozzano insieme nel vento

che da dietro scende e scende e scende…

 

……….

 

menzogna dilatata

in un sogno prolungatosi di sghembo —

 

la poesia

 

ma è ancora bello crederci

illudersi che il gelo ci possa risparmiare

 

 

2

shades of light at sundown

from a dirty grey climbing towards azure

to Giotto’s celestial blue

 

still ascending towards blue touching on violet

so to lighten again as far as meeting the sky

under its vault

 

descending once more towards the west

a point of violet emerging to lighten against

the indentations of the hills

 

and then the grey-white flashes dropping to plunge

beyond

into the high sphere of an absent world

 

……….

 

the moon, down on the left, is maimed — it limps

clumsily towards the zenith

 

the boundless plain is dotted with lights

headlights and street-lamps politely in a line

 

they crash into each other in the wind

that comes down, down, down from behind

 

……….

 

falsehood expanding

into a dream obliquely prolonging itself —

 

poetry

 

and yet it’s lovely to believe

in the illusion the frost will spare us

 

 

3                                    al Leogra 1


uno stato di chiarezza spirituale

dove tutto appare possibile e trasparente —

liquido o scintilla

fluido difforme in sciolta vegetazione…

 

come organi aperti da dentro sull’origine dei mondi

 

non l’idea della creazione

ma un costante incessante schiudersi della materia

sotto forme incalcolabili di energia

 

per trasparenza

per chiarezza

per barlume e soffio del genio naturale

 

l’ineccepibile radice aggrappata al seno terreno

alla fertile sostanza

al prillare eterno del cosmo

 

non è misticismo

ma salutare immersione in un progetto illimitato

fatto d’aria e luce e calore

 

non è distacco

ma umido contatto avvolgente con la terra e il suolo

con la sponda e il greto del solito torrente

 

è il vecchio walt che insegue il canto degli uccelli

parlando di un processo senza fine —

 

di accoppiamento e trasformazione

 

 

3                                    by the Leogra 1


a state of spiritual clarity

where everything seems possible and transparent —

liquid or sparkle

formless fluid amongst loose vegetation

 

like organs exposed from within over the origins of worlds

 

not the idea of creation

but a constantly incessant opening-up of matter

under incalculable forms of energy

 

for transparency

for clarity

for a gleam and whiff of the natural genius

 

the faultless root grasping at the breast of earth

at the fertile substance

at the eternal spinning of the cosmos

 

it is not mysticism

but a salutary immersion in a project without limit

made of air and light and heat

 

it is not separation

but a wet wrapping contact with earth and soil

with the bank and bed of the usual river

 

it’s the same old walt pursuing the song of birds

speaking of a process without end —

 

of coupling and transforming

 

 

4                                    al Leogra 2


l’airone cinerino concede la danza

elegante delle sue ali aggrappate all’invincibile cielo

 

va a posarsi sul ramo più alto

la sua nera sagoma contro il grigio — siamo in pieno inverno

il collo snello in volo si ritrae formando una esse

 

punta al secondo albero giù in basso

dove l’acqua del torrente è un verde ghiaccio spettrale

 

e lì rimane immobile e assorto

gli occhi rivolti al profilo dei monti

nel lento annullarsi della luce lungo il becco incolore

 

ritratto in un crepuscolo di resina

 

pensieroso eppure impassibile esegue il suo compito — quel ruolo assegnatoli dalla vita per intero

 

tutto il gelo dell’inverno l’avvolge e l’accompagna —

è tutt’uno col suo ramo sull’albero prescelto

 

poi riprende il volteggio sui lastroni di un verde-argento

seguendo l’ombra affilata della sua ala

 

adesso indugia

 

per un attimo si ferma sospeso a mezz’aria

 

non sa cos’è il peso

la gravità non lo preoccupa — solo vive e vola

 

 

 

4                                    by the Leogra 2


the ash-grey heron grants the elegant

dance of his wings clutching the invincible sky

 

he comes to rest on the highest branch

his outline black against the gray — we are in deep winter

his slender drawn-in neck retracts in flight to shape an s

 

he heads downwards towards another tree

where the water of the river is a frozen spectral green

 

and there he stays motionless and absorbed

his eyes turned to the mountains’ profile

in the slow fading of the light along his colourless beak

 

a portrait within a resinous dusk

 

thoughtfully though impassively he performs his task — a role

fully assigned to him by life

 

all the frost of winter wraps him up and accompanies him —

he and his branch are one on his chosen tree

 

then he vaults away again over slabs of a silver-green

following the pointed shadow of his wing

 

now he lingers

 

stops for a moment suspended in mid-air

 

he doesn’t know what weight is

gravity doesn’t worry him —  he simply lives and flies

 

5                                    al Timonchio 1


tra fruscii d’acqua e moti improvvisi

gli uccelli tra le foglie e i rami secchi — altri

al ritmo danzato del loro volo osservano, passano…

 

da un luogo indefinito a un altro

nel pensiero frequente di vivere in un sogno

il che comporta un serio convincimento

 

ma nulla può convincermi adesso…

 

resta un fatto, l’essere qui seduto

su un nero avanzo di tronco rosicchiato dal tempo

nel freddo pomeriggio radioso di fine inverno

 

e questo è tutto

 

 

5                                    by the Timonchio 1


among whisperings of water and sudden movements

the birds in the leaves and dried branches — others

passing by, at the dance-rhythm of their flight, observe

 

from one indefinite place to another

in the frequent thought of living in a dream

which implies a serious conviction

 

but nothing now can convince me

 

one fact remains, being seated here

on a black remainder of a trunk gnawed at by time

in the bright cold afternoon at the end of winter

 

and that is all

 

 

 

6                                    al Timonchio 2


la mia ombra allungata sul prato

è un avanzo di ceppo

 

un corollario di mille striature

tra spoglie acacie e robinie contorte —

 

reso ottuso e muto

dal ronzio di un silenzio invasivo

 

sto

 

allineato a un misero argine di pietre

accatastate alla rinfusa

 

con la trama giallastra dei licheni

impressa sulle ossa


(Leogra e Timonchio: torrenti dell’Altovicentino. Il secondo traccia, in parte, la linea di confine tra i comuni di Schio e Santorso. Sono torrenti e ruscelli spesso penosamente in secca, perlopiù captati e impoveriti fin dalle sorgenti. Quel che ne rimane  viene poi deviato, incanalato e sfruttato per mille usi. La loro ostinazione a rinnovare un habitat originario e antico, per alcuni tratti o nei periodi di piogge abbondanti, crea un misto di ammirazione e commozione a chi impazientemente attende la fine dell’era degli sprechi e dello sfruttamento umano sull’ecosistema.)

 

 

6                                    by the Timonchio 2

 

my shadow stretched out along the field

is the remainder of a stump

 

a corollary of a thousand stripes

between bare acacias and twisted robinias —

 

rendered obtuse and mute

by the buzzing of invasive silence

 

I stay

 

lined up to a wretched bank of stones

heaped up all any-which-way

 

with the yellowish texture of lichens

imprinted on my bones

 

(The streams Leogra and Timonchio are sited in the northern area of the Vicenza province. The latest partly draws the border between the towns of Schio and Santorso. These streams are often painfully dry as a result of an exploitation which spoils them from their sources. The remaining water is then deviated and canalized for public and industrial use. When it rains hard, they stubbornly strive to renew a few stretches of their old original habitat. This conveys a mixed sense of  admiration and tenderness to the one who is impatiently waiting for the end of  ‘waste age’ and human exploitation upon the eco-system.)

Posted by: kolibris | February 5, 2009

John Deane translated by Roberto Cogo

Da A Little Book of Hours ( Carcanet, Manchester 2008 )

Piccolo libro delle ore (in preparazione per Kolibris, a cura di Roberto Cogo)

 

Water-Music

Sometimes I think I hear it still, the choral

symphony of ocean: bass-drum sounding

in the pounded cove, harp-music of winds

 

through bigfish skeletons. So much had to do

with water, for that was island, and west,

with the fickleness of rain. Weather failing

 

we found ourselves in manifold illusions

of otherwhere, grew angelwings on rafters

in the hayloft or gathered sheets and sweeping-brushes

 

to sail three-masted ships across the parlour floor.

Called to the discipline of rosary we prayed

the angels guard our souls from sin where they watched

 

from the four corners of our beds. When I left

gradually I misheard sea-words, sea-music among the dry

unmoving deserts of suburban nights.

 

But the earth lures, and at times the storms

that come hustling about the streets and stone walls

relent a little and whistle once more a casual music

 

with backyard timpani and the taut strings of aerials,

leaving me still with my faith and my illusions

as I walk the shores of the city, speaking praise.

 

Musica d’acqua

Talvolta mi sembra di sentire ancora la sinfonia

corale dell’oceano: la grancassa che rimbomba

battendo nella cala, la musica d’arpa dei venti

 

tra le carcasse delle balene. Molto a che vedere

con l’acqua, essendo isola, essendo ovest,

coi capricci della pioggia. Mancandoci il clima

 

ci ritrovammo in molteplici sogni

di altri luoghi, mettemmo ali d’angelo alle travi

dei fienili o raccattavamo lenzuoli e spazzoloni

 

per salpare in veliero lungo il pavimento del salotto.

Chiamati alla disciplina del rosario, pregavamo

gli angeli custodi ai quattro angoli del letto

 

di proteggerci l’anima dal peccato. Quando partii

disimparai poco alla volta la lingua del mare, la sua musica

negli aridi immobili deserti delle notti suburbane.

 

Ma la terra seduce e talora le impetuose tempeste

in arrivo tra muri di pietra e strade

cedono un po’ per fischiare ancora una fortuita musica,

 

con sottofondo di timpano e le corde tese dell’aria,

lasciandomi ancora con la mia fede e miei sogni

in cammino lungo le rive cittadine in parole di lode.

 

Seawards

In the cove, down between the echoing sea-falls,

a gull, its tawdry feathers and spread wings

bobbling in death, heaves and sinks with the waves

swayfully; the mountains and distant islands

appear to you, stranger, like clouds, like dreams;

the disconcerting land is always at your back, earth

detritus, sheep with their bedraggled wool

and a sheep-skull, teeth bared, leering into mud;

a delicate rock pool – anemone, barnacle-cluster, crab –

dotes on the danger that is ocean while the flick

of the silver underbelly of a fish warns you

of the paucity of your strivings, you, stranger,

your consciousness turning about your bones, among these

multifarious life-forms the lost one, and the saved.

 

Verso il mare

Giù nella cala, tra gli echeggi del mare in caduta,

un gabbiano dal piumaggio vistoso fluttua

nella morte ad ali aperte, s’alza e ricade con le onde

vacillando; i monti e le isole in lontananza

appaiono, a te straniero, come nuvole o sogni;

la terra sconcertante è ancora alle tue spalle, terra

di rovine, pecore dalla sudicia lana arruffata

e teschio ovino coi denti di fuori a sbirciare nel fango;

un delicato ripiano di roccia – anemone, gruppo di mitili, granchio –

ama il pericolo dell’oceano, mentre il guizzo

argentato dal ventre di un pesce ti avvisa

dei tuoi sforzi inadeguati, tu, straniero,

con la coscienza che ruota intorno alle tue ossa, tra queste

svariate forme di vita, una perduta e l’altra scampata.

 

Ass And Car

Our ageless mule

was neither one thing nor the other, not

spirit, nor all

 

matter. And then there was the turf-shed, its inner walls

a black-silk stipple

of turf-dust with the here-and-there

 

dank clot of spider-web and insect-stump; the floor

was inches deep in mould

where the donkey-cart, all paint, presided, its shafts

 

up-pointed. I had cart-lore then and mule-lore,

the names and functions

of winkers and collars and things; sometimes the mule,

 

all substance, stood

heavy with his own existence and would

not move; sometimes all jittery and wide-eyed

 

a sudden impulse set him

rambling, out

through the mazes of the earth and gallivanting, to halt,

 

stumped again and haunted, that inner light

summarily switched off. In the new age

the shed became a garage, swept, the mule

 

a black-sheened one-humped Morris

Minor, and all

the world was matter, dependable, and dull.

 

for Eva and Eoin Bourke

Asino e auto

Il nostro mulo senza tempo

non era né una cosa né l’altra, non

spirito, ma neppure tutto

 

materia. Poi c’era la baracca della torba, coi muri interni

in serica calcina nera

di polvere e tufo, con qua e là

 

umidi grumi di ragnatele e monconi d’insetti; per terra

uno strato fondo di terriccio

su cui regnava il carretto tutto colorato con le stanghe

 

puntate in alto. Allora mi occupavo del carro e del mulo,

nomi e funzionamenti

di fanalini e bardature e cose simili; a volte il mulo,

 

che era tutto sostanza, se ne stava

appesantito nella sua esistenza senza più

muoversi; altre volte tutto inquieto a occhi spalancati

 

si metteva in moto per un improvviso

impulso, e via

nei labirinti del terreno a ciondolare, per poi bloccarsi,

 

di nuovo sconcertato e ansioso, quella luce interiore

spentasi all’improvviso. Nella nuova era

la baracca divenne un garage ripulito, il mulo

 

una lucente Mini Minor nera

con la gobba, e tutto

il mondo si fece solida e ottusa materia.

 

per Eva e Eoin Bourke

 

A Flood and Many Waters

It has rained now for days, perhaps the God

has half-decided this rabid world deserves

half-radical flooding. We have sat behind windows

watching trees darken, seeing the canterbury bells

 

lose their petals to the battering. The waters of the world

begin in the dribble-drain down by the road

and the tall ships, the galleons, the quinqueremes

nudge on the hawthorn twig that goes swirling,

 

seawards, there. But oh! what water-music, what slick

picking of raindrops and raddle-run low-tongued roll

of the littler drums. I know, too, that the ark

uncovered itself, in days like these, beached

 

on the summit of a mountain and all known life

crept out from that foul-smelling source. Once

I watched my father rise naked out of waves

and wade ashore, penis pinched small

 

by the cold Atlantic, the folds of his belly-flesh

wrinkling; he had followed my fishing-line

out where it was fouled on rock-weed and kelp

while I stood downcast and maladroit. Poor

 

son. Poor father. I remember how the rain-gusts

came stippling the surfaces and how the sea-sprat

broke in hapless foam before the mackerel shoals,

how the rain on his face gathered, and fell, like tears.


Alluvione e molte acque

Sta piovendo ormai da giorni, e forse Dio

ha quasi deciso che questo mondo rabbioso si meriti

una quasi radicale alluvione. Siamo stati seduti alla finestra

a guardare gli alberi annerire, a veder perdere i petali

 

alle campanule per lo scrosciare. Le acque del mondo

hanno inizio nello scolo schiumoso lungo la strada

dove grandi navi, galeoni e cinquereme romane

sbattono contro un vorticante rametto di biancospino,

 

diretti al mare. Ah, che musica d’acqua! Che accorto

pizzico di gocce e rullio intrecciato in sordo farfuglio

dei più piccoli tamburi. Anch’io so che l’arca

uscì allo scoperto in giorni come questi, spiaggiatasi

 

in vetta a una montagna, e tutti sanno che la vita

venne fuori scivolando da quella fetida fonte. Un tempo

osservavo mio padre levarsi nudo dalle onde

e guadagnare la riva, il pene raggrinzito

 

dal freddo dell’Atlantico, le pieghe corrugate

della sua pancia; aveva inseguito la mia lenza

al largo dove s’era ingarbugliata tra le alghe

mentre io me ne stavo là maldestro e scoraggiato. Povero

 

figlio. Povero padre. Ricordo che giunsero folate di vento

a punteggiare la superficie del mare, che la sardina

si fece infelice schiuma davanti al banco di sgombri,

che la pioggia raccoltasi sul volto scendeva come un pianto.

 

The Downpour

The priest announced a blessing

over tuns of water; it will be measured out

in stoups where we will dip our fingers

to sprinkle drops over the clay of the world;

 

we will sign our bodies against crucifixion

that we might pass through into light

as sunshine glistens through a shower of rain.

It will fall over the sleeping heads

 

of the newly born, and on the resting crowns

of the lately dead, to wash us in and out

of this startling earth, to be an ocean

for ghost-galleons filled with souls;

 

to moisten, too, the long-ago dried-out bones

fallen-into-dust, the curved spine of the earth,

its knots, its cartilages, offering

deluge, purging, and sometime fruitfulness.

 

L’acquazzone

Il prete proclamò la benedizione

dei barili d’acqua; sarà misurata in base

alle acquasantiere in cui ci intingeremo le dita

per spargere qualche goccia sul fango del mondo;

 

ci segneremo il corpo dinnanzi al crocifisso

per poter attraversare la luce

brillando come raggi di sole attraverso la pioggia.

Andrà a ricadere sulle teste dormienti

 

degli appena nati e sui crani assopiti

degli ultimi morti, per tergerci dentro e fuori

questa terra sconcertante, per fare da oceano

ai galeoni-fantasma carichi di anime;

 

anche per aspergere le antiche ossa rinsecchite

fattesi polvere, la spina dorsale incurvata della terra,

i suoi nodi e la cartilagine, offrendo

diluvio, purificazione, talvolta fecondità.


Mapping the Sky

These sharp nights you might see them – lines

etched in silver pencil between the stars, wide

family tree with names and dates and histories –

or skeletons in a dance so fast you scarcely

notice movement – a child’s mobile where she lies

on her back in the cot, fingers and toes in an ecstasy

of mimicry. I, too, would dance if I could riddle

flesh sufficiently to find the source, make

feathers of my bones, to be with the clean birds

circling, and murderous. Now I must step indoors

from the cold to listen to the winds swing

caustic down the chimney, while the old and wise

pray for sailors out tonight on the wild seas,

for right balancing, for knowledge of the one star.


Carta del cielo

In queste notti chiare puoi forse vedere le linee

tra le stelle incise con matita d’argento; immensi

alberi genealogici con nomi, date e vicende –

o scheletri danzanti così rapidi da non riuscire quasi

a notarne i movimenti – mobilità di bambina stesa

sul dorso nella culla, le dita di mani e piedi in estasi

imitativa. Ballerei anch’io se potessi penetrare

la carne a sufficienza per trovarne la fonte, e fare

piume delle mie ossa per stare con gli uccelli eleganti

e letali a girare in tondo. Ora devo rientrare in casa

per il freddo ad ascoltare il vento nel suo caustico

agitarsi lungo il camino, mentre i vecchi e saggi

pregano per i marinai in uscita notturna su mari furiosi,

per il giusto equilibrio, per la conoscenza dell’unica stella.

 

Mappa Mundi

Let this then be your diary and yearbook: make

a frame of oak on which to fix

a sheet of finest vellum, stretched, like skin; draw

 

freehand, a not quite perfect circle; use black

ink, some red, for the heart, let’s say, for the Red

Sea; blue for rivers, veins; brown-egg shapes

 

for mountain ranges, and for faith; focus it all

towards the centre, Christ, his bones stretched wide

in crucifixion, colour him too insistent red

 

to confute the non-believers. Puce, for wars, but let it not

predominate. Have angels of the agony above

and devils snarling, scarlet, in the guts. Remember

 

that something within the frame of bones grows wiser

as the bones grow heavier, the same that shifts

your being gratefully towards cessation. Now see

 

how down the long avenue the cherry trees once more

have siphoned all the juices of the earth

into extravagant blossoming, a canopy for wedding feasts, a Bach

 

cantata in the key of white, but in you, memory –

or the doleful rhythms of experience – hold the heart

from lifting in exultation, chill winds being possible

 

and unseasonable frosts. Remember, too, how the monks

laboured years over their charts, finding in the corners

place for monsters, for the slithery ladder and the sulphur

 

lakes beneath. If there is time, etch in gold leaf your fabled places,

Samarkand and Valparaiso, the pancreas, the afterlife.

Something within the frame of bones is in no rush

 

to clothe again the hard-won nakedness of spirit. Fig-leaf. Rue.

When you are done, step back, and gaze awhile

into the mirror, note contour-lines about your face

 

and the curious light still shining in your eyes.

 

Mappa mundi

Lascia che sia questo il tuo diario e il tuo annale: fai

una cornice in quercia su cui fissare

un foglio della miglior pergamena, teso come la pelle; traccia

 

a mano libera un cerchio non proprio perfetto; usa inchiostro

nero, un po’ di rosso per il cuore, vale a dire, per il Mar

Rosso; il blu per i fiumi, le vene; sagome marroni

 

per le catene dei monti, e per la fede; focalizza il tutto

verso il centro, Cristo, con le ossa allungate

sul crocifisso, colora anche lui di rosso intenso

 

per smentire i miscredenti. Porpora alle guerre, ma non

predominante. In alto, metti gli angeli dell’agonia

e nelle viscere diavoli ringhianti in rosso-scarlatto. Ricorda

 

che nella cornice d’ossa qualcosa cresce in saggezza

con l’appesantirsi delle ossa, è quella stessa cosa che volge

la tua riconoscenza verso una fine. Adesso guarda

 

come i ciliegi lungo il viale ancora una volta riversino

tutti i fluidi vitali della terra

nelle esagerate fioriture, tendaggi per feste di matrimonio, cantata

 

di Bach in chiave di bianco, ma sei tu, o ricordo –

oppure il dolente ritmo dell’esperienza – a frenare il cuore

dal levarsi in esultanza, essendo possibili venti freddi

 

e gelate fuori stagione. Ricordati poi dei monaci,

degli anni trascorsi a faticare sulle carte, per trovar posto

negli angoli ai mostri, alla viscida scala e al lago sulfureo

 

al di sotto. Se ne hai il tempo, incidi i luoghi fiabeschi su foglia d’oro,

Samarcanda e Valparaiso, il pancreas e l’altro mondo.

Dentro la cornice d’ossa vi è qualcosa che non ha urgenza

 

di rivestire lo spirito spoglio ottenuto a fatica. Foglia di fico. Ruta.

Quando sei finito, fai un passo indietro e soffermati a scrutare

nello specchio, delinea i contorni del tuo viso

 

e la luce curiosa che brilla nei tuoi occhi ancora.

Posted by: kolibris | February 12, 2009

Alessandro Assiri e Chiara De Luca, sui passi per non rimanere

alessandro_assiri_chiara_de_luca_sui_passi_per_non_rimanere3


di Alberto Mori


Nelle passeggiate degli astronauti, il senso della gravità è relativo.

I corpi emanano sospensività pneumatiche in danze dal capovolgimento improvviso
oppure repentini sollevamenti direzionati dopo staticità galleggianti nelle atmosfere
dello spazio cosmico.

Da qualche parte nell’universo la poesia riprende sempre un sentiero interrotto.

Compito d’ astronauti / poeti trovare traccia.
Un punto di transizione verso l’universale, prima di rientrare nella navicella umana.

Così era per “La natura delle cose” nelle amplitudo di conoscenza del verso classico ed enciclopedico di Lucrezio, fino ai “Fourth Quartet” di T.S. Eliot, dove questo punto, è quello decisivo e da tutti noi intoccabile, poiché generazione ininterrotta ed energia
senza sforzo del movimento nel tempo.

Affascina, quando invece due voci si accostino in stretto giro di verso e vadano camminando insieme nella direzione della impemanenza, con gravità abolita e
attraverso la dinamica del comune sentimento della parola per “Sentire il moto
inverso della vita comporsi sotto il passo del tallone”
verso la chimera della lontananza sempre richiamante, sempre presente.

Per questo le traiettorie del corpo lirico sono ben presenti nella plaquette:
“Derivare è provenire” (p. 50) “Ma l’amore è proseguire” (p. 25) “Dove eravamo dimmi”
(p. 18), locazioni di parole temporanee che disegnano movimenti al sentire, il quale
globalmente, nel libro rimane sempre ascolto, poiché esso “sposta” sempre in avanti
l’interlocuzione interiore fra i due poeti ed allo sfogliare progressivo delle pagine, manifesta il tempo delle stagioni. La vanità. L’indistinzione.

Sui passi per non rimanere è nella forma una piccola drammaturgia lirica.
Freme verso la parte attorale del verso e lo fa con sorvegliata calibratura della
tonalità per “abitare insieme alle proprie parole”, come afferma Assiri nelle premesse,
e per attuare questa consapevolezza, modella un corpo poetico che si espone e si dispone.

Alla fine troviamo l’orma cancellata dall’aria durante il cammino,
ma le risonanze delle parole hanno reso fertile la terra della poesia.

 

Febbraio 2009 

Posted by: kolibris | February 13, 2009

Trying to Alter the Turn of Time

By Chiara De Luca

Translated by Chiara De Luca and Eileen Sullivan

 

                                                                   a G./to G.

Credo
nel sacro d’ogni incontro
nell’irripetibile stagione di un momento
d’Eterno presente che redime il tempo
e si possa entrare infine un cuore aperto
custodire il grido teso d’ogni sguardo
tenere parole come canto che nel vento
soffia intensamente ponti tra le storie
sul mare d’un silenzio enorme che non cede
quando più non frangono le onde dell’attesa
nel piegarsi a un fondo invano di memorie.

 

 

I Believe
in the sanctity of every encounter,
in the ephemeral season of an instant,
in the eternal present which redeems time
so I may finally enter an open hearth
where I cradle a stifled scream born of each glance,
holding my words like a song in the wind
which batters a bridge between histories
spanning a sea of deafening silence,
ceaselessly beating waves of waiting
which no longer shatter this arched span
stretched across a vain abyss of memories.

 

 

È strano vedi come possa il vento
liberare il cielo e alleggerire in volo
le braccia degli alberi di nuovo genuflessi.
Prigioniera in casa manca ancora tanta luce
bevuta dal palazzo a pochi metri desertato,
mentre sul terrazzo i panni giocano coi fili
appesantiti danzano sgraziati e come ignari
del tempo segreto che battuto dal silenzio
da mesi nel quartiere non fa che replicare
la bellezza dura dei tuoi occhi nell’andare
la tragica saggezza che traveste le paure
le grida dei bambini nel cortile così pure

 

 

It’s strange to see how the wind can
burst from the sky and lighten on the fly
the arms of genuflecting trees.
A prisoner at home yearns for the light still missing,
swallowed by the abandoned building just meters away,
while on the terrace the wash plays upon wires,
heavy, strained by clumsy dancing, so careless
of the secret time now suffocated in silence
where once in my neighbourhood was a litany of replies,
the hard beauty of your eyes as you turned away,
tragic wisdom disguising fear.
The children scream in the courtyard
voices so pure.

 

 

Novembre si ribella all’assalto dell’inverno
grandi crepe dilatate nelle nuvole dal vento,
un passo si appoggia lentamente dopo l’altro
tentando di alterare il volgere del tempo,
abitiamo un anno intero la distanza di una sera
vorrei essere di strada ma la strada non è chiara,
saperti dietro i vetri è la nuova vocazione
rigiro in bocca il fiato come una preghiera
ma il battito ha il ritmo di un’altissima canzone.
Il buio è disegnato in cerchi brevi dai lampioni,
auto in fila indiana sono stanche di arrancare
aprendosi per terra un varco lucido d’asfalto,
loro sono giovani e spogliate di tormento
insanabile sui viali a tarda notte il gelo.

 

 

November rebels against the assault of winter,
great cracks split through the clouds by the wind.
Each step slowly follows another
trying to alter the turn of time,
we live a whole year in the breadth of an evening.
I want to be on the way but which way is unclear,
To know you behind glazed, impenetrable windows is my vocation
My breath moves in my mouth, a whisper of a prayer,
but beats to the rhythm of a shrill and frantic song.
Darkness is drawn in short circles by the street lamps,
cars in single file grow weary from struggling on their way,
etching their paths along streets slick and shimmering.
They are young and naked in their torment,
No redemption along avenues in the late night frost.

 

 

Neve

guarda come impercettibile
precipita l’intonaco del cielo
vetro smerigliato dove scivola
respiro di visibile che involo
accolto in una mano e noi
milioni di frammenti
fluttuanti al gelo in corsa
per le strade volteggiando
risaliamo ad ogni verso
un fuoco che condensa
il tempo in bianco
lento scioglie il giorno

Snow

Look how faintly
the plaster of the sky falls,
frosted glass where it slides,
the invisible breath I steal,
to hold snow in my hand.
We are like those millions of fragments
floating in the frosted air, drifting
through streets, vaulting from the heavens
we move in a flurry of random flight,
become a fire transforming
time into white,
slowly melting the day.

Posted by: kolibris | February 13, 2009

Hummingbird

shorty1

by Richard Shorty

Posted by: kolibris | February 14, 2009

Maria Rosina Girotti traduce Gian Primo Brugnoli

Da

Le strade della memoria/The Streets Of Memories

 e

 L’amore svia/Love Leads Astray

 

 

 

Le strade della memoria

Sono nato il 2 di settembre in via Ariosto 3

e in via Ariosto 3 ho conosciuto gli alberi

la prima ragazza la prima estate e il primo

odore di morte espresso in una ferita al cuore

 

La strada era polverosa discreta silenziosa

giocavo col sole e le foglie e la vita e l’amore

che non conoscevo ancora e sono stato felice

Ma poi sono cresciuto e ho curiosato intorno

 

e intorno ho visto viale Dante e via Petrarca

via Boccaccio e via Tasso e via via tutte le altre

strade ugualmente polverose e strane

 

E poi sono cresciuto ancora e di tutte quelle strade

ho fatto l’elenco con quelle amiche e quelle nemiche

le ho messe in ordine alfabetico anagrammate fiutate

per portarmele dietro nella sera quando il sonno calava

 

Ma solo ora ho scoperto la loro calma la loro storia

e sui libri oscure parole nate insieme alle foglie

alla ragazza alla polvere di quando rotolavamo a terra

per tirarci le orecchie e dirci ti amo senza sapere come

 

 

The Streets of Memories

I was born at No 3 via Ariosto on 2 September

and at No 3 via Ariosto I met my first trees                        

my first girl my first summer and my first

smell of death in a stab of heartache                                      

 

The street was dusty, discreet and silent                                           

I used to play with the sun and the leaves; life and love

Were still unknowns and I was happy

But then I grew up and wandered around

 

and around I found viale Dante and via Petrarca

via Boccaccio and via Tasso and one by one all the other

streets all equally dusty and strange

 

And then I grew up some more and I made a list

of all those streets, the friendly ones, the unfriendly ones

put them in alphabetical order made anagrams sniffed at them 

so I could take them home with me at night when sleep fell

 

But only now I have discovered their calm their stories

and obscure words in books, words born with the leaves

the girl the dust of when we used to roll on the ground

pulling each other’s ears and saying I love you without knowing how

 

 

 

 

L’amore svia

Ascolta quel che ti dico    l’amore svia

ma se questo manca tutto il resto manca

e poi la ruota nel fossato disarticolata cade

e la mano nella mano sconsolata cede

 

Donami il meglio di te che si nasconde

così il meglio di te che invece appare

 

La favola è presto detta riascoltarla è fare

opera di cultura onesta per cui l’onda

che ora si frange presto ricompare

 


Love Leads Astray

Listen to what I’m telling you    love leads you astray

but if it’s not there then none of the rest is there 

and then the wheel falls apart and ends up in the ditch

and one downcast hand gives up and slips into another

 

Give me the best of yourself, the part that hides

And the best of yourself, the part that lets itself be seen

 

The tale is quickly told listening to it again

Takes honest work, that’s why the wave

that is breaking now will soon reappear.



Autunno

Quando in autunno le foglie il ramo dell’albero dolcemente lasciano e il sole solerte accorre inondando quelle di luce e calore come fosse oro

Quando nel cielo presto la luna appare rossa di vergogna per tutte le parole che gli amanti tra loro

si scambiano impudiche

Quando la terra silente nel parco una panchina offre come ristoro di qualche istante

agli affanni che l’ora impone

Quando tutto questo accade io viandante casuale

a questa panchina il dono di una mia presenza concedo

inattuale

E allora

 

Come fosse oro il mattino

il pensiero del mattino

Come fosse oro il giorno

l’ardore del giorno

Come fosse oro il tramonto

la luce d’oro del tramonto

Come fosse meraviglia la meraviglia delle cose che accadono naturalmente

Come fosse alimento quello che corpo a corpo trasmette dolce tepore

Come fosse fantasia ogni fantasia di labbra a labbra sussurro

Come fosse dono del cielo ogni apparizione che proprio qui accanto avviene

 

io ti accolgo proprio qui vicino a me sulle mie mani sul mio cuore sul mio palpitante desiderio di mondo

e allora accetto l’autunno che morde

l’inverno che attende

gli anni che non contano

i secoli che verranno

Accetto

che di una vita o di un istante

sia figura

d’anima o corpo

misura

vero o solo immaginato

bacio

qui su questa panchina

col vento d’autunno appena accennato come una carezza

appena velato come un saputo ricamo

accolgo

E poi solo dopo un istante dopo

non proprio per superbia o per vanto

non proprio per desiderio o volontà

non proprio per vacanza di pensiero o di modo

ma proprio per sacro appagamento

qui su questa panchina

l’onesto richiamo di una lunga permanenza accolgo

col suo ovvio sbocco

Come dire

                                         finire

 

 

Autumn

When in autumn the leaves sweetly abandon the branch of the tree and the industrious sun rushes flooding them with light and warmth as if it were gold;

When high in the sky the moon appears early red with shame for all the indecent words

lovers exchange;

When the silent earth in the park offers a bench for 

a moment’s relief

from the worries that the time claims;

When all that happens, I, a chance wayfarer,

To this bench the gift of my presence I grant

My outdated presence.

And then

 

As if the morning were gold,        

the thought of the morning;       

As if the day were gold,              

the ardour of the day;                                          

As if the sunset were gold,                                 

the golden light of the sunset;                            

As if it were a marvel the marvel of things naturally occurring;

As if it were nourishment what is transmitted from body to body – sweet warmth;

As if it were fantasy every fantasy from lip to lip – a whisper;

As if it were a gift from heaven every apparition that occurs right here,

 

I greet you here close by me, on my hands, on my heart, on my throbbing desire for the world

and then I accept the autumn that bites,

the winter in waiting,

the years that do not count

the centuries to come.

I accept       

what of a life or a moment

is a figure,

what of a soul or a body

is a measure,

a real or just an imagined                     

kiss,

here on this bench

with the autumn wind barely perceptible like a caress,

scarcely veiled like skilful embroidery

I greet.

And then after only a moment after

not just out of pride or boastfulness;

not just out of desire or will;

not just out of vacancy of thought or manner,

but just for sacred contentment

here on this bench

the honest call for a long stay I greet

with its obvious flowing.

As if to say

                                                     to end

 

Dammi la tua mano

Dammi la tua mano

una carezza mi farò

con quella

 

Una volta non curavo

la fisica delle cose

che si muovono

senza ragione

 

A venirmi sul viso

erano cinque dita

 

Sparse

 

 

Give Me Your Hand

Give me your hand

I will caress myself

With it

 

Once I did not care about

The physics of the things

That stir

Without reason

 

Coming on my face

Were five fingers

 

Scattered

 


Doppio gusto

Uno stendardo di sangue

uno stilo di dovere

io e te

uniti e perduti

da qualche parte dimentichi

La contrada del desiderio

è la contrada del pudore deluso

il volere una cosa e pure l’altra

Con una mano si sconcerta l’attimo

con l’altra si toglie

alla bocca

il saluto

 

 

Double Taste

A banner of blood

a stylus of duty

you and me

united and lost

forgetful somewhere

The country of desire          

is the country of disappointed modesty

wanting one thing and the other too

With one hand you disrupt the moment

with the other you prevent

your mouth

from saying hello

 

 

Fascino

Dovendo subire io subisco

ma poi mi distendo e compongo diademi di favole

suono il flauto e l’armonica

godo delle tue simpatiche bubbole

dignitose

la corolla auspico della dimenticanza

e in te che hai il sorriso mi perdo

dispiaciuto di sole

 


Fascination

As I have to suffer I suffer                            

but then I relax and create fairytale diadems

play the flute and the harmonica

enjoy your amusing fibs

so dignified

wish for the corolla of oblivion 

and lose myself in you and in your smile 

sorry about the sun            

 


I tuoi piedi

I tuoi piedi sono giudiziosi,

lasciali venire a me.

Sanno muoversi in giardino tra petunie e viole

e anche tra rose bianche e calle meravigliose.

Faranno sicura mostra di sé.

 

Le tue braccia sono giudiziose,

lasciale venire a me.

Sanno muoversi in danza tra stanze e cose

disegnando arabeschi d’intenzioni e volute di abbracci.

Abbracceranno con grazia.

 

Le tue mani sono giudiziose,

lasciale venire a me.

Sanno rammendare desideri e coltivare amicizie,

cogliere mele dall’albero e mettere a tavola l’accoglienza.

Lavoreranno con destrezza.

 

La tua bocca è giudiziosa,

lasciala venire a me.

Sa aggiungere alla sorpresa vocali e parole

esaltanti.

Darà disposizioni e annunci.

 

Le tue labbra sono giudiziose,

lasciale venire a me.

Sanno rimanere chiuse ma anche offrire

dischiuse note lievi d’incanto. 

Mostreranno il talento.

 

Tutto il tuo corpo è giudizioso,

lascialo venire a me.

Sa essere giovane e impudico

nudo e impossibile.

Gli darò motore d’amore e compenso di stelle.

 

Ogni parte di te é giudiziosa e giudizioso è il tutto,

lascialo venire a me.

 

 

Your Feet

Your feet are sensible,

let them come to me.

They know how to move in the garden

among petunias and violets

white roses and marvellous lilies.

They will certainly make a fine show.

 

Your arms are sensible,

let them come to me.

They know how to move in the dance

among rooms and things

drawing arabesques of intentions

and spirals of embraces.

They will embrace with grace.

 

Your hands are sensible,

let them come to me.

They know how to mend wishes and cultivate friendships

pick apples from trees and serve a warm welcome at table.

They will work with dexterity.

 

Your mouth is sensible,

let it come to me.

It knows how to add to surprise vowels and words

As enhancements

It will give instructions and make announcements.

 

Your lips are sensible,

let them come to me.

They know how to stay closed but also breathe

when parted light enchanting notes.      

Talent they will demonstrate.

 

Your whole body is sensible,

let it come to me.

It knows how to be young and unashamed

Naked and impossible.

I will give it love as an engine and stars as a reward.

 

Every part of you is sensible and sensible the whole,      

let it come to me.                                                                

 


L’orario

Che fai – amore – studi la partita?

L’orario degli autobus?

Quello ferroviario

degli aerei

e pure quello delle navi?

Che fai amore

studi tutto il creato delle partenze

per venire da me?

Studi le partenze?

 

Non c’è bisogno d’alcuno studio

sappilo

Io sono qui

ad aspettarti

 

La via la conosci

l’orario pure

Troverai il portone in strada

e anche la via delle scale

e pure la porta troverai

aperta

Dove io sarò – amore -

ad aspettarti

con l’orario in mano

dei tuoi arrivi

delle mie partenze

delle tue partenze

Facciamo in modo

che la partenza non sia la tua

e neppure la mia

Insieme – amore mio -

insieme

E là dove saremo

staremo bene

insieme

e allegri bruceremo

dell’universo mondo

della lontana terra

sì  bruceremo

insieme

 

tutti gli orari

 

Timetable

What are you doing, love? Studying the game?

The bus timetable?

The train timetable?

The flight timetable?

The sailing timetable even?

What are you doing, love?

Are you studying the whole world of departures

so you can come to me?                                                          

You are studying departures, aren’t you?

 

There is no need to study anything                      

so now you know.

I’m here

waiting for you.

 

You know the way

the timetable, too.

You’ll find the street number

and the way to the stairs

and the door you’ll find it too,

open.

Where I’ll be – love –

waiting for you,

holding the timetable

of your arrivals

my departures

your departures.

Let’s make it so that

the departure is neither yours

nor mine.

Together, my love

together.

 

And wherever we are

we’ll be fine

together

and happily we’ll burn

of the whole universe

of the distant land

yes, together

we’ll burn

 

all the timetables.




Nella notte

Nella notte lui le teneva la mano,

nella notte più profonda lui le teneva la mano

leggera

e pensava

mano, mio gioiello

mio tesoro concupito

carezza, saluto, culla delle mie partenze

sorella delle mie ambasce

stai con me

leggera

carezza, gioiello di passione

bacio dilazionato

opzione di tenerezze

sguardo di certezze

nella notte più profonda

stai con me

leggera,

viaggia con me,

trasportami a quell’altra mano

a quell’altro culmine di compassione

e suonami il gong del gioco definito

o del tutto finito

rien ne va plus       

 

ma leggera

leggera

mano mia

nella notte

leggera

 

stai con me

 

 

In The Night

In the night he held her hand,

in the dead of night he held her hand

a light hand

and he thought

hand, my jewel

my longed-for treasure

caress, greeting, cradle of my departures

sister of my anguish

stay with me

light

caress, jewel of passion

deferred kiss

option of tenderness

gaze of assurance

in the dead of night

stay with me

light,

travel with me,

take me to that other hand

that other height of compassion

strike the gong that tells me game over

or it is all over

rien ne va plus

 

but my light

light

hand

in the light

night

 

stay with me

 

 

Neve

Come l’aria rarefatta

di allora il sole chiaro

e il silenzio arrotondato,

la certezza di vivere

sul ramo coricato,

la goccia dalla gronda

e il silenzio

giù a tempo

allungato.

Come allora il sole

la chiarità e l’abuso

del fiato sospeso,

lento e ripreso

involato nel cielo

l’azzurro e in terra

il campo sotto la neve.

A un dito il campanile

la punta a un uccello

o a un’ala d’aereo,

lassù gloriosa s’apre

l’eternità.

 

 

Snow

Like the rarefied air

of then the clear sun

and the rounded off silence,

the sureness of living

on a flattened branch,

the drop falling from the eaves

and the silence

down for an

extended time.

Like the sun then

the clarity and abuse

of bated breath,

slow and drawn back

soaring into the sky

the blue and on earth

the field beneath the snow.

By a hair’s breath the bell-tower

its pinnacle by a bird   

or an aeroplane wing,

up there eternity opens

glorious.

 

 

 

OH YES BIRTH COPULATION AND DEATH     (Da un passo di T.S.Eliot)

 Oh yes birth copulation and death

diccelo tu amore

come qualmente la cosa si dipana

come si fonde l’attimo col mattino

come si fila l’ora e pure il giorno

diccelo pure tu morte

che amore non declini se non per

casi memorabili dovuti al fasto

di natura toccata dal sublime

e tu nascita dacci il tempo

un tempo dissacrato un tempo infame

dove la morte che proviene dall’uomo

non ritorni all’uomo sfatto di detriti

per cuore guasto e ventre tronfio

 

sì sì assento

vita presento vita consento

vita che si fa pianura e altura e mare e lago

pianura su cui corrono favole

si azzannano inquietudini

si liberano fronde e un’epopea intera

sì sì tutto questo

detto con simpatia e a onore del vero

come quando in un mattino si trova l’algoritmo

di una sinfonia del male che si veste in grande

dopotutto sarà per una volta sola

qui non si replica perché da sempre

fu stabilito così come volevasi

i monti una sola volta monti

il mare una sola volta mare

il pianto una sola volta pianto

commedia e tragedia fatte così

una volta sola come volevasi

 

 

Oh yes birth copulation and death

natura e cultura su cui l’onfalo

di un vagito abbandona il respiro

palpitante

singolarità che si fa universo

fonte d’amore

poi buco nero

e nera è la lingua che s’arrota parlando

e più non dice

 

 

OH YES BIRTH COPULATION AND DEATH  

 (from a line by T.S.Eliot)


Oh yes birth copulation and death

Love, tell us

how things unravel just like that

how the moment melts into the morning

how the hour goes by, the day too

tell us, death, you too

that you do not decline love except in

memorable cases owing to the splendour

of nature touched by the sublime

and you, birth, give us time

a time profaned, an infamous time

where death that comes from man

does not return to man unmade of debris

from a rotten heart and swollen belly

 

yes yes  I accept it

I present life I permit life

life that becomes plain and height and sea and lake

plain on which stories flow    

worries tear at each other

and revolt and epic deeds break free

 

yes yes all that

said nicely and truthfully

as when one morning you find the algorithm

of an evil symphony dressing up to the nines

after all it will only be for once

no repeat performances here because

it has always been just as they wanted

the mountains mountains only once

the sea the sea only once

tears tears only once

comedy and tragedy made like this

only once just as they wanted it

 

Oh yes birth copulation and death

nature and culture on which the omphalos

of a wail stops breathing

palpitating

singularity that becomes the universe

source of love

then black hole

and black is the tongue that rolls up when speaking

and says no more

 

 

Quando vieni e quando verrai

Quando vieni e quando verrai sono la stessa cosa.

 

Dolcemente vieni e mi porti un fiore:

una calendula, un anemone, un’orchidea, un fiore di campo.

Quando vieni cosa mi porti?

Le giunchiglie e le tue gambe lunghe o un sorriso cosparso di buone intenzioni?

 

Quando vieni, porta l’armonica c’è bisogno di armonia tra le filiere delle intenzioni;

c’è bisogno di un tocco di fantasia in più tra i cocci di bottiglia della vita, quando vieni.

Quando vieni, ritaglia il sole dal cielo servirà a rischiarare le inquietudini;

ritaglia la luna dal cielo, servirà a sognare ancora una volta appena il sole è calato.

Quando vieni, porta anche il tuo beauty case dovrai restaurare il mio viso,

così segnato dalle intemperie, così sofisticato nell’abbandono, così buono a nulla certe volte.

Quando vieni, hai l’arpa birmana tra le dita lunghe affusolate su cui potrai comporre sognanti

armonie con vibrazioni di cielo e velate attese molto più terra terra.

Quando vieni, porta il tuo pane e il tuo pendolo, la tua rassicurazione e il tuo modo.

Col pane potrai fare briciole per tornare indietro come Pollicino senza smarrirti;

col pendolo potrai decidere che fare ad ogni mala intenzione od intrusione altrui.

La tua rassicurazione poi servirà a far sorgere il plenilunio delle mie sorprese,

e il tuo modo potrà trasformarsi in un battibaleno nel mio mondo di favole.

 

Quando vieni e quando verrai sono la stessa cosa.

 

Qui crescono tutti i fiori:

la calendula, l’anemone, il fiore di campo, la margherita e la gerbera.

Ma tu potrai offrire dolcemente, come sei venuta dolcemente,

potrai offrire la tua orchidea, dolcemente.

E la pioggia ancora una volta verrà dal cielo

per farla splendere in tutte le sue gale.

Ora l’inverno s’apre davvero alla primavera.

 

Quando vieni e quando verrai sono la stessa cosa,

portami il tuo fiore.

  


When You Come And When You Will Come

 

When you come and when you will come are the same thing.

 

Gently you come bringing me a flower:

a calendula, an anemone, an orchid, a wild flower.

When you come, what will you bring me?

Jonquils and your long legs, or a smile strewn with good

intentions?

 

When you come, bring the harmonica:  we’ll need harmony among the threads of our intentions;

we’ll need a touch of extra fantasy among the broken pieces of the bottle of life, when you come.

When you come, cut the sun out from the sky: we’ll use it to lighten our worries;

cut the moon out from the sky, we’ll use it to dream again once the sun has gone down.

When you come, bring your beauty case too: you’ll have to rebuild my face,

so marked by bad weather, so sophisticated in its neglect, sometimes good for nothing at all.

When you come, between your long tapering fingers you’ll have your Burmese harp on which you can make up dreaming harmonies with celestial vibrations and veiled much more down-to earth expectations.

When you come, bring your bread and your pendulum, your reassurance and your way.

With the bread you’ll be able to leave a trail of crumbs like Hansel so you can find your way back without getting lost;

with your pendulum you’ll be able to decide what to do with every bad intention or intrusion by someone else.

 

Then with your reassurance you’ll be able to raise the full moon of my surprises,

and your way will turn in a flash into my fairytale world.

 

 

When you come and when you will come are the same thing.

 

All flowers grow here:

calendulas, anemones, wild flowers, daisies, gerbera.

But you’ll be able to offer gently, as gently as you came,

you’ll be able to offer your orchid, gently.

And the rain will fall from the sky once more

to make it shine in all its frills.

Now winter really opens into spring.

 

When you come and when you will come are the same thing,

bring me your flower.

 

 

Tra due fuochi

Dunque nessun tempo ci sopravviverà

né quello che al movimento dei corpi

celesti affida rapporto e misura

né quello che da piaceri e dolori

viene in cura e sentimento

 

Dentro di noi aggruma sorte

a nostra salute imperfetta

d’esserci per due fuochi

fine del mondo e sua creazione

in me o in te il gioco

dei due corpi senza misura

in me senza misura

ciò che il tuo sorriso allieta

 

 

Between Two Fires

So no time will survive us

neither that which to the movement of celestial

bodies imparts connection and measure

nor that which from pleasure and pain

comes to caring and feeling

 

Inside us fate clots

to our imperfect health

from being here between two fires

the end of the world and its creation

in me or you measureless

the play of our two bodies

measureless in me

that which brightens your smile

 

 

URLAMI DOLCI PAROLE (da parte di lei)

Urlami dolci parole

tra i capelli

tra le dita

tra le labbra

tra le doppie labbra,

vento

sabbia

bocca

sesso.

Urlami dolci parole,

che siano fatte d’aria

di mare

di baci

di muco

d’incommestibile pane

d’inqualificabile anarchia

d’ignominioso conio.

Urlami dolci parole soffiate

velate

trapassate

succhiate

sognate.

Urlami dolci parole,

quelle dimenticate

quelle non più udite

quelle non più cercate sul vocabolario.

Urlami dolci parole

di fango

di mango

d’aurora

di cielo.

Urlami dolci parole,

pescate tra i rovi in campagna

quando toccava a me essere vento;

riprese tra la rena sulla spiaggia

quando toccava a me essere rena;

succhiate tra le labbra di una distesa di baci

quando toccava a me essere labbra e baci;

ripescate dalle doppie labbra

quando toccava a me essere altre profittevoli labbra;

quando volevo essere io intera canzone d’amore,

musica di letto e suono d’incenso antico.

Urlami dolci labbra,

dolce vento

dolce venire tra gli interstizi del cuore.

Urlami dolci serenate al plenilunio

e rosso fuoco di ciocco falò,

urlami dolci parole

e poi dolci parole

e poi dolci parole ancora

perché non c’è fine al sogno,

non c’è aura di morte alla speranza,

non c’è uscita decente al desiderio di nuvole.

Dopo c’è il vento

la sabbia

le labbra

le doppie labbra.

Dopo c’è la mancanza di tutto questo,

dopo, mio caro, c’è la mancanza.

Urlami dolci parole

che rimangano scolpite nell’aria

nell’acqua

nel ricordo

nel desiderio del ricordo.

Urlami dolci parole,

mio caro,

ora che il tempo è possibile.

Urlami

che ne sia invaghita

estasiata

inebriata

commossa

violentata.

Così a poco a poco,

solo così a poco a poco

mi abituerò a giacere

con le tue parole,

con quelle parole

con tutte le parole,

solo così a poco a poco

mi abituerò a vivere

con tutte le parole dolci

che il tuo corpo sa dire

e la tua anima sa offrire

così

 

              perdutamente.

 


CRY OUT TO ME SWEET WORDS (on her behalf)     

 Cry out to me sweet words

through my hair

between my fingers

between my lips

between my double lips,

wind

sand

mouth

sex.

Cry out to me sweet words,

be they of air

of sea

of kisses

of mucus

of uneatable bread

of despicable anarchy

of ignominious coinage.

Cry out to me sweet words blown

veiled

pierced

sucked

dreamt of.

Cry out to me sweet words

those long forgotten

those no longer heard

those no longer looked up in dictionaries.

Cry out to me sweet words

of mud

of mango

of dawn

of sky.

Cry out to me sweet words,

picked among brambles in the countryside

when it was my turn to be the wind;

picked up from the sand on the beach

when it was my turn to be the sand;

sucked from between the lips of a spread of kisses

when it was my turn to be lips and kisses;

retrieved from the double lips

when it was my turn to be other profitable lips;

when I wanted to be a complete love song myself,

music of the bed and the sound of ancient incense.

Cry out to me sweet lips,

sweet wind

sweet coming between the interstices of the heart.

Cry out sweet serenades for me by a full moon

a blazing fire of log fires,

cry out to me sweet words

and then sweet words

and again sweet words

because to dreaming there is no end,

about hoping there is no aura of death,

from the wish of clouds there is no decent way out.

Afterwards there is the wind

the sand

the lips

the double lips.

Afterwards all this will be missing, absent

afterwards, my darling, there will be only absence.   

 

Cry out to me sweet words

that will remain carved in the air

in the water

in memory

in the desire to remember.

Cry out to me sweet words,

my darling,

now that time is possible.

Cry out

I am infatuated

enraptured

inebriated

moved

raped.

So little by little,

just like that, little by little,

I’ll get used to lying

with your words,

with those words

with all the words,

only this way little by little

I’ll get used to living

with all the sweet words

your body can say

and your soul can offer

so   

      

                hopelessly

 



Vita e morte dell’uomo

L’uomo vive le sue stagioni come un cero e come un cero piange e lacrima,

finché si accomuna alla terra,

l’amato pianeta con cui trasvola per le vie del cielo

a perdersi tra astri multipli e splendide stelle.

 

La vita dell’uomo è umiliazione continua, paura dell’evento e angoscia del nulla e del vuoto,

mostro GUT,

ma il vuoto è il crogiolo delle possibilità e dove c’è possibilità c’è la concreta realtà dell’Essere.

L’Uno partecipa ai molti e i molti all’Uno,

lo stoppino cerca il fuoco e la fiamma arde, luce e  calore.

Nel cielo intanto le stelle rumoreggiano con i loro reattori a fusione nucleare

finché il carburante a idrogeno ed elio si consumi,

dopodiché la stella singola esploderà diventando gigante colorata e imploderà a nana

altrettanto colorata finendo ad essere, massa permettendo,

stella di neutroni e infine,

se è il caso,

buco nero.

 

L’uomo vive nell’universo le sue stagioni e agendo si moltiplica

nei molti universi che produce in copia ad ogni battito d’ali.

Vive e volteggia ma anche rumoreggia e scarica putridume,

nemico a nemico, ghigno a ghigno, ferocia a ferocia

per essere nulla di più di un fiore

di malvagità ma anche d’amore.

Di qui il riscatto, volta del cielo, auspice

cero in cattedrale, accesa speranza.

 

La vita dell’uomo ha velli d’agnello

pelli di pecora e muso di leone

ma poi si arrangia a vedere i sassi e l’erba

dalla parte della radice.

La terra consuma il tempo lo porta fuori

dai secondi gli taglia il passato il presente e il futuro

il tempo non passa come del resto non è mai passato

non trascorre come del resto non è mai trascorso.

L’uomo della terra agguanta il suo tempo

facendo finalmente le cose giuste dell’anima

potendo ne misura il lato l’area e il volume

ma poi lascia al numero il compito

di procurare dopo la virgola

cifre infinite qualsiasi.

 

Nell’universo sistemi galassie ammassi

miliardi di miliardi

sulla terra miliardi capaci di consumare

la possibilità.

 

L’uomo sulla terra come un cero piange e lacrima.

 

Stella e non putridume nelle vite diventare,

una dopo l’altra, universo dopo l’altro,

o in alternativa per le molte azioni                                                                                                                                                                     

perdere questa vita.  

 


Life And Death Of Man

 Man lives his seasons like a candle and like a candle he weeps and sheds his tears,

until he merges with the earth,                                                    

the beloved planet with which he flies across the paths of the heavens

to lose himself among the host of celestial bodies and splendid stars.

 

The life of man is constant humiliation, fear of the event and anguish at nothingness and emptiness,

GUT monster,  

but emptiness is the crucible of all possibility and where there is possibility there is the concrete reality of Being.

The One participates in the many and the many in the One,

the wick seeks the flame and the flame burns, giving light and heat.

Meanwhile in the sky the fusion reactors of the stars

rumble on 

until their fuel of  hydrogen and helium is all used up,

and then each single star will explode, becoming a coloured giant, and  implode becoming a dwarf,

just as coloured but ending by becoming, if its mass permits,

a neutron star and in the end,

as the case may be,

a black hole.

 

Man lives his seasons in the universe and as he acts proliferates

in the many universes he duplicates at every fluttering of his wings.

He lives and whirls but also roars and discharges putridity,

enemy to enemy, sneer to sneer, ferocity to ferocity

to be nothing more than a flower

of wickedness but also of love.

Hence redemption, the vault of heaven, auspice

candle in the cathedral, kindled hope.

 

The life of man has the fleeces of lambs

the skins of sheep and the muzzle of a lion

but even then he manages to see stones and grass

from the side of the root.

The earth consumes time and takes it out

cuts off from seconds past present and future

time does not pass as it never has passed

does not go by as it never has gone by.

The man of earth seizes his time

at last doing what is right by his soul

if he can measures its side area and volume

but then at the number just drops the task

of obtaining any infinite figures

after the decimal point.

 

In the universe systems galaxies masses

billions of billions

on the earth billions able to consume

possibility.

 

Man on earth weeps and sheds tears like a candle.

 

To become not putridity but a star in his lives,

one after the other, universe after universe,

or alternatively for his many acts

to lose this life.


Gian Primo Brugnoli

traduzione di Maria Rosina Girotti

Editing di Gray Sutherland

 

Posted by: kolibris | February 17, 2009

Martino Baldi traduce Catarina Nunes de Almeida

catarina

 

LA METAMORFOSI DELLE PIANTE DEI PIEDI
A METAMORFOSE DAS PLANTAS DOS PÉS

Reconheces esta água para onde cais?
Água em estado redondo lívido -
crispam-lhe as espumas as plumas mornas no colchão.
Por baixo de ti corre um rendilhado de luas maternas.
Nenhuma propriedade básica se aplica:
incolor indolor inodoro não é
o corpo para onde cais.
Ei-lo – sem qualquer reminiscência das fábulas -
o peixe que não vai para lugar nenhum:
primeiro disse que não sabia nadar
depois disse que não cabia na água -
limpa os beiços
varre as praias até ao fundo do cobertor -
e apesar disso traz ao pescoço
todas as conchas
todas as coxas celebradas.

 

Riconosci quest’acqua verso cui cadi?
Acqua in stato rotondo livido -
si increspano le spume le piume tiepide nel materasso.
Sotto di te corre un ricamo di lune materne.
Nessuna proprietà basica si applica:
incolore indolore inodore non è
il corpo verso cui cadi.
Eccolo – senza alcuna reminescenza delle favole -
il pesce che non va da nessuna parte:
prima disse non so nuotare
poi disse quest’acqua non mi contiene -
pulisce le labbra
spazza le spiagge fino in fondo alla coperta -
e comunque porta al collo
tutti i gusci
tutte le cosce celebrate.

 

 

O álbum abriu a boca enorme:
os bibes bem engomados a cada serva
sua fera o dia branco até ao fim dos olhos.
Acontecia naquele tempo
a carnificação dos teus caules, ó cidade.
Nem mesmo quando folhas vinham
cardiovasculhar as ruas nem quando nas ruas
flutuavam tágides nossas -
em silêncio absoluto a tua voz
era a que menos se ouvia.
Depois havia a mão da mamã -
e repara no perfume dos ossos
como se as fotos continuassem lá longe
debaixo da terra – trazia para a noite
a noite a mortalidade consentida.

 

L’album aprì la bocca enorme:
i grembiuli ben stirati per ogni serva
la sua bestia il giorno bianco fino alla fine degli occhi.
Accadeva in quel tempo, città
la carnificazione dei tuoi steli
Nemmeno quando le foglie venivano
a cardiobasculare le strade né quando nelle strade
fluttuavano le tagidi nostre -
nel silenzio assoluto la tua voce
era quella che si udiva meno.
Dopo arrivava la mano della mamma -
e senti il profumo delle ossa
come se le foto continuassero in lontananza
sotto la terra – portava la notte
alla notte la mortalità consentita.

 

 

Só de olhos fechados compreendíamos a escuridão dos olhos
o comprimento azulado dos homens que partiam
fabricantes de janelas de tecidos de ruas
com cheiro de peixes vivos.
Era um linguajar mitológico: cada fonema solar
glorificando a cegueira uma morte igual à morte -
os autos das barcas que naquela tarde.

 

Solo ad occhi chiusi comprendevamo l’oscurità degli occhi
la lunghezza azzurrina degli uomini che partivano
fabbricanti di finestre di tessuti di strade
con odore di pesci vivi.
Era un ciaccolare mitologico: ogni fonema solare
glorificando la cecità una morte uguale alla morte -
gli atti delle barche che in quella sera.

 

 

 

CAPITOLO II

CORPO FORESTA
(CORPO FLORESTA)

Os homens vinham soprar nos teus lábios a música das folhas
e acreditavam ter nos braços a árvore onde cresceram em silêncio
durante três estações. Eram esses lábios a tuba que anunciava
a primeira morte. As pernas confundindo-se com as raízes:
nenhum escutaria de novo o chilrear das crianças
a língua dos prados tão livre de declinações.
Dormiam e acordavam no teu sangue
o único jardim a que chamavam casa.

 

Gli uomini venivano a soffiare nelle tue labbra la musica delle foglie
e credevano di avere nelle braccia l’albero dove crebbero in silenzio
per tre stagioni. Erano quelle labbra la tuba che annunciava
la prima morte. Le gambe confondendosi con le radici:
nessuno ascolterebbe di nuovo il cinguettìo dei bambini
la lingua dei prati tanto libera dalle declinazioni.
Dormivano e si svegliavano nel tuo sangue
l’unico giardino che chiamavano casa.

 

 

O prolongamento do lodo são estas quarto mãos
num dia sem vento e sem orquestra.
Na mansidão do pomar tantas vezes adiado
há cabelos e tecidos que se agitam
por debaixo da nespereira.

 

Il prolungamento del fango sono queste quattro mani
in un giorno senza vento e senza orchestra.
Nella quiete del frutteto tante volte rimandato
ci sono capelli e tessuti che si agitano
ai piedi del nespolo.

 

 

Deixou-se ficar ao sol – a língua iluminada
polida pelo vento e as ruínas da folha onde foram
um joelho um braço rasgando as nuvens.
Ave severa esta árvore que embala a morte.
Os ossos cercados pela penugem dos pomares,
sem receio de pernoitar
de apodrecer entre os frutos.

 

È rimasta al sole – la lingua illuminata
levigata dal vento e le rovine della foglia dove furono
un ginocchio un braccio a strappare le nuvole.
Uccello severo quest’albero che culla la morte.
Le ossa accerchiate dal piumaggio dei frutteti,
senza timore di pernottare
di putrefare tra i frutti.

 

 

Visto das nuvens
o mundo parece um herbário.
Sem pernas sem cheiros
sem homens que digam
eu conheço este cheiro -
silêncio que esmaga o silêncio.
A terra demora muito tempo,
ocupa o olhar todo, o nariz todo.
Das nuvens uma flor não é uma flor.
Duas flores não são duas flores.
Das nuvens uma plantação de flores é apenas
um rectângulo amarelo
onde podem existir girassóis
guarda-sóis ventoinhas -
o que é que importa se por lá
também correm crianças?

 

Visto dalle nuvole
il mondo sembra un erbario.
Senza gambe senza odori
senza uomini che dicano
io conosco questo odore -
silenzio che schiaccia il silenzio.
La terra si prende molto tempo,
occupa tutto lo sguardo, tutto il naso.
Dalle nuvole un fiore non è un fiore.
Due fiori non sono due fiori.
Dalle nuvole una piantagione di fiori è appena
un rettangolo giallo
dove possono esistere girasoli
parasoli banderuole -
che importa se là
corrono anche bambini?

 

 

CAPITOLO III

LA SCOPERTA DEL FUOCO
(A DESCOBERTA DO FOGO)

Vieste para a floresta carregado de dedos
como quem vem abraçar por dentro
uma árvore o bicho que cai
entre sílabas e âncoras minúsculas.
Estás pousado na terra
mas são as ervas que se deitam no teu dorso constelado
e aguardam o correr das nuvens
a respiração de algum astro mais brando.
Em todos os lugares uma única esteira
reúne em simultâneo a pele dos prados
e as pernas que se abrem para os ciclos do fogo.

 

Arrivasti alla foresta carico di dita
come chi abbraccia dentro
un albero l’animale che cade
tra sillabe e minuscole ancore.
Ti sei posato a terra
ma sono le erbe che si sdraiano sul tuo dorso costellato
e attendono la corsa delle nubi
il respiro di un astro più leggero.
In tutti i luoghi una sola stuoia
tiene insieme la pelle dei prati
e le gambe che si aprono per i cicli del fuoco.

 

 

Assisto à montanha
e não me apetece mais nada,
nem que o palco se ilumine
nem que me traduzam o texto.
Um corpo sem pegadas
é o lugar perfeito
para o abandono.

 

Assisto alla collina
e non ho voglia d’altro,
né che il palco si illumini
né che mi traducano il testo.
Un corpo senza impronte
è il luogo perfetto
per l’abbandono.

 

 

A mulher cai do ramo e estende as pernas
diante do espelho: adivinho a seara na linha da tua côdea
o pão aberto sobre o lençol. Estás tão dourada -
nunca serás um canteiro amarelecido
às portas do mundo. Nunca falaste mais alto do que a noite
nunca soubeste os teus braços melhor do que os braços
dos frutos. Tão madura que nem esperas
os poucos que regressam a casa:
homens poentes
homens de quartos minguantes
na estrada que desce pela túnica
à nuvem mais escura.

 

La donna cade dal ramo e stende le gambe
davanti allo specchio: indovino la messe nella linea della tua crosta
il pane aperto sul lenzuolo. Sei cosí dorata -
non sarai mai un vaso ingiallito
alle porte del mondo. Non hai mai parlato piú alto della notte
né conosciuto le tue braccia piú delle braccia
dei frutti. Così matura che non attendi
i pochi che tornano a casa:
uomini tramontanti
uomini di fasi calanti
nella strada che scende dalla tunica
alla nube piú scura.

 

Catarina Nunes de Almeida, A metamorfose das plantas dos pés/La metamorfosi delle piante dei piedi, LietoColle, 2008. Traduzione di Martino Baldi

Posted by: kolibris | February 26, 2009

“Il resto (parziale) della storia” a Roma

 

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Il giorno 27 gennaio 2009 alle ore 11

nell’aula magna del Liceo Eugenio Montale

in via di Bravetta 545 Roma,

nell’ambito del progetto inclusione “diversità”

presentazione del libro 

 

Il resto (parziale) della storia (Fara Editore, 2008)

 

testi di:

Carla De Angelis – Chiara De Luca
Eleonora Laurita – Michela Maggiani – Stefano Martello
Oliviero Mascarucci  Rosa Maria Vernata

 

saranno presenti i curatori Carla De Angelis e Stefano Martello

 

seguirà un dibattito con  studenti e docenti

Posted by: kolibris | March 12, 2009

Il resto (parziale) della storia

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GIOVEDI’ 12-03-2009 

BIBLIOTECA CORVIALE
VIA MARINO MAZZACURATI N. 76 (VIA PORTUENSE)
00148 ROMA
POESIA E…

OSPITI:

LETTERATURA:
CARLA DE ANGELIS – SCRITTRICE
STEFANO MARTELLO –GIORNALISTA

PRESENTANNO IL RESTO (PARZIALE)DELLA STORIA

TEATRO:
ANGELO FILIPPO JANNONI SEBASTIANINI – ATTORE E DIRETTORE ARTISTICO

PRESENTANO:
CARLA LUISA ZUCCALA’ e MARCO BELOCCHI

CON LA PARTECIPAZIONE DI:
GIANNI PARIS
PRESIDENTE XV MUNICIPIO
FABRIZIO GROSSI
ASSESSORE XV MUNICIPIO
M. GRAZIA GARAVINI
COORDINATRICE BANCA DEL TEMPO CORVIALE
XV MUNICIPIO

RIPRESE FILMATE DI: SANDRO CORDIVIOLA

Posted by: kolibris | April 4, 2009

Gianluca Chierici, Il nome del confine, Joker 2009

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L’orfano prende asilo in ciò che non possiede

di Chiara De Luca

 

Cherubini, sogni, angeli, demoni, follia e desiderio, luce, ombre, fuoco… Sono alcuni dei termini ricorrenti in questa raccolta di Gianluca Chierici, che tuttavia non istituisce polarità nettamente antagoniste, non propone una visione manichea dell’esistenza, ma rappresenta piuttosto un universo interiore generato dalla intersezione di piani dove sacro e profano convivono e si confondono, bene e male s’invertono e contaminano vicendevolmente, simboli ortodossi si colmano di nuovo significato più terreno e concreto. Il nome del confine è una sorta di pellegrinaggio dell’uomo che cade e di continuo si rialza e cade ancora, nell’incessante ricerca del Sé, della ragione del proprio esserci, svelata nella presa di coscienza dell’energia creatrice presente nel sogno quale espressione del volere più bambino e incondizionato dell’uomo. La realtà onirica non è qui presentata in un’ottica escapistica, che ne fa alternativa alla dimensione consueta, quanto piuttosto quale piano compresente, che interseca quello del quotidiano, consentendo all’io di rapportarsi a esso senza smarrirne il mistero, senza tralasciarne luci e ombre che restano altrimenti nascoste a uno sguardo oggettivo di superficie. Il poeta “pellegrino / sfiorato da troppe / leggende”, si dibatte di continuo tra le esigenze del vivere, sopra-vivendo, e la necessità di scavare più a fondo in un buio in cui l’animo si riconosce e desidera portarvi luce. “Durerò quanto la gratitudine,” scrive Chierici, “e troverò il mondo angelico / in cui lo spirito / si ribella all’anima, / affermando una nuova / durata al mio nome”. In questi versi è sintetizzato il paradosso ricorrente in questa poesia: la scissione tra una pulsione terrena – qui identificata con lo spirito – che spinge al soddisfacimento del desiderio primitivo – nel senso di autentico, infante –, e l’abbrivio dell’anima che tende verso l’alto, verso l’Altro. In questa tensione continua, che frange la linearità del quotidiano andare, “[...] solo i sogni / accompagnano le battaglie / negli spiriti”, solo l’energia oscura dell’inconscio, forte della sua carica immaginativa e della sua pulsione creatrice, solleva lo spirito dalla solitudine e gl’infonde nuova energia, al di là di ogni tentativo di nominazione dell’esistente: “Non definite la vita, o l’amore / ci pensa la morte a farlo per voi / e quando vi sentite stanchi / e la solitudine si fa grezza / e potente / ricordate al sogno / i suoi capelli di cielo”. “Brucio nel campo dei monaci / come un diavolo nel deserto,” scrive Chierici, riconfigurando la scissione interna all’io, la sua doppia natura, già figurata nell’opposizione, o meglio, nella polarizzazione anima/spirito. “Io viaggio e sono convento, Tu / importuni la preghiera”, aggiunge altrove, rivolgendosi a un “Tu” che, pur rappresentando un amore terreno, che distoglie l’anima dalla sua ricerca di assoluto nel pellegrinaggio dell’esistenza, in virtù della maiuscola pare al contempo indirizzare quello stesso afflato. Il nome del confine, come già Il libro del mattino, è infatti di per sé libro di preghiere, in cui il domandare è rivolto ora all’altro terreno, ora a un tu metafisico, o a entrambi contemporaneamente, eppure avviluppato nel medesimo umano paradosso per cui bene e male, beatitudine e dannazione, salvezza e tentazione convivono senza annullarsi nella battaglia interiore dell’Io: “Le mani si fanno benedette / e interrogo Dio per capire / cosa delle mie maledizioni / lo attragga tanto”. Il poeta, che è al contempo “madre e padre”, “sofferenza e peccato”, è consapevole dell’impossibilità di dirimere il proprio interiore conflitto, di indirizzare le forze di segno opposto insediatesi in lui nel momento della Caduta, che è paradossalmente anche slancio verso un eden di luce, incontro: “Come può uno come me / che porta in viso il disegno / della caduta, non ricordare / il tenero compiersi dei corpi / lo schiudersi delle anime, / l’ambra degli spiriti / come aironi nella luce.” L’uomo “infuocato / tra le leggi che si azzuffano,” lacerato da istanze che non sanno farsi dialogiche, non trova pace perché coglie la sacralità nel contingente, “Nella preghiera che insidia / ogni atomo”. “Nascosto come una vergine / intessuto di nebbia e orrore,” cerca di sottrarsi alle istanze dell’umano, facendosi di volta in volta “diavolo / e sacerdote,” sulla via di un nuovo pellegrinaggio, che risponde alle istanze dello spirito, e le soddisfa frantumando “[...] tutti / i libri, per ricomporre il senso / più vicino al cammino / del cuore”

Posted by: kolibris | April 7, 2009

Lorenzo Mari traduce David Eloy Rodriguez

 

PACTOS ROTOS, PROMESAS INCUMPLIDAS


Avanzaban los invasores borrachos

regando los campos con sal.

Nos quemaban los ojos,

nos dejaban ciegos.

No eran estos los bárbaros

que nosotros solicitábamos.




Si tienes que detener 

la mano que desciende

con un hacha,

hazlo.

Aunque tengas que pagar con

tus manos,

hazlo.

No hay que esperar candidez

de los acantilados.

La muerte es un desfiladero

por el que no pasan pájaros.




Nunca fuimos héroes.

No seremos héroes.

Hijos de perdedores

con la derrota en las venas.
Soldados sin gloria

en territorio enemigo,

lamiéndonos las mismas heridas

aplicando los mismos remedios.

Niños que tiran piedras

a los trenes.

Ballenas arponeadas

dispuestas a resistir.




Llegaban los turistas desordenadamente

buscando alguna razón más o menos 

precisa que justificara su viaje.

Le preguntaron a las piedras,

preguntáronle a los mapas,

a las palomas, a la plaza inmensa,

al agua del río que fotografiaban.

Inquirieron al vendedor de globos

y al reloj de la torre,

incluso alguno trató de entrevistarse

con un pasante apresurado.

Tenían ansia y hambre

y quisieron gritar bien alto,

pero no lo hicieron.

Algunos se fueron como habían venido.

Otros con preguntas amarillas.


David Eloy Rodriguez  da Miedo a ser escarcha, Quasyeditorial, 2000


PATTI INFRANTI, PROMESSE NON MANTENUTE


Gli invasori ubriachi avanzavano

innaffiando i campi di sale.

Ci bruciavano gli occhi,

ci lasciavano ciechi.

Non erano questi i barbari

che chiedevamo.




Se puoi trattenere

la mano che cala

con l’ascia,

fallo.

Anche se devi pagare

con le tue mani,

fallo.

Non bisogna aspettarsi innocenza

degli scogli a strapiombo.

La morte é una strettoia

attraverso cui gli uccelli non passano.




Eroi non siamo mai stati.

Eroi non saremo.

Figli di perdenti

con la sconfitta nelle vene.

Soldati senza gloria

in territorio nemico,

leccandoci identiche ferite,

applicando identiche medicazioni.

Bambini che tirano pietre

ai treni.

Balene arpionate

disposte a resistere.




Alla spicciolata arrivavano i turisti,

cercando una ragione piú o meno

precisa che giustificasse il loro viaggio.

La domandarono alle pietre,

alle mappe la domandarono,

ai piccioni, alle piazze immense,

all’acqua del fiume che fotografavano.

Interrogarono il venditore di pallonicni

e l’orologio della torre,

qualcuno addirittura provó a colloquiare

con un passante frettoloso.

Provavano fame e angoscia

e desiderarono gridare molto forte,

ma non lo fecero.
Alcuni se ne andarono com’erano venuti.

Altri con domande inevase.


(Timore di brinare, 2000)



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Nato a Cáceres (Extremadura) nel 1976, David Eloy Rodríguez vive a Siviglia. Dal 1996 ad oggi ha pubblicato varie raccolte di poesía: Chrauf (Chrauf, 1996), Miedo de ser escarcha (Timore di brinare, 2000); Asombros (Sorprese, 2006; con dipinti dell’artista sivigliano Miki Leal) e Los huidos (I fuggitivi, 2008). Altri testi sono apparsi in antologie poetiche nazionali e internazionali, nonché su riviste letterarie, filosofiche e d’arte. Piú volte premiato per la sua produzione letteraria, ha ottenuto, in particolare, il premio internazionale di poesia Surcos (2000) e il premio letterario Creación Joven (2007).

Dal 1996 partecipa a diversi progetti multimediali, che mettono in stretta relazione poesia, azione teatrale e musica, tra cui il piú rilevante é forse il Circo de la Palabra Itinerante, che ha recentemente debuttato al festival Versátil di Valladolid (www.elfestivaldelapalabra.blogspot.com) con lo spettacolo “Todo se entiende sólo a medias” (www.soloamedias.net). Collabora con i cantautori Iván Mariscal (http://lasafinidadeselectivas.blogspot.com/2007/10/ivn-mariscal.html) e Daniel Mata en el Callejón del Gato (http://www.myspace.com/danielenelcallejondelgato), che hanno adattato alcuni dei suoi testi. Dal 2005 conduce, assieme ad altri giovani poeti di Siviglia, tra cui José María Gómez Valero e Miguel Ángel García Argüez, la piccola casa editrice indipendente Libros de la Herida (www.librosdelaherida.blogspot.com).



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Posted by: kolibris | April 16, 2009

Vera Lúcia de Oliveira traduce Lêdo Ivo

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da Requiem, Besa Editrice, Nardò (LE), 2008. Traduzione e curatela di Vera Lúcia de Oliveira
pp. 98


REQUIEM DI LÊDO IVO

 

Vera Lúcia de Oliveira

 

Alla soglia dei suoi vivaci ottantatre anni, quando ha da poco pubblicato la monumentale Poesia Completa 1940-2004 (Topbooks, Rio de Janeiro, 2004) che traccia, nelle sue mille e cento pagine, un percorso di più di sessanta anni di letteratura che lo colloca fra i nomi più alti della poesia brasiliana, Lêdo Ivo ci regala questo inatteso Requiem, un compatto libro di poesie che si legge tutto d’un fiato, con lo stupore, la luminosità e il dolore che porta con sé la grande lirica.

Come è sempre stato per Lêdo Ivo, e senza smentire la raffinatezza artigianale dei suoi versi, la poesia è illuminazione, sono lampi rimbaudiani nella notte oscura della vita e della morte. Ci troviamo dinnanzi ad una sorta di sunto poetico e filosofico, un condensato forte e compatto di tutta la sua opera, un toccare quel filo imperscrutabile dell’universo per il quale passa una densa e segreta linfa e che solo pochi riescono a sfiorare, correndo il rischio di rimanere folgorati. (…)

Non si può leggere questo libro senza commozione e dolore e, paradossalmente, senza la sensazione di gioia e bellezza che dona sempre la grande poesia, anche quando tratta di sofferenza e di morte. Questo è l’enigma della parola poetica, dolore che ha in sé la letizia dell’umano sfiorato da Dio, o di Dio sfiorato dall’uomo in un momento di estasi. (…)

Il magma incandescente di questo lirismo plasma la sua forma torrenziale, talvolta ossessiva nelle immagini ricorrenti, nei versi lunghi che rischiano di togliere il fiato al lettore che volesse seguirne l’ampiezza. Il linguaggio, incantatorio ed elegiaco, ricco di pathos drammatico, mantiene il tono colloquiale, come nella migliore tradizione poetica brasiliana. La musica è di un’armonia increspata come le onde del mare, scandita dalle tante domande: Onde estão os loucos de minha infância, / os loucos que cantavam e dançavam no hospício devastado pelo sol? / Onde estão os meus navios e a luz do farol? [Dove sono i pazzi della mia infanzia, / i pazzi che cantavano e danzavano nel manicomio devastato dal sole? / Dove sono le mie navi e la luce del faro?].

La vita è vista come un cammino, un percorso breve e intenso, alla fine del quale egli si ritrova con meno certezze di quando lo aveva iniziato. E se il mare e la notte sembrano assorbire le nostre singole voci, la poesia rimane come lampo di coscienza diffuso, testimonianza di amore, profezia della notte che, anziché piegarci, svela alla fine che la vita va vissuta. (…)

Afferma il poeta e critico Ivan Junqueira che, “al contrario dei molti poeti la cui produzione decade nella vecchiaia, quella di Lêdo Ivo cresce ancora di più”, aggiungendo che se la paragonassimo al vino migliore, che quanto più invecchia tanto più diventa pregiato, il concetto che ne ricaveremmo è quello della “maturità del maturo, e cioè del sapore concentrato di un’uva passita che ancora conserva la freschezza dell’uva. Un frutto cristallizzato. Quasi un diamante.”[6] Nel leggere e nel fare con il poeta questo viscerale percorso nelle parole e nella vita, ci sentiamo anche noi felizes, annoverati cioè nelle sue stravaganti e poetiche beatitudini, noi a cui è stato dato, come una prodigiosa offerta, questo suo maturo e denso frutto di poesia.

 

 

POESIA TRATTA DA REQUIEM, DI LÊDO IVO

Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira

I

 

Aqui estou, à espera do silêncio.

 

Diante do estaleiro apodrecido

só vislumbro o estilhaço

que sobrou das iluminações.

Como todas as sobras, ele traz a marca

das coisas escondidas para sempre

ou dos seres sepultados no alto das dunas;

como as letras gravadas a fogo

na anca de um cavalo roubado por um cigano, ou um

          [sinal de nascença

no quadril bem-amado.

 

Agora a noite desce para sempre.

Meu olhar fatigado segue a canoa

que se afasta dos manguezais.

Uma luz na restinga. Um caranguejo na lama.

E a vida se evapora como as almas

no céu que não abriga nenhum deus.

Todas as paisagens que vi se esfarelaram

nos postais corroídos. E a unha suja, tarjada de negro,

toma o espaço da mão antiga. As portas sucessivas

das docas que armazenavam réstias de cebola e sacos de açúcar

se encolhem na escuridão, reduzidas a uma única porta

refratária ao clarão da aurora.

 

Na Barra de São Miguel, diante do mar,

só agora aprendi:

o dia mais longo do homem

dura menos que um relâmpago.

O tempo não será mais celebrado

entre as constelações.

O céu e a terra vão sumir

na cinza desapontada

dos amanhãs roubados pela morte.

E tudo o que amei se dissolve.

A nuvem escarlate pousa brandamente

entre as casas de taipa e o mar rasgado pelas ondas.

Chegou a hora de dizer adeus à água negra

que marulha na treva da laguna

e ao vento planetário que seca os peixes

pendurados nos varais das palhoças

e ao mar caeté que se abriu

diante das falésias de minha pátria perdida.

 

A eternidade passa como o vento.

Só o tempo é eterno. Sempre estive aqui

no meio do meu povo dizimado,

e minhas mãos armaram além das dunas

a dourada fogueira antropofágica

do assombroso festim. Uma noite de cinzas

sucede agora ao clamor e à alegria.

O mar apaga todos os naufrágios

e todo fogo se extingue, todo fogo dourado

se alastra e se apaga no silêncio do mundo.

 

Aqui, no lugar de água e terra dos meus nascimentos

      [sucessivos,

minha sombra vagueia entre os escombros

dos navios perdidos ou sonhados.

E busco em vão, nas águas ofendidas,

a castidade da água clara e intacta

que aflora no mar ao rebentar da aurora

no coração da noite emudecida.

Ó porta prometida ao consolo da vida,

após tanta imundície e após tanto esplendor!

Nesta noite final, as fogueiras celestes

queimam toda esperança e sepultam na cinza

os sonhos insensatos das almas terrestres

e o estertor que suprime qualquer paraíso.

 

Na noite crematória, a morte é uma fogueira. 

 

I

 

Sto qui, in attesa del silenzio.

 

Dinnanzi all'arsenale marcito

scorgo solo la scheggia

che è rimasta delle illuminazioni.

Come tutti i residui, essa porta con sé il segno

delle cose nascoste per sempre

o degli esseri sepolti sull'alto delle dune;

come le lettere marchiate a fuoco

sul fianco di un cavallo rubato da uno zingaro, o una

         [voglia sulla pelle

dell'anca diletta.

 

Ora la notte scende per sempre.

Il mio sguardo affaticato segue la canoa

che si allontana dalle mangrovie.

Una luce nei banchi di sabbia. Un granchio nel fango.

E la vita evapora come le anime

nel cielo che non ospita alcun dio.

Tutti i paesaggi che ho visto si sono polverizzati

nelle cartoline corrose. E l'unghia sporca, chiazzata di nero,

prende il posto della mano antica. Le porte successive

delle banchine che immagazzinavano reste di cipolle e

[sacchi di zucchero

si ritirano nel buio, ridotte ad un'unica porta

refrattaria al bagliore dell'aurora.

 

Nella Barra di São Miguel, di fronte al mare,

solo ora ho compreso:

il giorno più lungo dell'uomo

dura meno di un lampo.

Il tempo non sarà più celebrato

fra le costellazioni.

Il cielo e la terra svaniranno

nella cenere delusa

dei domani rubati dalla morte.

E tutto ciò che ho amato si dissolve.

La nuvola scarlatta posa dolcemente

fra le case di fango e paglia e il mare lacerato dalle onde.

È arrivata l'ora di dire addio all'acqua nera

che mareggia nella tenebra della laguna

e al vento planetario che secca i pesci

appesi sui fili nelle capanne

e al mare caeté che si è aperto

dinnanzi alle falesie della mia patria perduta.

 

L'eternità passa come il vento.

Solo il tempo è eterno. Sono sempre stato qui

in mezzo al mio popolo decimato,

e le mie mani hanno armato oltre le dune

il dorato falò antropofagico

del prodigioso banchetto. Una notte di ceneri

succede ora al clamore e alla gioia.

Il mare cancella tutti i naufragi

e ogni fuoco si estingue, ogni fuoco dorato

si propaga e si spegne nel silenzio del mondo.

 

Qui, nel luogo di acqua e terra delle mie nascite successive,

la mia ombra vaga fra i relitti

delle navi perdute o sognate.

E cerco invano, nelle acque offese,

la castità dell'acqua chiara e intatta

che affiora nel mare al deflagrare dell'aurora

nel cuore della notte ammutolita.

O porta promessa alla consolazione della vita,

dopo tanta immondizia e dopo tanto splendore!

In questa notte finale, i falò celesti

bruciano ogni speranza e seppelliscono nella cenere

i sogni insensati delle anime terrestri

e il rantolo che sopprime ogni paradiso.

 

Nella notte crematoria, la morte è un falò.

Lêdo Ivo è nato a Maceió, Alagoas, nel 1924. Ha avuto la sua prima formazione letteraria a Recife e dal 1943 vive a Rio de Janeiro. Il suo esordio letterario è del 1944, con As imaginações [Le immaginazioni], libro di poesie al quale seguiranno altre raccolte. Oltre alla poesia, Lêdo Ivo si dedica anche alla prosa. Il primo romanzo, As alianças, del 1947, conquista un importante premio nazionale. Pubblica altri quattro romanzi, fra i quali Ninho de cobras e A morte do Brasil, una raccolta di racconti, Use a passagem subterrânea, e due testi per l’infanzia, O menino da noite e O canário azul. Tra i saggi figurano Ladrão de flor, O universo poético de Raul Pompéia, Poesia observada, Teoria e celebração, A ética da aventura e A república de desilusão. Come memorialista, ha pubblicato Confissões de um poeta e O aluno relapso. Lêdo Ivo ha ricevuto numerosi e importanti premi. Nel 1990 è stato eletto in Brasile “Intellettuale dell’anno”. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Messico, Perù, Spagna, Olanda e Venezuela. È membro dell’Accademia Brasiliana di Lettere dal 1986. È considerato uno dei più grandi poeti viventi di lingua portoghese.

 

corollam

 

 

This is a poetry of lyrical grace that casts a spare and flickering light on human suffering. It is a poetry that maintains a surface beauty, like trees in blossom, but goes on to produce a fruit of extraordinary taste and validity. There is a gravity to both thought and language that teeters always on the brink of sorrow; it is the cry of a hurt, furred animal. Poetry here is redemption; the music of Chiara’s language, the delicate movements of the verse-rhythms, the sense of a faith under stress that emerges from the constraint of phrase and enjambement — all speaks a poetry from the heart of our times, a soul in poetry that belongs “to everyone and no one at all”. It is moving and beautiful work and beauty, as an old poet once wrote, must be “in no way cherry blossom”.

John F. Deane

 

 

 

Questa è una poesia di lirica grazia, che getta una luce scintillante in più sulla sofferenza umana. Una poesia che mantiene in superficie una bellezza come d’alberi in boccio, ma poi si spinge oltre, generando un frutto di straordinario valore e bellezza. C’è una gravità di pensiero e di linguaggio che barcolla sempre sul ciglio del dolore; è il grido d’un animale da pelliccia ferito. La poesia qui è redenzione; la musica della lingua di Chiara, il delicato movimento della ritmica dei versi, il senso di una fede sotto la tensione che emerge dal controllo di frasi ed enjambement – tutto parla di una poesia dal cuore dei nostri tempi, un’anima in poesia che vuole “essere / di tutti e non restare.” Questa è un’opera bella e toccante, e la bellezza, come scrisse un tempo un vecchio poeta, non deve essere “mai ciliegio in fiore”.

John F. Deane

 

 

 

[…]

There is in her poetry a delight in the diversity of experience, whether it is “the heavy-lidded eyes life has on the bus”, or the transforming beauty of a snow storm:

 Look how faintly
the plaster of the sky falls,
frosted glass where it slides,
the invisible breath I steal,
to hold snow in my hand.

As these lines illustrate, Chiara De Luca is a poet who excels in the play of metaphors that leap over each other, making the familiar unfamiliar, and in the process making it new.
There is a constant flow of image and sensation which has its own inner dynamic and logic, attuned to the mundane, but also to the suffering inherent in life which the poet inherits as part of our common humanity and which she ignores at her peril. As she says in the brief opening poem:

 I come upon the faint, beckoning scent of the abyss,
there to open my veins yet again that I might
dip my pen in this well of pain and bleed verses
into the silence.

[…]

from the preface of John Barnie

 

 

 

[…]

C’è nella poesia di Chiara De Luca un gusto per la varietà dell’esperienza, sia che descriva “quante palpebre / ha sull’autobus la vita”, sia che descriva la bellezza metamorfica di una tempesta di neve: :

Guarda come impercettibile
precipita l’intonaco del cielo
vetro smerigliato dove scivola
respiro di visibile che involo
accolto in una mano e noi.

Come questi versi illustrano, Chiara De Luca è una poetessa che eccelle nel gioco delle metafore, che si susseguono e accavallano, in un processo che ci rende familiare l’ignoto e, al contempo, lo ricrea.
C’è un costante fluire d’immagine e sensazione, che possiede una sua dinamica e una sua logica interne, intonandosi al mondano, ma anche alla sofferenza insita nella vita, che la poetessa eredita quale parte integrante della nostra condizione umana, e, a suo rischio e pericolo, ignora. Come scrive nella breve poesia d’apertura:

ancora vengo ad annusare l’abisso
riaprirmi le vene per immergere
la penna e sanguinare versi sul silenzio

[…]

dalla prefazione di John Barnie

Posted by: kolibris | July 21, 2009

Nell’orto degli ulivi

ramberti

 

Il futuro si ripiega
non c’è orizzonte
la condizione umana è una
tenda che si affloscia
lacerata. Il vento la scuote e se ne va
coprendola di sabbia.
 
Non rispondi, non parli
eppure chiedi
dispiegando il manto della storia
su queste nostre anime incarnate
che grazie al loro corpo sono uniche.
 
Conosci questo dolore, Abbà,
che consuma le ossa
stritola il cuore
annega il respiro,
Tu – che non sei incorporato
se non in me e attraverso me in ciascuno –
li senti i nostri limiti incrociati
come tronchi del patibolo?
Puoi provare a calarti in questa mia disperazione
Tu che sai da sempre l’andare delle cose?
 
La libertà dell’uomo richiede un così grande sacrificio?
 
Non ho certezze solo spalanco il petto alla tua grazia
che mi ha portato fin qui: io patirò per Te
e per tutti sconvolgerò i confini della morte.
 
 
Alessandro Ramberti
giugno/luglio 2009

Posted by: kolibris | July 24, 2009

su “La corolla del ricordo” di Chiara De Luca

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Chiara De Luca, The Corolla of Memory/La corolla del ricordo, Kolibris, Bologna 2009

 Una lettura di Alberto Mori

Quando avvengono le stagioni del cuore, bisogna camminare nei versi, riuscire ad andare verso un altro tempo dischiuso e sempre accanto.
Moto e tramite. Il sentimento.

 The Corolla of memory di Chiara De Luca manca tutti gli appuntamenti.
E’ “not at home”, come nell’esergo iniziale di Emily Dickinson,
in bianca veste profumata d’assenza, ma da questa assenza, il mondo vede il senso del suo trascorrere: diversamente, tutti noi, ne subiamo lo scempio.

Allora ricordare per raccordare dove “annaspiamo per avere presente il respiro”
serve per amare i segni del vuoto e restituirne bellezza.

 “Solo le pareti fuori sanno stare/bianche incontro al vento”.

 Questa la pagina/spazio dove appariranno i segni che la poetessa assume da subito ad imprimatur nel corpo, per portarlo con sé nel suo “corpo” sensoriale attraverso la nascita possibile di uno sguardo invisibile fra incontri, treni, autobus, città, per quelle sottili intersezioni che la fanno aggirare nelle no man’s land fra salvezza e rigenerazione.

 In queste poesie si sente la fine e l’inizio.
Esse abitano postume dietro le rappresentazioni interiori.
Sfiorano le immagini crescendo nella gola del canto trattenuto per afformarne apparenza.

 “Nuove forme strane per tenere/assente compagnia nel male” assuonano,
 in correspondances , per pronunciare l’indicibile che ci sottotraccia
e sottende davanti agli eventi.

 Quando l’attenzione si sposta subentrano sinestesie audiovisive.
La memoria chiama a trasparenza con quelle accensioni caute che hanno gli stessi occhi della poetessa.

The corolla of memory ci lascia nell’umidore e in un desiderio di levità subliminale dopo che le acque hanno trasformato la stagione del tempo,
dove si può finalmente cedere e non tornare più.

Il viaggio nel terrestre infinita nell’origine che redime:
“Nell’irripetibile stagione di un momento”.

 

       Luglio 2009                                                               Alberto Mori

 

Posted by: kolibris | July 30, 2009

Cassandra. Un monologo di massimo sannelli

Questo monologo, come gli altri, non cerca, non insegue e non rinnega il nuovo. La ricerca del nuovo – che non esiste ancora – è inutile, se è slegata dall’intensità, che viene da corpi già esistenti. Sviluppare l’intensità, prima, potrebbe evocare il nuovo, dopo. Ma il nuovo non importa più, dove il problema è aumentare la temperatura, non essere più né «uno» né «uomo», allargare il campo per ospitare la Presenza e la Leggerezza. I corpi vivono ora. [Genova, 28 luglio 2009]

 

 

 

 

1.

Cassandra. tu sei o non sei un’attrice?

mi hai domandato. io sono già un’attrice.

Cordelia parla a Lear e Lear ascolta.

sono un’attrice e Lear non ha capìto

più niente.

Ama. Silenzio. Ama! Ama!

Non sono povera. No. Ho l’amore

in me, ed è più grande della lingua.

 

Cordelia parla a Lear. Lear ascolta.

sono un’attrice. posso farlo meglio

di prima. senti adesso, con le pause

lunghe:

Silenzio. E che dirà Cordelia?

Silenzio! Ama.Povera Cordelia!

Non sono povera! No. Ho l’amore

in me, ed è più grande della lingua!

 

hai sentito Cordelia e niente è meglio

di lei! ascolta ancora il suo talento:

 

Io Vi obbedisco, Vi amo e Vi onoro.

Perché le mie sorelle hanno mariti,

se ognuna dice “amo solo mio padre”?

Quando sarò sposata, quel signore

che con la mano accetterà il mio pegno

dividerà con Voi amore, stima, e cura.

Il cuore parla a Voi. Non «tanto giovane

e tanto poco tenera»: ma giovane,

signore, giovane! – e tanto sincera.

 

ricordi cosa ha detto alle sorelle?

 

Vi auguro ogni bene. Addio, sorelle.

Addio alle due gemme!

Gemme, addio.

ora mi credi? il nostro addio è stato

sentito bene. io non lo studio più.

Cordelia parla e so di cosa parla.

 

*

 

lo studio che facevo è terminato

da molto tempo. posso dirti: ero

Lady Macbeth! allora ci credevi –

credevi tanto a me, quando facevo

la O chiusa di AMORE e tutto il resto,

amóre amóre amóre amóre amóre!

Io ho allattato. E so che dolce amore

è il bambino che succhia – ma io avrei

negato il seno alle gengive morbide,

e morte al suo cervello! L’avrei fatto

io: se avessi giurato, come te.

 

e tu? hai mai giurato nella vita?

essere attore o niente, artista o niente

e grande o niente – e come Macbeth hai

il latte nella mente, il latte nella

vita – moltissimo latte è nel tuo

piccolo sesso – hai mai giurato che

sarai adulto o nulla, artista o nulla,

materia buona o nulla? ora saresti

qualcosa. oppure nulla.

quando ero

più giovane – studiavo molto (oggi

poco) il silenzio: ero brava e ero chiusa

tra altre e altri, e trasparente; e non

vista. perché? è forse la dolcezza

che manca – forse; o si nasce in un posto

selvatico che uccide, sei una donna

e cosa vali che mi dici sta’

tranquilla che mi dai, e dove vuoi

arrivare. così si parla. arrivo.

i molti incontri immondi sono chiesti

a molte donne, e anche i maschi, molti,

si piegano – e una donna dice: accetto,

ricòrdati di me! – ma io non ho

fatto così. ero una luce. e non basta

la luce forte? è grande e forte. ascolta.

avevo te! non mi bastava averti?

 

a volte entravo in questi versi: era

già Bill, lo Scuoti-Lancia – ti faceva

ridere il senso di Shake-Speare – PERFETTA

POTENZA di Cordelia! dicevi:

tu sei grande e mi piaci! questo credo

che sia mio: Vi auguro ogni bene.

Ama. Silenzio. E che dirà Cordelia?

Silenzio! Ama. Povera Cordelia!

Non sono povera. No. Ho l’amore

in me, ed è più grande della lingua!

 

e:

Addio, sorelle. Addio alle due gemme!

 

 

2.

ho pensato che Amleto fosse come

me. davvero. pensavo ad un Amleto

che è donna – bello e libero dall’enfasi

che all’uomo piace. un uomo non ha altro

che le parole e il sesso agile, forse:

ma Amleto non è un uomo. Amleto ha solo

il fiume di parole e un sesso poco

teso. non hai creduto a me: dicevo:

Amleto era un attore! anche Polonio

dice: ben recitato, altezza. e Amleto

era un poeta di certo. già. Amleto

non ama gli altri: ama le parole:

a quelle non hai dato peso, a me

neanche, e ancora meno al caro

Amleto:

 

Essere. O non essere. O l’uno. O l’altro.

Che cosa è meglio? Patire gli strali

e i colpi di balestra di una sorte

oltraggiosa? Aggredire con le armi

l’abisso degli affanni e contrastarli

fino in fondo? La morte. Solo il sonno,

nient’altro. Poi, convincersi che il sonno

sarà la fine delle fitte al cuore

e delle malattie che per natura

colpiscono la carne degli uomini.

 

Devotamente, sì, devotamente,

dobbiamo implorare questa grazia.

Morte. Sonno. Sonno? Forse sognare.

Il nodo è questo: quali sogni

arriveranno a noi, dopo l’uscita

da tutti i suoni del mondo mortale –

ecco un’idea che deve trattenerci.

Ed ecco il dubbio che mantiene in vita

ogni infelice. Chi sopporterebbe

lo sputo e lo scudiscio di ogni tempo,

il muso del tiranno, e le facezie

dell’orgoglio, e la pena dell’amore

non amato, e le léggi trascurate,

l’arroganza dall’alto e poi gli oltraggi

degli indegni sul degno, che è paziente –

chi li sopporterebbe, se il pugnale

ti concede la quiete, con un colpo?

Chi accetterebbe il peso della vita,

tra sudore e bestemmie? E la stanchezza.

 

È solo la paura della cosa

che seguirà la morte, quella terra

da cui nessuno torna – è la paura

che preme sulla nostra volontà

e ci fa radicare nel presente

deforme e non volare all’altro tempo

ignoto? La coscienza, la coscienza

ci rende tutti vili: tutti. Ecco

come il colore della volontà

si stempera e rovina contro il buio,

e come può arenarsi un gesto audace,

perdendo il primo nome, che fu «azione».

Vedo la bella Ofelia. Quando preghi,

Ninfa, intercedi per i miei peccati.

 

è faticoso. mi stanco – ma posso.

la traduzione è mia. non sopportavo

la prosa balbettante dei poeti

italiani e la noia di chi recita

senza la fame in corpo e Cristo in cuore e

la grazia.

 

e non credevi più che Amleto

è uomo e donna: è un uomo che una donna

può essere. ma essere è difficile

e morire spaventa e fare è un peso

e chi non fa si adagia. la tua vita

si scioglie in questo modo.

 

ed io avevo

tanta fretta, così – perché avevo

questa luce non calma – quella che

non resta chiusa. mi sgridavi: piangi

sempre, mi urli in faccia «io sono brava!

io sono brava!, io, io!», non senti

mai il tuo maestro? – il mio maestro? il mio

maestro non sa più quello che dice

ed è smarrito. anch’io. ma io – vedi –

che grido sempre e mi lamento sempre

(è una cosa da donna – mi dicevi)

faccio Cordelia bene, e sono Amleto

(Amleto è donna e uomo) – non sei niente –

non sai niente – non credi a niente – non

cadi mai in tentazione e non sei buono:

tu non sei caldo o freddo! ma io devo

(fingi di non capirlo) lavorare.

 

che cosa mi vuoi dire? tu hai parlato

solo di te. è vero. perché no?

Amleto parla sempre. e io non penso

che Amleto loda Amleto. è un’altra cosa.

 

la mia lode è finita e tu NON CREDI

che ho parlato d’altro? non ci credi.

sbaglia Cassandra, oh sì. Cassandra è troppo

eccitata per essere un’attrice

affidabile. bene. quando entra

Cassandra – sei distratto con me – non

mi credi? e perché? impara a ricordare.

 

3.

c’è la vita selvaggia, non ricordi?

non ti ho mai detto questo: c’è una volta

che la bambina Cassandra si stese

tra ramo e ramo e cadde e cadde e poi

volò da ramo a ramo, e più non cadde

la bambina Cassandra. e tu ci credi

a una donna che vola? e Maura disse,

ricordi? disse: la stronzetta è brava,

senti come traduce. ma io recito

ancora meglio, senti? non ricordi

che sono brava. io sì, me lo ricordo

ancora molto bene. e la stronzetta

è brava, perché no? perché no? questa

è una lode, sì. qui nessuna frase

contiene meno di undici sillabe,

capìto?

 

Cassandra, calma.

 

ti chiamo.

 

e dico tutto: io devo lavorare,

e ho fame, e questa casa in cui non sei

si paga, e ho fame, e devo lavorare.

chiedo lavoro, non felicità.

enfasi. no. chiedo lavoro – e basta.

 

farò di tutto, farò tutto, tutti

i ruoli. e adesso chiamo e te lo dico

con calma: il mio maestro sei tu solo,

sei il mio regista e il mio autore sei tu

e il mio amore – e lo sarai sempre.

dirò che devo lavorare. adesso

ti chiamo – e ciao. disturbo? sono io.

io chi? Cassandra. quale? la tua attrice,

ti ricordi? sì, sono – no, io ero

Cordelia. e sì, vorrei rifarla ora,

se vuoi. sì – ho studiato molto. meno

di un tempo, ma ho studiato molto, certo.

volevo dirti che devo… che…

come?

 

no, non volevo dirti che ho bisogno

di lavoro. tranquillo. ti volevo dire

addio, lo sai? l’ho detto ora. e dico

 

ancora: addio. ti ho chiamato e ti ho detto:

addio. soltanto questo. mi hai creduto?

o sì o no. se mi hai creduto, applaudi!

 

 

 

 

 

[gennaio-febbraio; luglio 2009]

Posted by: kolibris | August 5, 2009

Due granelli nella clessidra

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dalla sezione

Paesaggi possibili

 

DI QUESTI E D’ALTRI TEMPI

 

Se solo conoscessi il nome

di voi alberi fioriti in Piazza Statuto

potrei dare del tu ad ogni ramo

così come si dà alla madre

e dirvi di passi trascorsi sopra l’ombra

delle foglie infrante ad ogni autunno

 

e della donna che racconta

gli anni incisi sulle panchine

o dei portici che hanno fatto

da coperta ad ogni inverno

 

È così che sporgo dal profilo

dei lampioni, l’indistinto di uno sguardo

sperso nei capelli raccolti

da un foulard all’uscita di una chiesa protestante

 

Se solo conoscessi il vostro nome

alberi a primavera, chiamerei

ogni mano appoggiata alla corteccia

delle impronte scriverei il mare

che hanno attraversato

e della terra scivolata come sabbia

fra le dita direi di un tempo

che convive in voi

così lontano da me stesso

 

 

D’INVERNO IN PIAZZA STATUTO

 

Quando la brezza mulina e tagliente

spolvera il monumento che del Frejus

accenna l’indice al confine

quando al derivare di portici

impronte fradice inzuppano

gli scalini all’ingresso del novantaquattro

 

rimpiatto l’orizzonte taciuto – grigio in cielo -

fra finestre e tetti misti al bianco

del palazzo Paravia ed induco

il decoro sabaudo al ministero

 

Quando più in là sguardi nostri

mescolano il decifrare fra papiri d’Egitto

e al metro d’oro arrotoliamo i pensieri

quando fra gli scranni di Cavour

Mazzini e Garibaldi

- ascesi d’infausta par condicio -

sfiorano il legno d’emiciclo

le dita a ventaglio intagliato

 

tu entri a rovistare la mia anima

indenne uscendo

 

 

DUE GRANELLI NELLA CLESSIDRA

 

Si fa due granelli di clessidra

questa sera il nostro tempo.

Nel riflesso della polvere

sui vetri t’avvicini.

Oltrepassi incroci d’ansia

calpestando le crepe del tuo cuore

ed il pavè di Via Nizza

 

Di cosa parlare, l’argomento

è a piacere.

Forse dei portici o dell’Ilaria

e le sue palpebre chiuse

 

Non è ora per l’abbraccio

la notte incede a San Salvario.

Rincorri l’autobus trentacinque

delle ventidue e trentatre.

Si perde così la tua ombra

fra i rettangoli del Lingotto

 

Nel riflesso della polvere

sui vetri t’allontani

 

E dal mio zaino ritrovo

le Ceneri di Pasolini

 

 

 

dalla sezione

L’altrove

 

MONOLOGO IMPERFETTO

 

Chi sono poco importa

ed il nome sulle vene della voce

da quanti giorni è muto?

Cosa chiedere a chi percorre

il confine di un profilo

spaiato fra le dita

e alla tristezza che sfiorisce?

 

Chi scriverà più del tremore

di ferite senza morsi

e di labbra magre senza fiato?

 

M’interrogo così

sopra passi addormentati

che s’apprestano a sfumare

impronte ancora fresche

 

Chissà a quanti battiti di cuore

distiamo ancora

 

 

È SOLO ARIA

 

Bella di mille volte alla mia voce

sei ora incerta che solo aria divide

spazi e vibrano antiche

parole sospese o disattese

 

Bello di mille volte sono brezza

ai tuoi silenzi, dove fiumi di sale

scaturiscono d’un verde vago

e s’asciugano al dopo dei passi

 

È al cuore o un po’ più su

la morsa di quest’aria che

impedisce il respiro

dei pensieri a riposare

 

 

ESMERALDA E IL SUO MARE

 

Ti chiamerò Esmeralda

dove si fa calma quest’assenza

perché sarai figlia

e poi madre del silenzio

 

Ti chiamerò, col nome

che si legge ad ogni fiato

indefinibile alla notte

 

Ti chiamerò ancora

senza sbagliare la pronuncia

ma sarà muto il suono del vento

giù dalla scogliera

 

Ti chiamerò così

come il mare le sue acque

e sarai onda capace d’arrivare

 

lì dove c’è l’incomprensibile

 

 

 

APPUNTAMENTO CON UNA SCONOSCIUTA

 

Solo il tuo indirizzo ha un passo certo,

per il resto tutto è inatteso: il mimo

sulla rambla di Barcelona che rimane impassibile

al tintinnio del centesimo nel cappello

o il silenzio del tuo pianto

lo stesso silenzio che s’incontra

tra i fragori dei viaggiatori che rincorrono

la coincidenza alla fermata del Passeig de Gracia

 

Anche qui gli autobus si guastano amica musa

puoi trovarli inaspettati e fermi in Placa Catalunya,

così come ho ritrovato te perché rinato è il tempo

del dolore e delle parole smentite

 

E perché qualcosa ancora ci accomuna amica musa,

le parabole d’amore fisse a testa in giù come un arco catenario

e il timore di riuscire ancora a sfiorare la saggezza

con lo stesso morbido peso di un petalo in balìa del vento

 

 

INEDITI

 

COME NOI 

Concedo tutto me stesso ad una passeggiata 
di portici e schiamazzi, di profumi ed erbe 
di vento e di bandiere. 
Siamo in questo esistere di cose non dette 
un garbuglio di giochi e silenzi 
nell’abbandono di un’apparenza disattesa 

Parliamo di strade, fra mendici e rimandi 
di vento, solitudini d’asfalto e sigarette. 
Preghiamo ché sia la distanza 
l’inappetenza del destino a renderci 
singolare moltitudine fra specchi deformati 

E che non sia la curva di una rotaia 
ad indicarci la precisa direzione 

 

 

 

L’UOMO DELLE ROSE 

Ho chiuso la cerniera agli stivali, conosciuto la forma delle scarpe 
ed il giro degli alluci che ti curvano la schiena. 
So delle tue gambe lunghe che han calpestato petali 
e percorso spazi infinitamente brevi come lo sguardo 
che ha saputo solo il bianco appeso delle bandiere 

Hai visto fiori contare anni, notti spezzarsi sull’uscio di casa. 
Hai preso battiti non tuoi e smozzicato pane a piccole dosi 
come fosse un segreto il lento incedere fra le carezze 

Ti sei persa in tanti assolutamente sì 
nel gioco della falsità e degli occhi opposti alla scena. 
Hai creduto di poter vincere il secondo 
per non calarti nell’attimo e morire una vita 

non serve chiudere gli occhi di chi regala rose 
scordandosi del tutto, nella comprensione delle spine 


 

 

 


 

Salvatore Sblando è nato nel 1970 a Torino, dove attualmente risiede e lavora in qualità di dipendente della locale azienda di trasporti. Con testi poetici inediti è risultato finalista in concorsi nazionali ed internazionali – tra i più recenti “Verba Agrestia 2008″ – e sue liriche sono pubblicate in antologie. Partecipa attivamente a readings e manifestazioni poetiche.

 

Posted by: kolibris | August 8, 2009

Rossella Tempesta, L’impaziente

Rossella Tempesta, L'impaziente

 

E mai più bel giardino vide in sogno[1]

 

di Chiara De Luca

 

 

“Vivere per bere un poco d’acqua, mangiare per fame semplice / ringraziare dell’ombra il pino, di rinfrescarci il mare trasparente di fronte l’Albania.” È questo uno dei principali fili conduttori intessuti da una voce che è prima di tutto impaziente di cantare la vita, in tutte le sue sfaccettature, nelle sue maree e nei suoi inabissamenti, cambiando necessariamente di volta in volta tonalità, altezza, ritmi del suo movimento. Quella di Rossella Tempesta è una poesia pregna di odori, colori, profumi e sfumature, del paesaggio e dell’anima, o meglio delle anime della poetessa, dell’umano e di ciò che dell’Oltre è dato intravedere. È una poesia di esplorazione, un viaggio incessante mosso dalla fame di conoscere e tutto abbracciare, di colmare un vuoto, un’assenza che occhieggia tra le righe, inattesa eppure sempre temuta. Che si disegna in ombre sui muri, macchie sul sole, polvere dell’aria, che improvvisa si posa sugli occhi, a oscurare la pupilla, senza però mai riuscire a sottrarle la luce di quella sua ansia di vedere, scrutare, capire. Gli occhi della poetessa si muovono alla ricerca, tra squarci improvvisi su panorami intravisti e lunghe soste contemplative. Il suo è un passo che non sonda il terreno prima di posarsi, non calcola, non teme, o se pure teme, supera. Un passo che disegna l’andatura di chi trae energia dalla semplice constatazione del respiro, dell’essere al mondo per non esserci banalmente, bensì testimoniando della propria presenza d’amore.

 “Anche tu battezzi forza la mia pena / e splendore degli occhi / il chiarore del pianto”, scrive Rossella Tempesta, rivolgendosi a un tu onnipresente nelle sue poesie, eppure spesso distante nel tempo e/o nello spazio, e facendo appello al lettore stesso, forse, affinché guardi con più attenzione e comprenda. Ed è l’acuto di una voce che, pur vibrando spesso di gioia e di forza, grida per essere ri-conosciuta nella sua totalità, nella sua compresenza di toni, per appartenere. È il levarsi di una voce che conosce abissi profondi di solitudine repentina, in cui proprio dal dolore, della memoria e di ciò che nel presente non lo è, trae il proprio slancio. Questa voce non è acqua che sgorga felicemente dalla fonte, ma flusso che risale contro la corrente, talvolta stentando, mai cedendo, che continua a sperare di “trovare l’uscita”: verso il desiderio, la vita.

Questa poesia non offre certezze, non indica appigli o approdi in porti sicuri. Non mette mai la parola fine – ed è forse per questo che spesso manca il punto fermo al termine del verso finale di molte poesie, che restano così aperte al respiro.

È “l’incapacità di stare / ferma sui piedi uniti / a dire di qualcosa un mai.” Esortazione al tentativo, al rischio. Perché anche l’errore è commesso felicemente, da un’ansia d’amore come energia vitale che spezza ogni rimpianto: “di certe donne – / mai una passione stravolgente, mai sbagliata / la misura, la scelta, il modo di stare al mondo –“ “Io non così, io di me rinnego tutto / e tutto ancora”.

In questa raccolta Rossella Tempesta tratteggia e ci offre il suo destino di madre e moglie, di figlia e amica, senza però mai mettere a tacere la voce eternamente bambina che la abita e che albeggia nei versi. Una voce che forse a volte la poetessa tenta di tenere a freno, di zittire, attutire, come “una invereconda, tardiva, / adolescenza.” Ma che sempre ritorna, rivendicando il proprio spazio, il proprio diritto a “Vivere nel bisogno di sognare / di avere innumerevoli illusioni / e progettare cambi di scenario, / futuri differenti, con differenti snodi nel passato.” È quando questa “piccola” voce è lasciata a briglia sciolta che si alza il canto più bello, (pre)potente, senza più ombre né lacrime: “Ti avrei fatto vedere, con un po’ di coraggio, / iniziando dalla rincorsa a sbattere sbattere le braccia / a fendere l’aria e spiccare // un volo pazzesco”.

Credo sia per questa compresenza di voci e di piani temporali – passato, presente, della poetessa e della sua terra, delle persone amate e di quelle perdute – e di voci – quella bambina che (pre)tende e quella adulta che (con)tiene – a stupire continuamente il lettore, a spiazzarlo, spesso, trasportandolo all’improvviso da una luce accecante e gioiosa, quasi del tutto pura, a perfette oscurità circolari in cui sembra di doversi smarrire.

C’è in questo libro un’insita, vitale contraddizione, un costante, propulsivo dualismo, che non è studiato né orchestrato, ma disegnato dal naturale svolgimento dei versi nel loro disegnare la vita come avviene. C’è un odio/amore per la città di Napoli, una ricerca del passato e uno spavento di fronte al riaffiorare del ricordo ancora troppo nitido e vero per chi profondamente sente e ne è segnato.

Più di tutto c’è uno stupore reverenziale di fronte alla grandezza incontenibile della natura fin nelle sue più piccole manifestazioni. “Niente vorrei toccare, vorrei abdicare. / Cederei l’arbitrio alla natura, / finalmente.” Scrive la poetessa. Perché la natura sa, la natura procede rispettando i propri ritmi, che solo l’opera dell’uomo riesce a spezzare ed alterare, eppure mai del tutto. Perché la natura, come la poetessa – che in essa si riflette riconoscendovi se stessa –  non si arrende, non si lascia mai addomesticare del tutto, continua a tendere verso la luce, verso la libertà: “Costringi e costringi ma le radici svelgono l’asfalto, / i giardini si sporgono dalle ringhiere / e le siepi oltrepassano i recinti. / La terra è nostra, dicono. È nostra anche la città.”

Quella di Rossella Tempesta è una poesia che soltanto brevemente si ripiega verso l’interno, per poi proiettarsi con forza, violenza, anche, all’esterno, tentando di abbracciare, conscia di non poter circoscrivere e contenere, stupita, a volte anche ferita da una bellezza che non salva, né salva se stessa, così come la magia del paradosso di Napoli, “città presepiale, / deserta di pastori e affollata / di case e lucine”, pregna dell’” odore pungente di pane sapido”, o sormontata da un “cielo indaco e sabbia”. Napoli, bellissima, e al contempo “piaga bagnata dal mare. / Terrazzatissima, tutto vano, inferno con panorama.” Città che “ mette tristezza, fa pena la sua gente assediata. / Dal traffico, dalla fatiscenza, dalle merde di cani domestici.”

Ma non è solo la constatazione del degrado ambientale e del mancato rispetto dovuto alla bellezza a segnare l’anima della poetessa, a incrinarne il canto e disegnare ombre nell’iride, bensì anche la compassione che deriva proprio da quello slancio verso l’esterno, da quel cercarsi fuori, per riconoscervi il proprio stesso buio invincibile: “io sento il petto sotto croci a migliaia / come uncini di tutti i dolori della terra e dei miei, / che pianto alberi solo nei tuoi occhi, / e per un niente che mi dica sì.”

È il senso di impotenza, di debolezza intrinseca oltre ogni sforzo di risalita, che nasce dalla consapevolezza “che non sappiamo mai / accompagnare nessuno, per la vergogna di essere vivi,”

La poetessa non si ferma e non ci ferma ad assaporare la gioia, ma spesso si lascia avvolgere dall’ombra, tutta tesa al conseguimento della propria totalità di persona fatta di passato e presente e proiezione futura. Allo stesso modo, sembra voler vedere di più, scrutare oltre la superficie. Non vuole lasciarsi ingannare dallo splendore che di primo acchito acceca, bensì vuole offrirci il chiaroscuro, il gioco di luci del reale: “Sotto la volta notturna resterei / ad osservare incredula la frenesia mortale / di strani uomini, piccoli, / divoratori di simili, adoratori di metalli e carte, / narcisi decadenti, che ignorano la putrescenza del riflesso.”

Tutto questo però non acceca l’occhio bambino, che vede oltre le forme, ricrea la realtà, potenziandone la vita, moltiplicandola: le aree di servizio appaiono come “slarghi sormontati da grandi vele bianche”; la via Emilia “sembra un mare dentro”; le pale eoliche ”paiono fusi che / riavvolgono rapidamente filo azzurro cielo, / o compassi spalancati a disegnare la perfezione del cerchio, all’infinito”; le imbarcazioni piccole dei pescatori “sembrano ferri da stiro sul mare così piatto, / ripiegano la notte / rendono così liscio questo mio nuovo giorno.” Quella di Rossella Tempesta è una poesia che non si arrende: né al lirismo di maniera, o a una certa tendenza “bucolica” di ritorno, né all’impoverimento della lingua poetica, che qui rivendica il suo diritto a riplasmare il reale, o riscoprirne le potenzialità infinitamente metamorfiche.

Eloquente e più che mai centrato è dunque il titolo di questo libro, animato dall’impazienza di dire la vita mentre avviene, senza pretesa di spiegare o di capire, perché “Tutto, si accorge, era da sempre nella medesima azione. / Inconoscibilità, appassionante mistero che è vivere”.



[1] Prefazione a ROSSELLA TEMPESTA, L’impaziente, Boopen, Napoli 2009.

Posted by: kolibris | August 16, 2009

La corolla del ricordo – una recensione di Narda Fattori

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Chiara  De Luca, La corolla del ricordo, Kolibris Edizioni, 2009, € 10

 

Un poeta oggi ha alcune consapevolezze piuttosto amarognole: non saranno i suoi versi a salvare il mondo, neppure potranno fornirgli risposte esaustive alle domande di sempre, non hanno poteri taumaturgici né garantiscono la sua sopravvivenza intellettuale. Inoltre gli complicano la vita con reading, presentazioni, contatti non sempre stimolanti e … vuotano le tasche.

Nulla è più impopolare della poesia. Ma i poeti, testardamente, continuano a scrivere, pubblicano, spendono “la parte migliore di sé” a limare, a ricercare una parola, quella sola che aderisce al senso del verso e al suo ritmo.

I poeti sono testardi ma non vivono al di fuori della comunità, dei suoi valori o disvalori, delle chiamate imperiose del mercato, dei mille problemi quotidiani che assillano  qualunque persona.

Infatti non sono persone diverse,  alieni-umani che colmano taccuini, scaffali di librerie e si rompono le unghie sulle tastiere dei computer.

Ciò premesso, per me ha avuto un senso leggere le liriche di Chiara, dure e duttili, che mi hanno porto con grazia quanto sta sul borderline dell’esistente: il male che si conosce e che si riconosce, sotteso all’atto stesso dell’esistere e quindi essenziale per dirsi vivi.

Ma accanto al male c’è la grazia di una natura mutevole e cangiante per analogia: “È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso della notte…; “sono questa casa diroccata / di finestre cieche e fumo” e, meravigliosamente amaro: “Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle / contro il bianco duro della soglia.”

Quale consolazione possiamo, dunque,  chiedere se anche il bambino è segnato sulla soglia dura e ogni suo incanto porta via il vento?

A questa domanda risponde la poetessa stessa nell’atto di fede con il quale apre la raccolta: “Credo” il cui secondo verso afferma “nel sacro d’ogni incontro”.

Chiara ancora crede che si possa fare insieme intelligenza e convivio con altri che si incontrano e sono forse anche incoscienti della energia attivata che si può liberare per risanare ogni esistenza.

Possiede una sensibilità che deve proteggere a salvaguardia, ma non teme di mostrare la sua fragilità per darsi a se stessa e agli altri viva e vera.

“Bugiarda sempre Bologna si risveglia / dipana strade nel mattino e ridisegna / enorme il rumore di fondo”: Bologna, presenza a volte clamorosa a volte sottotraccia, scaraventa Chiara nel suo vissuto, nell’intrico delle strade e degli incontri, nei fallimenti esperiti e nelle gioie che una giovane donna come lei deve provare, intendo le gioie dell’amore che svaniscono così, d’improvviso come erano nate. Le liriche sono piene di riferimenti metaforici del paesaggio urbano: “strade ricolme dell’inutile / attesa di un motivo al tentativo”, “nidifica nell’anima sporca la neve” e non capiamo se è l’anima a essere sporca o la neve cittadina ridotta presto in fanghiglia. È un gioco di specchi e tutto si chiude nell’istante della parola che non riesce a significare e va inutile come i  lampioni istantaneamente spenti.

Parrà strano che una giovane donna possa titolare un’opera La corolla del ricordo; pare che solo ai vecchi (ma non si deve più usare questa parola!) sia concessa la consolazione del ricordo; ma è una stupidaggine: ciascuno di noi è ciò che è stato, ciò che ha avuto, ciò che ha perduto, ciò che ha sognato, ciò che ha esperito: noi siamo quello che abbiamo ammassato giorno dopo giorno, da formiche o da cicale.

Vale la pena citare i versi da cui nasce il titolo e che nella loro icasticità traducono lo stato dell’esistente: “Si riapre la corolla del ricordo / ora che fermandomi riascolto / e sono rovi a fondo nell’andare / ogni giorno dove non ci sono […] tra petali di gelo che improvvisi / si serrano per chiudermi nel boccio / dei miei sorrisi bianchi collaudati / a ingannare chi non sa vedere,”

Vorrei fare una piccola annotazione sull’esergo di Emily Dickinson: forse alcuni dei suoi versi più amari. Ma Chiara ha altrettanto ferme le certezze della signora auto reclusa in bianco? Lei così viva, attiva, ridente nei suoi mali?

 

Narda Fattori


 

Posted by: kolibris | August 27, 2009

Werner Lambersy – Diario di un ateo provvisorio

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WERNER LAMBERSY

Diario di un ateo provvisorio

Collana Orly – poesia belga contemporanea

 
ISBN 978-88-96263-07-5
pp. 196, € 12,00

 

 

“La bellezza è l’ultimo ostacolo / da opporre alle dittature “, scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s’intende qui l’intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue “esorbitanti promesse”. Sia che essa descriva il dolore – “di cui so che ha / a che fare con la bellezza” –, la solitudine, l’assenza, la tristezza, sia che essa descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.

“La libertà è lo spazio che lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata”. Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all’effimero, in cui si “uccidono vìolano / assassinano continenti”; in cui “un proiettile in testa / è l’argomento dei credenti”; in cui “La fame è l’arma anonima / delle multinazionali”. Mentre la poesia “fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto”. Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia “che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto”.

Così mentre “un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti”, mentre “surfiamo, scivoliamo” alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo “emozione”, sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.

Il Diario si presenta come una sola grande poesia straordinariamente coesa, i cui singoli componimenti possiedono una propria pregnanza che li rende a se stanti e indipendenti dal tutto, eppure sono al contempo collegati gli uni agli altri in un procedimento dialogico, spesso paradossale, che si nutre del silenzio per dargli voce, che “provvisoriamente” nega dio per collocarlo nel futuro, quale possibilità nascente dall’assenza di dogmi e dalla forza di fedi e ragioni. Dal rifiuto di accettare il Male come necessario.

Allo stesso modo il poeta, nell’intensa Lettera, si rivolge a un padre da sempre assente e distante, cui deve “di essere nato / dal nulla / insolvente per la vita”. E lo fa senza cercare “di riconciliare / gli opposti inconciliabili”, bensì forte della consapevolezza “che scrivendo a qualcuno / spesso si scrive a se stessi”. Ed in questo risiedono la bellezza e lo spavento della poesia.

 

Chiara De Luca

 

 

Seigneur

je ne veux pas de ta pitié

et pas de ton pardon

non plus

 

Le grand feu d’artifice de

ma mort me suffira

tu règnes

et c’est assez

pour que ton vice de pute

promettant la durée

ne me touche

pas

 

aussi je préfère

que tu ne sois pas encore

 

 

 

Signore

non la voglio la tua pietà

e nemmeno

il tuo perdono

 

Il grande fuoco d’artificio della

mia morte mi basterà

tu regni

ed è abbastanza

affinché il tuo vizio di meretrice

che promette la durata

non possa

toccarmi

 

così preferisco

che tu ancora non sia

 

*

 

Laisse-moi espérer que tu

n’étais pas là

 

car qui es-tu au fond des

hommes

pour qu’ils te prient les

armes à la main

 

et t’encensent

du pet nauséabond de l’or

 

Seigneur

je ne veux pas de ton

extrême onction marchande

 

 

Lasciami sperare che tu

non ci fossi

 

perché chi sei tu in fondo

agli uomini

perché ti preghino

armi alla mano

 

e t’incensino

del fetore nauseabondo dell’oro

 

Signore

non la voglio la tua

estrema unzione commerciale

 

 

 

*

 

 

Seigneur

je ne veux pas du saint chrême

des bronzés de ta grâce

 

mais je caresse l’idée

qu’ayant dépassé la vitesse de

la lumière

 

tu puisses être là vers la fin

 

l’amour et les plaisirs sacrés

du corps

sont surveillés par le sida

 

et nous jetons

notre sperme quotidien dans un

préservatif

comme un marc de café dans les

poubelles

 

 

 

 

Signore

non lo voglio il santo crisma

di chi si abbronza alla tua grazia

 

ma accarezzo l’idea

che avendo superato la velocità della

luce

 

tu possa esserci verso la fine

 

l’amore e i piaceri sacri

del corpo

sono sorvegliati dall’AIDS

 

e noi gettiamo

il nostro sperma quotidiano in un

preservativo

come un fondo di caffè nella

spazzatura

 

 

*

 

 

Nos enfants pendent leurs poupées

éventrent leurs peluches

puis ils pleurent

 

parce que nous avons laissé faire

comme nous avons trop souvent

laissé faire

 

dans leurs jeux électroniques ils

ont appris à éliminer

ce qui gène

 

nous n’avons pas fait autre chose

 

seigneur

je n’ai pas vu de président ni de

pape dans les camps

 

 

I nostri figli impiccano le bambole

sventrano i peluche

poi piangono

 

perché li abbiamo lasciati fare

come troppo spesso abbiamo

lasciato fare

 

nei videgiochi loro

hanno imparato a eliminare

quel che disturba

 

noi non abbiamo fatto altrimenti

 

signore

non ho visto né presidenti né

papi nei campi

 

 

 

*

 

 

 

Pas de bonheur dans les

usines seigneur

 

alors méfie-toi

du septième jour car si

tu te reposes trop

 

les chômeurs pourraient

prendre ta place

 

ét fabriquer les belles

choses dont ils ont

vraiment besoin

 

la beauté

c’est aussi du bon pain

 

 

Nessuna gioia nelle

fabbriche signore

 

allora diffida

del settimo giorno perché se

ti riposi troppo

 

i disoccupati potrebbero

soffiarti il posto

 

e fabbricare le belle

cose di cui hanno

davvero bisogno

 

la bellezza

è anche un buon pane

 

 

*

 

 

La loi

au pas de l’oie

n’est qu’une démission

 

et je n’ai pas commis la faute

de t’aimer

sur commande ni d’accepter que

l’on commande mon amour

 

seigneur

je ne veux pas de toi tant que

le dernier d’entre nous

n’aura pas fondu au fond de ta

bouche comme un bonbon

d’enfant

 

 

La legge

al passo dell’oca

è solo una dimissione

 

e non ho commesso l’errore

di amarti

a comando né di accettare che

comandino il mio amore

 

signore

di te non voglio finché

l’ultimo di noi

non si sarà sciolto in fondo alla tua

bocca come la caramella

di un bambino

Posted by: kolibris | August 27, 2009

Antonella Pizzo

 

da I morti non sono nervosi e book – Feaciedizioni

 

 

**

In questo silenzio che non è silenzio

in una cucina vuota e disadorna

guardo il cerchio sbilenco e immagino il passato.

Sono andati via tutti ed è calato il sipario

ma ancora sento i loro sguardi addosso

e assieme al ronzio del frigorifero che ghiaccia

e al tiritic dell’orologio a muro

mi risuonano indentro parole confuse.

Così questo silenzio non è vero silenzio, 

giacché il silenzio non è assenza

ma totale mancanza

è un non esserci mai stati

un frigorifero spento

un orologio senza ingranaggi o mai esistito.

 

 

**

 

Spettacolo di seconda scelta

la parola chiave fu ludibrio.

Si modificò la forma madre

e il sipario divenne inchiostro

pochi posti furono occupati ed io

seduta in seconda fila

vidi me stessa e anche la mia faccia

in quella di cugina palliduccia.

Si riconoscono i geni al passaggio  del

ciao come stai ora ti bacio 

e sulle guance e sulle bocche aperte

e dai che si ricomincia

e invece non ricominciava mai.

Fu quello spettacolo di terza scelta

e terza fila, che il secondo non fu

o non avvenne.

Ora andiamo a guardare i luoghi dell’astruso

latrine pubbliche una dopo l’altra

cessi alla turca, cessi rialzati:

- Lo vedi questo come è colorato

e come scorre fluida l’acqua ai piedi? 

Si può affogare in poco mare

quando si è piccoli e non si sa nuotare.

 

 

 

**

Uomini testa braccia gambe corpo fili

uomini scatola legata contenente

stanotte mi sono arrampicata assieme ad altra gente

sul lobo stretto di un orecchio grande

salivamo uno davanti e gli altri a seguitare.

Nessuno sapeva dire come

come tornare indietro, come capire

e perché frotte di gente di diversa stirpe

ci veniva incontro e ci impediva il flusso.

- E’ questo l’inferno?

L’albergo in stile Luigi sedici

la porta e una chiave barocca

e nella stanza un comodino  pomposo

e nel comodino un cassetto dorato

e nel cassetto un santino merlettato

di un vescovo morto a novant’anni.

Monsignore – c’era scritto – preghi per me che ho molto peccato.

La bambina dai tratti di zingara era dietro un cancello.

- Sono senza madre – disse al bambino che la portò via.

Gli adulti e piccoli saranno divisi?

Perché visiti la mia bocca?  I miei denti non erano marci.

Perché mi spezzi i molari e mi frantumi i canini?

Ora non potrò più mangiare.

Le mia labbra sono vuote come incarto di caramelle

nella mia lingua un tubo incatramato

e tappeti di canapa nera sopra stesi.

**

 

 

Da Partenope (sette piaghe e un segno) – collana di inediti in e book di Biagio Cepollaro

 

 

alla prima piaga ci prostrammo

in ginocchio

un po’ distanti per non toccare

soglia d’assalto ripulsa in estasi

la santa è spiga vuota avena sfatta

oasi invertita sulle strade

confusa e sui raccordi sovrapposta

a peli e ciglia sporche consumate

di vene cinta

interseca le braccia

si nutre a ghiande

che ai porci tanto piacciono

vedi di questo parlano le gambe

raccontano varici e di radici lì dove il blu

sembrava fosse stato

unico colore

nel cielo ora d’amianto

7

negli occhi larghi

ci abitavano le stelle, la luna al naso

le pendeva ai lobi strisce di galassie

insiemi lattescenti

ai seni pieni gocce di colostro

che del bambino la bocca satollava

s’allarga gola lingua lecca lecca

soddisfazioni mugolii piaceri

se nel concepimento lei fu data e diede

se lei fu presa, ridiede e diede

le anche e i fianchi e i glutei smosse

mari e tempeste e baci di lascivia

ora si stende in questo letto sacco

sacro di plastic fiumane di rifiuti

mali leziosi decantano sul petto

la notte cani le fanno sinfonia

in questo strano mistero di distacco

senza pupille l’orologio muto

rende grazie per il nostro pacchetto

colmo di bordi di pizza margherita.

 

 

 

Da In stasi irregolareLe voci della luna 

 

 

I

 

come vorrei che tu venissi a trovarmi

di notte quando il fiato pesante

s’impicca alla finestra

quando all’aceto si fa l’abitudine e sotto le lenzuola

il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano

se tu t’avvicinassi alla mia porta

con il vestito sporco di terra

nelle tasche i lombrichi grassi

con le tue quattro ossa in mano

nella mano d’ossa e le orbite vuote

con un pugno di denti da contare ad uno ad uno

non avrei paura del rumore delle nacchere

delle conchiglie spezzate sotto i piedi

t’abbraccerei piano

per non sconvolgere la tua struttura fragile

ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia

e i vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane

ancora a fasci ancora intatti come quando

t’allontanasti senza chiedere se potevi

a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di madre pure

 

 

IX

 

e se per pietre miliari, se per pietre

se per sempre bambina snocciolare ciliegie

ella è cipria e talco

strato d’argilla e ocra

e se scavo pesante e sudario

se acque, ruscelli e vapori

poi pioggia nel niente

poi fosso

nel soffio di Dio

si scioglie

 

 

da A forza fui precipizio  – Lietocolle

 

Gli anni che ti amai

starnazzarono le oche

e il ratto strepitò in falsetto.

Nelle sabbie sabine

(quando poi mi persi)

si misurò in mutamento il mare:

si dice amore

dal gomito al ginocchio

da spalla a spalla

dal costato al cuore.

 

***

Quando questo mio andare si compirà

il capo si svolgerà all’indietro

nei capelli si scioglieranno i nodi

polveri si solleveranno al vento

che a spirali nei luoghi designati

soffia dove nessuno è identico

dove saremo come piume d’ali

appartenenti allo stesso uccello.

Io non ci sarò a vedere cosa è stato

del mio guardaroba e della scarpiera

quando mi aprirete i cassetti

e sfoglierete le pagine spesse;

dove mi spalancheranno gli armadi

senza vergogna si allargheranno

gli spazi segreti e gli antichi lini

che ho ricamato a fasi alterne

e vi chiederete perché comprai

un maglione a righe arcobaleno

e a tinta a tinta lo coltivai

quando già vestivo a lutto.

Figli miei non so se capirete

ma non disfatelo a fili a fili

perché è un patto senza tempo

è un accordo di placenta

fra me e voi voluto

come un legato occorso.

 

***

Il tappeto d’acqua guasta

coprì l’essenza

la singolare natura

del mio andare a zonzo

del mio vaneggiare

un sentiero esatto;

poiché non vidi

gli inciampi del cammino

stramazzai stremata

nella spaccatura della pietra.

 

 

Da Catasto ed altra specie. Fara

 

Lui faceva il cuoco

 

Aveva solcato i sette mari

forse era la Victoria o forse no

di sicuro era una nave da crociera

faceva la spola dall’Europa all’ America

una notte ci fu un incendio e bruciò

 

 

facevo il cuoco:

quando passavamo dal triangolo delle Bermuda

andavamo a tutta forza.

 

 

Quando m’imbarcavo mia madre piangeva.

Le mogli portavano i bambini al porto

a guardare le navi che salpavano

il cuore si spendeva, le mani si scioglievano

in un saluto sottile, in uno spigolo aguzzo

(custodivamo il resto nelle tasche)

qui non si parte e si vagheggia l’america

si lavora tranquilli

in una morte lenta

quasi indolente.

 

 

 

Un volo straordinario

 

 Non è un sorvolo straordinario

ma voglia di un volo a raso

muovo in un incedere svogliato

in un passo a ritmo preordinato

che mi conduce in uno strano

pensiero di un prato ad erba voglio

germinato.

 

 

 

INEDITI

 

 

e stesa sul divano antico

io stessa antica in pausa di tensione

arco fui e frecce inoculai

veleni e spot  laggiù, fino alle boe

poi gareggiai in conto pantanoso

senza avversari, senza più rivali

anima querula che ragionatrice

spiegò il vero, distese le ossessioni,

anima melmosa fui

non ladra, nuotai nel fiume di una stravaganza

assieme ad ugge folli e noie mortali

gelatinose incongruenze

aborti in ventre di pazzie vischiose

ma stesa oggi sul divano antico conto

le costole, i giorni e un sorriso ammicco

nel mio bicchiere di tisana gialla

come l’urina che versai calda

nelle mani di Dio quando venni al mondo

 

***

 

ti giunga il mio grido

a te che sei vissuto oltre

che sei figlio di tre generazioni di invasati

ti giunga il grido di chi visse ieri

che conobbe le mostruosità del secolo

che fece cadere le torri di babele

che distrusse il mare e la montagna

scavandone i fianchi e sradicandone  le madri

che afferrate alla terra la tenevano salda e ferma

 

***

 

Entrare in un secolo per non uscirne più perdersi per strada o inciampare nei mesi.

Sassi del tempo e delle tempeste grandine che cade a pezzi e buca gli occhi e la fronte

Sapessimo il perché e il significato, se questo è solo un indizio fasullo, un viottolo di campagna, una trazzera poco trafficata, un labirinto a volte, il verso acuto che fa l’oca quando incauto lanci due dadi in alto e uno cade in tonfo nel tombino.

 

 

***

 

da di lievi deliqui e smarrimenti (inedito)

 

I

 

 

Regina madre che al castello sgravasti

cuore di tortora e leone

beati i poveri di spirito

che non hanno visto il pozzo di petrolio

e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde

brune rosse passionarie

ossa d’anoressiche donzelle

sulle passerelle coi trampoli 

non hanno raccolto il passo

in minimal style valentino

l’ultima moda di tatuaggi e pearcing

che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo

dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato

miscuglio micidiale che arriva in gola  e strozza

il pensiero di una terra  a zolle e di una semina

di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi

che non hanno mai discusso sui massimi sistemi

che non hanno mai avuto un contatore e un blog

 

 

 

Canto I

 

Oh rosso sangue, sangue coagulato

vivo sangue, rosso sgorgato

inoculato germe, virus quiescente

venatura e chiazza

sangue che segna e  orma

e che rapprende, sangue che lava l’onta

e che ci lava, sangue che purifica

innocente, nell’immolato sangue

benedite

sangue d’agnello

vino che si fa sangue

sangue  che si fa supplica

refugio peccatorum

 

 

Canto II

 

Oh rosa pulcherrima, rosa aulentissima

rosa parva

rosa fra le rosa, rosa mater

retta rosa, rosa con le spine

spina che ti fai sangue

spina che ti fai corona

spina santa, sacra spina

spina d’oriente, d’occidente

spina che copristi il mondo e lo salvasti

che lo traesti, e lo consolasti

spina che lo sostenesti

nella caduta infetta

nell’ora della nostra morte

 

 

 

 

 

 

X

 

La spiga di grano recide la falce, le sette piaghe appaiono

scritte sul libro aperto poggiato sulla mensola

coperto di cenere e di passaggi di topi della notte

un passaggio di colombe inaspettato

solleva i fili per ricamare i fiori, i gigli, le foglie lanceolate

nei telai le donne fanno la spola

da una parte all’altra dei sostegni poi si legano a fili stretti

nelle dita s’appuntano spilli

i tessuti grezzi ingialliscono nelle casse

aspettando di essere stesi al sole

nelle inferriate di ferro battuto dove i ghirigori

si confondono con gli intrecci

ricordo il gelsomini che cresceva vicino

all’acanto, vi fecero il nido le vespe

pronte ad accogliere le vergini

i martiri mostrano il costato, s’aprono il petto

si flagellano, fustigazioni immense

lode lode al creatore

i martiri vengono arrostiti sulle graticole

odore di carne bruciata

di acquolina in bocca

quando lo stomaco reclama il pane

quando le stelle tutte insieme

in quella stessa notte

caddero che sapevano di festa di paese

di giochi di fuoco

di incanti e di malie.

 

 

***

In mezzo al mare in quel dire e fare

c’è una spiaggia chiara e un piovanello

che pare voli in un cielo netto

se non ci fosse non avrebbe senso.

 

 

 

***

Se nel mio cuore ombre, approcci di stenosi

che  il flusso regolare del sangue m’impediscono

ti prego o mio Signore allargami la via

toglimi le restrizioni, elimina i residui

le incrostazioni infette, pulisci a detersivi

d’affetti e sentimenti e con parole nuove

aperte, di luci e di colori

rischiara quelle ombre

donami un sogno assurdo

con io che so volare

da un monte plano, scendo

risalgo in un crescendo

conosco amore e bene

assieme al giusto, al vento. 

 

***

Ti mando un paguro

 

Che mandi dal ponte di una nave

che si chiama amore e morte

salpata l’anno scorso e ancora non partita

ma già lontana che torna ogni tanto

alla riva come un’eco e un riverbero

di fazzoletti bianchi nell’aria

e all’orizzonte sfumato e di spume d’onda

che si abbattono sul molo, così

resta la fronte imperlata

di cenni, nelle mani  un ciao stropicciato

accorto e guardingo, nella tasca un biglietto

scordato con le parole stonate e fuori tempo

scritte in una sera che fuori pioveva il vento

e non c’era nessuna candela a soffiare alla finestra

così non resta altro che replicare al saluto

raccoglierlo e attendere che la prossima ondata

ne porti un altro ancora

ma sono saluti dimenticati

saluti di gente morta da tempo

le loro ossa si sono disciolte

ricomposte in altre forme

forme a spirali, a conchiglie, a madreperle

a chele di paguro come questo che ti mando.

 

***

Il sangue annacquato del pesce spada

che hai scannato e poi affettato giù

sul ballatoio o sul ceppo di legno

l’hai pulito col mio accappatoio

bianco e non si fa così, brutto ceffo

sono molto arrabbiata con te

non ti conosco e ti sei preso troppa

confidenza

Il sangue annacquato del pesce spada

non si leva senza ammollo

è un lavoro lungo e fastidioso

 (la sera prima lo devi candeggiare

a secco strofinare, passare in lavatrice  a100 gradi

centrifugare, stendere, stirare)

rialzi il braccio con la mannaia in mano

mi guardi, sono alta, sono alta

arrivo fino al soffitto

sto viaggiando dentro un aerostato

sono tornata da un lungo viaggio

loro passeggiavano

a gruppi di sette otto al lungomare

salutandomi con la mano alzata molleggiante

mi riconoscono e non si meravigliano

della mia sconsiderata altezza

il mare era quello di un paesino

antico di pescatori, lì la civiltà

non è arrivata ancora e spesso bambini

giocano con la sabbia e le conchiglie

del cibo offerto a questi matrimoni

moderni

non gradisco niente

rimpiango il primo piatto

lo sformato di lasagne

le fave secche, i lupini

che vendeva davanti alla villa comunale

col suo carretto verde il padre anziano

e burbero di franchitedda

pelosa e stupida ma molto generosa

tu sei deluso

non lavo l’onta

la butto proprio  e mi compro un altro accappatoio

 

 

***

 

Madre dei carrubi che tutto fai e distruggi
accogli la supplica di questo mezzadro dolente
la mia terra si è svegliata inaridita
il ruscello che vi scorreva in mezzo ha perso l’acqua
ieri le spighe danzavano al vento
oggi sono stecchi imbalsamati.
Madre la lingua è secca e non posso più parlare
il mio palato è diventato pietra
non dice la bocca la parola giusta
il pensiero si è infiammato al sole.
Madre dell’uva e del mosto che lieviti
il pane e il malto fermenti
le corde vocali tendi e l’ugola libera
da questo impasto di calcare che stritola
fammi canto di accoglienza e gioia
fammi suono e belato di pecora
in pastura e campanacci su per la montagna
dove di notte vigilano i pastori
affinché possa risollevarli
intonare assieme a loro un’aria
una canzone di costellazioni ed astri
affinché si risveglino i semi
germoglino i fiori e i frutti negli alberi ricrescano
ricchi di zucchero e polpa odorosa
e mangiarli a morsi a morsi
scolando dai lati della bocca i succhi
che cadono a terra e formano un fiume
e canne e papiri alti, fogliame di speranza
ombra dove riposare con un filo d’erba in bocca.

***

se i verbi fossero di sedano, le locuzione

come le patate, carote e cipolle gli aggettivi

un pezzo di carne magra di vitello fosse il paragrafo

sarebbe naturale o salutare farsi un brodino forse

o una minestra, mangiarla poi come i bambini

a piccoli cucchiai assaporarla, sarebbe nutrimento

anche piacere, la fame sazierebbe e sfamerebbe

ma così, così, così confuse le parole a che mi servono

può capitare che una esse mi  si infilzi in gola

come una spina di pesce sfuggita al tritatutto

e mi  soffochi  pure l’ultima  parola

 

***

 

 

 

 

1

Zoppicano tutti su Via del Corso,

stancamente trascinano le gambe

carichi di pacchi, una cravatta,

un profumo ricordo dell’antica

Roma e di quel tour a lungo sognato.

Passano auto della polizia

svelte, spesso, anche le ambulanze,

i romani marciano frenetici

attraversano strade, salgono

a grande velocità sui metrò,

leggono sui tram che la dispersione

dei secondi non è consentita,

che con loro non restano i minuti.

 

2

Parte dell’impazienza al semaforo si fermò

altra si srotolò in tappeto d’attesa

la bianchina inutile con sforzo sbuffò

non risalì il pendio né lo discese,

nella rotatoria in tondo si girava

così da piccoli lo facevamo e in girotondo

nel mondo cascammo e sulla terra

nell’imboscata che ci tesero cademmo,

ci perdemmo nell’incrocio tondo

lì dove il girare e il rigirare un po’ confonde

il vigile che vigila la strada ci squadrò

così come nel negozio dalle lanterne rosse

il pechinese riguardava la sua rotonda moglie

già da almeno dieci mesi incinta.

 

3

A divenire lenta la morte

dispose assente la segnalazione

la mente addormentata si stritolò  

unse le ruote a burro e grasso d’olio.

Nel mucchio si sparò all’impazzata.

Che rombi, che chiasso, nella strada!

Solo la malinconia sfuggì alla rappresaglia

il bosco poi apparì con le sue fronde e il lupo

divenne agnello e fu silenzio

dalla montagna ci distese il sonno

ci prese l’incantesimo

e ci fu il sogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesie a Carol

I
Statua di cera che si scioglie

 corruzione del corpo, fango e polvere

sfattume fuso in eterna quiescenza:

i porporati intonano canti gregoriani

sotto le vesti carni flaccide e artrosi.

Tratteniamo le feci – facciamo che non puzzi!

(Con dolcezza si sistema la veletta)

Mio padre, Padre mio, che miseria che è

quest’uomo che hai fatto a Tua immagine

e somiglianza, Padre mio di piaghe

e osso bianco e tondo

rotula e sangue e fiele

da ferita infetta

sgorga a fiotti acqua putrefatta

ma siano benedette le anime prosciolte

in infinito spazio liberate.


II


Quando le tue parole

forti volgevano

a punto erba e raso

e l’ago da parte a parte

pesante

trapassava il tessuto

docile diventava la tela di lino

e abbracci e nodi d’amore

vi si stendevano

improvvisi come acque dolci

che da sorgenti sgorgano.

Quante cascate di sorrisi

oggi cantavano di te

da falde gorgogliavano carezze

e i fiumi ricamati

vociavano il tuo nome:

sono fioriti nasturzi e glicini

nella tua tela tessuto avorio

lenzuolo ormai ingiallito

panno antico testamentario

custodito in cassa di cipresso

in nuda terra.

 

Posted by: kolibris | September 5, 2009

LA COLLANA CHIARA

Un cortometraggio di Massimo Sannelli, interpretato da Chiara De Luca

 

Posted by: kolibris | September 7, 2009

John Barnie, Trouble in Heaven/Tumulto in cielo

Trouble_in_Heaven



Come tutti i libri potenti e necessari, questa raccolta di John Barnie non porta scompiglio soltanto in cielo, bensì anche nelle nostre coscienze, spesso assopite per difesa, o per eccesso di stimoli. Ci troviamo qui di fronte a un mix esplosivo di grande sapienza ritmica e maestria formale, profonda conoscenza delle Sacre Scritture, delle teorie darwiniane e delle tappe geologiche segnate dal nostro pianeta nella sua evoluzione. Il tutto rafforzato da un amore sconfinato per il mondo naturale in ogni suo minimo dettaglio, osservato, colto e restituito al lettore. E agli occhi del lettore che, come chi scrive, sia abituato a scenari urbani – dove la potenza creatrice della natura è domata, tenuta a freno, recintata, dove gli unici uccelli superstiti sono passeri e colombi –  la moltitudine e varietà di farfalle, volatili, insetti (attuali e preistorici) descritta, ascoltata, compresa dal poeta, schiude, o meglio, riapre un intero universo soltanto intuito.

Ma Tumulto in cielo è anche altissimo e coraggioso grido di protesta contro  le guerre, gli orrori, le ingiustizie dell’Umano, contro le dinamiche perverse del potere e le spaventose atrocità che costellano la nostra Storia e le nostre storie, adombrate, alluse o messe esplicitamente a nudo.

Ed è un dubbio che s’insinua, rimestando le carte, ridistribuendole, scardinando con ironia intelligente o acuto scetticismo i principi fondanti del cristianesimo. Il “Vecchio Furbone” di Barnie è un Dio fragile, che ricorda  le divinità pagane così simili a noi, per difetti, debolezze, fragilità e invidie, così fallibili e vulnerabili. È un Dio assente, per nulla onnipotente, che sbaglia a priori, nel disegnare l’abbozzo della prima cellula. È un Dio che alza le mani, mentre il Figlio invoca un’aspirina e lo Spirito Santo singhiozza. Un Dio che non può salvarci dal Male, perché non è in grado neppure di salvare se stesso. E anche i suoi angeli sono creature fragili, dalle ali sporche e spezzate, minacciati, offesi, caduti, non per  colpa né disobbedienza, bensì perché terreni, come agnelli sulla paglia di un fienile.

Ma quel che emerge dal tumulto è la fede del poeta in una, seppur remota e nascosta, possibilità che il “partito della bellezza” vinca alle elezioni  della nostra anima. La poesia diviene qui  la principale artefice della “campagna elettorale”, con una voce priva di promesse e mistificazioni, di retorica e commiserazioni, bensì votata – in ogni sua vibrazione, in ogni suo sussulto, slancio o cedimento – alla ricerca della verità che possiamo carpire, alla celebrazione della realtà che ci è concesso afferrare. Nella mistica del possibile e dell’Umano.

 

Chiara De Luca

THE QUESTION

 

Will nature never be ascendant again?

 

In between strata where you couldn’t draw a breath

deep time is ticking, in pools that are poisoned and

forgotten,

in deserts where nomads drive trucks shimmering like a

woman’s dress across salt pans,

the long seconds, the hazy hours, the mysterious years,

neither fast nor slow;

a human shakes his Mickey-Mouse watch,

Goofy wags his tail and Minnie scolds,

everything is normal and speeded up,

traffic across the city bridge a bracelet of energy,

skyscrapers hyperventilating in sunlight and rain;

the human runs then stops, runs again;

Mickey is thrown into a skip, his dippy head ‘ticks?

‘tocks’

with innocent, mischievous eyes;

where was I; nature’s return; some mutation is

already breeding in the oceans’ green reactors, some

generalist about to make good out of a bad situation;

speed the repellant we put on

to fend off extinction in the waste places

where the tap is dry above the empty bucket.

 

 

 

LA DOMANDA

 

La natura sarà mai di nuovo nascente?

 

Tra gli strati in cui non puoi tirare un solo respiro

tempo profondo sta battendo, in pozze avvelenate e

dimenticate,

in deserti dove i nomadi guidano carri scintillanti come

un abito da donna nelle saline,

lunghi secondi, ore caliginose, anni misteriosi,

né veloci né lenti;

un umano scuote il suo orologio di Topolino,

Pippo scodinzola e Minnie brontola,

tutto è nella norma e accelerato,

il traffico sul ponte cittadino un bracciale d’energia,

grattacieli iperventilanti sotto pioggia e sole;

l’umano corre poi si ferma, ancora corre;

Topolino è gettato in un bidone, la sua testa pazza fa

tic tac

ha occhi birichini, e puri;

dov’ero; il ritorno della natura; già una qualche

mutazione si sta

scatenando nei grandi reattori oceanici verdi, qualche

generalista si sforza di trarre il buono dal male;

velocità il repellente che indossiamo

per far fronte all’estinzione in luoghi desolati

dove il rubinetto è secco sopra il secchio vuoto.

 

 

 

 

OCEANOGRAPHER

 

Across the sea wall

the grey lumpen sea; it could

never master language,

mouthfuls of pebbles and sand

tossed on the beach, weed

and crab claws; in the sea-

gardens too, words never dart

in a shoal, are never snapped up

by a grouper or shark; deep

in the garden of perpetual darkness

words don’t fall in a drizzle,

like husks of plankton, blurred

in the fizz of a hunting fish’s

lamp; only we, it seems,

are at a loss without them,

eyes blinded by glitter

on the water’s surface.

 

 

 

OCEANOGRAFO

 

Oltre la diga foranea

lo straccio grigio del mare; non potrebbe

mai padroneggiare il linguaggio,

bocconi di ciottoli e sabbia

scagliati sulla spiaggia, alghe

e chele di granchio; anche nei giardini

del mare le parole non guizzano

mai in banco, mai sono azzannate

da cernie o squali; nel folto

del giardino del buio perpetuo

le parole non cadono in pioggia leggera,

come strati di plancton, velati di spuma

nei guizzi di una lampada

di pesce predatore; solo noi, sembra,

siamo smarriti senza di loro,

con gli occhi accecati dallo scintillìo

sulla superficie dell’acqua.

 

 

THE COMING WAR

 

Who was the ghost

whistling on the parapet

as the goatherd passed by; the sky

 

was a blind of blue as always

drawn across the stars;

Allah must be a good book-keeper,

 

with so many heroes

there could be a short-fall of

houris in the twenty-first century;

 

unthinkable, but the advancing tanks

are a visor against the prayers

of the just

 

that patter like knuckledusters

on steel; nobody’s

impatient any more;

 

Death puts on the cloak

of the inevitable and

trudges out.

 

 

LA GUERRA IMMINENTE

 

Chi era il fantasma

che fischiava sul parapetto

quando il capraio passò; il cielo

 

era una tapparella di blu come sempre

tirata sulle stelle;

Allah deve essere un buon contabile,

 

con così tanti eroi

potrebbe esserci penuria di

donne affascinanti nel ventunesimo secolo;

 

impensabile, ma i panzer in avanzata

sono uno scudo contro le preghiere

del giusto

 

quel tic toc di tirapugni

sull’acciaio; nessuno è

più impaziente ormai;

 

la Morte indossa il mantello

dell’inevitabile e

si trascina fuori.

 

 

THE SUN IS SHINING

 

Get the old men up,

no sleeping in chairs, out

to the bluebell wood

and the thin shimmer of its

scent; get them up, no

shuffling in slippers to the

kitchen to glance at the clock;

get them up, the buzzard

in a deft swoop grapples

the rabbit; life never is past

tense (the photograph

album is memory’s arthrit-

is); get them up.

 

 

IL SOLE SPLENDE

 

Svegliate i vecchi,

vietato dormire sulle sedie, fuori

verso il bosco delle campanule

e il riverbero lieve del loro

profumo; svegliateli, vietato

strascicare in pantofole verso

la cucina a guardar l’orologio;

svegliateli, la poiana

in picchiata abilmente

afferra il coniglio; la vita non si declina

mai al passato (le foto

nell’album sono un’artrite

della memoria); svegliateli.

 

 

 

GOSPEL

 

They found God’s tomb

carved out of granite

in a cave in the desert hills;

when rubble and dust had

been removed they saw a hawk

painted in gold, its foot

on the neck of a sparrow;

scientists said Stand back,

and bombarded it with X-

rays, developing a photo

of emptiness; Holy, holy, holy,

chanted the priests, He is

risen again; it was breaking news

supplanting wars and riots,

but what to do with an

empty tomb; Move on, move on there,

the sergeant said,

wafting a lazy hand; Move

on, there’s nothing to see here.

 

 

GOSPEL

 

Trovarono la tomba di Dio

scavata nel granito

in una cava delle colline deserte;

quando polvere e pietrisco furono

stati rimossi videro un falco

dipinto in oro, le zampe

sul collo di un passero;

gli scienziati dissero Indietro,

per bombardarlo di raggi

X, e sviluppare una foto

del vuoto; Santo, santo, santo

salmodiarono i preti, Lui è

risorto; fu una notizia tanto esplosiva

da soppiantare guerre e rivolte,

ma che farsene di una

tomba vuota; Andate, andate via,

disse il sergente,

sollevando una mano indolente; Andate

qui non c’è nulla da vedere.

 

 

WE LOOKED EVERYWHERE

 

Where’s Old

Tricky; behind the Moon?

but no, there was

nothing in the dark impact

craters; perhaps on Mars;

there were no spiritual

footprints in the desert of

stones; the Sun? just a

furnace of physics; what about

those fingers of light walking across

the bay? the Sun again,

its blind hands feeling

for the Earth’s green

face; Old Tricky, come out!

is he in the clouds; but

the clouds bring only rain,

and again tomorrow, rain;

what should we do; faith,

says the preacher, and

perhaps good deeds;

in the afternoon he goes for a

swim, delighting in the buoyancy

of flesh.

 

 

GUARDAMMO OVUNQUE

 

Dov’è il Vecchio

Furbone; dietro la Luna?

ma no, non c’era

nulla nel buio cratere

d’impatto; forse su Marte;

non c’erano impronte

spirituali nel deserto delle

pietre; il Sole? Solo una

fornace di fisica; che dire

di queste dita di luce in cammino

attraverso la baia? Il Sole di nuovo,

le sue mani cieche esplorano

al tatto il viso verde

della Terra; Vecchio Furbone, vieni fuori!

è forse nelle nubi; ma

le nubi portano pioggia soltanto,

e di nuovo domani, pioggia;

che dovremmo fare; fede,

dice il predicatore, e

buone azioni forse;

nel pomeriggio va a farsi

una nuotata, godendo della galleggiabilità

della carne.

 

 

 

THE STORY SO FAR

 

I’m not sure anything

could be said when God’s

coffin was winched from the Marianas

Trench, streaming water, panelled

with gold where gazelles

pricked their ears and a sabre-

tooth padded; there were humans

too, in gold, holding hands;

These are my works, omnia

animalia sunt, it said on the

lid; the captain gave a signal and the

winch let slip the coffin

that splashed then sank

as in a watery mirror through the

blue, until it disappeared

with the last threads of light

into the trench’s depths.

 

 

LA STORIA FINORA

 

Non sono sicuro che ci fosse

qualcosa da dire quando l’argano

estrasse la tomba di Dio dalla Fossa

delle Marianne, grondante, placcata

d’oro dove gazzelle

rizzarono le orecchie e una tigre

dai denti a sciabola andava

a passo felpato; c’erano anche

umani, in oro, a stringere mani;

Queste sono le mie opere, omnia

animalia sunt, era scritto sul

coperchio; il capitano diede un segnale e

l’argano lasciò scivolare la bara

che cadde nell’acqua e affondò

come in un liquido specchio

nell’azzurro, finché scomparve

con le ultime scie di luce

negli abissi della fossa.

 

 

UNCONDITIONAL

 

Heaven and Earth shall pass away,

but my words shall not pass away.

 

After humans

what happened to the words,

did birds make nests with them,

did ants carry them off

mistaking them for leaves;

 

after the Earth

did they float with debris

in space, twisting and turning

in the light of distant stars;

 

after the universe

did they come home to God

who sat deaf-mute,

astounded at all the things

they had said.

 

 

INCONDIZIONATO

 

Cielo e terra spariranno,

ma le mie parole non spariranno.

 

Dopo gli esseri umani

che accadde alle parole,

forse gli uccelli ne fecero nidi,

le formiche le trasportarono via

scambiandole per foglie;

 

dopo la Terra

fluttuarono coi detriti

nello spazio, volteggiando e girando

nella luce di stelle distanti;

 

dopo l’universo

rincasarono presso Dio

che sedeva sordomuto,

sbalordito da tutto ciò

che avevano detto.

Posted by: kolibris | September 7, 2009

CONCORSO PUBBLICA CON KOLIBRIS

Le Edizioni Kolibris bandiscono un concorso di poesia finalizzato alla pubblicazione di una raccolta poetica nella “Collana Chiara”, dedicata alla poesia italiana contemporanea.

1) Tutti possono partecipare, inviando una raccolta poetica di massimo 40 testi a

Edizioni Kolibris

Via Pellegrino Matteucci 11

40137, Bologna

2) Le opere devono essere spedite sia su supporto cartaceo che su supporto informatico.

3) Le opere devono essere corredate di dati anagrafici dell’autore, breve scheda bio-bibliografica, recapito abitativo e telefonico ed indirizzo e-mail.

4) Il termine per la spedizione delle opere è il 30 novembre 2009.

Fa fede la data del timbro di spedizione.

5) Le opere inviate dopo tale data non verranno prese in considerazione.

6) In nessun caso i testi verranno restituiti.

7) A parziale copertura delle spese di gestione, è richiesto un contributo da parte dei partecipanti consistente nell’acquisto di due volumi a scelta tra le pubblicazioni di Kolibris, visibili all’indirizzo internet: http://www.kolibrisbookshop.eu

 8) I libri potranno essere acquistati direttamente sul sito http://www.kolibrisbookshop.eu

 9) O con versamento su ccp intestato a:

 Edizioni Kolibris,

Via Pellegrino Matteucci 11,

40137, Bologna

Nr. CONTO: 000097166490

 10) I partecipanti dovranno allegare ricevuta di versamento nel plico contenente l’opera destinata alla valutazione.

11) Se il pagamento avverrà con carta di credito sarà invece sufficiente allegare stampa della mail attestante l’avvenuta transazione.

12) I risultati del concorso verranno comunicati entro la fine del gennaio 2010.

13) L’opera vincitrice sarà pubblicata entro il giugno 2010.

14) Il vincitore riceverà 20 copie dell’opera.

15) L’opera sarà distribuita attraverso i consueti canali di Kolibris.

 

Per ulteriori chiarimenti inviare una mail a: chiara.deluca@edizionikolibris.eu

 

Posted by: kolibris | September 10, 2009

desiderio di cielo

ventana


Biografía


 

La ventana nació de un deseo de cielo


y en la muralla negra se posó como un ángel.


Es amiga del hombre


y portera del aire.



 

Conversa con los charcos de la tierra,


con los espejos niños de las habitaciones


y con los tejados en huelga.



 

Desde su altura, las ventanas


orientan a las multitudes


con sus arengas diáfanas.


 


La ventana maestra


difunde sus luces en la noche.


Extrae la raíz cuadrada de un meteoro,


suma columnas de constelaciones.



 

La ventana es la borda del barco de la tierra;


la ciñe mansamente un oleaje de nubes.


El capitán Espíritu busca la isla de Dios


y los ojos se lavan en tormentas azules.



 

La ventana reparte entre todos los hombres


una cuarta de luz y un cubo de aire.


Ella es, arada de nubes,


la pequeña propiedad del cielo.

 

 

 

Biografia

 

La finestra nacque da un desiderio di cielo

e si posò come un angelo sulla muraglia nera

 

E’ amica dell’uomo

e portinaia dell’aria.

 

Conversa con le pozzanghere della terra,

con gli specchi bambini delle case

e con i tetti in sciopero.

 

Dalla loro altezza, le finestre

rivolgono alle moltitudini

le loro arringhe diafane.

 

La finestra principale

diffonde le sue luci nella notte.

Estrae la radice quadrata di una meteora,

somma colonne di costellazioni.

 

La finestra è il parapetto della nave della terra;

dolcemente cinta da un’ondosità di nubi.

Il capitano Spirito cerca l’isola di Dio

e gli occhi si lavano in tempeste azzurre.

 

La finestra distribuisce tra tutti gli uomini

un quarto di luce e un cubo di aria.

Lei è, orto di nubi,

la piccola proprietà del cielo.

 

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

da Jorge Carrera Andrade. Un forestiero smarrito nel pianeta, in “Poesia”, XXI, Aprile 2008, N. 226.

 

 

Posted by: kolibris | September 11, 2009

vedi com’è chiara questa luce di settembre

vedi_come_e_chiara


vedi com’è chiara questa luce di settembre 

limpida e tagliata senza tregua in trasversale

da lame d’aria così fredda che ti chiedi

come facciano a convivere col sole al suo placarsi.

Vedi com’è bella Bologna specie a piedi

nelle strade che improvvise rinascono nel centro

quando arrossa e commuove tutto nella sera.


Sembra quasi possibile ogni cosa al suo finire


Chiara De Luca, da confinando l’inverno

Posted by: kolibris | September 16, 2009

Paolo Valesio, Il volto quasi umano

valesio 

 

Bolognese

 

      Io sono stato ingiusto

con te, Bologna:

biasimata ti ho per l’inverno

come se lunghe piogge fossero colpe

su te cadenti.

Ti ho accusata per il soffocamento

di trappole familiste

che non avevi armato.

Ho spesso collocato

le mie timidezze e viltà

davanti alle tue porte di città

come fossero tue responsabilità.

Io, Bologna, ti ho reso il dubbio omaggio

di sovente confonderti con me.

 

Bologna – North Branford

gennaio 2003

 

 

 

 

 

 

La sepoltura del conte di Orgaz

Per El Greco

 

      Qualcheduno mi ha chiesto nella notte:

“Qual è quadro più bello

che tu abbia mai veduto?”

E senza esitazione io ho risposto:

“El entierro del conde de Orgaz”,

perché non ho mai visto più vicini

quelli del cielo e quelli della terra.
 
 

 

 

 

 

 

 

La poesia, 2 

      Ogni poema fonde

il discorso dei Greci

col discorso dei Popoli del Libro –

le linee della visione

con l’aura di ciò che si ode:

kerygma dell’araldo

là dove voce e tromba si confondono.

Treno New Haven – New York 

 15 novembre 2003

 

 

 

 

 La poesia, 1: Ars longa

      Vagabonda lussuosamente ascetica

coi suoi stracci di porpora,

la poesia non ha pace

e non è pace

e mai trova un’ultima dimora.

Laghetto

18 giugno 2003

 

 

 

 

 

La poesia, 3

       L’offesa l’imbarazzo e la vergogna

il fastidio il disagio e la paura

lo sperpero il male e l’abiezione

la deiezione e la reiezione

la decezione e l’umiliazione

e l’asservimento:

sono le tacche e i tagli

colorati sui tronchi,

segnali sul sentiero delle capre

che porta alla bellezza.

 

Laghetto

16 novembre 2003

 

 

 

 

 Egizio

      Vorrebbe un cristianesimo egiziano

un dialogo

sui tappeti e divani e fra le logge

di Faraone

un dïalogo riconciliativo

verso tutte le luci

fumiganti d’Oriente.

 

St. Mary’s Church

10 agosto 2003

 

 

 

 

Longa Manus

       Quell’alto americano nel cespuglio

entrando nella sua guerra invadente

ha sollevato il braccio verso il cielo

senza pensare abbastanza

alla ambigua differenza:

era verso, e era avverso?

Da quel momento

è calato sul mondo un silenzio

in cui si teme-aspetta

che uno degli Arcangeli di Dio –

Michele o Gabriele o Raffaele

ma sopra tutti Michele –

alzi il suo braccio.

 Laghetto

29 settembre (Festa dei Santi Arcangeli) – 30 settembre 2003

 

 

 

 

La poesia, 4

       Dir sempre il vero vero vero vero

(anche a costo dell’eco e dello specchio)

la verità del suo dentroistante

insieme al fuoristante che lo avvolge.

 

Manhattan

116 Strada e Amsterdam Avenue

23 novembre 2004

 

 

 

 

Ecco un vivente arazzo d’improvviso, 2

       Se bianca è la neve, allora

i cigni sono candidi: li vede

or no or sì attraverso i ricami

tracciati dalla neve sopra i rami

mentre si fan portare

dall’acqua color ferro.

Il bianco della neve è argentato,

il bianco dei cigni è marmato.

Così resiste il lago: in dolce

ribellione all’inverno

delimita lo spazio

della nuova stagione.

 

Laghetto

19 marzo 2004

 

 

 

 

Ecco un vivente arazzo d’improvviso, 3

       Signora delle Nevi e Stella Maris,

proteggi anche i laghi e i fiumi?

O hai contratto tacita alleanza

con i geni pagani dei luoghi

come il cigno in questo lago

che sembra, nel mistero

della sua chiusa compostezza,

la scorta di Afrodite?

 Laghetto

19 marzo 2004

(più tardi)

 

 

 

 

Mercatino

“When forty winters shall besiege thy brow”

(W. Shakespeare)

      Quante ancora monete di inverni

potrà lui rimbalzare

sul banco del Macellaio

comprando pedazos de vida

adesso che riguarda i suoi quaranta

come un tempo di giovinezza ardente?

Columbia University

Hamilton Hall

11 dicembre 2004

 

 

 

 

La nolontà di dire

       Ogni giornata è corta eppure porta

un mutamento di ondate grandi

ma lo sforzo di farne altrui partecipe

si dissolve in naufragio

e la mistica aspirazione

di raccontarlo all’Altro

sopra di sé ripiega

sconfitta dal pensiero

che il pensiero divino è tanto svelto

dunque la onniscienza

può anche apparire come indifferenza

perché visiona tutto in un istante

e allora nulla resta interessante

così che forse la cancellazione

di qual si voglia comunicazione

è la sola e povera possibile risposta

ma così nel crepuscolo mentale

non sai più se questa è umiltà

o un sussulto di dignità

o la pericolosa illusione

di dominare il mare

dentro te quasi fossi un mezzo-dio.

 

Biblioteca “Sterling”

19 agosto 2005

 

Posted by: kolibris | September 16, 2009

Simone Cattaneo 1974-2009

A fine agosto il tuono morde i lampi prima che piova e

il cielo sembra sempre avere bisogno di un’autopsia,

cammino sulla strada crivellata di buche come fosse

un costoso tappeto cinese, la neve gialla è ancora lontana,

la luce pare un caleidoscopio difettoso ed io vado

dove i ragazzi hanno denti d’oro larghi come gonne a fiori

e nessuno mi potrà più servire da bere vino tagliato con il solfato di rame.

Ormai è un furto ogni prospettiva di fuga.

 

 

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno

a cantare l’unica canzone in inglese

che conosco e a sputare cercando di colpire

un piccolo ragno sul muro,

quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa

simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega

in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,

e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole

che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo

avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,

il tempo necessario per non regalare

tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa

a donne amate da anni e non incontrate mai

Posted by: kolibris | October 18, 2009

CONCORSO PUBBLICA (GRATIS) CON KOLIBRIS

Le Edizioni Kolibris bandiscono un concorso di poesia finalizzato alla pubblicazione di una raccolta poetica nella “Collana Chiara”, dedicata alla poesia italiana contemporanea.

1) Tutti possono partecipare, inviando una raccolta poetica di massimo 40 testi (anche parzialmente edita su rivista, in antologia o in rete)  a

Edizioni Kolibris

Via Pellegrino Matteucci 11

40137, Bologna

2) Le opere devono essere spedite sia su supporto cartaceo che su supporto informatico.

3) Le opere devono essere corredate di dati anagrafici dell’autore, breve scheda bio-bibliografica, recapito abitativo e telefonico ed indirizzo e-mail.

4) Il termine per la spedizione delle opere è il 30 novembre 2009.

Fa fede la data del timbro di spedizione.

5) Le opere inviate dopo tale data non verranno prese in considerazione.

6) In nessun caso i testi verranno restituiti.

7) A parziale copertura delle spese di gestione, è richiesto un contributo da parte dei partecipanti consistente nell’acquisto di due volumi a scelta tra le pubblicazioni di Kolibris, visibili all’indirizzo internet: http://www.kolibrisbookshop.eu

 8) I libri potranno essere acquistati direttamente sul sito http://www.kolibrisbookshop.eu

 9) O con versamento su ccp intestato a:

 Edizioni Kolibris,

Via Pellegrino Matteucci 11,

40137, Bologna

Nr. CONTO: 000097166490

 10) I partecipanti dovranno allegare ricevuta di versamento nel plico contenente l’opera destinata alla valutazione.

11) Se il pagamento avverrà con carta di credito sarà invece sufficiente allegare stampa della mail attestante l’avvenuta transazione.

12) I risultati del concorso verranno comunicati entro la fine del gennaio 2010.

13) L’opera vincitrice sarà pubblicata senza alcun costo da parte dell’autore  entro il giugno 2010.

14) Il vincitore riceverà 20 copie dell’opera.

15) L’opera sarà distribuita attraverso i consueti canali di Kolibris.

 

Per ulteriori chiarimenti inviare una mail a: chiara.deluca@edizionikolibris.eu

 

Posted by: kolibris | September 25, 2009

Kolibris su “Periodico Italiano”

clicca sull’immagine per ingrandire

periodico italiano

Posted by: kolibris | September 27, 2009

Roberto Cogo – Irish Poems

Leaving Dublin, Heading for Achill

 

the big city is not the land

it’s just a part of it — green fields are all around

and sheep and cattle and a flock of birds

 

dipped in a grey air wrapping up the sky

really closing the view

to a bluer contact with the above —

 

travelling is the same everywhere you go

you can move from town to town

losing your link with the earth

 

that’s why the city is not the land nearby

but just a little part of it

 

15 Aug. 2009

 

 

 

 

 

Achill is a Hawk

 

achill is a hawk calling from the sea

achill is a mountain, a feather and a sheep

 

it makes you feel dizzy

blowing its winds into the top of your lungs

 

it makes you perceive the sun and the salt

invites the mist in the air to jump from tree to tree

 

achill makes you sleep like an innocent abroad

who yearns for his mum’s sweet breast

 

and tries to seek the best out of his life to come

flesh and marrow and bones

 

achill is a beast flying from its cage

towards a chart of unity and singleness and faith

 

achill is the weather a mountain and the ocean

a stubbornly grazing sheep

 

within the evergreen fields of your soul

 

16 Aug. 2009

 

 

Doogort Hill

 

you have to make your own way up

that’s what the young girl said

when i asked her for a trail

to the top of doogort hill

 

i lost myself in a sloping peatland

where brown rivulets were running down

i found myself proceeding in a zig-zag

trying not to fall into puddles of soaked sod

 

water was here water was there water was everywhere

water disguised in thousand holes

water under each turf of grass

water from the sky and water from the earth

 

soil and water merging their abundance

oozing to build a brand new slice of turf —

the irish family’s sacred right to burn

its own distinctive piece of earth — said paul later

 

are you ready to produce your own energy

and flame from the water and the land?

it demands a thousand years’ vital spirit or survival

 

you have to make your own way up the hill

that’s what the young girl said to me

since there is no track nor path or trail

 

19 Aug. 2009

 


Two Achill Sketches

 

P. J. opens his shop

P. J. takes a look around

then whispers something to himself

 

P. J. steps back inside and sits down

expecting no one in particular to come

 

… … … … …

 

loomings from achill island

the great mother of inventions…

 

bury your own statements

under the turf-ground and wait

 

let them bloom like a daffodil

over a pale white moon

 

22-23 Aug. 2009

 

 

 

 

 

 

Strand Hotel, Doogort

 

i can’t accept a vision like that — the wildness

 

of the ocean runs over my deepest thoughts

washes away each illusion of delight

makes me reconsider all the goodness of the wave

 

together with the far-away private shore

where all our souls will gather and melt

in the company of the gannet and the kittiwake

 

24 Aug. 2009

 

Posted by: kolibris | September 29, 2009

FESTEGGIA CON KOLIBRIS

In occasione del primo compleanno della casa editrice Kolibris, il giorno 1 ottobre 2009 nella nostra libreria virtuale Kolibris Bookshop, tutti i libri Kolibris saranno scontati del 50%. Approfittatenene!

 

Kolibris Bookshop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Vi ricordo inoltre il Concorso Pubblica con Kolibris, finalizzato alla pubblicazione gratuita dell’opera vincitrice (e sorprese per opere ritenute comunque meritevoli).


E i nuovi corsi di traduzione letteraria per l’editoria


PER I COLLEZIONISTI

I libri di Kolibris portano un numero progressivo sulla costa, che indica l’ordine di pubblicazione.

 COSTA

È POSSIBILE ABBONARSI ALLE EDIZIONI KOLIBRIS pagando una quota annuale di 200 euro per il periodo che va da novembre 2009 a dicembre 2010, 150 euro per tutto il 2010.

Tale quota “associativa” da diritto a ricevere TUTTI i libri pubblicati da Kolibris nel periodo suddetto periodo, per un minimo dunque di 15 libri l’anno, che vi verranno recapitati freschi di stampa al momento dell’uscita.

Per info e adesioni: chiara.deluca@edizionikolibris.eu


Nel corso del suo primo anno di attività, apertosi di fatto nel febbraio 2009, la casa editrice Kolibris ha pubblicato 9 titoli

1)Antologia delle opere vincenti e segnalate dell’XI Concoso di Scrittura amorosa. (testi di Caterina Camporesi, Gianluca Chierici, Carla De Angelis, Narda Fattori, Stefano Leoni, Paola Loreto, Simone Molinaroli, Alessandro Ramberti, Sergio Rotino)

2) Collana “Snáthaid Mhór”, poesia irlandese contemporanea: Notizie dalla terra dei morti, di Thomas Kinsella. Traduzione di Chiara De Luca

3) “Lady-Bird”, collana di poesia italiana contemporanea in traduzione: The Corolla of Memory, di Chiara De Luca. Traduzione in inglese di Eileen Sullivan, prefazione di John Barnie e nota di John Deane

4) Collana “Chiara”, poesia italiana contemporanea, Italian Day, di Carmine De Falco. Prefazione di Chiara De Luca, nota di Luca Ariano

5) Collana “Orly”, poesia belga contemporanea: L’orologio di Linneo, di Werner Lambersy. Traduzione di Chiara De Luca

6) Collana “Chiara”, poesia italiana contemporanea: Miti per l’uomo solo di Antonino Caponnetto. Prefazione di Gregorio Scalise, nota di Chiara De Luca

7) Collana “Goldfinch”, poesia gallese contemporanea: Tumulto in cielo, di John Barnie. Nota e traduzione di Chiara De Luca

8)Collana “Orly”, poesia belga contemporanea, Diario di un ateo provvisorio, di Werner Lambersy. Traduzione di Chiara De Luca

9) Collana “Chiara”, poesia italiana contemporanea, La corolla del ricordo, di Chiara De Luca


RUSH FINALE 2009 – LIBRI IN USCITA

(di cui vi daremo notizie più dettagliate nei prossimi giorni)

10) Collana “Chiara”, poesia italiana contemporanea: Nel frattempo, opera prima di Mimmo Cangiano, con prefazione di Matteo Marchesini e nota di Luca Ariano

11) Collana “Goldfinch”, poesia gallese contemporanea: Ghiaccio, (romanzo in versi) John Barnie. Traduzione di Chiara De Luca

12) Collana “Chiara”, poesia italiana contemporanea: Una data segnata per partire (titolo provvisorio) di Vera D’Atri. Prefazione di Rossella Tempesta e nota di Chiara De Luca

13) Collana “Snáthaid Mhór”, poesia irlandese contemporanea: Piccolo libro delle ore, di John Deane. Traduzione di Roberto Cogo, nota di Chiara De Luca

14) Collana “Libellule”, poesia francese contemporanea: Soif du soleil/Sete del sole, (antologia di poesie e prose) di Pierre Bonnasse. Traduzione e presentazione di Roberto Capuano e Guido Mattia Gallerani

15) Collana “Guillemot”, poesia scozzese contemporanea: Libro delle vite, di Edwin Morgan. Traduzione e nota di Chiara De Luca

16) Collana “Snáthaid Mhór”, poesia irlandese contemporanea: Scorrere, ancora, antologia di scritti scritici di poeti irlandesi sulla poesia irlandese contemporanea. Traduzione di Chiara De Luca. (Testi di: Eavan Boland, Pat Boran, Ciaran Carson, Theo Dorgan, Eamon Grennan, Seamus Heaney, Thomas Kinsella, Michael Longley, John Montague, Eiléan Ní Chuilleanáin, Nuala Ní Dhomhnaill, Bernard O’ Donoghue, Cathal Ó Searcaigh, David Wheatley, Richard Tillinghast. A cura di Pat Boran, poeta e direttore editoriale di Dedalus Press)

17) Collana “Camäleon” poesia svizzera contemporanea: vertigine lieve, di Sabina Naef. Traduzione di Chiara De Luca, prefazione di Fabiano Alborghetti


e poi vediamo…

Posted by: kolibris | October 1, 2009

Rootedness/Radicamento

Rootedness

 

I am rooted in

the longing to return

to a land my feet have never crossed

the country I have never seen

 

I am rooted in

sensation, the unexpected joy

of feeling sunlit streets resurface

eerily from childhood memory

 

I am rooted

forever in the memory

of your embrace

your gentle, laughing face

 

I am rooted in

the longing that one day, angel,

you will return to me, in the same calm

unearthly light to bring me peace

 

And in the hope

that when you come I’ll find

the words to celebrate your perfect

goodness, your redeeming beauty

 

I am rooted in

my life, brick by mistaken brick,

for it is all I know, and the desire

always to root myself

in the truth I still have yet to find

 

Gray Sutherland

 



Radicamento

 

Sono radicato dentro

al desiderio di tornare alla terra

che i miei piedi mai hanno solcato

al paese che non ho mai visto

 

Sono radicato dentro una

sensazione, la gioia inattesa

di sentire strade assolate riemergere

misteriose dalla memoria dell’infanzia

 

Sono radicato

per sempre nel ricordo

del tuo abbraccio

nel tuo viso gentile e sorridente

 

Sono radicato dentro

il desiderio che un giorno, angelo,

tornerai da me, nella stessa calma

surreale luce per portarmi pace

 

E nella speranza

che quando verrai troverò

le parole per celebrarti perfetta

bontà, la tua bellezza salvifica

 

Sono radicato dentro

la mia vita, mattone dopo malposto mattone,

perché è tutto ciò che so, e il desiderio

sempre di radicare me stesso

nella verità che ancora devo trovare


traduzione di Chiara De Luca

Posted by: kolibris | October 2, 2009

John Barnie, Tumulto in cielo

tumulto_in_cielo

JOHN BARNIE, Tumulto in cielo, Kolibris 2009

qui per acquistare



OCEANOGRAPHER

Across the sea wall

the grey lumpen sea; it could

never master language,

mouthfuls of pebbles and sand

tossed on the beach, weed

and crab claws; in the sea-

gardens too, words never dart

in a shoal, are never snapped up

by a grouper or shark; deep

in the garden of perpetual darkness

words don’t fall in a drizzle,

like husks of plankton, blurred

in the fizz of a hunting fish’s

lamp; only we, it seems,

are at a loss without them,

eyes blinded by glitter

on the water’s surface.




OCEANOGRAFO

Oltre la diga foranea

lo straccio grigio del mare; non potrebbe

mai padroneggiare il linguaggio,

bocconi di ciottoli e sabbia

scagliati sulla spiaggia, alghe

e chele di granchio; anche nei giardini

del mare le parole non guizzano

mai in banco, mai sono azzannate

da cernie o squali; nel folto

del giardino del buio perpetuo

le parole non cadono in pioggia leggera,

come strati di plancton, velati di spuma

nei guizzi di una lampada

di pesce predatore; solo noi, sembra,

siamo smarriti senza di loro,

con gli occhi accecati dallo scintillìo

sulla superficie dell’acqua.




I’LL SEE YOU TOMORROW

The tongue is such a warm deceptive instrument,

bel canto, bel canto; sometimes it sits in its purse,

brother and sister to the rest of the flesh; sometimes


it blurts out a considerable truth which is

embarrassing, to which the brain quietly says, I

never meant that; tongues are open to abuse,


dictators hate them; but, tongue says, there’s no such thing

as a loose tongue, look at my strong root; and it’s true,

if the tongue were a plant or a coral on a reef


we’d see how well it was anchored,

how confident its structures; when life has had donewith it,

it’s over to the teeth and the terrible jaw


to crack laughter out of the gap,

as if this weren’t a setback, and all that remains a dead white;

don’t worry, tongue says, I’ll always be here.

 

 

CI VEDIAMO DOMANI

 La lingua è strumento così caldo e ingannevole,

bel canto, bel canto; talvolta siede nella sua sacca,

fratello e sorella al riposo della carne; talvolta

 

sbotta in una verità importante che è

imbarazzante, cui il cervello dice con calma, Io

non ho mai inteso questo; le lingue sono aperte a ingiuriare,

 

i dittatori le odiano; ma, dice la lingua, niente è come

una lingua sciolta, guarda la mia radice solida; ed è vero,

se la lingua fosse una pianta o corallo su una scogliera

 

vedremmo quant’era ben ancorata, quanto ne fossero

sicure le strutture; quando la vita ha chiuso con lei,

sta al dente e alla tremenda mascella

 

schioccare fuori la risata dal cavo, come

non fosse uno scacco, e resta soltanto un bianco morto;

non temere, dice la lingua, io ci sarò sempre.





THE SUN IS SHINING

Get the old men up,

no sleeping in chairs, out

to the bluebell wood

and the thin shimmer of its

scent; get them up, no

shuffling in slippers to the

kitchen to glance at the clock;

get them up, the buzzard

in a deft swoop grapples

the rabbit; life never is past

tense (the photograph

album is memory’s arthrit-

is); get them up.




IL SOLE SPLENDE

Svegliate i vecchi,

vietato dormire sulle sedie, fuori

verso il bosco delle campanule

e il riverbero lieve del loro

profumo; svegliateli, vietato

strascicare in pantofole verso

la cucina a guardar l’orologio;

svegliateli, la poiana

in picchiata abilmente

afferra il coniglio; la vita non si declina

mai al passato (le foto

nell’album sono un’artrite

della memoria); svegliateli.




GOSPEL

They found God’s tomb

carved out of granite

in a cave in the desert hills;

when rubble and dust had

been removed they saw a hawk

painted in gold, its foot

on the neck of a sparrow;

scientists said Stand back,

and bombarded it with X-

rays, developing a photo

of emptiness; Holy, holy, holy,

chanted the priests, He is

risen again; it was breaking news

supplanting wars and riots,

but what to do with an

empty tomb; Move on, move on there,

the sergeant said,

wafting a lazy hand; Move

on, there’s nothing to see here.




GOSPEL

Trovarono la tomba di Dio

scavata nel granito

in una cava delle colline deserte;

quando polvere e pietrisco furono

stati rimossi videro un falco

dipinto in oro, le zampe

sul collo di un passero;

gli scienziati dissero Indietro,

per bombardarlo di raggi

X, e sviluppare una foto

del vuoto; Santo, santo, santo

salmodiarono i preti, Lui è

risorto; fu una notizia tanto esplosiva

da soppiantare guerre e rivolte,

ma che farsene di una

tomba vuota; Andate, andate via,

disse il sergente,

sollevando una mano indolente; Andate

qui non c’è nulla da vedere.





WE LOOKED EVERYWHERE

Where’s Old

Tricky; behind the Moon?

but no, there was

nothing in the dark impact

craters; perhaps on Mars;

there were no spiritual

footprints in the desert of

stones; the Sun? just a

furnace of physics; what about

those fingers of light walking across

the bay? the Sun again,

its blind hands feeling

for the Earth’s green

face; Old Tricky, come out!

is he in the clouds; but

the clouds bring only rain,

and again tomorrow, rain;

what should we do; faith,

says the preacher, and

perhaps good deeds;

in the afternoon he goes for a

swim, delighting in the buoyancy

of flesh.





GUARDAMMO OVUNQUE

Dov’è il Vecchio

Furbone; dietro la Luna?

ma no, non c’era

nulla nel buio cratere

d’impatto; forse su Marte;

non c’erano impronte

spirituali nel deserto delle

pietre; il Sole? Solo una

fornace di fisica; che dire

di queste dita di luce in cammino

attraverso la baia? Il Sole di nuovo,

le sue mani cieche esplorano

al tatto il viso verde

della Terra; Vecchio Furbone, vieni fuori!

è forse nelle nubi; ma

le nubi portano pioggia soltanto,

e di nuovo domani, pioggia;

che dovremmo fare; fede,

dice il predicatore, e

buone azioni forse;

nel pomeriggio va a farsi

una nuotata, godendo della galleggiabilità

della carne.




THE STORY SO FAR

I’m not sure anything

could be said when God’s

coffin was winched from the Marianas

Trench, streaming water, panelled

with gold where gazelles

pricked their ears and a sabre-

tooth padded; there were humans

too, in gold, holding hands;

These are my works, omnia

animalia sunt, it said on the

lid; the captain gave a signal and the

winch let slip the coffin

that splashed then sank

as in a watery mirror through the

blue, until it disappeared

with the last threads of light

into the trench’s depths.





LA STORIA FINORA

 Non sono sicuro che ci fosse

qualcosa da dire quando l’argano

estrasse la tomba di Dio dalla Fossa

delle Marianne, grondante, placcata

d’oro dove gazzelle

rizzarono le orecchie e una tigre

dai denti a sciabola andava

a passo felpato; c’erano anche

umani, in oro, a stringere mani;

Queste sono le mie opere, omnia

animalia sunt, era scritto sul

coperchio; il capitano diede un segnale e

l’argano lasciò scivolare la bara

che cadde nell’acqua e affondò

come in un liquido specchio

nell’azzurro, finché scomparve

con le ultime scie di luce

negli abissi della fossa.




UNCONDITIONAL

 Heaven and Earth shall pass away,

but my words shall not pass away.


After humans

what happened to the words,

did birds make nests with them,

did ants carry them off

mistaking them for leaves;


after the Earth

did they float with debris

in space, twisting and turning

in the light of distant stars;


after the universe

did they come home to God

who sat deaf-mute,

astounded at all the things

they had said.





INCONDIZIONATO

 Cielo e terra spariranno,

ma le mie parole non spariranno.


Dopo gli esseri umani

che accadde alle parole,

forse gli uccelli ne fecero nidi,

le formiche le trasportarono via

scambiandole per foglie;


dopo la Terra

fluttuarono coi detriti

nello spazio, volteggiando e girando

nella luce di stelle distanti;


dopo l’universo

rincasarono presso Dio

che sedeva sordomuto,

sbalordito da tutto ciò

che avevano detto.




da JOHN BARNIE, Tumulto in cielo, Kolibris 2009

Traduzione di Chiara De Luca

Posted by: kolibris | October 5, 2009

da Il *come* che avviene, di Chiara De Luca

Monologo teatrale per Massimo Sannelli

 

 


[…]

 

Silenzio!

 

Smettete di costruire altra attesa

di violentare nel tempo promesse.

 

Smettete di vestire parole di lana

di vetro della vostra paura.

Spogliatevi dal vostro riflesso,

per specchiarvi nel mostro da voi partorito

 

di un amore che affama e che appaga.

 

Hanno detto tu sei così

Spalancate le quinte del buio e cercate !

 

Sono quello che corre fino a crollare

e di notte veglia l’agonia delle ombre

salvate dal carro funebre dell’alba.

 

Sono quello che dipinge sassi

che dice io ci sono voi invece

dove? Non vedo.

 

Voi che dite ti voglio bene sapete volere

il bene? Sapete di chi?

 

E che i luoghi sono d’anima e

li colmano persone di luce?

 

Sapete la luce?

Innaffiarla del nostro vedere?

 

Lo spavento dell’acqua?

E quale sarà la sua fonte se lei

è già di tutto la madre?

 

La realtà è da sempre davanti.

Siamo noi che vegliamo, svegliamo.

L’addormenti se il passo è veloce.

 

Hanno detto tu sei così

Spalancate le quinte del buio e cercate !

 

Io sono nella preghiera di vento

del bambino che voglio tornare

perché meglio di me vi sapeva

 

nell’amen degli inizi perpetui

dove avete costretto lo sboccio

per timore dell’albero immenso

e lo slancio del verso

 

Mi vedete ? Cosa vedete ?

 

I mille sé che spaccio per me?

I “se” dei vostri alibi ignobili?

 

O la linea bianca di denti tracciati

allo specchio, che vi ride e deride?

 

La luce che accendo a velare altra luce

più vera che acceca?

 

Sono quello che chiama tempeste a stordirvi

per coprire lo schianto del ferro del dire

che spacco sopra l’incudine del buio.

 

È la fame atavica del bene carne morta

ad attirare di giorno avvoltoi?

 

Mangiate pure voi stessi per non vivere.

Mi renderete intera la polpa dei pensieri.

 

Hanno detto tu sei così

Spalancate le quinte del buio e cercate !

 

Sono quello che siede sulla riva del lago

davanti all’acqua e che chiede per dono

per i peccati non commessi e le colpe

scommesse perdute

 

Sono quello alla sbarra

banco dei testimoni del buio

prego che la bellezza si assolva

e scagioni da sé l’innocenza.

 

 

Hanno detto tu sei così

Spalancate le quinte del buio e cercate !

 

Ho incarnato le vostre visioni

perché non avete un come da offrirmi

 

Ho implorato l’assoluzione

di non essere invano già stato

quello che voi non sapete

né quello che volevate.

 

Sono il bambino che smania

d’avere nome di luce eloquente

per nominare il come che avviene.

 

Sono quello avvolto dal nerbo

di una pelle spessa di solitudine

che non segna la vostra presenza.

 

Scivola il palmo avverto soltanto

i cunei molli delle vostre parole

e quando tornate sono una rete

che di fori tremendi vi avvolge.

 

Hanno detto tu sei così

Spalancate le quinte del buio e cercate !

 

Sono io che vi abbraccio e vi fermo

il sangue naufrago che vi conosce

e vi pone il palmo sul petto perché

il battito svela qualsiasi menzogna.

 

Quello col cuore ai blocchi

tagliola scatta e che morde

quel silenzio ignorante

di un solo pensiero che sia

innocente!

Perché proprio chi è malato ti dice

malato e ti ammala.

 

Voi che gettate sguardi, e incontri,

e momenti. Mentre sfilano davanti

abbandoni e nel silenzio che si allarga

ad annegarti il vostro spaventoso

Non sei niente.

 

Se le parole non fossero piombo

Forse potremmo

 

[…]

 

Chiara De Luca

Posted by: kolibris | October 4, 2009

Presentazione di Pro/Testo a Massa Lombarda

pro_testo

 

Luca Ariano e Luca Paci (a cura di)
Pro/Testo 

introduzione di Mimmo Cangiano

€ 16,50 pp. 362 (Neumi)
ISBN 978 88 95139 63 0

«Protestare in poesia non vuol semplicemente dire parlare della Realtà, vuol dire provare a sottrarsi ad un rapporto con questa di tipo passivo e massificante, e vuol dire anzi abiurare all’idea dell’innocenza del rapporto soggetto-mondo, rinunciare alla fede nella possibilità di un collegamento schietto e non mediato col reale, rinunciare a qualsiasi rivolo impressionista, e forzare ogni forma (psicologica, estetica, politica, morale) contro sé stessa, fino al punto da costringerla a rivelare (per eccessiva ironia o per eccessiva violenza) la propria arbitrarietà, fino a far vedere al lettore la possibilità di un’Alternativa. È la paralisi conoscitiva (e di conseguenza la paralisi attuativa) che viene smascherata quando il soggetto diviene pronto a riconoscersi quale mero ricettore del «dato di fatto», quando il poeta scopre che la propria operazione di selezione e valutazione altro non era che una frode auto-perpetrantesi ai suoi danni, quando l’uomo (o il cittadino)
riconosce che quello che aveva creduto essere punto di vista privilegiato da cui guardare il mondo altro non era che il luogo dove il mondo osservava lui, immobile, assolutamente incapace a trascendere (senza che questo termine abbia alcuna connotazione
metafisica), con un atto critico, le strutture organizzate del mondo stesso.» 
(dalla Introduzione di Mimmo Cangiano)

Poeti antologizzati

Luca Ariano 
- Luca Ariano – Marco Bini 
- Dome Bulfaro – 
Natàlia Castaldi
- Enrico Cerquiglini 
- Carmine De Falco – 
Salvatore Della Capa
 – Chiara De Luca 
- Fabio Donalisio
 – Matteo Fantuzzi
 – Fabio Franzin
 – Marco Giovenale
 – Lorenzo Mari
 – Faraòn Meteosès
 – Simone Molinaroli
 – Fabio Orecchini – 
Luca Paci 
- Massimo Palme 
- Rossella Renzi
 – Eleonora Pinzuti 
- Alessandro Seri 
- Tito Truglia
 – Dale Zaccaria

 

Clicca qui sotto per visualizzare le foto

protesto_massa_lombarda

Posted by: kolibris | October 6, 2009

Werner Lambersy, L’orologio di Linneo

orologio

ISBN 978-88-96263-04-4
pp. 122, € 12,00 


clicca qui per acquistare



Travail de feuille


Saluer le vent

dormir nue avec la nuit

écouter le soleil

et bavarder avec les pluies


Aller sereine

vers son détachement

garder la terre parmi les choses douces


A charge pour l’habitant


D’aimer la paix des poussières

sur les grands crus du silence


De laisser les mots du pot-au-feu

mijoter en chantant


De tisonner le feu

dans les coins sombres de l’absence





Lavoro di foglia


Salutare il vento

dormire nuda con la notte

ascoltare il sole

e chiacchierare con le piogge


Andare serena

verso il distacco

custodire la terra tra le cose dolci


Per conto di chi la abita


Amare la pace delle polveri

sulle grandi vigne del silenzio


Lasciare le parole della pentola

cuocere a fuoco lento cantando


Attizzare la fiamma

negli angoli al buio dell’assenza





Les amis

sont devenus rares

L’un ici

a oublié sa pipe

l’autre avant de s’en aller

a dit

ta porte grince un peu


La pipe n’a pas bougé

la porte grince encore


J’ai acheté des allumettes

du tabac de l’huile


et du vin

à boire en attendant


Que faire d’autre

de ce côté de la frontière






Gli amici

sono diventati rari

Uno qui

ha dimenticato la pipa

l’altro prima di andarsene

ha detto

la tua porta cigola un po’


La pipa non si è mossa

la porta cigola ancora


Ho comprato cerini

olio tabacco


e vino

da bere aspettando


Che altro fare

di qua dalla frontiera





Parmi les choses sans voix

dont tremble le silence


A milieu

du grand âge sans âge

des yeux


Ce simple jour trop court

où jouer

avec une lumière aux doigts

légers

avec une ombre aux seins

trop lourds


M’éveillant

dans la même économie

de nacre que le temps





Tra le cose senza voce

di cui trema il silenzio


In mezzo

alla grande età senza età

degli occhi


Questo giorno semplice troppo breve

in cui giocare

con una luce dalle dita

leggere

con un’ombra dai seni

troppo grevi


Svegliandomi

nella stessa economia

madreperlacea che ha il tempo






Il ne néglige rien celui

qui veut des portes

à la parole


Sauf qu’en entrant est

entré le voleur


Il n’a rien oublié celui

qui aux mots met

des serrures


Sauf qu’ayant la clé

on n’est plus sûr

de rien





Non trascura niente chi

attribuisce porte

alla parola


Salvo che entrando è

entrato il ladro


Non ha dimenticato nulla chi

alle parole mette

serrature


A parte che avendo la chiave

non siamo più sicuri

di nulla






Jour

qui jaillis en plongeur

revenu des grands fonds


La tête encore humide

et s’essuyant les yeux


Rejoins le campement où

je chante pour toi

les fables

et où brûle mon feu


Ta jeunesse aura faim

et l’âme

que j’ai pourchassée

toute la nuit


courait il y a peu encore

avec les hardes de

l’innommé





Giorno

che riemergi come un tuffatore

risalito dagli abissi


Con la testa ancora umida

asciugandoti gli occhi


Raggiungi l’accampamento dove

canto per te

le fiabe

e dove brucia il mio fuoco


La tua giovinezza avrà fame

e l’anima

che ho inseguito

tutta la notte


fino a poco fa correva ancora

con le mute

dell’innominato





Qu’ils s’exercent en athlètes

Ces rêves

dont l’onguent lumineux du

jour


A fait des corps admirables


Qu’ils lancent leurs javelots

sans autre cible

que la course harmonieuse

de leur chute

Et de rentrer dans l’ombre

comme un sexe

dont la force fut tendre





Che si allenino come atleti

Questi sogni

da cui l’unguento luminoso del

giorno


Ha ricavato corpi stupendi


Che lancino i loro giavellotti

senz’altro obiettivo

oltre la parabola armoniosa

della propria stessa caduta

E il rientro nell’ombra

come un sesso

di cui fu dolce la forza


Werner Lambersy, L’orologio di Linneo, Kolibris, Bologna 2009

Traduzione di Chiara De Luca

Posted by: kolibris | October 7, 2009

Chiara De Luca, La corolla del ricordo

corolla

 qui per acquistare

 

 

ancora vengo ad annusare l’abisso

riaprirmi le vene per immergere

la penna e sanguinare versi sul silenzio





Credo

nel sacro d’ogni incontro

nell’irripetibile stagione di un momento

di Eterno presente che redime il tempo

e si possa entrare infine un cuore aperto

custodire il grido teso d’ogni sguardo

tenere parole come canto che nel vento

soffia intensamente ponti tra le storie

sul mare di un silenzio enorme che non cede

quando più non frangono le onde dell’attesa

nel piegarsi a un fondo invano di memorie





Venuto dal buio si stringe

a me forte sulla panchina

la notte ha il mio cuore

i suoi occhi d’onice fuoco dal fondo,

per un attimo quasi mi scordo

il terrore che ho dell’umano

esito nella memoria lontana

di un abbraccio avvampato

nel giorno più breve dell’anno

oscurato – improvviso ti penso

guardare dallo spioncino

svenderti a testa china il futuro

da mite e paziente precario

intimare a qualcuno di dirmi

di lasciar perdere anch’io.

Quasi spero non giunga a salvarmi

nell’ultima corsa notturna

il bus che a quest’ora non porta

nessuno nel grembo cullando

da chi come me forse ancora

disa(r)mato si aggira cercando






Ogni giorno come questo è Natale

quando la luce tersa si scava

profondo un tunnel tra le colonne

a colpire freddissima e bella

la mano stretta attorno alla penna.

La prima pagina bianca è di nuovo

aperta in attesa di un gesto d’inizio

Cambio agenda ogni volta che muoio

per questo a febbraio in saldo ne acquisto

una mezza dozzina almeno.


21/11/2008





Nostalgia di treni e di stazioni

di chi si siede e senza domandare

inizia a raccontarti la sua storia,

di gradini sporchi e inumiditi

di neve calpestata e di rifiuti,

dell’orologio grande sul binario

incastonato al buio dentro al gelo

che pare neghi al tempo di passare,

della bimba slava appesa alla mia gonna

mentre usurpo e tremo il nome mamma,

di chi ti guarda dentro gli occhi e tiene

e non ti chiede neanche il nome nell’andare.





È strano vedi come possa il vento

liberare il cielo e alleggerire in volo

le braccia degli alberi di nuovo inginocchiati.

Prigioniera in casa manca ancora tanta luce

bevuta dal palazzo a pochi metri desertato,

mentre sul terrazzo i panni giocano coi fili

appesantiti danzano sgraziati e come ignari

del tempo segreto che battuto dal silenzio

da mesi nel quartiere non fa che replicare

la bellezza dura dei tuoi occhi nell’andare

la tragica saggezza che traveste le paure

le grida dei bambini in quel cortile

così pure






Novembre si ribella all’assalto dell’inverno

grandi crepe dilatate nelle nuvole dal vento,

un passo si appoggia lentamente dopo l’altro

tentando di alterare il volgere del tempo,

abitiamo un anno intero la distanza di una sera

vorrei essere di strada ma la strada non è chiara,

saperti dietro i vetri è la nuova vocazione

rigiro in bocca il fiato come una preghiera

ma il battito ha il ritmo di un’altissima canzone.

Il buio è disegnato in cerchi brevi dai lampioni,

auto in fila indiana sono stanche di arrancare

aprendosi per terra un varco lucido d’asfalto,

loro sono giovani e spogliate di tormento

insanabile sui viali a tarda notte il gelo.





Sono questa casa diroccata

di finestre cieche e fumo

contro il cielo, spaccata

dall’aver troppo difeso.

Non chiamare torna solo

se per ricostruire.

Tutto trema vedi nell’entrare

scoppia le crepe del silenzio,

scardina le porte verso il buio.

Non si ridispongono le pietre

perché non ha più eredi il sogno

non ha dimenticato nulla da rubare.

Solo le pareti fuori sanno stare

bianche incontro al vento.





Forse capirai un poco il giorno

che scivolerai tra i banchi del mercato

quando in fretta tirano le tende all’ora

di chiusura. Quando varcherai in silenzio

il portone in legno austero di una chiesa

mentre il coro intona l’ultima preghiera

e il prete sta benedicendo già chi c’era

Quando ti ritroverai la sera a rimandare

l’ora dell’uscita in giro nel quartiere

per poter sentire sempre quel fragore

di saracinesche esplodere le strade

Quando attenderai ogni notte per dormire

che sia spenta in alto l’ultima finestra,

lo saprai anche tu il sentore del finire

spendere la vita senza tregua ad iniziare

perché alla sorgente l’acqua non ricorda

come in uno schianto termini la corsa


Chiara De Luca

Posted by: kolibris | October 11, 2009

Edwin Morgan – Five Paintings/Cinque dipinti

sesto

 

 

salvadordalcristodisangiovannidellacroce1951


     Salvador Dali: Christ of St John of the Cross

 It is not of this world, and yet it is,

And that is how it should be.

Strong light hits back and the arms

Coming from where we cannot see,

Ought not to see, another dimension

For another time. At this time, we

Share the life of bay and boat

With simply painted fishermen

Who would give no Amen

Even if clouds both apocalyptic and real

Made them look up and feel

What they had to feel

Of shattering amazement, fear,

Protection, and a wash of glory.

Was it an end coming near?

Was it a beginning coming near?

What happened to the thorns and blood and sweat?

What happened to the hands like claws the whipcord muscles?

Has the artist never seen Grunewald?

‘I have to tell you John of the Cross called,

Said to remind you light and death once met.’

  

      Salvador Dali: Cristo di San Giovanni della Croce

 Non è di questo mondo, eppure lo è,

ed è come dovrebbe essere.

Luce forte colpisce schiena e braccia

viene da dove non possiamo vedere,

non dovremmo vedere, un’altra dimensione

per un altro tempo. In questo tempo

condividiamo la vita di baia e barca

con pescatori semplicemente dipinti

che non direbbero un Amen

neppure se nubi apocalittiche e reali

facessero alzar loro lo sguardo e sentire

quel che devono sentire

di stupore sconvolgente paura,

protezione, e un bagno di gloria.

Era una fine in arrivo?

Era un inizio in arrivo?

Che ne fu di spine e sangue e sudore?

Che ne fu di mani come artigli muscoli code di frusta?

Non ha mai visto Grunewald l’artista?

“Devo dirvi che Giovanni della Croce chiamò,

disse di ricordarvi che luce e morte s’incontrarono un tempo.”

   

 

 

 


raeburn8


     Sir Henry Raeburn: Portrait of Rev. Robert Walker Skating on Duddingston Loch

 The skating minister is well balanced

And knows it. Something distinctly smug

Keeps those arms in place. Wouldn’t it be good 

If the god of thaws pulled that icy rug

From under him, to remind his next sermon

What it is that goeth before a fall.

He shivers before the fire

Hunched in his wife’s mocking shawl –

Not the thing at all!

 

     Sir Henry Raeburn: Ritratto del Rev. Robert Walker che pattina sul Duddingston Loch

Il ministro pattinatore sta ben in equilibrio

e lo sa. Qualcosa di evidentemente compiaciuto

tiene queste braccia a posto. Non sarebbe bene

se il dio del disgelo gli tirasse via il tappeto di ghiaccio

da sotto i piedi, per ricordargli il prossimo sermone

cos’è che avviene prima della caduta.

Trema davanti al fuoco

avvolto nello scialle beffardo della moglie –

non c’entra niente!




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     Rembrandt: Man in Armour

 No warrior here.

This is a man who has put on some armour

In the cause of art. No enemy is near, 

The helmet is well burnished and no doubt, 

If tapped, gives off a musical note. 

It would certainly not

Smudge hand or glove with caked or dusty blood. 

If the man is faintly smiling, that would fit. 

Rembrandt, man, everyone will love it.

 

Bring back your son, yourself, the woman at her bath,

And we’ll use words like masterpiece again,

A cupboard is the best place for jingle-jangle.

Oh it’s well done: the head looms out of darkness

With all the accoutrements bar pain.

You are great; even a loss from you’s a gain.

But do not trivialise the death of men.

 

    Rembrandt: Uomo con armatura

 Niente guerrieri qui.

Questo è un uomo che indossò un’armatura

per la causa dell’arte. Niente nemici nei pressi,

l’elmo è ben lucidato e senz’altro,

se con le dita fai tap tap, emette una nota musicale.

Certo non ti macchierebbe

mano o guanto con sangue incrostato o polveroso.

Se l’uomo sorridesse appena, andrebbe bene.

Rembrandt, uomo, tutti lo ameranno.

 

Riporta tuo figlio, te, la donna al bagno,

e useremo parole come capolavori ancora,

un armadio è il posto migliore per il tintinnìo.

Oh, è ben fatto: la testa in rilievo sul buio

con tutto l’equipaggiamento di pena da bar.

Sei grande; anche una tua sconfitta è vittoria.

Ma non banalizzare la morte degli uomini.




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     Joan Eardley: Flood-Tide

 Lonely people are drawn to the sea.

Not for this artist the surge and glitter of salons,

Clutch of a sherry or making polite conversation

See her when she is free:

Standing into the salty bluster of a cliff-top

In her paint-splashed corduroys,

Humming as she recalls the wild shy boys

She sketched in the city, allowing nature’s nations

Of grasses and wild shy flowers to stick

To the canvas they were blown against

By the mighty Catterline wind –

All becomes art, and as if it was incensed

By the painter’s brush the sea growls up

In a white flood.

The artist’s cup

Is overflowing with what she dares

To think is joy, caught unawares

As if on the wing. A solitary clover, 

Unable to read WET PAINT, rolls over 

Once, twice, and then it’s fixed,

Part of a field more human than the one 

That took the gale and is now 

As she is, beyond the sun.

 

     Joan Eardley: Marea montante

Gente sola è trascinata verso il mare.

Non per quest’artista scintillìo e ondata dei saloni, 

strigere lo sherry e conversare amabilmente

guarda lei quando è libera:

in piedi nel salmastro infuriare della cima di una roccia

velluto a coste e dipinto a spruzzo,

canticchiando nel ricordare i timidi ragazzi selvaggi

che dipingeva in città, consentendo a intere nazioni naturali

di erbe e timidi fiori selvatici di aderire

alle tele contro cui li soffiava

il forte vento di Catterline –

Tutto diviene arte, come fosse stato esasperato

dal pennello del pittore il mare si alza ruggendo

in una bianca alluvione.

La coppa dell’artista

trabocca di quel che lei osa

pensare sia gioia, colta a sorpresa

come fosse in volo. Un trifoglio solitario, 

incapace di leggere VERNICE FRESCA, si rigira 

una volta, due volte, e poi è fissato,

parte di un campo più umano di quello

che prese la bufera ed è ora

come lei, al di là del sole.




windowsinthewest


     Avril Paton: Windows on the West

 Turn the kaleidoscope and the seventy-eyed creature

Stretches, yawns, shakes the roof snow

Off its back in clumsy dollops, gets a glow

Going, cries of’It’s freezing!’ (not really, just a feature

Of tenement winter), puts some coffee on, come on –

How can a single one be a multiple seventy –

I don’t know, but I know I like the mystery –

Breathe out, breathe in, never in unison –

‘When did you get in last night?’ – ‘Where the hell

Did you put my razor?’ – ‘Dog has started

To chew things up again’ – ‘Well well,

You were going to give it a bone, that’s your department’

‘That was never what art meant,

Pictures falling off the wall, everyone has a –’

‘Don’t throw it away. I might need it’ –

‘You’ll never write a line if you don’t heed it

When I tell you there’s enough life,

Enough strife

In this old sandstone block

To turn Anna Karenina and The Great Gatsby

Into one noble undefeated cry

Which is the single tenement sigh

Any time, anywhere.

Turn up the heat,

A new day’s always sweet.’

‘Coffee up.’

‘My god another cracked cup.’

  

     Avril Paton: Finestre a Occidente

 Gira il caleidoscopio e la creatura dai settanta occhi

si stira, sbadiglia, si scuote la neve del tetto

dalla schiena in rozzi mucchietti, assume un bagliore

in movimento, grida “Si gela!” (non proprio, solo un assaggio

dell’inverno in affitto), metti su il caffè, forza –

come può uno solo essere settanta –

non lo so, ma so che mi piace il mistero –

espira, respira, mai all’unisono –

“A che ora sei tornato l’altra notte?” – “Dove diavolo

hai messo il mio rasoio?” – Il cane ha ricominciato

a rosicchiare tutto” – “Bene bene,

stavi per andargli a dare un osso, è compito tuo”.

“L’arte non ha mai significato questo,

quadri che cadono dalle pareti, tutti hanno un –“

“Non buttarlo via. Potrei averne bisogno” –

“Non scriverai mai un verso se non ascolti

quando ti dico che c’è abbastanza vita,

abbastanza conflitto

in questo vecchio blocco di sabbia

per trasformare Anna Karenina e Il grande Gatsby

in un nobile grido vittorioso

che è il singolo sospiro in affitto

in ogni tempo, in ogni luogo.

Alza il riscaldamento,

ogni nuovo giorno è dolce.”

“Caffè pronto.”

“Mio dio un’altra tazza rotta.”

 

 

 

Edwin Morgan, da Book of Lives, Carcanet, Manchester 2007

 

in uscita a ottobre per Kolibris

      



 

 

 

 

 

 

 

 

Posted by: kolibris | October 12, 2009

Antonino Caponnetto, Miti per l’uomo solo

Miti_per_l_uomo_solo

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Miti per l’uomo solo è un percorso di ricerca che l’autore intraprende a fianco del lettore, delle “femmine irrequiete, i folli, i saggi, / i senza patria, i senza dio, gli offesi, / i creduli, i dispersi, i malfattori,” ovvero di tutte le creature sole, erranti, nel duplice significato del termine, cui questi versi si rivolgono fin dalla dedica di apertura. È una mano aperta che si porge per intrecciare queste solitudini nel tessuto dell’esperienza individuale, che diviene dunque collettiva nel momento in cui l’Io ci si lascia (dis)fare dalla vita, per poi dipanare i fili delle memoria nel percorso di individuazione del Sé mediante il recupero e la valorizzazione di ciò che è stato,  ri-percorrendo l’ordito di luoghi, persone, sogni, miti e suggestioni incontrate sul cammino, custodite dentro. E l’ordito si  va materializzando verso dopo verso, come in un patchwork fatto di brevi scorci di ricordo e alti slanci di pensiero, citazioni colte e inserti del parlato, incursioni nel dialetto e prestiti dalla cultura popolare, neologismi e contaminazioni linguistiche, a testimoniare una fede forte nella parola,  che vorrebbe sconfiggere la Colpa del re, che spezzò la lingua dell’umanità in tante papille che vogliono ritrovarsi, ritrovando il gusto del comunicare, che fornisce un mito cui appigliarsi nella solitudine congenita dell’Umano.

 

Chiara De Luca

 

 

“Che cos’è la poesia, se non la ricerca di dare un senso al tempo? Questa sicuramente potrebbe essere una risposta. Il tempo che viviamo, e che ci appartiene, nella società attuale scarseggia sempre di più. Siamo presi dal lavoro, dalla fatica di giostrare il tempo libero con i rapporti interpersonali, dalla fretta. Caponnetto, nella sua raccolta “Miti per l’uomo solo”, dimostra di avere una forte consapevolezza di tutto questo. Fin dalle prime due poesie, e, ancora sempre nella sezione “LUOGHI NON-ALFA”, nella breve ma efficace “Lungo i giorni deserti e le strade”, o in “Pour la douleur du pauvre”, “Sosta d’inverno”, questa sensazione sembra portante e presente. (Ma anche nella seconda parte, “INTORNI NON-OMEGA” poi in “Sei”, “Fragmentum I”.)”

 

dalla  prefazione di Gregorio Scalise

 



La casa in via G.B.


                                    “E ccumpari,

                                    cchi vvòi sunari?”

 

                                    “Vòggiu sunari

                                    la vïulinu.”

 

                                    “E commu si sona

                                    lu vïulinu?”

 

                                    ………………….

 

                                    Canzone popolare siciliana 

 

 

Era un tempo di piccoli baleni,

di grandi oscurità, di molte liti

ma di finestre immense, di pareti

cosparse d’occhialuti

autoritratti su tele di iuta,

carboncini su gialle carte stracce.

 

Era un tempo di crolli e salvamenti

e di piccole ore e levatacce,

d’un lavoro per folli e per artisti

o per vecchi sofisti.

E per noi due, compagni di ventura,

era un tempo di lampade e lavagne,

e d’una casa di robuste mura,

prima di noi un tempio di pittura.

 

Era un tempo di dispute furiose

sull’intima natura

dell’uomo e delle cose,

ma per entrambi noi

era l’uomo, a quel tempo, l’Universo

che pensa e sa se stesso.

 

Ancor prima dell’alba

rapido il tuo gessetto frastagliava

di bianche cifre e segni ed alfabeti

il buio sfondo dell’ardesia nera.

 

Col pensiero e la mano tu la retta

del tempo disegnavi e, sopra quella,

due punti – Omega ed Alfa – a segmentare

l’effimera durata del mortale

entro gli Eterni del Prima, del Poi.

 

E al sorgere del sole

il nostro argomentare

disfiorava l’ignoto,

fondava in sé il mistero.

 

Allora, al bar per fare un po’ di moto,

per arginare il fiume di parole.

Spingevo sulle suole

mentre tu il toast farcito, il caffè nero

prefiguravi e ti attenevi al vero.

 

Ma sulle temporali semirette,

per noi seduti a fare colazione

in quel tempo d’artisti e forsennati,

oltre il simbolo, il segno e la sua cifra,

quale onirica forza si celava

a sinistra dell’Alfa,

a destra dell’Omega?

 

 

 

Dal Sud

 

 

                                    Amaru a ccu’ si fa supranïari,

                                    lustru di Paradisu non ni viri.

 

                                    Altra vecchia canzone Siciliana

 

 

E un capriccio di brezze nella sera

conduce fino a te leggeri aromi

di ginestre di menta e gelsomini

e notizie dal Sud.

                               Ti parla in cuore

di più nuove partenze d’altri viaggi.

 

Sei stata chiesta –

                                 E come declinare

l’immancabile invito e la ventura

di strade ignote e genti e paesaggi?–

 

Nella casa del padre tuo gli amanti,

l’uno all’altro segreti, sono tristi

come statue di cera –

                                       Vuoti o morti –

 

Soltanto tu sei viva.

                                    E guardi e guardi

assai lontano

                        dove sempre attende

un universo di promesse umane –

 

E il tuo sorriso incanta i messaggeri –

 

 

 

Leyenda de las hojas ¡ay! de coca

 

Lungo la Cordillera, sobre los Andes, Sandes,

là in alto, masticava hojas de coca loca.

Ya amaba a su trabajo di dar la morte forte.

E, a capo d’una banda, via per sentieri neri!

Rossa la sua percossa, mortale il gioco. Fuoco!

Ma fame li trattenne, poi venne sete. Prete!

Rari gioielli e spari. ¡Cabrón maldito! Y grito.

Non sepolto è quel male figlio del capitale,

hermana de mi suerte, mi soberana muerte.

¡No hay pesos ni besos, mi exército de huesos!

E con la fine, pura soggiunse la sciagura.

Vienen ¡Ay, Madre, adiós! los Ángeles de Dios.

Cadi trafitto, cadi e cadi ancora! ¡Y llora, llora, llora!

Nel dirupo scosceso, sobre los Andes, Sandes.

Là in alto, masticava hojas de coca loca.

 

 

 

L’impuri

 

Tre vvort’oggn’anno er Zire der magnero

a la tavola sua li debbitori

’nvitava, pe’ ssanzione

de pace e pe’ occasione

de parlamento sopra li confini,

li traffici, er commercio, li quatrini.

 

Nun era poco er credito goduto

frammezz’a sti bbisbetich’e vviolenti

ma tant’assai citrulli, e ’gnorantacci

pe’ cquer ch’è tteleologgico e mmorale,

senza di’ ppoi de Stetica o de Sscenza.

 

E er Zire der magnero? che ggran zaggio!

Lui nun se ’nfastidiva ppiù che ttanto

p’er fatto de tenelli a vvassallaggio.

A ttutti quanti er generoso Sire,

òmo de gran pincìpi e dd’arta classe,

dava lume e consijo in zur da fasse.

 

E si, mettemo er caso, ’na bbandaccia

metteva a ferr’e ffoco strade e ccase,

si mmoriveno donne e vecchi e ’nfanti,

a llui je s’ariempiveno le casse,

 

Senza dije nemmanco mezza frase,

a li vassalli de cotanto Sire

je toccava un zorriso e, doppo quello,

un po’ de mura e sservi e un gran liggnaggio

pe’ ccausa de la forza e dder coraggio.

 

Ma le miche, le bbriciole, l’ossetti,

lassate llì in zur desco dopp’er pranzo,

indignaveno l’Ospite e ll’avanzo.

E llui pe’ cquesto un musicale riso

arto innarzava in zu le teste artrui,

 

soverchianno de dotte citazzioni

li rumori de certi serpentoni

sibbilanti ar zu’ desco, lerci, impuri,

l’iscariotacci, li ggiuda futuri.

 

 

 

Taccuino: stanza III The old Fool

 

 

                                    Show me the prison,

                                    show me the jail…

 

                                    Phil Ochs, There But For Fortune

 

 They say the Universe,

the Bottomless,

the World,

 

but you, my fabulous theoretical old Fool,

& you, my empty darkness,

will you return tonight? –

 

«Cætera fumus», so

the Teacher said a time –

 

But you, my fabulous

theoretical old Fool,

& you, my empty Darkness,

 

will you give me your vice-versa World? –

«Cætera fumus», so the Teacher said… –

 


 

Theotokópulos

 

Dispersa nel groviglio dei nonsensi

la tua mente ha lasciato questi luoghi.

E nel guizzo d’un sole immaginato,

cieco, non vedi come se ne vanno

verso altri corpi e forme e creature

i vezzi del tuo daimon

 

né t’importa

dell’uomo che oramai non ha puntelli,

che non ha più speranza di sperare.

 

E non piangi se nulla ormai concedi,

se non senti il calore d’altre mani.

 

Dentro di te ciò che fu tempo e spazio

e vigoroso corpo ormai si spezza

in minuscole scaglie,

variegato

cristallo d’un amore che trafigge

a morte il cuore e l’universo mondo.

 

Nei barlumi d’un sogno la tua mente

atterrisce e ricorda. Tu non piangi

d’una mano ad artiglio e d’una croce.

E nei perduti giorni vanno e vanno

verso inaudite forme e creature

i vezzi del tuo daimon.

 

Rigogliosi,

in altro luogo ed universo, i rami

avidi e freschi d’olmi secolari

 

nel tramonto richiamano gli uccelli

variopinti ed il sole ai loro nidi.

 

 

 

Ma quaggiù Nemo Nihil tiene banco

 

Dici che la Parola ha l’armonia

selvaggia d’una tigre delle nevi?

 

Ma di quassù non orma s’intravede

né tigre delle nevi, né animale

selvaggio o benedetto varca i bordi

rosso carminio dove il grigio muore

e fa spazio al deserto.

 

                                         L’autostrada

lascia apparire in lontananza l’uomo,

misera forma solitaria, e solo

Nemo Nihil camminerà al suo fianco.

 

Polverosa Land Rover non s’arresta

al solitario gesto di chi è solo.

Nemo Nihil fischietta già al suo fianco

una notturna nenia dolce e lieve,

 

poi che verrà la notte e ci saranno

finalmente le tigri infiocchettate

là dove Nemo Nihil tiene banco.

 

E chi oserà restare fuor del branco

e non piegarsi alla glaciale, fonda

narcosi insonne che la mente inonda?

 

Solo un meticcio andrà giù dal suo scranno

stanotte e vedrà in sogno la sua tigre.

Sul terriccio ormai rosso le sue pigre

palpebre alla Parola s’apriranno.

 

Dici che la Parola ha l’armonia

selvaggia d’una tigre delle nevi?

 

Ma quaggiù Nemo Nihil tiene banco,

vende ciò che più serve all’uomo stanco,

fischiando riconduce ognuno al branco.

 

 

 

Au-delà du naufrage

 

Au bord

d’un demi-vers

de Paul Claudel

 

en traversant

la voix

qu’ici m’appelle

 

en recherchant

l’auberge

de l’éternel

 

pour nos amours

peut-être

pour ce rêve brûlant

 

ici à jamais, pour toi

mais pour le Moi

d’antan

 

je choisis

le silence

et la parole

 

si déjà vient

de commencer

la vie

 

et nous, étranges voleurs de grands chemins,

nous regardons ici comme des flâneurs

le rouge des verts jardins du Luxembourg.

 

J’écris:

par toi, chérie,

il faut aimer

ma vie.


 

 

Tre

 

                                    Colui che torna è forse l’altro me,

                                    quel che ho smarrito a un piccolo caffè.

 

 

… E allora via le salamandre i bruchi

via gli scorpioni via le ragnatele

i neri squarci alle pareti via

le muffe al pavimento i ratti via

 

le cianfrusaglie le cataste vane

dei molti libri qui sopravvissuti

e delle carte per l’oblio ma via,

adesso sì, col nido della serpe,

 

via dai sogni, dagli occhi e dalla nuca,

via dalla gola e dalla schiena il peso

degli anni scorsi a farlo, questo nulla

d’insolvenze, di nausee, di detriti…

 

Un ticchettio fra un attimo sull’uscio,

e il ritorno del milite ben noto…

 

 Antonino Caponnetto, Miti per l’uomo solo, Kolibris, Bologna 2009

Posted by: kolibris | October 14, 2009

Marcos Ana, Ditemi com’è un albero

ana

Marcos Ana
Ditemi com’è un albero
Prologo di José Saramago
trad. di Chiara De Luca
pp. 356, € 23,00
ISBN 88-8306-157-8



AUTOBIOGRAFIA

Il mio peccato è terribile

volli colmare di stelle

il cuore dell’uomo.

Per questo, qui tra le sbarre,

in ventidue inverni

ho perso le mie primavere.

Prigioniero dall’infanzia

e condannato a morte,

i miei occhi si stanno prosciugando

la luce contro le pietre.

Ma non c’è ombra d’arcangelo

vendicatore nelle mie vene:

Spagna è il solo grido

del mio dolore che sogna…



 

BREVE LETTERA AL MONDO

I denti d’una balestra

m’inchiodano il volo.

Ho un’anima stracciata

a forza di tirare ma non posso

strapparmi questi catenacci

che mi trapassano il petto.


Settemiladuecento volte

la luna intersecò il mio cielo

e altrettante la dorata

libertà intersecò il mio sogno.

Il sole mi fa fiorire,

a che pro se sterilmente vedo

tra i muri questo sangue

mio sfogliarsi nel silenzio?

Non sapevo cosa fosse un uomo

sanguinante e a pezzi, in ceppi.

Se lo sospettaste verreste

nelle onde e nel vento,

da tutti i confini,

con il cuore disfatto,

inalberando i pugni

per salvare ciò che è vostro.

Se un giorno arrivate

e trovate il mio corpo freddo;

di neve, i miei compagni

morti tra le catene…

raccogliete le nostre bandiere,

il nostro dolore, il nostro sogno,

i nomi che sulle pareti

con amore dolce avremo inciso.

E nella solitudine del muro

cercate il mio testamento:

al mondo lascio tutto,

ciò che possiedo e ciò che sento

che tra i miei io sono stato,

sono e che sostengo:

una bandiera senza pianto,

un amore, qualche verso…

e nelle pietre laceranti

di questo cortile grigio,

il mio grido come una statua

rossa e terribile, nel centro



LA VITA

Ditemi com’è un albero.

Ditemi il canto di un fiume

quando si copre di uccelli.


Parlatemi del mare. Parlatemi

del vasto odore della campagna.

Delle stelle. Dell’aria.


Recitatemi un orizzonte

senza serratura né chiavi

come la capanna di un povero.

 

Ditemi com’è il bacio

di una donna. Datemi il nome

dell’amore: non lo ricordo.

 

Le notti si profumano ancora

d’innamorati con tremiti

di passione sotto la luna?


O resta solo questa fossa,

la luce di una serratura

e la canzone delle mie lapidi?

 

Ventidue anni… Già dimentico

la dimensione delle cose,

il loro colore, il loro profumo… Scrivo


alla cieca: “il mare, “la campagna…

Dico “bosco” e ho perduto

la geometria dell’albero.

 

Parlo per parlare d’argomenti

che gli anni mi hanno cancellato.

 

(Non posso continuare: ascolto

i passi del funzionario)

 

 

LA MIA CASA E IL MIO CUORE
(sogno di libertà) 


Se tornerò un giorno alla vita

la mia casa non avrà chiavi:

sempre aperta, come il mare,

il sole e l’aria.

 

Che entrino la notte e il giorno,

la pioggia azzurra, la sera,

il pane rosso dell’aurora;

la luna, mia dolce amante.

 

Che l’amicizia non trattenga

il passo sulla soglia,

né la rondine il volo,

né l’amore le labbra. Nessuno.

 

La mia casa e il mio cuore

mai chiusi: che passino

gli uccelli, gli amici,

e il sole e l’aria.

Posted by: kolibris | October 15, 2009

Anders Bune/John Barnie, West Jutland Suite/Vestjysk Suite

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Testo inglese di John Barnie, traduzione in danese di Helle Michelsen
Dipinti di Anders Bune 
Edizioni Elkilde Forlag 

 

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West_JUtland_Suite_3

 

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Posted by: kolibris | October 15, 2009

Fabiano Alborghetti, Registro dei fragili

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Fabiano Alborghetti, Registro dei fragili, Edizioni Casagrande 2009
 


Canto II
 

Occorre l’ordine al vestire, occorre la coerenza

per l’inganno. Cosi ripeteva mentre a mani lisce tutto il bordo

della giacca a risalire, i risvolti, la camicia intonsa attorno al collo

 

troppo stretta eppure esatta per l’immagine allo specchio.

Un ampio gesto, un ritocco anche ai capelli

già perfetti nell’assetto e tutto il resto: perfezione ripeteva

 

offrirsi certi come il volto di quell’uomo imparato alla tivù.

Sono meglio a ben vedere, anche più vero:

guardava gli occhi nel riflesso, l’adesione

 

dell’immagine per il verso che voleva…

Anche la pelle era esatta nel colore, con il tono preso a tempo

nel solarium dietro casa. Perfezione ripeteva

 

e si mostrava sulla porta alla moglie già vestita.

Mano a mano senza dire. Non dicevano mai nulla. Troppo spesso

non trovavano che dire. E non trovava altre cose a ben vedere:

 

una ragione per restare soprattutto…

 

 

Canto X
 

Sognava il volo e un altro corpo e non diceva

quanto sforzo per trovare

quella forma da velina cui sapeva appartenere.

 

Molto prima di sposare era diverso

ma il parto lei capisce, è il parto che rovina.

Dallo step lo sguardo attorno rivolgeva per trovare

 

un solo sguardo che posasse su quel culo faticato, fatto magro

sulla dieta che diceva la tivù. Poi a casa un’altra dieta

cose bio per costruire più che il corpo quell’idea:

 

l’organismo era diverso molto prima di sposare

altro il corpo fatto meglio per l’età.

Niente intralci o imperfezioni

 

non contava neanche gli occhi che fermavano un suo sguardo

ripassare tra le forme sode e ferme

che scopriva poco a poco e di cui andava fiera:

 

ogni abito perfetto e scopriva l’ombelico

ribassava una spallina o le gambe accavallava senza pena o smagliature.

Guarda ora che disastro:

 

non più donna di un qualunque corpo sfatto

che vedeva giù al mercato. Non è questo il mio destino

ripeteva, meritavo altro destino

 

che un marito sempre assente ed un figlio che risucchia

ogni stilla e paragone… Continuava sullo step

insistendo il moto fermo, gli occhi chiusi nel pensare

 

che all’uscita se un incontro… Le varianti immaginava

senza figlio o sposalizio, senza altro che un volto, un qualcuno farsi avanti

per offrire la rivalsa, dare un senso alla fatica

 

ritornare in superficie coi polmoni doloranti…

 


Canto XVII
 

Stare attenti ad ogni gesto

cancellare la memoria al cellulare

era questo che premeva poco prima di rientrare

 

poco prima di rimettere le chiavi nel portone

risalire per le scale

ritornare col sorriso alla recita serale

 

con la cena, le notizie delle otto da seguire alla tivù

con i piatti già riempiti e mezza cena da finire

ritornare col sorriso, un accenno per un gesto

 

che veniva rifiutato….Si cenava con il film

gli occhi alti  per lo schermo che aiutava a superare

almeno il tempo del contatto

 

delle forme messe accanto

a cibarsi d’altra forma, d’alimento e niente altro.

Lava i denti del bambino gli diceva a denti stretti

 

che sia a letto per le nove…

 


Canto XXIV


Come gli altri anche loro certe volte se d’estate

il tempo regge, se d’estate con il sole: nel giardino la grigliata

con i tavoli  le sedie con l’odore della carne

 

e il marito col grembiule con la birra che discute

mentre attorno coi vicini si ritorna sul lavoro, alle rate del pc

all’offerta che al super offre un nuovo dvd ma di quelli americani

 

e le mogli più discoste sotto il melo e dentro l’ombra

che si scambiano consigli tutte assorte dentro il ruolo

e a turno ognuna chiama con il nome il proprio figlio

 

che divincola nel prato a rincorrere il pallone

che lanciato contro il box fa tuonare la lamiera

manca poco che si mangia

 

poi a tavola per lungo con il vino quello buono

da provare nell’assenso di chi sa dove comprare

e le mogli in altre cose ed i figli

 

a metà pasto sono andati per giocare, sono intorno

già divisi per le cose da inventare, chi si arrampica sul melo

chi improvvisa la partita le magliette a far da porta

 

ed il sole va scendendo ch’è già ora di tornare. Solo dopo

la certezza che la vita è come un film, col giardino americano

con l’unione da famiglie come ha visto alla tivù e tutto torna a ben vedere

 

e non estingue in episodi…

 

 

Canto XXXV

 
Occorreva l’attenzione e lo faceva da già da mesi

ritagliare dei mattini per andare a far l’amore

lasciare indietro tutti i pesi per tornare in superficie

 

dopo avere salutato il marito sulla porta

dopo aver lasciato a scuola quell’intralcio di bambino

dopo essersi vestita come fanno le veline

 

gli stivali a mezza gamba ed il panta coi decori

con gli occhiali a tutta faccia come ha visto alla tivù.

Se non fosse la famiglia quella forma di prigione, se non fosse

 

la famiglia a tenermi incatenata e s’aggrappava

al corpo amante come fosse una salvezza

e  faceva poi l’amore senza chiudere mai gli occhi

 

come fosse che col buio ogni cosa poi scompare…


altre poesie di Fabiano Alborghetti qui


RITORNARE ALLA RECITA SERALE

Fabiano Alborghetti è un poeta che riesce a trattare temi molto difficili, temi sociali delicati, senza mai scivolare nell’ipocrisia o nella banalità, né indugiare nel gusto estetico della retorica. Per farlo si serve del verso lungo, forma difficile da gestire, per il rischio, sempre presente, della deriva prosastica. Alborghetti la evita abilmente, seguendo un suo ritmo interiore, fatto di armonie e assonanze, variazioni, modulazioni e improvvise fratture.
La poesia di Alborghetti è sempre canto corale, sia in L’opposta riva, dove racconta, o meglio, lascia raccontare ai profughi il dolore del distacco dalla terra natia, le illusioni e delusioni, il dramma dell’assenza e la nostalgia della distanza. Sia in Registro dei fragili, in cui, prendendo spunto da un fatto di cronaca – una madre uccide il figlio, che, nascendo, si è reso colpevole di aver distrutte le sue aspirazioni da velina – offre un quadro realistico ed efficace della vita di famiglie in cui si è ormai smarrito ogni valore in nome del culto dell’apparenza e dell’aderenza alle istanze della finzione catodica; sia nel suo recente lavoro, Ruota degli esposti, in cui ancora una volta è di scena la “fragilità” di famiglie che vacillano e cedono perché cresciute in fretta su fondamenta troppo friabili.
“Ecco allora il perché del mio essere sul campo”, spiega Fabiano Alborghetti in unintervista a Silvia Monti su «Tellusfolio», “per applicare la mia ricerca accedo da una parte alla lettura della cronaca nutrendo i testi di realtà, ancorandoli al mondo reale. Dall’altra però non credo sia sufficiente la ‘realtà’ data dalla finzione narrativa ed ecco allora che nutro i testi di vera realtà. Perché questo accada, io devo vivere dentro il testo e questo porta a vivere sul campo.”
Un solito background di letture (dalla sociologia alla letteratura, dalla cronaca alla psicologia, dalla criminologia alla tecnica della pubblicità) rafforza la percezione del poeta che, come un reporter sul campo, offre al lettore uno squarcio oggettivo di una realtà che ci parla, reclamando la nostra attenzione, troppo spesso sviata da mille imput virtuali.

 

Chiara De LucaRitornare alla recita serale, in Nella borsa del viandante. Poesia che (r)esiste, Fara Editore, 2009.


Posted by: kolibris | October 16, 2009

Mimmo Cangiano, Nel frattempo

Mimmo_Cangiano_Nel_frattempo

Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
MIMMO CANGIANO, Nel frattempo 
ISBN 978-88-96263-09-9
pp. 60, € 12,0

qui per acquistare


Molti poeti della generazione di Mimmo Cangiano, o appena un po’ più vecchi, tendono a subire fin dagli esordi quel fenomeno di estremizzazione caricaturale dell’identità che pare ormai, in letteratura e altrove, l’unica vera garanzia di ascolto. Poco importa, in questo senso, che si consegnino mani e piedi legati a una sorta di engagement midcult o ai cascami dell’orfismo, alla vulgata postmodernista o all’intimismo narrativo (sono tornati da qualche tempo i ricordi di famiglia, gli orologi della nonna e i regali delle zie): quel che conta è che hanno già abbandonato l’incertezza feconda della ricerca. 

Il caso di Cangiano è diverso. La sua poesia, infatti, mette in scena lucidamente questa situazione, e quindi se ne distacca: trasformando le suddette caricature nelle parti di un sé trascendentale più dubbioso e complesso. Nei versi di Nel frattempo, sempre epistemologicamente vigili (versi al quadrato o al cubo, si direbbe, ma resi leggeri e maneggevoli come computer di ultima generazione) lamise en abîme non riguarda soltanto il soggetto, il pathos, la biografia, e insomma tutto ciò su cui il ‘900 ha imposto i suoi divieti – ma anche questi divieti stessi, anche i liquami “culturalisti” di cui parlò Guido Morselli, il “cito dunque sono” del medio intellettuale italiano di oggi e di ieri, il sardonico «faccio letteratura» su cui si chiude il libro. […]

 

dalla prefazione di Matteo Marchesini

 

 

[…] Nella ricerca di punti di riferimento, il poeta elenca luoghi ben definiti (Bologna, ma non solo) con personaggi (Carlotta) che ricorrono spesso, in un tono quasi sfumato; l’autore gioca a carte scoperte e manifesta tutta la sua poetica che forse può essere quella di una generazione, di un periodo storico in cui la letteratura e in particolare la figura del poeta paiono essere stati fagocitati da una società consumistica usa e getta. L’uso però del verso spezzato e di frequenti inarcature paiono mostrarci i passi incerti del cammino di un individuo nella frammentazione totale del presente. L’autore campano in questa sua raccolta tenta di attraversare il secolo appena trascorso e solo le sue prossime prove o altri poeti della sua generazione potranno dirci se il tentativo è riuscito o sarà rimasto un volo interrotto.

 

dalla nota di Luca Ariano

 

 

 

 

Cambio casa

 

Di libri ormai ne sono rimasti

pochi, l’Ulisse nella Guida alla lettura,

le poesie di Mallarmé

l’Einaudi bianca di Mandel’stam, ancora

qualche sparuto scacco, le bottiglie vuote di

Bardolino,

i panni sporchi… sul fare dell’attacco decisivo,

il cuscino della febbre impolverato sul divano

una lettera che mi è arrivata dall’America

si sbrighi per favore che è ora

l’ampia fronte di Calvino dal Meridiano.

A breve partiranno anche loro

(si è già persa una scarpa e un pezzo del racconto di Vittorio)

mentre me ne sto qui a inventare

il poster stracciato di Van Gogh,

le canzoni di Lou Reed

nel collage da regalo di Michele e Chiara

la gentilezza di Enrico, di Dino Campana,

il ventilatore TOP ORIEM che al negozio

valido l’hanno chiamato

ed è così, che al rito dell’ultimo Montale,

l’abbiamo battezzato,

le tazze per il latte al mattino

la signora Bovary e la signora Muconorm sul comodino.

L’alfiere bianco in campo nero è il vero surrogato di Dio,

non certo io, che stamane, senza pretese, non tento

neanche una sortita dal sogno piccolo e borghese,

io di certo non più di una matita.

E fra breve tutto può affogare

nel ragù di mia madre,

temo non la tendenza

appresa all’ingrassare,

oggi, 25 giugno che la storia

è più magra del solito.

 

 

 

 

 

Ritornando verso casa

 

Forse è ogni settant’anni

che si fa festa, giusto l’arco

di una generazione.

Ciò mi consola molto

Carlotta, penso che almeno tu

ne vedrai un pezzettino

fase di transizione. Per noi

è già passata, inutile

farsi illusioni.

La tua malinconia

come al solito un po’ inventata,

sul portone la mamma

la cioccolata

calda in scrivania

e dalla finestra della stanza

la luce di una boutique,

in lontananza. Carlotta

(solo un po’ più cauta)

all’uscita di scuola,

(forse è una visione)

ma non accade

niente, dura un attimo,

già scolora,

come è andata l’interrogazione?

 

 

 

 

Rossa di mura, tenebra

d’affanni e shopping

Bologna ai piani alti

scolora nella luce

delle stanze,

le ragazze a coppie

il passo cadenzato mentre

già si perde

nella festa e non si ascolta

sul lungovia di ponte Matteotti

(qualcuno pure

ci si sarà buttato)

nella sera che s’appresta

pochi passi ancora

e sarò a casa

quello che resta,

un po’ di vigliaccheria

acqua sporca

stiamo ancora aspettando

una risposta.

 

 

 

 

A fingere ci vuole classe

 

A fingere ci vuole classe,

guarda Bologna che stamattina

indossava un bel golfino di flanella

il maglioncino arancio che trascolora

alle nove per via Zamboni

si perde nella fuga di portici, mattoni.

Penso si tratti

di un tentativo di mimetizzarsi,

lo è anche questa poesia,

qualcosa della tua vita

qualcosa della mia,

il giro di parole a ricordare

il prevedibile che mai prelude

e fanfara di trombe e suoni

un mostro da pescare e luce bianca

ora che già collassa

il giorno e presto toccherà ricominciare.

Magari, se vorrai, di te parlerò a rime chiare

trama di capelli, occhi da fumetto e ghiaccio,

immagina, un libro che ricopra una città

solo a rime baciate, tutte in –are.

 

La Carlotta oggi è un po’ cresciuta,

ama i giochi da maschi,

è l’ora, già mi sfida

mi chiama sul balcone

mi invita nella via,

appena il tempo di indossare l’armatura

mettere l’elmo, più fiera lei

di me più cavaliere, spada e scudo,

questo tutte le sere.

Ho ancora un attimo,

“vesti di giallo domani”,

il rumore del portone che si chiude

ed è perso.

 


Posted by: kolibris | October 18, 2009

Concorso Pubblica (gratis) con Kolibris

Le Edizioni Kolibris bandiscono un concorso di poesia finalizzato alla pubblicazione di una raccolta poetica nella “Collana Chiara”, dedicata alla poesia italiana contemporanea.

1) Tutti possono partecipare, inviando una raccolta poetica di massimo 40 testi (anche parzialmente edita su rivista, in antologia o in rete)  a

Edizioni Kolibris

Via Pellegrino Matteucci 11

40137, Bologna

2) Le opere devono essere spedite sia su supporto cartaceo che su supporto informatico.

3) Le opere devono essere corredate di dati anagrafici dell’autore, breve scheda bio-bibliografica, recapito abitativo e telefonico ed indirizzo e-mail.

4) Il termine per la spedizione delle opere è il 30 novembre 2009.

Fa fede la data del timbro di spedizione.

5) Le opere inviate dopo tale data non verranno prese in considerazione.

6) In nessun caso i testi verranno restituiti.

7) A parziale copertura delle spese di gestione, è richiesto un contributo da parte dei partecipanti consistente nell’acquisto di due volumi a scelta tra le pubblicazioni di Kolibris, visibili all’indirizzo internet: http://www.kolibrisbookshop.eu

 8) I libri potranno essere acquistati direttamente sul sito http://www.kolibrisbookshop.eu

 9) O con versamento su ccp intestato a:

 Edizioni Kolibris,

Via Pellegrino Matteucci 11,

40137, Bologna

Nr. CONTO: 000097166490

 10) I partecipanti dovranno allegare ricevuta di versamento nel plico contenente l’opera destinata alla valutazione.

11) Se il pagamento avverrà con carta di credito sarà invece sufficiente allegare stampa della mail attestante l’avvenuta transazione.

12) I risultati del concorso verranno comunicati entro la fine del gennaio 2010.

13) L’opera vincitrice sarà pubblicata senza alcun costo da parte dell’autore  entro il giugno 2010.

14) Il vincitore riceverà 20 copie dell’opera.

15) L’opera sarà distribuita attraverso i consueti canali di Kolibris.

 

Per ulteriori chiarimenti inviare una mail a: chiara.deluca@edizionikolibris.eu

 

Posted by: kolibris | October 21, 2009

Simone Cattaneo, Made in Italy

da http://universopoesia.splinder.com


Simone Cattaneo, Made in Italy

Atelier collana Macadamia

Borgomanero 2008

pp.47, € 10,00 



 

Simone Cattaneo è un barbone, un precario alcolista, una badante, un tossico, un erotomane; è un coatto, un pregiudicato, un taglieggiatore, una prostituta, perchè Cattaneo ha il potere di impersonare fisicamente i caratteri che dispiegano pagina dopo pagina in Made in Italy (Borgomanero, Atelier collana Macadamia, 2008). 
I testi vivono di un anormale quotidiano che viene rimandato con un linguaggio chiarissimo, quasi colloquiale e senza alcun compiacimento. Quanto viene scoperto (ma non esibito) è un’altra faccia dell’Italia, quella di norma arginata/elencata nella cronaca nera, dove la storia sorvola il fatto criminale, i pochi dettagli dell’attore che il fatto ha commesso o che la vicenda ha vissuto. Qui è invece un vivere in presa diretta. La reazione emotiva che provoca la lettura dei testi costringe ad una resistenza: si genera il senso del disgusto, del rifiuto –certo- perchè non è possibile concepire stupro o degenerazione come qualcosa di esteticamente compatibile con la formazione educazionale che riteniamo (noi) normale. 
(…)se ne sta in casa “Tony il cane” avvolto in ampi e sformati/ calzoni di flanella. Ormai non riesce a leggere nemmeno/ tre righe di fila sul giornale ma ancora minaccia di strappare/ con un coltello serramanico il cordone ombelicale/ ai neonati e usarlo come stringhe per le scarpe.// 
Cattaneo conduce la danza oltre i limiti del realismo e del teatro dell’assurdo, si cala nelle zone d’ombra di una normalità al limite (Si è arrampicata nuda fino al cornicione dell’ultimo piano del palazzo/ e guardando giù ha visto il padre prendere da dietro la madre) o di una realtà inaccessibile (Hanno infilato il cane in una pentola d’acqua bollente/ alla povera Rosaria Cerini detta Sarina in arte Zaire (…) hanno ucciso l’unico essere vivente a cui non l’aveva ancora data./ Si è impiccata giù nella caldaia con un guinzaglio di cuoio…) quanto aberrante (Quel vecchio aveva ragione. Cinque o sei anni dopo/ con un paio di amici gli ho spezzato entrambe le mani./ Non ricordavo più con quale mano mi avesse colpito.) 
Certamente la nostra visione unilaterale ed educata, l’interazione con terzi tesa ad un legame o confinata nel reciproco rispetto è regolata da canoni comportamentali che pubblicamente (e talvolta anche in privato) non possiamo ignorare o dimenticare. Qualunque comportamento sconveniente, come direbbe il filosofo Zygmunt Bauman in Vita liquida (Laterza, 2006), qualunque azione che renda possibile spezzare il legame, rifiutare ulteriori interazioni, comporta un retrogusto amaro e un senso di colpa. Non vi è alcun senso di colpa invece nelle azioni e nelle voci dei personaggi di Cattaneo: tutto avviene sotto la luce frontale e diretta della normalità, una personale normalità, cosi come è normale il quotidiano in cui vivono e che a noi appare deforme, deviato, impossibile. 
Il senso di rigetto che segue alcuni testi impone –nostro malgrado- la domanda: cosa è normale? 
Lo è –sembra dirci Cattaneo- anche la faccia nascosta di un luogo e delle persone che non vediamo e che non agiscono o pensano come noi. Anormali, subnormali, stanno su una sponda d’esistenza umana a noi inconcepibile per azione e pensiero (Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati i bastardi che vivono in un polmone d’acciaio/ fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,/ una bella casa e tanta bella figa. / Buttiamo gli spastici giù dalle rupi.) Ricorda, la voce di Cattaneo, i testi teatrali inclusi in Quattro atti profani di Antonio Tarantino: nonostante l’apparente blasfemia è una purezza che prende atto, una integrità totale di ogni singola voce che mai ha dubbi o che mai riconosce l’ignominia della propria esistenza. Essi sono –nostro malgrado e a modo loro- esseri perfetti. 



 

Fabiano Alborghetti 


 

Da “Poesia” numero 242, Ottobre 2009

 

Posted by: kolibris | October 23, 2009

Corporea, Le Voci della Luna 2009

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© 2009 by Le Voci della Luna Poesia
Le Voci della Luna – Circolo Culturale
C.P. 107 40037 Sasso Marconi (Bologna)

www.levocidellaluna.it
vociluna@virgilio.it – vocilunanews@libero.it§
ISBN 88-9604-809-5

 

 

Corporea

Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese

A cura di

Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli

Prefazione

Liana Borghi

pp. 201  € 12,00

 

Poesie di:

Karen Alkalay-Gut, Margaret Atwood, Eavan Boland, Kate Clanchy, Lucille Clifton, Enid Dame, Mary Dorcey, Carol Ann Duffy, Denise Duhamel, Agneta Falk, Vicki Feaver, Elaine Feinstein, Gillian K. Ferguson, Robyn Guillory, Marilyn Hacker, Alice Jones, Jenny Joseph, Maxine Kumin, Joan Larkin, Dorianne Laux, Lyn Lifshin, Josephine Miles, Elma Mitchell, Dorothy Molloy, Grace Nichols, Sharon Olds, Alicia Ostriker, Marge Piercy, Brenda Porster, Adrienne Rich, Tania Rochelle, Anne Stevenson, Alice Walker, Judith Arundell Wright

 

Questo libro nasce dal piacere condiviso di colmare una lacuna. In Italia tutto il corpus di testi di donne in lingua inglese dell’ultimo quarantennio è stato tradotto in minima parte e le poche eccezioni sono per lo più esaurite e introvabili da tempo. Siamo invece convinte dell’importanza di non perdere il valore di una riflessione collettiva di grandi proporzioni scaturita dalla riscoperta del corpo in ambito femminile e femminista. Paradossalmente, proprio l’uso politico del corpo come grimaldello per scardinare la visione del mondo e il linguaggio tradizionalmente conformati sull’ottica maschile ne ha legato le sorti all’effimera fortuna del movimento, facendo sì che oggi in buona parte della cultura dominante la semplice menzione del corpo rimandi a qualcosa di percepito fastidiosamente come risentito e superato.

Contrastare il rischio che questi testi vengano archiviati come vecchi senza che mai sia stata concessa loro circolazione è dunque il nostro obiettivo. Essi infatti esprimono la differenza femminile non tanto e non solo per combattere il mondo tradizionale, quanto per arricchirlo. I criteri di selezione applicati sono stati la qualità poetica e il grado di implicazione corporea. Abbiamo privilegiato autrici viventi e testi non ancora editi, tranne quando la loro rilevanza ha richiesto delle eccezioni alla regola.

 

Homage to My Hips  

Lucille Clifton

 

these hips are big hips

they need space to

move around in.

they don’t fit into little

petty places, these hips

are free hips.

they don’t like to be held back.

these hips have never been enslaved,

they go where they want to go

they do what they want to do.

These hips are mighty hips.

These hips are magic hips

I have known them

to put a spell on a man and

spin him like a top!

 

 

Tributo ai miei fianchi

Lucille Clifton

 

questi fianchi sono fianchi larghi

hanno bisogno di spazio per

andarsene in giro

non stanno a loro agio dentro

posticini di basso profilo, questi fianchi

sono fianchi liberi.

non amano essere bloccati.

questi fianchi non sono mai stati fatti schiavi,

vanno dove vogliono andare

fanno quello che vogliono fare.

Questi fianchi sono fianchi possenti.

Questi fianchi sono fianchi stregati

li ho visti

lanciare un incantesimo su un uomo e

rigirarlo come una trottola!

 

Trad. di Fiorenza Mormile

 

 

Nevertheless                                

Alicia Ostriker

 

 

The bookbag on my bag. I’m out the door           

Winter turns to spring

The way it does, and I buy dresses.

A year later, it gets to where

When they say How are you feeling,

With that anxious look on their faces,

And I start to tell them the latest

About my love life or my kids’ love lives,

Or my vacation or my writer’s block– 

It actually takes me a while

To realize what they have in mind–

I’m fine,  I say, I’m great, I’m clean.

The bookbag on my back. I have to run.

 


 

 

Ciononostante

Alicia Ostriker

 

La borsa dei libri sulle spalle. Sono fuori casa.

L’inverno volge a primavera

come sempre e io compro vestiti.

Un anno dopo, si arriva al punto che

quando mi dicono Come ti senti,

con quello sguardo ansioso sulla faccia,

e io comincio a raccontare l’ultima

sulla mia vita amorosa o su quella dei miei figli,

o sulle mie vacanze o sul blocco dello scrittore–

ci metto davvero un po’ di tempo

a capire quello che hanno in mente—

Sto bene, dico, sto alla grande, sono pulita.

La borsa dei libri sulle spalle. Devo correre.

 

 

Trad. di Anna Maria Robustelli


 

 

Anorexia
Alice Jones

Not everyone is so skilled
at the ancient art, not everyone
can exist on air, refusing
the burden of flesh. Hating

the yellow globs of fat in any
form—under the skin, padding
the heart, cushions for the eye’s
globes, but mostly those

that mark her as her mother’s—
the encumbering curves of hip
or breast, she eats only
oranges and water, a cannibal

of self. Trying to undo all
the knots the female body has
tied, all the cyclical obligations,
to gush, to feed, she chooses

to hone her shape down,
her scapulae prepared like
thin birds, to fly away from
the spine. Barely held together

by silk and liquid and air,
she floats, flightless, the water’s
iciness along her back;
she tries not to be sucked

down by the black cold,
its deadliness pulling
at the nape of her long neck,
biting at her unfeathered heels.


 

 

Anoressia

Alice Jones

 

Non tutte sono esperte

dell’arte antica, non tutte

sanno vivere d’aria, rifiutare

il fardello della carne. Aborrendo

 

gli ammassi giallastri di grasso in ogni

forma – sotto la pelle, ad imbottire

il cuore, i cuscinetti intorno ai bulbi

oculari, ma soprattutto quelli

 

che la marchiano figlia di sua madre –

le curve ingombranti dei fianchi

o dei seni, mangia soltanto

arance e acqua, cannibala  

 

di sé. Cercando di disfare tutti

i nodi che ha legato il corpo

femminile, tutti gli obblighi ciclici,

a grondare, nutrirsi, sceglie

 

di affilarsi la figura,

scapole pronte come

uccelli sottili a volare dalla

schiena. Tenuta a stento insieme

 

da seta e liquidi e aria,

fluttua, senza volo, la gelidezza

dell’acqua lungo il dorso;

cerca di non lasciarsi risucchiare

 

giù dal nero ghiacciato,

la trazione letale

alla nuca in cima al lungo collo,

che la morsica ai calcagni spiumati.

 

Trad. di Maria Luisa Vezzali

 

Posted by: kolibris | October 24, 2009

Anna Ruotolo, Secondi luce

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Anna Ruotolo
Secondi luce 
Collana Erato
LietoColle 2009
pp. 74

 


 

Secondo luce

  

È come dirti addio

sopra il cucuzzolo del Mondo

dopo il mare fin dentro

che ci divide al ponte,

al passeggio chiarazzurro della barca.

Dire addio a te e – prima che sia -

a noi

a tutte le inconsolate vie della tua bocca

alle parole della pioggia sui canali

degli occhi.

Questo è il tempo: una luce di lampi,

breve, come il guizzo della terra

e manca, manca il cono d’ombra

dove si nasce, dove un po’ si vive.

 


 

*

Oggi sei un giorno lontano

partito come il treno

oltre la frontiera.

Mi chiederanno se ho aperto

al corriere della strada

se molle è il pacco dopo la pioggia,

perché ho rattoppato la porta.

Verrà, verrà il tempo che ci implora

col segno amorfo sulla fronte

forse una linea profonda,

come saprò vederla.

 


 

*

Per parlarti ho preparato tre fuochi:

uno alla finestra nella bianca

bianchissima luce che esplode,

uno oltre il ceppo, poco dopo

il vento sul corpo della noce.

Il terzo – un passato corto -

da una porta aperta a un ponte.

Al sole azzurro che dilava il cielo

dirmi di saperti cercare per il mondo

a te che si esiste dall’ombra

alle chiarezze che crescono per aprire un tetto.

Forse aspèttati di vedere la paura

di non trovarti nel silenzio della pioggia,

sull’avanzo prossimo alle stelle.

Questo ti lascio: sempre il niente, il poco

e tutta la vita a innamorarsi.

 


 

 

Per passi di ottativo

 

Quanto meno – pressappoco – potrei

conoscere lo spazio delle tue mani

saperti a sapere amare la cicatrice

invisibile delle mie labbra

aperta e vera, chiara

di fronte la linfa bianca del Sole

o come lumeggiano le palpebre

sulla casa asciutta del mio ventre.

Ecco, potrei millimetralmente

saperti vivere nel centro esatto

della solitudine del mondo,

nel mare aperto dove resisti tu solo

alle trombe d’oro del tempo.

 


 

anghelos

 

Che rientri da questa terra

per i segreti delle porte

che quasi mi dormi accanto

è scritto nel rumore della pioggia

nel tremito aguzzo delle acque.

Più dentro è il chiodo di non saperti qui

vederti andare come certe domeniche d’inverno

anche quando è il dono del mondo che ci unisce,

il fondo delle cose a crescerci di neve.

 


 

*

 

È così che un giorno si smette

di scrivere per qualcuno

non fai che come navi

che si ritirano

o i funghi di ombrelloni

che si abbattono.

È così che ti poggio come un fiore

sulla strada

e ti prego di prendere radici

per te stesso,

fino a quando

ripioverai sulla mia faccia

da un portone malchiuso

con le tue braccia di foglie

con le tue mani di poesie.

 


 

*

 

Tu che non arrivi

parti in silenzio

da dove rallenta

elastica l’aria

spaziosa, geograficamente

lampante,

dicono

- e allora è vero -

come i guasti nucleari

ti spargi a migliaia di chilometri

sulle fucine delle strade

che agosto risale

su un filo tremante di laghi

fitte riserve di case e

da lì con te

da lì per spazio

fa come per suonare

lontanissima e variabile

la romanza di Natale.

E t’auguro un viaggio che duri,

la prua diritta

tu che non torni

parti che tutto dorme

e sola t’aspetto mill’anni.

 


 

*

 

Le parole si portano da un luogo

- tu sai -

per compensazione

per fare meno oscure le città

 

e l’ultima nave a partire

è l’abbandono (solleva l’acqua,

ritorna calma)

 

Mi spiace, mi spiace a lungo

non aver visto

gli alberi di ghiaccio

un mattino freddo delle quattro

mandorle in tasca e schiaccianoci

la tua mano sulla pancia,

la paura profonda d’un viaggio.

Posted by: kolibris | October 26, 2009

Antonino Caponnetto: Miti per l’uomo solo

presentazione caponnetto

Posted by: kolibris | October 26, 2009

La poesia è un maratoneta, di Matteo Fantuzzi

clicca qui sotto per ingrandire

 

lavoce_26_10_2009

Posted by: kolibris | October 29, 2009

La poesia racconta, a cura di Alessandro Ramberti

poesiaracconta2

 

poesiaraccontaback

Posted by: kolibris | October 29, 2009

Thomas Kinsella, Appunti dalla terra dei morti

appunti

Collana Snáthaid Mhór – poesia irlandese contemporanea

THOMAS KINSELLA: Appunti dalla terra dei morti

Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-03-7

pp. 130, € 10,00

 

qui per acquistare

 

“In un saggio sull’importanza dell’elemento autobiografico nella poesia di Thomas Kinsella, il critico Taffy Martin sostiene che la sua poesia “può essere letta come una battaglia – meticolosamente orchestrata, circolare più che lineare e volutamente infinita – tra la funzione passiva e al contempo cinetica dello specchio da un lato, e i segreti creati, e, soprattutto, generati e di volta in volta proiettati dallo specchio”. Lo specchio è un elemento onnipresente nella poesia di Kinsella, una poesia in cui la suggestione autobiografica travalica l’identità dell’individuo, che, seppur visto nella sua unicità, diviene simbolico di una coscienza collettiva che si riflette (riconosce o disconosce) nelle cose.

Nel caso di Kinsella, possiamo parlare di un’autobiografia che si fa poesia, piuttosto che di una poesia autobiografica. L’“io” del poeta, pur nella sua prepotenza, nella decisione del suo delinearsi nell’universo poetico di Kinsella, non è che uno strumento (cinetico e passivo al pari dello specchio) della realtà che lo circonda. Lo specchio è simbolico sia della coscienza del soggetto, sia di una coscienza immanente esterna a lui, che gli restituisce la sua interiorità, plasmata, spesso deformata, dall’incontro-scontro con la realtà che lo circonda.  Paradossalmente, questo io all’apparenza così “ingombrante”, si sminuzza e annienta nel riflesso incompleto che gli viene restituito dallo specchio, deputato a rivelargli le sue contraddizioni, l’intensità delle sue sofferenze, profondamente radicate in quella “oscurità” caotica che è per Kinsella fucina dell’opera d’arte, destinata a sprofondarvi di nuovo nel momento in cui si affrancherà dal poeta (l’artigiano, l’artefice). La scrittura è infatti per Kinsella lavoro di cesello, e l’io è spesso (simbolicamente) visto nell’atto stesso di scrivere, e riflesso nel suo attonito silenzio di fronte al prodotto della creazione.”

 

dalla prefazione di Chiara De Luca

 

 

IRWIN STREET

 

Morning sunlight – a patch of clear memory –

warmed the path and

the crumbling brick wall,

and stirred the weeds sprouting

in the mortar.

A sparrow cowered

on a doorstep. Under the broken door

the paw of a cat reached out.

White nails fastened in the feathers.

 

Aware – a distinct dream –

as through slowly making it happen.

The suitcase in my hand.

My schoolbooks…

 

I turned the corner into the avenue

between the high wire fence and the trees

in the Hospital: under the leaves

the road was empty and fragrant

with little lances of light.

He was coming toward me – how

could he be there, at this hour? –

my maker, in a white jacket,

and with my face. Our steps

hesitated in awkward greeting.

*

 

Wakening again, upstairs,

to the same wooden sourness…

 

I sat up on the edge of the bed,

my hand in my pyjama trousers,

my bare feet on the bare boards.

 

 

 

 

IRWIN STREET

 

Luce mattutina del sole – chiazza di chiara

memoria –

riscaldava il sentiero e

il muro cadente in mattoni,

e scuoteva l’erbaccia spuntata

nella calcina.

Un passero acquattato

sopra una soglia. Da sotto la porta sfondata

spuntò la zampa di un gatto.

Bianchi artigli affondarono tra le piume.

 

Attenzione – un sogno nitido –

come a farlo lentamente avvenire.

La cartella in mano.

I miei libri di scuola…

 

Girai l’angolo e presi il viale

tra l’alto recinto di filo spinato e gli alberi

nell’Ospedale: sotto le foglie

la strada era vuota e rallegrata

da piccole lance di luce.

Lui veniva verso di me – come

poteva essere lui, lì, a quell’ora? –

il mio creatore in giacca bianca,

e con la mia faccia. I nostri passi

esitarono in un goffo saluto.

 

*

Risvegliandomi, al piano di sopra,

alla stessa legnosa asprezza…

 

Mi sedetti sulla sponda del letto,

la mano nei pantaloni del pigiama,

i piedi nudi sulle assi nude.

 

 

 

SURVIVOR

 

High near the heart of the mountain there is a

cavern.

There, under pressure in the darkness,

as the walls protest and give dryly,

sometimes you can hear the minute dust-falls.

But there is no danger.

The cavern is a perfect shell of force;

the torsions that brought this place forth

maintain it. It is spoken of, always,

in terms of mystery – our first home…

that there is a power holding this part of the

mountain

subtly separate from the world, in firm hands;

that this cave escaped the Deluge;

that it will play some part on the Last Day.

 

Far back, a lost echoing

single drop:

the musk of glands

and bloody gates and alleys.

 

Claws sprang open

starred with pain.

 

 

*

 

Curled in self hate. Delicious.

Head heavy. Arm too heavy,

What is it, to suffer:

the dismal rock nourishes.

Draughts creep: shelter in them.

Deep misery: it is a pleasure.

Soil the self.

lie still.

 

Utter dread

of moving

the lips

to let out

the offence simmering

weakly

as possible

within.

 

Something krept in once.

Was that a dream?

A flame of cold that crept under the back

and under the head huddled close

into the knees and belly.

For what seemed a long year

a thin thread of some kind of sweetness

wailed far below

in the grey valley of the blood.

What is there to remember?

 

Long ago, abuse and terror…

 

O fair beginning…

 

landfall – an entire new world

floating on the ocean like a cloud

with a forest covering and clean empty shores.

We were coming from… Distilled from the

sunlight?

or the crest of foam?

From Paradise…

In the southern coast of the East… In terror

– we were all thieves. In search of a land

without sin

that might go unpunished, and so prowling

the known world – the northern portion,

toward the West

(thinking, places answering each other on earth

might answer in nature).

Late afternoon we came in sight

of promontories beautiful beyond description

and saw the crystal sea gather in savage curren-

ts

and dash itself against the cliffs.

By twilight everything was destroyed,

the only survivors a shoal of women

spilled onto the shingle, and one man

that soon – even as they lifted themselves up

and looked about them in the dusk –

they silently surrounded.

Paradise!

No serpents.

No lions. No toads. No injurious rats

or dragons or scorpions. No noxious beasts.

Only the she-wolf…

 

Everyone falling sick, after a time.

 

Perpetual twilight… with most of the light

dissolved

in the soil and rocks and the uneasy waves.

A last outpost into the gloom. Sometimes

an otherwordly music sounded in the wind.

A land of the dead.

Above the landing place

the grass shivered in the thin shale

at the top of the path, waiting, never again

disturbed.

There was a great rock in the sea, where we

went down

– The Hag: squatting on the water,

her muzzle staring up at nothing.

A final struggle up rocks and heather,

heart and lungs aching,

and thin voices in the valley

faintly calling, and dissolving one

by one in the blood.

 

I must remember

and be able some time to explain.

 

*

 

There is nothing here for sustenance.

Unbroken sleep were best.

Hair. Claws. Grey.

Naked. Wretch. Wither.

 

 

 

 

 

SOPRAVVISSUTO

 

Vicinissima al cuore della montagna c’è una

caverna.

Là, sotto pressione nell’oscurità,

mentre le pareti protestano e seccano,

puoi sentire talvolta minuscole frane di polvere.

Ma non c’è pericolo.

La caverna è una perfetta conchiglia di forze;

le torsioni che generarono il luogo

lo sostengono. Se ne dice, sempre,

in termini d’arcano – la nostra prima dimora…

che c’è un potere a tenere questa parte di mon-

te

separata un poco dal mondo, in mani salde;

che questa caverna è scampata al Diluvio;

che giocherà un suo ruolo nel Giorno del Giu-

dizio.

 

Molto più indietro, un perduto echeggiare

singola goccia:

il muschio di ghiandole

e cancelli insanguinati e viali.

 

Artigli di scatto si aprono.

costellati di pena.

 

*

 

Raggomitolato nel disprezzo di sé. Delizioso.

Testa pesante. Braccio troppo pesante,

Cos’è… soffrire:

roccia tetra nutre.

Spifferi strisciano: in essi è rifugio.

Profondo tormento: è un piacere.

Insudicia l’essere.

giaci immobile.

 

Pura paura

di muovere

le labbra

lasciar uscire

l’offesa che ribolle

debolmente

per quanto possibile

dentro.

 

Un tempo qualcosa strisciò dentro.

Era un sogno?

Una fiamma di gelo scivolava sotto la schiena

e sotto la testa precipitava

nelle ginocchia e nel ventre.

Per quel che parve un anno infinito

un filo sottile di una qualche dolcezza

vagiva molto più in basso

nella valle grigia del sangue.

Cosa c’è là da ricordare?

 

Molto tempo fa, violenza e terrore…

 

Oh bell’inizio…

 

Terra in vista – tutto un nuovo mondo

fluttuante sull’oceano come una nube

con una foresta a coprire e pulire le rive vuota-

te.

Venivamo da… Distillato da luce solare?

o creste di spuma del mare?

Dal Paradiso

Nella costa meridionale dell’Oriente…

Terrorizzati

– eravamo tutti ladri. In cerca d’una terra senza

peccato

che potesse restare impunito, e così battendo alla cieca

il mondo conosciuto – la porzione a Nord,

verso Ovest

(pensando: luoghi che in terra si rispondono a

vicenda

potrebbero fare altrettanto in natura).

Nel tardo pomeriggio avvistammo

promontori belli oltre ogni dire

e vedemmo il cristallo del mare

condensarsi in flussi selvaggi

e schiantarsi contro le rocce.

Al tramonto era tutto distrutto,

unici sopravvissuti una frotta di donne

a riversarsi sulla spiaggia ghiaiosa, e un uomo

che subito – proprio mentre si alzavano

guardandosi attorno al crepuscolo –

circondarono mute.

Paradiso!

Senza serpenti.

Né leoni. Né rospi. Né ratti ingiuriosi

o dragoni o scorpioni. Né bestie malefiche.

Soltanto la lupa…

 

Si ammalarono tutti. Non passò molto tempo.

 

Perpetuo crepuscolo… gran parte della luce

dissolta

su terra e rocce e onde turbate.

Un estremo avamposto nel buio. Talvolta

dall’oltre una musica echeggiava nel vento.

Una terra dei morti.

Al di sopra del punto di approdo

l’erba tremava nel sottile scisto argilloso

in cima al sentiero, in attesa, mai più turbata.

C’era una grande roccia nel mare, dove scen-

demmo

– La Strega: accovacciata sull’acqua,

col muso proteso verso il nulla.

Un ultimo sforzo su erica e rocce,

col cuore e i polmoni dolenti,

ed esili voci nella valle

debolmente a chiamare, e dissolversi una

dopo l’altra nel sangue.

 

Devo ricordare

e riuscire un giorno a spiegare.

 

*

 

Non c’è nulla qui per nutrirsi.

L’ideale sarebbe un sonno incessante.

Capelli. Artigli. Grigio.

Nudi. Disgraziati. Appassire.

 

 

 

 

 

AT THE CROSSROADS

 

A dog’s

body zipped

open and

stiff in

the grass.

 

They used to leave hanged men here.

 

At night when the moon is full

and swims with evil through the trees,

if you walk from the silent stone bridge

to the first crossroads and stand there,

do you feel that sad disturbance under the

branches?

Three times I have been halted there

and had to whisper “O Christ protect”

and not know whether my care was for myself

or some other hungry spirit.

Once by great whiplash without sound.

Once by an unfelt shock at my ribs

as a phantom dagger stuck shuddering in

nothing.

Once by a torch flare crackling

suddenly unseen in my face.

Three times, always at the same corner.

Never altogether the same. But the same.

 

Once when I had worked like a dull ox

in patience to the point of foolishness

I found myself rooted here, my thoughts

scattered by the lash Clarity:

the end of labour is in sacrifice,

the beast of burden in his shuddering prime

– or in leaner times any willing dogsbody.

 

A white face

stared from the

void, tilted over,

her mouth ready.

 

And all mouths everywhere so

in their need, turning on each furious

other. Flux of forms

in a great stomach: living meat torn off,

enduring in one mess of terror

every pang it sent through every thing

it ever, in shudders of pleasure, tore.

 

A white ghost flickered into being

and disappeared near the tree tops.

An owl in silent scrutiny

with blackness in her heart. She

who succeeds from afar…

The choice –

the drop with deadened wing-beats; some

creature

torn and swallowed; her brain, afterward,

staring among the rafters in the dark

until hunger returns.

 

 

 

 

 

ALL’INCROCIO

 

Un cane

il corpo squarciato

in due e

rigido dentro

l’erba.

 

Un tempo là ci lasciavano gli impiccati.

 

Di notte, quando la luna è piena

e nuota col maligno tra gli alberi,

se cammini dal ponte muto di pietra

fino al primo incrocio e ti fermi,

senti quel triste tumulto sotto i rami?

Per tre volte sono stato bloccato in quel punto

e ho dovuto sussurrare: “Cristo, proteggimi tu”

e senza sapere se è per me che temevo

o per qualche altro spirito affamato.

Una volta per una sferzata muta.

Una volta per una scossa lievissima tra le co-

stole

come di un pugnale fantasma che colpisca a

vuoto e sussulti.

Una volta per il crepitìo di un bagliore di torcia

repentino e invisibile sul viso.

Tre volte, sempre nello stesso angolo.

Mai lo stesso del tutto. Eppure lo stesso.

 

Una volta che avevo lavorato come un bue

indolente

paziente ai limiti dell’idiozia

mi ritrovai inchiodato qui, coi pensieri

dispersi dalla sferzata Chiarezza:

la fine della fatica è nel sacrificio,

la bestia da soma nel fiore fremente degli anni

– o in tempi di magra il corpo obbediente d’un

cane.

 

Una faccia bianca

fissava dal

vuoto, incombeva,

con la bocca pronta.

 

E tutto era bocche ovunque così

bramose, a voltarsi l’una verso

l’altra con furia. Flusso di forme

in un grande stomaco: carne viva strappata,

a resistere in un caos di terrore

ogni spasmo generato, in ogni cosa che

fremendo di piacere, straziava.

 

Un bianco spettro si materializzò

e svanì accanto alle cime degli alberi.

Una civetta scrutava in silenzio

con il buio nel cuore. Lei

che può farlo da grande distanza…

La scelta –

la goccia con colpi d’ala smorzati; una qualche

creatura

gonfia e squarciata; il suo cervello, dopo,

guarda tra le travi nel buio

finché la fame non torna.

Posted by: kolibris | October 30, 2009

Freschi di stampa

I nuovi Kolibris di cui parleremo nei prossimi giorni

gemellini

Posted by: kolibris | November 2, 2009

Edwin Morgan, Libro delle vite

Edwin_Morgan_Libro_delle_vite_2

Collana Guillemot – poesia scozzese contemporanea
EDWIN MORGAN, Libro delle vite
ISBN 978-88-96263-10-5
pp. 1274, € 15,00

qui per acquistare

Edwin Morgan è uno dei poeti scozzesi contemporanei maggiormente stimati e riconosciuti, e al contempo più popolari e amati. E la cosa non sorprende, perché la sua poesia spazia su uno straordinario ventaglio di toni e registri, toccando numerosissimi argomenti, ora prediligendo lo slancio lirico, ora un tono più colloquiale e talvolta dimesso, ora il pathos epico, ora la brevità epigrammatica. Morgan si muove con maestria tra il verso libero e forme strofiche, ritmiche e metriche tradizionali, tra la secca concisione dell’haiku e la ricchezza timbrica, quasi opulenta, di poesie dense per aggettivazione e coloritura d’immagine, tra la forma popolare della canzone e il ritmo cantilenante della filastrocca.

La lingua poetica di Morgan è duttile e malleabile, si piega, informa e adatta al tono e alla necessità dell’argomento di volta in volta scelto, pescando in una pluralità di microletti, dal linguaggio scientifico a quello della testimonianza storica o del resoconto giornalistico, dal linguaggio colloquiale a quello lirico, a tratti elegiaco. Adottando di volta in volta il respiro ampio del verso lungo – talvolta lunghissimo –; il respiro disteso “pacato” e denso della rievocazione o della descrizione; il respiro teso e rapido della protesta o quello martellante dell’invettiva; il respiro lieve e dimesso della confessione epistolare. Il tutto spesso facendo ricorso a note sarcastiche o a un’ironia acuta e pungente e sempre puntuale e intelligente.

Libro delle vite è titolo ambizioso e impegnativo. Edwin Morgan onora egregiamente l’impegno. Muovendo dal contemporaneo al passato remoto, dal passato recentissimo al paleozoico, per risalire fino al Big Bang e alla creazione delle prime forme di vita e di pensiero, cui, nella splendida suite di poesie di Onda planetaria immagina di assistere come testimone. E il poeta è per Morgan sempre testimone, ora oggettivo e imparziale, ora partecipe, dolente o irriverente, iroso o compassionevole. Notevoli sono le sue descrizioni di quadri – oniriche, fortemente visive, originali ed efficaci – nella suite Cinque dipinti; e i suoi ritratti – documentati e profondamente umani e partecipi al contempo – di personaggi storici e letterari: da Magellano a Copernico, da Hiroito a Carlo V, da Rimbaud a Oscar Wilde, da Boezio a David Daiches.

Ne risulta una pittura composita, in cui storia individuale e collettiva si alternano in dissolvenze prive di stacchi eccessivi e fratture, inscivendosi nel più ampio piano della Storia politica, sociale e del pensiero, per cui Morgan mostra di provare un interesse sempre vivo e autentico, accompagnato da una conoscenza puntuale che abbraccia eventi, avvenimenti e curiosità cronachistiche, sfumandoli col pennello di una fantasia camaleontica e vivace.

Chiara De Luca

Qui di seguito parte della suite di poesie di Onda planetaria

Planet Wave

The first half of this sequence of poems, commissioned by the Cheltenham International Jazz Festival, and set to music by Tommy Smith, was fust performed in the Cheltenham Town Hall on 4 April 1997.

In the Beginning

(20 Billion BC)

Don’t ask me and don’t tell me. I was there.

It was a bang and it was big. I don’t know

what went before, I came out with it.

Think about that if you want my credentials.

Think about that, me, it, imagine it

as I recall it now, swinging in my spacetime hammock,

nibbling a moon or two, watching you.

What am I? You don’t know. It doesn’t matter.

I am the witness, I am not in the dock.

I love matter and I love anti-matter.

Listen to me, listen to my patter.

Oh what a day (if it was day) that was!

It was as if a fist had been holding fast

one dense packed particle too hot to keep

and the fingers had suddenly sprung open

and the burning coal, the radiant mechanism

had burst and scattered the seeds of everything,

out through what was now space, out

into the pulse of time, out, my masters,

out, my friends, so, like a darting shoal,

like a lion’s roar, like greyhounds released,

like blown dandelions, like Pandora’s box,

like a shaken cornucopia, like an ejaculation –

I was amazed at the beauty of it all,

those slowly cooling rosy clouds of gas,

wave upon wave of hydrogen and helium,

spirals and rings and knots of fire, silhouettes

of dust in towers, thunderheads, tornadoes;

and then the stars, and the blue glow of starlight

lapislazuliing the dust-grains –

I laughed, rolled like a ball, flew like a dragon,

zigzagged and dodged the clatter of meteorites

as they clumped and clashed and clustered into

worlds, into this best clutch of nine

whirled in the Corrievreckan of the Sun.

The universe had only just begun.

I’m off, my dears. My story’s still to run!

Onda planetaria

La prima metà di questa silloge di poesie, commissionate dallo International Jazz Festival e messa in musica da Tommy Smith, fu rappresentata per la prima volta al municipio di Cheltenham il 4 Aprile del 1997.

In principio

(20 bilioni a.C.)

Non chiedetemi e non ditemi. Ero là.

Fu uno scoppio e fu grande. Non so

che avvenne prima, uscii dall’esplosione.

Pensa a questo, se vuoi le mie credenziali.

Pensa a questo, a me, allo scoppio, immaginalo

come lo richiamo ora che mi cullo nell’amaca spazio-tempo,

pilucco una luna o due, ti guardo.

Cosa sono? Non lo sai. Non fa niente.

Sono il testimone, non l’imputato.

Amo la materia e amo l’antimateria.

Ascoltami, ascolta le mie chiacchiere.

Oh, che giorno (se giorno era) fu!

Fu come se un pugno avesse stretto

una densa particella troppo calda da tenere

e le dita si fossero aperte all’improvviso

e il carbone ardente, il meccanismo radiante

fosse scoppiato disperdendo i semi di ogni cosa,

uno in quel che era nuovo spazio, fuori

nel battito del tempo, fuori, miei padroni,

fuori amici miei, così, come uno sciame dardeggiante,

il ruggito di un leone, levrieri liberati,

denti-di-leone esplosi, un vaso di Pandora,

una cornucopia scossa, un’eiaculazione –

Ero sbalordito dalla bellezza del tutto,

nubi di gas rosa che piano si raffreddavano, onda

sopra onda di elio e idrogeno,

anelli e spirali e nodi di fuoco,

sagome di polvere in torri, nugoli di nubi, tornadi;

e poi gli astri, e il bagliore azzurro della luce stellare

che lapislazzulava i grani di polvere –

Risi, rotolai come una palla, volai come un drago,

zigzagai e schivai il fracasso delle meteore

mentre si ammassavano e scontravano e riunivano in

parole, in questa sublime stretta del nove

vorticante nella Corrievreckan[1] del sole.

L’universo era solo appena cominciato.

Sono fuori, miei cari. La mia storia è ancora da correre!

The Early Earth

(3 Billion BC)

Planets, planets – they seem to have settled

into their orbits, round their golden lord,

their father, except he’s not their father,

they were all born together, in that majestic wave

of million-degree froth and jet and muck:

who would have prophesied the dancelike separation,

the nine globes, with their moons and rings, rare –

do you know how rare it is, dear listeners,

dear friends, do you know how rare you are?

Don’t you want to be thankful? You suffer too much?

I’ll give you suffering, but first comes thanks.

Think of that early wild rough world of earth:

lurid, restless, cracking, groaning, heaving,

swishing through space garbage and flak,

cratered with a thousand dry splashdowns

painted over in molten granite. Think of hell,

a mineral hell of fire and smoke. You’re there.

What’s it all for? Is this the lucky planet?

Can you down a pint of lava, make love

to the Grand Canyon, tuck a thunderbolt

in its cradle? Yes and no, folks, yes and no.

You must have patience with the story.

I took myself to the crest of a ridge

once it was pushed up and cooled.

There were more cloudscapes than earthquakes.

You could walk on rock and feel rain.

You shivered but smiled in the fine tang.

Then I came down to stand in the shallows

of a great ocean, my collar up to the wind,

but listen, it was more than the wind I heard,

it was life at last, emerging from the sea,

shuffling, sliding, sucking, scuttling, so small

that on hands and knees I had to strain my eyes.

A trail of half-transparent twitchings!

A scum of algae! A greening! A breathing!

And no one would stop them, volcanoes wouldn’t stop them!

How far would they go? What would they not try?

I punched the sky, my friends, I punched the sky.

La terra giovane

(3 bilioni a.C.)

Pianeti, pianeti – sembrano essersi inseriti

nelle proprie orbite, attorno al lord d’oro,

loro padre, non fosse che non è il padre,

erano nati tutti insieme, in quell’onda maestosa

di schiuma e ghiaia e melma a milioni di gradi:

che avrebbe profetizzato la scissione danzante,

le nove sfere, con le loro lune e anelli, rari –

Sapete quanto è raro, cari ascoltatori,

cari amici, sapete quanto siete rari?

Non volete essere riconoscenti? Soffrite troppo?

Vi farò soffrire ancora, ma prima si ringrazia.

Pensate a quel giovane mondo-terra grezzo e selvaggio:

sgargiante, irrequieto, che s’incrina, geme e sospira,

e fende frusciando i rifiuti e l’artiglieria dello spazio,

craterato da migliaia di schizzi asciutti

rivestiti di granito fuso. Pensate all’inferno,

un inferno minerale di fumo e fuoco. Siete là.

A che serve il tutto? È questo il pianeta felice?

Potete farvi una pinta di lava, fare l’amore

al Grand Canyon, rimboccare le coperte a una folgore

nella sua culla? Sì e no, gente, sì e no.

Dovete aver pazienza con la storia.

Ho raggiunto la cresta di una catena montuosa

appena emersa e raffreddata.

C’erano più distese di nubi che terremoti.

Potevi camminare sulla roccia e sentire la pioggia.

Tremavi ma sorridevi al buon odore penetrante.

Poi scesi per stare in piedi nelle acque basse

di un grande oceano, il bavero alzato contro il vento,

ma ascolta, non era solo vento quello che sentivo,

era vita infine, che emergeva dal mare,

strisciava, scivolava, succhiava, sgusciava, così piccola

che a carponi dovevo aguzzare lo sguardo.

Una scia di contrazioni semitrasparenti!

Una fanghiglia di alghe! Un inverdire! Un respirare!

E nessuno li avrebbe fermati, i vulcani non li avrebbero fermati!

Fin dove sarebbero arrivati? Cosa non avrebbero provato?

Presi a pugni il cielo, amici, presi a pugni il cielo.

End of the Dinosaurs

(65 Million BC)

If you want life, this is something like it.

I made myself a tree-house, and from there

I could see distant scrubby savannas

but mostly it was jungle, lush to bursting

with ferns, palms, creepers, reeds, and the first flowers.

Somewhere a half-seen slither of giant snakes,

a steamy swamp, a crocodile-drift

in and out of sunlight. But all this, I must tell you,

was only background for the rulers of life,

the dinosaurs. Who could stand against them?

They pounded the earth, they lazed in lakes,

they razored through the sultry air.

Hear,

if you will, the scrunchings of frond and branch

but also of joint and gristle. It’s not a game.

I watched a tyrannosaurus rise on its hindlegs

to slice a browsing diplodocus, just like that,

a hiss, a squirm, a shake, a supper –

velociraptors scattered like rabbits.

It didn’t last. It couldn’t? I don’t know.

Were they too big, too monstrous, yet wonderful

with all the wonder of terror. Were there other plans?

I saw the very day the asteroid struck:

mass panic, mass destruction, mass smoke and mass ash

that broke like a black wave over land and sea,

billowing, thickening, choking, until no sun

could pierce the pall and no plants grew and no

lizards however terrible found food and no

thundering of armoured living tons disturbed

the forest floor and there was no dawn roar,

only the moans, only the dying groans

of those bewildered clinker-throated ex-time-lords,

only, at the end, skulls and ribs and hatchless

eggs in swamps and deserts

left for the inheritors –

my friends, that’s you and me

branched on a different tree:

what shall we do, or be?

Fine dei dinosauri

(65 milioni a.C.)

Se vuoi la vita, quel che segue ci somiglia.

Mi fabbricai una casa sull’albero, e da là

potevo vedere savane boschive in distanza

ma più che altro giungla, rigogliosa da scoppiare

di felci, palme, canne, rampicanti, e i primi fiori.

Qua e là uno sgusciare intravisto di serpenti,

una palude fumante, il lento scivolare di un coccodrillo

dentro e fuori dalla luce del sole. Ma tutto questo, devo dirvelo,

era solo uno sfondo per quei sovrani della vita,

i dinosauri. Chi avrebbe mai potuto fronteggiarli?

Pestavano forte la terra, oziavano nei laghi,

fendevano sfrecciando l’aria torrida.

Ascoltate,

se volete, gli scricchiolii di fronde e rami

ma anche di cartilagini e giunture. Non è un gioco.

Osservai un tirannosauro alzarsi sulle zampe posteriori

colpire di taglio un diplodoco che mangiava, proprio così,

un sibilo, un contorcimento, uno scossone, una cena –

velocirapti dispersi come conigli.

Non durò. Non poteva? Non lo so.

Erano troppo grandi, troppo mostruosi, eppure belli

di tutte le meraviglie del terrore. C’erano altri piani?

Vidi il giorno stesso in cui cadde l’asteroide:

panico e distruzione di massa, fumo e cenere in massa,

a infrangersi onda nera sopra terra e mare,

spiraliforme, gonfia, soffocante, finché nessun sole più

poteva penetrare la cappa né pianta crescere e nessuna

lucertola per quanto spaventosa trovare cibo e nessun

tuonare di vivi toni fragorosi disturbò

il suolo della foresta e non c’erano ruggiti all’alba,

solo i gemiti, solo i rantoli di morte

degli sconcertati signori d’un tempo dalla gola tintinnante,

soltanto, alla fine, crani e costole e uova

rotte in paludi e deserti

lasciati agli eredi –

amici miei, siamo voi e io

biforcazioni di alberi diversi:

cosa dovremmo fare, o essere?

The Great Flood

(10,000 BC)

Rain, rain, and rain again, and still more rain,

rain and lightning, rain and mist, a month of downpours

till the earth quaked gruffly somewhere and sent

tidal waves over the Middle Sea,

tidal waves over the Middle East,

tidal wave and rain and tidal wave

to rave and rove over road and river and grove.

I skimmed the water-level as it rose:

invisible the delta! gone the headman’s hut!

drowned at last even the stony jebel!

I groaned at whole families swept out to sea.

Strong horses swam and swam but sank at last.

Little treasures, toys, amulets were licked

off pitiful ramshackle village walls.

Weapons, with the hands that held them, vanished.

So what to do? Oh never underestimate

those feeble scrabbling panting gill-less beings!

Hammers night and day on the high plateau!

Bitumen smoking! Foremen swearing! A boat,

an enormous boat, a ship, a seafarer,

caulked, battened, be-sailed, oar-banked, crammed

with life, human, animal, comestible,

holy with hope, bobbing above the tree-tops,

set off to shouts and songs into the unknown

through rags and carcases and cold storks’ nests.

The waters did go down. A whaleback mountain

shouldered up in a brief gleam of sludge,

nudged the ark and grounded it. Hatches gaped.

Heads smelt the air. Some bird was chirping.

And then a rainbow: I laughed, it was too much.

But as they tottered out with their bundles,

their baskets of tools, their goats, their babies,

and broke like a wave over the boulders and mosses,

I thought it was a better wave than the wet one

that had almost buried them all.

Water

we came from, to water we may return.

But keep webbed feet at arm’s length! Build!

That’s what I told them: rebuild, but build!

Il grande diluvio

(10.000 a.C.)

Pioggia, pioggia, e di nuovo pioggia, e ancora pioggia,

pioggia e fulmini, pioggia e nebbia, un mese di acquazzoni

finché qua e là la terra tremò burbera e gettò

enormi ondate sul Mar Medio,

enormi ondate sul Medio Oriente,

enormi ondate e pioggia enormi ondate

a vagare e impazzare su strade fiumi boschi.

Vidi l’acqua crescere in livello:

invisibile il delta! Sparita la capanna del vicecapo tribù!

Sommersa infine perfino la montagna di pietra!

Gemetti vedendo le famiglie intere trascinate in mare.

Cavalli robusti nuotare nuotare per andare infine a fondo.

Piccoli tesori, giocattoli, amuleti leccati via

dalle misere mura malridotte del villaggio.

Armi svanite, con le mani che le avevano impugnate.

E che fare allora? Oh, mai sottovalutare

questi fragili esseri ansimanti senza branchie!

Martelli giorno e notte sull’altopiano!

Bitume fumante! Capi che bestemmiano! Una barca,

un’enorme barca, una nave, un marinaio,

coibentata, puntellata, vele al vento, inclinata da remi, stipata

di vita, umana, animale, commestibile,

benedetta dalla speranza, con la cima dell’albero oscillante,

partita tra canti e grida in direzione dell’ignoto

solcando stracci e carcasse e freddi nidi di cicogne.

Le acque calarono. La montagna del dorso di una balena

sollevata in un breve luccichìo di fanghiglia,

spinse l’arca e la fece ammarare. I boccaporti si aprirono.

Teste fiutarono l’aria. Qualche uccello cinguettava.

E poi un arcobaleno: risi, era troppo.

Ma quando barcollarono fuori con fagotti,

ceste di utensili, bimbi, capre,

per scagliarsi in un’onda sopra massi e muschi

pensai Sono un’onda migliore di quella bagnata

che sta per seppellirli.

Acqua

da cui veniamo, cui potremmo tornare.

Ma tenete i piedi bagnati a distanza di braccio! Costruite!

È ciò che dissi loro: ricostruite, ma costruite!

Rimbaud

(1891 AD)

A wheezing fan hardly disturbed the flies.

A crutch stood in the corner. Hoots from the harbour

brought Marseilles into a stifling hospital

where the gaunt drugged gun-runner lay

sweating and groaning with his bandaged stump

staining the sheets as he muttered and turned.

I listened. I knew who he was.

This dying trader had once been a poet.

Can you once be a poet, and live? Well, can you?

I wanted to swim in his delirium.

I did, I did swim in his delirium.

‘ – ten thousand rifles, they were all stacked

but I was swindled, Abyssinia swindled me,

is it slaves next, or stick to tusks and spices,

I can still ride the sands, trafficking trafficking,

get to the gulf, the sea, the green, oh my thirst,

I cannot drink, Venus with her green eyes

is rising from a green copper bath,

she is bald, larded, ulcered, she is dripping

with verdigris and I am thirsty I want I want

absinth, absomphe, my green, my demon, my dear,

and I am hungry but all I scrunch is coal and iron,

I even scrunch walls I am such a monster,

Djami, Djami, what sort of boy are you,

bring me my pipe, where is my white shirt,

you must not laugh at my grey hairs,

Paul, come back, I shall be good,

do you really believe you can ever

find anyone better to live with,

I shall jump on you, we shall roll together,

Paul, I need you, I love you,

the pain, this pain, someone is crunching my leg

in an iron boot, I expect it is God,

what are we born for, write poetry, nah – ’

A wave of traffic broke loudly outside.

I wanted a wave of the sea, real air, gulls.

I left the sick smell and the old young man.

Poetry burned in him like radium.

Rimbaud

(1891 d.C.)

Un ventilatore ansimante appena disturbava le mosche.

C’era una stampella nell’angolo. Grida dal porto

portavano Marsiglia in un soffocante ospedale

dove lo smunto contrabbandiere drogato

sudava e gemeva col moncone bendato macchiava

le lenzuola rigirandosi e mormorando.

Mi misi in ascolto. Sapevo chi era.

Questo commerciante moribondo era un tempo un poeta.

Puoi essere stato un poeta, e vivere? Bene, puoi?

Volevo nuotare nel suo delirio.

Lo feci, nuotai nel suo delirio.

“ – diecimila fucili, erano tutti ammucchiati

ma io fui ingannato, fu l’Abissinia a ingannarmi,

poi toccherà agli schiavi, o continuerò con zanne e spezie,

posso ancora correre le sabbie, trafficare trafficare,

andare al golfo, al mare, al verde, oh, la mia sete,

non posso bere, Venere con gli occhi verdi

sta uscendo da un verde bagno di rame,

è calva, lardosa, ulcerata, gocciola

verderame e sono assetato voglio voglio

assenzio, absomphe, mio verde, mio demone, mio caro,

e ho fame ma rosicchio solo ferro e carbone,

rosicchio anche pareti ecco il mostro che sono,

Djami, Djami, che razza di assistente sei,

portami la pipa, dov’è la mia camicia bianca,

non devi ridere dei miei capelli grigi,

Paul, torna indietro, sarò buono,

credi davvero che potrai mai

trovare qualcuno di meglio con cui stare,

ti salterò addosso, rotoleremo insieme,

Paul, ho bisogno di te, ti amo,

il dolore, il dolore, qualcuno mi rosicchia la gamba

dentro uno stivale di ferro, mi aspetto sia Dio

che siamo nati a fare, scrivere poesia, nah –“

Un’onda di traffico rumoreggiò all’esterno.

Volevo un’onda del mare, aria vera, gabbiani.

Lasciai l’odore nauseante e il giovane vecchio.

La poesia bruciava in lui come radio.

The Sputnik’s Tale

(1957 AD)

One day, as I was idling above the earth,

an unexpected glint caught my eye,

whizzing silver, a perky sphere with prongs.

I knew it was time for such things to appear

but this was the first: man-made, well-made,

artificial but a satellite for all that:

a who-goes-there for the universe!

I came closer: the gleaming aluminium

sparkled, hummed, vibrated, its four

spidery antennas had the spring of rhe newly created.

It seemed a merry creature, even cocky.

It had a voice. I said hello to it.

‘Can’t stop,’ it cried. ‘I am in orbit.

Join me if you want to talk. Beep.

Travel with me, be the sputnik’s sputnik.’

I flew alongside. ‘What have you seen?’ I asked.

‘Wall of China, useless object that.

Continents. Tankers. Deltas like pony-tails.

Collective beep farms everywhere. Oh and

the earth like a ball, mustn’t forget that,

proof positive. And a blue glow

all round it if you like such beep things.’

‘You haven’t always been bound in a bit of metal?’

I asked. ‘Damn sure I beep haven’t,’ he replied,

colour chasing colour across his surface.

‘I was a bard in the barbarous times,

Widsith the far-traveller. The world was my mead-hall.

Goths gave me gold. I blossomed in Burgundy.

I watched Picts prick beep patterns on themselves.

I sang to Saracens for a sweet supper.

I shared the floor with a shaman in Finland.

Good is the giver who helps the harper!’

‘I have nothing to give you,’ I said,

‘but truth. You have three months to live

in this orbit, and then you are a cinder.’

He darkened. ‘You may well be right.’

But remembering Widsith he flushed into tremulous light.

‘We’ll see. Beep. We’ll see. Beep. We’ll see.’

La storia dello Sputnik

(1957 d.C.)

Un giorno, mentre oziavo sopra la terra,

un luccichìo inatteso mi catturò lo sguardo,

argento sibilante, un’allegra sfera munita di sporgenze.

Sapevo che era tempo di vedere cose simili

Ma quella era la prima: fatta a mano, ben forgiata,

artificiale ma un satellite lo stesso:

un chi-va-là per l’universo!

Mi avvicinai: alluminio lucidissimo

scintillò, ronzò, vibrò, le quattro antenne di ragno

erano elastiche come ogni recente creazione.

Sembrava una creatura allegra, vanitosa perfino.

Aveva una voce. Le dissi ciao.

“Non posso fermarmi,” piagnucolò. “Sono in orbita.

Raggiungimi se vuoi parlare. Beep.

Viaggia con me, sii lo sputnik di sputnik.”

Volai accanto a lui. “Cos’hai visto?” Chiesi.

“Il muro del pianto, oggetto inutile quello.

Continenti. Navi cisterna. Delta come code di pony.

Aziende agricole beep collettive ovunque. Oh,

la terra come una palla, non devi scordarlo,

prova superata. E un bagliore azzurro

tutt’intorno se ti piacciono queste beep cose.”

Ma sei schiuso in un pezzo di metallo da sempre?”

Chiesi. “Ma certo beep che no!”, rispose,

i colori s’inseguivano sulla superficie.

“Ai tempi dei barbari ero un bardo,

Widsith, viaggiatore in terre distanti. Il mondo era il mio porto sicuro.

I goti mi davano oro. Sbocciai in Borgogna.

Vidi i pitti tatuarsi sulla pelle beep motivi.

Suonai per i saraceni in cambio di una cena dolce.

in Finlandia condivisi il pavimento con uno sciamano.

Il padrone è buono se aiuta l’arpista!”

“Non ho niente da darti,” gli dissi,

“a parte la verità. Hai tre mesi da vivere

in quest’orbita, e poi sarai cenere.”

Si rabbuiò. “Puoi benissimo avere ragione.”

Ma ricordando Widsith avvampò di una tremula luce.

“Vedremo. Beep. Vedremo. Beep. Vedremo.”



[1] Il più grande gorgo europeo, situato tra l’isola di Iura e quella di Scarba, nei presi della costa scozzese occidentale.

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Posted by: kolibris | November 3, 2009

John Barnie, Ghiaccio

ghiaccio2

Collana Goldfinch – poesia gallese contemporanea
JOHN BARNIE, Ghiaccio
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-14-3
pp. 342, € 15,00

qui per acquistare

 

Di John Barnie la casa editrice Kolibris ha di recente pubblicato la raccolta poetica Tumulto in cielo, che fornisce un alto e fulgido esempio della grandezza di questo poeta gallese dalla cultura immensa, solidamente documentata, e diversificata, che tuttavia mai  interferisce con la scioltezza e naturalezza di un verso che è espressione di una voce potente, originale, spesso tagliente (eppure comprensiva) nei confronti delle debolezze e delle fragilità della natura umana. Il romanzo in versi Ghiaccio è l’opera più ambiziosa di Barnie, un’opera importante, dal respiro epico. Ghiaccio si colloca in un lontano,  ipotetico futuro, in cui, a seguito delle Guerre di Risorse e di numerose carestie, gli esseri umani si trovano costretti a vivere sottoterra, in città-stato collegate tra loro da lunghe gallerie su più livelli. Perché quella che un tempo era la Terra abitata è ora una immensa, desolata distesa di ghiaccio. Risultato dello sfruttamento incosciente e sconsiderato delle risorse naturali effettuato dagli umani nei secoli e del  surriscaldamento incontrollato dell’atmosfera terrestre.

In questo mondo sotterraneo le città stato di Achille, Nekton, Hox e Banda sono in guerra tra loro per la sopravvivenza e per accaparrarsi le scarne risorse di cui sottoterra dispongono.

Gli umani, i nostri posteri, vivono rassegnati  sotto una severa dittatura che ne controlla ogni gesto, né organizza il tempo libero, decidendo di ogni attività e forma espressiva, compresa quella artistica. Il Comando controlla perfino i momenti di svago, organizzando forme di intrattenimento “innocue”, in una pesante atmosfera censoria. Il tutto è visto attraverso gli occhi di un tenente delle truppe d’assalto di Banda, cioè narrato dall’interno. Tutti i personaggi sono “tipi”, eppure non stilizzati, bensì presenti, attuali, reali. E  somigliano a  noi in modo eloquente e inquietante. Sono i membri di una umanità abbandonata a se stessa, gravata dal peso dei propri errori, di cui non sempre ha la piena percezione. Sono uomini che hanno dovuto dimenticare la forma di una foglia, il colore dei fiori, il canto degli uccelli, il calore della luce del sole. Eppure ancora combattono tra loro. Come già in Tumulto in cielo, Dio ha rinunciato a loro, o è da loro stato relegato in distanza. Se ne resta appartato, fuori dal gioco, desolato o  indifferente o forse soltanto assente. E gli esseri umani sono prigionieri della proprio assoluta, incondizionata libertà. Di cui hanno approfittato per distruggere la bellezza, umiliare e circoscrivere ogni forma d’arte, sottrarsi il sole, il verde, il ciclo delle stagioni, odori e sapori, l’alternanza del giorno e della notte. Ma pur essendo accomunati dallo stesso tragico destino, gli umani continuano a odiare, a distruggere, devastare e saccheggiare il poco che sono riusciti a preservare dalla rapida avanzata del ghiaccio, in cielo, nell’anima, sul suolo.

 

Chiara De Luca

 

 

 

50

‘In a dream all the birds in my father’s books

flew off the pages so they were blank as new snow

flew along the avenues and tunnels

perched on the gantry supporting the sun above Summer Square

nested in the stunted trees along the avenues, and in the Memorial Gardens;

little finches and sparrows flocked in Hydroponia

feeding on lentils and beans and flowers and sweet shoots

so the hydropones chased them and screamed “Go away, go away”;

and southern birds of prey hunted down northern warblers;

and peacocks perched on the white backs of chairs outside the cafes;

“Go away, go away” screeched the humans;

there were kingfishers and hummingbirds and birds of paradise

in the Domus dwellings, at the flowers and the fishtanks,

and herons on knuckled legs taking it one step at a time;

“Go away, go away”; and the pages in the books were blank as newly fallen snow

and in the dream I wept, “Come back,

come back all you ghosts from my father’s grief”

to the pages he loved, to the forest floors and prairie grass

the wooded hills, marshes, rivers and shores that the artists painted

in the books my father left me, in love,

because he could not say it in words, here in the

tunnels or in the Observation Dome,

where we looked out on the ice field and the tundra night;

could not say how much he loved me; how his heart was broken not cold

“Come back, come back” I cried in my dream to the birds,

to the pages he loved, that he turned to show me when

I stood as a child at his knee.’

 

 

 

50

‘In sogno tutti gli uccelli dei libri di mio padre

volarono fuori dalle pagine bianchi come neve fresca

volarono lungo viali e gallerie

per appollaiarsi sulle impalcature di sostegno del sole nella Summer Square

annidarsi negli alberi rinsecchiti lungo i viali, e nei Memorial Gardens;

piccoli fringuelli e passeri si accalcavano a Hydroponia

mangiando lenticchie e fagioli e fiori e germogli dolci

così gli abitanti di Hydroponia li cacciarono gridando “Andate via, andate via”;

e uccelli da preda del sud inseguivano uccelli canori del nord;

e pavoni si appollaiavano sui bianchi schienali delle sedie davanti ai caffè;

“Andate via, andate via” strillavano gli umani;

c’erano martin pescatori e colibrì e uccelli del paradiso

nelle dimore della Domus, su fiori e acquari,

e aironi dalle zampe nodose muovevano un passo alla volta;

“Andate via, andate via”; e le pagine dei libri erano bianche come neve appena caduta

e in sogno piangevo, “Tornate,

tornate tutti, spettri del dolore di mio padre”

alle pagine che amò, al suolo delle foreste e all’erba di prateria

a colline boschive, a paludi, fiumi e rive dipinti dagli artisti

nei libri che mi lasciò mio padre, per amore,

perché non poteva dirlo a parole, qui nelle gallerie della Cupola Osservatorio,

dove guardavamo fuori alla distesa di ghiaccio e alla notte della tundra;

non poteva dire quanto mi amasse; di come il suo cuore fosse rotto non freddo

“Tornate indietro, tornate indietro” gridavo in sogno agli uccelli,

alle pagine che amò, che voltava per mostrarmeli quando da

bambina gli stavo alle ginocchia.’

 

 

 

54

‘We do not ask who you are going to betray

we ask only for a signed confession that you are willing to betray someone

then we will release you

you can be one of the silent ones

we will find you a job cleaning up after the girls in Hydroponia

sweeping along one aisle and down the next among the batteries of lights

never whistling or raising the eyes from the broom. Does that sound bad?

Then think of it. A package of tokens every week and a clean bed

a kettle to whistle and make Banda tea. There are worse things than being alone

think about it. All we need is a tiny confession. “I saw him do it.

It was him.” We will do the rest, fill in the paperwork all the tedious duties shall be ours

we will not hurt you and will not let others hurt you

the silent man among the hydropones; because

 

Level 5 is not a pleasant place, all the blackbirds there

have long given up the grace of song, their golden beaks

have turned grey; all they can do is whistle for mercy;

 

but we have to ask who is that, who is this lady the blackbirds whistle after

we have not heard of her and do not believe she has an address in Banda

we do not believe she has an acccount of tokens, we believe she has gone away,

perhaps she has an abode in the forests that are said to exist far south

but we cannot be sure; cannot be sure if that is her torch

shining among the giant trunks of the firs

and disturbing the owls at their roosts just as they were off on a hunt

for shrews and suchlike scuttling among fallen cones over a bed of needles

and no doubt squeaking for mercy too.

And we have to say to the blackbirds as they poke their beaks between the bars

“No mercy here!”

 

And all you have to do is sign this little confession

no names, we do not ask for names. A general confession will do,

we call it the all-purpose option and find it very popular.

Hydroponia is large and has many aisles

and there is a constant call for silent sweeps to brush and brush

at the thought of crimes that someone may have committed

and someone may have confessed to seeing them do.’

 

 

 

54

‘Non ti chiediamo chi stai per tradire

solo una confessione scritta che sei disposto a tradire qualcuno

dopo ti libereremo

puoi stare tra i silenziosi, ti troveremo

un lavoro di pulitore tra le ragazze di Hydroponia

a spazzare un corridoio e giù per l’altro tra le batterie di luce senza

mai fischiare o alzare gli occhi dalla scopa. Non ti sconfinfera?

Allora pensaci. Un sacchetto di gettoni a settimana e un letto pulito

un bollitore fischiante per il thè di Banda. C’è di peggio che essere solo

pensaci. Tutto quel che ci serve è una minuscola confessione. “Gliel’ho visto fare.

Era lui.” Noi completeremo l’opera, compila il modulo

a noi spetteranno le incombenze più noiose

non ti faremo del male e non permetteremo ad altri di fartene

l’uomo silenzioso tra gli hydrofoni; perché

 

il Livello 5 non è un luogo gradevole, tutti i merli là

hanno da tempo rinunciato alla grazia del canto, i loro becchi dorati

si sono ingrigiti; possono solo fischiare implorando pietà;

 

ma dobbiamo chiedere chi è questo, chi è la donna cui i merli fischiano dietro

mai ne abbiamo sentito parlare e non crediamo abiti a Banda

non crediamo abbia una riserva di gettoni, crediamo se ne sia andata via,

forse abita nelle foreste che si dice esistano nel lontano sud

ma non possiamo esserne certi; non possiamo essere certi che sua sia la torcia

che splende tra i tronchi enormi degli abeti

infastidendo i gufi e le nidiate proprio mentre erano a caccia

di toporagni e similia, che affondano tra pigne cadute sopra un letto di aghi

e certo squittiscono anche a implorare pietà.

E dobbiamo dire ai merli che infilano il becco tra le sbarre:

“Niente pietà qui!”

 

E non devi far altro che firmare questa piccola confessione

niente nomi, non chiediamo nomi. Una confessione generica andrà bene,

la chiamiamo opzione passe-par-tout e la troviamo molto popolare.

Hydroponia è grande e ha molti corridoi e c’è richiesta

costante di scope silenziose per spazzare e spazzare liberando

il pensiero dai crimini che qualcuno potrebbe aver commesso

e qualcuno potrebbe aver confessato di averlo visto.’

 

 

 

 

59

‘In The Bucket of Blood they are playing three-card Hazard

the rules are simple and the winner takes all;

“Sit down,” they said, “stranger, and we will deal you a hand

you look like good company, and a gambling man.”

Flattered, I sat, and turned up my cards, “Ace deuce and trey!”

“Which is good,” they said, “but the dealer has one better”;

and he turned up three aces, saying “Your life if you please.”

“I did not gamble for life.” “What other stake is there;

winner takes all (remember) and three aces are high.”

The dealer tipped back his hat and smiled, and I saw it was Death

and that Nature was the baize we so casually played on.

“I did not gamble for life,” I repeated but faltered;

“Then gamble for death,” and he flicked three cards that fell like leaves.

The crowd gathered closer; “An ace and two kings”;

Death smiled as he drew three aces again; “Mine, I think,”

as he reached across for my soul. But I threw my chair back,

rushed out of the door, ran down the empty street past the all-night liquor store;

out into the desert and the great mountains beyond

while the saloon piano faded with the shouts and the groans;

ran as dawn came up and withered like a yellow rose,

as the sky became a blue crucible to be heated by the sun

to burn up life in a severe trial; ran into the desert for many long miles

until my tongue filled my mouth with dry overcooked meat;

ran till the sun went down like a red rose exhausted

and I came to a sign jammed between boulders at the edge of the trail

among gaunt cacti casting long shadows where the desert owl roosted

in holes in the green flesh; and I stopped to read what it said by the dimming light

“Two miles to the Bucket of Blood: Gamblins all Nite”.’

 

 

 

59

‘Nel Secchio del Sangue fanno il gioco delle tre carte

le regole sono semplici e il vincitore si porta via tutto;

“Siediti,” dissero, “straniero, e ti concederemo una mano

sembri una buona compagnia, un uomo che gioca d’azzardo.”

Lusingato, mi sedetti, e girai le mie carte, “Asso due tre!”

“Che non è male,” dissero, “ma il croupier ne ha una migliore”;

e girò tre assi, dicendo “La tua vita, prego.”

“Non mi gioco la vita.” “E che altro può esserci in gioco qui:

il vincitore (ricorda) si porta via tutto e tre assi valgono molto.”

Il croupier si calcò il cappello e sorrise e vidi che era la Morte

la Natura era il panno su cui tanto distratti stavamo giocando.

“Non mi gioco la vita,” ripetei, ma balbettando;

“Allora giocati pure la morte,” e smazzò tre carte che caddero giù come foglie.

La folla strinse il cerchio; “Un asso e due re”;

La Morte sorrise, tirò fuori altri tre assi; “Mio, penso,”

e si sporse per raggiungermi l’anima. Ma io indietreggiai con la sedia,

mi precipitai fuori dalla porta, corsi lungo la strada deserta

superai tutte le rivendite notturne di liquori;

fuori nel deserto e verso le grandi montagne al di là

mentre il piano del saloon sfumava con i gemiti e le grida;

corsi mentre l’alba sorgeva e appassiva rosa gialla,

e il cielo diveniva un crogiuolo azzurro che il sole doveva scaldare

per incendiare la vita in un violento processo; corsi per molte lunghe miglia nel deserto

finché la mia stessa lingua mi colmò la bocca di carne secca stracotta;

corsi finché il sole calò rosa rossa stremata e raggiunsi

un segnale stretto tra le rocce e il ciglio del sentiero

tra esili cactus che gettavano lunghe ombre dove stava appollaiato il gufo del deserto

in buche nella carne verde; e mi fermai nella luce calante a leggere quello che diceva

“Due miglia dal Secchio del Sangue: “Si gioca tutta la Notte d’azzardo’.”

 

 

 

76

‘Dear Friends, my subject today is “Tears and the Cup of Replenishment”.

They say in times before the Great Cold, even here in the North,

spring came with the dripping of icicles that hung from the eaves

just a few drips at first, pockmarking the snow beneath,

then one day more and more, and snow sliding off roofs

and slumping out of fir trees, and ice

 

cracking in pistol shots on the lakes; rivers and streams flowing faster

elbowing slabs of ice against boulders,

rushing them down to the sea.

 

Spring, the great melting like a half-laughing half-crying face

a wiping away of tears from liquid eyes, the smile of white teeth between parted lips,

because of the relief after all that holding back in winter

all that restriction in a world of white and cold.

 

And would it not be wonderful if it happened here;

we would have to muster a band saying “Quick, anyone who can play

assemble at the gates! And hurry!”

 

And someone would run up and say “Look. I have found the Cup of Replenishment

right here where the snow has been melting!” “Pass it round!”

 

And we would drink, taking a look first at the liquid that is level with the rim

sipping carefully and wrinkling the nose a little because it is tears;

but we pass the cup round saying “Drink, it is good.”

 

And it remains full even though the circle of hands is getting bigger

people running up saying “Is there any left for me!”;

 

but tears are never in short supply and all you need is the  Cup and a willingness to use it;

and the Cup is not a remarkable thing at all,

not some chased silver goblet handed up from generation to generation of priests

as if they were climbing a ladder;

 

I imagine it as wood and carved by the hands of a poor man

who gives it to you saying “Drink, though you think this is nothing”;

and to your surprise it is full of a clear liquid where the sun floats its eye,

though you just saw him carve it and put down the knife.

 

Dear Friends, the taste of salt is the taste of humanity

as Christ found out on the Cross, stretched there and all the world looking

to see what he would do. “You say you are God but you are also a man,

let us see if the two cannot be untangled

while you suffer”;

 

Dear Friends, that was the world’s mistake, not realising that he was dead to the world

but alive to the light of love that streamed from his father’s eyes

light we would be afraid to look at directly

 

because we have not untangled our limbs from desire.

Need I go on.

 

Christ died but he did not die,

we live but are not alive; and will not be

until we drink from the Cup, knowing that salty is sweet

 

and that spring means release from the ice that is within:

 

and I believe I can hear it. in the avenues and halls and dwellings of Banda

the drip drip drip of the icicles in our hearts

into the snow; nothing much at first but soon a flood;

 

will you not drink from the Cup, take a sip as I pass it round;

remember, salt is sweet, as Jesus knew.’

 

 

 

 

76

‘Cari Amici, il mio argomento di oggi è “Lacrime e la Tazza di Riempimento”.

Dicono che in tempi precedenti al Grande Freddo, perfino qua nel Nord,

la primavera venne con lo scioglimento dei ghiaccioli appesi alle grondaie

d’apprima solo qualche goccia, a picchiettare la neve in basso,

poi un giorno sempre di più, e neve scivolava giù dai tetti

e crollava dagli abeti, e ghiaccio

 

si spezzava in spari sui laghi; fiumi e torrenti scorrevano più veloci

spingendo lastre di ghiaccio contro le rocce,

per poi trascinarle verso il mare.

 

Primavera, grande disgelo come un viso tra il pianto e il riso

un asciugare lacrime da occhi liquidi, il sorriso di denti bianchi tra labbra dischiuse,

per il sollievo dopo tutto quel ritrarsi dentro l’inverno

tutta quella costrizione in un mondo di bianco e gelo.

 

E non sarebbe splendido se avvenisse qui;

dovremmo mettere insieme una banda dicendo “Svelti, chiunque sappia suonare

accorrete ai cancelli” E in fretta!”

 

E qualcuno si precipiterebbe dicendo “Guardate. Ho trovato la Tazza del Riempimento

proprio qui dove la neve si è sciolta!” “Fatela girare!”

 

E noi berremmo, dando prima un’occhiata al liquido che arriva fino all’orlo

sorseggiando a fondo e arricciando il naso un poco perché sono lacrime;

ma facciamo girare la tazza dicendo “Bevete, è buono.”

 

E rimane colma anche se il cerchio delle mani si allarga

di gente che accorre dicendo “Ne è rimasto un po’ per me!”;

 

ma le lacrime non scarseggiano mai e occorre soltanto la tazza e la disponibilità ad usarla;

e la Tazza non è per niente un oggetto appariscente,

non come certi calici d’argento tramandati di generazione in generazione dai preti

come stessero salendo una scala;

 

La immagino di legno e intagliata dalle mani di un povero

che te la consegna dicendo “Bevi, anche se pensi non sia nulla”;

e per tua sorpresa è colma di un liquido chiaro dove l’occhio del sole galleggia,

anche se l’hai visto tu stesso intagliarla e poi riporre il coltello.

 

Cari Amici, il sapore del sale è il sapore dell’umanità

come Cristo trovato sulla Croce, là, teso e tutto il mondo a guardare

per vedere che avrebbe fatto. “Dici che sei Dio ma sei anche  un uomo,

facci vedere se le due cose puoi separarle

mentre soffri”;

 

Cari Amici, questo fu l’errore del mondo: non realizzare che lui al mondo era morto

ma vivo alla luce d’amore che sgorgava dagli occhi del padre

luce che avremmo paura a fissare direttamente

 

perché noi non abbiamo disgiunto le membra dal desiderio.

Devo proseguire.

 

Cristo morì eppure non morì,

noi viviamo ma non siamo vivi; e non lo saremo

finché berremo dalla tazza, sapendo che è dolce il salato

 

che primavera significa liberazione dal ghiaccio che è dentro:

 

e credo di poterlo sentire, nei viali e nelle sale e nelle dimore di Banda

il plin plin plin dei ghiaccioli nei nostri cuori

nella neve; non molto all’inizio ma ben presto un diluvio;

 

se non berrai dalla Tazza, se non ne prenderai un sorso quando la faccio passare;

ricorda, il sale è dolce, Gesù lo sa bene.’

 

 

 

85

Galathea says we must go to the Bangles Bar

‘It is the Comedian’s last show, he says he will perform no more.’

 

 

 

The tiny theatre is in darkness and a torch points us to our seats;

a few talk in whispers but the atmosphere is excited and oppressive

like the play on nerves before a thunderstorm is born.

Suddenly a spotlight beams from above

picking out the Comedian at a table in familiar check trousers

purple braces; his face painted white, his lips a lurid red.

 

We begin to clap and cheer but something in his presence makes us stop.

 

‘Oh… I need a drink…’

 

and he reaches out of the circle of light across the table

pulling a long sleeve of glass towards him;

 

‘What have we here?’; reaching down, his head disappearing for a moment out of the light,

left hand painted brilliant white holding the glass steady on the table;

 

now he is back and in the right hand a large glass jug

filled with red liquid to the brim which he lifts perilously and steadily

across the table to the glass, pouring until it is full.

 

Now he raises the glass in his left hand to the light,

as if examining it for clarity and, satisfied,

puts it to his lips, drinking slowly but without a pause

as we watch the workings of his throat beneath the upturned glass.

‘Ahhhh…’

setting the glass gently on the table

and resting both hands palm down; ‘that was good…

 

I think I will have another one… why not…’

 

taking the glass to the jug and pouring with something like bravado

as if he has been renewed,

so we can hear the liquid purl into the glass as he dances the jug up and down;

‘To us…’

toasting the invisible audience and drinking in one slow pull

as before. He wipes his lips, leaving a red stain on the back of his hand,

puts the hands behind his neck and looks about, whistling silently;

‘I think we can have one more, don’t you; I think we have deserved it;

it was thirsty work all that killing in the tunnels of the Hox;

it made the throat dry when they looked you in the eyes;

and as we know, for the Banda there is nothing like blood for a thirst quencher,

and this’, pouring some more, ‘is a particularly good vintage; I

do not know whose it is but it is smooth and salty, bitter and strong.’

 

He drinks this too in one long throaty swallow.

‘Ahhhh… drunk on blood. That is something the Bandans know

and the Nekton, and the Hox thought they knew, getting ready

for the great victory rally; “The whole world will be drunk on blood!”

that was the shout in the beer halls in anticipation

as they slapped an arm round the shoulders of a Nekton brother.

tears streaming down their cheeks with laughter;

 

but some must give and some must receive

the givers paying with their lives, because we are not running a blood transfusion         service here,

and when you have drunk one long shiny sleeve of blood

you bang the tables with your fists and shout for more;

 

MORE BLOOD! MORE BLOOD! DO YOU NOT UNDERSTAND!’

and he pours again.

‘Blood, the whole world should get drunk on it; would if they could;

but cannot, because some must give in order for others to receive,

and to give you must pay with your life; that is the universal rule.”

 

He drinks, but this time swallows too fast and gulps, and the blood

flows back out of his mouth gushing down his chin

staining his white shirt in glistening globs and streaks.

 

The Comedian looks down. ‘What have I done…’

looks up slowly and out toward us in the dark;

 

‘or, put another way, what I have done I have done…’;

 

the jug is empty and he notices, banging his glass hard on the table;

‘MORE BLOOD! MORE BLOOD! IS THERE NOT ANYBODY HERE WHO CAN UNDERSTAND!’

staring out into the darkness where we sit before him.

 

 

 

85

Galathea dice che dobbiamo andare al Bangles Bar

‘È l’ultimo spettacolo del Commediante, dice che non si esibirà mai più.’

 

 

 

Il minuscolo teatro è al buio, una torcia ci indica i nostri posti a sedere;

alcuni bisbigliano, ma l’atmosfera è tesa e opprimente

come il gioco di nervi prima che nasca il temporale.

 

All’improvviso un riflettore s’illumina dall’alto

mostrando il Commediante seduto a un tavolo nei suoi consueti pantaloni a scacchi,

bretelle color porpora; il viso dipinto di bianco, le labbra di un rosso sgargiante.

 

Cominciamo ad applaudire e acclamare ma qualcosa nella sua presenza ci fa fermare.

 

‘Oh… Ho bisogno di un drink…’

 

ed esce dal cerchio di luce che taglia il tavolo

tirando verso di sé un lungo boccale di vetro;

 

‘Che abbiamo qui?’; si china, la sua testa scompare un istante dal cerchio di luce,

la mano destra dipinta di bianco brillante stringe il vetro sul tavolo;

 

ora è tornato e la mano destra tiene un grande fiasco

di vetro pieno fino all’orlo di liquido rosso, che a rischio solleva con fermezza

sul tavolo verso il bicchiere, per versare fino a riempirlo.

 

Ora solleva il bicchiere nella mano destra verso la luce,

come a esaminarne la chiarezza e, soddisfatto,

se lo porta alle labbra, per bere piano ma senza interruzione

mentre guardiamo il lavorìo della gola sotto il bicchiere inclinato.

‘Ahhhh…’

posa dolcemente il bicchiere sul tavolo

su cui pone il palmo di entrambe le mani; ‘era buono…

 

Penso che me ne berrò un altro… perché no…’

 

avvicina il bicchiere al fiasco e versa con fare spaccone come rinato, così

sentiamo il liquido scorrere nel bivvhiere mentre lui fa danzare il fiasco su e giù;

‘A noi…’

brinda a un pubblico invisibile e beve in un’unica lenta sorsata

come prima. Si asciuga le labbra, lasciando una striscia rossa sul dorso della mano,

si mette le mani dietro il collo e si guarda attorno, fischiando pian piano;

‘Penso che possiamo farcene un altro, non credi; penso che ce lo siamo meritato;

era un lavoro da far venire sete davvero, tutto quel massacro di hox nelle gallerie;

ti si seccava la gola quando ti guardavano negli occhi;

e come sappiamo, nulla disseta Banda più del sangue,

e questo’, dice versandone un altro po’, ‘è un vino d’annata

particolarmente buono; Non ricordo di chi sia ma è liscio e salato, amaro e forte.’

 

Beve anche questo in un lungo sorso profondo.

‘Ahhhh… ubriaco di sangue. È una cosa che ben conoscono i bandani

e i nekton, e anche gli hox pensavano di sapere, preparandosi

per il grande rally della vittoria; “Il mondo intero sarà ebbro di sangue!”

era il grido anticipatorio nelle birrerie

mentre energici mettevano un braccio attorno alle spalle di un fratello nekton.

e lacrime scorrevano loro lungo le guance per mescolarsi alle risa;

 

ma alcuni devono dare e alcuni ricevere, chi dà

paga con la vita, perché qui non stiamo prestando un servizio di trasfusioni,

e quando avete vuotato un lungo fiasco splendente di sangue

battete i pugni sul tavolo e ne chiedete ancora gridando;

 

PIÙ SANGUE! PIÙ SANGUE! NON CAPITE!’

e ricomincia a versare.

 

‘Sangue, il mondo intero dovrebbe ubriacarsene; se potesse lo farebbe;

ma non può: alcuni devono dare perché altri possano avere,

e per dare devi pagare con la vita; è questa la regola universale.’

Beve, ma stavolta tracanna e deglutisce troppo veloce, e il sangue

gli esce dalla bocca per scivolargli sul mento

macchiando la bianca camicia di cerchi e striature lucenti.

 

Il Commediante abbassa lo sguardo. ‘Cosa ho fatto…’

alza lentamente lo sguardo e guarda verso di noi nel buio;

 

‘o, messa in altro modo, quel che ho fatto ho fatto…’;

 

il fiasco è vuoto e lui se ne accorge, e sbatte forte il bicchiere sul tavolo;

‘PIÙ SANGUE! PIÙ SANGUE! NON C’È NESSUNO QUI CHE LO CAPISCA!’

fissando nell’oscurità dove noi gli sediamo davanti.

 

 

 

87

‘So here was a ship with an unbearable cargo of love.

Which port? The bow pointed round the compass.

But nobody wanted it. What can we do with such a cargo,

the people said; it has no marketable value, have you ever heard

of anyone trading in futures of love? No, we have not.

So the ship slipped off as if it had been guilty of deceit.

Love? they said at the next port; what an idea!

Can you deliver it in sacks? Do you have to refrigerate it?

We have never seen anything like that in the dry goods store.

And the ship sailed on. What does it mean, an ocean crossing

without any port? What does it mean, the echoes of laughter

at the entrances to all the warehouses of the world?

Can you weigh it? Can you grind it? everyone wants to know.

What price is it trading at today?

 

So the ship sails on. And I believe the cargo is listing;

it must have been after that last storm, when it came out of the eye

into thirty-metre waves, that must be when it happened.

 

And now the ship is stricken. “Save yourselves, if you can!”;

the order is given, and the boats get away over the side,

oars out, to row like water-fleas over the viscous surface of the globe.

But the Captain says he will take his stand;

Not for me, he says, the long nightmare across the sea,

the blackened faces and swollen tongues, the urge to drink even salty blood.

So be it. The crew rowing in their water-fleas toward where the morning sun will rise;

the Captain listening to the creaks of the ship’s gear

the slap of water against the rusted iron sides

because this ship sailed on and on until it had boxed the compass,

this ship never found a harbour, remember,

sailing on until the compass rose had lost all its petals;

the people saying Trying to palm us off with love; what an idea!’

 

 

 

 

87

‘Così c’era una nave con un insostenibile carico d’amore.

Quale porto? L’ago girava nella bussola.

Ma nessuno la voleva. Che ce ne facciamo di un carico del genere,

diceva la gente; non ha valore commerciale, avete mai sentito

di qualcuno che commerci in futuri d’amore? No, noi no.

E la nave scivolò via come colpevole d’inganno.

Amore? Dissero al porto successivo; che idea!

Potete consegnarlo in sacchi? Si deve congelare?

Non abbiamo mai visto nulla di simile nelle mercerie.

E la nave continuò a veleggiare. Cos’è una traversata oceanica

senza un porto? Cosa significa, gli echi di risate

alle porte di tutti i magazzini del mondo?

Puoi pesarlo? Puoi macinarlo? È quello che chiedono tutti.

Qual è oggi il suo prezzo commerciale?

 

Così la nave continua a veleggiare. E credo che il carico si stia inclinando;

dev’essere stato dopo l’ultima tempesta, quando sparì alla vista

sotto onde di trenta metri d’altezza, dev’essere accaduto allora.

 

E ora la nave è prostrata. “Si salvi chi può!”;

L’ordine è dato, le barche se ne vanno calandosi dalla fiancata,

fuori i remi, per nuotare come pulci d’acqua sulla superficie vischiosa del globo.

Ma il Capitano dice che resterà al suo posto;

Non per me, dice, il lungo incubo attraverso il mare,

le facce annerite e le lingue gonfie, l’urgenza di bere sangue, sia pure salato.

Perciò sia. Mentre l’equipaggio rema nelle pulci d’acqua verso

dove sorgerà il sole al mattino;

il Capitano ascolta lo scricchiolìo degli ingranaggi

gli schiaffi dell’acqua contro le fiancate di ferro arrugginito

perché questa nave veleggiò e veleggiò finché non ebbe sconfitto la bussola,

questa nave non trovò mai un porto, ricordalo,

continuò a veleggiare finché la rosa della bussola non fu del tutto sfiorita;

e la gente diceva Cercavano di bidonarci tutti con l’amore;

che idea!

 

 

 

93

As the people flee past, they break into the Collector’s house;

there is his collection of babies’ heads pickled in jars

and hands and feet; gut-worms and snakes and scorpions; some

recent, some from times long past; Destroy them!

and the jars of sharp stinking formaldehyde are smashed to the ground

heads rolling on the floor like cherubim too rubbery to cry;

the people never liked the Collector; his manicured hands

and the dry way he had of smiling; Kill him!

 

but he is gone; the rooms are empty of everything except vats and jars;

and the housekeeper who looks as if she is about to cry; They were dead, she says. Where is the harm. Where is the harm.

But the people are deaf to the old woman; they have found a higher vocation;

 

and the cherubim must come down from their exalted state on the shelves;

the baby faces with the faraway look of the sleepy and blessed;

smashed and rolling among shards of glass between feet; Quickly!

before the Nekton come with the whumfff whumfff of flame-throwers

poking into every habitation, saying Sorry to disturb, but we have a Special Delivery,

we hope that you like it; the people running on, as Galathea’s men

bring down the roof on Western Avenue; Galathea shouting Fall back to the Square;

we will wait for fresh instructions among the milling faces there.

 

 

 

 

93

Mentre la gente passa in fuga, fanno irruzione in casa del Collezionista;

c’è la sua collezione di teste di neonati conservate in barattoli

e mani e piedi; vermi intestinali e serpenti e scorpioni; alcuni

recenti, alcuni da tempi molto distanti; Distruggeteli!

e gettano a terra i barattoli dall’odore intenso di formaldeide teste rotolano sul pavimento come cherubini troppo gommosi per piangere;

alla gente non è mai piaciuto il Collezionista; le mani curate

e il modo asciutto di sorridere; Uccidetelo!

 

ma se n’è andato; nelle stanze restano solo tini e barattoli;

e la domestica che guarda e pare sul punto di piangere;

Erano morti, dice. Che male c’era. Che male c’era.

Ma la gente è sorda alle parole della vecchia; hanno trovato una vocazione più alta;

 

e i cherubini devono scendere dal loro stato di esaltazione sugli scaffali;

i visi dei neonati dallo sguardo distante dei dormienti e dei benedetti;

sbattuti a terra a rotolare sui cocci di vetro tra i piedi; Presto!

prima che i nekton vengano con il whumfff whumfff dei lanciafiamme

per cacciarsi in ogni abitazione, dicendo Scusate il disturbo, ma abbiamo una consegna speciale,

speriamo che vi piaccia; e la gente che corre, quando gli uomini di Galathea

abbattono il tetto nella Western Avenue; Galathea grida Tornate verso la Piazza;

attenderemo nuove istruzioni tra le faccie là brulicanti.

 

Posted by: kolibris | November 4, 2009

Vera D’Atri, Una data segnata per partire

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Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
VERA D’ATRI: Una data segnata per partire
ISBN 978-88-96263-13-6
pp. 114, € 12,00

qui per acquistare

 

Una data segnata per partire è la prima pubblicazione ufficiale di Vera D’Atri, raffinata e sensibile poetessa di origine romana da diversi anni residente a Napoli, città che con il suo esplosivo melange di sole, mistero, acqua e zone oscure pare esserle divenuta seconda madre non seconda. Proprio a Napoli, grazie alla mediazione di Rossella Tempesta, ho avuto il privilegio di sfogliare per la prima volta i manoscritti di Vera D’Atri, tagliati in A5 e rilegati a mano con cura, e ne sono stata  immediatamente catturata fin dai primi versi, fino a dimenticare l’attorno, a smarrirmi, affascinata. Perché la poesia di Vera D’atri ha qualcosa di magnetico e segreto, che subito ti rapisce. Immagini non immediate e di non sempre facile codificazione ti trasportano, ora con dolcezza, ora con furia, in una dimensione onirica, in cui passato e presente, memoria, vissuto e contingenza si alternano nel vertiginoso caleidoscopio che è la vita. La vita delle persone care, degli oggetti, di ogni oggetto sfiorato, anche il più umile, osservato, rievocato con amore, spesso interrogato, ascoltato. La vita dell’anima, studiata in trasparenza, in un gioco di luci e ombre e riflessi cangianti.

La lingua di Vera D’atri è curata, elegante, ricca di riferimenti mitologici e letterari più o meno espliciti ma sempre discreti, che denotano un vasto background di letture e una forte consapevolezza espressiva. Risultando al contempo concreta, originale, sempre sorprendente. Nella poesia di Vera D’Atri luoghi, oggetti, situazioni, persone sono reali, presenti, eppure resta sempre in loro qualcosa si sconosciuto e inafferrabile, così come si presentano agli occhi della poetessa, che ce li mostra attraverso il velo fluttuante al vento imprevedibile della propria delicata e profonda sensibilità. Si ha così l’impressione che la poetessa si aggiri per la vita in punta di piedi, negli interni, così come negli esterni, quasi a non voler disturbare il corso degli eventi, l’apparente immobilità delle cose, la vita interiore dei suoi cari. Osservatrice acuta, se ne sta in un angolo, a guardare incuriosita se stessa e il proprio andare, spesso esitante, rispettoso e timido, verso la Vita e verso le vite. Per poi sorprendersi all’improvviso riflessa in uno specchio, proiezione del proprio sé più intimo e nascosto, riflesso – rivelatore o accecante –, moltiplicazione prismatica dell’impressione interiorizzata. Come sembra essere per Vera D’Atri la poesia stessa, che è abbandono docile al flusso della parola, da cui il poeta si lascia dire e contraddire, rappresentare o cancellare, velare o rivelare. In questo libro la parola si riappropria del proprio peso sostanziale, diviene cosa, non soltanto simbolo o icona. Ed è una parola tesa spesso fino a spezzarsi, gravida eppure sempre traballante sul ciglio di un vuoto abisso di silenzi.

 

                                                                                                                   Chiara De Luca

 

 

(…)

Certo quella di Vera D’Atri è una poesia complessa, criptica, a volte impenetrabile, ermetica si sarebbe detto qualche decennio fa. Ma è una poesia piena di significato e comunicazione di esso, perché si esprime per immagini  indelebili: “a tratti, vanno incontro a / corti medicee di tanti malandati allori/ e poi di colpo il grano, spiga a spiga, / e accenni di colline che colmano i miei occhi”.

E ha un sottile dolore questa poesia, un crepuscolare senso della riflessione, della domanda rigirata come un rosario perpetuo in punta di dita, in punta di penna poi:  “e torna il perpetuo sgominare, / le nocche contro il dio dei numeri / rosse al pestare”.

E tanta leggera e pesante autoironia, è in questa poesia, tanto guardarsi senza trucco né trucchi, in ogni possibile casuale specchio, anche nel riflesso di un attimo, per riconoscersi comunque e sempre vivi: “Qualche opportunità nel mese entrante, / la crescente disponibilità ad accettare altre opinioni, / il mangiare educato, la dorata vita di borghese, / anche senza che di paradiso vi sia traccia/ […] / varrà a comprarti il mio intatto sorriso”

Davanti a una opera come questa mi viene da pensare che il poeta non sia stato ispirato, ma piuttosto abbia inspirato, a lungo, profondamente, abbia bevuto nel respiro il mondo circostante, la sua vita stessa e la propria presenza in quel mondo, e dunque l’abbia resa nell’atto silenzioso e corale che è la vera Poesia: “Tale è il potere delle cose belle. / L’alba si schiude a memoria d’alba / e ai miti della lotta contro il nulla / e tale è l’acuto del desiderio, / che spezza purpureo / l’incantesimo del cieco.”

Non è un paese per vecchi si intitola quel film favoloso dei fratelli Cohen, e “non è un mondo per poeti” mi pare di poter dire senza che nessuno si prenda neppure la briga di smentirmi; (…)

 

                                                                             dalla prefazione di Rossella Tempesta

 

 

 

Dove, per superfici vacue

si trasferisce il pieno,

quella lanterna

intrisa di sollievo,

 

e dove s’annida polvere di mare

per un rifugio ancora misuravo città

in selve di fabbriche

e in numero di stranieri,

le loro maree che inerpicano fondali fin sotto ai tetti,

fin dove l’umano

può sopportare pressione d’abbandono.

 

Genova, nell’urto inaugurale, mi colpiva arrivando

il varo di somiglianze remote,

ed una nuvola albina

che il mattino affogava nel vento,

per luoghi inseparati

fino al bianco mare di partenze.

 

Pur questa vita s’affida sempre ad un ritorno

e lungo le vie, accaniti, premevano i Canti,

correnti di memoria

e il maltrattato pudore dei cortei che si rinventa.

 

E, dunque, pensai, in ogni cosa

non governa che un unico gioco,

per effetto del quale

o città o donna o lontana euforia,

ogni parvenza è destino di parole,

 

ma il lavorio che intenso frangeva il mare

fiottava ghiaia nell’onda della costa

e dai quattro canti della mia croce d’ossa

salpava verso l’alto l’ubriaco.

 

 

 

 

 

 

 

La vertigine del consecutivo,

la grande curva di Caracciolo, l’istante schiaffeggiato dal vento

come un uccello che nidifica tra mare e tufo.

 

Cerniere di un tessuto fragile eppure insostituibile

si saldano lungo la linea frastagliata dell’approssimazione;

l’arco di un secondo si fa lenta migrazione

e tocca il rame inverdito dei tuoi occhi.

 

Perché io posso affrontare il dolore ancora una volta,

ma non il nulla.

 

La consistenza violacea di un livido segna il tempo

come un orologio

che si assottiglia nel portare avanti le ore.

Lo preferisco alla provvista non usata,

alla distanza cautelare dal fermento, all’ottusa verginità dei mesti.

 

Al bordo della via che si dilegua l’asfalto camminando 

si scompiglia.

Sul frizzare del mare scaglie di sole ricoprono l’acqua di monili ondulati.

In me sono lampi d’albagia terrona, immaginari immensi e volatili,

come quel dire d’amore e di disfatta

che batte dentro e che non trova verso.

 

 

 

 

 

 

Non ricordo in cosa fossi assorta quando,

nel sedile posteriore della macchina,

oltrepassai veloce l’uomo che scuoiava un coniglio.

 

Forse stavo escogitando un nuovo travestimento,

ma a sera mi ricordai di loro,

del cibo che siamo per gli altri,

dell’inutile ricerca di fratellanza.

 

Poggiai una mano sul cuore allora,

coprendo d’istinto la vergogna della sua materia opaca

e delittuosa,

 

lo nascosi, lo trattenni,

ma il cuore incolpevole tremava

e si scuoteva di dosso la malasorte di avermi.

 

 

 

 

 

 

 

Troppo per la città abbagliata dei suoi occhi,

esterno di colpe e introiti irregolari,

umanità tutta conchiglia nei suoi gusci

 

ed io senza respiro nella vetrina dei suoi no,

crescendo,

poco crescendo, piuttosto indovinando

 

l’orma alle pareti d’un pallore ornamentale

tutta lattemiele, senza giunture.

 

Non sempre,

ma in certe ore una musica modificava l’asse.

Una insopprimibile forza macerava

nel risparmio l’accumulo al dissipare.

 

Questione di opposti capitoli

ed anche di quella inconciliata fede che divide gli esseri

 

di quel tornare al dunque che conferma o che sconosce,

ruminando con la ciliegia il legno

e con la vita il nulla.

 

 

 

 

 

Già porta via le rose

a baci d’ombra, amaro fuoco, amaro vino ottobre

suggendo il verde ormai e il sangue dei vigneti

versando imperdibile futuro nell’umido letargo di placente,

già annoda vite a melma e melma a sogni.

 

Ci sarà poco tempo, forse.

Forse sarò ricevuta stanotte

con questo duro smalto e questa rara sottigliezza

sperimentale e subito obsoleta,

al mondo per strade che non conosco al conosciuto arrivo.

 

Sulla terra si giudica dal buon esito, in mancanza del quale

testimoni a favore valgono meno di un biscotto.

 

Così si fa ripido lo specchio.

Lui bifronte, solidamente Giano, io nel viola dei sigilli

ad ascoltare l’ostinato,

nera musica di pantofole e vendette,

tra le corvine sete del dispetto.

 

Ma sui rami i fichi si fanno dolci

e s’aprono prima di cadere.

Ai filamenti rivoltosi della vita

apostrofi e fessure danno luce e ad ogni sorte procurano

la sottile invenzione del principio.

 

Perfino qui tra le pareti attraversate da messaggi

non si rabbuia l’ocra nel pensiero.

Argani potenti alla nuda stella del vivere

avvolgono e rivelano strane dolcezze di cordogli.

 

Ed è come se dalla terra in lode muta e persuasione

giungesse qualche ispessita nostalgia,

quasi un conclave di astratti chissà come.

 

 

 

 

 

Frastuono di conchiglie, dolore mite del risveglio.

Una data segnata per partire, dunque,

fare in fretta e sfogliare

l’atlante impreciso delle lontananze.

 

Al distributore, il diesel è incoraggiante,

preghiera di alacre avvedutezza,

piccoli bagagli, precognizioni, disciplina.

 

Chissà se serve.

Mitridate alfine morì.

Vuoto è il trono e vuota la cattedrale.

 

Chissà se serve l’umile scommessa,

la minuta effrazione al quotidiano,

chissà se serve pungersi con ironia

strappando alla montagna

quel cardo blu irascibile, armato di livore.

 

E, tra i cipressi bianchi del pensiero,

sospingere lontano

le Tiberiadi attraversate assieme,

le superfici rosa azzurre, 

dove tutto fu miracolo e venne incontro leggero,

come un’ombra bionda,

come una raggianza dalle braccia spalancate.

 

Ora so che mentono la trasparenza e il sogno,

l’aria mente e le stelle non controllano armonie;

più di tutto l’esistenza somiglia ad un passo

che segna una distanza

qualcosa che in affanno sale ad un limpido silenzio.

 

 

 

 

 

A quest’ora i fiori si assottigliano,

si chiudono,

inghiottono il loro stesso profumo,

evocano il fasto della solitudine

in piccole stanze segrete.

 

Perché solo i segreti annunciano la perfezione,

come il tacere aggraziato di una governante

che aspiri a far bella figura.

 

E in questo stesso rigore cerco immunità.

Anche se può fermarsi il cuore.

ora che la luna è senza guance

ed io senza baci.

 

Ma in nessun tempo vissi da mercante.

Io questo solo voglio che di me si sappia.

Di null’altro voglio rendere conto.

Null’altro serve a chi è fuori dal gioco.

 

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Posted by: kolibris | November 6, 2009

John Deane, Piccolo Libro delle Ore

Kolibris Bookshop/Libreria Kolibris


Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
JOHN DEANE,
Piccolo Libro delle Ore
Traduzione di Roberto Cogo
ISBN 978-88-96263-12-9
pp. 246, €15,00


qui per acquistare

John F. Deane è un poeta da anni già tradotto in Italia, dove è stato spesso ospite di reading e festival internazionali. Sue opere sono già state tradotte da Roberto Cogo (Il profilo della volpe sul vetro, Edizioni del Leone, 2002; Gli strumenti dell’arte, Atelier, 2007); e nel maggio del 2005 il mensile “Poesia” gli ha dedicato un servizio a cura di Chiara De Luca, traduttrice della raccolta poetica Manhandling the Deity (Tra le mani il divino, Gedit, 2005).

La poesia di Deane è strettamente legata alla sua terra, l’Irlanda, amata, a volte bacchettata,  ma sempre profondamente vissuta, di cui il poeta descrive i paesaggi umani e naturali, le vicende storiche e sociali, ora con sguardo benevolo e indulgente e dolente rammarico, ora con lingua sferzante e profondo acume critico.

Quest’opera ambiziosa è un lungo viaggio dell’uomo alla ricerca e conferma di se stesso e delle proprie radici, della stabilità dei propri legami con l’umano e della vitalità inesausta di quel dialogo con il divino che si protrae in tutta la produzione poetica di Deane, approfondendosi di opera in opera, verso una consapevolezza sempre più matura del dramma di una libertà creaturale che rende l’uomo tragicamente schiavo delle proprie stesse debolezze.

Ottima la traduzione di Roberto Cogo, fine poeta, rispettoso traduttore, che ha saputo restituire in modo fedele la voce vibrante di John F. Deane senza sovrapporvi la propria, dando vita a un testo che non lascia trapelare traccia del passaggio di testimone tra le due lingue.

 

                                                                                                                   

To Market, to Market

 

The day was drawky, with a drawling mist

coming chill across the marshlands;

the church of Ireland stood, damp and dumpy,

crows squabbling on its crenulated stump; cattle,

 

that had summered in a clover field, have been herded

through plosh and muck into a lorry, have dropped

their dung of terror on slat and road. Big

heavy-skulled heads, bellowing, stretch up

 

over the concrete wall for one clear glimpse

of the brown fields; and what of unredeemed

suffering? what of faithfulness? Spring

they were calling out of frustrated love

 

for their calves, how they stood in fields,

innocent and willing, uneasy in weighted flesh

like great-aunts whose trembling long-boned hands

fumble for something in old unstitching bags.

 

 

 

 

Al mercato, al mercato


Era un fosco giorno di fredda foschia

in arrivo a strascico attraverso la palude;

la chiesa d’Irlanda stava là, umida e cadente,

i corvi a bisticciare sui ruderi sconnessi; il bestiame,

 

dopo l’estate passata nei campi di trifoglio, ammassato

nel camion tra fango e letame, rilasciava

lo sterco del proprio terrore sulle assi e in strada. Testoni

dal cranio pesante a muggire sporgendosi

 

oltre il muro di cemento per una netta occhiata

ai campi marroni; che ne è della sofferenza

irredenta? e della fedeltà? Invocavano

la primavera dell’amore frustrato

 

per i loro vitellini, di come stavano nei campi,

docili e innocenti, a disagio nel peso della carne

come vecchie zie dalle lunghe mani ossute e tremanti

alla ricerca di qualcosa nelle vecchie borse scucite.

 

 

 

 

Call Me Beautiful


Broad-shouldered, big as a labouring man, Ruth

was egg-woman, slow and inarticulate,

flat-footed in her widowhood and her big sons

 

slap-witted, dun as she. I was ever dumb

before her, decades of harsh news

in the lines of her face, and a small smile

 

grateful for neighbourly busyness; each egg,

mucous-touched, she spat on and frotted clean

against black woollen skirts. Crucifix

 

over the door, painted Madonna on the sill,

her house was an island on chicken-shitted ground

with a harvesting of rushes, her world

 

not ordered by methodical thinking. Now I know

it is my own need disturbs me, to find

meaning and motive beyond the manifest

 

ungainliness, to seek the spirit’s dance towards

divine friendship, and to vision her rapt

on her knees in a field of corn, gleaning.

 

 

 

 

 

Chiamatemi bellezza


Le spalle ampie, robusta come un operaio, Ruth

era la donna delle uova, lenta e sconclusionata,

a piedi piatti nella sua vedovanza e coi figli grandi

 

e picchiatelli, come lei brunastri. Al suo cospetto

ammutolivo, decenni di dure notizie

nelle pieghe del suo viso e un sorrisino

 

grato per ogni amichevole aiuto; sputava

su ogni uovo vischioso al tatto per poi strofinarlo

contro la gonna di lana nera. Crocifisso

 

sulla porta, Madonna dipinta sulla soglia,

la sua casa era come un’isola poggiata sul guano di gallina

in un raccolto di erbacce, un mondo

 

non regolato dal pensiero logico. Ora so

che è il mio bisogno che mi spinge a cercare

un senso e una ragione oltre l’evidenza

 

dell’inafferrabile, a inseguire la danza dello spirito

rivolto alla divina amicizia, a figurarmela assorta

in ginocchio mentre spigola nel campo di grano.

 

 

 

 

Water-Music


Sometimes I think I hear it still, the choral

symphony of ocean: bass-drum sounding

in the pounded cove, harp-music of winds

 

through bigfish skeletons. So much had to do

with water, for that was island, and west,

with the fickleness of rain. Weather failing

 

we found ourselves in manifold illusions

of otherwhere, grew angelwings on rafters

in the hayloft or gathered sheets and sweeping-brushes

 

to sail three-masted ships across the parlour floor.

Called to the discipline of rosary we prayed

the angels guard our souls from sin where they watched

 

from the four corners of our beds. When I left

gradually I misheard sea-words, sea-music among the dry

unmoving deserts of suburban nights.

 

But the earth lures, and at times the storms

that come hustling about the streets and stone walls

relent a little and whistle once more a casual music

 

with backyard timpani and the taut strings of aerials,

leaving me still with my faith and my illusions

as I walk the shores of the city, speaking praise.

 

 

Musica d’acqua


Talvolta mi sembra di sentire ancora la sinfonia

corale dell’oceano: la grancassa che rimbomba

battendo nella cala, la musica d’arpa dei venti

 

tra le carcasse delle balene. Molto a che vedere

con l’acqua, essendo isola, essendo ovest,

coi capricci della pioggia. Mancandoci il clima

 

ci ritrovammo in molteplici sogni

di altri luoghi, mettemmo ali d’angelo alle travi

dei fienili o raccattavamo lenzuola e spazzoloni

 

per salpare in veliero lungo il pavimento del salotto.

Chiamati alla disciplina del rosario, pregavamo

gli angeli custodi ai quattro angoli del letto

 

di proteggerci l’anima dal peccato. Quando partii

disimparai poco alla volta la lingua del mare, la sua musica

negli aridi immobili deserti delle notti suburbane.

 

Ma la terra seduce e talora le impetuose tempeste

in arrivo tra muri di pietra e strade

cedono un po’ per fischiare ancora una fortuita musica,

 

con sottofondo di timpano e le corde tese dell’aria,

lasciandomi ancora con la mia fede e miei sogni

in cammino lungo le rive cittadine in parole di lode.

 

 

 

Seawards


In the cove, down between the echoing sea-falls,

a gull, its tawdry feathers and spread wings

bobbling in death, heaves and sinks with the waves

swayfully; the mountains and distant islands

appear to you, stranger, like clouds, like dreams;

the disconcerting land is always at your back, earth

detritus, sheep with their bedraggled wool

and a sheep-skull, teeth bared, leering into mud;

a delicate rock pool – anemone, barnacle-cluster, crab –

dotes on the danger that is ocean while the flick

of the silver underbelly of a fish warns you

of the paucity of your strivings, you, stranger,

your consciousness turning about your bones, among these

multifarious life-forms the lost one, and the saved.

 

 

 

Verso il mare


Giù nella cala, tra gli echeggi del mare in caduta,

un gabbiano dal piumaggio vistoso fluttua

nella morte ad ali aperte, s’alza e ricade con le onde

vacillando; i monti e le isole in lontananza

appaiono, a te straniero, come nuvole o sogni;

la terra sconcertante è ancora alle tue spalle, terra

di rovine, pecore dalla sudicia lana arruffata

e teschio ovino coi denti di fuori a sbirciare nel fango;

un delicato ripiano di roccia – anemone, gruppo di

mitili, granchio –

ama il pericolo dell’oceano, mentre il guizzo

argentato sul ventre di un pesce ti avvisa

dei tuoi sforzi inadeguati, tu, straniero,

con la coscienza che ruota intorno alle tue ossa, tra  queste

svariate forme di vita, una perduta e l’altra scampata.

 

 

 

Ass And Car


Our ageless mule

was neither one thing nor the other, not

spirit, nor all

 

matter. And then there was the turf-shed, its inner walls

a black-silk stipple

of turf-dust with the here-and-there

 

dank clot of spider-web and insect-stump; the floor

was inches deep in mould

where the donkey-cart, all paint, presided, its shafts

 

up-pointed. I had cart-lore then and mule-lore,

the names and functions

of winkers and collars and things; sometimes the mule,

 

all substance, stood

heavy with his own existence and would

not move; sometimes all jittery and wide-eyed

 

a sudden impulse set him

rambling, out

through the mazes of the earth and gallivanting, to halt,

 

stumped again and haunted, that inner light

summarily switched off. In the new age

the shed became a garage, swept, the mule

 

a black-sheened one-humped Morris

Minor, and all

the world was matter, dependable, and dull.

 

                                                                                   for Eva and Eoin Bourke

 

 

 

 

Asino e auto


Il nostro mulo senza tempo

non era né una cosa né l’altra, non

spirito, ma neppure tutto

 

materia. Poi c’era la baracca della torba, coi muri interni

in serica calcina nera

di polvere e tufo, con qua e là

 

umidi grumi di ragnatele e monconi d’insetti; per terra

uno strato fondo di terriccio

su cui regnava il carretto tutto colorato con le stanghe

 

puntate in alto. Allora mi occupavo del carro e del mulo,

nomi e funzionamenti

di fanalini e bardature e cose simili; a volte il mulo,

 

che era tutto sostanza, se ne stava

appesantito nella sua esistenza senza più

muoversi; altre volte tutto inquieto a occhi spalancati

 

si metteva in moto con un impulso

improvviso, e via

nei labirinti del terreno a ciondolare, per poi bloccarsi,

 

di nuovo sconcertato e ansioso, quella luce interiore

spentasi all’improvviso. Nella nuova era

la baracca divenne un garage ripulito, il mulo

 

una lucente Mini Minor nera

con la gobba, e tutto

il mondo si fece solida e ottusa materia.

 

                                                                          per Eva e Eoin Bourke




A Flood and Many Waters


It has rained now for days, perhaps the God

has half-decided this rabid world deserves

half-radical flooding. We have sat behind windows

watching trees darken, seeing the canterbury bells

 

lose their petals to the battering. The waters of the world

begin in the dribble-drain down by the road

and the tall ships, the galleons, the quinqueremes

nudge on the hawthorn twig that goes swirling,

 

seawards, there. But oh! what water-music, what slick

picking of raindrops and raddle-run low-tongued roll

of the littler drums. I know, too, that the ark

uncovered itself, in days like these, beached

 

on the summit of a mountain and all known life

crept out from that foul-smelling source. Once

I watched my father rise naked out of waves

and wade ashore, penis pinched small

 

by the cold Atlantic, the folds of his belly-flesh

wrinkling; he had followed my fishing-line

out where it was fouled on rock-weed and kelp

while I stood downcast and maladroit. Poor

 

son. Poor father. I remember how the rain-gusts 

came stippling the surfaces and how the sea-sprat 

broke in hapless foam before the mackerel shoals, 

how the rain on his face gathered, and fell, like tears.



Un’alluvione e molte acque


Sta piovendo ormai da giorni, e forse Dio

ha quasi deciso che questo mondo rabbioso si meriti

una quasi radicale alluvione. Siamo stati seduti alla finestra

a guardare gli alberi annerire, a veder perdere i petali

 

alle campanule per lo scrosciare. Le acque del mondo

hanno inizio nello scolo schiumoso lungo la strada

dove grandi navi, galeoni e cinquereme romane

sbattono contro un vorticante rametto di biancospino,

 

diretti al mare. Ah, che musica d’acqua! Che accorto

pizzico di gocce e il rullio intrecciato in sordo farfuglio

dei più piccoli tamburi. Anch’io so che l’arca

uscì allo scoperto in giorni come questi, spiaggiatasi

 

in vetta a una montagna, e tutti sanno che la vita

venne fuori scivolando da quella fetida fonte. Un tempo

osservavo mio padre levarsi nudo dalle onde

e guadagnare la riva, il pene raggrinzito

 

dal freddo dell’Atlantico, le pieghe corrugate

della sua pancia; aveva inseguito la mia lenza

al largo dove s’era ingarbugliata tra le alghe

mentre io me ne stavo là maldestro e scoraggiato. Povero

 

figlio. Povero padre. Ricordo che giunsero folate di vento

a punteggiare la superficie del mare, che la sardina

si fece infelice schiuma davanti al banco di sgombri,

che la pioggia raccoltasi sul volto scendeva come un pianto.




Harbour: Achill Island


The winds come rushing down the narrow sound

between islands; from the north the whole

ocean pours through, exploding against boulders,

against landfalls, and courses into quiet

when the tide brims. A seal

lifts its grey-wise head out of the current, a mackerel

shoal sets the surface sparkling as it

passes. After the storm, light across the harbour

is a denser grey, soft-tinged with green; the whip

suddenness of lightning has shone this stolid

stonework fragile for an instant and the downpour

is a chariot drawn by six roan horses

pounding in across the sea. To the eye the water’s 

stilled now in the bay; stones on the sea-bed

shimmer like opals, cantankerous crustaceans

side-legging across the sand. I stand

awed again that this could be the still

point of all creation, the fruits

of a crazy generosity, yet how we amble through it

as if it were our portion, and our endeavour.




Porto: Achill Island


I venti scendono spingendo il suono stretto

tra le isole; l’intero oceano si riversa

da nord esplodendo contro i macigni

e contro i dirupi per poi calmarsi

al mutare della marea. Una foca

alza il sapiente capo grigio dalla corrente, un banco

di sgombri di passaggio sfavilla

la superficie. Dopo la tempesta, una più fitta luce grigia,

appena sfumata di verde, attraversa il porto; in un istante,

il bagliore di frusta del lampo rende fragile

l’impassibile muratura e l’acquazzone

è come un carro trainato da sei cavalli roani

che entrano tuonando dal mare. L’acqua della baia

appare calma alla vista adesso; il pietrisco sul fondo

luccica come opale, irascibili crostacei

si muovono di traverso sulla sabbia. Me ne sto

di nuovo trepidante come se questo fosse il punto

fermo di ogni creazione, il frutto

di una generosità folle; ciò nonostante passiamo oltre

come se fosse una parte di noi, un nostro tentativo.


 

Il sito delle Edizioni Kolibris

Posted by: kolibris | November 7, 2009

Kolibris – Novembre 2009

Posted by: kolibris | November 9, 2009

Alessandro Ghignoli, Amarore

amarore


Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
ALESSANDRO GHIGNOLI: Amarore
ISBN 978-88-96263-11-2
pp. 68, € 10,00

qui per acquistare

 

Fin da un primo sguardo ai versi di Alessandro Ghignoli si avverte in essi il vibrare della voce del traduttore, del lettore, di chi non si rifà a un solo preciso modello o a una sola tradizione localizzata, bensì dimostra di trovarsi alla confluenza di diversi influssi; flussi linguistici e di pensiero che s’intersecano, s’incontrano e scontrano e contaminano a vicenda. Leggendo Amarore si ha l’impressione di un movimento che cambia di continuo in velocità e direzione, agglomerando e ri-modellando ciò che trova sulla sua strada. Quella di Ghignoli è la poesia di un viaggiatore, di un Wanderer, non soltanto di territori geografici ed estensioni cronologiche, bensì anche degli spazi invisibili e sempre sorprendenti dell’anima, che si dilatano ad accogliere la percezione per restituirla alterata dal filtro di una soggettività individualizzata e composita al contempo, che si muove a tentoni, conoscendo.

La poesia di Ghignoli “gioca” con la parola, sfrutta le molteplici potenzialità del linguaggio, che si riforgia sul senso, lo avvolge, e svolge. Non si tratta però di una ricerca compiaciuta di artificiosità o preziosità linguistiche, quanto piuttosto di una quasi ironica e disincantata presa di distanza dalla lingua poetica nel momento stesso in cui si cerca di piegarla alle sigenze della propria intenzione espressiva. E anche laddove si affaccino nei versi il latino e la lingua colta, espressioni auliche, desuete o letterarie, esse vengono subito “riassorbite” nel flusso di un discorso colloquiale, contemporaneo. Non è dunque tanto la lingua che cerca di nobilitare la realtà, quanto piuttosto la realtà che “corrompe” e impregna la lingua della tradizione per lasciarsi dire.

 

                                                                                                                 Chiara De Luca

 

da ”predicamento di me”

 

prima descrizione

 

 

delle infinite volte a me dicendomi

di parlare l’italiano senza accento

e lasciare il dialetto da me usato

soggiogato da io al mio volere

creduto di saperne di lettere di plurali

di subientivo e gerundio e coniunzioni

e tutti i resti d’avverbi che di mia vita

mi feci in costruzione o mi disfeci

 

 

 

 

nona descrizione

 

 

se il mio cervello è dolce di sale

se questo non capire il mondo

il suo fabricare di cose dove del bello

non vedo oltre la superficie il solco

non mi resta che a tutta carriera

a fiaccacollo in capitombolo

alla scapestrata maniera di me cercare

per interprete di ragione nella lingua

una porzione mi corrisponda

 

 

 

da ”Tristitia”

 

4

 

il supposto supporre e dire

mi porta al niente al vuoto della mente

alla ricerca vana sapendo se sapere

è cosa utile o un futile incoraggiamento

di una di noi storia disattenta

guastando tra il velo della corruzione

il narciso sempre pronto ma poi disatteso

e liquidato altrove così hai deciso

per un giardino che ti salva a ingannare

il gioco a dar fine al dolo al mantenerci

viva l’alma

 

 

 

6

 

 

 

è inutile insistere persistere

su un argomento oramai chiuso

già dettato al passato al remoto

andato alla forma di una salvezza 

che fatica e affatica alla ragione

ché non c’è valore più alto che accettare

il temuto sentore dell’inaccettabile

della visione del presente

del brevemente seguire qui

 

 

 

 

10

 

 

nella verità si nasconde la cancellatura della frase

nel davvero della parola quasi pronunciata

il richiamo per conoscere l’intenzione il cercare

per vedere i più piccoli movimenti delle labbra

sul fiato è spento il perdono il suono

la vocale scivola piano

senza emettere nota o dono musicale

 

 

 

 

 

12

 

 

di viaggio si tratta alla resa dei conti

alla fine superare i dove le luci

tra taverne e fantasmi all’incrociare

occhi parole usanze tralasciamo

le critiche sentenze le minime pagine

nell’altrove trovando un vantaggio ora

nell’ora che pianamente ricovero al ricordo

al rimpianto al poco mio aver dato

 

 

 

 

 

15

 

 

adesso so che è l’esserci

che il rischio è nostro

che il non saper intendere

è un male come il parlare

senza ascolto o la mano

che non stringe che addosso la vita

ci scivola sulla fortuna dura

e picchiatrice adesso so che non sarò

solo anche quando anche perché

il mai crudele tacere

dell’impronta sulla cenere

dell’esser fabbro di sé

 

 

 

 

da ”Amaritudine”

 

 

 

evento          .          3

 

 

sempre il proprio sempre di sempre

nel viaggio rimasticato in ditto e in fatto

mentre da lì lo sguardo futuro è il gioco

di chi fa il duro convinto d’esser solo

un po’ mite con le altrui vite

viste da lontano in quest’eterno evento

di fare di cose ognuna con le sue pose

nell’unica goccia la duplice eterna dose

manduca parole perché sian poi atti

e allora con fumisteria saltimbanchi e buffoni

mascherando la maschera con mano di cera

di fiacca illusione in questa lunga e larga attesa

sfuggendo dal fare ruffiano dal come fare

sfuggendo piano

 

 

 

evento          .          4

 

 

su uno strano andare o sulla fortuna

o meno di un’ipotesi tesa al ricordo

al grattare via una resa di un ieri già

e ancora tempo dentro e interno all’evento

dove nessuno è specchio o limbo quotidiano

denso nello stretto simbolo il tratto

di un susseguirsi tra il presente del momento

il ritratto il resto magari niente

se tutto va bene su tutto un pianissimo piano

un lento viavai verso un luogo un dove

nel senso perso dei bisogni

o solo d’uno sfogo

 

Posted by: kolibris | November 9, 2009

La crepuscolarità di oggi, di Matteo Fantuzzi

“La Voce di Romagna”, 09/11/2009

clicca sul ritaglio per ingrandire

su_Nel_Frattempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

qui il libro

Posted by: kolibris | November 10, 2009

Narda Fattori su “Nel frattempo” di Mimmo Cangiano

Mimmo_Cangiano_Nel_frattempo

Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
MIMMO CANGIANO,
Nel frattempo
ISBN 978-88-96263-09-9
pp. 60, € 12,00 

 

 La nuova e dinamica casa editrice Kolibris, fondata e condotta da una giovane poetessa che è sicuramente una delle nuove voci della poesia italiana, dei primi anni del terzo millennio, ha fra le sue prime pubblicazioni quest’opera di Mimmo Cangiano. Opera prima frutto quindi della vocazione irrinunciabile o dell’uscita appartata della voce matura di un poeta che, nel frattempo, appunto, la vita si è occupato di viverla, scorgendone le contraddizioni, le zone d’ombra, certe risibili impellenze e altre omissioni. Incontri e assenze: assenze più che mai presenti, incontri che lasciano solo l’alone del passaggio.

Con ferma e spesso ironica voce poetica, Cangiano racconta spicchi di episodi, pennellate di percorso, abbandoni e delusioni, la vita in bozzetti minimalisti ma non meno potenti di una quadro ruggente e definitorio. Nella sua nota introduttiva Luca Ariano accosta la voce di Cangiano a quella di Corazzino. Quest’accostamento di grazia nel verseggiare le minimalia, mi pare più che mai azzeccato, perché, a ben vedere, l’uomo si conduce per piccoli eventi, per tratte senza mete infuocate, per amarezze e dolcezze che hanno la caratteristica dei tramonti: se ne vanno presto, lasciandosi dietro un sospiro di rimpianto, insieme alla certezza che torneranno, per poi sparire nuovamente.

La malinconia che pervade l’intera raccolta è riscattata da un linguaggio che ha le meraviglie dell’infantile e la sapienza dello scettico, di chi ben conosce quanto sia vano ogni traguardo che illuda una meta certa. Questa insipienza del vivere è ben chiara è fin dalla poesia d’apertura della sezione Bambine: “A ovest stamattina, è un luminar di vetri, / nella casa di fronte, al quarto piano, / la bimba Carlottina si perde un poco sul balcone / e tace. Dev’essere così che prende il via / quel sentimento che porta all’onniscienza / così, con lentitudine in spagnolo, / spaventosa chiaroveggenza, inettitudine./…”.

Ma troveremo un gran numero di immagini che fanno riferimento alla pochezza dell’uomo (e del poeta) che però è riscattata dalla consapevolezza e dal dolore che scaturisce da questa contrapposizione fra ciò che si è, si ha, e quello che si potrebbe essere, che si potrebbe avere: “sentori vaghi di aglio e di cedrina” , “nel mio latte mattutino / c’è la purezza torbida / di chi mi ha preceduto.”; quello che resta, / un po’ di vigliaccheria / acqua sporca / stiamo ancora aspettando / una risposta”; “ave cesare noi qui morituri a giocare / e tre passi indietro con tanti auguri.”. È Natale, si gioca a monopoli, si mangia troppo, ci si ingrassa e con la certezza che si è perituri, ci scambiamo auguri. Ma auguri di che cosa? In questa poesia non è scomparsa solo la dimensione religiosa, ma anche quella conviviale. E accatastiamo epifanie del vivere. Anche Carlotta (la figlia?) è una presenza sentimentale e rapsodica, un’intera sezione a lei dedicata non ci consente neppure di averne una visione certa, di stabilire se sia di carne o metaforica, se costrutto del sentire o carne della nostra carne, che stacca da noi e s’affaccia ai rischi della vita con le nostre amare certezze. (Cfr. “Non è un fiume”, pp. 32/33) che a ben vedere staccano di oggetto e di concetto. Forse un titolo mancante?

Ma il poeta si definisce un caso clinico:” Una buona volta (mi dico) / rinuncia a vendicare, / ugualmente rinuncia / a consolare.” No, non è possibile, uomini fatti tornare a un’innocenza che si può solo invidiare, che può insospettire, fors’anche intenerire. Cangiano ha traversato il suo vissuto con spada spuntata e lama acuta di cervello.

Con quest’opera prima, mite e musicale, con verso terso, e qualche scarto semantico e concettuale, mimetico direi, della vita quotidiana, ci regala uno spiraglio del mare che ha attraversato.

 

Narda Fattori.

 

Posted by: kolibris | November 12, 2009

Alessandro Polcri, da “Bruciare l’acqua” e inediti

Alessandro Polcri, Bruciare l'acqua, Edizioni della Meridiana, Firenze 2008


Alessandro Polcri, Bruciare l’acqua, Introduzione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 70.

 

 

 

T’accompagno nel viaggio

che nemmeno ho progettato,

ma mi muovo come paggio,

e ogni gesto è brevettato

dalla natura del mio diennea;

ti sto dentro sprofondato

e tu mi inguanti corpo

colle tue membra pieghevoli

provo fame e sete e spasimo

pei contorni delle cose percepiti

come augusti fini del mio agire,

e così attraverso mondi

e limacciosi fiumi

nascosto dietro il battito

delle mie gioconde-asciutte ciglia.

 

 

 

***

 

 

Traccio un cerchio sul bianco

foglio come usavano in antico

i geomanti sulla rena

e butto lì parole e le assedio col pensiero

per dar loro una forma che tenga.

Fuori del segno non c’è

commistione di verbo e di significato

ma solo il guazzo fonico prenatale,

un tempo sì angelico messaggio,

ora solo chiacchiericcio della mente,

occhio che si apre e non guarda,

scarpa slacciata infedele al passo

che si ostina ad avanzare,

labbro leporino che si oppone

al continuum della voce modulata,

incisivo sbriciolatosi

per troppo ingordo morso

su cui la lingua indugia

distratta dal suo vero corso,

albatros che canta,

malgrado l’amo nel suo becco

resto di un pesce sfuggito all’inganno.

 

***

 

Mi sfugge il fondo

e ciò che suol essere vita

è cono d’ombra che rimbomba

il quotidiano trobar prae-clus.

 

***

 

risveglio

 

Oggi è solo addizione

è giorno che s’aggiunge

e che mi vede e guarda e adest

al dipanarsi delle mie azioni

mentre il mondo ad est si accende,

all’unisono col mio sguardo mattutino,

sullo schermo della mia crespa fronte:

e anch’io intanto assisto,

con gli occhi della mente quasi ciechi

sicuro d’esser stato invitato

per inseguire delle impronte

sebbene nella selva disumana

delle res-stanti

“Io” sia poco più che scimmia

a cui il mondo sopravviverebbe

anche se non fosse lei a pensarlo.

 

***

Cosa hanno in comune

il fiato corto della mucca,

il suo sguardo fisso a terra,

il torto tronco della quercia

cresciuta nello stesso esatto punto dove è nata,

la mano di una statua perfetta

che può solo salda stringere

la stessa forma fermamente?

Osservarli è solo un gioco

della mente che distrae dal tutto,

struttura impura e stretta

dove abitiamo al modo delle cellule

nascoste nelle cose

che senza alcun conforto della luce

urlano al vicino: «fammi spazio!»

 

***

 

Con la mano posso appena

coprire un lembo della terra,

e il palmo è poca cosa

se già tra le mie dita

rimane nuda zolla.

Se poi adagiassi

il corpo sul selciato

organo a organo accanto

posato, fegato e polmoni

milza e intestino prossimi

alle unghie ad una ad una

e ai peli, agli occhi e alle orecchie,

prima maschere, ma poi metonimie

di me, di quel medesimo un tempo

essente, allineati, disposti tra i sassi

come veli contornanti quello spazio

intorno posto,

che sarei capace di occupare?

Se mi aprissi come un fico

e spellassi le mie ossa

non potrei abbracciare niente

di più grande di un’aiuola

circondata dal muro della mente

che sa a stento separare.

 

 

***

Il palmo s’adagia sulla costola

avvolgente il diaframma che indugia

sullo stomaco a sua volta oscillante

sul pancreas ammortizzato dolcemente

dai polmoni, casa della voce

dell’organo canna che oltre espelle

le vocali e poi lamenta i mali

e i beni del giorno e della notte

il tutto intorno all’ombellico,

omphalos fin dalla nascita,

pertugio verso l’interno volto,

occhio da dove spiare quel buio

che ospito e divido colle mie interiora:

raggrumo il mio arto e isolo un dito,

ci infilo l’indice per trovare la valvola

che permetta, sforzata, di sgonfiarmi

e come un canotto usato di adagiare

in un cantone del mio fondo

tutto quell’ammasso spiegazzato.

 

***

 

Non troverebbero riposo

gli occhi miei

a percorrere di te

tutto l’intero confine

né potrebbe parola o pennello

ritrarti nella tua interezza.

E questo è ben noto pure

a chi s’ostina a negare

che sei stato tu, creatore e non creatura,

a volerti sottrarre gradualmente.

Avessi almeno lasciato

sotto alla crosta del muro

la sinopia del tuo passaggio,

ma nemmeno il profumo

della tua santità mi riesce

di avvertire tra gli ammattonati,

i cavalcavia, l’asfalto e la ghiaia,

le lussurie numerose della gente,

i deboli battiti dei cuori,

i passatempi e gli alibi

su cui m’è dato di trascorrere

con passo incerto inseguendo

il certo tuo incedere inascoltato.

Sono solo io a cercarti o siamo legione?

e gli altri scarsi guardano

dove anch’io esattamente punto?

o siamo a te attorno sparsi

invisibili tra noi e non vedenti

chi davvero attendiamo vedere?

 

Mi accorgo solo ora

che sto parlando rivolto

dove già tu non sei più.

 

 

***

Non sono mai stanco

dell’oggetto informe che chiamiamo transeunte

malgrado che le dotte glosse

aggiunte allo scartafaccio ritrovato

non restituiscano la verità originale,

e accostando le possibili metà di un fatto

nessuno sia riuscito mai a ritrovar l’intero.

Cerco allora quella parte che ho perduto,

ma è come ricondurre

tutto il raro fiato esterrefatto

al naso dopo uno starnuto

o ringhiottire il filamento di uno sputo

ricompattando quel lacerto resecato

all’originario magma orale,

rimettere nel canale

l’acqua espulsa dalla riva

intento a riagguantare

viva ogni singola lontana stilla,

o, colpito il ferro col coltello,

restituire la scintilla

al povero metallo offeso

come se fosse mai niente accaduto.

 

***

 

dopo un sogno

 

Al risveglio ho messo insieme

schegge e momenti

lacerti resecati al tutto

e parti e pezzi e scarti

lasciati e ripresi con spezzoni occultati

tra passaggi e soste

tra incertezze e poste e decisioni

pentimenti e accelerazioni della mente.

Ma come in sonno della morte

l’apparenza è tradìta dal respiro,

così pure in veglia è tradìta dal pensiero

l’apparenza del senso.

 

 

***

all’incomprensibile flusso

 

Il tuo volto è come fiera

che esce sicura la notte

nei vicoli vicini per turbare

ai dormienti paurosi i sogni

e divorarne gli spasimi.

Percepisco appena le tue fattezze

come quando di traverso al cespuglio

frondoso mi passa accanto

la persona d’una bestia,

invisibile malgrado la luce,

di cui avverto solo il movimento

la scossa dell’aria silenziosa,

semoventi le foglie.

 

***

 

 

anima mundi

 

Ho afferrato un refo d’aria

e l’ho chiuso nella conca delle mani

per tentare la sua forma

mentre aderiva tutto al palmo:

l’ho lasciato andare dietro me,

nient’altro.

Vano lo scatto di voltarmi

per ritrovarne la presenza,

né più esiste prova alcuna

che quel puro groppo d’etere

mi sia per un istante appartenuto.

 

***

 

Temo sempre che sia l’ultima

delle volte che trovo

una parola adatta per parlare di te.

Così corro alla tastiera e batto forte

per tentare il gesto, già vano,

di possederti almeno negli spazi

intra verba o nelle pause sorgive

del tuo silenzio vivificante.

Spero che la mossa di inseguirti

significhi qualcosa e rompa l’ombra

che tu getti sopra me quasi ogni giorno

mentre passi e lecchi colla tua lingua d’aria

il sangue sullo stipite alla mia porta.

Sento di là dal muro che mi circonda

il tuo lambire fresco sulla pietra

e so che devo aprire ad intonare

in te di me la voce ancora roca

costantemente appressandomi alla pace

come il pezzo del troncone distaccatosi di netto

e arrivato finalmente all’estuario

quando si lascia alla stanca mareggiata

tra il salso flutto e la fiumana ancora dolce.

 

***

 

Ovunque io mi volga

di te incontro numerose

le sparse metonimie numinose.

È la condensata acqua dell’Inverno

dove il sole assente non si pose

o le arse messi dell’Estate

dove aleggia il tuo spirito soave

sulle cose vive e colorate.

Tu che sei e non sei

se solo il volere ti comanda.

Tu diserti il mondo,

non tu in lui, ma lui di te richiamo

tua perenne evocazione.

 

 

***

 

Sulle piume ammorbidite

è rimasta impressa l’orma di te,

fantasima en passant.

Tra l’informe massa ammutolita

dei dossi e degli avvallamenti

trovo ancora qualche traccia.

Abitasti, avvolta, tu quel luogo

sprofondando.

E sorprendo me ad osservare prono

quel magico imprimatur

e con le mani ne percorro vivo

il perimetro confuso.

L’impronta è un dono

buono il desiderio che provo

del perduto donatore.

 

***

 

Terra invisibile e confusa

è quella che sottostà del piede

alla pianta che si spande sulla neve:

l’occhio non la penetra

sfugge alla luce che rimbalza briosa

sul clangore del bianco,

ma il sasso vi s’acquatta

coperto dal mantello sensibile alle suole:

io lo fendo e lo imprimo di una traccia

che si scioglierà col primo sole.

 

 

***

from soul to body

 

Mi auguro di trovarti mansueto al colpo,

di vederti ritto e fiero di fronte all’ondata,

di ascoltare le tue parole d’acciaio

temprate dall’esperienza del dolore;

mi aspetto che tu abbia della corsa

una visione completa

e del macabro rituale una nozione minuta;

non temo che ti scosti dal ciglio della strada

che hai progettato per te medesimo,

né che poi ti perda

nel fitto dei tuoi umori giornalieri;

ti intravedo sulla cima

colpito da furiose libecciate

che neppure a te il tempo risparmia,

a te fermo e industrioso e muto

come le api nella affollata arnia mute.

Se colpo ci deve essere

non temo che tu sia incerto

dove accettarne il vibrato

così che calmo ma esperto

tu opponga a quella atroce insistenza

del tuo fianco il lato

mai veramente stanco.

E quando ti volgerai intorno

a cercare il contatto dei miei occhi

per tentar di condividere la mole

che ti ha reso puro

sarò dove meno te lo aspetti

ombra sul muro

nascosta sulla soglia del sole.

 

***

 

breve cronaca marina

 

Ho rotolato il mio corpo

sulla sabbia ben coprendo

ogni singolo centimetro quadrato

di epidermide rosata;

poi ho guardato verso il mare

e mi sono avvicinato alla riva,

sono entrato piano piano nella mareggiata

e, sentendo il sollevarsi dei minuti grani

dalla viva pelle battuta e lambita

e vedendone l’alone intorno a me,

ho sentito di sciogliermi con loro

e di ritornare libero e sformato

uomo di sabbia e di nulla,

indifferente.

 

***

 

congedo

 

Ho cercato di te

tutte le immagini che ho potuto,

sei stata ogni evanescenza:

l’ombra che passa,

l’ultimo smalto di luce

sull’occhio del morituro,

la scritta erosa

sul muro millenario

e la cifra cancellata

sotto le parole vergate

sulla lista della spesa;

l’esile vita di una goccia

che toccando nella pozza

il fondo motoso si disperde

come fiamma invano immersa

a bruciare l’acqua;

ma sei sempre rinata altro,

altrove nascosta,

accennata appena

quando hai voluto concedere

di te un qualche sprazzo

della veste con cui adorni

le tue carni misteriose

che non lasciano orma

o traccia e non segno di passaggio

ma solo un’eco spirituale,

un maestrale di spiriti gentili,

di illuminanti amnesie

e di fiotti di energia

che doni a chi non sa

di ricevere, né può saperlo;

cosa sei e non sei

è tua esclusiva padronanza:

solo il mare possiede vera

la percezione della riva,

chi approda invece è accompagnato

dalla corrente proprio dove

il tocco dell’onda sulla sabbia

è palmare, estesa, sensazione preclusa

al piede che incide e non carezza;

quanto a me posso tagliare il tempo,

non altro, che mi resta con coltelli-parole

lame fendenti nel corpo vuoto del giorno,

ma a te sola spetta il lambire, lo struscio,

il tip tap

che s’appropria della superficie

senza mai manometterne

la pura pellicola invisibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

da Dove esisti esisti (raccolta inedita)

 

 

 

C’è sempre un punto dove esiti

anche quando non ti vedo

e non conosco lo sforzo che fai

per lasciarti sentire.

Urli, ti rotoli

sbocci nei fiori

torci i venti

immagini nuovi cristalli

nelle pietre nascoste ovunque.

A volte percepisco che ci sei stata,

nulla più.

E la tua frustrazione

è quel lamento costante,

una radiazione di fondo

quel cigolìo perenne dell’universo.

 

 

***

 

Senza sentire sento

 

Altre voci fuori del mio udito

sento passare vicine

come dita di ragno

non fanno rumore

ma toccano il cuore

di una cosa dopo cosa

e l’una e l’altra calpestano

e il mondo traversano

e nel girotondo risvegliano il pensiero

di chi sente il loro silenzio.

Non mi interessa vedere

il corpo da cui emana il profumo

preferisco la scia, la traccia, il punto

della stanza che è diverso dagli altri

per quell’odore lieve che mi lascia

immaginare la storia del passaggio.

L’orma sulla neve mi affascina di più

dell’animale ormai imprendibile.

 

 

***

 

Se costeggio il bosco

ti sento narrare le tue storie

attraverso le mille bocche delle rane e dei gufi

il trascolorare del rumore dei rami

rotti dalle zampe dei cinghiali

e i tonfi secchi delle ghiande

mentre il vento spande l’eco del tuo canto

unito e coerente amalgama

di incoerenti note.

Da qui, dall’orlo dove mi trovo,

non mi è possibile separare

le diverse voci che compongono la tua.

Il continuum è il solo dato di fatto del tuo esistere,

del mio solo un ascolto occasionale.

 

***

 

Anche se tu ora mi apparissi

magari travestita nella cameriera

che lascia il panino sul tavolo

a dire «ecco, questo è il segreto»,

non saprei portarlo sempre con me

mentre pago il conto

o vado in farmacia

o chiudo la sera le finestre.

La conoscenza assoluta è inconciliabile

con la quotidiana gara.

 

***

 

Colpisco l’aria invano

per trovare le tue forme

tra gli spiri lievi nella stanza

e con il palmo della mano

accompagno il movimento di danza

del mio braccio teso verso il vuoto.

Poi penso che con un mantello di farina

potrei catturare le tue impronte

vaghe sulla terra e riconoscere

il ritmo del tuo passo,

illudendomi che tu sia ora

qui per me giunta a portarmi

in dono il tuo orologio

con cui misuri il tempo della bellezza

e le illusioni.

 

***

Sono a caccia

di una tua esitazione,

della bonaccia delle tue scorribande

di te che tra i forzati ritiri e le rivelazioni

trascegli sempre i momenti

meno naturali per ricevere piccole ovazioni

da chi t’ama senza conoscerti

ma solo per fama. M’accquatto

tra le macchine nel traffico al semaforo

m’illudo di vederti saltare fuori da un cespuglio

al parco o nella vasca dei pesci rossi

dove tra spugne e sassi vorrei scorgere

la punta del tuo occhio di luce.

Ma forse sei meno ovvia

e ti nascondi sotto alla corteccia

degli olmi e nei colmi dei catini

dove sei liquido flusso delle acque

oppure sei semplicemente scheggia

o aria che respiro

e che non posso trattenere

dovendo condividere il fiato

e restituirlo all’intorno perché tu possa

saltare dall’uno all’altro di noi

e poi sparire come raggio o bolla

senza centro e senza origine:

tu, fine e sublime scaturigine

tra il tutto e il nulla.

 

***

In ricordo di Frances Biblo

A me che non li ho vissuti

i tuoi novantatré anni

sono parsi battito di ciglia,

per te invece che sei passata

attraverso ogni singolo minuto

non è stato così.

Solo la folaga conosce

la lunghezza del suo viaggio

e chi ha la ventura di vederla

passare non sa dei battiti

del suo cuore,

né dello sforzo dell’ala per restare

tanto a lungo attraverso l’aria.

Non il viaggio è la vita

ma il pensiero che produciamo

per difenderci durante lo spostamento.

***

 

Palmare sensazione l’adesione alla terra

e riscopri con gli anni ciò che disserra

il bene e il male dei nostri trasalimenti

gli stenti e le fatiche delle ferie

delle giornate lavorative delle vite

in generale trascorse senza guardare

alla clessidra che corre scorre rota

mentre tu t’avvicini a passi lenti di danza

traversando la stanza che sto scrivendo.

 

***

 

 

Tocchi e non sosti mai

trattenuta per un lembo della tuta

trasparente a fil di pelle

che porti come un personaggio

del Pontormo sulle ossa minute

colorate dal bianco marmoreo

che gli anni t’anno donato.

Tu perfetta lingua che non parla

tu perfetto respiro senza vibrazione

del labbro  priva d’ogni appartenenza

allunghi la tua ombra sulle piastrelle

voli rasoterra a volte ti concedi

al bordo del limbo dove le nostre

povere ossa triturate sottocarne

stanno nella pace della vita

vissuta in apnea.

 

***

 

Le tue dita sono corde d’arpa linee

su cui corre l’elettrica presenza

del tuo essere.

Al tallone sii grata

per la pulsione verso l’alto

che fa scattare le tue forme.

 

***

 

Piedi nuovi

 

Per raggiungerti

non posso fare a meno di battere

sul piano usato i passi

contandoli per tornare dove sei

ti inseguo, mi sfuggi e come in danza perenne

ascolto il battito del tuo polso

lontano ma udibile

di te che hai sangue rosso in abbondanza

e cuore forte che mi guida

tra le pulsazioni sottocarne.

 

 

***

 

Cammini scalza e le tue piante

aderiscono alla mattonella liscia che carezza.

Senza dolore alcuno si contrae

l’arco del tuo piede

e il tuo peso cade tutto sulle dita

propaggini del tuo contatto aracnoide

con la terra a cui svelta ti sottrai

per passare il tocco all’altro piede.

Tamburelli dunque sul tappeto

ma non emetti suono riconoscibile

e mi lasci sempre inudita

mentre guardo a terra

cercando con insistenza

per dove tu possa essere passata.

 

 

***

 

L’irruenza

 

Chiudi la porta, leggi i segni,

sei qui per questo:

sbatte il vento,

le cartilagini che coprono la cassa

armonica del tuo essere

possono lacerarsi in ogni istante,

e infatti si schiantano.

La tua città è assediata

i fossati già asciutti,

facilmente traversabili

lo sai bene che solo la pietra

non muta né si consuma,

semmai si scheggia contro altre schegge,

ma tu non sei pietra

tu non basti

perché lei traversa le tue forme

scuote il silicio carnale dall’interno

penetra l’interstizio mal coperto

tra cellula e cellula.

Senti l’ondata calda?

Vibra la casa corporale

rannicchiati, fai il vuoto

mentale, prova a non cercare

il punto da dove potrebbe venire,

non disporti all’accoglienza

mentre aspetti e intorno

già il muro oscilla attraversato.

Scopri che le protezioni

che hai elaborato

hanno la consistenza delle membrane esili,

sono lievi misure dello spessore.

Ormai piombano dritti i cerchi di polvere che schifi

e poi la luce sporca, il caldo,

a seguire pioggia, vento, turbini,

scosse nel ventre

refi attorno al tuo epicentro

che si sgrana facile.

Quello che temi si chiama

in molti modi e si scrive

in lingue innumeri:

impronunciabile, inudibile

                           ti trafigge.

 

 

***

 

Nell’esatto punto dove esiti,

lì ti vorrei irretire con parole adatte,

una colata di gomma sonora

che ti invischia come antica vespa

nella resina intrappolata

e diventata giada.

Nel tempo e attraverso le passioni

a volte sosti e illumini

se solo riesco a dirlo.

Chi ti ferma non è perduto, è salvato.

 

 

***

 

 

Qual è il distillato della tua presenza,

il rabarbaro dell’esserci,

liquore sublime lasciato qui?

sei ostia e maledizione

tra fuoco e acqua,

in exitu sei interiore,

sei nebbia e aria cristallina:

aspetto nelle parole sulla carta

la tua transustanziazione

e come Toma vorrei

infilare il dito nella traccia

del tuo sangue, ma posso solo

immergerlo nell’inchiostro.

 

Sono stanco dell’attesa

e per oggi sollevo il calamo

la cui corrente fermo e il passo,

esattamente in questo punto.

 

 

Alessandro Polcri è nato ad Arezzo nel 1967. Vive tra New York e Sansepolcro (AR). Si è laureato all’Università di Firenze in Letteratura Italiana del Rinascimento e ha conseguito il PhD in Letteratura Italiana alla Yale University nel 2004. È Assistant Professor of Italian alla Fordham University di New York. È redattore di Interpres (rivista di studi quattrocenteschi edita a Roma dalla Salerno Editrice) ed è condirettore della rivista Italian Poetry Review (presso la Columbia University, la Italian Academy for Advanced Studies in America e la Fordham University, ma stampata a Firenze dalla Società Editrice Fiorentina). Ha pubblicato, tra le altre cose, saggi su Luigi Pulci, Matteo Maria Boiardo, Marsilio Ficino, Martino Filetico, Cosimo de’ Medici e numerose voci del Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (Firenze, Edizioni del Galluzzo). Sta ultimando un libro su Luigi Pulci e la Firenze dei Medici, ma si occupa attivamente anche di poesia contemporanea. Oltre al libro di poesie Bruciare l’acqua (prefazione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, premio speciale “Coppa del Giornale La Nazione” del premio “Le Muse-Pisa” 2009 e nella rosa dei finalisti del Premio Internazionale Mario Luzi 2009), ha pubblicato un breve racconto nell’ebook Italians. Una giornata nel mondo, introduzione di Beppe Severgnini, Milano, Rizzoli, 2008 (per scaricarlo: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/). Recentemente ha fondato assieme ad altri la rivista online Samgha. I suicidati della società letteraria

http://samgha.wordpress.com/

 

email: polcri@fordham.edu

facebook: www.facebook.com/alessandro.polcri

 

Bibliografia  su Bruciare l’acqua

Alberto Bertoni, Prefazione, in Bruciare l’acqua, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 5-8.

Daniele Piccini, Un esordio che fa scintille, in |«Famiglia Cristiana», 47, (2008), p. 123.

Loretto Rafanelli, in Moby Dick, inserto culturale di «Liberal», sabato 13 dicembre 2008.

Alberto Casadei, in «Il sottoscritto» (http://nuke.ilsottoscritto.it/Default.aspx?tabid=1053).

Maurizio Cucchi, Ardito è moderare la voce, in «Tuttolibri», inserto culturale de «La Stampa», 27 dic. 2008.

Alessandro Ramberti in «Farapoesia» (http://farapoesia.blogspot.com/2008/12/su-bruciare-lacqua-di-alessandro-polcri.html – links);

Giorgio Luzzi, in L’indice dei libri del mese, Febbraio 2009, p. 20.

Domenico Cipriano, in «Sinestesie», anno viii, aprile 2009 (http://www.rivistasinestesie.it/scritti_poesia/bruciare_acqua.php)

Matteo Fantuzzi, «La voce di Romagna», 13 luglio 2008.

Giancarlo Pontiggia, in «Poesia e spiritualità», numero 3, 2009, p. 157.

Luigi Fontanella, in «Gradiva», fall 2009.

 

Posted by: kolibris | November 14, 2009

Bruno Galluccio, Verticali

Bruno Galluccio - Verticali

BRUNO GALLUCCIO, Verticali
Einaudi, Torino 2009
ISBN 978-88-06-18831-3
pp.112, € 12.00



 

 

il gelo bruca

i residui della notte nostra

il sogno sfrangiato sul bordo

dell’essere ancora vivi

 

tra poco è l’alba

noi siamo la nostra attesa

 

la ferita della vetrata non aperta

il rimorso che accomuna

l’aprire e il non aprire

 

minima gemi come acqua

tu ormai nel costato del sonno

deposta la tua parte di attesa

hai varcato il millimetro dell’abbandono

 

e io veglio anche

per il tuo lembo di indicibile

mentre la luce massacra l’ombra

sul lato rovescio del pensiero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lo spazio diveniva visibilmente più curvo

secondo alcuni per un recente addensarsi della materia

ma intanto ci si chiudeva nel quotidiano

i vecchi uscivano dal paradiso rimettendosi il cappello

gli osservanti vagavano nella vita altrui

con il cuore in disarmo

le domeniche tendevano le palme verso i sabati

e dicembre si espandeva nelle case

fino a ricoprire l’intero anno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

siamo seduti di fronte

in una luce che non abbiamo chiamato

guardiamo fuori nell’altra luce

violata che ci fa contorno

i treni se passano contano i nostri occhi

 

siamo già oltre la nostra distanza

le coperte dispiegate occultano

le parti mancanti dell’inverno

 

qui le giornate si sciolgono lungo le guance

le vesti accudiscono le acque

la tua mano destra diventa silenzio

 

i treni accadono precisi

oltrepassano il fondo estremo della retina

e proseguono lungo le domande delle mappe

 

noi restiamo muti vapori sui vetri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

le finestre illese entrano nei sogni

vanno a stazionare alte contro la vertigine

dove lo spazio preme

 

al di qua nulla davvero pesa

lungo i contorni affilati della notte ci orientiamo

regoliamo orologi su chi è andato

 

la geometria ripiega e si interrompe

i lati retti si sfarinano al contatto col buio

quanto era perso va ad agglomerarsi altrove

 

 

 

le finestre ora galleggiano

sulla superficie del sonno

il tempo si condensa sotto le volte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

si può scrutare nel proprio passato

come in un cielo di stelle

non c’è più l’emozione e l’oro

ma ogni passo incompreso

dorme lì nella costellazione

protetto dall’oscurità degli anni luce

ogni complesso evento

rivela la sua forma d’astri

e la gravità remota che li aggrega

ogni tristezza o amore

mostra intera la sua orbita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il rifugio è all’estremo

difficile per noi

toccare questo limite

mitigarlo sentirne davvero tutto il peso

recuperare il nucleo dello sguardo

 

stasera gli occhi si soffermano

su una stella che non ha nomi

si tira indietro e cela

a se stesso l’abbondanza

la chiarezza di chi non comprende

 

stasera l’occhio è  più profondo scuro

e la fronte cede indifesa

 

vorrei fosse domani con le scale

le questioni da porre le scadenze

il calore lo sfiorare casuale della pelle

 

ma stanotte l’occhio non si stacca la mente sfida

il corpo si fa freddo nella luce

inesistente lontanissima

il battito accelera si capovolge la distanza

mi arrendo alle gravitazioni

di spazio e tempo

 

le foglie sono umide un raggio si riflette

c’è ghiaia bagnata terrosa

appare improvviso un grido

una risata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aprì gli occhi.

Subito ammise malvolentieri

come diversa era la luce

che colava alle pareti. Capita

che arrivi all’improvviso un giorno

che non ti riconosce e dopotutto

non c’è giorno che non tenti a suo modo

di rapirti. E nel dirlo perdeva.

Un vento sordo

spazzava la strada aperta

confondeva una parvenza di tracciato.

E così non mi riconosci?

Eppure avevo speso il meglio

e più a fondo ero sceso per farmi ricordare.

Il vento era livido, duro

forzava le fessure malmesse

faceva dolore.

Ma perché questa strada?

Serrò allora le mani a pugno

tirò su il bavero alle tempie

smise di guardare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verso sera

la precoce, invadente sera che sa esprimere novembre

le prime luci commemorano

la rassegnazione della gente a vivere.

Un bavero rialzato sopra un fitta assorbita dal cuore

la fretta di capitare in un luogo

dove il freddo non ci sezioni

pochi pensieri si solidificano sul vetro

il tergicristallo li inghiotte via infastidito.

E mi ritornano volti che non avevo compreso

traspaiono non convocati, ruvidi cenni ansimanti,

li penso come schegge straniate nella città che pulsa.

Intorno monta l’assedio, teste infossate,

fari abbaglianti, saliscendi infidi.

Mi resteranno lontani

non ho più la forza e il fiato per ricomporli quei volti

e in questa tempesta di liquidità

penso al sonno che abbiamo perso, alle sfide,

alle eredità che ci siamo scambiate

come in una laida bisca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la lontananza è il pane che ci nutre

ma la parola s’inceppa a volte
e il pensiero pure lascia un lembo
preso nel passato come si levasse un vento
come fosse un’alba che non avverte

 

tu hai l’odore dello spazio aperto
i piedi nudi e bianchi
la certezza negli occhi che tutto possa ritornare
sarà per questo che sminuzzo parole le traduco
concentrando i denti temendo
che alzato poi lo sguardo io non ti trovi
o peggio non ti cerchi


sarà per l’occhio oscuro gravato dalla colpa
per la puntura che occhieggia sulla polpa
mi diresti che è bene
è bene tutto capirei fossi tu qui
che raccogliamo pure ogni cosa

e nulla resti disperso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una chiesa rassegnata

corpo di abbandono alla campagna.

Il tempo l’ha allontanata dagli uomini,

soltanto il sole si inginocchia

di fronte a mezzogiorno

depone un bacio sul volto screpolato.

 

Un uomo rosso in viso passa lì per caso

lascia cadere un cenno di preghiera

ripescata dall’infanzia.

 

 

 

 

 

 

 

 

la discesa nelle parole sorde

l’inganno degli astri

la possibilità di tradire

l’affidamento serale.

 

le auto a volte scompaiono

i passanti diventano aria

il viale è tutto cancellate e sogno.

 

è l’accelerazione terrena

che azzanna i passi

e consuma le scarpe

 

l’ordine batte come un rintocco

sul blocco occipitale.

 

 

 

 

 

 

rischio di perdere poco a poco

le orme di quelli che sono andati

rapinati da eventi normali come le bufere e il sole

 

anche la voce si fa più bianca e piatta

nella rotazione del registratore

insieme al colpo di tosse

e all’inciampo delle risate

 

eppure c’era voluta una vita

 

 

 

 

 

 

non abbiamo più lo spazio per incontrarci

le pareti vanno convergendo

e l’idea dell’erba cresce alta

 

non diversamente l’esterno

la forma nuvolosa del cielo

e la formula del meccanismo nella distinzione

 

pendiamo tra appoggi di numeri

cercando la derivata prima del tempo

 

 

Posted by: kolibris | November 15, 2009

Das Schweigen der Sirenen (Il silenzio delle sirene)

traduzione dal tedesco di Elisabetta Zoni

 

 

Franz Kafka

Racconti brevi

Il silenzio delle sirene

 

A dimostrazione che anche mezzi inadeguati, addirittura puerili, possono portare alla salvezza:

Per proteggersi dalle sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile, naturalmente, avrebbero potuto fare da sempre tutti i viaggiatori – tranne coloro che le sirene avevano già attirato da lontano – ma era risaputo in tutto il mondo che non sarebbe servito a nulla. Il canto delle sirene pervadeva di sé ogni cosa, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e alberi maestri. Ma a questo Odisseo non pensò, benché forse ne avesse avuto notizia. Si fidava completamente di quel pugno di cera e di quel mucchio di catene e, rallegrandosi candidamente dei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.

Ora però le sirene possiedono un’arma ancor più tremenda del canto: il loro silenzio. Anche se non è mai accaduto, è forse concepibile che qualcuno si fosse potuto salvare dal loro canto; di certo non dal loro silenzio. Nulla di terreno può resistere alla sensazione di averle vinte con le proprie forze, all’orgoglio che ne scaturisce, e che travolge ogni cosa.

E davvero, quando Odisseo giunse, le potenti cantatrici non cantarono, o perché pensarono che quell’avversario poteva esser battuto solo con il silenzio, o forse perché la vista della beatitudine dipinta sul volto di Odisseo, che non pensava ad altro che alla cera e alle catene, le fece dimentiche di ogni canto.

Odisseo tuttavia non udì, per così dire, il loro silenzio, credendo che stessero cantando e che solo lui fosse protetto dall’udirle. Di sfuggita vide dapprima il movimento dei loro colli, i loro respiri profondi, gli occhi colmi di lacrime, le labbra socchiuse, ma credette che tutto questo facesse parte delle arie che, non udite, risuonavano intorno a lui. Ben presto, però, tutto scivolò via dai suoi sguardi rivolti in lontananza, le sirene sparirono del tutto di fronte alla sua risolutezza e, proprio quando fu più vicino a loro, non ne seppe più nulla.

Esse tuttavia – più belle che mai – si allungarono e si contorsero, sciolsero gli orrendi capelli al vento e tesero gli artigli aperti sugli scogli. Non volevano più sedurre ormai, volevano solo trattenere il riflesso dei grandi occhi di Odisseo il più a lungo possibile.

Se le sirene possedessero una coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Invece sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro.
Si tramanda poi un’appendice a questa storia. Odisseo, si narra, era talmente ricco di astuzie, era una tale volpe, che persino la Dea del Destino non riuscì a penetrare nel suo intimo. Forse egli, anche se questo già trascende la comprensione dell’intelletto umano, in realtà si accorse che le sirene tacevano e, quasi a guisa di scudo, oppose a loro, e agli dei, la suddetta simulazione.

 

 Marc Chagall, Les sirènes d'ulysse

marc chagall, les sirènes d’ulysse


chagallna0

 

 

Franz Kafka

Kurzgeschichten

Das Schweigen der Sirenen

 

Beweis dessen, daß auch unzulängliche, ja kindische Mittel zur Rettung dienen können:

Um sich vor den Sirenen zu bewahren, stopfte sich Odysseus Wachs in die Ohren und ließ sich am Mast festschmieden. Ähnliches hätten natürlich seit jeher alle Reisenden tun können außer denen, welche die Sirenen schon aus der Ferne verlockten, aber es war in der ganzen Welt bekannt, daß dies unmöglich helfen konnte. Der Sang der Sirenen durchdrang alles, und die Leidenschaft der Verführten hätte mehr als Ketten und Mast gesprengt. Daran aber dachte Odysseus nicht, obwohl er davon vielleicht gehört hatte. Er vertraute vollständig der Handvoll Wachs und dem Gebinde Ketten und in unschuldiger Freude über seine Mittelchen fuhr er den Sirenen entgegen.

Nun haben aber die Sirenen eine noch schrecklichere Waffe als den Gesang, nämlich ihr Schweigen. Es ist zwar nicht geschehen, aber vielleicht denkbar, daß sich jemand vor ihrem Gesang gerettet hätte, vor ihrem Schweigen gewiß nicht. Dem Gefühl aus eigener Kraft sie besiegt zu haben, der daraus folgenden alles fortreißenden Überhebung kann nichts Irdisches widerstehen.

Und tatsächlich sangen, als Odysseus kam, die gewaltigen Sängerinnen nicht, sei es, daß sie glaubten, diesem Gegner könne nur noch das Schweigen beikommen, sei es, daß der Anblick der Glückseligkeit im Gesicht des Odysseus, der an nichts anderes als an Wachs und Ketten dachte, sie allen Gesang vergessen ließ.

Odysseus aber, um es so auszudrücken, hörte ihr Schweigen nicht, er glaubte, sie sängen, und nur er sei behütet, es zu hören. Flüchtig sah er zuerst die Wendungen ihrer Hälse, das tiefe Atmen, die tränenvollen Augen, den halb geöffneten Mund, glaubte aber, dies gehöre zu den Arien, die ungehört um ihn verklangen. Bald aber glitt alles an seinen in die Ferne gerichteten Blicken ab, die Sirenen verschwanden förmlich vor seiner Entschlossenheit, und gerade als er ihnen am nächsten war, wußte er nichts mehr von ihnen.

Sie aber – schöner als jemals – streckten und drehten sich, ließen das schaurige Haar offen im Winde wehen und spannten die Krallen frei auf den Felsen. Sie wollten nicht mehr verführen, nur noch den Abglanz vom großen Augenpaar des Odysseus wollten sie so lange als möglich erhaschen.

Hätten die Sirenen Bewußtsein, sie wären damals vernichtet worden. So aber blieben sie, nur Odysseus ist ihnen entgangen.
Es wird übrigens noch ein Anhang hierzu überliefert. Odysseus, sagt man, war so listenreich, war ein solcher Fuchs, daß selbst die Schicksalsgöttin nicht in sein Innerstes dringen konnte. Vielleicht hat er, obwohl das mit Menschenverstand nicht mehr zu begreifen ist, wirklich gemerkt, daß die Sirenen schwiegen, und hat ihnen und den Göttern den obigen Scheinvorgang nur gewissermaßen als Schild entgegengehalten.


kafka

 

Posted by: kolibris | November 25, 2009

Pierre Bonnasse Soif de Soleil/Sete del Sole

Collana Libellule – poesia francese contemporanea
PIERRE BONNASSE, Soif de Soleil/Sete del Sole. 
A cura di Roberto Capuano e Guido Mattia Gallerani
Foto di copertina:Pierre Bonnasse ritratto da Patti Smith
ISBN 978-88-96263-15-0

pp. 326, € 15,00 

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Il Sole simboleggia, in molte tradizioni, la resurrezione e l’immortalità. Evoca il divino, è all’origine di ogni sua manifestazione, è l’elemento creatore che permette la vita e che naturalmente è il Padre universale. Nella cultura induista una delle principali manifestazioni del Sole è Savitri, sua figlia, dea della Parola divina, discesa sulla terra per donare agli uomini la rivelazione, la Luce, il calore, per infine salvarli. Savitri è anche il potere prodigioso del Verbo, l’essenza della Parola magica, del mantra, la formula spirituale che risveglia l’uomo e lo rende cosciente, che come la Poesia è commistione di musica e parole, di magia. Sete del Sole invoca così i poteri di fecondazione e d’illuminazione di Savitri, si rimette alla supremazia del Sole Divino, la sola fonte di tutta la Luce del mondo, forza conciliatrice dell’universo.

 

Roberto Capuano 

 

 

 Sete del Sole, per venire alla specificità di questo lavoro, è un’antologia che non raccoglie solamente una scelta di testi dalle raccolte di Pierre Bonnasse, ma è un libro autonomo costruito allo scopo di rappresentare, sotto gli occhi del lettore, l’evolversi nella struttura del libro di un cammino che procede gradualmente da un’atmosfera d’Ombra ad una di Sole, da un mondo di abbandono ad uno di riacquistata fiducia.

 

Guido Mattia Gallerani

 

 

 

Dis-moi le désert au-dedans*

 

A la mémoire de Christine Van Rogger Andreucci, ces quelques vers jetés dans la lumière de l’éternel printemps aux cheveux d’or –

 

« Voici que mon retour est proche, et j’apporte avec moi le salaire que je vais payer à chacun, en proportion de son travail. »

Apocalypse 22 :12

 

Dis-moi le désert au dedans de toi

parle-moi du poème

de cette voix vivante

de ce chant secret

de cette bouche d’ombre et de lumière –

 

Dis-moi ton désert au dedans

celui-là même où se taisent les hasards

et dans lequel s’élève la voix vraie

du brave à la vue claire

 

Dis-moi, je t’en prie

dis-moi ce désert et ce peu de paroles

ensevelis sous le sable de tes désirs

- ta personnalité où le peuple se masse

 

Dis-moi ici maintenant mais pas demain

les dessous du désert où se love l’enfant

le lieu sacré de celui qui voit pour la première fois

cette terre promise où tu n’habites plus

et à laquelle de toutes tes forces

t’aspires retourner

Dis-moi cet infini que tu souhaites dévorer

cette source céleste où s’abreuvent les Saints

et dominent dans la douleur les démons

 

Désir de désert, désert de montagne

révèle-toi et marche

dans l’espace d’une souffrance fertile

 

- étendue mercurielle où tu jettes un peu de sel sur le sable -

 

Dis-moi cet oasis de tourments

cette étendue de tentations

dans le mirage de tes mois

 

Dis-moi encore le désert

et ses silences salvateurs

que toi petit tu trouves toujours

Lancinants

 

Trouveras-tu dans le désert intérieur cette distance

la verticalité qui sauve dans l’horizon sableux

et dans le double la distance lucide

donnée plus par Dieu

que par un coup de dés

 

 

Tu parcours un monde vide en aveugle

sans savoir où se cache ton cœur

 

Là-bas ne zonent

que des menteurs et des morts

 

Ecoute un peu le serpent sans le croire

mais sache quand même entendre

ces mots en-dessous des mirages

 

Dis-moi le désert surpeuplé de désirs

où tu terrasses le dragon

et casses la coquille d’une parole creuse

dans le sommeil de tes mois à demi-pleins

 

Accède à la grâce et aux sens

dans la blancheur immaculée de la guerre sainte

- traversée nécessaire

pour parvenir jusqu’à toi -

 

Signe de Dieu sur le sable

quel est donc cette danse qui te donne la direction du seul Soleil ?

 

Qui donc croire et que penser ?

 

Tais-toi donc et danse seul

dans le silence du lieu propice

à la parole pleine

 

Devine derrière qui tu te caches

démasque l’imposteur pourrissant

détruis-le à grand coup de paroles

 

Et deviens ce que tu dis

quitte à voir le Diable au-dedans

deviens même ce que tu es

 

 

* Dis-moi le désert au-dedans, extrait de «Les Cahiers du Sens» n°16, Le Nouvel Athanor, Paris, 2006.

 

 

 

 

Il deserto interiore narrami*

 

Alla memoria di Christine Van Rogger Andreucci, questi pochi versi gettati nella luce dell’eterna primavera dai capelli d’oro –

 

«Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere»

Apocalisse 22:121

 

 

Narrami il deserto dentro di te

dimmi del poema

di questa viva voce

di questo canto segreto

di questa bocca d’ombra e di luce –

 

Narrami il deserto al tuo interno

quello stesso in cui tacciono le sorti

e in cui si leva la vera voce

del prode la cui vista è chiara

 

Narrami, te ne prego

dimmi questo deserto e questo poco di parole

seppellite sotto la sabbia dei tuoi desideri

- la tua personalità dove il popolo s’ammassa

 

Narrami ora e adesso non domani

il rovescio del deserto dove s’aggomitola l’infante

il luogo sacro di chi vede per la prima volta

questa terra promessa dove non sei più

e a cui con tutte le tue forze

t’aspiri a ritornare

Narrami questo infinito che vuoi divorare

questa sorgente celeste a cui s’abbeverano i Santi

e dominano i demoni nell’affanno

 

Desiderio di deserto, voglia di montagna

svelati e incamminati

alla volta di un fertile dolore

 

- pianura mercuriale dove getti un po’ di sale sulla sabbia -

 

Narrami questa oasi di tormenti

questa pianura di tentazioni

nel miraggio delle stagioni del tuo io

 

Narrami ancora il deserto

e i suoi silenzi liberatori

che tu, piccolo io, trovi sempre

Penetranti

 

Troverai nel deserto interiore questa distanza

la verticalità che salva nell’orizzonte sabbioso

e nella doppiezza la chiara distanza

donata dal Dio

piuttosto che dal tiro dei dadi

 

 

Tu percorri un mondo vuoto in cecità

senza sapere dove si nasconde il tuo cuore

 

Laggiù non s’aggirano

che morti e mentitori

 

Ascolta un attimo il serpente senza confidarne

ma sappi quanto meno intendere

queste parole sotto le illusioni

 

Narrami il deserto affollato di desideri

dove tu sconfiggi il drago

e frantumi la conchiglia d’una parola cava

nel sonno a metà di te stesso

 

Accedi alla grazie e ai sensi

nel puro splendore della guerra santa

- traversata necessaria

a giungere fino a te -

 

Impronta di Dio sulla sabbia

qual è infine questa danza che ti guida al solo Sole?

 

 

A chi credere, a che pensare?

 

Taci dunque e danza da solo

nel silenzio del luogo propizio

alla parola intera

 

Indovina a quali spalle ti nascondi

smaschera l’impostore che sta marcendo

annientalo a gran colpi di parole

 

E divieni ciò che racconti

a rischio di vedere il Diavolo dal – di dentro

 

divieni così ciò che tu sei

 

 

* Dis-moi le désert au-dedans, tratto da «Les Cahiers du Sens» n°16, Le Nouvel Athanor, Parigi, 2006.

 

 

 

Dans le sens du seul Soleil (I)

[…]

Le Soleil, le grand Miracle Matriciel, Poème des poèmes est à la fois un goût et un but qui se précisent au fil du temps et du travail, dans l’extrême jubilation des mots et des mondes qui restent toujours à consciemment retraverser. La clarté change et évolue, avec le lieu et la formule. Pourtant quelque chose en moi sans cesse s’attache à poursuivre cette lumière – énergie, fréquence ou vibration plus subtile, sachant qu’elle est là, bien présente, dans la verticalité même des horizons intérieurs – et au-delà, derrière les ombres qu’ordinairement nous prenons pour le réel ; derrière ce rêve que nous prenons pour notre vie d’éveillé. Cette même « chose » – partie d’un « Je » auquel un certain pouvoir est parfois momentanément donné – sait pertinemment qu’elle rayonne d’En-haut, embrassant et moi et le monde d’un seul mouvement; sait même, qu’elle est cette Lumière-là, une infime et précieuse partie à laquelle elle appartient et participe. Si la goutte d’eau contient les mêmes propriétés que le vaste océan, elle n’en reste cependant qu’une infime particule; certes infime, mais dans son essence, exactement à son image. En vérité, l’essence de la goutte et l’océan ne sont qu’Un, comme le Christ et son Père, comme Atman et Brahman, le Poème et le Soleil. Connaître le Soleil, c’est naître avec; dit différemment, si je ne peux pas le connaître, alors il me faut l’être. C’est l’essence même du Poème qui ne s’écrit pas, et qui pour cela, s’autocontraint à s’exprimer en se manifestant dans les mots. Ainsi, le texte-phénomène se maintient à la manière du monde, s’offrant à nous la possibilité même de tenter d’en parler, puis de payer nécessairement cette dette en retour, d’une façon ou d’une autre, afin d’être définitivement libérés du faux où viennent en masse s’abreuver les fantômes. […]

 

 

 

 

Nel senso del solo Sole (I)

 

[…]

Il Sole, il grande Miracolo Matriciale, Poema supremo, è allo stesso tempo un gusto e un fine che si delineano nel corso del tempo e dell’opera, nell’estremo giubilo delle parole e dei mondi che restano sempre da riattraversare consciamente. Il chiarore cambia e si evolve, con il luogo e la formula. Eppure qualcosa in me costantemente si sforza di inseguire questa luce – energia, frequenza o vibrazione più sottile, sapendo che è lì, ben presente, nella verticalità stessa degli orizzonti interiori – e al di là, dietro le ombre che abitualmente scambiamo per il reale; dietro il sogno che scambiamo per la nostra vita da svegli. Questa stessa «cosa» – parte di un «Io» al quale talvolta è momentaneamente dato un certo potere – sa di sicuro che si irradia dall’Alto, abbracciando sia me che il mondo con un solo movimento; sa anche, che è quella Luce, un’inferma e preziosa parte alla quale appartiene e partecipa. Se la goccia d’acqua contiene le stesse proprietà del vasto oceano, tuttavia non ne resta che un’inferma particella; inferma certo, ma nella sua essenza, esattamente a sua immagine. In verità, l’essenza della goccia e l’oceano non sono che Uno, come il Cristo e suo Padre, come Atman e Brahman, il Poema e il Sole. Conoscere il Sole, è nascere con esso; detto diversamente, se non posso conoscerlo, allora bisogna che lo sia. È l’essenza stessa del Poema che non si scrive, e che per questo, si autocostringe ad esprimersi manifestandosi nelle parole. Così, il testo-fenomeno si mantiene come il mondo, e si offre a noi la possibilità stessa di tentare di parlarne, poi di pagare necessariamente questo debito in contraccambio, in un modo o nell’altro, per essere definitivamente liberati dal falso in cui vengono in massa ad abbeverarsi i fantasmi. […]

 

Le Edizioni Kolibris bandiscono un concorso di poesia finalizzato alla pubblicazione di una raccolta poetica nella “Collana Chiara”, dedicata alla poesia italiana contemporanea.

1) Tutti possono partecipare, inviando una raccolta poetica di massimo 40 testi (anche parzialmente edita su rivista, in antologia o in rete)  a

Edizioni Kolibris

Via Pellegrino Matteucci 11

40137, Bologna

2) Le opere devono essere spedite sia su supporto cartaceo che su supporto informatico.

3) Le opere devono essere corredate di dati anagrafici dell’autore, breve scheda bio-bibliografica, recapito abitativo e telefonico ed indirizzo e-mail.

4) Il termine per la spedizione delle opere è il 30 novembre 2009.

Fa fede la data del timbro di spedizione.

5) Le opere inviate dopo tale data non verranno prese in considerazione.

6) In nessun caso i testi verranno restituiti.

7) A parziale copertura delle spese di gestione, è richiesto un contributo da parte dei partecipanti consistente nell’acquisto di due volumi a scelta tra le pubblicazioni di Kolibris, visibili all’indirizzo internet: http://www.kolibrisbookshop.eu

 8) I libri potranno essere acquistati direttamente sul sito http://www.kolibrisbookshop.eu

 9) O con versamento su ccp intestato a:

 Edizioni Kolibris,

Via Pellegrino Matteucci 11,

40137, Bologna

Nr. CONTO: 000097166490

 10) I partecipanti dovranno allegare ricevuta di versamento nel plico contenente l’opera destinata alla valutazione.

11) Se il pagamento avverrà con carta di credito sarà invece sufficiente allegare stampa della mail attestante l’avvenuta transazione.

12) I risultati del concorso verranno comunicati entro la fine del gennaio 2010.

13) L’opera vincitrice sarà pubblicata senza alcun costo da parte dell’autore  entro il giugno 2010.

14) Il vincitore riceverà 20 copie dell’opera.

15) L’opera sarà distribuita attraverso i consueti canali di Kolibris.

 

Per ulteriori chiarimenti inviare una mail a: chiara.deluca@edizionikolibris.eu

Posted by: kolibris | November 30, 2009

DANILO MANDOLINI, Radici e rami


due

 

Tra le piante cresce l’indole del gelo,

l’innocenza della terra che non sa,

che non dice quanto nulla le è davanti

né se il sole è all’orizzonte.

Profonda è la ferita che si apre,

che taglia nella notte il nostro sonno,

che piega il volere delle voci

sotto il peso dell’istante che si vuota.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

uno

 

- C’è chi parte e arriva senza sosta,

chi alle spalle chiude sempre la realtà,

chi non sa cosa sia la sofferenza

e la pensa come fosse una città.

Qui si passa svelti e si ritorna

di continuo per sentire respirare

chi dispera nella vita mentre crede

fermamente nella sera che sarà -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I sassi neri nel buio sono bianchi

ed io parlo di mio padre che non c’è,

che due volte è morto e che mi manca,

che lo prego perché torni nei miei sogni

a dire cos’è stato del suo essere

e del mio che ne sarà già da domani.

Nero è il nero che qui si ostina,

che sembra sopravvivere alla vista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sera del ventuno dicembre del millenovecentosettantasette un treno si fermò, fu fermato, nei pressi di Faenza.

 

L’aria era calma e fredda, prima di partire, scossa soltanto dalla vertigine invisibile che il vento crea quando s’insinua tra due pareti prossime e senza luce nel mezzo.

Così… Rapidamente salendo e poi precipitando, come a tracciare i confini di una percezione che scappando ti stordisce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Simulava una fine, l’esistenza.

Il chiodo che scivola lungo il muro

in assenza del peso che lo regge.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel mezzo di un dicembre senza luce

la fessura di un sorriso che saluta

lacera e ferisce come un taglio

il volto di chi guarda e non capisce

che un lampo non dice chi è che resta

o chi muore e non sa cosa succede.

 

Tu cadevi in un fremito convulso

e con forza mi spingevano lontano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrivarono nel buio la mattina

mia madre col fratello dentro un’ombra

a segnare una dimora che si scorda,

che si scorge, si perde e che lascia

la memoria in pegno alla paura

nell’istante trafitto dalla quiete.

 

Poco di certezze conoscevo, poco

di città e distanze ricordavo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tornò a casa calvo e dimagrito,

la mano destra chiusa su se stessa

e la voce che faceva suoni strani.

 

Ricordo di quei giorni il sole vuoto,

il verde del giardino più vicino

e mia nonna che rideva senza senso

nel vederlo seduto sulla sedia

aggrappato alla sua felicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 (il figlio che insegna al padre a leggere e scrivere)

 

Ripete le parole che gli dico,

legge a voce alta e senza ritmo,

scrive con le dita che gli tremano

frasi che dell’essere raccontano

il muoversi in noi come la sabbia

di mattini, di nuovo tempo che verrà.

 

Tredici anni e non ero già più figlio;

un po’ padre, un po’ madre ero anch’io.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre la falce obliqua del passo

torna e va, mi guarda dritto in faccia,

si scuote con il capo e con il corpo,

mi parla di quando era bambino,

di quando sugli alberi saliva

per rubare le uova degli uccelli,

per lanciarsi in un balzo senza fiato

e restare nel silenzio della colpa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimase per vent’anni in quello stato

parlando e camminando con fatica

lungo il lembo che ondeggia tra le età

e che non lascia certezze da salvare

se non quella che sussurra che sei vivo…

Che sei vivo per scoprire che la fine

ha l’odore duro e denso dell’inizio:

l’odore che ti porti sulla pelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 (i morti sui campanelli delle case)

 

Fessure e riflessi che danno sul vuoto,

parole randagie che sono dei nomi,

folle a seguire che sono derive

e nulla che parli del dire che cade.

Ora li sfioro col dito e con gli occhi

quei segni che sanno di noi che giungiamo,

quei nomi tra i quali c’è anche mio padre

che vive appartato nel soffio di sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

quattro

 

 

 

L’oscurità precipita imponendo alla penombra

un passo indietro che è principio di lamento,

sofferenza che si consuma stancamente

ai margini di una campagna di sterpaglie

dove ricordare è dissipare l’esistenza.

Le orme che si affidano al suolo camminando

attendono impazienti il giungere dei luoghi,

raccontano del disegno di un percorso

che muovendo da un inizio incontro va

alla trepidazione che negli uomini s’avverte

quando il sole si spegne oltre i palazzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascerò che il tempo sciolga spazio,

che gli anni ammassino utopie,

che i rumori conservino tutto

quel che ci narra dell’altrui sperare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fatica del non dire si racconta

con gli sguardi che si fermano nel vuoto,

le parole che tornano improvvise

nella sera che ti scopre mentre vai.

 

Ricordati di lui e del silenzio,

del viaggio in cui gli sei distante,

della notte, del mare e dell’aria

che a volte respira insieme a te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando gli chiederai di andare

fallo come se parlassi a un bimbo…

Usa le frasi brevi dell’inverno.

Fallo, accarezzandogli il viso.

 

 

 

Danilo Mandolini è nato ad Osimo (AN), dove vive, nel 1965.

Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi:

-       Diario di bagagli e di parole (1993 – Edizione privata);

-       A guardia del non ritorno (1994 – Collana di poesia “Alhabor” della rivista “Keraunia”);

-       Una misura incolmabile (1995 – Edizioni del Leone, Spinea,VE – 1a edizione del premio  “Frascati / Italo Alighiero Chiusano”) che propone, insieme a nuovi testi, gran parte delle poesie pubblicate nella precedente silloge;

-       l’anima del ghiaccio (1997 – L’aliante, Osimo, AN);

-       Sul viso umano (2001 – Edizioni l’Obliquo, Brescia – 13a edizione del Premio “Insieme nell’arte”);

-       La distanza da compiere (2004 – Edizioni l’Obliquo, Brescia – 10a edizione del premio “Erice Anteka” e 1a Edizione del Premio “Città di Castrovillari – Francesco Varcasia”);

-       Radici e rami (2007 – Edizioni l’Obliquo, Brescia – 13a edizione del premio “Tra Secchia e Panaro” e 17a edizione del premio “Dialogo”).

Sue poesie e suoi racconti brevi sono stati pubblicati su varie riviste e in antologie.

Si sono occupati della sua poesia, tra gli altri: Roberto Carifi, Guido Garufi, Paolo Ruffilli, Giuseppina Luongo Bartolini, Giovanni Nocentini, Emerico Giachery, Davide Argnani, Domenico Alvino, Giovanni Commare, Francesco Scarabicchi, Giuliano Ladolfi, Maria Lenti, Luigi Fontanella, Fabio Ciofi, Norma Stramucci, Gianruggero Manzoni, Sandro Montalto, Massimo Gezzi e Adrian Bravi.

 

Posted by: kolibris | December 9, 2009

Annamaria Ferramosca – Other Signs, Other Circles

 

Annamaria Ferramosca, Other Signs, Other Circles (Poesie edite e inedite 1990-2009 in versione bilingue), Introduzione e traduzione a cura di Anamaría Crowe Serrano, New York, Chelsea Editions, Collana “Contemporary Italian Poets in Translation”, 2009.

 

POESIE INEDITE/UNPUBLISHED POEMS (2007-2009)
(Per gentile concessione di Chelsea Editions, N. Y.)

EVOLUZIONE DI UNA PERFORMANCE

vorrei dirvi -no- piuttosto dirti
la mia poesia, vorrei
da te ascolto lancinante
risposta acuminata
come fossimo solo noi due
con l’oceano nel mezzo
e ti stessi scrivendo
la mia lettera estrema, di consegna

così non mi esibisco
m’invento una parabola
più o meno acuta
più o meno musicale
per chiederti una maglia
alla rete da lanciare
noi tutti in mare

se solo qui e subito ognuno
salendo sul mio palco
dell’incertezza
mi rispondesse muto
- in mano la sua lettera -
sarei il più raggiante dei vincitori
in questo silenzio
che ci esplode in segni

 

 

EVOLUTION OF A PERFORMANCE

I don’t want to tell all of you my poem
just you, I’d like
piercing attention from you
a sharpened response
as if there were just the two of us
with the ocean in between
and I were writing you
my last letter

that way I can’t show off
I invent a parable
more or less clever
more or less musical
to ask you for some mesh
for the net we will all cast
out to sea

if only here, and now, everyone
climbed onto the stage
of my uncertainty
and gave me a mute reply
- holding my letter in their hand -
I’d be the most radiant of victors
in this silence
exploding into signs around us

 

 

 

EXTRANEE STRUTTURE

sul monitor sei
senza tregua né appigli
guardo le tue pupille mai sazie
di lumi extranei
sulla tua fronte inquieta piove
un’insidia di voci tenuissime
dall’accesa coppa virtuale

hai sulla testa
non un antiquato, di certo, serto di lauro
ma una lucida tecnocorona
barbara, sfolgorante. La mente
- che non ha chiesto protesi -
                             vacilla

 

XTRANGE STRUCTURES

you’re at the monitor
with no truce or hold
I look at your pupils never sated
by xtrange lights
a snare of very faint voices
rains on your anxious brow
from the vivid virtual cup

on your head you sport
not an ancient laurel wreath, of course
but a bright technocrown
barbarous, dazzling. The mind
- not having asked for a prosthesis -
                                      boggles

 

 

 

BIONANOSTRUTTURE

avrò anch’io, come il geco nelle zampette
in qualche area inesplorata del cervello del cuore
sterminati minimi bioappigli
                                            angstrom
capaci di sorreggere
il tuo peso sfrontato di bastione

ti sostengo
urtando urlando contro il cielo
mio masso di Stonehenge
col tatuaggio del nome tuo ripetuto
in finissime impronte
- come sulla foglia di loto -
                            sul mio petto

 

BIONANOSTRUCTURES

maybe, like the gecko’s little legs
some unexplored part of my brain or my heart
also has tiny infinite angstrom
                                       bioholds
capable of bearing
your shameless bulwark weight

I hold you up
my Stonehenge boulder
pounding shouting at the sky
your name repeatedly tattooed
in gossamer impressions
- as on a lotus leaf -
                          on my chest

 

 

 

GRANDI MADRI DI MALTA

equivalenza dell’aspetto fertile del tempo
a questa madre
feliceobesa guardiana di Tarxien
curvilinea di abbracci

semplicità del corpo senza necessità di scrittura
parola sazia sacrale
indicando la direzione morbida innocente

doni di granomiele e seme
inarcano i fianchi
il ventretempio imita il cielo
le nove lune trascorrono
in sonno largo di incontri

madre dormiente in preascolto del vagito, pure
                                       del nostro lamento

 

GREAT MOTHERS OF MALTA

the fertile aspect of time
is equivalent to this mother
a happyobese guardian of Tarxien
curvilinear with hugs

the simplicity of her body needs no writing
like the sated sacred word
pointing out the soft innocent path

gifts of honeywheat and seed
curve her thighs
her wombtemple imitates the sky
the nine moons go by
in a long slumber of encounters

sleeping mother wakeful to the newborn’s cry, even
                                                     to our lament

 

 

 

UN’ARIA DI FORESTA MI BATTE SULLE GUANCE

un’aria di foresta mi batte sulle guance
sto volando
a braccia distese esploro un sogno
siamo voci in stormo
come in cammino su un sentiero d’aria
con la conchiglia la veste monacale
         la sera irradia pulsazioni di canto

sto scrivendo
della mia stanza dell’incertezza
nel bagliore tenue dello schermo
che sottrae voce, emoticons
a surrogare parole-carezze sulla pelle          pelle
che almeno scorticasse
della superbia della competizione
della frazione ormai plasmatica del male
oh quanti siamo in astinenza
e la dose d’amore intravista
è materia immigrante, flusso peligroso
frutto ibridato – era mela divina -
a marcire negli angoli

sorvolo l’area desertica, le oasi antropiche
                                        della distanza
anche l’area temperata, antropofaga
                         a macchie urbane

sto scrivendo
della mia illusione sulle fondamenta
molle cemento in lenta subsidenza del desiderio
sentirmi lambire da lingue-incendio          lingue
a parlarsi, poi
                  solo scintille    buio

il risveglio sarà per-voce, ancora          voce
canto battesimale, onda di madre
scalderà d’accoglienza sangue, cellule          cellule
cresceranno ancora nel timore di spegnersi
nella tragedia che ancora accade
l’odio l’incendio il trasporto dei padri sulle spalle
Enea in cammino fino all’Antartide

sto guardando
la foresta giù che lampeggia
il verde corpo disteso beneaugurante
a vegliare sui flussi naturali, sui nuovi nati
- potrebbero tecnomorire – o puri
tornare a correre sulla pianura    salvarsi
di diluvio in diluvio

 

A FOREST BREEZE BLOWS ON MY CHEEKS

a forest breeze blows on my cheeks
I’m flying
exploring a dream arms splayed
we are voices flocking
as if en route on a path of air
with our shell our pilgrim’s robe
        evening radiating on the pulse of song

I’m writing
about my room, its uncertainty
in the soft glow of the screen
that steals the voice,
emoticons
replacing word-caresses on my skin          skin
if only it would shed
pride competition
the now plasmatic fraction of evil
oh how many of us are deprived
and the dose of love we glimpse
is immigrant stuff, a perilous flux
hybrid fruit – apple that once was divine -
rotting in a corner

I hover over desert ground, the anthropic oasis
                                                          of distance
over temperate anthropophagous ground too
                                               dappled with towns

I’m writing
about the foundations having deceived me
soft cement subsiding slowly with my desire
to feel fire-tongues licking me        tongues
speaking to each other, then
                 mere sparks      darkness

we’ll be woken by the voice, once more     voice
baptismal song, a maternal wave
will warmly welcome blood, cells        cells
will grow again afraid of being extinguished
in the tragedy that is still unfolding
hatred fire fathers carried on our backs
Aeneas en route to Antarctica

I’m looking
at the forest flickering below
its green body auspiciously outstretched
watching over the natural flow, over the newborn
- they could die a technodeath – or remain pure
running through the plain once more         be saved
between one deluge and the next

 

 

 

LO CHIAMANO ABITARE

lo chiamano abitare: si rotola
sul confine tra deserto e una terra
insolente di promesse, sterile
per dismisura di pianto
eufrate e tigri insabbiati
nel salino di lacrime
perdo lo sguardo smémoro la luce
- sclera bianca -
non riconosco la tua casa che brucia
la tua voce che calma

è l’amen della notte questo cielo
polvere raggelata
accade con l’imperfezione annunciata
il riproporsi ostinato del sangue
il dibattersi vano di parole nell’inchiostro dei secoli
storia illudedelude
verità tradiscetrasgredisce:
due civette dai grandi occhi impassibili
stanno -sfrontate- sui Grandi Libri
su ogni colonna miliare o torre ambigua
di avvistamento di controllo
minaretocupolacampanile
tu solo mi raccogli, amore
nel tuo cesto di scintille
in tempuscoli di tuono

siamo mandorle di luce nella coppa del buio
minime caparbie vibrazioni
lasceremo tracce di un approdo
un viluppo tremante al riparo

 

THEY CALL IT LIVING

they call it living: we spin
on the border between desert and an insolent
land of promises, made sterile
by an excess of sorrow
euphrates and tigris buried in sand
in the salt of tears
I lose my sight the memory of light
- white sclera -
unable to recognize your house burning
your calming voice

this sky, frozen dust
is the night’s amen
the obstinate reemergence of blood
the vain flapping of words on the ink of centuries
come with announced imperfection
history disappointsdeceives
truth betraystransgresses: two owls
with their large impassive eyes
pose – impudent – on the Great Books
on every milepost, or ambiguous
lookout or watch tower
minaretcupolacampanille
you alone pick me up, sweetheart
in your basket of sparks
in the briefest moments of thunder

we are almonds of light in the cup of darkness
little stubborn vibrations
we’ll leave traces of our mooring
a trembling embrace in a shelter

 

 

 

PAESEMONDO

           Un paese che si chiama Cocumola è
           come avere le mani sporche di farina
           e un portoncino verde color limone.
           Uomini con camicie silenziose
           fanno un nodo al fazzoletto
           per ricordarsi del cuore

                              Vittorio Bodini

ritorno pellegrina
a uno spazio d’equilibrio
sommerso di luce orientale
mia casa-paese protetta che protegge
             senza recinti

attraversarla è penetrare
una calda coerenza
un racconto vivo che non si ferma
             oltrepassa i muri

partire è lasciarsi dietro un mondo
le sentinelle accese su ogni soglia
non atterrisce nessuna terra dei giganti
flebile ogni canto di sirene

la nostra piazza è centro che dilata
cerchi di parole, urti semplici
a dipanare vita, tenere accesi i fuochi

quelle foto in cortile, da bambini
              occhi neri vivissimi
frenesia di giochi mai interrotti
ai quattro cantoni del mondo

tatuata casa-paese che con noi cammina
ovunque, sotto l’unico cielo scritto dalle stelle
                    paesemondo
                 per vivere, con-vivere

 

VILLAGEWORLD

           A village called Cocumola is
           like having your hands covered in 2our
           and a green lemon-colored wicket door.
           Men wearing silent shirts
           tie a knot in their handkerchief
           so as to remember the heart
                              Vittorio Bodini

I return as a pilgrim
to a place of equilibrium
submerged in eastern light
my protected home-village protecting
             without fences

crossing it means penetrating
cosy coherence
a living story that never ends
             that transcends walls

going away means leaving a world behind
with watchmen alert at every doorstep
no land of giants instills fear
every siren’s song is faint

our piazza is a hub that expands
circles of words, simple knocks
that unravel life, keep the fires burning

those photos in the courtyard, us as kids
             with our vivid black eyes
the frenzy of games never interrupted
tig in the four corners of the earth

tattooed home-village that walks with us
everywhere, under the one sky inscribed with stars
                              villageworld
                           to live in, love in

 

 

 

SARAI FAMOSA

accende la stanza intera, dal video
frenetica
la tua pelle in moto, giovane e inerme
aggredisce
invaso da suoni lucidi il corpo
inconsapevole trasmuta
sintetico

come hanno potuto dileguarsi
tutte le fiabe che ti avevano nutrita
arretrare tutte le leggende
addensarti Nausicaa iperflessuosa
nel moto convulso che ti svela
occhismarrita efémera di una notte
fragile di troppa attesa

poi ti sembra di udirlo, dal buio
oltre l’ultima fila, il fruscio
qualcosa-qualcuno
              che s’allontana

Raccolgo da terra braccia, gambe
ti riassemblo a fatica
              per un altro palco

 

YOU’LL BE A STAR

the whole room lights up, on the video
frenetic
your skin in motion, young and defenseless
attacks
invaded by gleaming sounds your body
unconsciously transmutes
synthetically

how could all the fairytales
that fed you have dispersed
all the legends withdrawn
made you, super-supple Nausicaä, heavy
in the convulsive moves that reveal you
as ephemeral, losteyed for one night
frail from so much waiting

then you think you hear it, in the dark
beyond the last row, a rustle
someone-something
                            leaving

I pick up fallen arms, legs
painstakingly rebuild you
                            for some other stage

 

 

 

AVESSI AVUTO FIGLIE

le avrei chiamate con nomi di fiori
Amarilli Artemisia Ninfea risvegliate dal mito
Salvia Veronica Eufrasia benedictae

nel giardino dei giorni, un fiore quotidiano
con cui ridere del mondo e cantare riordinando la casa
- ragnatele smagliate dall’urto dolce del canto -
mi sarebbe bastato, anche se
i fiori mai rivelano il loro breve segreto
solo a sera raccontano
aromistupori del giorno
e il più giovane in boccio può interrogarti
sul senso ambiguo del fuoco
e tu non puoi che rispondere
serve alla civiltà

petali fuori posto avrei sistemato
aerei ikebana avrei insegnato
ceduto a nuove geometrie-autonomie
sofferto pure dello sconfinare
di profumi ribelli
fior di progetti avremmo ideato
perché i fiori sanno di simmetrie e fantasticano
di volatile rugiada e foreste imbattibili
le nostre asimmetrie e dismisure
trasferite sui rami, ingoiate dai venti
i fiori accettano
la brevità del colore, lo spegnersi
del fruscio vitale al tramonto

lasciarmi sfiorire
appoggiata a uno stelo filiale
attendere
sull’orlo dei calici la fioritura

 

HAD I HAD DAUGHTERS

I would have named them after flowers
Amaryllis Artemisia Lily waking them from myth

benedictae Sage Veronica Euphrasy

in the garden of days, a daily flower
to laugh with about the world and sing through the chores
- cobwebs ripped by the sweet impact of song -
would have made me happy, even if
flowers never reveal their fleeting secret
recount the heady scents of the day
only at night
and the youngest, still budding, might quiz you
on the ambiguous nature of fire
and all you can say is
it’s useful for civilisation

I would have tidied wayward petals
taught them airy ikebanas
given in to new geometries, autonomies
even endured rebellious perfumes
wafting across the boundaries
our best plans would have flowered
because flowers know about symmetry and fantasize
about the volatile dew and invincible forests
our asymmetries and excesses
transferred to the branches, swallowed by the winds
flowers accept
the brevity of colour, the dimming
of life’s rustle as the sun sets

I’m withering now
against a filial stalk
waiting on the edge of the calyx
for the bloom

 

 

 

NOI ETRUSCHE

da voi parole- pietra, telepatiche
perché lungo il tempo
mai abbiamo smesso di parlarci fitto
sul bordo di labbra in sorriso
coprendovi lo sposo – lui convinto -
col braccio le spalle per il viaggio

noi furtive e ironiche
abbiamo già solcato quel mare languido
nella decisione che sarà più largo e pacifico
e maternale tutto ciò che da aruspici
abbiamo divinato
l’attesa a noi si addice
e la festa, nel tempo di Horta delle messi
e di Feronia che fa correre in seno il latte
ancora per le mensa d’aprile prepariamo
l’agnello primo nato
                         e mandorle e miele

la danza a noi si addice, muove
solo per corde e voci, a ottundere
l’ultima eco di lame – fluttuano
ancora, agli uomini dietro la fronte -
a cancellargli il canone del rosso
rossa pelle di rosse vittorie
cantiamo il ruotare di lune
sulle ombre azzurre dei rami dei nidi

noi etrusche oggi, fianco a fianco
a liquefare il ferro delle spade
in conche d’esorcismo
e parole e parole a modellare
la vita in forme vive:
sostegni per la vigna, sedie
               per i racconti della sera

 

WE ETRUSCANWOMEN

from you we have stone-words, telepathic
given that over time we’ve
never stopped talking to each other intently
from the corners of smiling lips
with your husband’s arm – confidently -
round your shoulders for the journey

we, furtive and ironic
have already sailed that sentimental sea
knowing that everything we’ve foreseen
as aruspices will be wider, more pacific
and maternal
the wait suits us
and the feast, in Horta’s season of harvests
and Feronia’s that makes milk flow in our breast
once more for the April table we prepare
the first born lamb
                         and almonds and honey

the dance suits us, it moves
only with chords and voices, blunting
the last echo of blades – still
floating in men’s heads -
erasing the red tradition
the red skin of red victories
we sing the moon’s rotation
on the blue shadows of branches, of nests

we etruscan women today, side by side
liquefying all the iron of swords
in exorcistic bowls
and word upon word we model
life into living forms:
stakes for the vineyard, chairs
                for night-time stories

 

 

 

UN INFINITESIMO BIANCO

(Dal tg RAI del 26 dicembre 2008:
Prende fuoco una baracca nella pineta di Castelfusano.
Nell’incendio muoiono una donna romena di
33 anni col suo bambino.)

un infinitesimo bianco
un assestamento del pensiero – brevissimo -
sulla rovente prossimità del volo
sull’ultima tessera a comporsi

- ha tre anni mio figlio
e un respiro di resina nel sonno
ecco che allatta alla mia cenere
sul palmo delle mani abbiamo un marchio
a fuoco, di pinoli e bacche d’agrifoglio
ieri ne raccoglievamo ridendo
in lite con i merli -

 

A SPLIT SECOND OF LIGHT

(From RAI News, 26 December 2008:
A fire has broken out in a hut in the Castelfusano pine forest.
A 33 year old Romanian woman and her child
have died in the blaze.)

a split second of light
a thought settles – ever so briefly -
over the burning proximity of Oight
over the last piece of the mosaic to be laid

- he’s three years old, my son
and breathes resin in his sleep
now he’s suckling on my ashes
on the palms of our hands we have the flaming
mark of pine nuts and holly berries
yesterday we were laughing as we collected them,
fighting off the blackbirds -

 

 

 

UN LABIRINTO INCISO IN LINEARE B

un labirinto inciso in lineare B
sigillo interno
da sempre nasce con noi
ci segue ci segna

come nel gioco a quadri quando
disegnavamo in terra una campana
vita percorsa a balzi, intrico che dipana
bambine-Ariadni attente
a non calpestare il limite
mentre ostinati i piedi battevano
sulle sbarre del mondo
i voli, gli arresti smarriti

un labirinto in sinuosa traccia danzante
che di continuo inverte il moto
in ricordo dello sperdimento scuro
della biforme vinta creatura
ancora oggi mito
ogm-chimera

ci salva la donna dei gomitoli
signora del labirinto
con le sette stanze dello stupore
nella sua cavità delle nascite
offrirle un vaso ebbro di miele
un grazie danzato tutti legati a un filo
nel buio dei meandri chiaro s’avvolge
si svolge irresistibile
uno scialle si agita nella danza del ragno
Aracne annoda e snoda la sua tela d’incontri

 

A LABYRINTH ETCHED IN LINEAR B

a labyrinth etched in linear B
an internal seal
from the beginning born with us
following us branding us

like the hopscotch squares
we drew on the ground, a life-path
travelled in hops, the intricacy unravelling
we, little Ariadnes careful
not to cross the boundary
while our feet obstinately beat
against the bars of the world
the flights, the bewildered stops

a labyrinth in its sinuous dancing trail
that keeps inverting motion
recalling the dark disorientation
of the defeated bi-form creature
the GMO-chimera
still a myth today

we are saved by the lady with the ball of fleece
mistress of the labyrinth
with the seven rooms of wonder
in her cavity of births
we’d like to offer her a drunken cup of honey
a dance of gratitude all linked by a thread
in the darkness of the meanders a shawl winds
irresistably unwinds
flaps in the spider’s dance
Arachne knots and unknots her web of encounters

 

 

 

TECHNE
(come si scolpisce un santo)

centrali le mani nel cercare
la chiave d’una porta materica
mentre indietreggia l’aria e accade
il pigreco dell’attesa
sbozzato profilo di padremadre
pietra di accumulato amore eviscerata
forma improvvisa che respira
                                   altro occhio

energia palpabile di roccia, vibrata
da nodi antichissimi, disfatti
febbrili polso e dita
segnano l’aria di voli di brusii
soffiano dall’incavo nebbiolina marmorea
come mano di madre che deterge
del latte il mento del neonato

centrale, il santo Kevin
sasso addensato in beatitudine
nella fissità illimite obbediente
parolapietra di venerazione
a braccia tese il santo Kevin
col palmo aperto fuori dalla finestra
a far da nido al merlo che vi si era posato
                                  fino alla schiusa

 

TECHNIQUE
(how to sculpt a saint)

central to finding the key
to a door made of matter are hands
while air recedes
and the awaited greek pi appears
the rough profile of a motherfather
accumulated love in stone, eviscerated
an unexpected form that breathes
                                         another eye

rock’s palpable energy, throbbing
from ancient nodes, undone
feverish pulse and fingers
etch the air with flights and murmurs
blow marbled mist from the hollow
like a mother’s hand wiping milk
from the newborn’s chin

central is Saint Kevin
stone made solid in its bliss
in its limitless obedient fixity
stone-speech to be venerated
with arms outstretched Saint Kevin
opens his palm outside the window
as a nest for the blackbird that alighted there
                              till it was time to hatch

 

 

 

NONOSTANTE IL SOLITO PAESAGGIO

nonostante il solito paesaggio
il nuovo deve compiersi
assumerò il tuo viso a mio nirvana
dall’angolo acutissimo della consistenza
i tuoi occhi
              frecce di parole
mi raggiungevano
fino a ferirmi di rinascita

rimane ora il silenzio
tuo aereo ensemble di suoni
l’evanescenza cauta della bellezza
questo moto supernaturale del corpo
consonante alla salita di questa linfa d’aprile
alla ferocia struggente dell’abbandono
dicevi mai sarà tempo di lacerazioni
solo tepore d’onde in cui tuffarsi
seguendo l’espandersi dei cerchi

- ancora la tua voce -
ora che giocallegro a calcetto
mio ragazzo nuovo delle tue cornee
i tuoi occhi
              fatti per sommuovere

 

DESPITE THE USUAL LANDSCAPE

despite the usual landscape
I must find new ways of moving on
I’ll feign your face in my nirvana
from the most vivid angle of your being
your eyes
           word arrows
used to reach me
till they wounded me with rebirth

now there is silence
your airy ensemble of sounds
the evanescense of beauty
this supernatural movement of the body
in harmony with the rise of this April lymph
with the disconsolate ferocity of abandonment
you used to say there’ll be no more time for grief
only the warmth of waves to dive into
following the rings as they spread

- still your voice -
now that this boy happy-kicks
his ball, renewed with your corneas
your eyes
           made to move

 

 

 

NASCITA
        per Annina, figlia di Maria Grazia

il tuo tuffo albale l’odore
di nebbia del premondo
ti hanno lavato via dalla pelle
la vernice del caos
sei nel mare d’ossigeno e d’occhi
coi pugni stretti bussavi
che si lacerasse il morbido scafo
il cielo si è incurvato
sul tuo battere di vele al passaggio

facile seguire la corrente
su scie di madre-musica, voce ag-Graziata
sei scivolata in un fascio di papaveri
su questa terramara di palafitte
che ancora ondeggia, non sorregge i giacigli

ti siano dolci il canto-latte, i fiori sulla riva
le curve morbidissime dei ponti
ti sia chiara la luce che già bevi
nella percezione di minime
costellazioni – scintillano
i denti di Arturo che sorride -
e già vuoi sulla pelle a tatuarti
le prime gocce ardenti di parole

felici ore a te, planata
sulle nostre ginocchia in preghiera
volerti prendere per mano
e tu a guidare

 

BIRTH
       for Maria Grazia’s daughter, Annina

your dive at dawn the scent
of mist from the pre-world
they’ve washed the waxy chaos
from your skin
you’re in a sea of oxygen and eyes
with clenched fists you knocked
so the soft hull would tear
the sky curved round your beating sails
as they went by

it’s easy to flow with the tide
in the wake of mother-music, its Grace-ful voice
you slipped into a host of poppies
in our terramara built on stilts
still bobbing, unable to hold up our pallets

may the milk-song, flowers on the riverbank
the gentle curves of bridges be sweet for you
may the light you already drink
be clear as you perceive the tiniest
of constellations – Arturo’s teeth
sparkling as he smiles at you -
and on your skin you already want to tattoo
the first ardent shower of words

may your hours be joyful, planing
on our knees bent in prayer
wanting to take your hand
so you can lead

 

 

 

SEMPRE PIU SPESSO DIMENTICO

sempre più spesso dimentico
dove ho parcheggiato la macchina
si somigliano tutte le strade
nel sentore del mare che avanza
nel confondente richiamo delle pietre
dall’ultima riva    un brusio
familiare soffia sulla nuca
sulle vele inarcate a proteggere
la mia traversata

là respira, in attesa
questa mia terra del moto selvatico
si stacca dal continente, in silenzio
come la zattera di Saramago

là devo accompagnare
tutti coloro che mi sono partiti
salvare le voci le mappe
i consigli di viaggio i contagi di luce

ecco perché con pazienza
da qualche parte la mia macchina aspetta

 

INCREASINGLY I FORGET

increasingly I forget
where I’ve parked the car
the streets all look the same
with their sense of the sea encroaching
with the confusing call of stones
from the last riverbed    a familiar
buzzing blows on the nape of my neck
on full sails that protect
my crossing

that’s where this land of mine breathes
with its wild motion, waiting,
it detaches from the continent, in silence
like Saramago’s raft

that’s where I must accompany
everyone who is gone from me
save the voices the maps
the travel advice the contagions of light

this is why somewhere out there
my car is patiently waiting

 

AL CAPOLINEA

salire sul 160, capolinea paziente
tra i due platani – sempre alla stessa ora -
muta solo l’umore, come le nuvole
                     uguale la mancanza

Il posto che preferisco è quello in fondo
al centro della fila orizzontale, il migliore
per assistere al film, puntuale:
piccola folla composta, in parte seduta in parte in piedi
si parla con sguardi, diffida di chi le sta accanto
        lo ama    lo cerca    lo urta
nell’inclinazione sottile dei corpi
ciecamente consegnata alla fatalità del moto
ognuno coprendo il suo cosmico tratto di asfaltocielo

E non so perché mi commuove
tutto di questo bus fendinuvole:
la marcia il freno i sobbalzi il contrasto dell’aria
il riflesso sul vetro del pianto stellare
il turbinio del sangue sottopelle
- nostalgia del bigbang – se il cuore
sta meditando di rallentare, predisporsi al viaggio

Guardo il treno correre nelle pupille di chi mi è davanti:
piccole locomotive accendersi – un bimbo mi fissa curioso -
curiosa anch’io di vedere la sua fermata di scintille
decido di non scendere ancora
mi abbarbico al sostegno di uscita
(il viale continua oltre la piazza ?)

Infine che cosa ho fatto se non
lasciarmi andare sulla scia dei nomi?
amicheamici che mi aiutate a scenderesalire
gioisco del vostro tocco    non so darvi in cambio
che qualche ritmo e un brusìo
di un arrivo lontano
                         che già è partenza

 

 

 

AT THE FIRST STOP

getting on the 160, the patient Nrst stop
between two plane-trees – always at the same time -
only the mood changes, like the clouds
                             while loss remains

my favourite seat is that one down the back
in the middle of the horizontal row, the best
for watching the film that punctually unfolds:
a small prim crowd, some sitting some standing
chatting with glances, mistrusting whoever’s beside them
        loving    searching    knocking against them
in the gentle give of bodies
blindly resigned to the inevitability of motion
everyone covering his own cosmic bit of asphaltsky

and I don’t know why everything
about this cloud-cutting bus moves me:
the speed the breaks the jolts the contrasting air
the reflection of wailing stars on the glass
the swirling of blood under the skin
- a hankering for the big bang – while my heart
is thinking of slowing down, preparing for the journey

I watch the train go by in the pupils of the person facing me:
little engines lighting up – a curious child stares at me -
as I am curious to see his sparkling stop
I decide not to get off yet
cling to the pole at the exit
(does the route go beyond the piazza?)

in the end what have I done except
wander willingly over a wake of names?
menwomen friends who help me get on and off
I rejoice in your touch    in return can only give
the odd rhythm and the hum
of my arrival long ago
                             that is already a departure

 

 

 

UNA LINGUASILENZIO FELICE LARGA PIOVE

una linguasilenzio felice larga piove
penetra cantapetali dentro   nel
dentro innocente sanguelinfahumus
permea senso        senza
metallo che risuoni

da muro a muro da spina a spina
i dispersi al tocco sussultano si stringono
di fronte è la gelida notte
lontane le due torri come mammuth
emersi domani dalle nevi

ecco che galleggia sopra di me un Atlante
di sperdimento        avvampa
così intensa la musica
ha forma d’arpa il telaio
tutti quei pesi di terracotta
a piombo come ghigliottine
ora stanno in levità di vibrafoni
nel primitivo piegarsi delle spighe
spose che vanno, culle
luce sul confine tra carezza e lama

abbiamo consegnato le ferite
insieme alle armi, preferito la festa
le lunghissime tavole sonore
il miele delle nozze diffuso
tornare nudi su terra nuda
farsi gola d’agnello mille volte
se occorre ancora sangue
per il gocciolio della fine

porte del mondo che ritornano alberi
città come campi da seminare
illuminati a regno      piove
un silenzio-beatitudo
sonno infantile, lava che pietrifica

una fila di pietre da riscrivere

 

 

 

A LANGUAGESILENCE LONG AND HAPPY RAINS

a languagesilence long and happy rains
penetrates petalsongs inside   in the
innocent inside, bloodlymphhumus
permeates meaning with      without
metal that might resound

from wall to wall from thorn to thorn
dispersed people are startled by touch, reunite
faced with the freezing night
the two towers are gone like mammoths
emerging tomorrow from the snow

now the Atlas mountains float
over me       bewildering, burning
the music so intense
the loom looks like a harp
all those terracotta weights
like leaden guillotines
now light as vibraphones
among the primitive bending of wheat
brides ambling, cradles
light on the border between caresses and blades

we’ve handed over the wounds
and our arms, we’ve chosen the feast
its long boisterous tables
wedding honey flowing
we’ll return naked to naked earth
be the lamb’s throat a thousand times over
should blood be required once more
to drip slowly to an end

doors of the world back to trees
cities as fields to be sown
lit like kingdoms      it’s raining
beatitude-silence
a child’s sleep, lava that petrifies

there’s still a row of rocks to be rewritten

______________________________
Annamaria Ferramosca è di origine salentina e vive e lavora a Roma. Ha pubblicato in poesia: Il versante vero, Fermenti, 1999; Porte di terra dormo, Dialogo Libri, 2001; Porte / Doors , 2002, Edizioni del Leone (traduzione di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti); Paso doble, Empiria, 2006 (coautrice Anamaría Crowe Serrano, traduzione inglese di Riccardo Duranti); Curve di livello, Marsilio, 2006. Testi ed interventi critici sulla sua scrittura sono apparsi su numerose riviste e antologie, tra cui Poesia, Hebenon, La Mosca di Milano, La Clessidra, L’immaginazione, Le voci della Luna. Collabora con testi e note critiche a varie riviste, anche on line.

Anamaría Crowe Serrano, irlandese, scrive poesia e prosa. La sua raccolta di poesia più recente è Femispheres (Shearsman, 2008). Del 2003 è la raccolta di racconti Dall’altra parte (Roma, Leconte) e l’atto unico The Interpreter (Avellino, Delta3 Edizioni), entrambi tradotti in italiano da Riccardo Duranti. Assieme ad Annamaria Ferramosca ha scritto Paso Doble, dialogo poetico in inglese e italiano, tradotto da Riccardo Duranti (Roma, Empiria, 2006). Come traduttrice da italiano e spagnolo ha pubblicato traduzioni di, tra gli altri, Seamus Heaney, Brendan Kennelly, Elsa Cross, Gerardo Beltrán, Daniela Raimondi, Lucetta Frisa. Nel 2003 ha vinto con Riccardo Duranti il terzo Premio “John Dryden Translation Competition” per la traduzione di Didascalie per la lettura di un giornale, di Valerio Magrelli.

Posted by: kolibris | December 10, 2009

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Ultime uscite di Kolibris


Posted by: kolibris | December 20, 2009

Questa luna che per te sogna…

inedito di Angelo Iannoni Sebastianini


M. De Falla – Danza del fuoco

1. L’altro giorno il Colosseo s’ è frantumato in musica: n’ è nata una soave navicella colorata di suoni acquei. Sprofondata nei più profondi abissi la margherita bianca e dorata cominciò a volare come fosse una libellula: un po’ su ed un po’ giù; cantando a squarciagola insieme a quel violino vecchio e un po’ sciancato che chiedeva sempre informazioni al lustrascarpe della Galleria Colonna. Il Teatro Argentina era più in là: dall’essere un teatro. E più non ritrovava la sua amata essenza: s’ era perduto assieme all’Opera. Noioso evaporare organizzato, della più bieca essenza. Montecitorio, crema avariata d’esseri umani, credeva di approvare un “nonsocché”: legislazione approfondita per una nuova musica o arte in genere o anche una stranissima frittata d’ anime. Cantava dolcemente una canzone mentre bolliva il cane… e il

presidente degli autori.

Moltiplicandosi per sette rinacque il Colosseo: una fiammata scolpita sulla roccia. Cuneiforme aspetto di un linguaggio perduto, la sua voce cominciò a diffondersi nell’aria. Echi lontani riportavano la dolcezza della sua sostanza viva: non per niente s’ era tuffato nel cuore stesso degli eventi come una pietra accesa di sentimento e voglia di vivere. La sua carrozza si fermò ai piedi del castello, scalpitando i cavalli ed il cocchiere. Ne scese una favola con un lungo vestito di seta, mentre i violini preparavano un pasto prelibato di vivande esotiche.

Disgraziatamente avevano chiuso la scuola. Il primo giorno già non sarebbe più stato possibile imparare niente.

Bisognava andare direttamente dal maestro di musica: per cantare agli dei. Bisognava rivolgersi subito al maestro elementare per apprendere l’ alfabeto, ma l’ alfabeto era cresciuto a dismisura e, ormai giovanotto, era fuggito con una splendida luce. L’ orizzonte s’ era imperlato di gioia, quando il maniscalco liberò tutte le puledre e la manna cominciò a piovere lentamente sulle strade ormai solitarie.

E. Granados – Galante

- Orientale

2. Galante

Questa Luna che per te sogna:

ti portasse il mio grido…

ma soffice e tenue.

Questa notte in te dorme:

vuole aprirsi

senza che me n’accorga.

Sei stata tu a sognare:

la primavera ti ha fiorito in sé.

Stelle perdono il suono:

se ci sorride

il cielo cade giù fra noi.

Luci dal buio

spargono noi.

Ai miei occhi, fratello

e amata,

è venuto qui a brillare.

E tu suoni, ma perché suoni?

Canta ogni volta che può: ma canta.

Non corre: lascia il sorriso perdersi,

ma canta.

Ma perché canta?

Odi?

E tu che cosa splendi?

Una farfalla lieve

sei fra la gente: il fiore.

Fiore? Ma perché fiore?

E. Granados – Andaluza

- Romantica

E. Satie – Sesta Gnossienne

3. Sulla sesta gnossienne proprio per lei.

Lontano dalla città

S’era perduto il chiarore della notte.

La Strada polverosa nel buio

Conduceva verso una collina nera

Che dolcemente declinava al fiume:

se ne sentiva lo scroscio.

Una cascata di speranza

Nell’incertezza del passo…

Andò quasi a battere su un alberello

Addormentato.

Un gracidare di rane

Nell’erba bagnata.

S’accese il ricordo

Come una luna sbiadita

E la voce con un soffio di vento

Penetrò nei brividi del sentire.

Ti ricordi di me?

Non so chi tu sia. Perché vieni?

Un frusciare scomposto

Agitò improvvisamente

Forse un cespuglio

E un saltellare galoppante

S’allontanò e scomparve.

Poi il silenzio

E di nuovo l’emergere

Dello scroscio del fiume.

Stellina si, stellina no,

fra una nuvola e l’altra.

Stellina si, stellina no.

Chi sei? Che sei venuto a fare?

Il dorso nero del colle

Ammonì alla prudenza.

Il secco spaccarsi di un tronco

E il tonfo sul prato

Rintoccò nell’ora…

E il vento ripercorse lo spazio

Tutt’ intorno.

Stellina si.

Guardando in alto la vedi.

Stellina.

Anche il cuore la vede.

I. Albeniz – Asturias

E. Satie – Quinta Gnossienne

4. Sulla sesta gnossienne per la quinta

“Vado in macchina”

Carte Napoletane

Plastica

“Vado a fare la spesa”

Una pizza?

La frutta

“chiama l’idraulico

….e l’elettrauto!”

“Vado a fare benzina e torno”

“Dov’è il portiere?”

“prendi l’ascensore?”

“No. Vado a piedi.”

“Hai acceso la radio?”

“…fuori in giardino”

“metti le scarpe!”

“Vai al mercato?”

“No. Vado a scuola”

Università, televisione, telefono.

Matrimonio? Quando?

Due foglie d’insalata.

“Vado a prendere il latte…”

Una cucina nuova,

il salotto nuovo,

una macchina nuova.

Cinema, video, rock, pop e disco music.

Dance.

Parcheggio e box.

Quasi quasi cambio la batteria.

Intimo.

Sofferto.

Frittata e gelato.

Uova, pasta, carne, pane e formaggio.

Burro.

Dolce, caffè, mandorle, olio.

Olio di cocco.

Pantaloni, sottoveste, occhi e mani.

Crema.

Al volante, sedia, poltrona.

Capelli lunghi, capelli rossi.

Sei stata dal parrucchiere?

Mi serve la fattura.

E lo scontrino.

Tu le paghi le tasse?

Perché paghi le tasse?!

I soldi, la banca, la tosse.

Affitto una villa con giardino…

….il mutuo.

Direttore!

Professore?!

Montagna, mare, campagna:

amore, amare.

Pulizie.

Calze.

Lo slip.

….di plastica. Una busta di plastica.

Mi sono dimenticata lo zucchero!

Sale, abbronzatura, vacanza, lavoro e denaro.

A casa.

Lo stipendio.

Pianoforte.

Elastico.

Bambini e vecchi.

“Ti telefono dopo”

Il meccanico.

Un bottone.

Ago e filo.

Cameriere?!?!

Autobus, treno, metropolitana.

“Vado a piedi”.

Miele, marmellata, biscotti.

Cameriere?!?!

Mi fa’ il conto?

E. Satie – Quarta Gnossienne

5. ORIENTALE

Capisci quel che dico? Di dove sei?

Quel mattino Peter bussò alla porta di Anna.

C’era nebbia. Poca luce fra i rami.

Un chiarore alla finestra del villino di fronte.

Picchiò una seconda volta,

ma naturalmente nessuno rispose.

Si avviò verso il pozzo: tirò su un secchio d’acqua.

Lo poggiò sul bordo.

Ma tu capisci quel che dico?

Peter sedette sulla staccionata: stava aspettando il lattaio.

Una bicicletta comparve al fondo della strada.

Passò davanti alla casa senza fermarsi.

L’acqua servì ad innaffiare una grande pietra tondeggiante

Che stava alla destra della porta d’ingresso (guardandola).

Ma riesci a vederle queste cose?

Il cinguettìo sparuto di un uccellastro

interruppe la tranquillità dell’ora.

Che sei venuto a fare? – pensò stancamente Peter.

Girò intorno, passando per il giardino,

ma le finestre erano tutte spente.

Una ventata improvvisa gli fece volare il cappello:

si andò a poggiare alla base del grande sasso tondo.

Chiamò delicatamente: “Anna!”

Il giornale del mattino rimbalzò sui gradini

davanti alla porta.

Peter raccolse il cappello e se lo rimise in testa.

Ma come posso spiegarmi? Da dove vieni?

Il villino al di là della strada si accese in ogni finestra

e si sentì un rumore di piatti e di pentole.

Il camino cominciò a fumare.

Peter si abbottonò la giacca, alzò il bavero ed ebbe un brivido.

Guardò al fondo della strada:

il Sole stava imboccandola proprio da lì (la strada).

A. Skrjabin – Op. 8 n.12

E. Satie – Terza Gnossienne

6. Caro Francesco Maria Valerio,

ti sto parlando come se fossi qui e so che mi senti.

L’altro giorno quello che hai detto a Teresa è stato un vero toccasana.

Non aveva ancora capito che tu l’ hai sempre amata, ma che le circostanze hanno creato tutte le divisioni possibili.

Pensava ancora che il tempo potesse cancellare la realtà.

Le avevo detto di avere fiducia nelle tue parole: ché neanche la morte tocca minimamente la concretezza dei rapporti umani, e specie se c’è l’amore.

Mi dimentico spesso che tu preferisci esserci quando ti parlo, ma devi capire che qualche volta ho urgenza di comunicarti la mia amicizia.

Solo: quando mi capita di voler confidare qualcosa a qualcuno, mi verrebbe di spingere il muro per muoverlo a compassione.

Teresa è una bella persona che ha riempito la tua vita, pur stando in disparte. Come mai non l’ hai mai cercata in questi anni? Volevi lasciarla in pace!

E’ veramente un modo strano di amare il tuo.

Cosa vi impediva di stare insieme?

O siete sempre stati insieme senza che alcuno vi vedesse?

Perché non tocchi anche il mio cuore e lo spedisci ai confini dell’universo!

E’ terribile essere invisibili a tutti tranne che a Lei.

Forse me lo stavi dicendo da tempo ed io non avevo capito o avevo paura di crederti: chissà cos’è che ci separa dalla comprensione?

Bastava ascoltare le tue parole.

E le sue.

Certo Teresa è veramente una bella persona: ha rischiarato i sentimenti di tanta gente senza farsi notare.

Era così anche da piccola con quegli occhioni luminosi.

Caro Francesco hai fatto proprio bene a dire tutto: bisogna finalmente decidersi a parlare.

Bravo!

Avrai certamente capito dalle mie parole chi sono.

E. Satie – Seconda Gnossienne

7. Banditi avevano rubato Chopin e Mozart e Bach e pure Prokofiev. Il loro capo era  bandito e ladro come loro, ma venne nominato saggiamente, dal grande usurpatore del regno, poliziotto che indagasse sui misfatti musicali e artistici della cricca bestiale. In più gli fu affidato il fasto della guida del melodramma nordico. Per fortuna di tutti il mondo rinasce ogni momento e rinacque, dopo aver squagliato ogni cosa, in un biscotto saporito e dolce che l’anima musicale di Beethoven intinse nel latte.

Quella colazione-merenda caratterizzò tutta la sua vita successiva che si svolse nella seconda parte del secolo ventesimo in un paesino desolato del sud d’Italia. Beethoven,

che allora non si chiamava più Beethoven, durante tutta la sua vita non ebbe modo mai di ascoltare la musica da lui composta. Faceva il falegname, senza peraltro particolar successo: piccolo falegname di uno sperduto paese. La moglie, ubriacona di mestiere, cantava sempre lamentazioni disperate che lo facevano andar fuori dai gangheri, malgrado la sua mite indole.

Non ebbe figli, ma un nipote della sorella attirò le sue attenzioni paterne e così ne fece il suo erede prediletto: gli raccontava le favole degli abitanti del legno. Con la raccomandazione di meditarle bene e portarsele con sé tutta la vita per piantarle nel mondo: e seminarle lì e seminarle qui dove si sentiva un soave calore sbuffare dal terreno. Sarebbe da ogni luogo prescelto rinato il mondo:

il mare, con le sue barche, e i marinai che cantano mentre gettano le reti, e i pesci brillano e danzano e raccontano le favole dei coralli;

il Sole che dà senso alle cose;

l’umidità dei boschi che ispira la saggezza dei docenti;

il canto degli uccelli che, in primavera, si posa sugli alberi scheletriti e ne fa’ spuntare

le foglie e i fiori;

le farfalle che staccandosi dagli alberi allietano l’estate;

le note musicali che in autunno rinascono come farfalle dello Spirito e danno senso alle

cose come il Sole.

Il racconto del falegname al figlioccio sembrava non finire più: i secoli passavano, ma la sua musica continuava a dare i perché della vita degli uomini: i mondi non smisero più di nascere.

N. Rimsky-Korsakoff – Il volo del calabrone

E. Satie – Prima Gnossienne

8. Sulla seconda gnossienne per la prima (un po’ comico)

Il ricordo di Voi che siete qui

Accompagnerà come una lampada magica

Le notti del futuro.

Si accenderà nella mente e nell’anima

Il teatro dei Vostri pensieri

E gli antichi eroi

Percorreranno le giornate presenti.

Vi sarà tanta luminosità dentro

Quanta fuori

Non ve n’era mai stata.

E saranno più vivi i ricordi

Che le pietre e gli armadi:

saranno parlanti i pensieri.

Sibilla, profezia dell’interno,

camminerà sopra i piedi degli alberi

e racconterà l’avvenire:

una fontana di neonati

allieterà il giardino qua fuori

e lì dentro.

E Voi camminerete in Voi stessi:

auspicio del giorno interiore.

Vedrete Voi stessi insieme nascere e morire

Come due petali di un fiore

E le lacrime scenderanno

Un po’ salate di gioia.

Seduto che ascolta

C’è qui fra Voi Pinocchio,

e c’è Biancaneve

e c’è Maria.

Giorgia cammina in punta di piedi

E va alla ricerca del Graal:

solo in punta di piedi

leggiadro il vento

entra nell’anima.

Giocoliere della parola

Cristiano avrà partorito il suo sogno

E Giovanna l’amore.

Se tocchi col pensiero i tuoi occhi

E parli al tuo orecchio

Sgorga il miele come dall’alveare

Nella tua frase.

D’amore

Soltanto d’amore

È fatto il tuo scheletro,

ma non averne paura, non ridere.

Solletico alla base del cranio

Non significa,

indica,

allude.

Non è né causa

Né effetto.

S’apre alla vista

Il panorama del Tempo:

e vedi passare Romolo

e tocchi il Buddha.

Seriamente scherzando

Puoi dire che abitano in Voi

Tutti, ma proprio tutti.

Pinocchio dice “no”: bugiardo?

E Maria aspetta in ogni istante

Un “Salve”!

Mentre il cuore alle volte

Arde come legna nel fuoco

E Sophia splende

Nelle notti di cielo pieno

Ed anche Iside è nuova

o….?

Bianco fra le stelle è il tuo cuore.

Posted by: kolibris | December 29, 2009

Sabina Naef, vertigine lieve


Collana Camäleon – Poesia svizzera contemporanea
SABINA NAEF, vertigine lieve
Traduzione di Chiara De Luca,
Prefazione di Fabiano Albroghetti
ISBN: 978-88-96263-17-4
€ 12,00, PP. 140


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La materia autobiografica di Sabina Naef non si presenta mai come semplice vissuto: prende invece la forma di un immagine della memoria, diventa un racconto estremamente filtrato dal soggetto o – come nel caso di vertigine lieve – diviene un prodotto soggettivo (e suggestivo) che dalla memoria porta al sogno.

È Sigmund Freud che a proposito del sogno dichiara: «tutto il materiale che costituisce il contenuto di un sogno è in qualche modo derivato dall’esperienza, ovvero è stato riprodotto o ricordato nel sogno». Il materiale/sogno che Sabina Naef qui trasforma in poesia (articolando un percorso in 4 sezioni direttamente connesse) si sviluppa in due linee guida aventi lo stesso peso specifico: nella prima sono racchiusi tutti i ricordi che forniscono informazioni sulla struttura del labirinto/mondo ove l’autrice agisce e dove gli attori “comprimari” – che nella poesia appaiono per più ruoli o identità (persone, luoghi) – sono coinvolti; nella seconda emerge il lato più personale, il carattere privato e affettivo per mezzo del quale la Naef ci mette non solo in comunione con la grafia delle diverse identità (non ultima la propria, quasi sempre in primo piano) ma con l’intimità dei caratteri stessi che svolgono il compito di trasformare, divenendo metafore.

Il risultato è una scrittura densa, epigrammatica, una incisività aforistica e gnomica che pur condensando una varietà di toni, registri o prosodie, risuona di una coesione non di rado ironica.

Ancora: un sottotono rimandato con costanza è una vulnerabilità che viene esposta, oltre che con una apparente leggerezza espressiva, anche con una arguzia non di rado filosofico/concettuale, accettando (o meglio: sottolineando) il paradosso se non anche il grottesco, entrambi tesi però a manifestare una ferma coscienza di stato, luogo e morale. [...]

dalla prefazione di Fabiano Alborghetti

Leggere le poesie di Sabina Naef significa entrare, senza bussola, in una foresta oscura o una città dimenticata. A ogni svolta ci attendono in agguato  segreti della mente e del cuore: un grido, un tocco lieve, o una trappola per lupi. Il lavoro di questa poetessa fissa la nostra attenzione interiore, porgendoci modi nuovi di vedere il mondo, ed è questo che le fa onore/ed è per questo che dobbiamo celebrarla.

Anthony Lawrence, Berlino 2003



beschattete den Sommer

unter einem großen Strohhut

ohne deine Augen

hat die Weltkugel

einen blinden Fleck

nimmt keine Notiz

von meinen Ohrläppchen

ombreggiavo l’estate

sotto un ampio cappello di paglia

senza i tuoi occhi

il globo terrestre ha

una macchia cieca

non fa caso

ai miei lobi.

leichter Schwindel

sie schließt die Augen

wie ein Seemann

im Platzregen

im Wetterleuchten

in einer Rauchpause

vertigine lieve

lei chiude gli occhi

come un marinaio

nell’acquazzone

nel lampeggiamento

in una pausa sigaretta

du verlierst dich an jeder Straßenecke

an den Wind, an eine Wolke, ans Leben

Achtung: frisch gestrichen

dein Herz steht sperrangelweit offen

keine Zeit, deine Knochen zu zählen

ti perdi a ogni angolo di strada

nel vento, in una nube, nella vita

Attenzione: vernice fresca

il tuo cuore sta tutto spalancato

per contarti le ossa non c’è tempo

Laub fällt in meine Handtasche

wenn das Schiff verschwunden ist

kommen die Wellen

wenn das Gedicht anhalten würde

könnte ich einsteigen

den See zusammenfalten

und losfahren

fogliame mi cade nella borsetta

quando la nave è svanita

vengono le onde

se la poesia si fermasse

potrei salire

ripiegare il lago

e salpare

Toilette eines Cafés

auf dem weißen Lavabo

ein schwarzer Spazierstock

als hätte jemand plötzlich

das Gehen verlernt

Toilette di un bar

sul lavabo bianco

un bastone nero da passeggio

come se qualcuno a un tratto avesse

disimparato a camminare

bei Fensterwetter

schrumpft die Welt

zum Daumenkino

eine Leuchtreklame

blinkt ins Zimmer

ich schließe dem Tag

die Augen

quando il tempo fuori

è canto di sirena

il mondo si contrae

a un flip book

un’insegna luminosa

brilla nella stanza

chiudo al giorno

gli occhi

manchmal fallen Wörter aus den Fenstern

oder es regnet in den Büchern

dann tagelang nichts -

und immer beim Aufwachen die Frage

wie Schlaf riecht

dalle finestre a volte cadono parole

oppure dentro ai libri piove

poi nulla per più giorni –

e sempre al risveglio la domanda

di cosa odori il sonno

Posted by: kolibris | December 30, 2009

Auguri da Edizioni Kolibris

Posted by: kolibris | January 2, 2010

Liliane Wouters, Il biglietto di Pascal


Collana Orly – poesia belga contemporanea
LILIANE WOUTERS, Il biglietto di Pascal
ISBN 978-88-96263-16-7
pp. 156, € 15,00

qui per acquistare


Liliane Wouters è una delle poetesse belghe contemporanee più note, riconosciute e apprezzate. La sua è una poesia ricca di riferimenti storici, letterari e mitologici, ma anche profondamente intrisa di realtà, quella di ogni giorno, dalla cronaca alla confessione intima tra sodali, dallo scambio epistolare al citazionismo pubblicitario e televisivo. Liliane Wouters predilige una lingua lirica, curata ed elegante, eppure intessuta di contaminazioni, dal linguaggio colloquiale al latino, dal detto popolare al riferimento intertestuale, implicito o dichiarato. “Non temiamo di essere troppo grandi, di puntare alto,” scrive la Wouters, rivendicando la singolarità del linguaggio poetico rispetto alla frequente deriva contemporanea verso “minimalismo” linguistico, sciatteria espressiva e cadenza prosastica ostentatamente dimessa. Non temiamo “di puntare alto / di attaccare la lira a una stella”, esorta la Wouters, chiamandoci a re-impossessarci della parola e restituirle significato, anche se “ la parola lira è obsoleta”, anche se “quanto alle stelle, parlarne è da matusa.” La poesia è per Liliane Wouters “destino mai compiuto”, è continua ricerca di nuovi slanci comunicativi dal trampolino di un patrimonio culturale condiviso, è tentativo di restituzione di quel che segna l’anima e muove i palpiti del cuore. La parola poetica piena è àncora di salvezza che non preserva il poeta dalla tempesta, ma tenta di riportarlo in superficie, salvandolo dall’annegamento nella disperazione. La poesia è tutto ciò che resta pur dopo aver cambiato mille volte “amori, compagnie, vita:”; è quel che ritroviamo sempre accanto nel letto la sera, che dà un senso e una forma al dolore insito nell’esistenza, vista come una necessaria successione di “mute”, di piccole o grandi morti ripetute per vestire una nuova pelle e rinascere ogni volta, perché: “devono sfilarci la buccia / scorticarci fino all’anima / per arrivare al torsolo infine.” La poesia è difesa del sacro, restituzione della memoria, anche laddove ricordare crei dolore perché – per quanti sforzi facciamo – al puzzle manca sempre un frammento, al mosaico una tessera, e il quadro ci si mostra sempre incompleto, come il tessuto sfilacciato del nostro presente: “Scrutare una foto fa male: / come rovistare nella sabbia. / Quei volti che amavi: / hai paura di rivederne i tratti. / I cenci sporchi del passato / li vanno lentamente cancellando / dalla tela sporca del passato.”

Chiara De Luca

Ma parole ne brûle-t-elle pas comme le feu?

N’est-elle pas comme un marteau qui pilonne le roc?

(Jérémie XXIII, 29)

Ta parole est le feu

le marteau qui brise les pierres

Elle a brûlé mon sang

fait jaillir le sel du cristal de mes yeux

A présent ils sont clairs

capables de voir le buisson où tu flambes

sans te consumer

Elle a fendu mes os

ouvert la carcasse où je vis à l’étroit

Me voici hors de moi

frappé par la foudre avec le prophète

affolé par ta voix.

La mia parola non brucia come il fuoco?

Non è come un martello che pesta le rocce?

(Geremia XXIII, 29)

La tua parole è il fuoco

il martello che spacca le pietre

Mi ha bruciato il sangue

mi ha fatto sgorgare sale di cristallo dagli occhi

Adesso sono chiari

in grado di vedere il cespuglio in cui fiammeggi

senza consumarti.

Mi ha spezzato le ossa

aprendo la carcassa in cui vivo rinchiusa

Eccomi fuori di me

colpita dalla folgore con il profeta

sconvolta dalla tua voce.

[…]

Emily, Charlotte, Anne.

Tout est réglé comme une montre, comme la

grande horloge que chaque soir

le Révérend remonte avant d’aller au lit.

Tout est fermé, les portes, les corsages

et les regards traversés de couteaux.

Sous le portrait du duc de Wellington,

protestante, tories et vierges,

pommettes roses, bien trop roses, les trois soeurs

penchent leur front, lisse comme ces pages

où la lande est en feu jusqu’à la mer.

Jusqu’à la mer. Ici je ne contemple

que ces étranges monts élevés sur

les puits sans fond où des mineurs l’obscur

travail creusait dans le charbon ses temples.

Charleroi, donc, ville autrefois des clous,

haut-lieu plus tard de la métallurgie,

qu’en reste-t-il? Chômage et nostalgie,

quand ce n’est pas Marcinelle et Dutroux.

Les uns nous disent: où est l’herbe

Elle ne pousse pas ici,

plaine rase et collines chauves.

De mémoire d’humain

nul souvenir de vert, d’un pauvre

brin de gazon sur le chemin.

Les autres disent: l’herbe est rousse

le soleil l’a changée en foin.

D’autres enfin: l’herbe se couche

sous les orages, les nuages,

les conquérants venus de loin.

Moi, j’ai toujours vu pousser l’herbe

devant ma porte, j’ai toujours

trouvé qu’elle était bonne et verte,

chiendent, pelouse ou paturin,

touffes ou tiges, juvénile

espoir qu’on voit même jaillir

dans les sombres cours d’une ville,

sur le noir crassier des terrils.

Mais à présent, comme une large pieuvre,

la ville étend ses bras dévorateurs

vers où je roule écoutant le moteur

de ma voiture avec mon cœur à l’oeuvre.

Voyant au loin ces immeubles paraître

derrière quoi se cache l’horizon

et des enfants rêver à la fenêtre

que les pavés se changent en gazon.

Cages à lapins, à poules,

hlm, cités-dortoirs

Chacun vit dedans sa boule,

chacun dit bonjour, bonsoir.

Chacun porte seul sa peine,

face à face, dos à dos,

chacun parmi tous se traîne

au métro, boulot, dodo.

Puis, le soir, dedans sa cage,

chacun devant sa télé

mange le même potage,

le même plat surgelé.

Et moi là-dedans, et moi

(Les grains de sable innombrables,

les étoiles indomptables,

et moi là-dedans, oui, moi?)

Vois les lignes de ta main,

de tes doigts vois les empreintes:

rien n’est pareil. L’être humain

à chaque fois est unique.

L’air est le même pour tous

et l’eau des puits est la même

et la terre où nous marchons.

Mais le feu qui brûle au fond

de toi, tant qu’il te fait vivre,

il est à toi, rien qu’à toi.

Tandis que je passe en cinquième

– la route est libre et les terrils

à l’horizon des hlm

barrent le ciel de leur profil –

je me dis: la fin de la route

est proche, et se rapproche aussi

le temps de la grande déroute

où je m’en irai loin d’ici.

Sans mon corps, ce laissé-pour compte,

sans l’amour de ceux que j’aimais

sans les doux trésors de ce monde

qu’il nous faut quitter à jamais.

Comme les quittèrent Clémence

et Pascal, comme les quitta

sans appel, malgré sa puissance,

le grand Tarhunza d’Ankara.

Après lui, le roi de Sicile,

après eux, je ne sais plus qui,

tout ce qui, tiré de l’argile,

par l’argile, un jour, est requis.

L’eau toujours neuve, l’eau lisse,

comme notre cours jamais

ne s’arrête. Le temps glisse

sur nos jours, rudes galets,

pris, polis, portés au fleuve

vers où va l’eau toujours neuve

[…]

[…]

Emily, Charlotte, Anne.

Tutto è preciso come un orologio, come il

grande orologio a parete che ogni sera

il Reverendo ricarica prima di coricarsi.

Tutto è chiuso, le porte, i corsetti

e gli sguardi di lama incrociati.

Sotto il ritratto del Duca di Wellington,

protestanti, tory e vergini,

zigomi rosei, fin troppo rosei, le tre sorelle

abbassano la fronte, liscia come quelle pagine

dove la landa è in fiamme fino al mare.

Fino al mare Qui contemplo soltanto

questi strani monti che si levano sui

pozzi senza fondo dove l’oscura opera

dei minatori ricavava nel carbone i suoi templi.

Charleroi, quindi, città che fu un tempo di carretti,

grande centro metallurgico più tardi,

che ne resta? Disoccupazione e nostalgia,

quando non Marcinelle e Dutroux.

Gli uni ci dicono: dov’è l’erba

qui non spunta più,

pianura glabra e colline calve.

A memoria d’uomo

nessun ricordo del verde, di un misero

filo d’erba sul cammino.

Gli altri dicono: l’erba è rossa

il sole ne ha fatto fieno.

Altri infine: l’erba si distende

sotto le burrasche, le nubi,

i conquistatori venuti da lontano.

Quanto a me, ho sempre visto spuntare l’erba

davanti alla mia porta, ho sempre

trovato fosse buona e verde,

gramigna, prato o fienarola,

ciuffi o steli, giovanile

speranza che vedi ingiallire anche

nelle strade buie di una città,

sul nero ammasso di scorie delle discariche.

Ma adesso, come una grande piovra,

la città estende le sue braccia divoranti

verso il punto in cui giro ascoltando il motore

dell’auto mentre il cuore lavora.

Vedendo da lontano profilarsi gli edifici

dietro cui si cela l’orizzonte

e bambini sognare alla finestra

che il fondo delle strade si trasformi in prato.

Gabbie per conigli, polli,

hlm, città-dormitorio

Ciascuno vive dentro la sua bolla,

ognuno dice buongiorno, buonasera.

Ciascuno porta solo la sua pena,

faccia a faccia, schiena a schiena,

ciascuno tra tutti si trascina

alla metro, al lavoro, a nanna.

Poi, la sera, dentro la sua gabbia,

davanti alla sua tv ciascuno

mangia la stessa zuppa pronta,

lo stesso cibo surgelato.

E io là dentro, e io

(I granelli di sabbia innumerevoli,

le stelle indomabili,

e io là dentro, sì, io?)

Guardati le linee della mano,

delle dita, guarda le impronte:

non c’è nulla di simile. L’essere umano

è unico ogni volta.

L’aria è per tutti uguale

ed è la stessa l’acqua dentro i pozzi

e la terra su cui camminiamo.

Ma io fuoco che brucia sul fondo

di te, tanto da farti vivere,

quello è tuo, solo tuo.

Mentre ingrano la quinta

– la strada è libera e le discariche

all’orizzonte delle hlm

sbarrano il cielo col loro profilo –

mi dico: alla fine la strada

è vicina, e si avvicina anche

il momento del grande sconvolgimento

quando me ne andrò lontano da qui.

Senza il mio corpo, questa merce restituita,

senza l’amore di quelli che ho amato

senza i dolci tesori di questo mondo

che dobbiamo lasciare per sempre.

Come li lasciarono Clémence

e Pascal, come li lasciò

senza appello, malgrado il suo potere,

il grande Tarhunza d’Ankara.

Dopo di lui, il re di Sicilia,

dopo di loro, non so chi altro,

chiunque estragga l’argilla

dall’argilla, un giorno, è richiesto.

L’acqua sempre nuova, l’acqua liscia,

come il nostro corpo mai

si ferma. Il tempo scivola

sui nostri giorni, ciottoli grezzi,

presi, levigati, portati al fiume

verso cui va l’acqua sempre nuova

[…]

Poésie

Pitié pour les poètes de vingt ans

car ils ignorent ce qu’ils font

et ce qu’ils font peu de gens le comprennent.

Il leur faudra beaucoup de temps pour exprimer

le permanent malaise qui les mine,

la joie aussi, mais c’est plus rare, on écrit moins

avec des roses qu’avec des épines.

La poésie, d’ailleurs, montre-la moi.

Où donc est-elle, parmi ceux que je fréquente?

Dis-moi comment la reconnaître, à quoi?

Non, ce n’est pas cette personne languissante

qui vit sur un nuage et choisit avec soin

des mots qui ne servent à rien,

ni l’aristocratique dame remontant à pas comptés

des boulevards trop balisés,

ni ce tendron cultivant une écharde

à hauteur de poitrine, non.

De leur fade langage Dieu nous garde!

La poésie à d’autres voeux répond.

Il faut avoir un cœur à toute épreuve

un pouls d’athlète, de coureur de marathon,

être un plongeur aux profondes apnées,

un alpiniste de haut vol, un pionnier,

un aventurier à tous crins.

Carl Sandburg, un poète américain,

disait: la poésie est le journal d’un animal marin

qui vit sur terre et qui voudrait voler.

Rien d’étonnant à ce qu’on y laisse des plumes

(et quelquefois bien plus). En ai-je vus

de ces présomptueux hurluberlus

qui situaient leur Muse dans la lune.

Ils n’en sont jamais revenus.

La lune, de nos jours, a perdu son mystère.

Quelle Muse viendrait nous susurrer des vers?

On fait, dans un fauteuil, le tour de notre terre.

Peut-on encor pâlir au nom de Vancouver?

Tout ce qu’il faut porter en soi, jeunes poètes!

Que de nuits sans fortune, que de nuits avec,

que de patience dans l’azur! Et dans la tête

que de belles Minerves (Athena en grec)

Combien, combien de temps à battre le pavé

pour qu’un seul vers, soudain, jaillisse de l’attente.

Que de pluies nous devront débuer et laver

et que de froid au cul tandis que bise vente.

Pourtant, à travers tout, je t’aime, ô poésie.

Toi seule mon destin à jamais accomplit.

J’ai pu changer d’amour, d’entourage, de vie:

c’est toujours toi que j’ai retrouvée dans mon lit.

Et quand je partirai, pour peu qu’on se souvienne

de l’un ou l’autre vers, lorsque sera mon corps

bel et bien disparu dedans les souterraines

alcôves, c’est par toi que je vivrai encor.

N’ayons pas peur d’être trop grands,

de viser haut,

d’accrocher notre lyre à une étoile.

Je sais que le mot lyre est dépassé, mettons guitare,

quant aux étoiles, parler d’elles fait ringard.

S’il m’en fallait à moi, de cette poétique,

de ces grands coups de gueule, de bambou, de coeur?

Assez de vos plaquettes aux vers anémiques.

Il faut, pour me saouler, de plus fortes liqueurs.

Poétereaux prudents, à l’affût de la mode,

mais toujours en retard sur le tout dernier cri,

un sonnet de Ronsard ou de Claudel une ode

valent tellement plus que vos maigres écrits.

Jeunes poètes, si vous faites voeu

d’écrire, pesez bien cette folie.

Nul cloître ne sera plus rigoureux

que la tacite règle qui nous lie.

Plus seuls que moinillons dans leur couvent,

silence et solitude sous la bure.

Il vous faudra choisir: vivre de vent

ou faire carrière en littérature.

Tels ceux qui leur jeunesse ayant offert

à l’écriture, devenus des hommes,

bon an mal an donnent les mêmes vers

comme un pommier mûrit les mêmes pommes.

L’aréopage des vieillards laurés

assis, coudes pesant sur les buvards

où sèche l’encre de leur vie

Cette encre qui a pris la place de leur sang.

Sur les visages de papier

les jours ont tracé leur calligraphie,

les saisons jauni les dessins.

La moitié chauve, avec le crâne distingué

frappé des bosses de la connaissance,

l’autre moitié le front couvert de cendres

et presque tous portant lunettes.

Mains blanches d’intellectuels aisés,

prostates, presbyties, arthroses,

sexes en berne, faims moroses,

grands vins qu’il faudra refuser,

cœurs soumis à la trinitrine et qui soupirent

en évoquant le temps trop tôt passé

où l’on rêvait d’être Shakespeare.

Poesia

Pietà per i poeti di vent’anni

perché non sanno quello che fanno

e quel che fanno poca gente lo comprende.

Servirà loro molto tempo per espimere

il disagio permanente che li mina,

la gioia, anche, ma è più rara, si scrive meno

con le rose che con le spine.

La poesia, del resto, mostramela.

Dov’è dunque, tra quelli che frequento?

Dimmi come riconoscerla, da cosa?

No, non è questa persona languida

che vive su una nuvola e sceglie con cura

parole che non servono a nulla,

né la dama aristocratica che risale a passi misurati

viali troppo circoscritti,

né questa fanciulla che coltiva una scheggia

all’altezza del petto, no.

Dio ci guardi dal loro linguaggio scialbo!

La poesia risponde ad altri voti.

Bisogna avere un cuore a prova di tutto

un polso d’atleta, da maratoneta,

essere un palombaro di profonde apnee,

un alpinista d’alta quota, un pioniere,

un avventuriero a oltranza.

Carl Sandburg, poeta americano,

diceva: la poesia è il diario di un animale marino

che vive in terraferma e vorrebbe volare:

Niente di sorprendente che ci si lascino le penne

(e talvolta ben di più). Ne ho visti

di questi presuntuosi strampalati

che collocavano la loro Musa sulla luna.

Mai più sono tornati.

La luna, ai giorni nostri, ha perduto il suo mistero.

Quale Musa verrebbe a sussurrarci versi?

Si fa, in poltrona, il giro del mondo.

Si può ancora impallidire al nome di Vancouver?

E tutto questo bisogna portarselo dentro, giovani poeti!

Che notti prive di fortuna e notti che ne sono piene, che pazienza nell’azzurro! E in testa

che belle Minerve (Atena in greco)

Quanto, quanto tempo a battere sul pavimento

perché un solo verso, all’improvviso, sgorghi dall’attesa.

Che piogge dovranno strigliarci e lavarci

e che gelo quando la tramontana va dritta al culo.

Eppure, attraverso ogni cosa, ti amo, oh, poesia.

Tu sola mio destino mai compiuto.

Ho potuto cambiare amori, compagnie, vita:

ma sei la sola che ho sempre ritrovato nel mio letto.

E quando partirò, per quel poco che ci si ricorda

dall’uno o l’altro verso, quando il mio corpo sarà

del tutto sparito nelle sotterranee

alcove, è per te che vivò ancora.

Non temiamo di essere troppo grandi,

di puntare alto,

di attaccare la lira a una stella.

So che la parola lira è obsoleta, mettiamoci chitarra,

quanto alle stelle, parlarne è da matusa.

E se a me servisse, questa poetica,

questi grandi colpi di gola, di bambù, di cuore?

Ne ho abbastanza delle vostre plaquette di versi anemici.

Ho bisogno, per inebriarmi, di liquori più forti.

Poetastri prudenti, a far la posta al mondo,

ma sempre in ritardo per il grido più estremo,

un sonetto di Ronsard o di Claudel un’ode

valgono talmente tanto più dei vostri scarni scritti.

Giovani poeti, se fate voto

di scrivere, ponderate bene questa follia.

Nessun chiostro sarà più rigoroso

della tacita regola che ci lega.

Più soli di fraticelli nel convento,

sotto il saio silenzio e solitudine.

Dovrete scegliere: tra vivere di vento

o fare carriera letteraria.

Come quelli che dopo aver offerto la loro giovinezza

in sacrificio alla scrittura, divenuti uomini, che sia

annata buona o sfortunata maturano gli stessi versi

come un melo i propri frutti.

L’aeropago dei vecchi laureati

seduti, coi gomiti pesanti su scrittoi

dove secca l’inchiostro della loro vita

L’inchiostro che gli ha rimpiazzato il sangue.

Sui visi di carta

si è impressa la calligrafia dei giorni,

le stagioni ingiallite i disegni.

Una metà è calva, con il cranio in rilievo

segnato dai bernoccoli della conoscenza,

l’altra metà con la fronte cosparsa di ceneri

e quasi tutti portano gli occhiali.

Mani bianche di agiati intellettuali,

prostate, presbiopie, artrosi,

sessi a mezz’asta, fami croniche,

vini pregiati che dovranno rifiutare,

cuori schiavi della trinitrina e che sospirano

rievocando i tempi troppo in fretta andati

in cui sognavi d’esser Shakespeare.

Posted by: kolibris | January 9, 2010

Stefano Leoni vince il Concorso Pubblica con Kolibris 2009

La giuria di Kolibris, composta da Luca Ariano, Chiara De Luca e Guido Mattia Gallerani ha decretato il vincitore della prima edizione del concorso Pubblica gratis con Kolibris, finalizzato alla pubblicazione di una raccolta poetica inedita.

La raccolta vincitrice è Basse verticali, di Stefano Leoni, che verrà pubblicata in volume da Kolibris nel febbraio del 2010.

Segnalate dalla giuria in quanto meritevoli le opere di Oreste Bonvicini, Gianluca D’Andrea, Narda Fattori, che riceveranno da Kolibris una opportunità di pubblicazione antologica.


Per ulteriori informazioni e per  leggere la newsletter  Kolibris del Gennaio 2010, clicca qui


qui per ascoltare una poesia di Stefano Leoni da Basse verticali


Posted by: kolibris | January 14, 2010

PUBBLICA GRATIS CON KOLIBRIS 2010

Vista l’ottima riuscita della prima edizione del concorso pubblica con Kolibris, finalizzato alla pubblicazione gratuita di una raccolta poetica, che ha visto vincitore Stefano Leoni con la bella raccolta Basse verticali, e segnalati Oreste Bonvicini, Gianluca D’Andrea, Narda Fattori, abbiamo deciso di ripetere questa esperienza e di fare della gara di selezione periodica la modalità principale attraverso la quale è possibile pubblicare nella collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”.

Nel 2010 sarà perciò possibile inviare opere in visione durante tutto l’arco dell’anno:

Dal 20 gennaio al 30 aprile per la pubblicazione a settembre 2010

(con comunicazione dei risultati a fine luglio 2010)

Dal 3 maggio al 30 settembre per la pubblicazione a gennaio 2011

Con comunicazione dei risultati a fine ottobre 2010

1. È possibile partecipare con opere poetiche inedite o parzialmente edite in rete e su rivista

2. Condizione per partecipare alla selezione è l’acquisto di due volumi a scelta nel catalogo Kolibris, a titolo di parziale copertura delle spese gestionali e organizzative.

2a. I libri possono essere acquistati nella libreria ondine di Kolibris all’indirizzo: http://www.kolibrisbookshop.eu,

2b. oppure ordinati via mail all’indirizzo:

chiara.deluca@edizionikolibris.eu

3. Le opere poetiche devono essere inviate in forma cartacea, al seguente indirizzo:

Edizioni Kolibris

Via Pellegrino Matteucci 11

40137, Bologna

4. Il plico deve contenere scheda bio-bibliografica, dati anagrafici e recapito dell’autore.

5. Alla spedizione del plico contenente l’opera poetica in versione cartacea deve fare seguito la spedizione del file in formato word al seguente indirizzo:

redazione@edizionikolibris.eu

6. Le opere inviate saranno valutate da membri della redazione di Kolibris, che le riceveranno in forma anonima e i cui nomi verranno comunicati al momento della diffusione dei risultati conclusivi di ogni sessione di valutazione.

7. Le opere vincitrici di ogni sezione verranno pubblicate gratuitamente nella collana di poesia italiana contemporanea Chiara.

8. Il vincitore di ogni sessione riceverà 20 copie dell’opera pubblicata.

9. L’opera pubblicata verrà distribuita e diffusa attraverso i consueti canali di Kolibris.

10. Da quest’anno i libri di Kolibris, oltre che in rete e nella libreria virtuale, verranno distribuiti nelle librerie delle maggiori città italiane a mezzo del distributore indipendente di poesia Lavanderia a gettoni, gestito congiuntamente da Edizioni Kolibris e Torinopoesia. (http://www.lavanderiaagettoni.com)

11. Oltre alla pubblicazione in volume dell’opera vincitrice, è prevista la segnalazione e/o eventuale pubblicazione antologica di opere ritenute particolarmente meritevoli.

Posted by: kolibris | January 17, 2010

Karen Alkalay-Gut, Danza del ventre a Tel Aviv

Posted by: kolibris | January 19, 2010

GIOVANNI GRANATELLI, Giuramento, Mobydick, Faenza 2009

GIOVANNI GRANATELLI
Giuramento
Mobydick, Faenza 2009
ISBN: 978.88.8178.419.6
pp. 56,  € 9,00

POLVERE SOTTILE

Anche l’assenza della neve

trascrive punizioni

sul bordo del diario

sbiadendo gli ideogrammi

- promemoria per l’inverno -

che avevamo ricopiato

su porte e serramenti

ma vi scrivo per ripetere

le formule complete

del nostro giuramento

lustrando gli strumenti

che servono a cercare

nella polvere gelata.

GLI ORANTI

Gli oranti silenziosi

dipinti sul bicchiere

sfiorano inchinandosi

i salmi frantumati

esposti nel tuo libro.

Immersi nella cenere

andata accumulandosi

oltre ogni misura

riportano le antifone

che avevi accantonato;

ad ogni tentativo

inaccessibili – inconciliabili

DERVISCI

Le prove del concerto

nel foro ancora vuoto.

Minuscoli dervisci

roteano al tramonto

tenuti in equilibrio

dagli occhi delle madri.

Ripetimelo adesso:

la luce proietta

questa scena di danza

in un punto del cosmo;

adesso e nell’ora

della nostra sgangherata

velocissima sorte.


AMEN

Settembre

- di quale colore?

Restituiamo

i granchi alle maree.

Studiando la pineta

dentro il plenilunio

coniamo nuovi omaggi

e formule di addio.

Nastro di terra

con passi e racconti

da dove sollevi

le labbra alle stelle.

“E’ vuoto o soccorre?”

Ripetiamo a memoria

l’impossibile amen.


Letto 215

E pietà prima del buio

anche per le streghe.

Braccio contro braccio

sopra il letto numerato

studiare la pronuncia

di un inedito alfabeto.

Dare all’infermiera

altri stracci da bruciare.

Togliere la polvere

dagli orli dei bicchieri.

Cieli come vetri

di grandissime finestre

guardano i lenzuoli

e le aste per le flebo.

Quando scade

sotto i neon

l’ora d’oro del plurale

riuscire a ricordare

le forme prodigiose

delle mani degli amici



COMPIETA

Ma le mani violacee

bruciate anche dai farmaci

si ostinano a colpire

l’aria con le nocche

simili a uccelli

estranei a ogni pace

che urlano nel gelo

contro il muso della nebbia.


NELLO SCORPIONE

Registriamo

le virate della luce:

nuove traiettorie

ogni giorno più radenti.

Stiamo attraversando

la curva di novembre:

dove gli alberi impartiscono

lezioni incandescenti

sul tema consueto;

e dove con lo sguardo

comprimo l’orizzonte

- godendo l’imparziale

dorata elargizione

sui primi barcollanti

passi all’aria aperta.

Racconti di come

in questa cruna dell’anno

le parabole diventino

salmi e bestemmie

molto più velocemente



GUGLIE

Gli scarti di lato

dei nomi imparati

e lingue straniere

per dire misure

di questa sfuggente

aleatoria pietà -

come quando dopo il viaggio

sotterraneo dei violini

la spinta casuale

del vento sulle braccia

scompagina i registri

e iscrive anche voi

nella lista degli ospiti

sbucate in superficie

nella notte in costruzione

qui sotto le guglie

consumate di domande.


CAPODANNO

Nuovi talismani

decorano le stanze

e al centro della festa

candele galleggianti:

preghiere sottaciute

di cui non puoi disfarti

che seguono le scie

tracciate dentro l’aria

dai gesti delle mani,

che attraggono le voci

dolenti e intraducibili

spedite da lontano

su dorsi di falene.


PAUSA

Mentre questa

è la pausa nel dolore:

la quiete dei farmaci

- vuota e benedetta.

Molecole pragmatiche

aspergono veloci

odore di neve,

dosata compassione

trascritta contro i vetri

ma devi spostarti

per scavare metafore:

qui muscoli e nervi

sono appena al principio

delle loro domande.


PADIGLIONE A

Nella sala d’attesa

del pronto soccorso pediatrico

nudi più di vermi

sotto i calcoli dei neon

qui dove l’universo

atomo dopo atomo

viene giudicato

- squadrato nelle sillabe

che formano i responsi,

qui curvi ad accudire,

sfiorando il pavimento

con le ciglia

comparse per via crucis

che ispezionano il linoleum

sognando di scovare

frammenti di piume.

NOSTRA SIGNORA

Nostra signora

delle preghiere inascoltate

e di quelle inesaudite

manto azzurro di cielo

sopra il filo spinato

sudario minuscolo

- inverosimile

moneta inghiottita

e colpo alla nuca

nostro cane di ghiaccio

sempre pronto a servire

ho voltato la voce

dalla parte del muro

ma un’eco affamata

continua a braccarti.

Nota bio-bibliografica.

Giovanni Granatelli è nato a Catania nel 1965, ma fin dall’infanzia vive a Milano. Ha pubblicato i volumi di poesia Strategie di resistenza, Mobydick, 2002 (selezione Premio Valeri) e Giuramento, Mobydick, 2009 (Premio Città di Marineo). Sue poesie sono comparse anche in antologie (Il porto clandestino ai baci– antologia del Premio Dario Bellezza, Empiria, 2000)  e riviste (“ClanDestino”, “Tratti”, “Il Filorosso”).

Posted by: kolibris | January 24, 2010

JULIEN BURRI, Se solamente

Collana Camäleon – Poesia svizzera contemporanea
JULIEN BURRI, Se solamente
Traduzione di Andrea Breda Minello
ISBN: 978-88-96263-19-8
pp. 112, € 12,00


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IV

DAL TRENO

Il freddo si spiega come un lenzuolo.

Stringere la gabbia toracica,

assicurarsi che tenga.

Mancano le tue mani

per annodare il giorno e la notte.

Le case sono blocchi ciechi,

grumi senza elasticità.

Un folle ha aggrovigliato la città.

Il corpo, i pensieri, adottano la sua forma

per mimetismo.

*

La brina si deposita sugli alberi,

le barriere e i fili elettrici,

crescita di cristalli diretta contro il vento .

Sotto il cielo atono

un treno

- rombo grave

compresso

di metallo arrugginito -

*

Cantieri abbandonati

fumi sospesi.

Corvi lanciati come boomerang

nei frutteti inariditi.

Luce flebile.

Ultimi istanti,

per farsi largo

prima della notte.

*

Variazioni di colori di terre attraversate

trattenute tra loro

da sentieri, siepi, canali.

Intorno:

fabbriche,

carcasse,

rotaie inglobate dalla vegetazione.

La luce turchese svanisce negli angoli.

Alberi, fattorie, gru

si delineano

stagliati nell’ombra.

*

Appoggiato alla finestra,

di fronte al crepuscolo che macera

un uomo ha odore di tabacco, di cuoio.

La notte cieca

ingoia i vagoni

agitati dagli scossoni.

Scioglie i muscoli,

il respiro.

*

L’abitacolo sterilizzato s’illumina.

Insetti ammucchiati

formano chiazze

sotto il vetro delle plafoniere.

Agonia lenta del paesaggio,

color acqua e carbone.

Prospettive forzate

scarpate e precipizi.

*

Gli alberi e le case

- rollii -

si riempiono d’ombra,

sprofondano nel paesaggio dissestato.

Il giorno si biforca e si dilegua,

- inclinazione -

Il sangue rifluisce verso il fianco sinistro.

La notte, ventosa ai vetri,

fa resistenza –

si distende sotto choc.

*

Attrito di metallo.

Si avvicina dal fondo.

La pressione deforma i vetri.

Fuori tutto è solo linee orizzontali,

lunghe serpentine bianche.


IV

DEPUIS LE TRAIN

Le froid se déplie comme un drap.

Serrer la cage thoracique,

s’assurer que ça tient.

Manquent tes mains

pour nouer le jour et la nuit.

Le maisons sont des blocs aveugles,

des grumeaux sans liant.

Un fou a emmêlé la ville.

Le corps, les pensées, adoptent sa forme

par mimétisme.

*

Le givre se dépose sur les arbres,

les barrières et le fils électriques,

croissance des cristaux dirigée contre le vent.

Sous le ciel atone

un train

- roulement grave

compressé

de métal rouillé –

*

Chantiers délaissés

fumées suspendues.

Corbeaux lancés comme boomerangs

dans les vergers secs.

Lumière cassante.

Derniers instants,

pour se faufiler

avant la nuit.

*


Changements de couleurs de terres traversées

retenues entre elles

par chemins, haies, canaux.

Autour :

usines,

carcasses,

rails digérés par la végétation.

La lumière turquoise disparaît dans les coins.

Arbres, fermes, grues

se dessinent

découpés dans l’ombre.

*

Accoudé à la fenêtre

devant le couchant qui rouit

un homme à l’odeur de tabac, de cuir.

La nuit aveugle

avale les wagons

agités de soubresauts.

Dissout les muscles,

le souffle.

*

L’habitacle aseptisé s’illumine.

Des insectes amoncelés

forment des taches

sous le verre des plafonniers.

Agonie lente du paysage,

couleur charbon et eau.

Perspectives outrées

talus et précipices.

*

Les arbres et les maisons

- roulis -

se remplissent d’ombre,

sombrent dans le paysage défoncé.

Le jour bifurque et s’éloigne.

- inclinaison-

Le sang reflue vers le côté gauche.

La nuit ventouse aux vitres

fait résistance –

s’étire sous le choc.

*

Froissement de métal.

On approche du fond.

La pression déforme les vitres.

Dehors tout n’est que lignes horizontales,

longs serpentins blancs.


qui sotto per vedere il video


Clicca sull’immagine per leggere la presentazione e una selezione di poesie

Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
VERA D’ATRI: Una data segnata per partire
ISBN 978-88-96263-13-6
pp. 114, € 12,00
qui per acquistare


Attraverso la morte, / l’oleandro attende l’oleandro”. Sono parole misteriose, profonde, quasi mistiche, quasi un epitaffio, queste che compongono i primi versi di una composizione di Vera D’Atri, autrice di una silloge poetica davvero originale e interessante, dal titolo “Una data segnata per partire”. Nel leggere questi testi, devo dire con piacevole attenzione e un certo rapimento, mi hanno colpito in modo particolare questi versi di pagina 59, dai quali cercherò di sviluppare una serie di pensieri e riflessioni sulla globalità della poesia di Vera D’Atri.

In effetti, il dinamismo e la progressione della vita, del cosmo nella sua interezza, presuppone il passaggio continuo e indefinito dalla vita alla morte e dalla morte alla vita, in un ciclo di perenne trasformazione in sé di tutte le cose, ed il mito dell’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri è in qualche misura anche qui riproposto: l’oleandro, per essere tale, deve prima attraversare la propria morte, per poi vedersi rinascere dai propri semi da se stesso generati con il proprio disfacimento. La vita aleggia dunque sul manto eterno e inestinguibile della rigenerazione, sull’ingerenza di se stessa con la disgregazione, da cui rinasce continuamente, e questo ciclo si automantiene e si autoalimenta incessantemente, forse grazie all’abbrivio iniziale di una forza o di una energia esterna, di una volontà che trascende il cosmo stesso. Ma questa è un’altra storia. L’automantenimento e la continua rinascita, la perpetua rigenerazione delle cose è possibile anche nel mondo della non fisicità e materialità, nel mondo dei sentimenti? Come è possibile tradurre in parole il dinamismo che irrimediabilmente, inequivocabilmente e inspiegabilmente, conduce alla disfatta del mondo che vediamo e sentiamo, per avere poi una speranza – ma solo una speranza – che tutto ricominci da capo? Magari con altre fisicità, ma con la stessa coscienza attuale di essere. E’ possibile?

Certamente la poesia è in gran parte espressione principale di questa sofferenza, di questo pathos che affligge l’uomo in quanto essere calato e formato nel tempo e nello spazio ma che aspira a dimensioni oltre e ultra. E il poeta ha a disposizione la parola, che può manipolare e strutturare in uno schema adatto a rappresentare questo sentire e avvertire il proprio limite, nonostante l’avanzare del tempo che trasforma e rigenera le cose in base ad una legge termodinamica ineluttabile.

Io penso che la maggior parte delle produzioni poetiche, in ogni tempo e in ogni luogo, abbia in qualche modo una stretta attinenza con il problema dell’essere e del divenire, e molti sentimenti, osservazioni ed espressioni che apparentemente si limitano ad una certa superficialità di descrizione del mondo, sono poi riconducibili alla sofferenza che deriva dalla consapevolezza razionale dell’immane e perpetuo trasformarsi del mondo in evoluzione, che presuppone appunto la morte e la disgregazione.

Ci sono poeti che utilizzano un discorso più o meno diretto, più o meno blando, ma che comunque rievocano, anche alla lontana, quel rovello. Ma con Vera D’Atri ciò non accade: ella non ha questo sotterraneo aggancio della parola poetica con il dolore dell’essere, causato dal sapersi improgionato in uno spaziotempo del tutto materiale; Vera D’Atri non ha un discorso lineare costantemente legato a quei riferimenti: come giustamente afferma Rossella Tempesta nella sua accurata prefazione, la nostra poetessa ha un linguaggio complesso, che molto difficilmente si può intendere ad una prima rapida e distratta lettura. Si può ragionevolmente affermare che la poesia di Vera D’Atri si libra autonomamente, è poesia pura nella poesia, vive di forza propria. Per giungere a quei riferimenti profondi di pathos, di cui dicevo prima, bisogna fare un volo in caduta libera: immaginare l’atterraggio dopo aver lasciato un corpo aereo bellissimo e colmo di figurazioni, metafore, allegorie, risonanze, simboli, che, ingegnosamente collegati l’uno all’altro in uno schema di rara efficacia poetica, conducono al nocciolo del problema esistenziale. Così leggiamo: “A volte sento precipitare / tutte quante le mie stagioni / come un improvviso cadere al centro della terra / e sono senza ritorno”, e ancora: “Nevicare, / posarsi come una moltitudine, / essere bianchi / senza più dolore e stare sulla terra / come un lembo di coperta / e tremare”. Sono evidenti a mio avviso i riferimenti alla precarietà e all’instabilità della vita limitata e limitante, in cui l’essere cerca speranzoso quel varco trascendente che gli faccia intravedere in qualche modo l’assoluto.

Vera D’Atri affronta quindi il suo viaggio poetico staccandosi dalla fisicità e dalla materialità della vita: segna sul suo taccuino la data e parte sicura e colma di ogni dovizia lessicale; il suo è un viaggio intenso, precipitoso ma non frettoloso; ella non lascia sulla pagina nessuna parola sovrabbondante, eliminando persino i titoli, che appaiono superflui nella costruzione monologante di un discorso intriso, come dicevamo, di termini-simbolo, e che tuttavia si presenta come un “unicum”, pur nella suddivisione del libro in tre parti: Luoghi, Esercizi, Consuetudini.

E’ senza dubbio una poesia alta e pura, quella di Vera D’Atri, perché la nostra Autrice ha una grande esperienza e padronanza delle parole, le utilizza e le reinventa sempre in modo sorprendente, ed è assai abile nel gioco di incastro di queste all’interno del verso e di tutto il contesto.

Si apre dunque la strada ad una poetessa che sa davvero interessare il lettore attento, emozionandolo con i suoi versi altamente plastici ed evocativi, di grande resa poetica.

Giuseppe Vetromile

14/1/10

LETTERA A VERA D’ATRI, di Roberto Matarazzo

risposta a Una data segnata per partire (Kolibris, Bologna 2009)

Clicca qui sopra per leggere una recensione di Giuseppe Vetromile a Una data segnata per partire

qui per leggere alcune poesie


COLORI DI UN BACIO

Non vedranno ammucchiarsi il tesoro.

Seguono il disegno merlato di un fiore,

che il bacio riconsce come labbra

appena dischiuse.


Vera D’Atri, da Una data segnata per partire, Kolibris, Bologna 2009

Posted by: kolibris | January 28, 2010

JUANA CASTRO, Del colore dei fiumi


Traduzione di Daniela Raimondi

Zagal

Soy el zagal, porque murió mi madre.

Para vestir me dieron ropas de muchacho:

camisa, pantalones de pana

y unas gruesas abarcas que me dañan los pasos.

Llevo honda, vahado, guardo las ovejas

mientras abro el zurrón y me dejo los dientes

en la oscura dureza de mi pan

y en este medio queso veteado de aceite.

Del perro y de mi miedo me acompaño

porque el día es inmenso,

el campo sin final, y mis zahones

me pesan en la carne como piedras.

Il maschio

Sono il maschio, perché morì mia madre.

Mi diedero indumenti da maschio per vestirmi:

camicia, pantoloni di panno

e delle scarpe rustiche che mi affaticano il passo.

Porto come me una fionda, un bastone ricurvo, e curo le pecore

mentre apro la bisaccia e lascio l’impronta dei denti

nell’oscura durezza del pane

e nella mezza forma di formaggio venata di grasso.

Mi fanno compagnia il mio cane e la paura

perché il giorno è immenso,

il campo infinito, e i miei sopracalzoni di cuoio

mi pesano come pietre sulla carne.

Las trenzas

Mi tía me ha cortado las trenzas.

Ella dice

que un muchacho se debe peinar pronto.

Y acarreo la mula, y recojo bellotas,

y arrastro los costales

de avena sobre el pecho,

y tengo ya las manos

encalladas y negras,

como el cuerpo de mi padre y los ojos

de los sapos que saltan

en la lluvia y el pozo.

Le trecce

Mia zia mi ha tagliato le trecce.

Lei dice

que un ragazzo si deve pettinare in fretta.

E spingo la mula, e raccolgo ghiande,

e trascino i sacchi di avena sul petto,

e ho mani

coperte di calli, nere

come il corpo di mio padre e gli occhi

dei rospi che saltano

nella pioggia e nel pozzo.

La Alberca

Debajo del sombrero

me comían los pijos.

Y yo estaba asustada cuando ella

vino tan alta sobre el carro

e me llovó a la alberca.  Me puso

en cueros vivos y allí, bajo el moral,

me enjabonó de espuma,

e llevó el estropajo

de los pies a la nuca, hasta poner mi carne

del color de las rosas. En zufre morían

los bichos y las liendres.

Y luego, con zotal, una pluma

me alisaba en sus dedos

arañazos y heridas.

La tinozza

Sotto il cappello

i pidocchi mi mangiavano viva.

Ero morta di paura quando lei

arrivò, così altera sul carro

e mi portò alla tinozza.  Mi fece entrare

tutta nuda, e lì, sotto il gelso,

mi insaponò coprendomi di spuma

passando il ruvido strofinaccio

dai piedi alla nuca, fino a che la mia carne

divenne del colore delle rose.  Pidocchi

e uova morivano nello zolfo.

E poi, con il disinfettante, le sue dita

passarono come una piuma

sopra graffi e ferite.

El potro blanco

Tiene razón ella, y el espejo

que me enseñó esta tarde.

-       Mírate, tu no eres un hombre.

Los hombres nunca tienen

esa fiebre en los ojos, ni los muslos

les florecen rendodos, ni en los pechos

les crecen dos botones

erguidos como islas detrás de la camisa.

-       Mírate.

Y me miro,

y me voy desundando

de mis tristes aperos.

Y ententoces aparece, sin que yo lo convoque,

mi cuerpo como el lirio

de sol y la radiante manzana de la carne,

igual que en el milagro

del primer potro blanco saliendo de su madre.

Il puledro bianco

Ha ragione lei, e lo specchio

che stasera ha riflesso la mia immagine.

-       Guardati, tu non sei un uomo.

Gli uomini non hanno mai

questa febbre negli occhi, né le cosce

gli fioriscono rotonde, né sul seno

gli crescono due bottoni

eretti come isole dietro la camicia.

-       Guardati.

E io mi guardo,

mentre mi denudo

togliendomi di dosso i tristi indumenti da lavoro.

E allora il mio corpo appare, senza che io lo convochi,

uguale al giglio

di sole e alla radiante mela della carne,

come nel miracolo

del primo puledro bianco mentre esce

dal corpo di sua madre.

Padre

Esta tarde en el campo piafaban las bestias.

Y yo me quedé quieta, porque padre

roncaba como cuando,

zagal, dormíamos en la era.

Me tiró sopre el pasto

de un golpe, sin palabras.  Y aunque hubiera podido

a sus brazos mi fuerza,

no quise retirarlo, porque padre

era padre: él sabría qué hiciera.

Tampoco duró mucho.

Y piafaban las bestias.

Padre

Quella notte nel campo scalpitavano le bestie.

Ed io rimasi quieta, perché mio padre

russava come quando,

adolescente, dormivamo nell’aia.

Mi gettò sopra il fieno

di colpo, senza una parola.  E sebbene avessi potuto

difendermi dalle sue braccia,

non volli respingerlo, perché un padre

era un padre: sapeva il fatto suo.

Nemmeno durò molto.

E le bestie scalpitavano.

Desnudo

Me ha desnudado entera.  No era él.  Era ella.

Ya no sé si es mi madre,

o mi hermana, o mi novia.

Con sus dedos recorre

el mundo y la besana.

Sabe más geografía

que todos mis hermanos, y en su lengua

me nombra cordilleras y ríos y humdeales.

Me place su ventura.  Y a su vientre

me inclino, y bebemos la dulce

calación de la hierba.

Sabe su boca a salvia.

Nudità

Mi ha spogliato completamente.  Non lui.  Lei.

Non so più se è mia madre,

mia sorella, o la mia fidanzata.

Con le sue dita percorre

il mondo e il primo solco.

Sa più geografia

di tutti i miei fratelli, e con la lingua

mi nomina montagne e fiumi e umide terre.

Gioisco della sua allegria.  E al suo ventre

mi inchino, e brindiamo alla dolce

ghiottoneria dell’erba.

La sua bocca ha l’aroma della salvia.

Flor de geranio

Me miran con codicia.  Yo trabajo.

Engancho las dos mulas, les doy

a las ovejas sus corderos, agarro

la guadaña, pongo

pienso a los toros, y ensillo

mi caballo.  Me miran

con codicia.  Trabajo.

Pero de noche, ella

me da su espejo blanco

y descubro que el día

me puso entre las piernas

una flor de geranio.

Como el vino, tan tierna.

Fiore di geranio

Mi guardano con la libidine negli occhi.  Io lavoro.

Aggancio le due mule, porto

gli agnelli alle pecore, afferro

la falce, impreco

penso ai tori, metto la sella

al cavallo.  Mi guardano con la libidine

negli occhi.  Io lavoro.

Però di notte, lei

mi da il suo specchio bianco

e scopro che il giorno

mi ha messo fra le gambe

un fiore di geranio.

Come il vino, così tenero.

Las llares

No sabré cómo ha sido.

Cuando entró por la puerta, cejijunto

y tan serio, con los ojos clavados

en las llares, el trueno y el relámpago

fueron ambos a una: tenía sobre mí

entera la tormenta.

El hombre de la casa dijo sí

y a poco me encontré de negro y velo

sellando mi obediencia la sortija.

Ahora tengo marido, y él sabe de mi herencia.

Lo tengo sobre mí, su espuela viva

clavándose en mis piernas.

Catene

Non so nemmeno io come è successo.

Quando entrò dalla porta, accigliato,

così serio, con gli occhi fissi

sulle catene del camino, il tuono e il lampo

furono un tutt’uno: l’intera bufera

stava sopra di me.

L’uomo di casa disse di sí

e poco dopo mi trovai con abito nuziale e velo,

una fede a suggellare la mia obbedienza.

Ora ho marito, e lui conosce il mio destino.

Lo tengo sopra di me, il suo sperone vivo

conficcato fra le mie gambe.

La cuna

Estoy encinta, y vivo.  Me preñó

igual que a las ovejas.

Ahora hace la cuna

con madera de olivo,

y canta, y por primera vez

me llama por mi nombre.

Porque va a ser un niño

como su abuelo, dice,

“un hombre de verdad

que trabaje conmigo”.

Pero de noche, carga

sobra mí su balumba

y se olvida del hijo.

Será para cantar, me digo, mientras abro

las piernas y me escoro

hacia un lado eludiendo

su peso porque duele.

¿Qué será lo que siente?

La culla

Sono incinta, e vivo.  Mi ha impregnato,

come si fa con le pecore.

Adesso costruisce la culla

con legno di ulivo,

e canta, e per la prima volta

mi chiama col mio nome.

Perché ci sarà un bambino

uguale a suo nonno – dice,

“un uomo vero

che lavori con me”.

Però di notte, mi monta

sopra con tutta la sua carne

e si dimentica del figlio.

Sarà per cantare, mi dico, mentre apro

le gambe e mi sposto,

girandomi su un fianco perché fa male.

Cosa sara mai quello che sente?

La Cierva

Me mareo y la siento

moverse como un ciervo.

Lo que más cuesta ahora

es lavar en el río,

cargarme la pena

y cavar en la huerta.

Nadie sabe que tengo las venas como cables

y la piel transparente de vejiga

soplada hasta romperse.

Como cierva se mueve y corretea,

y pisa lo que sabe.

Yo, que non sé de letras,

escribo para el mundo

sin tinta ni palabras.

Su historia es la que escribo,

y en mi vientre se inicia.

La cerva

Mi vengono le nausee e la sento

muoversi come un cervo.

Quello che mi costa più fatica adesso

è lavare nel fiume,

caricarmi il paniere

e zappare nell’orto.

Nessuno sa che ho vene come cavi

e la pelle trasparente come una vescica

soffiata fino ad esplodere.

Come una cerva lei scalcia e si muove,

premendo contro ciò che conosce.

Io, che non so di alfabeti,

scrivo per il mondo

senza inchiostro o parole.

È la sua storia che scrivo,

e nel mio ventre comincia.

Cordón

Como pan y aceitunas y amamanto

a mi hija.  Entre cinco varones

ella estaba esperándome.  Tiene un hilo

de selva anudado en su ombligo.  Gira

toda la tierra cuando miro

su cara.  Huele a alba y a cera,

a pan recién cocido y a todo

lo que nace y empieza.

Como pan y aceitunas, y la leche

de un río me atraviesa para hacerme

manjar nuevo en su boca.

Cordone

Mangio pane ed olive ed allatto

mia figlia.  Lei mi aspettava

fra cinque maschi.  Ha un filo

di selva annodato al suo ombelico.  Tutta la terra

gira quando guardo

il suo viso.  Profuma di alba e di cera,

di pane appena sfornato e di tutto

ciò che nasce e comincia.

Mangio pane ed olive, e il latte

di un fiume mi attraversa per farmi diventare

manna nuova nella sua bocca.

Las espigas del sueño

La miel nuestra del día

siempre estuvo en el sueño.

He dejado la cama

como quien deja casa, y terruño, y espigas.

Porque toda la noche

sentí pasar las tórtolas

que me tocaban, limpias,

con su ala de espuma.

Y me despierto

de la dulce inmersión, y traigo heridas

claras de tul y vuelo

por piel y por entrañas de todas sus caricias.

Y ahora salgo a este día

y me miro al espejo, y sé que en cada paso

no voy a ser la misma

Le spighe del sogno

Il miele del nostro giorno

nasce sempre dal sogno.

Ho lasciato il mio letto

come si lascia la casa, e la terra nativa, e le spighe.

Perché tutta la notte

ho sentito passare le tortore

che mi toccavano, pulite,

con la loro ala di spuma.

E mi risveglio

dalla dolce immersione, e porto chiare

sulla pelle e nel ventre

le ferite di tulle e velo

di tutte le sue carezze.

Ora incomincio la giornata

e mi guardo allo specchio e so che, ad ogni passo,

non sarò mai più la stessa.

El Huerto

Orinas de pie, y dentro de tus hábitos

se me alza el misterio.  Mi madre poderosa,

como canta y se encumbra tu forma por el huerto,

mientras que yo me agacho.  Mientras velo tu trenza

mitad cofia y corona, recogida

de nieve cara al tiempo.

A mi cara y al tiempo, madre mía, mi abuela

poderosa.

L’orto

Urini in piedi, e dentro la tua tonaca

sorge il mistero.  Magnifica madre mia,

come canta e si innalza la tua forma nell’orto,

mentre io mi acquatto.  Mentre osservo la tua treccia

a metà fra una cuffia e una corona, raccolta,

bianca come la neve e tenendo testa al tempo.

Al mio viso e al tempo, madre mia, mia nonna

poderosa.

Dal libro: Del color de los Ríos, Juana Castro,

Collección Esquío de Poesía, Spagna, 2000

Juana Castro è nata a Villanueva de Cordoba, Spagna, nel 1945.  È una delle voci più significative della poesia spagnola contemporanea.  Professoressa specializzata in educazione infantile, è Membro della Real Academia de Cordoba de Ciencias, Bellas Letras y Nobles Artes.  Collabora a diverse riviste letterarie con articoli e critica letteraria.  È inoltre traduttrice dall’italiano.  Ha ottenuto importanti premi nel campo della poesia e della narrativa, fra questi il Premio Juan Alcaide; il Premio Juan Ramón Jiménez; il Premio Carmen Conde e il Premio San Juan de la Cruz.   Ha inoltre ottenuto il Premio Carmen de Burgos per i suoi articoli giornalistici, e i premi Periodismo del Instituto de la Mujer e Meridiana del Instituto Andaluz de la Mujer nel 1998 alla carriera. Fra i suoi libri: Cóncava mujer, Del dolor y las alas, Narcisia, Alta traición, Alada mía e  Del color de los ríos, premio Esquio de Poesia.

In Italia, suoi testi sono stati pubblicati nella rivista Poesia, e nei volumi antologici Memoria della Luce (Levante Editore, 1996 a cura di Emilio Coco) e Calice e Altre Poesie (Via del Vento 2001).

Posted by: kolibris | February 6, 2010

IL SENTORE DELLA GIOIA”, I parte: Mare. Di Chiara De Luca

Posted by: kolibris | February 6, 2010

Enzo Campi su “Segreta” di Chiara De Luca

Il “tutto” non è mai univoco.
C’è sempre da fare i conti con le “parti” che lo compongono : il bianco, il disadorno, il fuoco sotto forma di fiammella (lumen intestino) che si giustappone/contrappone all’acqua, la presenza rivitalizzante dell’aria, le labbra, l’occhio, ecc.

Sul piano visivo sono semanticamente significativi (signum e ficàre – fare segno – apporre la “firma” attraverso una “marca”) i passaggi dalla fiamma alle labbra e dalla fiamma all’occhio, ovvero la parola che viene dall’interno (il fuoco intestino) e si trasmette anche nel silenzio (smisuratamente espressivo) di uno sguardo.

Ci cono cose (soprattutto in poesia) che fungono da molla, si dilatano a spirale spingendosi verso altro e verso l’ “altro”.

Se il portarsi in fuori è la “messa in luce” della propria intestinità, se l’es-tendersi è il trampolino che permette al lumen di migrare verso un altro lumen, se l’alito di vento è, per così dire, il diktat del “soffio” (del resto “qui”, in questo luogo tenue , tutto è soffiato e rivolto a una scrittura areale ;- per areale s’intenda da un lato la leggerezza e dall’altro lato non tanto l’arealtà quanto una surdeterminazione della realtà verso una sorta di trascendenza), se l’acqua (metafora del “precipite”?) scivolando sulle labbra può ipotizzare la compresenza di un altro diktat (il processo paradigmatico della seconda strofa lascia pensare che la “parola”, metaforizzara in terra, sia resa fertile dall’acqua), se l’idea o, se preferite, l’idealizzazione -che è proprietà inalienabile di tutte le cose (qui presenti, assenti, evocate)- si concede il lusso di sussurrare (soffiare) e di essenzializzare la profusione d’acqua in una sola goccia (dal tutto alle singole parti), se quella goccia estirpata da un tutto sente il bisogno di delocarsi e di fissarsi in un altro tutto (il bicchiere), se tutto quello che accade è delicatamente smottato da quell’alito di vento che permette alle tende una sorta di “messa in mobilità”, se tutto questo vive, si sacrifica, sopravvive, si trascende, allora vuol dire che anche nell’arealità si può dare un “vortice”, il vortice della pagina bianca (il muro) ove smarrire (ma anche ritrovare) lo sguardo, il tempo, l’amore e la stessa scrittura.

UN SUPPLEMENTO
Un’altra ipotesi di lettura sarebbe quella dei quattro elementi: la casa come “terra” (ricettacolo e porta-impronte ;- ma lo stesso “corpo” è terra-di-sé-in-sé), l’acqua (non necessariamente catartica, ma comunque rigeneratrice), il fuoco (lumen intestino) e l’aria (sia la parola soffiata che la presenza, positivamente incombente, del vento).

UNA DETERRITORIALIZZAZIONE
Tutte queste “cose”, qui magistralmente assemblate (sia sul piano visivo che su quello poetico le singole parti sembrano vivere una nell’altra o comunque vengono metamorfosizzate l’una nell’altra).

Enzo Campi


Ritaglio

Posted by: kolibris | February 12, 2010

Stefano Leoni, Basse verticali

COLLANA CHIARA Poesia italiana contemporanea
STEFANO LEONI, Basse verticali
ISBN 978-88-96263-22-8
pp. 56, € 12,00

qui per acquistare

Raccolta poetica vincitrice del concorso Pubblica con Kolibris 2009.

Prefazione di Chiara De Luca. Note di Luca Ariano e Guido Mattia Gallarani

”In quest’opera ognuno può forse trovare per l’appunto la pochezza del proprio sosia, e il frequentatore attento della poesia d’oggi non tarderà a riconoscere tratti comuni ad altri scrutatori della poesia: l’estraneità della solitudine di chi guarda la nostra umanità farsi a pezzi sotto i colpi di tanti paradossi. La possibilità di raccontarla viene colta da Leoni nella costruzione di tanti frammenti contigui, soprattutto nelle parti “Storie soldate” e “Cronaca locale”, dove gli uomini ci appaiono davvero poco più che sfoghi della terra, anche quando fieri s’ergono su trampoli sociali. ”

dalla nota di Guido Mattia Gallerani

”Quella di Leoni è una raccolta compatta, in cui la tensione non viene mai meno, con linguaggio a tratti impregnato di crudo realismo, fino a risultare quasi impoetico, come ammette il poeta stesso (“Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico”). ”

dalla nota di Luca Ariano

La poesia di Leoni non cerca la facile retorica di grandi lutti ed enormi collettivi accadimenti, né si cimenta con nobili rebus e gratificanti questioni capitali. Il poeta deve di necessità ritrarre, attimo dopo attimo, particolare dopo particolare, muovendo dal frammento per ricomporre i residui del tutto, disarmonico, caotico e creativo, della propria esistenza, nella consapevolezza che “non è facile rimanere in equilibrio / dare il nome proprio alle cose”; e che “è sempre possibile modificare: / spostare un segno di congiunzione”. Nella consapevolezza, cioè, che nulla è in realtà fisso, immutabile, imposto, e che il margine di libertà e ribellione individuale si situa proprio in quella “terra di mezzo”, in quel passaggio che non è fine d’attesa inetta e statica, bensì principio di mutamento ostinato, i cui risultati si mostrano per improvvise accensioni e repentini oscuramenti, che sono all’apparenza arbitrari, di fatto consequenziali al susseguirsi d’infiniti traumi e e guarigioni, morti e rinascite. E il poeta stesso si lascia sorprendere dalle proprie parole, si lascia scrivere e dire “per poi tornare e scandalizzarsi / di avere scritto le parole con quella penna, / con quel colore.”

La poesia di Stefano Leoni è anche lucida, realistica analisi, spesso tagliente e spietata, del reale, analisi che però non si lascia mai andare al cinismo o all’auto compatimento, né indugia nella facile retorica del lamento, perché “il destino è un altro, migliore / e mancante, il disincanto.”

dalla Prefazione di Chiara De Luca

dal poemetto Il condominio

Il condominio

Non sono che l’anima di un pesce

con le ali

volato via dal mare

per annusare le stelle

difficile non è nuotare contro la corrente

ma salire nel cielo

e non trovarci niente.

Ivano Fossati, Lindbergh

Il tempo lascia scie al passaggio

penitente delle nocche ossute

sulla superficie granulosa della parete

e sparge sottili lingue di pelle

dal rosa al rosso

L’amore passa distrattamente

aggredito dalle ombre e luci

tra le lamelle delle veneziane

C’è un lamento ondulato,

l’allarme di una abitazione al piano attico

scivola nella strombatura delle scale

aumentando l’altezza dei gradini

- non ci abita nessuno, qualche sera

rumore di tacchi, a volte lo stridio

delle ceramiche ad impilarsi –

Il corpo risponde con contrazioni

e qualche inesattezza nei ritmi,

le iridi invece si dilatano nel ricercare le tracce

Il sorriso sul volto è angolare

gemono i cardini delle parole sull’uscio

Capire, cogliere l’istante nel quale la somiglianza

spiega il percorso, illuminarsi

prima di una caduta asciutta nel pulviscolo,

nella foschia di uno sguardo destinato

(come la morte improvvisa del tabaccaio

- e non aveva mai fumato, faceva 5 km a piedi

tutti i giorni dal negozio alla famiglia – )

raccolti tutti i dolori procurati senza consapevolezza

inghiottite le colpe immanifeste di essere vivo,

di essere parziale, di essere

eternamente inesistente, esistito per essere annullato,

il sospetto

C’è nel verdognolo, nel giallino, nell’alone

ciò che resta di un passaggio veloce

un oggetto scagliato

la scia immaginata, la rifrazione di energie

colte dall’imperfetto,

l’imperfezione immaginifica dell’occhio molecolare,

deforme traduzione per infiniti idiomi

Alla signora dell’ammezzato

è sufficiente un delirio radiotelevisivo

l’uso nucleare della menzogna

nemmeno la necessità del pensiero doppio

nemmeno;

succhia la polvere con il suo macchinario

vorace assorbe inghiotte

polvere di cemento, sassi d’asfalto

cellule d’epidermide, ragni e capelli

(illusa necessità di essere incorrotti,

estranei, soli)

privati del perdono.

Acciambellarsi come un gatto

sui cuscini di una dormeuse

nel breve distacco dalla terra, tesa,

parallelamente

collocarsi nell’ingannevole per spingere

via da sé, né oltre né alle spalle,

la responsabilità di essere brevi.

Tre figli nell’appartamento del secondo piano

tre misteri generati dall’assurdo desiderio

di occupare un tempo improprio

sei gambe nuove a calpestare

a correre, a saltellare

inutili quanto immensamente necessari

corpicini finitamente infiniti

(la creazione incessante del parziale)

Eppure lì la deflagrante

compromissione della piccolezza

il dovere di credersi superbamente rinnovati,

la consegna del replicante, inaspettatamente

Posted by: kolibris | February 13, 2010

La mancanza e il sentore della gioia, di Umberto Fornasari

recensione al video Il sentore della gioia, I parte – Mare, di Chiara De Luca

Improvvisamente, sul bordo del Mar Caspio, Abbas Kiarostami, regista, fotografo e poeta, nota un piccolo pezzo di legno sballottato dalle onde. Ha con sé la sua camera digitale e lo riprende. Ne esce un primo breve video, trasformato in videoinstallazione, alcuni anni fa, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, con lo spettatore invitato a sedersi su un piano ligneo declinante fino alla proiezione del mare, al termine del declivio, a inquadratura stretta. Sullo schermo la vicenda del legno, il suo cambiare toccato e mosso ogni volta in forma differente, in una litania d’epiloghi d’onde che così bene dice il tempo; nella biografia di quel legno la balìa della vita di ognuno.

A questa prova di Kiarostami seguiranno altri video, tutti affratellati dal comune tema dell’acqua e infine raccolti, sotto il titolo di Five Long Takes Abbas Kiarostami, il cui spunto iniziale è stata, come raccontato dal regista, la scoperta della camera digitale e della conseguente possibilità di registrare, in ogni istante, l’immagine che attiva l’immaginazione.

Anche Chiara De Luca scopre, in questo tempo del suo percorso artistico, la camera digitale e con essa ci svela, nella prima parte di un lavoro che promette successivi capitoli, il gioco del dialogo nascente fra la sua parola poetica, fatta di gesti intensi e di profili personali, e la videoripresa, in un gioco abbracciato di visioni e vedute.

Anche Chiara sceglie il mare per questo primo muover di passo nel Sentore della gioia, ma privilegiando uno sguardo panoramico, ampie vedute della spiaggia diffusa nel grigio d’inverno, alternate a chiusure su primi piani, legati alla vocalità del verso che s’intona, che tornano a cedere il passo all’allargar di camera su di un aperto orizzonte.

Non si tratta, per lei, oggi, di porre occhio e verso sul tema della balìa dell’esistenza umana, così poeticamente contemplato dal regista iraniano, e neppure di esitare sul significato del tempo scandito dal ritmo del terminare dell’onda che s’appoggia all’onda e che tutto instancabilmente modifica, dimensione che pur ritorna nei suoi versi: se ci abbia infine perdonati il tempo / o soltanto graziati in assenza nel passare.

In Sentore della gioia, pur guardando anch’essa il mare, in questa bagnata terra invernale, Chiara De Luca si confronta con un paesaggio esistenziale abitato dall’esperienza dell’assenza e della separazione.

Che cos’è dunque la separazione? E’ qualcosa di cui non sappiamo nulla. Ma è la condizione della nostra realtà. Tutto ciò che è reale è separato e la separazione dà a ciascuna realtà contorno e forma, determinazione, senso e bellezza. Ma si tratta di una bellezza d’esilio, orlata d’inesistenza. Non basta a se stessa. Proprio ciò che la fa reale la separa dall’essere. (Jeanne Hersch)[1]

Il distacco sa strappare la carne e consistere nel taglio, in mutilata sofferenza, sa nominarsi come abisso dolente, capace di svaporare lo sguardo, che per vocazione punta oltre, e slabbrare, come un gesto di Francis Bacon, i tratti del nostro profilo. C’è un distacco che incarna la morte e c’è una morte che abita la vita, non solo come indicata destinazione senza senso contrario, ma come sua propria condizione. Il filosofo Carlo Sini dice così bene che il vivente è il sopravissuto e che solo conosce il vivere chi ne ha visto l’alternativa: la morte. Chiara De Luca in Acqua, ci ha accompagnati in questo misterioso segreto iniziatico dell’esistenza.
Ma esiste anche un distacco che invece acconsente a essere narrato, che a sua volta ci racconta, che nell’atto di separare apre una distanza come nuova possibilità della nostra biografia; esiste un distacco dentro il quale possiamo professare la nostra storia, pagina che trapela dallo strappo di pagina, di mancanza e di presenza insieme, ciò che siamo stati, ciò che siamo mancati d’essere, colui o colei che è mancato al nostro desiderare d’essere, e che infine, quale dolore che s’è fatto dono, partecipa al nostro divenire l’esatta forma che ora noi siamo. C’è una separazione che non strappa più, che non versa sangue e che neppure disarticola il nostro tessuto biografico; c’è una separazione che non offende la nervatura del nostro essere racconto, ma che anzi sentiamo di volere ascoltare e osservare e che ci rende corpo che attende a
mani aperte, corpo che sa stare di fronte alla mancanza, come di fronte a se stesso.
Guardando e ascoltando questa video poesia di Chiara De Luca ci raggiunge la sensazione di questo secondo profilo d’assenza, che ripete il suo nome nel segreto d’ognuno, come stigma cicatrizzato e potente del nostro esserci. Noi siamo separazione, la finitezza del nostro io, siamo la mancanza che ci abita. Tutto ciò che manca ci costituisce, ci definisce. A questa mancanza, alla memoria di questa sottrazione dobbiamo tornare, come la figura in rosso, la poetessa stessa, che appoggia il passo nel grigio invernale lungo il profilo del mare. Nel
forse che incede ripetuto a inizio verso, proprio come il salire e scendere dell’onda, Chiara pare interrogare questa separazione che ci costituisce, che sa di noi e che custodisce parte del mistero della nostra individualità.
In questo paesaggio poetico non s’evoca nessuna lacerazione, ma piuttosto una separazione redenta, alla quale tornare per specchiare in essa ciò che ora siamo.


Forse li ha succhiati via geloso

tra le ingorde labbra informi il mare
Forse li ha strappati via beffardo il vento

Forse li ha dissolti il fiato ardente dell’estate

O forse sono io che vi ho smarriti


Ancora dunque Jeanne Hersch: E’ un mattino di mistral. La schiuma bianca corre sul blu compatto del mare. Il vento tormenta i pini e i sugheri con raffiche brusche e rumorose. Una gavina si sforza di avanzare contro corrente nel cielo. Accanto a un boschetto grigio di querce, i getti giovani di un lentisco si schiudono in un verde squillante. Il luogo e l’istante traboccano di vita e realtà.(..) E’ la presenza smagliante del presente. L’addio è ovunque, perché è la realtà, perché è il presente.(…)
L’addio, nel reale, è ovunque. Tutto è mortale, anche il tutto
.[2]

Come seconda nascita e nuovo battesimo si affacciano i profondi versi di Chiara De Luca, battesimo per aspersione d’acqua, la stessa di quel mare che forse li ha succhiati via e svaporata da quel vento beffardo.
Come fosse un rito che ci riconduce all’origine, a quella cifra del nostro esistere dove oggi la finitezza prende il nome di mancanza, mentre apre un orizzonte d’attesa che promette il tutto e il nulla, fino là in fondo, all’esatto filo che annienta il mare e che nascostamente solleva la promessa di nuova onda. Sta forse in questo consapevole sentire, che poggia il passo oltre il dolore, il sentore della gioia disegnato oggi dai versi e dalle immagini di Chiara De Luca.

Per questo torno qui e attendo a mani aperte

i palpiti che adesso più non scuotono furiosi

l’anima evacuata dal violento inverno delle tue parole.

Umberto Fornasari



[1] JEANNE HERSCH, La nascita di Eva, Novara, 2000.

[2] JEANNE HERSCH, La nascita di Eva, Novara, 2000

Posted by: kolibris | February 19, 2010

Peggy O’Brien, Spiando i ranocchi

Collana Snáthaid Mhór – poesia irlandese contemporanea
PEGGY O’ BRIEN, Spiando i ranocchi
ISBN 978-88-96263-20-4 pp. 178, €15,00

qui per acquistare


La nuova raccolta di Peggy O’ Brien è – per usare le parole di una delle sue poesie – una “avventura del nervo ottico”. È popolata di attrattive, di amicizie, cibo (e tè), fiori e luce dosati con acume. La O’ Brien ci guida attraverso paesaggi affascinanti, panorami colti e resi con occhio di falco, scorci fugaci su giardini curati, dove le piante più selvatiche non sono ancora state del tutto addomesticate, fino a luoghi, che – come nella poesia che dà il titolo alla raccolta, – sono caldi eppure popolati da una vita disturbante. Per poi farci atraversare una parata di stagioni, fino a riemergere su gelidi altopiani vuoti d’invernale distanza. Il lettore delle prolungate metafore della privazione presenti nella poesia più lunga della raccolta, “Pietrificata”, riconoscerà che una voce forte, sicura è emersa, e che le gioie di luce e colore sono funzionali alla messa a fuoco dell’oggettivo interrogarsi rispetto a gioventù, maturità, responsabilità genitoriale che ossessiona la poetessa. La grande eleganza delle poesie eguaglia la ponderatezza che conferisce a questo libro la sua gravità.

Eileán Ní Chuilleánain


“Casuale come atomi di polvere, mi posavo / su questo e quello, / un dipinto in una cornice / rassicurante, seta troppo fine da toccare”… È così che si muove Peggy O’ Brien tra le cose, sulle cose: lieve, discreta, si posa e spia, per conoscere e scoprire, facendosi parte del reale, assimilandosi al proprio sguardo che abbraccia e scopre il mistero di un quotidiano, giorno dopo giorno sempre nuovo. E nel quotidiano la poetessa si specchia e infrange, si riconosce, o più spesso si scopre un altro volto, segnato, fittamente scritto di ricordi e dolori, eppure fiero, forte. Come fiera è la poetessa nell’affrontare a viso scoperto i propri drammi esistenziali, bevendo fino in fondo anche il vuoto e il vino amaro dell’errore, commesso per amore, gioventù, o purezza sempre intatta che non cesserà di errare, ma neppure di apprende- re – dal riflesso mutevole del proprio sguardo – i propri più autentici tratti/confini. Confini che talvolta occorre valicare, con un salto nell’oscuro, nell’ignoto, in direzione di una realtà interiore trasfigurata che si fa mondo estraneo all’esterno e apre le braccia per accogliere, o strozzare. C’è nella poesia della O’ Brien il desiderio struggente – misto alla paura mai invalidante – di ricomporre i frammenti del Sé in un Tutto mai armonico, mai statico, bensì sempre mobile nel segno di una rapida metamorfosi di presente ed esperienza, vissuti, rivissuti e proiettati in qualche altrove mai idilliaco né ideale, e però sempre territorio d’inesausta esplorazione.

Chiara De Luca



47 Sandford Road

for Mary Ellen Fox and Anne Kelly

I came back to the insanity of roses

unfolding at the sun’s sole behest

in a space designed to reflect reason.

Everything was in proportion. A calm

façade. Minimal embellishment. Color

serene and fresh, lemon, celadon.

An agitated guest, I was the ghost

who, when the living were out

and about, had the run of the place.

Random as dust motes, I would settle

on this and that, a painting in a reassuring

frame, silk too fine to touch,

photographs of strong-boned boys

growing up and up without a hitch,

handsome men mounting the staircase.

That house, a class set apart for salvation,

sat back from the road, insulated

from its roar by absorbent trees and grass.

And I was free to choose my window by my mood. The world was not about to change,

just my view of it.

Now, all the houses on that fortunate

terrace like lounge chairs in the sun

relax at the back into long gardens.

The oblong frame I looked through shaped

the sense of what I saw, each pane

the sovereign facet of a crystal.

More than ever I hovered between

stories on that return, looking out

and over into Helen Dillon’s garden.

I studied that gardener’s studiously

artless art, how she could tempt

wild roses to trust a trellis,

make radically opposed flowers,

the easy-going daisy and tetchy

iris, just got on with the plan,

a place for every kind of display,

the needy vine, wildly clashing

colors revealing more of each other.

I had the thought that I could float

through glass without breaking it, adored

the sun so much I was the light.

The house returned me to the sanity

of building walls to last, block

upon block until the job is done.

47 Sandford Road

per Mary Ellen Fox e Anne Kelly

Tornai alla follia delle rose

che si schiudevano al solo comando del sole

in uno spazio disegnato per riflettere la ragione.

Tutto era proporzionato. Una calma

facciata. Ornamento al minimo. Colore

fresco e sereno, limone, verde pallido.

Ospite agitato, ero lo spettro

che, quando i vivi erano fuori

e in giro, prendeva possesso di quel luogo.

Casuale come atomi di polvere, mi posavo

su questo e quello, un dipinto in una cornice

rassicurante, seta troppo fine da toccare,

fotografie di ragazzi dalle ossa robuste

che crescevano e crescevano senza intoppi,

begli uomini che salivano le scale.

Quella casa, una classe messa via per la salvezza,

discosta dalla strada, isolata

da alberi ed erba contro il suo frastuono.

E io ero libera di scegliere la mia finestra a piacere.

Il mondo non stava per cambiare,

soltanto il mio modo di vederlo.

Ora, tutte le case su quella fortunata

terrazza come poltrone reclinabili al sole

si rilassavano sul dorso in lunghi giardini.

La cornice oblunga da cui guardavo forgiava

il senso di quel che vedevo, ogni pannello

la sfaccettatura sovrana di un cristallo.

Più che mai mi libravo tra favole

su quel ritorno, guardando fuori

e in alto nel giardino di Helen Dillon.

Studiai quell’arte giardiniera studiatamente

senz’arte, il modo in cui lei sapeva tentare

rose selvatiche a fidarsi di un graticolato,

a fare fiori radicalmente opposti,

accomodanti margherite e permalosi

iris, semplicemente cresciuti col progetto,

un luogo per ogni tipo di mostra,

l’umile vite, colori in violento

contrasto a rivelare di più l’uno dell’altro.

Ebbi il pensiero di poter fluttuare

attraverso il vetro senza infrangerlo, adoravo

il sole tanto più perché io ne ero la luce.

La casa mi riportò all’equilibrio

di mura di durevoli edifici, blocco

su blocco finché il lavoro è fatto.

Absolution

The part of her that left is in the clouds,

Wild horses stampeding across the moon tonight

Headlong for the rim, manes and tails streaming

In a wind that shows how muscular the air can be.

The part that stayed is in this bouquet she created

Decades ago, hardly fading or fraying

Lilacs in pink and blue, the usual purple,

Saying I’ll be this or that, I’ll live forever,

Like the fused flower garland of the spine,

Running down the centre of a stripped pine table.

My husband sits on one side, me the other.

Even in silence our two plates touch her runner.

My forbearing grandmother still reining me in,

Though I’m forever leaping up to fling salt

On my latest sin against a cultivated moderation,

A red wine rose defiling her linen garden.

Even if I could unpick it thread by thread,

Lay her patience out like a corpse, she would remain

The knot of each uncomprehended day. My grandmother

Followed a pattern, walked in the way of her Lord

Stitch by stitch, the way she read with her finger

Under the words, though she could recite the Bible

As fluently as He had made creation in a week,

Not night after night, star after pinprick star.

Assoluzione

Quel che resta di lei è nelle nuvole,

cavalli bradi attraversano a precipizio la luna stanotte

a capofitto verso il margine, con code e criniere grondanti

in un vento che mostra quanto l’aria sia nerboruta se vuole.

Quel che resta è nel bouquet creato da lei

ormai da decenni, che appena si scioglie o appassisce

lillà rosa e azzurri, la solita porpora,

a dire sarò questo o quello, vivrò in eterno,

come la ghirlanda di fiori sfusi della spina,

che scorre lungo il centro di un tavolo di pino levigato.

Mio marito siede da un lato, io dall’altro.

Anche nel silenzio i nostri piatti toccano la sua guida (1).

La mia paziente nonna ancora mi tira le redini,

nonostante io balzi sempre in piedi per lanciare il sale

sul mio ultimo peccato contro una moderazione colta,

una rosa rosso vino contamina il suo giardino di lino.

Ma anche la disfassi filo a filo per comporne

la pazienza come un cadavere lei resterebbe

il nodo di ogni giorno incompreso. Mia nonna

seguiva un disegno, camminava sul sentiero del suo Signore

maglia dopo maglia, la strada che leggeva con le dita

sotto le parole, anche se recitava la Bibbia fluentemente

quanto Lui che aveva ultimato la creazione in sette giorni,

non notte dopo notte, stella dopo punto a stella.

(1) Qui nel senso di tovaglia decorativa.

dal poemetto Numb/Pietrificata

I JEWEL

The story goes that it was sudden,

But it wasn’t. It was more

Desultory than that, flipping through

July, finding the fresh daffodils

Of May already pressed and dried.

Death tiptoes through the drifts of sleep

To bless us with a quiet exit.

It was the way we actually age:

Our skin dries up by leaf degrees.

Snowflake by snowflake hair turns white.

So the days grew shorter and

The shadows longer long before

September. When she finally found

The will to hold the creosoted mirror

Up, disaster was all but complete.

If she dares now to compare

This present desolation to

A tepid mishap long ago,

You may determine she deserves

Her frigid fate. But hear her out.

She’d lost an earring in a dim city

After dark. The next morning, she

retraced her steps, then re-retraced them,

Searching for the smallest glimmer,

Loath to endure a loss forever.

So, with her daughter. They used to be

A pair, worse, the one, rose gold pendant.

Pietrificata

I GIOIELLO

La storia narra che fu improvviso,

ma non lo fu. Fu più

incerto di così, sfogliando

luglio, trovare i narcisi freschi

di maggio già pressati ed essicati.

La morte va in punta di piedi tra dune di sonno

per benedirci con un esito quieto.

Era il modo in cui davvero invecchiamo:

la pelle si secca graduale come le foglie.

Fiocco dopo fiocco imbiancano i capelli.

Così i giorni si fecero più brevi e

le ombre più lunghe molto prima

di settembre. Quando infine lei trovò

la forza di tenere lo specchio creosoto

sollevato, il disastro era ormai completo.

Se adesso osa paragonare

questa desolazione attuale a un lieve

incidente di tanto tempo fa,

puoi anche pensare meriti

il suo attuale frigido destino. Ma ascoltala.

Smarrì un orecchino in una città oscura

dopo il tramonto. Il mattino successivo

tornò sui propri passi, poi ancora vi tornò,

in cerca di un minimo bagliore,

restìa a sopportare una perdita definitiva.

Fu lo stesso con la figlia. Erano un tempo

un paio, peggio, il solo ciondolo d’oro rosato.

II SEEDPOD

Demeter at the end of October.

She who spent so lavishly

Now spent, the luxury, to think,

Of just one rose, let alone the flor-

Abunda summer. Bankrupt, barren,

Broke. She has to start today

To reconstruct a life, save,

Steward her resources, thrifty

Seedpods, skinflint straw, be

As bleached and bloodless as the landscape.

Practice beige restraint. More,

Accomplish it with what’s at hand.

Not caring what she fells or floods,

Be there for the child to come back to

As surely as the roses will return.

First, repair the breaches in

Her barriers, shore her tears, build

Not just one, several dams.

Use every last limb, log, and twig

In the confused forest all around her.

She’ll come out at night, exit

Underwater, look like the bark she eats,

Snout iron in the silver moonlight,

Work, work, work in sleep until

The dawn of what they call the day

Then sleepwalk static in her lodge,

Mud and wood, skin and bone: home.

She’ll stay with it the way she stayed

One whole winter between white

Sheets in a grey, drizzly city

Waiting for the snow child to be born.

Demeter kept her legs together

Tight as a burning, ivory novice,

All to concentrate, to gestate

The full-term rose explosion.

II BACCELLO

Demetra a fine ottobre.

Lei che con tanta generosità spendeva

ora si prendeva il lusso di pensare

a una rosa soltanto, per non dire della flor-

abunda estate. Bancarotta, sterile,

irruppe. Lei deve cominciare oggi

a ricostruire una vita, mettere da parte,

risparmiare le risorse, avari

baccelli, misera paglia, essere

pallida ed esangue come il paesaggio.

Praticare una scialba costrizione. Di più,

conseguirla coi mezzi a disposizione.

Senza curarsi di ciò che abbatte o inonda,

esserci per la bimba cui tornare

di sicuro come faranno le rose.

Prima cosa: riparare le brecce nelle

sue barriere, trattenere il pianto, costruire

non solo una, ma numerose dighe.

Usare fino all’ultimo ramo, tronco e arbusto

della foresta che la circonda intricata.

Verrà fuori di notte, uscirà

sott’acqua, simile alla corteccia che mangia,

muso d’acciaio nella luna argentata,

lavorare lavorare in sonno lavorare fino

all’alba di quel che chiamano giorno

sempre in sonno camminare rigida nel suo rifugio,

fango e legno, pelle e osso: casa.

Starà con tutto questo come stavano

un intero inverno tra lenzuola

bianche in una grigia città piovosa

Aspettando che nascesse il bimbo di neve.

Demetra teneva le gambe

strette come un’ardente novizia d’avorio,

tutto per concentrare, covare

l’esplosione della rosa alla fine della gestazione.

III ZEN NOVEMBER

Blood soaked rags on the horizon,

The blue heron and her mirrored

Double posing for eternity.

November. A daughter ripe as August

Gone. Her distraught mother turned

The world to stone to be less lonely.

The beaver pond beyond twilight.

Basalt mountains, agate water,

Bone tree trunks, limestone moon.

Her own making, but it’s hard,

The interval before grief speaks,

The first, frozen teardrops fall.

But harder still when it begins

To crack, detonations, gravel

Pocks, overlapping ripples, chaos.

Only this is from below, far down,

Deep, as far as you can go,

Where the primal magma boils and bubbles.

Muscled arcs of black starvation,

Leaping up involuntary as a sigh,

Punctuating minnow commas,

Giving pause, a certain obscure

Pleasure, the taste of your own blood,

The sight of skin, that vast, elastic surface.

III NOVEMBRE ZEN

Stracci intrisi di sangue all’orizzonte,

l’airone azzurro e il riflesso

della sua doppia posa per l’eternità.

Novembre. Una figlia matura come l’agosto

andato. La madre sconvolta ha trasformato

il mondo in pietra per essere un po’ meno sola.

Lo stagno del castoro oltre il tramonto.

Montagne di basalto, acqua d’agata,

scheletri di tronchi d’albero, luna di calcare.

Il suo stesso fare, ma è dura,

la pausa prima che il dolore parli,

cadono le prime lacrime gelate.

Ma ancora più dura è quando comincia

a frangersi, esplosioni, pustole

di ghiaia, onde sovrapposte, caos.

Solo questo è dal basso, molto in basso,

in profondità, fin dove è possibile arrivare,

dove bolle e ribolle il magma primordiale.

Archi muscolosi di fame nera,

in sussulti involontari come singhiozzi,

virgole sono pesciolini d’acqua dolce,

impongono la pausa, un certo oscuro

piacere, il gusto del tuo stesso sangue,

la vista della pelle, quella vasta superficie elastica.

V SICK JANUARY

It’s not the way she planned it.

A thick tarpaulin of ice

Stretched from shore to shore,

Hermetic as an eardrum.

A full moon on glass, ghostly

Light haloing the flayed

Bodies of the damned,

An overall, opal gloaming.

But most of all a vitreous

Surface to walk across

And see finally what might be

On the other side,

Or in a fit of self-

Possession skate, indite

Deep-cut, cryptic arabesques

On pure white paper.

But this ice doesn’t take

Like grief that won’t solidify

As January rage, then melt

As tender April’s tears.

It’s watery, anaemic, weak.

No sooner does it stiffen

Its resolve then shrink back

Bullied to a thin puddle

By that clamor down below,

The unholy, faux summer,

Hammer beat, the over-

Heated rhetoric of Lucifer.

She needs it to be so cold

The hyper-active fish slow down,

And over-protected turtles

Womb down deeper into muck.

Demeter without her daughter

Is with her daughter in hell.

(…)

V GENNAIO MALATO

Non era come l’aveva pianificato.

Uno spesso telone impermeabile di ghiaccio

teso da riva a riva,

ermetico come un timpano.

Una luna piena sul ghiaccio, spettrale

alone di luce attorno ai corpi

scorticati dei dannati,

diffusa penombra evanescente.

Ma soprattutto una superficie

vitrea da valicare marciando

per vedere infine che potrebbe

esserci sull’altra sponda,

O in un accesso di auto-

controllo pattinare, tracciare

profondi e criptici arabeschi

su carta bianca e pura.

Ma questo ghiaccio non prende

come il dolore che non indurirà

come la rabbia di gennaio, per sciogliersi

come tènere lacrime d’aprile.

È acquoso, anemico, fragile.

Non fa in tempo a indurirsi

che la sua risolutezza si ritira

costretta in una bassa pozzanghera

da quel clamore laggiù in basso,

l’empia falsa estate,

colpo di martello, la sur-

riscaldata retorica di Lucifero.

Essere così fredda, lei ne ha bisogno

il pesce iperattivo rallenta,

e su iperprotette tartarughe

ventre più a fondo nel fango.

Demetra senza la figlia

è con la figlia all’inferno.

(…)


Posted by: kolibris | February 21, 2010

Enda Wyley, risvegliarsi a questo

Collana Snáthaid Mhór – poesia irlandese contemporanea
ENDA WYLEY, risvegliarsi a questo
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Gianluca Chierici
ISBN 978-88-96263-21-1
pp. 122, € 15,00

qui per acquistare

Parole che cercano la vita, che incarnano l’attesa. Parole che divengono immagini piene di premura – nelle scale della notte, nelle fiamme morbide della lanterna, nel legno scricchiolante del pavimento. Un sogno sfreccia e si fa guardiano, tra il corridoio e la stanza delle ninna nanne copre d’amore il sonno della bambina. Gli occhi che trovano gli occhi, la voce che si apre in un sospiro di madre. Poi le mani che stringono la camicia, la bocca umida sul petto, il nido della gola che inghiotte il latte. Delicata, nei passi lenti che ci trascinano, la pagina interiore si apre sui primi cinguettii del mattino, si sporge oltre la finestra, per guardare il sole dimenarsi nel morso di un pancake – acque, sabbie, rocce, ciuffi d’erba, come un incantesimo imperlano la parete dei versi. È un libro di minime magie risvegliarsi a questo di Enda Wyley. Un libro di segreti lucenti, di soglie arruffate tra i fiori delle guance e gli abitini gettati sulle lenzuola. Si è attraversati dalla gioia in queste pagine, da gemiti e sogni di fragole, che dalla culla si tendono come presagi. Il legame si stringe quando i corpi sono distanti, diventa nodo, chiedendo a ogni secondo lealtà e dolcezza. Tra specchi colorati e giraffe di pezza, i fogli bianchi si scrivono in fretta, prima che una carezza sfiori il piccolo cuore, e allontani ogni contraddizione. Sul bordo dei precipizi, in una memoria fatata, le poesie si fanno sempre più responsabili, amano e si lasciano amare, mentre il fumo sale dalle tazze calde e il vapore dei vetri sposa il ticchettio dell’orologio.

Ci sono mondi selvatici nel ritrovare la tenerezza, se ne si sente il profumo risalendo i sentieri delle cartoline. Fili fragili e trasparenti s’inerpicano sui visi segnati, e un’alba lieve oscilla tra le fatiche, attraversando il vento, fino al battito dei polsi, fino alle pance calde che si sfiorano. In un destino autentico, le ali dell’infanzia risalgono il diario – ci svegliano, quando il cielo è freddo, quando il richiamo della strega bianca rintocca nel cucchiaino, e ci svegliano – quando la guerra sconfina nel timore, ricordando i morti sepolti nel cuore d’ognuno. Dal battito delle piume arde questa voce universale, che setaccia giorno e notte, creando talismani nel perimetro della casa – dal regno del giardino danza verso la collina, per ridiscendere nel mondo in un profluvio di silenzi e di rinascite.

Gianluca Chierici

Clooncunny

How our hands swayed through

reeds today, brushing against joy—

the curlew calling us on in single file,

the others back in the cottage and us free,

marvelling at how we’d come this far, our voices

rising clear along the soggy path to the jetty,

the lake rippling with rudd and perch.

What comes next we can only guess,

can only wonder at where we are now,

at the top of this green, sloping field,

the quiet inside of us growing.

Clooncunny

Come oscillavano le nostre mani

tra le canne oggi, sfiorando la gioia –

il chiurlo maggiore a metterci in riga,

gli altri rimasti al cottage e noi liberi,

a meravigliarci d’esser giunti fin qui, le nostre voci

si levano limpide sul sentiero umido che porta al molo,

il lago increspato da scardole e pesci persici.

Quel che verrà possiamo solo intuirlo,

possiamo soltanto stupirci di essere in cima

a questo campo verde in pendenza,

con la quiete a crescerci dentro.

Gold Wallpaper

The night was ours—

young art students clambering up cathedral hills, not

afraid to force a window open, creak a door inwards,

brush cobwebs like a gasp of cold air from our cheeks.

We were finding old houses

to make paintings in—you, a corner of shadows to

place your easel near, while I spent evenings sketching

the way starlight fell through cracked glass and how the

bone moon creaked.

Over ancient wooden floors,

ice-blue marble mantelpieces, the dusty mattresses

with the dent of those long gone still there,

the yellow light crept, a ghost across our canvases.

Old houses forgotten by all but us.

On and on we’d wander

up avenues swirling their yew tree spells,

scraping our knees and notebooks on the forbidden

chipped sills, our pencils and brushes scraping for life

while the city below slept.

Until in one crumbling mansion,

your fingers touched mine and from the thick walls fat

with damp we stripped back seventies swirls, sixties

floral patterns, the formal fifties lines—

and found gold.

Gold wallpaper lanterns and flowers trailing

delicate stems and light up to the shattered cherubs,

the intricate cornices, the tinkling, blackened chandeliers.

So beautiful we could not paint that night—

but held hands and stared and stared.

Even now in the hush of our own home,

in the dark of our middle years, when you turn from me

in sleep, your mouth muttering dreams

I cannot know, I reach for your skin—

gold paper falling onto me from you.

Carta da parati dorata

La notte era nostra–

giovani studenti d’arte ad arrampicarsi su colline cattedrali, senza

paura nel forzarne le finestre, entrare dalla porta cigolante,

spazzarsi via ragnatele dalle guance come un alito d’aria gelida.

Trovavamo vecchie case

dentro cui dipingere – tu, un angolo d’ombre cui porre

accanto il tuo cavalletto, mentre io trascorrevo pomeriggi schizzando

il modo in cui la luce delle stelle cadeva attraverso il vetro rotto e come

la luna d’osso scricchiolava.

Su antichi pavimenti in legno,

mensole in marmo azzurro ghiaccio, materassi polverosi

ancora ammaccati dai corpi di gente defunta da tempo,

la luce gialla strisciava, spettro sulle nostre tele.

Vecchie case scordate da tutti tranne che da noi.

Avremmo continuato a vagare e vagare risalendo

i viali in cui turbinava l’incantesimo dei tassi,

raschiando ginocchia e taccuini sui proibiti

davanzali scheggiati le nostre matite e pennelli raschiavano vita

mentre la città in basso dormiva.

Finché in un palazzo diroccato,

le tue dita toccarono le mie e dai muri spessi intrisi

di umidità portammo in luce volute degli anni ‘70,

motivi floreali dei ‘60, le linee formali dei ‘50 –

e trovammo l’oro.

Lanterne di carta da parati dorata e fiori che tracciavano

gemme delicate a illuminare i cherubini in ombra,

cornici intricate, tintinnanti candelieri anneriti.

Quella notte non avremmo potuto dipingerla più bella –

ma ci tenevamo le mani e guardavamo e guardavamo.

Perfino ora nel silenzio della nostra casa,

nel buio della nostra età di mezzo, quando ti volti dall’altra parte

in sonno, con la bocca che mormora sogni

a me sconosciuti, tendo le mani verso la tua pelle –

mentre carta dorata mi cade dentro dal tuo corpo.

Notebook Shop

All the poems we might write,

gather here in these blank books

made from vellum, soft indian paper,

shelved in the corner shop on Francis Street.

But then a wind blows the door open,

the bell rings, and our thoughts float

out and up past the antique shops,

the Tivoli Theatre pounding its heart

of rehearsals, Oxfam’s sofa graveyard

and the man from the Coombe

clattering by with his horse and cart—

our unmade poems coming alive,

flapping on the seagulls’ wings,

peeping into the cages of Marsh’s library,

singing with St Patrick’s choir,

lying down in St Werburgh’s

with Edward Fitzgerald and Major Sirr.

There is no end to where our poems go—

anywhere to be free, not to be trapped

in these fine and beautiful books

that are hungry for a scribble,

a dream, the rush of a word.

Negozio di taccuini

Tutte le poesie che potremmo scrivere,

si radunano qui in questi libri bianchi

fatti di pergamena, morbida carta indiana,

sugli scaffali del negozio all’angolo di Francis Street.

Ma poi una raffica di vento apre la porta,

il campanello suona, e i nostri pensieri fluttuano

fuori per risalire oltre le botteghe d’antiquariato,

il Tivoli Theatre col cuore pulsante

per le prove, il cimitero dei sofà di Oxfam

e l’uomo da Coombe

che passa nel fragore di cavallo e carretto –

le nostre poesie non scritte prendono vita,

svolazzando sulle ali dei gabbiani,

sbirciano nelle gabbie della Marsh’s library,

cantano con il coro di San Patrizio,

giacciono a San Werburgh

con Edward Fitzgerald e Major Sirr.

Non c’è fine ai luoghi in cui vanno le nostre poesie–

ovunque per essere libere, non essere rinchiuse

in questi libri fini e belli

affamati di uno scarabocchio,

un sogno, la corsa di una parola a precipizio.

Translating Brecht

for Peter

You have been in the market

with him all month.

Nobody remembers him—

his friends, the woman

he slept with for years,

all walk right past him

or just nod politely.

He is a stranger to his own life.

Even his clothes

hanging from the line in his yard

have changed.

They are faded, patched, misshapen.

Somebody else

has been living his life in them.

But how can you say

all this clearly?

You slip into his words

awkwardly,

a stranger adjusting

another’s thoughts,

trying to make them your own—

slip German from his world,

scatter English on the page.

And all the while she rests,

her tiny head below your chin,

her fingers clutching

the top of your shirt

as though it were a rope, lowering

her down to sleep, her eyes rolling

into the whiteness of her dreams.

She squirms into your warmth,

asking to be held, to be made sense of.

Traducendo Brecht

per Peter


Siete stati insieme

al mercato tutto il mese.

Nessuno si ricorda di lui–

i suoi amici, la donna

con cui ha dormito per anni,

tutti gli passano davanti

o gli fanno appena un cenno cortese.

È straniero alla sua stessa vita.

Perfino i suoi abiti

appesi al filo in cortile

sono cambiati.

Sono scoloriti, rattoppati, deformi.

Qualcun altro

ci ha vissuto dentro la sua vita per lui.

Ma come puoi dire

tutto questo chiaramente?

Scivoli nelle sue parole

con circospezione,

uno straniero che adatta

i pensieri di un altro,

cercando di appropriarsene–

sfila il tedesco dal suo mondo,

sparpaglia l’inglese sul foglio.

E per tutto il tempo in cui lei ti riposa

con la testolina sotto il mento,

le dita si aggrappano

al collo della tua camicia

come fosse una fune, che la cala

dentro il sonno, con gli occhi che roteano

nel candore dei suoi sogni.

Si dimena nel tuo calore

chiedendo tu la tenga, le dia senso.

Enda Wyley sullo “Irish Times”

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COLLANA CHIARA Poesia italiana contemporanea
STEFANO LEONI, Basse verticali
ISBN 978-88-96263-22-8
pp. 56, € 12,00



KAREN ALKALAY-GUT Danza del ventre a Tel Aviv. Poesie d’amore e sopravvivenza
A cura di Johanna Bishop e Andrea Sirotti
ISBN 978-88-96263-18-1
pp. 274, € 15,00


La notte inghiotte il mondo, tutto è spento.

Una goccia di luce sul pavimento

è un colpo secco tra stomaco e gola.

Allora voglio rannicchiarmi

tra le branchie di mio figlio

stare lì finita, stringere

la vita fra le dita.

**

Tremano le mani

in ogni angolo della casa

dove alloggiano le ore più dure

i lividi sulle braccia e gli occhi

sulla carne incisi a fuoco.

Conservo con cura ogni goccia che cade,

il bianco delle ossa,

l’ombra curva della madre.

**

La pioggia mi strappa i vestiti

mi pulisce la pelle infetta.

Io chiudo gli occhi e mastico vetro

cerco riparo nella tua grotta

i capelli incrostati nel fango

così piccola in questa morte.

**

Arriva da sud la ragazza a piedi nudi

ha gli occhi freddi

un sogno inciso sulle braccia.

Impazzita di luce è la sua faccia.

Di lei devi prendere tutto

persino le briciole dalle labbra

l’odore di bestia in fuga.

**

Come un padre mi raccogli le braccia

e mi racconti una storia di bestie

orfane del branco e della sua discendenza.

Io nella bocca ho il sapore del ferro

mentre piano annuso la terra

cerco le tracce di una salvezza.

**

Perché se affondo voglio il peso di mio figlio

alle caviglie, fili di ragnatela

a sentire il limite della lingua

la lunga costa che ci separa.

È sole duro il canto di stasera.

**

Di sera quando puoi

metti una nota a margine

lascia sulle pagine

l’odore delle mani

perché domani, prima di partire

farò la punta a tutte le matite.

**

Cambia il vento.

Un tempo acerbo percuote il dorso

incide a fondo l’artiglio

ogni centimetro del mio corpo.

Altri popoli verranno a distruggermi

perché anche tu sei stato un popolo.

Colpivi silenzioso

agli angoli bui della fortezza

sepolta nell’acqua che riposa.

**

Rossella Renzi è nata a Castel S.Pietro Terme (Bo) nel 1977, vive a Conselice (Ra) dove lavora come insegnante. Sue poesie sono apparse sulla rivista “Graphie” (ed. il Vicolo, Cesena), sul bollettino “land|box” (1/2009) e nell’antologia Pro/Testo (Fara Editore, 2009), con una silloge intitolata Sull’orlo del mondo.

I giorni dell’acqua è il suo primo libro di poesia, uscito nell’ottobre del 2009 per la Casa Editrice L’arcolaio (Forlì).

Ha partecipato ha numerosi readings ed eventi legati alla poesia, tra cui il Poesia Festival dell’Unione Terre di Castelli (Modena), nell’edizione 2009.

In dialogo col musicista Mirco Mungari ha ideato un progetto di contaminazione tra parola e suono che ha per titolo mousikè techne, presentato in diverse occasioni, tra cui il Festival Lavori in corso d’opera di Massa Lombarda (edizione 2007) e il Festival di poesia e musica – “suoni – scritture contemporanee” (S.Lazzaro, 2008).

Dal 2003 è redattrice di “Argo – Rivista d’esplorazione” (Ed. Cattedrale, Ancona) e per la stessa cura la rubrica di poesia “Pezzi di vetro”.

Collabora con le riviste di letteratura e poesia “land”, “clanDestino”, “La Mosca di Milano”. Si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna, con una tesi sull’ultima produzione poetica di Montale.

Posted by: kolibris | February 24, 2010

Pubblica gratis con Kolibris

Pubblicazione gratuita per l’opera vincitrice. Proposte di pubblicazione per le opere segnalate

Vista l’ottima riuscita della prima edizione del concorso pubblica con Kolibris, finalizzato alla pubblicazione gratuita di una raccolta poetica, che ha visto vincitore Stefano Leoni con la bella raccolta Basse verticali, e segnalati Oreste Bonvicini, Gianluca D’Andrea, Narda Fattori, abbiamo deciso di ripetere questa esperienza e di fare della gara di selezione periodica la modalità principale attraverso la quale è possibile pubblicare nella collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”.

Nel 2010 sarà perciò possibile inviare opere in visione durante tutto l’arco dell’anno:

Dal 20 gennaio al 30 aprile per la pubblicazione a settembre 2010

(con comunicazione dei risultati a fine luglio 2010)

Dal 3 maggio al 30 settembre per la pubblicazione a gennaio 2011

Con comunicazione dei risultati a fine ottobre 2010

1. È possibile partecipare con opere poetiche inedite o parzialmente edite in rete e su rivista

2. Condizione per partecipare alla selezione è l’acquisto di due volumi a scelta nel catalogo Kolibris, a titolo di parziale copertura delle spese gestionali e organizzative.

2a. I libri possono essere acquistati nella libreria ondine di Kolibris all’indirizzo: http://www.kolibrisbookshop.eu,

2b. oppure ordinati via mail all’indirizzo:

chiara.deluca@edizionikolibris.eu

3. Le opere poetiche devono essere inviate in forma cartacea, al seguente indirizzo:

Edizioni Kolibris

Via Pellegrino Matteucci 11

40137, Bologna

4. Il plico deve contenere scheda bio-bibliografica, dati anagrafici e recapito dell’autore.

5. Alla spedizione del plico contenente l’opera poetica in versione cartacea deve fare seguito la spedizione del file in formato word al seguente indirizzo:

redazione@edizionikolibris.eu

6. Le opere inviate saranno valutate da membri della redazione di Kolibris, che le riceveranno in forma anonima e i cui nomi verranno comunicati al momento della diffusione dei risultati conclusivi di ogni sessione di valutazione.

7. Le opere vincitrici di ogni sezione verranno pubblicate gratuitamente nella collana di poesia italiana contemporanea Chiara.

8. Il vincitore di ogni sessione riceverà 20 copie dell’opera pubblicata.

9. L’opera pubblicata verrà distribuita e diffusa attraverso i consueti canali di Kolibris.

10. Gli autori delle opere segnalate come meritevoli riceveranno una proposta di pubblicazione da parte di Kolibris.

per ulteriori informazioni scrivere a: chiara.deluca@edizionikolibris.eu


Posted by: kolibris | February 24, 2010

Daniele Mencarelli, Bambino Gesù, Nottetempo 2010


Tutto comincia per caso

dopo aver sentito le frenate poi il boato

mentre tu giochi con i cani e sei un bambino,

ancora non sai che la statale che ti scorre sotto casa

ha trasformato in sangue l’asfalto

corpi di macchine bruciati ed urla

oltre il limite ultimo del cielo.

Poi un agitarsi di vicini, di gente tolta

all’umana ragione, che vorrebbe fare cosa?

Su tutti ricordi lui, il calzone corto per l’estate,

da speranza a realtà senza ritorno

quando vide lei distesa sulla terra, senza colore.

*


I mocassini erano gli stessi

stretti ai piedi di mio padre,

l’altro stava disteso sulla Tiburtina.

Solo quelli uscivano dal telo

steso bianco contro la notte.

Non dovevo guardare, no, non dovevo,

e invece non ho fatto altro,

ho disubbidito e ancora oggi pago

il castigo di chi non crede se non coi propri occhi.

Non sono invincibili gli uomini

si sdraiano lungo strade buie

smettono di vivere come fosse naturale.

*


È un punto risaputo.

Non c’è mattina del creato

che non ci trovi qui

paralizzati, a noi stessi estranei.

Sarà per consuetudine, l’umana pazienza,

ma non vedi mai nessuno tra i presenti

abbandonare l’auto e scappare via

coi propri piedi

per la campagna sovrana circostante,

non più disposto a perdere il suo prestabilito tempo

ogni giorno allo stesso punto, senza senso.

O forse ci nascondiamo che il tempo

nasconde altro tempo,

la vita altra vita.

*


Viaggi tra cielo e asfalto,

un treno nella corsia di sorpasso

su binari non scritti

oltre il limite imposto.

All’orizzonte prossimo

un muro di frecce d’emergenza,

poi fischi di freni,

quel muro

che si avvicina e tu non sai

fino all’ultimo metro utile

se riuscirai in tempo a fermarti.

Non è fila naturale,

qualcuno ha azzardato la manovra

scommesso e perso con la strada,

o forse la banale distrazione.

Un ruzzolone di lamiere,

l’unico ferito lieve in pianto

per l’auto buona solo per lo sfascio.

Tu sei già oltre l’incidente,

ti chiama la corsia deserta

a riprendere la corsa,

gettarsi nella curva per staccare

il normale ritardo tutto il malincuore,

anche della morte fare accelerazione.

*


Qui regnava il resto del niente

fino a ieri pezzi di pneumatico

colli di bottiglia e sporcizia senza nome,

nella notte, ma come? Quando?

Una foto assicurata con il nastro

ai lati due fiori già anneriti

dai tubi di scappamento, dal nero del tempo.

Non riesci per la fila che si scioglie con il verde

a vedere in quella foto magari il conoscente

uno incrociato ed ora immortalato lì

in quella foto che la furia della marcia

vorrebbe portare via dal nastro che la tiene.

Altare al caduto della strada

scolorirai  velocemente fino a scomparire

oppure qualche familiare, l’amico fedele,

ti edificherà su questo margine di strada,

mausoleo al punto esatto dello scontro.

*


Ore passate a singhiozzo

cantilena di gas frizione freno

mani a memoria tra cambio e volante,

così estenuante il mio ritorno

che per stanchezza non più distinguere

tra la vista degli occhi e il parabrezza

dove la carne termina

ed inizia invece la meccanica,

corpo di nervi ed elettronica

fusione di articolazioni ed ingranaggi,

mostro sbattuto un metro avanti

un metro in meno da casa distante.



Daniele Mencarelli nasce a Roma, nel 1974. Vive ad Ariccia. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: I giorni condivisi, poeti di clanDestino, 2001; Bambino Gesù, ospedale pediatrico, tipografie vaticane, 2001 e Guardia alta, Niebo-La vita felice, 2005. Sue poesie sono apparse su diverse riviste letterarie, cartacee e on-line. È presente nelle antologie: L’Opera comune, Atelier; I cercatori d’oro, poeti di clanDestino, Dieci poeti contemporanei, Pendragon, Nella borsa del viandante, Fara 2008. È uscita, febbraio 2010, Bambino Gesù, raccolta poetica per l’editore Nottetempo. Da diversi anni si occupa di fiction a Rai Uno.

COLLANA CHIARA
Poesia italiana contemporanea
STEFANO LEONI, Basse verticali
Prefazione di Chiara De Luca
Note di Luca Ariano e Guido Mattia Gallerani
ISBN 978-88-96263-22-8
pp. 56, € 12,00

La poesia è una passione, ma al tempo stesso si rivela una cruda verità. La poesia è un’arte; l’arte del saper osservare dentro, ma soprattutto oltre gli eventi. Oggi si possono vedere tanti autori di poesia, c’è chi potrebbe dire troppi, ma questo deve fare capire che non è poi così vero che la poesia sta morendo. Possiamo forse dire che la qualità tecnica forse è proporzionatamente calata negli anni, anche se qui, non sarei del tutto d’accordo. È una questione di selezione allora? Può essere. Selezione che l’emergente casa editrice Kolibris (che di emergente penso a questo punto abbia solo l’età) ha compiuto con un concorso “Pubblica con Kolibris”. Duplice impegno quindi per Chiara De Luca, titolare della casa editrice, che oltre a selezionare e tradurre autori stranieri, va alla ricerca della qualità anche in territorio nazionale. Da questa selezione spunta il nome di un autore romagnolo: Stefano Leoni, presidente dell’Associazione Culturale Poliedrica di Forli. Associazione che si adopera a portare in loco la poesia e non solo. Conosco quindi l’autore e forse questo mi aiuta ad avere uno sguardo più mirato all’aspetto empatico, piuttosto che a quello tecnico. Come accennato prima, viviamo in un mondo, dove il web la fa da padrone anche dal punto di vista poetico. Possiamo trovare, infatti, autori di tutti i generi, quelli esuberanti, quelli prettamente tecnici, quelli che raccontano l’amore, quelli che mostrano il dolore, e quelli che scrivono, scrivono, scrivono e non dicono nulla. Esistono poi i poeti che definirei “silenziosi”. Questa, credo, sia la categoria in cui inserirei Leoni, perché è un autore in grado di non scrivere per settimane, di restare appunto in silenzio e osservare il mondo che lo circonda. Silenzioso perché non è di certo una persona esuberante che faccia parlare di sé, del suo stile di vita trasgressivo o sregolato, come fanno tanti altri per mettersi magari in luce.

Leoni, osserva, ascolta, deposita e scrive. Scrive della vita e in questo “Basse verticali” riesce a stupire ancora una volta per l’intensità dei versi. Stupire perché inaspettato l’arrivo di questo suo terzo libro, stupire perché ha levigato i versi, lasciandoli al tempo stesso appuntiti. Nella nota introduttiva, Luca Ariano definisce i versi di Leoni impregnati di crudo realismo, e questo corrisponde a una forte verità. L’autore Leoni affonda il suo artiglio già dal titolo: Basse Verticali. Ovviamente a tutto questo ho dato il mio senso di visione del tutto.  Vivo le “verticali” come velocità verticali fattore della meteorologia, la velocità verticale di ascesa o discesa di una particella. Il fatto che siano definite “basse” mi fa supporre che la scelta cada su una massa in ascesa, una massa instabile e quindi può causare la formazione di nubi e precipitazioni. Precipitazioni nella nostra essenza, nel nostro modo di vivere la storia, nelle nostre visioni, nei nostri silenzi, o meglio nei silenzi di Stefano Leoni. Quei silenzi, che a volte devono essere ascoltati.

L’augurio che mi sento di fare a Stefano è di vivere la poesia e di scrivere proprio come, e cito un suo verso: “come una vite senza fine”.

Guido Passini


Posted by: kolibris | February 25, 2010

Werner Lambersy, Diario di un ateo provvisorio

WERNER LAMBERSY
Diario di un ateo provvisorio
Collana Orly – poesia belga contemporanea
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-07-5
pp. 196, € 12,00

 

“La bellezza è l’ultimo ostacolo / da opporre alle dittature “, scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s’intende qui l’intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue “esorbitanti promesse”. Sia che essa descriva il dolore – “di cui so che ha / a che fare con la bellezza” –, la solitudine, l’assenza, la tristezza, sia che essa  descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.

“La libertà è lo spazio che  lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata”. Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all’effimero, in cui si “uccidono vìolano / assassinano continenti”; in cui “un proiettile in testa / è l’argomento dei credenti”; in cui “La fame è l’arma anonima / delle multinazionali”. Mentre la poesia “fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto”. Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia “che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto”.

Così mentre “un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti”, mentre “surfiamo, scivoliamo” alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo  “emozione”, sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola  la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.

Il Diario si presenta come una sola grande poesia straordinariamente coesa, i cui singoli componimenti  possiedono una propria pregnanza che li rende a se stanti e indipendenti dal tutto, eppure sono al contempo collegati gli uni agli altri in un procedimento dialogico, spesso paradossale, che si nutre del silenzio per dargli voce, che “provvisoriamente” nega dio per collocarlo nel futuro, quale possibilità nascente dall’assenza di  dogmi e dalla forza di fedi e ragioni. Dal rifiuto di accettare il Male come necessario.

Allo stesso modo il poeta, nell’intensa Lettera,  si rivolge a un padre da sempre assente e distante, cui deve “di essere nato / dal nulla / insolvente per la vita”. E lo fa senza  cercare “di riconciliare / gli opposti inconciliabili”, bensì forte della consapevolezza “che scrivendo a qualcuno / spesso si scrive a se stessi”. Ed in questo risiedono  la bellezza e  lo spavento della poesia.

 

Chiara De Luca

 

 

Seigneur

je ne veux pas de ta pitié

et pas de ton pardon

non plus

 

Le grand feu d’artifice de

ma mort me suffira

tu règnes

et c’est assez

pour que ton vice de pute

promettant la durée

ne me touche

pas

 

aussi je préfère

que tu ne sois pas encore

 

 

 

Signore

non la voglio la tua pietà

e nemmeno

il tuo perdono

 

Il grande fuoco d’artificio della

mia morte mi basterà

tu regni

ed è abbastanza

affinché il tuo vizio di meretrice

che promette la durata

non possa

toccarmi

 

così preferisco

che tu ancora non sia

 

*

 

Laisse-moi espérer que tu

n’étais pas là

 

car qui es-tu au fond des

hommes

pour qu’ils te prient les

armes à la main

 

et t’encensent

du pet nauséabond de l’or

 

Seigneur

je ne veux pas de ton

extrême onction marchande

 

 

Lasciami sperare che tu

non ci fossi

 

perché chi sei tu in fondo

agli uomini

perché ti preghino

armi alla mano

 

e t’incensino

del fetore nauseabondo dell’oro

 

Signore

non la voglio la tua

estrema unzione commerciale

 

 

 

*

 

 

Seigneur

je ne veux pas du saint chrême

des bronzés de ta grâce

 

mais je caresse l’idée

qu’ayant dépassé la vitesse de

la lumière

 

tu puisses être là vers la fin

 

l’amour et les plaisirs sacrés

du corps

sont surveillés par le sida

 

et nous jetons

notre sperme quotidien dans un

préservatif

comme un marc de café dans les

poubelles

 

 

 

 

Signore

non lo voglio il santo crisma

di chi si abbronza alla tua grazia

 

ma accarezzo l’idea

che avendo superato la velocità della

luce

 

tu possa esserci verso la fine

 

l’amore e i piaceri sacri

del corpo

sono sorvegliati dall’AIDS

 

e noi gettiamo

il nostro sperma quotidiano in un

preservativo

come un fondo di caffè nella

spazzatura

 

 

*

 

 

Nos enfants pendent leurs poupées

éventrent leurs peluches

puis ils pleurent

 

parce que nous avons laissé faire

comme nous avons trop souvent

laissé faire

 

dans leurs jeux électroniques ils

ont appris à éliminer

ce qui gène

 

nous n’avons pas fait autre chose

 

seigneur

je n’ai pas vu de président ni de

pape dans les camps

 

 

I nostri figli impiccano le bambole

sventrano i peluche

poi piangono

 

perché li abbiamo lasciati fare

come troppo spesso abbiamo

lasciato fare

 

nei videgiochi loro

hanno imparato a eliminare

quel che disturba

 

noi non abbiamo fatto altrimenti

 

signore

non ho visto né presidenti né

papi nei campi

 

 

 

*

 

 

 

Pas de bonheur dans les

usines seigneur

 

alors méfie-toi

du septième jour car si

tu te reposes trop

 

les chômeurs pourraient

prendre ta place

 

ét fabriquer les belles

choses dont ils ont

vraiment besoin

 

la beauté

c’est aussi du bon pain

 

 

Nessuna gioia nelle

fabbriche signore

 

allora diffida

del settimo giorno perché se

ti riposi troppo

 

i disoccupati potrebbero

soffiarti il posto

 

e fabbricare le belle

cose di cui hanno

davvero bisogno

 

la bellezza

è anche un buon pane

 

 

*

 

 

La loi

au pas de l’oie

n’est qu’une démission

 

et je n’ai pas commis la faute

de t’aimer

sur commande ni d’accepter que

l’on commande mon amour

 

seigneur

je ne veux pas de toi tant que

le dernier d’entre nous

n’aura pas fondu au fond de ta

bouche comme un bonbon

d’enfant

 

 

La legge

al passo dell’oca

è solo una dimissione

 

e non ho commesso l’errore

di amarti

a comando né di accettare che

comandino il mio amore

 

signore

di te non voglio finché

l’ultimo di noi

non si sarà sciolto in fondo alla tua

bocca come la caramella

di un bambino

Posted by: kolibris | February 27, 2010

Francesco Iannone, da “Prima del tempo”, inedito


Ch’io torni all’argilla porosa, al grande orecchio del forno

materno, alle mani di sabbia,

ad un giorno che valga la vita.

( Alfonso Gatto, Poesie d’amore )

da Un segreto dentro

*

Cadrà una pioggia

prima del tempo

a bagnarti ogni cosa

ancora saprò

il fumo che ti accerchia

sullo slargo delle mani

sopra i fianchi

tu che svapori in ombra

poi ti guardi assente.

Daremo fanali alla notte

prima del tempo

case ancora finestre

da cui spargere silenzi

bisbigliare il senso a voce dura.

È questo il mondo

che parla e dice cose, sempre.

Non lasciarti navigare a fronte bassa

da battelli in superficie: smuovi sassi

coi piedi a punta riga le piastrelle

a durare oltre la risacca

che bacia i moli e fa brandelli.

*

Stremata sulle nuche ventila la notte

ventagli di stelle a schiarare tra i portoni

dove le vecchie stanno sui gradini a vegliare.

È nostro lo spazio, le luci

sono spruzzi di fuoco a Natale

chilometri di fiamme verso dove…

Ma ora

che la piazza si allaccia ai polsi come spago

appoggio bene l’orecchio ai muri

ingoio l’aria che sbuca dai fori

con la lingua cerco il vento

l’ansia dei colori sui balconi.

È bello − sai − girare il passo

dove tu cammini nella luce

che sventola come fiocco

come battere di tacco sull’asfalto

mentre corro i desideri a petto duro.

Sono conche di fiato queste braccia

dove ti respiro a gola aperta

e dentro tu

che ci butti il sole…

*

Spunta largo il canto

dal duro dell’osso

sotto mucchi di sabbia

dalla roccia ruvida che raschia

la schiena al tempo…

C’è sempre un segreto dentro

il non detto dei viali

quando la sera cade dai tralicci

sulle gote sgualcite dal vento.

Resta qui

ho tante scatole con dentro i miei pensieri

la vita come un ceppo

su cui basta una scintilla.

L’estate − sai − è la speranza

che hanno le foglie a primavera.

*

Il nostro custodire passi non è vano

abbiamo suole rotte di cammino

dove entrano pure sassi a piagare i talloni.

Non è inutile fare girotondi di parole

quando porti spettinata come mai

fermagli di note tra i capelli

a cantarmi la vita

che neppure per un lembo si tiene

con un unghia non si strappa

che s’incerchia nuvola intorno al sole.

*

Si è bruciato addosso lo spasmo

credendoti cenere sono disceso

a segnarmi la fronte, ovunque.

Murata all’anca una lastra di calce

dove premo perché sgrondi

un alito almeno di vento.

Ma non c’è vista più grave di te

che rastrelli la sabbia grano

a grano, ne fai mucchi

prima che il piede grosso di un’onda

ne disfi i contorni.

E sono ombre davvero

( oppure lampi? )

a dirci cose che s’aprono

come castagne dai ricci

gambi su cui si ergono corolle

praterie di desideri…

da Per filamenti di spazio

*

Una luce poca ci impaglia

come all’angolo la sedia scordata

spingi ormai da secoli

oltre la porta i silenzi

mentre il gesto varia agiti correnti

che fanno mulinare ogni cosa.

Se porto al viso le mani

è timore di tramonto sulle cime

un riaverti addosso senza tempo

dove dirci vita

è amore che si allarga sotto i piedi.

*

Basta stare per filamenti di spazio

nel bisbiglìo dei fari che premono la notte

sull’orlo del cratere, intuirlo almeno il precipizio.

Sì, basta − certo −

stritolare nel pugno la fiamma

a denti forti masticarla spicchio spicchio

svitare dalla faccia le mascelle

rimescolarsi al vento.

*

Ho aspettato qui seduto sulla sabbia

il corpo che scavava la mia ombra

le braccia lunghe orientate verso il porto.

Ricordo i nostri arrivi in spiaggia

giocavamo con le labbra agganciate alla scogliera.

Ma la vita si ripete scaglia

a scaglia − dice − o tu che attendi

il tempo divenire come un fiore

il fulmine che rompe il ghiaccio

sulle bocche spalancate al vento…

da Il nostro battesimo urgente

*

Ti sfiocca grano dalle dita

semini terre a migliaia

t’ho camminato cucendo veli

a porti tenere tibie.

T’avrei fatta durare eternamente

ridata al canestro dell’onda

ai nidi che fai se passeggi

naso dritto sui lampioni.

Dell’infinito − dici − mi piace il trotto

dei visi che spaziano l’aria, coi fiati

che rattoppano muri

maglie dove tu rannicchi

piccola e fedele.

*

Sono rimasto con in bocca un ago

ora giro i pollici a sfilarti il mattino dal grembo

puoi riconoscermi al volo, se vuoi,

nella luce che becca le tapparelle

o forse neanche

mi spierai dal buco sulla porta

tu che mi guardi sparire rotolando

nei canali che scavo a fil di denti, per te.

Ora io questo soltanto dico:

ciò che svola e non si perde

si raccoglie.

*

Mi hai fatto dirupi dentro

e frane e macerie ovunque

m’hai scavato arterie come solchi

a costringermi negli argini che fai

se mi discosto e non ti prendo.

Il mattino si lancia dalle case

fuma sole pure dai comignoli

noi

nel bavaglio che tiene ferme le lanterne

ci avvolgiamo come uccelli

portiamo acqua verso il secchio dei fianchi

crediamo il cielo un grande scoglio

da sistemarci bene sopra mentre un vento

ci mordicchia appena le caviglie.

Senti che tormento di libeccio sopra i moli

( ti prego, senti! )

che soffio ingrossa il bucato alle ringhiere…

*

Darsi le ragioni di tutto

quello che accade è uno sparo

di lampadina sui muri

un segnarsi con la lama

il braccio

come per andare e venire

per oscure oscillazioni di spazio

aggiungere anelli

al dito secco del cuore

la fuga di un segreto sul petto

uno sputo d’aria alle ringhiere.

Francesco Iannone


Posted by: kolibris | February 28, 2010

Eleonora Pinzuti, da Trasparenze – MYMEDUSA (inedito)

 

Da Trasparenze

MYMEDUSA

di Eleonora Pinzuti*

 

My Medusa

 

M’ hai fatto a lungo scudo al tuo mostrarti.

Io solo  specchio

del riflesso artato di te . Non altro. E ad arte.

Ma io, guerriera, e forse scaltra

ti guardavo trasparire

in tralice, piegavo il volto lento

(ch’altro non potevo). Leggevo a retro

i segni. Mi difendevo così, a stento

come un Perseo allievo:

sapevo che diretta agli occhi,

al crocchio dei sensi

ferivi sempre. Sfioravi la faretra

e mi facevi pietra.

 

§

 

sei già altro. lo eri anche allora

promessa di me (solo su carta straccia)

…indicavi col dito la patria lontana…

 

ma come a rovescio, come a regrét:

ero io la menina di Vélasquez

 guardavo allo specchio

e vedevo alla Picasso.

 

§

 

non posso pronunciarti, né farti emistichio.

Mi rimane il soffio dell’iconoclastia

il vederti in mente e

in tralice nella linea d’orizzonte

(col sorriso, lo schiocco della lingua, la piega del dito)

 

§

 

Masquerade

 

ti ho amata fatta forma

nei  singulti nelle fughe negli scatti:

ho mascherato tutto, da brava,

 

come bambina

la mascherina che a carnevale

copriva gli occhi.

Non hai riconosciuto neppure

la curva del mento

che diceva, strozzato,

(ma un tempo non euclideo,

già allora di feldspato)

“io non mento”

 

 

§

 

more Jaufré Rudel

 

Se anaforico, litania:

tu mi avessi amata..

Se ti avessi incontrata

altrove (ma dove?)

se il dardo

avesse sbattuto nell’angolo giusto della stanza

e a rimbalzo ti fosse caduto a fianco

(e raccolto si fosse fatto abbraccio)

se fosse uscito il numero buono,

la carta giusta

se il maltolto si fosse fatto laccio…

 

§

 

Raccolgo dal tuo paniere

le briciole che cadono

disperse subito

nemmeno il filo di bava della lumaca

(nemmeno il fazzoletto di

ai lati della strada)

a traccia della campana.

ho saltellato su te

- eri nei bianchi

sempre-

Il tempo liscia i neuroni

decadono e scompaiono

(ma è stato?)

se il foco dal fummo s’argomenta…

Fummo a iato.

col gioco finisce il chiedere o pensare.

passata fui,

innocua come filo interdentale.

 

§

 

 Ancora qualche giorno

prima che la crocchia

sudi e scotti.

E poi, che cosa farne mai?

la voglia di sentirti è sigaretta

che non s’inspira.

il telefono pacchetto di promesse.

 

§

 

Non leggo gli aruspici,

ma frasi mozze e scritture cuneiformi

dentro al petto.

Figurarsi che capisco di te.

solo il dato certo che ancora non inghiotto.

 

Come bambina la fiala di sciroppo

che si pensava sparisse

a furia di fissarla.

E di cui ancor oggi

sento il mandorlato in groppo.

 

§

 

Tu fossi cassaforte, o rebus, o gioco di pensiero

troverei la formula, giocherei con chiodi e chiavi inglesi.

Ti aprirei. ma dove risiedi, io non arrivo,né arriverò mai.

(questo aumenta il desiderio, e la scommessa)

 

Sarebbe diverso trovassi in rimessa un gioco nuovo.

Ma la facilità non m’interessa.

 

§

 

Eleonora Pinzuti (www.eleonorapinzuti.info ) è dottore di ricerca in Italianistica e attualmente collabora con la cattedra di Letteratura Italiana (Prof. D. Romei) all’Università di Firenze. Si occupa di gender studies e di teoria della letteratura e la sua produzione scientifica spazia da studi ecdotici fino alle recenti teorie sul gender e sulla ricezione. Narratrice, è presente nella miscellanea Beat beat hurrà (Firenze, CityLights, 2002), e ha pubblicato una raccolta di racconti (Terra, Firenze, Furetto, 2001). Come poeta è stata selezionata per l’antologia Nodo Sottile 3 (Milano, Crocetti, 2002, introduzione di Andrea Cortellessa), è presente nell’antologia edita da Zona L’apparecchio di Junior. Poeti contro la guerra (Firenze, Zona, 2002) ed è stata selezionata per XI Biennale dei Giovani Artisti dell’ Europa e del Mediterraneo con il poemetto Anepigrafo. Suoi testi sono apparsi in varie antologie e riviste e nel 2008 ha vinto il premio nazionale Arcilesbica di Bergamo. Nel 2009 si è è arrivata seconda al concorso Poesia di Strada XII (i testi sono in corso di stampa) e una sua micro-raccolta dal titolo Games of Society  si può leggere in Pro-testo Rimini, Fara Editore, 2009. Sta lavorando al suo primo libro di poesia.

 

Posted by: kolibris | March 2, 2010

Gianni Montieri, Futuro Semplice, LietoColle 2010

RISPARMI

Io sto al sud proporzionalmente
appartenenza più che somiglianza
porto tracce degli umori, la durezza
-certi sguardi-

(ci allenavamo a sognare
davanti alla chiesa di San Giovanni
certi che Dio non sarebbe passato
ma questo ci ha reso tenaci
indossiamo una pazienza
non concessa altrove)

se non fai attenzione
nei miei occhi non vedrai le briciole
di una purezza conservata a stento
sotto strati di maglioni a fibra mista

dicono che non ho l’accento
particolare privo d’importanza
le parole tronche, questo conta
sono tutti i miei risparmi

(all’una tornavamo a casa
l’appuntamento per la partita
il pomeriggio di nuovo urla, risate
altri sogni).

CEDERE AL SILENZIO

La neve è una rinuncianon entro nel merito del bianco
dell’ammantarsi lieve
degli occhi dietro i vetri

è cedere al silenzio.

La pioggia è indecisione
non variare scarpe, traiettorie
un finto rincuorarsi

faccio a meno di qualcosa
-aspetto-
un balenìo di pace dopo il punto.

GIUGLIANO,  104 METRI SUL LIVELLO DEL MARE

Avessimo avuto una collina

invece una campagna sterminata
accumulo di scorie, di abusi disumani
il nostro compito era stare attenti
alle mele, voltarle di tanto in tanto
affinché non si guastassero, marcissero

molti campanili, uno per ricorrenza
troppi santi, crepe nell’asfalto
lungo il corso principale
vecchie conoscenze: immobili

ho questi luoghi a far da conta
il tempo inesorabile, la cronaca
nessuna traccia, transito
nelle pagine di storia.

SOTTO IL 23° PARALLELO

Lungo i bordi del viaggio
risiedono il sogno e la distanza
il diritto di non appartenere
a un luogo, a un banco

chi vede fuori dagli occhi
sa che a ogni latitudine
esiste l’audacia di essere reali

nei solchi di molti paralleli
tracce del tuo passaggio
la tua generosità senza motivo.

ANDIRIVIENI

Di grazia nei gesti
di sfumature, polvere tolta
e tornata dopo appena un minuto
il coraggio che sta nel perdono
già basterebbe

la tenerezza di una mano
quando appena ti sfiora
-farne a meno-
tenersi un ricordo appeso a un chiodo
una voce sentita alla radio
che quasi in ombra canti
per fortuna o per altro.

PROMEMORIA

Imparassimo almeno dalle foglie
cadere nella stagione giusta
mantenendo un tono di decoro
la scelta del colore

non essere bandiere
vittime del vento
di prematuri cambi d’opinione

-chiedersi del volo-

fuori dallo stormo come l’aquila
o l’armonico motivo del migrare

davanti al mare
per una volta non accontentarsi.

ECONOMIA DOMESTICA

La vita in uno ha meno metri
spazi angusti e un ordine necessario
mobili irrisolti, già vissuti da altri

tre modelli di pentole:
tutte buone per lo stesso coperchio
a mantenere la cottura
la moka per tradizione

ci si organizza, si adatta il respiro
il battito regolato al  minimo
e si alza il volume dello stereo.

ABITUDINI

Non saranno più le scarpe fuori posto
un nome al suono della sveglia
fra qualche tempo sapremo dirci: è giusto
che abbiamo avuto tanto

io, io non lo so davvero
se saprò dare un senso
alle porzioni monodose, alla cottura crisp
addormentarmi voltato dal tuo lato
senza tremare, senza farci caso.

L’ASCESA

Precipito, rara acqua piovana
come foglia d’inizio autunno
prendo colore scivolando in basso

soprattutto non parlo
in questo volo radente
non pronuncio niente

è questo che ti sto spiegando
a ogni vuoto d’aria
stretta allo stomaco
ramo che spezzo col peso
racconto un pezzo di questa caduta.
La felicità è un abisso.


Posted by: kolibris | March 3, 2010

Nigel Jenkins, hotel gwales

COLLANA GOLDFINCH
Poesia gallese contemporanea
NIGEL JENKINS, hotel gwales
ISBN 978-88-96263-23-5

pp. 234, € 15,00


qui per acquistare


Aprendo la porta di hotel gwales, divaricando l’incanto delle pagine, s’increspano domande nel sangue, domande d’indipendenza che la vita incontra come montagne. Qualcosa si allontana da noi, nei morsi in cui la morte aggiorna le nostre solitudini. Qualcosa torna da una pioggia mitologica, cercando un abisso di memorie nelle nostre ferite. Una scrittura che racchiude nei nervi il sapore dei libri antichi, una poesia piena di azione in cui si inseguono i fantasmi delle conseguenze. Lo scheletro della verità si annida nei testi più giocosi, danzando una ragnatela di consigli e metamorfosi. Tra i naufragi di un sogno pratico, l’occhio discende, guarda oltre la luce, osserva questa guerra interna rivoltarsi nella famiglia e parla alle mani, indicando il letto in cui siamo stati generati. L’inferno è forse il dolore che sappiamo di provocare agli altri? Ci chiede Nigel Jenkins, laddove il vento di una favola primeva ci sfiora il collo, trasformando le onde in schiaffi, facendo esplodere linguaggi di neve e carbone. Rifrange la bellezza– delinea le crepe pittoriche di un grido intarsiato di disperazione, quando la magia semina il tempo, e l’orizzonte frana tra i salici abbattuti. Lo squillo è letale nel gesto della madre, nel corpo che abbraccia il passato rincasando il sorriso in un rantolo. Bisogna squarciare lo sguardo e riannodare le colline agli avvertimenti, riprendere dal sisma le congiure, e ritradurre ancora l’inizio, dove i segni ardono e soffrono una realtà separata.
Nell’assenza di nebbia, la resistenza di un cavallo nero corre sul profilo della scogliera, incrocia senza controllo l’inclinazione del cielo– epica del germoglio che deve conoscere ogni nascondiglio,
e frusciare inafferrabile tra i versi, ghiacciando, scolpendo il ventre d’un amore rude e impermanente. Si solleva, nel sudore del canto, il cammino delle forze– e ci infiamma le mani questo libro meraviglioso, nel travaglio, nell’imprecare, nell’assoluto della tragedia, anche quando nega lascia la porta socchiusa. Lo sforzo di restare, di rimbalzare nello spavento– per non dimenticare la mattina in cui abbiamo sentito gli alberi parlare, mentre non facevamo nulla, se non chiamare per nome le cose che amiamo, riciclando l’anima nella carta del taccuino. Unica direzione l’ignoto, per non sprofondare in noi stessi, per poter varcare il confine delle parole, prima che svaniscano le labbra fredde a cui doniamo il bacio dell’altrove.

Gianluca Chierici

BLOSSOM TIME

It comes round again, and who in the whole
of this half-done world isn’t wet
between the mind’s legs
with the woods-mulched garlic, bum-fluff greens
and these undomesticating bombs of sunflesh,
here today, gone
with the cliches of the haiku boys?

Cherry white, cherry pink, the snow winds’
ambush, every April of my life
you’ve sung me into May,
and every April I’ve ached
for the time and the chutzpah
to sift among the blown petals of speech
for the phonemes to shape you a bowl of praise.

But always I’ve been busy, always too fussed
with defrosting the fridge, or
the comet-of-a-lifetime …
And they’re gone, the blossoms,
gone in a night, before the ice in my fridge
has turned to slush …

And ah well, I’ve said, there’s always
again, and when the weather’s right
I’ll iamble a bit, and sit on a stone
and take purposeful note …

The late snows are melting on Carreg y Fan,
and again is here: blossoms out, shirts off,
the first legs of the year
driving both shirted and shirtless wild …
and — what’s this? — the alleged poet
is busier than a busted bee
exercising the goldfish?

This April the blossoms have been saying to me:
‘What kind, gwboi, what kind
of a presumptuous, nervy bastard are you
that you dare to dream
you’ll be present here in a year’s turning
– for yet again your pen to ignore us?
Live the now, boy blossom, and finish
your sentence.’

And they unbury for the baby
a morning perhaps or an afternoon
when I gazed from my pram
on a quilted great arc of flouncy sky –
the pink of it, the blue, the necessary crow.

But nothing done, for the forty-seventh time.
And all I dare say, as the storm-troops drive
the last of the lost into the sea, is
‘Same time next year?’

TEMPO DI FIORITURA

Succede di nuovo, e chi in tutto
questo mondo mezzo sfatto non si bagna
tra le gambe della mente
di aglio odoroso di boschi, verde camaleontico
e queste inaddomesticate bombe di carne di sole,
qui oggi, andate
con i cliché dei ragazzi haiku?

Bianco ciliegia, rosa ciliegia, l’agguato dei venti
di neve, a ogni aprile della mia vita
mi avete portato cantando nel maggio,
e ogni aprile che ho desiderato
per il tempo e per l’insolente
di setacciare i petali esplosi del linguaggio
in cerca dei fonemi per farti una scodella di lodi.

Ma sempre sono stato intento, sempre troppo incasinato
a scongelare il frigo, o
la cometa-del-corso-di-una-vita…
E loro se ne sono andati, i germogli,
andati in una notte, prima che il ghiaccio nel frigo
si fosse trasformato in melma…

E ah bene, ho detto, c’è sempre un
nuovamente, e quando il tempo sarà buono
giamberò un po’, e starò seduto su una pietra
a prendere appunti mirati…

Sul Carreg y Fan si sciolgono le ultime nevi,
e ci risiamo: fuori i germogli, via le camicie,
le prime gambe dell’anno
guidano il pazzo incamiciato e quello scamiciato…
e — cos’è? — il presunto poeta
è più indaffarato di una vespa pettoruta
ad allenare il pesce rosso?

Quest’aprile i germogli mi hanno detto:
“Che razza, addio, che razza
di presuntuoso, nervoso bastardo sei tu
che ti azzardi a sognare
di essere presente qui al volgere di un anno
– perché la tua penna ancora una volta ci ignori?
Vivi l’ora, ragazzo in boccio,e termina
la tua frase.”

E dissotterrano per il neonato
un mattino forse o un pomeriggio
quando sbircio dalla mia carrozzella
a un grande arco piumato di cielo balzato –
il suo rosa, l’azzurro, l’immancabile corvo.

Ma nulla di fatto, per la quarantasettesima volta.
E tutto quel che oso dire, mentre corrono le truppe della tempesta
ultimo dei dispersi nel mare, è
“Stessa ora prossimo anno?”

POEM AT A MARRIAGE’S END

You came to me in a dream last night
(strictly, no doubt, without your permission),
yesterday’s talons of insulted desire
unfurling for us now siroccan arpeggios,
and it was like new impossible times.
From a dream within the dream you woke me:
gone from us, gone the hooks and shrapnel,
we were in airy danger, eye to easefully neutered eye,
of floating clean away from that candled isle.

Here though on earth, where the Ts won’t rhyme,
the windows had fallen out of my face,
a rat had eaten your primroses;
and if we’ve survived perhaps
a hurricane, there are certain things
blown and broken that can’t get fixed,
not by daughters’ dreams nor the fumblings of a poem.
And the tears, unto snot, heave also from me.

Three babies a second are born,
two babies a second die. Who hasn’t nuzzled
the yeasty hayfield of his baby’s head
and studied through brine
all the griefs of history
wobbling there on those podgy shoulders?
Who would choose, at that altar,
to increase by an inch the acres of pain?
But Liberty and Mercy, unhappiest of couples,
can’t for long share even a king-size bed.
Now Mercy’s lone subterranean moan
has taken ripped red flight,
and my name in many ears is a malediction.

It’s twenty years since I wrote you
(tired long since of the verse-fodder role)
a functioning poem:
To not nor from: only in motion!
(and weary doubtless of dodgy exclamations).
I ask for nothing, make offering only
of this scrawny effort
to wish zephyrs on your house
and presence, especially when the buzzard reels,
of strung walls of song and the remnant of a god
who’ll see you home at last, if not to heaven.

POESIA ALLA FINE DI UN MATRIMONIO

Sei venuta da me in sogno l’altra notte
(certo rigorosamente senza il tuo permesso),
gli artigli di ieri del desiderio offeso
ora spiegano per noi arpeggi di scirocco,
ed era come un nuovo tempo impossibile.
Da un sogno nel sogno mi svegliasti:
via da noi, via da ganci e granate, eravamo
nel pericolo aereo, occhio nell’occhio ad agio estirpato,
di fluttuante nuova vita, via da quell’isola a lume di candela.

Qui però sulla terra, dove le T non rimeranno,
le finestre mi sono crollate dal viso,
un ratto ha divorato le tue primule,
e se siamo sopravvissuti forse
a un uragano, ci sono cose
esplose e rotte che non possono aggiustare
i sogni delle figlie né l’armeggio di un poema
E pianto piove nel muco anche da me.

Ogni secondo nascono tre bimbi
ogni secondo due ne muoiono. Chi non ha strusciato il muso
nel campo di fieno lievitante della testa del figlio
e studiato tra le lacrime
tutti i dolori della storia
traballando là su queste spalle grassottelle?
Chi sceglierebbe, a quell’altare,
di accrescere di un pollice gli acri della pena?
Ma Grazia e Libertà, la più infelice delle coppie,
non può condividere un letto troppo a lungo, fosse pure enorme.
Ora il lamento sotterraneo della Grazia
ha spiccato un volo rosso scatenato,
e il nome mio nelle mie orecchie è maledizione.

Sono vent’anni da quando ti scrissi
(da allora ormai stanco da tempo del ruolo
di foraggiatore di versi)
una poesia d’azione:
Né verso né da: soltanto in movimento!
(e certo stanco di sospette esclamazioni).
Non chiedo nulla, offro soltanto
questo sforzo scarnito
di augurarmi venticelli sulla tua casa
e la presenza – specie quando vacilla la poiana –
di mura incordate di canto e il residuo di un dio
che ti vedrà infine a casa, se non in paradiso.


FORCE TEN

We’d seen it coming but we held
to the sailing: how the dust
had twirled, how the gusted olives
turned bellies of tin to a snuffed-out sky.

We had a choice. Now this ship
full of glasses and carpet and light
bumps us through the storm. We abandon
plates, go early to our berths, trusting all
to the wisdom of metres and dials,

trading tonight’s just possible risk
for the blatant disasters of dream.

FORZA DIECI

L’avevamo visto arrivare ma continuammo
a veleggiare: come la polvere
aveva vorticato, come le olive soffiate dal vento
erano divenute ventri di lattina a un cielo soffocato.

Dovevamo scegliere. Ora questa nave
piena di vetri e tappeti e di luce
ci getta nella tempesta. Abbandoniamo
i piatti, ci ritiriamo presto in cuccetta, affidiamo tutto
alla saggezza di metri e quadranti, barattando

il rischio di stanotte soltanto eventuale
con i disastri flagranti del sogno.

‘IS THAT WHERE THEY MAKE
THE CLOUDS, DAD?’

It is beautiful, the filth gusting
from a stack at Baglan, turned by late sun
to a wing of silver
rising against
the blackly green, languorous hills;
beyond the great dapplers bundling east,
an unearthly simplicity of open sky;
here at our feet the tide bangs in,
loud lengths of it slapping
the concrete steps.
There could be rain.There will be night.

‘È LÀ CHE FANNO
LE NUVOLE, PAPÀ?’

È bello, sudiciume in folate
da una ciminiera di Baglan, trasformata dal tardo sole
in un’ala d’argento
che si leva contro
le languide colline verde nerastro;
al di là di grandi chiazze aggrumate a est,
un’irreale semplicità di cielo aperto;
qui ai nostri piedi la marea colpisce,
fragorose onde lunghe a schiaffeggiare
i gradini in calcestruzzo.
Potrebbe esserci pioggia. Ci sarà notte.

Posted by: kolibris | March 10, 2010

Karen Alkalay-Gut reading some of her poems

Let Me Think

I’m so Glad We are not Virgins

For Tony Soprano and Morning Science

I Explain Darwin to the Rebbe

Reader Response

You are a Shower of Gold

Milk and Honey

Karen Alkalay-Gut, Danza del ventre a Tel Aviv. Poesie d’amore e sopravvivenza (Kolibris, Bologna 2010)
Traduzione di Johanna Bishop e Andrea Sirotti.

Posted by: kolibris | March 13, 2010

Anna Wigley, “Risveglio d’inverno”, anteprima

Chiara De Luca legge due poesie di Anna Wigley da Risveglio d’inverno
(Waking in Winter, Gomer Press, Llandysul 2009) in uscita per Kolibris.

 

Risveglio d’inverno

Dal mio letto posso sentire quanto siano vuote le strade.
Né la casa arieggia, bensì diviene oscurità mentre
le finestre separano dall’ombra il proprio intorbidarsi
e incorniciano la fetta di ghiaccio di luna che si scioglie.
I natali dell’infanzia si spingono dentro,
conforto di lana e tè, le impavide corolle di fiamma in cucina,
il giardino dipinto visibile da dentro
tutto incantato; e un fumo bianco si leva dalle pietre.
La notte, poi, rispettava il patto con la stagione, consegnata
mentre dormivamo ad austerità di cristallo,
il tocco di un maestro della pittura.
Poi, quando salto fuori, sono un ospite appena arrivato
in un posto strano, dove il sole è di peltro
e mattoni e badiere sono intarsiati di lustrini.

Waking in Winter

From my bed I can feel how empty are the streets.
Nor does the house air, but turns in darkness
while the windows sort their blurs from shadow
and frame the melting ice-slice of the moon.
The Christmases of childhood press in,
comforts of wool and tea, the brave corollas of cooker flame,
the painted garden visible from the kitchen
all spellbound; and a white smoke rising from the stones.
The night, then, kept its pact with the season,
was delivered while we slept to austerities of crystal,
the brushwork of a master.
Later, when I step out, I am a guest newly arrived
in a strange place, where the sun is made of pewter
and every brick and flag is sewn with sequins.

Neve

Febbraio e neve scende in fretta barcollando,
a bagnare il capo chino ai bucaneve.
Cade anche a due chilometri da qui, nella tua
stanza da letto, sulla tomba non contrassegnata,
su lenzuola grevi e cuscini di terra.
Molti mesi placidi sono trascorsi,
in cui la memoria stava a guardare
per riplasmarti così come eri
tessendo i suoi titubanti epitaffi.
Questa casa ancora ti contiene,
e in giardino i fiori che piantasti si schiudono
ovunque, in un afono tributo tardivo.
Sarà muta anche la tua lapide
ma bella più che possiamo, in ardesia
liscia come velluto,
del colore della neve sporca –
un’intera pagina grigia su cui sta scritto il tuo nome.

Snow

February, and snow dithers down fast,
wetting the bent heads of the snowdrops.
It is falling, too, a mile from here,
in your bedroom, on the unmarked grave,
on the heavy sheets and pillows of earth.
Many quiet months have passed,
months when memory has stood and looked
and made you again as you were,
weaving its hesitant epitaphs.
This house contains you still,
and in the garden the flowers you planted bloom
everywhere, in mute, belated tributes.
Your stone, too, will be dumb
but lovely as we can make it, from slate
as smooth as vellum,
the colour of dirty snow–
a plain grey page with your name on.

“Anna Wigley rimuove il sedimento che oscura la tela della vita o la nostra retina e che rischia di farci leggere solo materia anelastica, in un egocentrismo dell’umano che oggettivizza il vivere in routine patinata di gesti seriali e automatici. Non usa solventi nel suo comporre; la poetessa ha gli strumenti dello sguardo e dell’occhio, per restituire invece la speranza di una tonalità che sappia evocare quella originaria, la dinamica naturale della vita armonica, dell’umano estroflesso in riconoscenza del cosmo: Qui la luce scolpisce e leviga ogni cosa.
Eppure noi sappiamo l’avvenuta frattura dell’abbraccio fra la terra e l’uomo.(…)”

 Dalla prefazione di Umberto Fornasari

 

Posted by: kolibris | March 22, 2010

Kolibris sul “il manifesto” di domenica 21 marzo

Posted by: kolibris | March 23, 2010

Poesia alla fine di un matrimonio

Posted by: kolibris | March 26, 2010

Peggy O’Brien, Un po’ più in basso degli angeli

Posted by: kolibris | March 28, 2010

Bilancio attività editoriale 2009-2010

Kolibris è nata con l’intento di tradurre, rendere fruibile e diffondere in Italia la migliore poesia straniera contemporanea, privilegiando autori fino ad ora mai tradotti oppure (troppo) poco tradotti; ma anche di creare un network internazionale che faciliti gli scambi di idee e la circolazione di suggestioni e contenuti, che incentivi la realizzazione di progetti condivisi e stimoli le possibilità di incontro e confronto


Trascorso poco più di un anno dall’effettivo inizio della sua attività editoriale (nel febbraio del 2009) Kolibris ha pubblicato 26 titoli, per la maggior parte di poesia straniera.


Collane avviate durante il primo anno


Goldfinch – Poesia contemporanea gallese

John Barnie: Tumulto in cielo

John Barnie Ice (romanzo epico in versi)

Nigel Jenkins, hotel gwales

In uscita Risveglio d’inverno di Anna Wigley


Guillemot – Poesia scozzese contemporanea

Edwin Morgan, Libro delle vite

In uscita accesso al silenzio di Tom Leonad

Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea

Thomas Kinsella, Notizie dalla terra dei morti

John Deane, Piccolo Libro delle Ore

Enda Wyley, risvegliarsi a questo

Peggy O’Brien, Spiando i ranocchi

In preparazione: Patrick Deeley, Le ossa della creazione, Pat Boran, Poesie scelte; Paddy Bushe, Poesie scelte


Libellule – Poesia contemporanea francese

Pierre Bonnasse, Sete del sole

In preparazione L’uomo di pelle di Jean-Claude Tardif


Orly – Poesia belga contemporanea

Werner Lambersy, Diario di un ateo provvisorio

Liliane Wouters, Il biglietto di Pascal

Werner Lambersy, L’orologio di Linneo

In preparazione Il grido dell’alba di Colette Nys-Mazure


Chiara – Poesia italiana contemporanea

Antonino Caponnetto, Miti per l’uomo solo

Carmine De Falco, Italian Day

Mimmo Cangiano, Nel frattempo

Vera D’Atri, Una data segnata per partire

Stefano Leoni, Basse verticali

Camäleon – Poesia svizzera contemporanea

Sabina Naef, vertigine lieve

Julien Burri, Se solamente

Swallow, collana di letteratura della migrazione

La manutenzione delle maschere di Arben Dedja, poeta albanese che vive a Padova

In preparazione Post Bellum di Dragica Rajčić, poetessa croata che vive in Svizzera


Fuori collana

Karen Alkalay-Gut, Danza del ventre a Tel Aviv. Poesie d’amore e  sopravvivenza

collane in preparazione:

A cura di bruno Berni, Collana di
poesia danese che verrà inaugurata da Ritratto con Orfeo e Euridice di Morten Søndergaard;


Collana di
poesia tedesca che verrà inaugurata da Il vecchio parla con la sua ombra, di Günter Kunert

Collana dedicata alla poesia latino-americana, inaugurarata da sotto di Juan Gelman pubblicazione trilingue spagnolo-sefardita-italiano

Collana di saggistica che verrà inaugurata da Scorrendo, ancora, antologia di saggi di poeti irlandesi sulla poesia irlandese (a cura di pat Boran, con contributi di Eavan Boland, Pat Boran, Ciaran Carson, Theo Dorgan, Eamon Grennan, Seamus Heaney, Thomas Kinsella, Michael Longley, John Montagne, Eiléan Ní Chuilleanáin, Nuala Ní Dhomhnaill, Bernard O’Donogue, Cathal Ó Searchaig, David Wheatley);

Nessun rifugio, raccolta di saggi di John Barnie sulla poesia gallese,

Verlaine d’ardesia e di pioggia, saggio del belga Guy Goffette sul grande poeta francese

Collana di poesia portoghese che verrà inaugurata da A te che chiamo amore, di Nuno Júdice

e poi pensiamo russia, spagna…


Posted by: kolibris | March 28, 2010

Enda Wyley, risvegliarsi a questo, Kolibris 2010

Parole che cercano la vita, che incarnano l’attesa. Parole che divengono immagini piene di premura – nelle scale della notte, nelle fiamme morbide della lanterna, nel legno scricchiolante del pavimento. Un sogno sfreccia e si fa guardiano, tra il corridoio e la stanza delle ninna nanne copre d’amore il sonno della bambina. Gli occhi che trovano gli occhi, la voce che si apre in un sospiro di madre. Poi le mani che stringono la camicia, la bocca umida sul petto, il nido della gola che inghiotte il latte. Delicata, nei passi lenti che ci trascinano, la pagina interiore si apre sui primi cinguettii del mattino, si sporge oltre la finestra, per guardare il sole dimenarsi nel morso di un pancake – acque, sabbie, rocce, ciuffi d’erba, come un incantesimo imperlano la parete dei versi. È un libro di minime magie risvegliarsi a questo di Enda Wyley. Un libro di segreti lucenti, di soglie arruffate tra i fiori delle guance e gli abitini gettati sulle lenzuola. Si è attraversati dalla gioia in queste pagine, da gemiti e sogni di fragole, che dalla culla si tendono come presagi. Il legame si stringe quando i corpi sono distanti, diventa nodo, chiedendo a ogni secondo lealtà e dolcezza. Tra specchi colorati e giraffe di pezza, i fogli bianchi si scrivono in fretta, prima che una carezza sfiori il piccolo cuore, e allontani ogni contraddizione. Sul bordo dei precipizi, in una memoria fatata, le poesie si fanno sempre più responsabili, amano e si lasciano amare, mentre il fumo sale dalle tazze calde e il vapore dei vetri sposa il ticchettio dell’orologio.

Ci sono mondi selvatici nel ritrovare la tenerezza, se ne si sente il profumo risalendo i sentieri delle cartoline. Fili fragili e trasparenti s’inerpicano sui visi segnati, e un’alba lieve oscilla tra le fatiche, attraversando il vento, fino al battito dei polsi, fino alle pance calde che si sfiorano. In un destino autentico, le ali dell’infanzia risalgono il diario – ci svegliano, quando il cielo è freddo, quando il richiamo della strega bianca rintocca nel cucchiaino, e ci svegliano – quando la guerra sconfina nel timore, ricordando i morti sepolti nel cuore d’ognuno. Dal battito delle piume arde questa voce universale, che setaccia giorno e notte, creando talismani nel perimetro della casa – dal regno del giardino danza verso la collina, per ridiscendere nel mondo in un profluvio di silenzi e di rinascite.

Gianluca Chierici


scheda libro qui

Posted by: kolibris | March 29, 2010

Pubblica gratis con Kolibris

Pubblicazione gratuita per l’opera vincitrice. Proposte di pubblicazione per le opere segnalate come meritevoli

Vista l’ottima riuscita della prima edizione del concorso pubblica con Kolibris, finalizzato alla pubblicazione gratuita di una raccolta poetica, che ha visto vincitore Stefano Leoni con la bella raccolta Basse verticali, e segnalati Oreste Bonvicini, Gianluca D’Andrea, Narda Fattori, abbiamo deciso di ripetere questa esperienza e di fare della gara di selezione periodica la modalità principale attraverso la quale è possibile pubblicare nella collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”.

Nel 2010 sarà perciò possibile inviare opere in visione durante tutto l’arco dell’anno:

Dal 20 gennaio al 30 aprile per la pubblicazione a settembre 2010
(c
on comunicazione dei risultati a fine luglio 2010)

Dal 3 maggio al 30 settembre per la pubblicazione a gennaio 2011
(con comunicazione dei risultati a fine ottobre 2010)

1. È possibile partecipare con opere poetiche inedite o parzialmente edite in rete e su rivista

 2. Condizione per partecipare alla selezione è l’acquisto di due volumi a scelta nel catalogo Kolibris, a titolo di parziale copertura delle spese gestionali e organizzative.

2a. I libri possono essere acquistati nella libreria ondine di Kolibris all’indirizzo: http://www.kolibrisbookshop.eu,

2b. oppure ordinati via mail all’indirizzo:

chiara.deluca@edizionikolibris.eu

3. Le opere poetiche devono essere inviate in forma cartacea, al seguente indirizzo:

Edizioni Kolibris
Via Pellegrino Matteucci 11
40137, Bologna

4. Il plico deve contenere scheda bio-bibliografica, dati anagrafici e recapito dell’autore.

5. Alla spedizione del plico contenente l’opera poetica in versione cartacea deve fare seguito la spedizione del file in formato word al seguente indirizzo:

 redazione@edizionikolibris.eu

6. Le opere inviate saranno valutate da membri della redazione di Kolibris, che le riceveranno in forma anonima e i cui nomi verranno comunicati al momento della diffusione dei risultati conclusivi di ogni sessione di valutazione.

7. Le opere vincitrici di ogni sezione verranno pubblicate gratuitamente nella collana di poesia italiana contemporanea Chiara.

8. Il vincitore di ogni sessione riceverà 20 copie dell’opera pubblicata.

9. L’opera pubblicata verrà distribuita e diffusa attraverso i consueti canali di Kolibris.

10. Gli autori delle opere segnalate come meritevoli riceveranno una proposta di pubblicazione da parte di Kolibris.

 per ulteriori informazioni scrivere a: chiara.deluca@edizionikolibris.eu

 

Posted by: kolibris | March 30, 2010

Arben Dedja, La manutenzione delle maschere

COLLANA SWALLOW - Poesia della migrazione
ARBEN DEDJA,
La manutenzione delle maschere
A cura di Mia Lecomte
ISBN 978-88-96263-24-2
pp. 92, € 15,00


“La manutenzione delle maschere di questa raccolta è un implacabile esercizio dissacratorio, operato con scientificità attraverso la procedura esatta ed esperta dell’autopsia; tramite cioè la scomposizione anatomica, imparziale, della materia, nel momento in cui la morte, come unica realtà, conferisce finalmente a ogni cosa il posto che le spetta.

In controluce è sempre presente la politica albanese, con la dittatura, la corruzione, la miseria, ma interpretata con il filtro della democrazia dei sentimenti e dei destini, in cui anche la polemica sociale – si veda ad esempio “La presentazione” (p. 17) o “Ispezione chirurgica” (p. 21) – ritorna senza nessuna presa di posizione politica, semplicemente perché gli ultimi incarnano l’elementarità organica della vita, e le vittime designate di una congenita stupidità di specie; come ad esempio in “Aquila bicipite”, in cui tutto il dramma balcanico sembra ridursi ai colpi di scena di una comica charade (p. 83).”

dalla prefazione di Mia Lecomte


“Sono sempre stato circondato – trovandomi benissimo – da persone che non si interessavano di poesia. Penso che la mia tendenza a versificare – all’inizio si trattava di questo – la considerassero una forma benigna di svitamento. Poi durante l’adolescenza, quando i pochi libri belli in circolazione li divoravo in un battibaleno nelle letture delle mie notti solitarie, il resto della vita mi sembrava di una noia mortale. Così ho iniziato a scrivere (e a tradurre poesia) più seriamente. Più seriamente, ma non in modo serio, poiché scrivevo soprattutto per sfuggire alla noia e (inconsciamente) per nutrire le mie amicizie, frequentazioni ed esistenzialità con persone fuori dalla poesia. È, forse, per conciliare tutto questo che la scrittura si è lentamente modellata con le sue (credo) caratteristiche di oggi: leggerezza e (auto)ironia. A dispetto della persona timida e solitaria che sono, una poesia un po’ ammiccante e giocherellona. E triste. Cin cin!”

Arben Dedja


Twin Towers

Mia nonna Neshirè

figlia di Ibrahim Abdullah

che da vent’anni vive con la pensione

del marito morto

e con pezzi di proprietà d’inizio secolo

svendute per due lire,

lei che è stata tutta la vita casalinga,

a quel punto, di certo, imparò

come si chiamava l’ombelico commerciale del mondo

finché guardava il finimondo in TV

tra spirali di fumo della trentanovesima o

quarantesima strada (pardon, sigaretta!), Allah diceva,

aiuta quegli sventurati…

Twin Towers. Gjyshja ime Neshirè | e bija e Ibrahim Abdullahut, | që tash njëzet vjet rron me pensionin | e burrit të vdekur | dhe me ca copëra pronash të fillimshekullit | shitur për pesë para, | se për vete ka qenë tërë jetën shtëpijake, | me këtë rast, sigurisht, e mori vesh | si quhej qendra tregëtare e botës | tek shihte katrahurën në TV | mes spirales së tymit të rrugës (pardon, cigares!) | së tridhjetenëntë a dyzetë, Allah thosh, | ndihmoji korbërit…

La presentazione

Ah si, ricordo bene gli albanesi

arrivarono in ciurme dal confine settentrionale

come abbondarono quell’anno le civette nei dintorni.

E io donai e donai e donai e donai

in quell’occasione rinnovai il Guardaroba di ieri

si fece in quattro mio marito per la nuova Biancheria.

Poi irruppero i curdi sorridenti come primavera

con le gambe di legno marcite dalle onde

poi i ruandesi che sbagliarono strada.

E io donai e donai e donai e donai

di nuovo ho dato via la Biancheria Firmata

era un po’ fuori moda il Ricamo delle Mutande.

Poi i moldavi scattarono con zattere fatali

poi gli iracheni camminando sui ghiacci

i burundesi con gabbane squarciate dai lupi.

Ancora io donai e donai e donai e donai

avevano le afgane tutti i miei Reggiseni

la mendicante bosniaca sette Mutande vestiva.

Poi arrivarono i cingalesi con tizzoni nei taschini

e poi i kossovari ma erano fuori stagione

per le Passerelle di NewYork – Paris – Milano.

Io ancora donai e donai e donai e donai

anche se la casa mi forzarono per rubare il Guardaroba

che, per fortuna, era vuoto dall’ultima donazione…

…qui la Signora interrupe il discorso perché, nel fratempo, le presentarono un islandese.

Prezantimi. Ah po, më kujtohen shqiptarët | mbërritën me turma nga kufiri verior | ç’u shtuan atë vit kukuvajkat në rrethina. || E unë dhashë e dhashë e dhashë e dhashë | e ndërrova me këtë rast Garderobën e djeshme | u ça katërsh im shoq për Të Linjta të reja. || Pastaj kurdët ia behën të qeshur si pranvera | me këmbët e drunjta të kalbura nga dallgët | pastaj ruandezët që rrugën ngatërruan. || E unë dhashë e dhashë e dhashë e dhashë | m’u desh prapë t’i falja Të Linjtat e Firmosura | i kish ikur ca moda Dantellave të Breçkave. || Pastaj brofën moldavët me trape fatalë | pastaj irakenët duke ecur mbi avra | burundasit me guna të çjerra nga ujqit. || Prapë unë dhashë e dhashë e dhashë e dhashë | kishin gratë afgane gjithë Gjimbajtëset e mia | një lypëse boshnjake shtatë palë Breçka kish mbathur. || Pastaj erdhën çingalezët me gaca ndër xhepa | pastaj kosovarët po sezoni s’kish nisur | i Pasarelave në New-York – Paris – Milano. || Prapë unë u dhashë e u dhashë e u dhashë | ndonëse më hynë në shtëpi Garderobën të vidhnin | që, për fat, ishte bosh nga dhuresa e fundit…

…këtu Zonja e ndërpreu rrëfimin se, ndërkaq, i prezantuan një islandez.

Elegia crudele per mio padre

1.

Ho lavato mio padre morto

una mattina di marzo con i geloni

d’inverno ancora ai piedi

e proprio dai piedi iniziai

– acqua e sapone – finché ebbe

odore di detersivo poi tra le cosce

ho sfiorato appena i testicoli in quella

occasione per la prima volta svelati

lo vestii con camicia e abito

il migliore tenendogli dritta

la testa che non cadesse sul petto

lo sdraiai senza-orologio-e-senza-anello

gli pettinai i capelli bianchi lo rasai

a secco ansimai con le scarpe

nuove tre-manici-di-cucchiai-spezzati e

alla fine gli misi una cravatta dopo

aver fatto prima il nodo sul mio

collo.

Elegji mizore për babanë. 1. E lava babanë e vdekur | një mëngjes marsi me cikmat | e dimrit ende nëpër këmbë | dhe pikërisht nga këmbët ia fillova | – ujë e sapun – gjersa mori | era myshk e pastaj rrëzë kofshëve | sa ia fshika herdhet me këtë rast | parë për herë të parë | i vesha këmishë e kostum | më të mirin duke ia mbajtur | herek kokën mos ngjeshej për gjoksi | bukur e shtriva të paorë të paunaza | i kreha pastaj thinjat e rrova | në të thatë zor e pata me këpucët | e reja tre-bishta-lugësh-shkulur dhe | në fund kravatë i vura pasi bëra | më parë nyjen në qafën | time.

2.

Padre mio quando tu moristi

ti tenemmo per ventiquattr’ore

insepolto per renderti gli ultimi

onori una lunga veglia

ma intanto l’inverno lasciava

la terra e così a mezzanotte

spegnemmo il riscaldamento tra noi

ci rannicchiammo mentre qualcuno

cospargeva di profumi la stanza

il corridoio la cucina l’altra stanza

il mondo intero…

2. Ati im kur ti vdiqe | të mbajtëm njëzetekatër orë | pa varrosur të të bënim nderet | e fundit një përgjim të gjatë | por ndërkaq dimri po e linte | tokën ndaj e fikëm ngrohjen | në mesnatë ashtu te njëri-tjetri | kruspulluar tek dikush spërkaste | me parfum dhomën korridorin | kuzhinën dhomën tjetër gjithë botën…

3.

Compianto padre mio quando moristi

fu impresa difficile

farti scendere per le scale strette della palazzina

costruita con i lavori forzati nel periodo

hoxhiano un cugino di settimo

grado arrampicato sulle sbarre

della finestra del vicino si occupò

di dirigere le operazioni il falegname

del quinto piano stramisurò

con un metro gli angoli del calvario

un martire mise la schiena

sotto la bara ma comunque

spaccammo lo stesso la lampada

delle scale scalfimmo

l’intonaco mentre tu dentro ti muovevi

sacco di noci ammucchiato sulla testa

che secondo l’usanza

doveva uscire per prima.

3. I ndjeri ati im kur ti vdiqe | ishte sipërmarrje e vështirë | të të zbrisnim shkallëve të pallatit | me punë vullnetare të kohës | së enverit një kusho | i shtatë kacavarur te telat | e dritares së komshiut u mor | me drejtimin e operacionit marangozi | i katit të pestë i stërmati | me metër këndet e kalvarit | dikush dëshmor vuri shpinën | poshtë qivurit por prapë | e thyem që e thyem llam-

pën | e shkallëve skërfitëm | suvanë teksa brenda ti lëvizje | thes me arra ngjisheshe pas kokës | që sipas zakonit | duhet të dilte e para.


Emilio Salgari

Lo trovarono nel bagno tutto muffa

in quel 25 aprile 1911

suicida in una specie di harakiri con il rasoio da barba

come pare facessero gli eroi

dell’Estremo Oriente che senza mai andare lui descrisse,

perché quasi così Sandokan uccise la Tigre,

perché così l’immaginazione è affogata dalla prosa,

perché così gli usurai sono reali più dei tesori,

perché così gli editori partoriscono carogne,

perché così gli stracci diventano famosi pulendo sangue di scrittore,

perché proprio così vince la quotidiana banalità del radersi.

Emilio Salgari. E gjetën në banjën tërë igrasi | më 25 prill

1911 | vetëvrarë me një si punë harakiri me brisk rroje | se kinse kështu bëjnë heronjtë | e lindjes së largme q’e përshkroi pa e parë, | se pothuaj kështu Sandokani ia mori jetën Tigrit, | se kështu imagjinata mbytet nga proza, | se kështu fajdexhinjtë janë më realë se thesar-

et, | se kështu botuesit pjellin kërrma, | se kështu paçavuret bëhen të famshme kur pastrojnë gjak shkrimtari, | se tamam kështu fiton banaliteti i të rruarit përditë.

Il discorso del Leader

Si mangiava cocomero nelle ultime file.

L’atmosfera era quella dei

momenti storici:

la sala in penombra

pronta ad essere illuminata

dalla marea di applausi.

In prima fila

si notava una stanchezza

di chiappe penzoloni

tra i veterani.

Quando nel mezzo

di una lunga frase fece una pausa

e respirò profondamente si sentì

il tic-tac

dei tagliaunghie (invenzione cinese).

Fjala e Prijsit. Dikush hante shalqi në rradhët e fundit. || Atmosfera ishte ajo e | çasteve historike: | salla në gjysmëterr | e gatshme të ndriçohej | nga batica e duartrokitjeve. || Në rresht të parë | vihej re lodhje | tulesh të lëshuara | te veteranët. || Diku në mes | të fjalisë bëri një pauzë | ku mori frymë thellë u dëgjua | veç tik-taku | i prerëseve të thonjve (shpikje kineze).

Aquila bicipite

Quando nei Balcani il quinto stato in soli tre anni, appena dichiarata l’indipendenza, adottò come bandiera un’aquila bicipite (nonostante i colori dell’aquila e lo sfondo), la pazienza dello Stato Albanese giunse al limite e con una lunga e dettagliata nota di protesta indirizzata a tutte le più importanti istituzioni internazionali, chiese d’urgenza il non riconoscimento delle suddette bandiere giacché plagiavano spudoratamente quella albanese, una nota questa che fu presa in seria considerazione nelle relative sedi, anche se la loro possibilità di intervenire nella politica interna dei neo-stati era limitata, cosa che produsse una nuova ondata di delusione verso le istituzioni internazionali in Albania e, parallelamente, una forte ondata di nazionalismo pan-albanese, con la nascita di gruppi e forze politiche dalle proposte più strane, parte delle quali suggerivano, per esempio, un ampio attacco diplomatico, non solo verso gli stati con un’aquila bicipite nella loro bandiera, ma anche verso quelli con un’aquila con due teste, con una sola testa o senza nessuna testa nel loro stemma statale (stati per niente trascurabili come gli Stati Uniti, la Russia, la Germania, ma anche molti altri fuggiti alla nostra attenzione) mentre un altro partito, un po’ più realista propose dal canto suo (e la Galleria Nazionale delle Arti lo seguì al volo bandendo un concorso in concomitanza con la Festa Nazionale) di modificare graficamente l’aquila bicipite della nostra bandiera in coerenza con le nuove sfide del tempo, in modo tale che comunque si mantenesse superiore alle altre, ritoccando pesantemente in particolare la forma e le dimensioni del becco uncinato e degli artigli, mentre le proposte più estreme in quest’ambito arrivavano a chiedere la riammissione nella nostra bandiera dei Fasci Littori insieme con la Stella Rossa Partigiana, che di sicuro avrebbero dato all’aquila un’arma in più nella sua superbia verso le altre (…)

Posted by: kolibris | April 3, 2010

api e colibrì

Posted by: kolibris | April 6, 2010

Enda Wyley, “risvegliarsi a questo”, Kolibris 2010

Risvegliarsi a questo

Se avessimo saputo
non avremmo
dormito tanto a lungo.
La nebbia ha combattuto e vinto
la sua battaglia contro il sole
e tutto è grigio opaco adesso.
Il filo fragile del ragno si gonfia
dal sicomoro
fino alla siepe del cottage
mentre sul sentiero
rugiada pare densa ma si frange
come bolle al tocco.
I grassi uccelli bruni
non temono i nostri passi
lungo la via ghiaiosa,
le nostre dita
che spremono bacche.
Oh fame porporina!
La bimba s’immerge
e riemerge dallo stupore,
mulinando l’aria morbida,
testa il cielo
emettendo suoni.
Gerani si svegliano inzaccherati
nelle aiuole alle finestre
e la vernice di ieri asciuga
infine sulla porta in legno rosso.
Rivegliarsi a questo.

To Wake to This

If we had known
we would not
have slept so long.
Mist has fought and won
its battle against the sun
and all is murky grey.
The spider’s frail line blows
from the sycamore
to the cottage hedge,
while across the lane
dew looks dense but breaks
like bubbles at a touch.
The fat brown birds
are not afraid of our steps
along the gravelled way,
of our fingers
sqeezing berries.
Oh purple hunger!
The baby dips
in and out of wonder,
twirling the soft air,
testing the sky
with her sounds.
Geraniums wake bedraggled
in their window beds
and yesterday’s paint dries
at last on the red wooden door.
To wake to this.

Enda Wyley, risvegliarsi a questo, Kolibris 2010.

COLLANA SWALLOW
Poesia della migrazione
ARBEN DEDJA, La manutenzione delle maschere
A cura di Mia Lecomte
ISBN 978-88-96263-24-2
pp. 92, € 15,00