Posted by: kolibris | May 13, 2013

Stefano Iori, “Sottopelle”

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COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

STEFANO IORI, Sottopelle

Prefazione di Gio Ferri

Postfazione di Enrico Ratti

Con una nota di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-78-5

pp. 84, € 12,00

Un viaggio sorpreso tra i meandri della mente, e la presenza/assenza dei corpi. Delle figure di un mito vissuto in una realtà tanto vitale quanto virtuale: gli incredibili, non credibili incantamenti televisivi o cinematografici che, storie del e nel nulla, oltre la superficialità apparente delle ombre, inseriscono il germe della metamorfosi nella coscienza. E dell’autocoscienza, come avviene per speculare istanza in “Riflesso sfocato”.

 Dalla prefazione di Gio Ferri

Sottopelle, appena al di sotto della superficie d’ogni giorno, del visibile a occhio nudo,  dell’(apparentemente) noto: è lì che vuole spingersi il poeta, scavando via con pazienza,  a mani nude, la patina di superficie delle cose, per mostrarne il volto vero a chi passando in fretta o disattento non ne scorga che il rivestimento. Per questo la parola di Iori si sveste del superfluo, di ogni inutilità e ornamento, per riscoprirsi materia grezza, in grado di riplasmare il reale, il dato a tutti accessibile, il tangibile.

Dalla nota di Chiara De Luca

Qual è dunque l’oggetto della poesia di Iori? Senza illustrazione e senza rappresentazione, senza significazione e senza finalità, la sua comunicazione poetica è comunicazione diplomatica. Una comunicazione che si annuncia attraverso la lingua altra. E la lingua altra, ossia l’alingua dell’artificio, la lingua dell’arte del fare, è la lingua particolare con cui l’oggetto della poesia dell’autore si scrive, si qualifica e si narra. Si scrive, si qualifica e si narra fino a diventare dispositivo d’impresa. Dispositivo di comunicazione. Dispositivo di valore. Fino a diventare enigma e rebus lungo la via che la sofistica ha tracciato.

Dalla postfazione di Enrico Ratti

 

 

 

Riflesso sfocato

Bevo sempre acqua del rubinetto

e quando prendo l’unico bicchiere,

dal cestello sopra il lavandino,

il mio busto si riflette

nell’alluminio di una pentola mai usata

Mi vedo sfocato sul lucido metallo,

come un’ombra lontana,

e ciò mi turba ogni volta

Potrei essere chiunque, anche uno spettro

Nessun angelo direbbe il mio nome

se non sapesse che su quella lamina,

finché vivo almeno un po’,

posso specchiarmi solo io

ivanov

 

COLLANA NEVÀ – Letteratura Russa

Georgij Ivanov, Diario post mortem

A cura di Alessandro Niero

ISBN 978-88-96263-77-8

pp. 126, € 12,00

 

Pensato in vita, pur se nella sua fase estrema, questo Diario post mortem vedrà effettivamente la luce come tale soltanto dopo la scomparsa di Georgij Ivanov.

L’opera ci pone di fronte a un poeta che comunica in limine mortis al lettore tutta l’improprietà delle sofisticazioni formali esibite, per recuperare, invece, una grazia semplice, una cortesia prosastica e una affabilità talvolta persino filastrocchesca, sentite come particolarmente intonate al prospettarsi dell’attimo fatale. Posto al cospetto della vanità del tutto, Ivanov si regge sul filo dello strumento espressivo che lo ha accompagnato da sempre – la poesia – e che anche ora si presenta come il luogo dove convogliare tutto se stesso. È, quindi, un disperato risolversi in canto la marca distintiva del Diario; e, quindi, uno sperimentare i limiti di quello stesso canto. Ma non si tratta tanto di una sorvegliata “poesia sulla poesia”, quanto della verifica estrema di come il medium prediletto sappia fare o meno “incetta di mondo” in versi. Scavallàti convenzione e artificio, abbandonato ogni residuo fumismo tecnico o intonazione affettata, Ivanov si prepara alla meta ultima armato di una sola cosa, effimera, ma non perciò meno sentita: la parola. Così il Diario ci offre il respiro, non mefitico, di un “dopomorte” già abitato dagli strumenti possentemente immaginativi della poesia.

 

Вечер. Может быть, последний

Пустозвонный вечер мой.

Я давно топчусь в передней, –

Мне давно пора домой.

 

В горле тошнотворный шарик,

Смерти вкус на языке,

Электрический фонарик,

Как звезда, горит в руке.

 

Как звезда, что мне светила,

Путеводно предала,

Предала и утопила

В Средиземных волнах зла.

 

Август 1958 г.

 

 

Sera. Forse l’ultima

mia vaniloquente sera.

Da tempo scalpìccio in anticamera:

da tempo è tempo che rincasi.

 

In gola ho un bolo nauseabondo,

un sapore di morte sulla lingua;

una torcia elettrica

mi brilla in mano come stella.

 

Stella che mi era luce e astro,

stella-guida che ha tradito,

ha tradito ed è affogata

tra le onde mediterranee del male.

 

 

 

Georgij Ivanov, nato nel 1894 nei pressi dell’attuale Kaunas (Lituania), dedicò la sua vita dai sedici anni in poi alla letteratura (poesia, prosa, saggistica e memorialistica). Dopo essere stato vicino ad alcuni movimenti del modernismo russo (egofuturismo e, in particolare, acmeismo), nel 1922 lasciò la Russia per Berlino, da dove, l’anno successivo, si spostò a Parigi. Qui ricoprì un ruolo di primo piano nella letteratura russa dell’emigrazione. Privato di tutto durante la Seconda Guerra Mondiale, concluse nel 1958 i suoi giorni nel sud della Francia, a Hyères.

Alessandro Niero (1968) insegna letteratura russa presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna.
Si occupa prevalentemente di poesia russa e di questioni di traduzione.
Per le sue versioni poetiche ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali.

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COLLANA DEL DUCA – Autori ferraresi. A cura di Matteo Bianchi

ALBERTO AMORELLI, Elegia dell’inverno – MATTEO PAZZI, Bestiario dell’estate

Foto di CHIARA GALLONI

Prefazioni di AMORELLI per Pazzi e di PAZZI per Amorelli

ISBN 978-88-96263-79-2

pp. 42+38, € 12,00

L’inverno, con la sua apparente immobilità, mette a un tratto in scena il proprio crimine: la volontà di far credere che si sia giunti al capolinea. E, allora, interviene quel detective selvatico chiamato “Poesia”, l’unico capace, in poche illuminanti battute, di risolvere il caso della «stagione finale». Il nostro detective sorprende l’epifenomeno mentre sta danzando sensualmente con una vestale. È così che si manifesta la vera protagonista dell’Elegia, ossia una figura femminile scolpita in un cielo di neve, un po’ sacerdotessa-vestale, un po’ passaggio obbligato verso il ricordo. La figura femminile, in quanto sacerdotessa, ha accesso al segreto della vita (la realtà è senza confini), mentre, in quanto passaggio obbligato, appare come la cristallizzazione di un attimo indispensabile per giungere a una nuova primavera.

Dalla prefazione di Matteo Pazzi a Elegia dell’inverno di Alberto Amorelli

Con una vivace penna bruciante di calor bianco il Bestiario d’Estate del Pazzi è tutto quello che non volevate sapere dell’estate, è il frantumarsi dei sogni, è la cruda realtà che si fa strada, selvaggia nelle nostre deboli menti pigre, è quello che ci sveglia con un calcio nelle palle e ci dice che le cose non stanno come crediamo e non lo sono mai state, è «un patetico film di avventure estive / e scandali al sole» ( da “Lo stabilimento balneare”). L’estate di Pazzi è spesso una lenta e seducente distruttiva agonia di luoghi comuni, è cruda, è così dura da diventare quasi una granitica testimonianza di sogni infranti e illusioni galoppanti […]

Dalla prefazione di Alberto Amorelli per Bestiario dell’estate di Matteo Pazzi

Da da da maggio

La Nuova Ferarra, 03/05/2013

 

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    Logo Ibs                        tasso                          logo

Venerdì 10 maggio, ore 18.00

IBS Bookshop, Piazza Trento Trieste, Palazzo San Crispino,

Venerdì 10 maggio, ore 18.00

IBS Bookshop, Piazza Trento Trieste, Palazzo San Crispino,

 

Roberto Pazzi e Giancarlo Pontiggia

presentano la raccolta in versi

L’AMORE E’ QUALCOS’ALTRO

(Empirìa, 2013)

di

 

Matteo Bianchi e Alessio Casalicchio

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Posted by: kolibris | April 30, 2013

Recensione a “Pierrot Mago” di Richard Beer-Hofmann

Recensione di Massimo Parolini a Pierrot Mago di Richard Beer-Hofmann
(in Richard Beer-Hofmann Pierrot Mago - Hugo Von Hofmannsthal L’Alchimista. Kolibris 2012. A cura di Paola Maria Filippi).

Clicca sull’immagine per leggere

Recensione_Beer_Hofmann

Fusco Il posto delle parole

 

trasmissione – il posto delle parole
data – 27 aprile 13
ospite – Laura Fusco
libro – Da da da
 
link per download conversazioni sabato 27 aprile 13
 
 
 
 
twitter @liviopartiti  Laura Fusco “Da da da” Kolibris Edizioni. http://t.co/jVdHuPg3qu
 
 
ospiti in trasmissione:
 
Simona Arpellino - Pronti a tutte le partenze – Sellerio
Fabio Pusterla – Quando Chiasso era in Irlanda – Casagrande
Marco Archetti – Sette Diavoli – Giunti
Pier Aldo Rovatti - Un velo di sobrietà – Il Saggiatore
Ade Capone – Indagine sull’Aldilà – Priuli & Verlucca
Natalino Valentini – Stupore e Dialettica (Florenskij) – Quodlibet
Espedita Fisher – Io sarò l’Amore – Castelvecchi
Lorenza Bernardi - Come il vento tra i capelli – Piemme
Laura Fusco – Da da da – Kolibris
Simona Arpellino – Festival della tv e dei nuovi media
Vittorio Rustichelli – Il teatro nelle lingue del Piemonte

estense.com

Posted by: kolibris | April 24, 2013

“Da da da” di Laura Fusco al Torino Jazz Festival

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Posted by: kolibris | April 22, 2013

“Da da da” di Laura Fusco al Torino Jazz Festival

 

 

 

Clicca sull’immagine per leggere il programma

Laura Fusco Da da da

Nonostante

 

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

STEFANO SERRI, Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia

Prefazione di Marco Bini

Con una nota di Alberto Bertoni

ISBN 978-88-96263-76-1

pp. 72, € 12,00

 

 

Ciò che Stefano Serri sa fare – e lo sa fare bene – è non cadere nel lirismo troppo acceso, pur non rinunciando a puntare verso la vetta. In questo, un grande pregio della sua poesia – e un pregio che rende Nonostante la fine del mondo un raro esempio di libro “a tema” ben riuscito in forma e sostanza – è quello di evitare una troppo scoperta poesia del quotidiano, come un ciclista evita le buche. In questo esperimento si poteva fallire in diversi modi, due su tutti a parere di chi scrive: esagerare nel compianto, o abbandonarsi alla retorica dei piccoli gesti che salvano. Le due cose, in realtà, coesistono nei componimenti di questo volumetto, ma le dosi sono ottimali, e l’amalgama garantito da una lingua pulita e accessibile – nonostante le dolorose e spesso suggestive inarcature della sintassi – restituisce un elaborato di grande effetto e sicuro piacere della lettura.

 

Dalla prefazione di Marco Bini

 

 

[…] l’intento di Serri non è nostalgico né celebrativo, bensì a pieno titolo conoscitivo, nel suo intreccio vertiginoso di dati memoriali, soprassalti onirici, dati diaristici ed evenemenziali, polifonie autenticamente dialogiche: una poesia essenziale e benissimo ritmata – la sua – che, fatto assai raro in un giovane, svela da subito la necessità profonda del verso, fondato su un equilibrio prosodico davvero ragguardevole.

 

Dalla nota di Alberto Bertoni

 

 

 

 

 

 

Le parole frugano l’aria

 

Le parole frugano l’aria

(quello che trovano chissà a chi lo danno)

premono il ponte tra il labbro e il palato

come ossa di uccello che cercano l’ala

arrivano a un senso comune o sensume

sillabato colpendo un corale silenzio

 

le parole sfregano l’aria e si sfogano

fingono che non esista indicibile

(mettici Dio l’acuirsi di un trauma l’amore)

le parole credendosi polvere sempre fuggivano

invece innescano lampi nel fango

 

militanti contro la morte anche errando.

 

 

 

 

 

 

Mappa e corpo

 

Come potrò ridarti mappa e corpo

senza le vene della strada senza

le spose verticali le tue torri

quei segni dentro i sassi quei miracoli

che nella superficie della pietra promettevano

di oltrepassare ogni crepa credendo?

 

cosa sono le stelle se non sai dove nascere?

 

le porte sbattono i divani in piazza

i cartelli delle strade sono bianchi

il vento è il solo orefice di rotte

 

non ho più lingua senza case per parlarla.

 

 

 

 

 

 

Come farà quest’anima a lavarsi

 

Come farà questa anima a lavarsi

se la pioggia appena basta per scansare

il primo velo ruvido di polvere

per leggere nei campi e nei cortili

tra le apparenze la solidità del verde?

 

nessun concerto nel giardino ma la nuvola

che già accordava le sue gocce tace

mentre la guazza è scesa sotto terra

a suggerire al verme d’affacciarsi

 

nemmeno un temporale solo un pugno

aperto senza far cadere molto e senza

bagnarci con un getto di speranza

lascia su tutto una polvere più scura.

 

 

 

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trasmissione – il posto delle parole
data – 20 aprile 13
ospite – Roberto Dall’Olio
libro – Viole d’inverno
 
link per download conversazioni di sabato 20 aprile 
 
 
twitter @liviopartiti Roberto Dall’Olio “Viole d’inverno”, Kolibris edizioni. http://t.co/zmVoLYJrTf
 
ospiti in trasmissione:
Aldo Nove – Mi chiamo… – Skira
Beatrice Masini – Tentavi di botanica degli affetti – Bompiani
Leonardo Arena – Il pennello e la spada – Mondadori
Nicola Rainò (K. Hotakainen) - Un pezzo di uomo – Iperborea
Stefania Limiti - Doppio Livello – Chiarelettere
Roberto Dall’Olio – Viole d’inverno – Kolibris
Massimo A. Paradiso – Diventare sorelle a Teheran – EmmaBooks
Ludovica Gallo Orsi – I Racconti della Passione – Torino Spiritualità
Davide Longo – Scritture d’oc: parole in campo – Segnavia
Gaia Salvadori - Premio Calvino – L’Indice
 

Pierrot

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Poesia

Posted by: kolibris | April 15, 2013

La collana Alfabet alla Casa delle Traduzioni di Roma

Alfabet a Roma

locandina_napoli

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locandina_rassegna

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COLLANA LIBELLULE

Poesia francese contemporanea

Yves Barbier, Ritratto di chi e perché? (1-55-01-76-540-215/47)

Curatela e traduzione di Elisabetta Visconti-Barbier

ISBN 978-88-96263-74-7

pp. 140, € 15,00

Yves Barbier, per lungo tempo, privilegiò l’oralità, poiché credeva nella necessità del recital di poesia, nella poesia vivente, dove il rapporto con il pubblico è diretto. La voce, attraverso il linguaggio del corpo in scena, porta le parole, ne esprime il succo e grazie alla voce dei diseurs/dicitori, Yves poteva toccare un pubblico più numeroso. “Ma nella vita di un poeta”, egli riconosceva, “ci vuole effettivamente il libro per arrivare finalmente a mettere al mondo la propria opera, come una nascita. Bisogna essere pronti per questo e io ho avuto bisogno di tempo. Forse perché non avevo niente di essenziale da dire fino ad allora, niente che ne valesse veramente la pena. E poi la poesia diventata libro è la poesia diventata qualcosa che va oltre se stessi; ha la parola per sè e per gli altri. La poesia è una sorta di utopia. Vers: s’y fier ? Affidarsi al verso, verseggiare. In fondo la poesia, ma è vero di ogni opera d’arte, tenta di ridire il mondo, di ricomporlo. Il mondo non mi soddisfa così com’è, quindi nell’insoddisfazione cerco di riscriverlo, di ridipingerlo, di ricomporlo, di ricrearlo. La poesia è armonia perduta e principio di speranza al contempo”. Per Yves Barbier, la poesia è l’infanzia dell’arte, la mano del bambino diventato adulto. Con la sua voce all’opera: l’esistenza!

dall’introduzione di Elisabetta Visconti-Barbier

 

 

 

Yves Barbier, pendant longtemps, privilégia l’oralité, car il croit à la nécessité du récital de poèmes, à la poésie vivante où se noue une relation directe avec le public. La voix, dans le langage du corps en scène, porte les mots, en exprime le jus. L’oralité a précédé le livre car par la bouche des «diseurs» de poèmes, Yves pouvait ainsi toucher un public plus important. «Mais dans une vie de poète» reconnaissait-il «il faut effectivement le livre afin de se dé-livrer au sens d’ une vraie dé-livrance comme on le dit d’une mise au monde». «Il faut être prêt pour cela et moi il m’a fallu du temps. Je n’avais peut-être rien d’essentiel à dire avant, rien qui en vaille la peine. Et puis le poème devenu livre, c’est le poème devenu autre que soi ; il est hors de soi, il a la parole pour lui et pour les autres. Le poème est une sorte d’utopie. Vers : s’y fier ? Au fond le poème, mais c’est vrai de toute œuvre d’art, cherche à redire le monde, à le recomposer. Le monde n’est pas satisfaisant, donc dans l’insatisfaction, je le réécris, je le repeins, je le recompose, je le recrée. Le poème est à la fois l’harmonie perdue et le principe espérance». Pour Yves Barbier le poème c’est l’enfance de l’art, la main de l’enfant devenu adulte. Avec sa voix à l’œuvre : l’existence donc !

 

extrait de l’introduction de Elisabetta Visconti-Barbier

 

 

 

Pour Thierry Plessis

 

 

Héraclite pourtant

Labeur léger de l’aube

léger

furtif sur la peau

contrainte

voleuse

dans le pli secret des cicatrices

et poches d’ombres du regard

où j’accroche des abeilles

(comme des graines)

aux alvéoles des miroirs

un fond de ciel au fond des yeux

un goût de sable au fond des yeux.

Per Thierry Plessis

 

 

Tuttavia Eraclito

 

Leggero e fuggevole

lavoro dell’alba

sulla pelle

oppressa

ladra

fin nelle pieghe segrete delle cicatrici

e borse d’ombre dello sguardo

dove appendo api

(come sementi)

agli alveoli degli specchi

un po’ di cielo

e un sapore di sabbia

in fondo agli occhi.

(1954–1990)

Trois strophes de labeur…

1. Mal sang

C’est pourtant là

sur les fleurs

les jaunes surtout

– qui sont les plus belles –

que le soir m’ôte la lumière

celle qui fut fête

faite de siestes et de seins

de tes beaux yeux

sévères d’azur

qui lisaient

ce poème au mois d’août :

« Mais à la fin

Qui nous tue ?

Et qui naît

Le lendemain de soi ? »

2. Toucher au ciel

Derrière la vitre qui va trop vite

sur des rails de trains

l’aube/épine est en fleurs

et les dents sont brisées

comme on dit d’une grève

mais

danser danser danser etc…

3. Sang d’yeux

La pluie qui tombe n’a pas d’yeux

c’est le cerveau qui dégouline

déjà qui pleure dans chaque mot

rimant natal avec létal

et moi

lisant dans le journal

un 19 mai

à 6 h 66

tous les noms

et prénoms de défunts

Á l’ombilic encore

Qui saigne ?

Tre strofe di lavoro…

1. Sangue del male

Eppure

è là sui fiori

soprattutto quelli gialli

– i più belli –

che la sera mi porta via la luce

quella che fu della festa

fatta di sonnellini e dei tuoi seni

dei tuoi occhi azzurri

così belli e severi

che leggevano

questa poesia in agosto :

« Ma alla fine

Chi ci uccide ?

E chi nasce

Il giorno dopo la nostra morte ? »

2. Toccare il cielo

Affacciato al finestrino che corre veloce

sui binari del treno

vedo il biancospino in fiore

e i denti si son rotti

come si rompe uno sciopero

ma

danzare danzare danzare ecc…

3. Sangue di occhi

La pioggia che cade non ha occhi

è il cervello che sgocciola

e già piange in ogni parola

natale rima con letale

leggo sul giornale

un 19 maggio

alle 6.66

tutti i nomi

e cognomi dei defunti

il cui ombelico

ancora sanguina ?

 

Giuseppe Ferrara cover

 

 

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

Giuseppe Ferrara, segnicontroversi

Prefazione di Jacopo Ricciardi

Postfazione di Alfonso Gianna

ISBN 978-88-96263-73-0

pp. 92, € 12,00

 

 

segnicontroversi inizia con un’asserzione paradossale e impossibile: nella prima poesia, in risposta a un dialogo avuto con il poeta Valerio Magrelli, in un discorso sapienziale che ricorda quello tra due poeti dell’antica Cina, Giuseppe Ferrara, all’affermazione “esiste un diritto al dovere”, risponde “Vorrei esistesse anche un dovere / all’aver diritto”, come se la dignità dell’uomo potesse essere raggiunta attraverso regole ben definite. Il nostro poeta ci mostrerà che religione e politica rispondono in maniera incompleta, offrendo macerie e isolando l’individuo, isolandolo dentro di sé a se stesso, come se l’epoca contemporanea, priva di ideologie, ci privasse di passioni palpabili, che egli però rintraccia negli interstizi della realtà, difficoltosi, abbaglianti, estremi, al limite della stessa accettazione della vita.

La poesia stessa diventa, nel discorso, una sintonia di segni, parole, che perdono la loro durevolezza nel momento stesso in cui vengono lette. Il discorso esiste o si sfa? “L’atomo si fissa, la parola no.” sintetizza amaramente il poeta, percependosi da un’altra stella che sta fissando nel cielo. La fisicità si sdoppia e quasi si annulla, e ciò che è dato all’uomo, ossia il potere della parola, è labile e imperituro. Questo domina la logica, percependo il divenire instabile della parola, fino a contaminare lo stesso momento presente: alla lettura, l’avvento del significato, è disturbato, sgretolato. Cosa si salva? Qualcosa resta tra queste macerie di realtà, negli interstizi del reale, nelle lacerazione di detriti, particolari infinitesimali in vastissimi ammassi; lì si trovano dei passaggi dove sensi e passioni possono tentare di riaggregarsi e tornare a pulsare: “Invisibile la Vita ci spia”.

dalla prefazione di Jacopo Ricciardi

 

Fin dal titolo, la raccolta si presenta come un tentativo di conciliare coppie dialettiche già studiate e indagate nella loro contrapposizione da Valerio Magrelli – ispiratore decisamente rivelato ed omaggiato –: i segni sono controversi e i versi sono contrapposti ai segni proprio per tentare una difficile sintesi tra coppie antitetiche: oltrecielo e terra, buio e luce, silenzio e parola, dubbio e rivelazione. Comprensione e percezione.

Il poeta sembra attratto dalle transizioni tra questi opposti: tra il tacere e il dire vi è il segno e la parola scritta; tra la luce e il buio vi è sempre un tramonto, viceversa, un’aurora; tra il dubbio e la certezza vi è una sorta di compassione per chi non dubita e chi non crede, una sospensione di incredulità e giudizio.

dalla postfazione di Alfonso Gianna

 

 

 

Penna d’oca

 

Continuano i rintocchi del campanile

a ricopiare codici antichi e rari.

Come gli stili di scribi cluniacensi

tramandano memoria e profezia.

Foglio miniato è il cielo sopra l’abbazia,

cartigli brillanti le costellazioni.

Seguo invisibile il segno che nella notte afosa,

come una penna d’oca, lascia

la punta di Pomposa.

Le pietre amano restare là dove sono…*

dove sognarono amano gli uomini tornare–

 

 

  • da “Thank you, Fog”, in Aubade di W. H. Auden (Stone are delighted to lie / just where they are…).

 

 

 

 

L’ultimo imperatore

E in un giorno di Maggio li ho visti,

i sigilli nascosti dell’ultimo Imperatore

e ho capito così che a ciascuno tocca

accettare o meno una continua rieducazione.

Un Dio non lascia traccia o segni vani

meno che meno si lascia guardare in faccia.

Questo è il motivo di quel segreto vano

nascosto tra le pieghe di una borsa.

Una striscia di papaveri rossi tra spighe verdi

lacca il lato nord delle mura estensi;

una leggera brezza semina tracce oppiacee

e l’imperatore lascia la città proibita

con passi senza moto e toni senza voce

coperto solo della sua divinità svestita.

 

 

 

 

 

Come difendermi da queste folate

 

Come difendermi da queste folate

che spengono la luce della piazza

più elegante e più pulita di un salotto;

che spolverano le foglie di questi rami

e i rami di questi pioppi e i pioppi di questo viale.

Tra un soffio e l’altro risale appena in tempo

una ghiandaia la via del cielo. Ed ecco il vento.

Soffia qui dove io cedo ai monti, ai boschi

e ai cieli freschi, fermi d’azzurro e di ginestre gialle.

Come difendermi da queste folate

che invocano le vocazioni del passato

e segregano i segreti del futuro.

Non c’ è una casa, non c’è un rifugio

a questo vento, né c’è riparo da inventare.

Salto di ramo in ramo come la ghiandaia.

Appena in tempo.

Appena in tempo.

 

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Poesia

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Posted by: kolibris | March 16, 2013

Le Poetesse di Kolibris su Glamour

Glamour

Posted by: kolibris | March 9, 2013

Le poetesse di Kolibris, 2008-2013

Clicca sulla cover per scaricare l’e-book dell’antologia che contiene una selezione di testi e una breve nota bio-bibliografica di ciascuna delle poetesse  pubblicate da Kolibris nel corso dei primi quattro anni di attività editoriale

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su Paese Sera, marzo 2013

 

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Clicca sull’immagine per ingrandirla e leggere la recensione

Posted by: kolibris | February 15, 2013

Roberto Dall’Olio, “Viole d’inverno”

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COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

ROBERTO DALL’OLIO, Viole d’inverno

Prefazione di Umberto Piersanti

Con una nota di Giampiero Neri

ISBN 978-88-96263-70-9

pp. 140, € 12,00

 

Viole d’inverno è un canzoniere d’amore estremamente articolato ma, nello stesso tempo, teso a un solo argomento: l’amore e la donna amata. Come da sempre succede nei Canzonieri, l’unicità del tema si riscatta attraverso una serie di immagini e di metafore che deflagrano sulla pagina come tanti improvvisi e imprevisti fuochi d’artificio. Accanto alle immagini, un piacere delle rime e delle assonanze e il gusto barocco delle acutezze tipico della tradizione italiana e spagnola : “letterario l’amore? / Oh si mia cara / letterario / perché / per dirti / ti amo / scannerizza / tutto / ma proprio tutto / l’abecedario.”.

Alla poesia spagnola e ibero -americana rimanda anche il gusto dei colori, delle immagini fatte corpo, d’una sensualità che abbraccia gli strati dell’esistere. Ho pensato a Neruda nel costante rapporto cosmo-donna che si instaura nelle pagine di Roberto Dall’Olio. D’altro canto, l’antilope di una sua poesia ci può ricordare non solo la gazzella d’amore di Lorca, ma anche quella del Cantico dei Cantici. C’è un’ossessione amorosa che mira e rimira il volto e il corpo dell’amata e lo accosta a tutto ciò che vive e palpita tra la terra e il cielo. Quest’ultimo è spesso presente con le stelle e i suoi pianeti e ci sono anche espressioni abbastanza rischiose, ma affrontate di petto, come “la foresta di stelle”. Accanto al sublime, anche una poesia del quotidiano che però lo trascende sempre e lo assolutizza, magari con una leggera vis ironica, comenel passo: “sai cosa mi manca tesoro? / mi manca forse / una tua pasta / al pomodoro…”, e però nulla toglie alla pienezza emotiva del testo. A fianco dei cieli, anche le piante, i fiori, i petali di rosa che incorniciano le vicende dell’amore e inquadrano l’amata.

Vengono poi i luoghi visitati e vissuti o solo immaginati, ma poco importa : Cnosso , Cherso, Berlino, eccetera. Tra tutti questi luoghi spicca una Cracovia avvolta dalla neve : “c’era neve nei nostri occhi / e un bacio dolcissimo dietro le tende”.

Sicuramente avvertiamo in questo  Canzoniere la tensione amorosa che, però, viene setacciata ed espressa attraverso il filtro della letteratura: tutto questo senza rendere tale passione astratta e artificiosa. Il sentimento e la scrittura si coniugano perfettamente.

 

Umberto Piersanti

 

 

 

 

Un mannello di poesie di Dall’Olio, non importa il numero, viene qui raccolto per un nuovo Canzoniere d’amore, singolare nella forma e nel modo.

Una scrittura aguzza percorre queste pagine e le attraversa con l’acutezza della sua stessa passione.

La complessità delle situazioni e delle immagini trova nella felicità del discorso il suo maggiore punto di forza cui si unisce una incalzante aria di giovinezza a formare di questo poemetto un unicum della nuova poesia italiana

 

Giampiero Neri

 

 

 

VIOLA D’INVERNO

 

 

suona viola d’inverno

addomestica il vento

chiudi il mondo nelle stanze

di ciò che trema

al solo sussurrare

suona viola d’inverno

senti i fiumi danzare

i passi sulle nuvole

l’aria domani l’aria

che tu suonerai

sarà’pianto di neve

per un graffio

del sole

Posted by: kolibris | February 15, 2013

Ettore Pastena, Risse. Prefazione di Umberto Fornasari

risse

 

COLLANA GIOVIN/ASTRI

ETTORE PASTENA, Risse

Prefazione di Umberto Fornasari

ISBN 978-88-96263-71-6

pp. 92, € 12,00

 

 

Ma perché la rissa e una poetica segnata dalla matrice della battaglia? Il versificare di Ettore Pastena sembra lasciare intendere la convinzione che l’esistenza muoia se non allargata alla prova: “Per non morire d’un molle male”. Nessuna salvezza avviene spontaneamente, la vita per essere salvata deve essere violata, divaricata, affinchè possa pulsare. La sua poesia, per usare un’espressione di Sartre, intende toccare nel corpo dell’altro, della vita, che è sempre in situazione, la carne, la pura contingenza della presenza. Non importa se tal fine chiede di ferire la superficie rassicurante del quotidiano vivere, non preoccupa il poeta se ciò esige dolore, poiché egli sa che la vita è solo di battaglia. “Agricoltore del verso” egli sa arare la consistenza della materia umana, rivoltarne zolle profonde attraverso la lama d’una accesa e capace visionarietà, perché il mondo, riconoscendosi, sappia nominarsi in una parola nuova: “Ma entrerai in tutti / con prepotenza bella”. È per questa stessa vocazione che l’espressione poetica di Pastena si fa fallica e la dinamica dei suoi versi robusta di spinte che tentano di ingravidare il cammino della vita, la donna, come intitola un suo prezioso componimento, la pelle del mondo e della storia, dentro la quale il suo poetare spinge a slabbrare un vagito di nuovo senso: “ingravidammo la terra nell’arco di carne / e subito nacque la Storia”.

Se la salvezza è generare un nuovo incamminamento e ogni violazione tende a una una restitutio, per citare un’altra poesia di Pastena, in termini di rinascita del senso, della lingua, dell’immagine, il gioco vale certamente la candela, e si può agire l’oltraggio, scandalizzare la morale, colpire ogni politicamente corretto, turbare la visione scontata, il mondo già masticato, la rilassata statuizione del dato e infine offendere i nostri più affermati tabù. “Gonfio il membro / quanto il verbo / che avremmo tanto voluto come figlio…”

Certo, una forma poetica così muscolare e appassionata non regge l’attivazione per semplice istinto, per separate pulsioni intermittenti; non può bastare la forza energetica del bisogno a sostenere la sua espressione, la quale esige invece un movente costantemente verticale, mai adagiato sulla coincidenza orizzontale della vita e sempre estroflesso sull’altro: il desiderio. Se l’inconscio ha struttura di linguaggio anche il desiderio, che in esso abita, è un fatto linguistico particolarmente associabile ad alcune figure retoriche, la metafora forse, e soprattutto la metonimia, dinamica anche psichica che rende tangenti e scambievoli entità contigue, ma differenti: “Metonimia primaria / riconoscersi nel dubbio / invece che nel mondo”.

dalla prefazione di Umberto Fornasari

 

 

Cliccando sull’icona qui sotto puoi ascoltare Ettore Pastena leggere con accompagnamento musicale di Gianmario Del Sorbo

audio

Se vedi bande nere dalle svolte del paese

farsi intorno alle chiese

ad invocare pianti d’alba sul sagrato;

se ogni attraversamento sarà arretrato

nel ritorno di sabbie e sterchi che lasci

per poi ritrovarli a indicarti la strada

Pollicino senza vita,

se non l’ultima del gatto…

A te che vivesti nelle domeniche

e nelle piazze con le fontane,

più non dico il dire.

Ti lascio il silenzio e questo volto,

le sole grafie che so giuste.

Ti lascio gli occhi muti dei bovini,

il moto a pendolo

del collo dei piccioni,

i marmi bianchi dove leggemmo i suoni,

da qui, da questa terra,

templi di nessuno

imbanditi nel regno del ninnolo

che si fa segno,

simbolo,

idea,

nello stravolto delle nostre pupille,

che videro luce

e il tenue bonario maleficio,

su cui riposa morto nostro Signore,

nelle balere del cosmo,

nell’autoerotismo delle eternità che si vegliano.

Ti lascio i calli dei frati e gli angeli idioti,

ti lascio il nulla

a un passo da questa pagina….

 

 

 

 

 

audio

Quando i denti saranno gialli

e avrò pochi bianchi capelli,

allora verranno silenzi

ambasciatori d’anni passati,

giocati in fetidi buchi.

 

Un batterio, l’uomo,

dal decorso degenerativo,

eppure intessiamo

fitte trame di pensiero

per allietarci,

per coronarci d’alloro.

 

Metonimia primaria

riconoscersi nel dubbio

invece che nel mondo,

io intanto

perdo tempo sillabico…

 

 

 

 

 

audio

E mi riconoscerai come sempre

nelle filiere,

con la gentilezza dell’uomo di mare,

o a incontrarci in stazione e non dirci niente

perché bruciammo già tutto

nell’abat-jour sul mobile

vicino al letto

dove a volte ho dormito.

Cambiato,

quel tanto che basta per lucidarmi le scarpe,

e ispezionarmi i fori del naso

al mattino

con capillari che son fiumi

sulla mappa del mio volto.

E qui, nel fondovalle,

nel mio dicembre che è anche il tuo dicembre,

ricordo l’allegria del terreno,

la commozione del pietrisco,

il lascito d’un tuo sguardo

addobbato

come nastro sul tamburello.

 

D’oltralpe ho immagini di lupi sotto i muri,

di conventi e vini,

di bimbe con cuffie e sogni di lentiggini.

Ce ne bagnammo da sconosciuti…

Giocavo al gitano dal finto orecchino

per intemperie scandite a liquori

e giochi di corse verso boschi bretoni.

Ma ora,

ora,

che non ti sento il sesso tra le dita,

e ad ogni cane che m’abbaia dietro

vorrei dire “Io vado!”

con malasorte da zingara in treno

e mani da lavoro

del padre di tuo padre sulla schiena;

ora

resterei nel rustico d’un camino

con te

senza nome

come s’usa tra animali…

 

 

 

 

 

 

 

Strette pareti di pietra nidificavano l’agguato

passando restavi ucciso

dalla clava d’un sogno,

e muto,

bruciando radici tra le mosche,

lasciavi le rocce e il mondo

nel mezzo d’un pensiero,

verso il nero

che mai t’uscì da bocca con parola,

solo scoppio di folgore

e gemito di selvaggina.

 

Prendemmo Dordona che albeggiava,

dalla feritoia del pendio rotolava un sacrificio di sole;

nella ressa la Bestia

suggerì una visione a tutta la valle…

Vedemmo,

nel dramma che fu volontà di pressione,

il primo corpo,

sputarsi fuori dall’inverosimile.

Dietro ogni residuo di ciottolo

scorgemmo la pena che un tempo era in cielo,

nel darsi rabbioso di stella su stella,

mentre materia s’addensava di nulla.

Nella testa

ricademmo tutti a mezzogiorno…

Al risveglio

di luogo in luogo sfumammo,

ingravidammo la terra nell’arco di carne

e subito nacque Storia;

il maschio da allora fu padre

ed idolo per il figliolo.

Rispettammo anche l’oro

che in giro iniziammo a menare

sul manto scuoiato del lupo,

o incastonato nell’ottone d’un calice…

Presi distanza dalla valle nel gennaio della migrazione,

meticcie file d’afa e sudore ingravidarono il deserto,

bagnandone il chicco,

e al passaggio fu pianta

e in allontanamento selva;

pochi vecchi guardarono indietro

verso il rammarico della vegetazione,

mentre di merda montava l’odore

tipico d’ogni giardino…

Iniziarono a dire di violenza sul silenzio,

“L’averne coscienza e il meriggio ti smentiranno!”

Soffiammo nel legno

seguendo il giovane che l’ebbe pronunciato….

Confusi invademmo la città,

forse fummo ammessi al palazzo del consiglio,

o forse sul bordo del ciglio

spiegammo al piccolo berbero la verità del burrone:

“Vedi, Aboukuma,

ovunque tu vada

è sempre il sasso che getta la caduta

su se stesso…’’

A sera,

dopo averlo domato come fosse signora,

cantammo in arabo le luci a mare

e il piccolo soffiandoci sul fiato

le fece alzare e tremare come falene ad agosto;

e piangemmo per grazia di terra,

per grazia di sposa, di mosto e gazzella….

Ora,

che azzittito è il vecchio

e violentato è il bambino,

ed intravedo bene l’egoismo del giovane,

la follia del suo regno di lame,

mi incammino da solo,

verso l’altipiano,

senza esser nessuno,

come tutti del resto…

Mi do d’amore,

che fosti tu, Padre,

il primo a incoraggiare…

Amore,

perché ogni carne è erba

e in essa si mitiga e in essa s’inalbera…

Ripiego nel cantuccio di silenzio

o nuoto in un mare di cui non pongo dubbio,

vedendomi il corpo finalmente

sentendomi l’Altro sulle spalle…

E il cielo qui s’aggruma e mostra il nero

e il mondo a mano a mano viene meno…

Andrò

veste di stoffa azzurrina;

sandali rotti

calpesteranno terre di schiavi,

pelle scura e asciutta

salverà i miei desideri.

Vi prego,

portatemi risa dal mercato…

 

 

Stefano Serri

STEFANO SERRI

Nonostante la fine del mondo

Poesie tra le crepe dell’Emilia

Prefazione di Marco Bini

Nota di Alberto Bertoni

pp. 66, € 12

ISBN 978-88-96263-71-6

 

 

 

Ascoltami vicino

 

Ascoltami vicino:

la sera delle cose non è la nostra fine

 

re di una notte illune

ma poi popolo luminoso

 

meravigliata la natura dentro

si moltiplica: chi nasce

credilo come la radice insieme crede

alla terra e all’acqua che ci sfama

chi nasce è un altro seme.

 

 

Nella rubrica Gray Ink – Poesia italiana in traduzione, altre poesie di Stefano Serri con la traduzione inglese di Gray Sutherland

 

Galaverni_Christensen

maurizio_Lorber

COLLANA SGUARDI – Saggistica

Maurizio Lorber, Vedere, riconoscere e interpretare.
Strategie cognitive e criteri d’interpretazione della connoisseurship ottocentesca
Prefazione di Martial Guédron
ISBN 978-88-96263-68-6
pp. 308, € 15,00

 

La connoisseurship ha una storia appassionante, costellata di approcci differenti e modelli mutevoli. Se ne ricercano le premesse nell’Antichità, la sua costituzione effettiva risale a Vasari e ai primi storiografi, quando s’impose a poco a poco la necessità di dare un nome d’autore alle opere che si trovavano nelle chiese e nei palazzi, poi, a partire dal XVII secolo, a quelle contenute nelle grandi collezioni. Con la nascita dei musei pubblici alla fine del XVIII secolo, ma anche con lo sviluppo senza precedenti del mercato dell’arte, gli esperti si moltiplicano in tutta Europa. Si conta perciò sulle loro competenze per stabilire con rigore il catalogo ragionato dell’opera dei grandi maestri e raffinare la storia della creazione artistica in funzione di paesi, periodi e scuole.

La scelta di Lorber di porre l’attenzione sul XIX secolo è assolutamente pertinente. Infatti, per varie ragioni, questo periodo si rivelerà essere decisivo.

In primo luogo, perché l’idea che l’opera d’arte sia un oggetto unico creato da un artista unico si è ritrovata rafforzata dall’esaltazione romantica del genio creatore e della sensibilità individuale. È a partire da quel momento e fino al XIX secolo che i pittori e gli scultori hanno iniziato a dare sistematicamente forma alle proprie opere. Ed è ancora a partire da quel momento che la storia dell’arte ha cominciato a evolversi in una vera e propria disciplina scientifica: ormai i dipinti e le sculture erano acquisiti come documenti storici, prima di essere studiati sulla base di concetti precisi.

A quei tempi, i primi connoisseurs professionisti s’incaricavano di scovare le opere dei grandi maestri perché potessero trovare posto in seno ai musei pubblici o a particolari collezioni prestigiose. Ne sono testimonianza i lavori condotti da Gustav Friedrich Waagen, il primo direttore della la Gemäldegalerie di Berlino, per compilare i cataloghi dei musei di Francia, Inghilterra e Russia. Sotto questi aspetti differenti, l’opera che stiamo per leggere è ricca d’informazioni. Ma se occupa un posto singolare, è anche perché offre prospettive teoriche e critiche su approcci metodologici che hanno accordato il primato alle informazioni visive.

 

dalla prefazione di Martial Guédron

 

raiedu

clissa sull’immagine per leggere

 

recensione_Robustelli

Posted by: kolibris | December 6, 2012

Inger Christensen, Scale d’acqua, Kolibris, dicembre 2012

Inger_Christensen

 

COLLANA ALFABET
Poesia nordica contemporanea Diretta da Bruno Berni e Morten Søndergaard
INGER CHRISTENSEN – Scale d’acqua
Traduzione di Bruno Berni
Postfazione di Elisabeth Friis
Foto di Sara Berni
ISBN 978-88-96263-67-9;
pp. 92, € 12,00

 

 

Nel 1969 la scrittrice danese Inger Christensen (1935-2009) abitò per quattro mesi a Roma, dove scrisse la maggior parte del suo capolavoro poetico, ciò, ma come piccola epistola di viaggio compose anche il testo Scale d’acqua. Un testo euforico e oltremodo cool che rappresenta a un tempo un istante felliniano nella letteratura nordica moderna e un esempio della poesia cosmica e inconfondibilmente moderna che anno dopo anno portò Inger Christensen nella lista dei possibili candidati al premio Nobel per la letteratura.

Della genesi di Scale d’acqua Inger Christensen racconta che in una libreria si imbatté nel volume Le fontane di Roma di Beata Di Gaddo (1964), che scandì il suo percorso verso le fontane della città e le piazze e i caffè che si trovano nelle loro vicinanze. Cinque fontane, e in tal modo cinque luoghi caratteristici, compaiono (in ordine cronologico secondo il loro approssimativo anno di costruzione) nelle otto suite del componimento, strutturate sulla ripetizione, in una modalità così tipica di Inger Christensen: la fontana di piazza Nicosia, di Giacomo della Porta, la fontana di piazza Colonna, di Rosso dei Rosso, quella che probabilmente è anch’essa di Giacomo della Porta a piazza Campitelli, quella che sicuramente è sua, in via del Progresso, alle quali si aggiungono le due fontane di Girolamo Rainaldi a piazza Farnese.

Le scene, ovvero le location, della poesia hanno caratteristiche cinematografiche: l’Io lirico siede a dei tavolini da caffè a piazza Nicosia e a piazza Colonna, beve caffè, studia il menu, accende una sigaretta, o aspetta che sia il momento di accenderne una. È cool, osserva, tutt’uno con l’assenza di tempo di Roma.

Nelle altre piazze sta in piedi accanto agli edifici ai lati della piazza, o passeggia un po’ in giro, ma dovunque si trovi osserva o ascolta almeno (il traffico è intenso) l’acqua che scroscia dalle bocche dei delfini o delle maschere delle fontane di marmo. Fa caldo e l’acqua riflette la luce del sole. Le fontane non si muovono, l’Io non si muove (non molto), ma la modernità romana del 1969 affiora comunque costante in forma di una Jaguar rossa che, del tutto immotivatamente, (e anche per questo in modo decisamente felliniano) appare e riparte in tutte le cinque diverse scene. La Jaguar rossa scintillante e potente – un sibolo del ritmo, della tensione e naturalmente del desiderio erotico della modernità. Nel bel mezzo dell’assenza di tempo.

dalla postfazione di Elisabeth Friis

 

 

Vandtrapper

 

 

 

I

 

Fontænen på piazza Nicosia blev bygget i 1572. Jacopo della Porta var den tids modearkitekt.

 

Piazza Nicosia er egentlig ikke en plads. Det er via di Monte Brianzo der vider sig ud i nordvestlig retning.

 

Jeg sidder ved et bord med kuverter og glas. De begynder først at servere kl. 1.

 

En rød Jaguar kører ind på pladsen. Den forsvinder gennem via Leccosa.

 

Solen skinner. Vandet kaster lyset tilbage. Lakken på den røde jaguar kastede lyset tilbage da den kørte forbi.

 

 

Scale d’acqua

 

I

 

La fontana di Piazza Nicosia fu costruita nel 1572. Giacomo della Porta era l’architetto alla moda dell’epoca.

 

Piazza Nicosia non è proprio una piazza. È via di Monte Brianzo che si allarga in direzione nordovest.

 

Io siedo a un tavolo con coperti e bicchieri.

Cominciano a servire solo all’una.

 

Una Jaguar rossa entra nella piazza. Scompare per via Leccosa.

 

Il sole splende. L’acqua riflette la luce. La vernice della Jaguar rossa rifletteva la luce quando è passata.

 

nicosia2

2

 

Fontænen på piazza Colonna blev hugget i marmor af Rosso del Rosso i 1575. Han kom fra Firenze.

 

Piazza Colonna domineres af en søjle (42 m) med et snoet relief der fortæller om Marcus Aurelius’ sejrstog.

 

Jeg sidder ved et bord med en varm cappuchino et glas og en kande med vand.

 

En rød Jaguar er standset i fodgængerfeltet. Lyset skifter fra Alt til Avanti. Folk ser irriterede ud.

 

Solen skinner. Lakken på den røde jaguar kaster lyset tilbage. Vandet er ikke til at se for biler.

 

 

2

 

La fontana di piazza Colonna fu scolpita in marmo da Rosso dei Rosso nel 1575. Lui veniva da Firenze.

 

Piazza Colonna è dominata da una colonna (42 m) con un bassorilivevo a spirale che racconta le campagne vittoriose di Marco Aurelio.

 

Io siedo a un tavolo con un cappuccino caldo un bicchiere e una caraffa d’acqua.

 

Una Jaguar rossa si è fermata sul passaggio pedonale. Il semaforo cambia da Alt ad Avanti. La gente ha l’aria irritata.

 

Il sole splende. La vernice della Jaguar rossa riflette la luce. L’acqua non si vede a causa delle macchine.

 

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Clicca sull’immagine per leggere

 

ElGhibli

Posted by: kolibris | December 1, 2012

“Danza del ventre a Tel Aviv” – L’audiolibro

È uscito per Quondam Audiobooks il Cd di Danza del ventre a Tel Aviv, di Karen Alkalay-Gut,  edito da Kolibris nel 2010, con la traduzione di Andrea Sirotti e Johanna Bishop

Lo potete acquistare su iTunes, Amazon e Audible

 

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Posted by: kolibris | November 30, 2012

Gerard Smyth, La pienezza del tempo, Kolibris 2012

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Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea,

GERARD SMYTH, La pienezza del tempo

Traduzione di Chiara De Luca

Prefazione di Thomas McCarthy

pp. 418, €15,00

ISBN: 978-88-96263-68-6

 

 

 

Perfino nell’arco dell’amore i compagni di lettere editi sono posti a solcare il firmamento in un confortante arcobaleno. E questo è l’aspetto dell’opera di Gerard Smyth che non dovremmo perdere di vista – qui c’è un poeta letterario, non un memorialista della vita della città interiore, non solo uno scrittore autobiografico che si scaglia ferocemente, istintivamente, contro le ironie del modernismo e il caustico minimalismo dei giovani Hartnett o Michael Smith, o la poesia ancestrale di Beckett, Coffey o anche Ethna MacCarthy, così amato da Con Leventhal. Qui c’è una creatura letteraria, un lettore, un editore, un esploratore delle poesie altrui. C’è più in questo poeta che nel Treasury di Palgrave o nei residui di inni e liturgie. Qui c’è un poeta che ha cercato compagnia e istruzione, che ha preso quotidiane decisioni sul mondo stesso e negoziato in un territorio disseminato di volumi editi e libri in attesa di recensione.

Molte delle poesie del presente volume piantano bandierine di riconoscimento nella geografia di una vita di letture: “‘“Così è questa la poesia”, dissi durante il mio viaggio con il Viandante notturno.” Nella libreria di Eblana, dove senz’altro si rifugiava in pausa pranzo per sottrarsi alle tastiere roventi della redazione del giornale, il poeta invoca Kinsella, Mandelstam, Machado e Neruda. In poesie successive visitiamo la Saginaw Valley di Roethke, col suo figlio perduto partito in cerca di fortuna, e Heinrich Böll ad Achill:

 

in cerca di risposte in un villaggio deserto,

nei venti umidi che battevano il tuo santuario,

 

il cottage riscaldato sulla collina.

 

Qui s’invoca un’intera turba di fratelli maggiori, icone di stile e dedizione. Viaggiamo verso il New England di Frost e la Amsterdam di Anna Frank, le Drumcliff e Lissadel di Yeats, e assistiamo alll’arrivo di Hopkins, non tanto in un paese, bensì in un pezzo musicale di Purcell. Il poeta si è risolutamente classificato tra i gigli del campo, il campo quasi familiare e filiale dei poeti internazionali. Come ogni autentico modernista, Smyth ripone fiducia nella consueta umanità degli stranieri, una fede nella redenzione degli incontri fugaci. Egli ricava sollievo dalla certezza dell’aver ricevuto saggezza da poeti che sarebbero potuti apparire indifferentemente distanti dagli acciottolati della Dublino interna.

 

dalla prefazione di Thomas McCarthy

 

 

 

 

Oggi non basta

 

 

Oggi non basta a ricordare

per sempre quest’estate,

passeggiando la sera tra i prati deserti

e il giardino in rovina.

 

Com’è sinistra l’erba ferma

e il solitario cespuglio di more.

La stalla odora un poco di caldo letame

in questo pomeriggio senza voce.

 

Wilkinstown, Agosto 1969

 

 

 

Today is Not Enough

 

 

Today is not enough

to remember forever this summer,

strolling late across emptied meadows

and the tumbledown yard.

 

How sinister the motionless grass

and the single bush of blackberries.

The cowshed smelling vaguely of warm dung

on this voiceless afternoon.

 

Wilkinstown, August 1969

 

 

 

Ultima stella che si consumava

 

 

Era una di quelle albe

alla fine di aprile,

su una strada dove le vecchie fattorie svanivano

sotto asfalto e cemento.

Sui cavi dell’alta tensione

c’erano perle d’umidità dopo la pioggia.

Una prima freschezza nell’aria dilavata.

 

Rincasavo al sobborgo sulla collina:

terra di pascoli dove nuove famiglie

si erano insediate l’una dopo l’altra.

Attraverso le pareti potevi sentire

il primo colpo di tosse del mattino

nella strada senza uscita; poi la balbuzie

dei motori, un uomo che usciva a guadagnarsi il pane.

 

Dai luoghi dove trascorrevano la notte

passeri prendevano il volo–

minuscoli e rapidissimi.

Rincasavo a santuario e fortezza.

Latte sulla soglia,

l’ultima stella che si consumava.

Last Star Smouldering

 

 

It was one of those dawns

at the end of April,

on a road where old farms disappeared

under concrete and cement.

On the high-tension cables

there were pearls of wetness after rain.

An early freshness in the rinsed-out air.

 

I was coming home to the suburb on the hill:

Pasture-land where new families

settled back to back.

The first cough of the morning

could be heard through walls

in the cul-de-sac; then the stutter

of engine noise, a man off to earn his bread.

 

From the places where they spent

the night, sparrows flew—

diminutive and transient.

I was coming home to sanctuary and fortress.

Milk on the doorstep,

the last star smouldering.

 

 

 

Riscaldamento

 

 

Per fortuna rimediammo una noce di carbone

e sale: doppio talismano a custodire

le nostre mura e il focolare

nella luce dispensata dall’interruttore tutto questo

era tuo, era mio, era tutto quel che avevamo.

 

Fino alle caviglie nei calcinacci,

inquilini di una dimora spogliata,

piantando chiodi e spazzando la polvere

per rendere l’attorno più simile a una casa.

 

Legno nudo schioccava come nocche

se percorrevamo i pavimenti

o le scale fino al nostro posto, fianco

a fianco nell’ultima scaglia di tramonto,

i primi raggi del sole.

 

 

 

Housewarming

 

 

For luck we brought a nugget of coal

and salt: the double talisman

to protect our four walls and fire-hearth

The on-off switch bestowed electric light

that was all yours, all mine, all we had.

 

We were ankle-deep in builder’s rubble,

dwellers of a bare house,

hammering nails and sweeping the dust,

making the space around us feel like home.

|

Bare wood cracked like knuckle-bone

when we crossed the floors

or climbed the stairs to take our places

side by side in the last sliver of dusk,

the first rays of the sun.

 

 

 

 

Gerard Smyth è nato nel 1951 a Dublino, dove attualmente vive e lavora come capo redattore dell’«Irish Times». La sua poesia è stata pubblicata su numerose riviste letterarie in Irlanda, Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ed è stata ampiamente tradotta a partire dalla fine degli anni Sessanta. È autore di numerose raccolte di poesia, tra cui Daytime Skleeper (2002), A New Tenancy (2004) e The Mirror Tent (2007), tutte pubblicate da Dedalus Press.

È membro di Aosdána.

 

Posted by: kolibris | November 29, 2012

“Da da da” di Laura Fusco su TorinoClick

Posted by: kolibris | November 26, 2012

Presentazione di “Da da da” di Laura Fusco a Torino

 

Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce, via Santa Maria 1 a Torino

Presentazione del nuovo libro di poesie di Laura Fusco «Da da da” (Kolibris). Il jazz e la Parigi di Midnight in Paris, in equilibrio tra realtà e sogno, le notti verde smeraldo dei concerti e dei dopo concerto. Così nel nuovo libro di ballate e poesie appena uscito Laura Fusco parla di Woody Allen, della musica e del cinema, e costruisce storie d’amore, incontri fatali, intrecci e separazioni. Sullo sfondo New York, Torino, Parigi, Istanbul e bistrot, fiumi, camere d’albergo, palcoscenici e stanze affittate per imparare il francese.

Intervengono con l’autrice, Paolo Ferrari, giornalista, Franca Balsamo, Cirse/Università di Torino, Marco D’Arrigo, Presidente della Fondazione dell’Avvocatura torinese “Fulvio Croce”.

Reading: Micol Damilano

 

Posted by: kolibris | November 23, 2012

Laura Fusco, “Da da da”. Prefazione di Paolo Conte

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

LAURA FUSCO, Da da da

Prefazione di Paolo Conte

ISBN 978-88-96263-65-5

pp. 66, € 12,00

 

 “La musicalità del verso, il brio antiretorico, tutto il bagliore lirico e la brillante fantasia di –Aqua nuda- (Maurizio Cucchi)  tornano in Da da da.

Il nuovo libro della Fusco “è una raccolta che possiamo tenere tra le mani come un disco in vinile, piuttosto che un CD o un DVD.  Per ascoltare e riascoltare le singole tracce-poesie e la loro successione in concerto, che ci prende nei suoi echi, nelle sue vibrazioni e nei riverberi di suono e di senso, moltiplicati a ogni rilettura.” (Chiara De Luca)

“È pioggia sui ponti, pioggia di parole, pioggia di Londra e di Parigi. Cade su Chet Baker e Baudelaire, su Rava e Coltrane, su Stendhal e Tchaikovsky …. E da da da: dà un gran senso di libertà.” (Paolo Ferrari)  

 Le poesie sembrano testi di canzoni, ballate e racconti in forma di poesia. Parlano di blues, jazz, musica, musicisti, sentimenti, soprattutto della vita e della morte. O ricostruiscono ambienti e atmosfere: di feste, notti insonni passate in studi di registrazione, solitudine e incontri fatali. “Versi bellissimi”, scrive Paolo Conte in prefazione. E: “musica e musicisti sono per Laura Fusco un suo personale specchio”.

La musica emerge da citazioni e rimandi a canzoni o a testi e musicisti (Paolo Conte, Chet Baker, Bill Evans, Enrico Rava, Ben Webster e Woody Allen). “E la parola s’impone, cerca luoghi quotidiani di senso, toglie ogni dubbio sulla propria capacità di essere strumento, di evocare danze e silenzi, ricomporre vecchie foto strappate e scattare fugaci polaroid del presente”.(Chiara De Luca) Quando la musica è pretesto per un racconto d’amore, un incontro o una separazione, un viaggio, e quando diventa colonna sonora, impregna i sensi e filtra la percezione del mondo.

“… si mischiano la frammentarietà del jazz e quella della poesia, moderna in senso eliotiano, e “barocca” nello scomporre e ricomporre la percezione della vita in senso esistenziale, nel penetrare e invadere territori proibiti… il jazzattraversa tutto, mitizza gli eventi, invita all’abbandono,… riempie di piacere,…. la vita come la musica sfugge ad ogni possesso definitivo….”(Anna Maria Robustelli)

 

La porta sulla pioggia

 

 

La porta sulla pioggia è chiusa da giorni, al centro

della stanza c’è ancora

il rosso dei cuscini per terra intorno al

sax 

e Kind of blue e Let’s get lost

sotto la polvere

delle foto dell’ultimo concerto.

In cui lui sorride al pubblico e poi.

Si gira e sorride.

A lei.

Hanno traslocato la prima notte di primavera.

E nessuno ha più visto lei in quello stato di grazia che aveva all’alba.

Quando tornava.

 

 

 

 

 

 

 

 

Play

 

 

Ti alzi.

Sono le cinque ma tanto l’alba ti si è conficcata nel cuore 

e il giorno ti trascina già verso la sua luce ancora inesistente.

A quell’ora sei ancora solo sogno e inizio di pensieri.

Per esempio,

ti attardi a contemplare la felce vicina ai piatti sul lavello

e il suo verde che galleggia.

Per esempio, vaghi con il caffè in mano,

come se cercassi lentamente la strada per svegliarti.

Stanotte

la luna ha illuminato un vento furioso.

Hai dormito nel suo azzurro,

col corpo aggrappato al cuscino.

E ora questa Itaca

tutta di vetro sulla città

con pochi mobili e poche valigie

aperte sull’idea di partire.

Era inverno.

Avevi schiacciato play

e qualcuno aveva bussato per fare smettere Keith Jarret.

Il parco era al solito posto.

Cioè fluttuava nei sessanta metri quadri che era la tua stanza come se fosse una tua immagine e non un posto che anche tu,

a suo tempo,

avevi frequentato col cane le domeniche d’estate e le sere,

dopo il lavoro.

Le avevi telefonato alle otto

che per lei erano le sette del giorno prima.

Ti aveva detto che voleva dirtelo da tanto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Almost blue,

 

 

Almost blue,

Almost blue,

è quasi inverno,

è quasi estate,

di questo passo,

è un momento arrivare al capolinea.

Ho viaggiato per anni,

da una città all’altra, da una vita all’altra,

la poesia e la musica,

la poesia e la musica.

Almost blue, le foglie, i baci,

l’acqua,

niente rimane,

però torna e ogni volta

scintilla,

inutile parlare fitto per fermarci,

in questo patto di sangue che ci

lega.

Anche se scordassi chi sono,

e chi sei ti bacerei e ti vorrei….

Non so come ti chiami ma sei un pugno di vertigine,

e tutto è: averti e non averti,

averti è non averti.

Nello specchio in cui dormo non mi sveglio,

in cui dormi non ti svegli,

lo facciamo nel bosco della vita, sui tetti

intorno alle parabole.

Avere avuto sempre un sogno,

non c’è nient’altro che sceglierei di te e di me,

a volte fa male lasciare l’ombra 

 

 

Posted by: kolibris | October 19, 2012

Edizioni Kolibris torna a Ferrara

Posted by: kolibris | August 6, 2012

Seamus Heaney, La questione del significato

COLLANA SGUARDI – Saggistica

Fluendo, ancora. Poeti irlandesi sulla poesia irlandese

A cura di Pat Boran

Contributi di: Eavan Boland, Pat Boran, Ciaran Carson, Theo Dorgan, Eamon Grennan, Seamus Heaney, Thomas Kinsella, Michael Longley, John Montague, Eiléan Ní Chuilleanáin, Nuala Ní Dhomhnaill, Bernard O’Donoghue, Cathal Ó Searcaigh, David Wheatley e Richard Tillinghast

Traduzione di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-25-9

pp. 268, € 15,00

 

 

La questione del significato (1970-1979)

 

Seamus Heaney

 

 

Internamento, Bloody Sunday, Sunningdale, Ewart-Biggs: gli anni Settanta implicano molto più di una nostalgia per basette e fiammate. E più della politica e delle atrocità del Nord: gli anni Settanta furono il decennio in cui Mary Robinson e Nell McCaffety lasciarono il loro segno nella Repubblica, in cui il movimento femminista si organizzava e rafforzava, in cui il fatto che “la moglie che spacca la televisione venisse arrestata” diveniva questione di pubblico dominio. Fu anche il decennio in cui i poeti irlandesi affrontavano con rinnovata urgenza tutte le antiche questioni legate al modo di essere fedeli alla propria arte pur vivendo con tutti gli obblighi e risentimenti propri dei membri di una società in crisi.

Per la poesia, gli anni Settanta furono un periodo di straordinaria ricchezza. Nei primi tre anni, apparvero Línte Liombó di Séan Ó Ríordáin, The Rough Field di John Montague, New Pomes di Thomas Kinsella, Watching the Morning Grow di Pearse Hutchinson, Lives di Derek Mahon, An Exploded View di Michael Longley, Energy to Burn di James Simmons, Acts and Monuments di Eiléan Ní Chuilleanáin, New Weather di Paul Muldoon. Anthony Cronin tornò sulla scena con un Collected Poems nel 1972 e i Collected di Padraic Fallon, restituzione e rivelazione, furono pubblicati nel 1974. A metà del decennio, furono pubblicate le prime raccolte organiche di Paul Duncan (O Westport in the Light of Asia Minor) e Ciaran Carson (The New Estate). E nuove svolte si verificarono in The War Horse di Eavan Boland e A Farewell to English di Michael Hartnett, entrambi apparsi nel 1975. L’opera di Richard Murphy si rigenerò, ricollocandosi, in High Island (un libro che conteneva anche una immaginaria doppia ambientazione nella Ceylon della sua infanzia) e John Hewitt continuò a raccogliere i frutti del suo ritorno alla nativa Belfast in un’opera in tre volumi, rispettivamente pubblicati nel 1974, 1976 e 1978. Nel frattempo, la voce di Tom Paulin si fece sentire per la prima volta in A State of Justice (1973); mentre Love Cry (1972) e The Voices (1973) furono le prime delle cinque raccolte che avrebbe pubblicato nel corso del decennio. A Cork, nel 1978, Seán Ó Tuama pubblicò Saol Fó Thoinn, radunando al contempo attorno a sé un gruppo di nuovi poeti che avrebbero cambiato il corso della poesia in lingua irlandese durante gli anni Ottanta e Novanta. E a Belfast, alla fine del decennio, Medbh McGuckian cominciò a scrivere le liriche sorprendenti e affascinanti che avrebbero complicato il quadro della “Poesia del Nord”, fino ad allora apparsa piuttosto come un prodotto su commissione della “famosa rivoluzione”.

Conseguenza dell’abbondanza di materiale a disposizione è che molte poesie degli anni Settanta, che in un tipo di antologia più comprensiva e personale comparirebbero, non hanno potuto essere incluse nella presente. “The King’s Horses” di John Hewitt, per esempio; dal primo momento che l’ho incontrata, l’ho considerata una delle poesie più originali e autentiche che abbia mai letto, una poesia sulla vocazione poetica stessa, basata su “intuizioni, ingiunzioni, realizzazioni della fantasia, epifanie”, che, come scrisse Hewitt nel saggio No Rootless Colonist (1972), potrebbe non essere il peggiore dei modi di affrontare la vita e il futuro nella nostra amara isola lacerata dall’odio.” Un’altra delle mie poesie preferite, non incluse qui, che fin dal nostro primo incontro trovò casa in me e da allora vi rimase, è “Gurteen” di Padraic Fallon, un testo che è conferma della veridicità della famosa affermazione di Kavenagh in “Epic”: “Sono gli Dei stessi a darsi senso”, e al contempo sua revisione: “L’epica, se ne esiste una, dura da troppo tempo”. Né sono riuscito a inserire l’accorato lamento di “Seals at High Island” di Richard Murphy, un testo in cui il poeta tornò con grande fiducia a un tipo di enunciazione formale articolata che aveva padroneggiato negli anni Sessanta, scoprendo una fiaba personale in uno scenario elementare.

Quando arrivò il momento di scegliere la decina finale, ho lasciato spazio a rappresentanti delle ultime generazioni, a poeti che hanno conseguito la pienezza del proprio potere creativo all’inizio del decennio e a poeti che in quegli anni avevano appena cominciato a suonare la propria corda più autentica. Nel 1972, per esempio, Thomas Kinsella pubblicò Notes from the Land of the Dead in un’edizione a tiratura limitata, e, a partire da quel momento, intraprese una inesausta esplorazione dell’Io e dei suoi antagonisti. Kinsella diede conto dell’intento e della serietà del proprio sforzo nell’assoluta certezza espressa dalla prima poesia della raccolta (“Qualcosa che – aderendo / alla sua cavità – non era stato / adesso era: un uovo di essere”) e ribadì il proprio impegno scegliendo di non pubblicare il libro con la sua Peppercanister Press. Il fatto che la prima poesia in ordine di comparizione fosse il suo fiero assalto a testa bassa al tentativo inglese di insabbiare quanto davvero avvenuto in quella celebre Bloody Sunday non fa che sottolineare l’autonomia del percorso di Kinsella e la risolutezza con cui lo aveva intrapreso.

Le poesie di Kinsella tracciano una linea artistica netta attorno a se stesse, insistendo nel considerarsi “lavoro”; eppure riescono a fare quel che l’opera artistica sempre cerca di conseguire: “mettere al mondo”. La sezione conclusiva di “His Fathers Hands’”, per esempio, è una descrizione di quel che agli occhi di alcuni potrebbe sembrare un banale pezzo di legno intagliato da piccole unghie di calzolaio, eppure, sotto lo sguardo del poeta, si staglia nello spazio (“un’asse / di luce lampeggia su tutta la sua lunghezza”) con tutta la forza onirica e l’arbitrarietà di quell’altra grande immagine dei primi anni Settanta, la colonna scintillante che s’impenna dalla terra nella sequenza d’apertura di A Space Odyssey (2001) di Kubrick. Questa abilità di combinare una fedeltà a quanto di intransigente c’è in quel che nel presente viviamo e sopportiamo con quel che c’è di luminoso quando lo accumuliamo “nel nucleo, per così dire, del nostro essere”, conferisce grande presa alla poesia di Kinsella ed è tratto distintivo di molte delle altre poesie che ho scelto di inserire in questa selezione.

Le poesie qui incluse, ovviamente, sono state scelte congiuntamente da me e dall’“epoca” stessa. Nessuna selezione della poesia irlandese dagli anni Settanta avrebbe potuto tralasciare “A Disused Shed in Country Wexford” di Derek Mahon. Questa poesia è oggi semplicemente parte del dialogo della nostra cultura con se stessa, e quel “nostra” comprende ben più dei soli abitanti dell’Irlanda. Essa include infatti ogni individuo consapevole di vivere qualcosa di simile a una vita sotto controllo in un’epoca oscura. Il furor intellettuale della poesia indica che essa ha in sé la profonda convinzione che “le nostre ingenue fatiche sono state inutili”, eppure, come in ogni grande esito poetico, c’è una fiducia, in parte trascendente, implicita nella radiosità e nella consonanza e integrità della poesia stessa.

Un recente commentatore delle Egloghe di Virgilio (David Ferry, nella sua Introduzione a una nuova traduzione) sottolinea come “il libro abbia sostenuto e nutrito molteplici interpretazioni, risolvendole e pacificandole in seno alle proprie stesse armonie”, e poi si spinge oltre, rivedendo un po’ la prima opinione: “Non risolto, in realtà, o pacificato, quanto piuttosto, per dirla con Paul Alper, ‘sospeso nelle armonie del verso’.” E c’è, in questa descrizione, qualcosa della relazione paradossale esistente tra la serenità della forma conclusa e la “grandine degli eventi”, riscontrabile anche nell’opera di Michael Longley. Il consueto, delicato uso che Longley fa di fiori e raccolto è una reminescenza di Virgilio e delle esili, robuste strategie della convenzione pastorale; ma in “Wounds”, Longley riesce a “tenere in sospeso” la materia tremenda che arde in ogni pagina di un libro come Northern Ireland: A Chronology of the Troubles nell’ambito delle armonie del suo verso solenne e di una capacità di comprensione che gli viene dalla propria personale storia familiare.

Storia familiare, un paesaggio adorato, difeso, ferite ereditarie, rabbie giustificate: tutto, nella poesia di Montague “poem incuding history”, risalente agli anni Sessanta, si concentrava e radicava in queste tematiche. The Rough Field (1972) condivideva con Notes from the Land of the Dead l’ambizione di trovare nella sequenza logica una forma in grado di “sospendere” i particolari di un mondo personale all’interno del “campo incolto / dell’universo / crescendo, cambiando / una rete di energie / che oltrepassa gli schemi / ondeggiando verso / un nuovo ordine.” L’opera condusse Montague a un punto di apertura visionaria in cui il suo “senso chiaro delle cose” faceva tutt’uno con un’architettura più ampia. Il risultato è che molte delle sue liriche successive (come “Small Secrets”, da A Slow Dance,1975) non vibravano soltanto della delicatezza delle percezioni stesse del poeta, ma anche della pressione soggiacente al resto della sua opera.

Preoccupazioni simili a quelle che condussero John Montague al suo nativo “campo incolto” – il garbh archaidh di Garvaghey – indussero Michael Hartnett a fare ritorno, negli anni Settanta, alla sua terra natale, a ovest di Newcastle e alla lingua irlandese, che aveva sentito parlare dalla nonna in gioventù. In A Farewell to English, abbondavano i paradossi della vita creativa: il suo autore si stava dando da fare per uccidere quel che amava, o piuttosto per cui nutriva un amore-odio, eppure stava al contempo fornendo una emozionante prova di quanto intensamente ne fosse abitato. “Death of an Irishwoman” possedeva tutta la turbolenza e la lucidità che condussero Hartnett a un cambiamento nella propria vita e nella propria modalità espressiva, ma anche a una rinnovata sicurezza del tocco lirico, a garanzia del fatto che il suo addio alla lingua inglese non sarebbe stato per sempre. E l’opera di Hartnett negli anni Settanta aveva qualcosa d’altro, qualcosa di presente anche negli stravaganti ritornelli e vaneggiamenti dei libri di Paul Duncan, una delusione e un’impazienza per la rassegnazione e le vacquità della vita pubblica nell’Euro-Irlanda. Questi poeti – così come tutti gli altri qui inclusi – facevano sul serio; l’antica rabbia di Joyce in nome di quella che definiva la “liberazione spirituale” del suo paese era ancora viva e vegeta, e Duncan la trasformò in commedia, litania, melodia del panico e della perdita. Senza compromettere la serietà essenziale del proprio fare, il poeta diceva al lettore: “Sarà la parodia a liberarti.”

Ricordo molto bene il momento in cui avvertii che Eavan Boland faceva davvero sul serio: Lessi – su “Hibernia”, credo – la sua poesia (“dopo Mayakovsky”) dal titolo “Conversation with the Inspector of Taxes about Poetry”, e vi avvertii tutto l’impeto delle cose a venire. La sua determinazione ad abbandonare, come dice nella prefazione ai Collected Poems, “il circolo illuminato e uscire tra le ombre di ciò che avevo imparato a pensare come una vita ordinaria” vibrava elettrica in stanze che prendevano per la collottola la lingua e la vita di ogni giorno, sollevandole per scuoterle. La grande parabola di una poesia degli anni Ottanta come “Il viaggio” era già stata descritta nell’aria degli anni Settanta.

Le altre tre poesie sono state scelte perché rappresentano corpus d’opera con intenti molto concreti, ma anche molto differenti. Eiléan Ní Chuilleanáin e Pearse Hutchinson, entrambi gravitanti nell’orbita del “Cypers Magazine”, sono poeti con differenti concezioni estetiche e stili altamente personali, e non possono essere ricondotti in modo univoco ad alcuna delle classificazioni che abbiamo a disposizione.Da un lato, nell’opera della Ní Chuilleanáin c’è, se così si può dire, un secondo respiro. Con questo non intendo attribuire alla poetessa un qualche afflato profetico, quanto piuttosto affermare che le sue poesie vedono le cose in modo nuovo, in una luce acquosa e onirica. Sono chiare come un aneddoto raccontato sulla soglia, e allo stesso tempo evocative come i saluti di un indovino. Dall’altro lato, le poesie di Hutchinson sono più simili a first footer[1], che portano a chi legge notizie personali, tenendolo/la “nella presenza della carne e del sangue.” Negli anni Settanta, Hutchinson interveniva con regolarità a RTE Radio, nella veste di presentatore di un frizzante programma bilingue di musica e parole, e la poesia “Gaeltacht” sgorga dalla stessa passione e attitudine diretta che caratterizzavano queste trasmissioni.

New Weather, titolo del primo libro di Paul Muldoon, nasce dalla sua poesia “Wind and Tree”. Nel corso del decennio, in libri in cui Muldoon superò virtuosamente se stesso e la sua voce si fece più grave e astuta al contempo, ci sono un maggior numero di acquisizioni liriche brillanti e complesse, ma nessuna che per me personalmente conti più di questa poesia, che vidi prima della pubblicazione e che riconobbi – chi non lo avrebbe fatto – come l’opera di un poeta destinato a trafficare in divertissement e saggezza, a stregare lettori e scrittori con il suono del senso, alterando la loro nozione del cos’è cosa, mediante quel che Borges definiva il saggio sogno della creazione artistica.

 

 

 

 


[1] Termine indicante la prima persona che entra in casa il primo giorno dell’anno nuovo.

 

Posted by: kolibris | July 18, 2012

Prima ristampa di “- Aquanuda -” di Laura Fusco

COLLANA CHIARA

 

Poesia italiana contemporanea

 

LAURA FUSCO, – Aqua nuda -, prima ristampa

 

Prefazione di Camilla Torre

 

ISBN 978-88-96263-47-1

 

pp. 88, € 12,00

 

 

 

 

 

 

 

Persefone, la violinista di Parigi, l’adolescente suicida, la strana ragazza di Ur, la vittima di una violenza.

 

Figure mitiche e magiche, proiettate nelle scene di città e metropoli dei giorni nostri (Parigi, Milano, Istanbul…), in metropolitane e supermercati, giardini e locali notturni; in luoghi “ageografici” e senza tempo, regni o città antiche come la Ur babilonese.

 

Luoghi dello spazio, del tempo, dell’anima che s’intrecciano in una geografia in continua mutazione. Chi legge la ripercorre secondo la propria personale mappa emotiva e semantica, svelando se stesso attraverso successivi labirinti scenici. Si ritrova in queste figure femminili che assumono tutta la forza delle figure mitologiche, come esistite da sempre, ancor prima di essere cantate. Diventa protagonista delle loro vicende, che avvincono per quel senso misto di familiarità e mistero che è proprio del déjà-vu.

 

È la forma di potente alchimia tra reciproci universi interiori che Laura Fusco instaura da sempre con il lettore, come da regista con lo spettatore.

 

– Aqua nuda – ha il respiro della prosa che nasconde endecasillabi, il ritmo e la musica della poesia. Nei versi, spesso lunghi, ci si imbatte in frasi rubate al quotidiano e frammenti di dialoghi che riconducono al teatro. È un viaggio tra linguaggi artistici, verbali e non (la prosa, la poesia, la danza, la pittura, il teatro) che rispecchia l’amore della poetessa per i luoghi di transizione e la dialettica tra opposti: interiorità e fisicità, visionarietà e quotidianità, mito e realtà. E un invito al lettore a condividere l’esperienza di quel viaggio, che è radice della sua vita e della sua attività, che non segue né lascia percorsi e amori, ma è vissuto come un errare, uno smarrire la via. Perdersi per intraprendere la queste, la ricerca più intima. Per ritrovarsi, dopo aver attraversato passaggi oscuri e luminosi.

 

 

 

Camilla Torre

 

 

 

 

 

La musicalità del verso, il brio antiretorico, il bagliore lirico e la brillante fantasia di – Aqua nuda -

 

 

 

Maurizio Cucchi

 

 

 

 

 

Alberi che vanno via,

 

il fragore di isola della pelle.

 

Nella scena azzurra dell’aria

 

piatti sui davanzali delle due finestre,

 

la febbre del pensare,

 

poi la stanchezza, guardando le nubi come un film,

 

l’appartamento dove abbiamo lasciato le parole,

 

l’ora del fuoco, del profumo

 

di arance, in attesa che venisse l’adesso.

 

Volevamo che la stanza volasse.

 

Volò.

 

Chiudi la finestra, dicevi.

 

La mezzaluna sulla mia lingua

 

congiunta alla tua

 

per diventare luna.

 

 

 

 

 

Ho visto il lampadario di ghiaccio di Amleto sciogliersi in scena

 

con il ritmo ossessivo di un cuore

 

che rimane a recitare invece di bruciare.

 

Il danzatore di Bejart, con la barba sfatta,

 

è scappato perché gli faceva male il mondo.

 

Per due anni ha dormito nei parchi

 

per sciogliere quel nodo.

 

Lo capisco dall’odore immenso di magnolia

 

che non sta tra il piatto e la sedia

 

mentre cena,

 

perennemente in bilico

 

su qualcosa di pericoloso,

 

come un lampo,

 

una morte

 

protratta e portata

 

prigioniera.

 

 

 

 

 

Vedendo tutto quel rosso

 

ti chiederai come facesse a stare dentro di lei,

 

dentro le carezze che dava al suo gatto,

 

dentro le lezioni di dizione e le prove a cui andava da tre mesi,

 

nella pausa pranzo.

 

Per farlo

 

Marianne ha usato le lamette per depilarsi.

 

Si è immersa come una diva nella vasca smaltata.

 

E ha detto al nulla

 

le parole del balcone.

 

 

 

 

 

La luce cambia ma non succede.

 

La foresta perde i fiori e le piante nell’ombra.

 

Persefone guida da ore.

 

Non ha sonno.

 

Non ha fame.

 

Avanza il riso nel piatto e scruta i segni,

 

cosa possono dire

 

le impronte di un uomo sul bicchiere,

 

sul caldo del braccio.

 

Da quando la cerca non si lava da addosso nessun grano di polvere,

 

nessun essere sfiorata,

 

mentre il tempo la cresce da dentro,

 

la porta via come da una musica.

 

 

 

 

 

Il taxi va veloce.

 

Attraversa le curve, il fiume, taglia

 

le diagonali tra le fabbriche.

 

C’è un grande silenzio,

 

un grande freddo contro cui

 

il cappotto non serve, lascia entrare

 

le correnti.

 

Un elenco stracciato

 

di cose che non ricordi

 

ti è caduto.

 

 

 

 

 

C’è afa e a mezzogiorno il bosco avanza,

 

come aveva già fatto quella volta col re.

 

Sulla parete il segno della mano,

 

per terra l’argento delle custodie,

 

l’ascensore con le sue voci che continuano a passare,

 

in mezzo all’afa della mezza estate.

 

Poi ci fermiamo e all’improvviso

 

abbiamo voglia di navigli e di erba sulle aiuole,

 

e di barcone ancorato per l’ultima chiara,

 

mentre la sera si fa grande.

 

Ai venti alle cinque

 

un odore penetrante di foglie

 

annuncia la fine degli occhi e dello struscio

 

sull’acqua.

 

La porta di casa spalancata

 

ci prende alle spalle.

 

 

 

 

 

C’era un’elettricità immensa.

 

Avvolgeva la casa senza aria

 

piena di lampi e cieli color piombo e zafferano

 

e di gesti attoniti che raccoglievano le sedie.

 

E c’era un vento di orli fluttuanti di gonne

 

e bordi di maglioni

 

che forse erano stati aderenti

 

e forse erano serviti a vestire

 

corpi indaffarati

 

a esistere.

 

Poi la pioggia ha portato via l’alea sospesa

 

dei movimenti che cercavano la vita,

 

ha allagato il riflesso del cielo

 

e obbligato

 

le parole

 

a entrare

 

come lame.

 

 

 

 

 

Le serrature sprangate tre volte dentro al corpo.

 

Il sangue nel lavandino,

 

vicino al rossetto.

 

Il suo farsi rosso man mano che esce.

 

La luce che brucia come un accendino.

 

La pelle chiusa a chiave.

 

Su cui passi ghiaccio e spugna.

 

Il blu sbavato sugli zigomi il bruciore

 

di esserci ancora.

 

 

 

 

 

 

Posted by: kolibris | June 21, 2012

Roberto Agostini, La Creazione, Kolibris 2012

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

ROBERTO AGOSTINI, La Creazione

Con un nota di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-64-8

pp. 252, € 15,00

 

 

 

La Creazione è un’opera che si offre nel suo stesso farsi, è messa in scena del processo creativo nel suo compiersi, è scrittura viva mentre avviene e contiene, abbracciando tutti i generi letterari e nessuno.  È difficile infatti classificare univocamente questo libro, che oscilla tra il divertissement e il romanzo epico d’ampio respiro. In esso la voce di Agostini prova e tende fino allo spasmo tutte le proprie corde, vibranti su un amplissimo ventaglio di registri stilistici e linguistici. Il tono è infatti ora letterario, talvolta  studiatamente aulico o naturalmente colto, talvolta quotidiano, domestico, fino a inglobare la lingua parlata, lo slang, per poi colorarsi di neologismi, tecnicismi, prestiti e calchi dalle lingue straniere. Agostini sembra voler piegare, modellare, ri-creare il linguaggio sfruttandone al massimo tutte le potenzialità, rivelandone le debolezze e i punti di forza, ora per celebrarlo, ora per irriderlo, vuotarlo, ora per demonizzarlo. L’ironia e l’autoironia autoriale che permeano questo libro, celandosi talvolta dietro la gravità e la serietà di gesti linguistici e narrativi ostentati, sembrano voler sdrammatizzare il processo creativo stesso, denudandolo perché possa poi rivelarsi nella propria piena efficacia comunicativa.

Agostini gioca anche visivamente sull’eterogeneità e la malleabilità del linguaggio, variando font, stili e caratteri, per rappresentare anche gli elementi non verbali del discorso, mettendo in scena pause, toni, altezze, variazioni, mostrando come la lingua non basti, come il processo creativo sia in potenza infinito, omnicomprensivo, eppure aperto su ogni lato. Di qui  il carattere magmatico di quest’opera, la tensione narrativa e la potenzialità esplosiva  in esso sempre soggiacente, tanto che il lettore ha l’impressione di essere trascinato per luoghi esotici e quotidiani e paesi distanti e tempi differenti, visitati per mano alla Sibilla, smascherati, demoliti e poi ricostruiti a dimostrare che nulla tiene davvero stabilmente, che tutto è passibile di evoluzione, metamorfosi, rivisitazione. Tra personaggi reali e immaginari, del presente, del passato e della fantasia, in un tourbillon di volti e voci e storie collettive e individuali, il poeta osserva la realtà immergendosi in essa con coraggio, con sguardo talvolta dolente, spesso quasi divertito, la bocca piegata in un mezzo sorriso, che a volte si spalanca, a volte ripiega in una smorfia; apostrofando il lettore ora tra le righe, ora esplicitamente, punzecchiandolo, esortandolo, invitandolo a prendere parte attivamente al processo creativo, a completare il libro, a unire la propria voce a quella del coro. Senza pianto o lamento, né riso alto, senza (auto)compatimento, né paternalistica alterigia, Agostini guarda questa nostra umanità dal suo centro, ricreando, mascherando, disvelando anche se stesso. Mettendosi in scena nell’atto stesso di creare.

 

Chiara De Luca

[…]

 

LUI (me stesso): Ci siamo spinti troppo in là, Padrone.

PADRONE: Sì, vedi tu stesso, povero Venerdì. Troppo oltre. Eppure mi

ero ripromesso anzi dovrei dire ormai messo il cuore in pace dopo

25 anni

un quarto di secolo abituato

a riempire di sudati grani le staia e ricoperto

di pezze cucite da me stesso malamente però

assuefatto ormai a pace e solitudine

senza più vegliare il mare dopo

aver osservato più volte gli empi

e creduto prima bene ucciderli poi inutile

arginare la crudeltà

la spiaggia sparsa di resti

mi credete? avanzi umani ahimé

polsi femori banchetti e festini

ahimé il libero arbitrio cosa dovremmo

con queste masse cresciute

a dismisura

tutto il mondo è di tutti

solo il dolore rinchiuso

inutile piangere pensare a una tortura

in un recesso buio

perciò povero Venerdì mi ritirai frettolosamente

non prima di aver soppesato i

pro e i contra

lasciarli fare solo ritirandomi

sull’altro lato e andando e venendo dalle

mie campagne con le tasche colme di

uva secca acini dolcissimi

quali mai troverò. C’è qualche altro luogo?

LUI: Neanche qui nella vostra Londra? Prima

di abbandonarla per sempre, la vostra antica patria per le nuove

piantagioni

fiorite laggiù? Laggiù dove morirete alla vostra

veneranda e rispettabile età?

PADRONE: Povero ingenuo né qui né laggiù

niente sarà più dolce ero diventato ricco spogliato

di tutto

dopo inutili viaggi contro le maree

e le piroghe sempre al largo pronte ad approdare

quei barbari mostruosi

decisi

ad assalirmi

sarebbero stati in grado di ritornare

in mille dopo una prima effimera

vittoria

il male ritorna a schiere

fitte

ormai ero così incapace di resistere

e di far male

opponendomi perfino a quei sadici.

LUI: Sadismo naturale cannibalico desiderio di potenza

mangiando le altrui membra. È una vecchia storia

dell’umanità. Siamo animali

e la civiltà mi ha mutato, voi amatissimo mi avete

rifocillato riplasmato rincuorato, eppure sulla riva

sabbiosa

guardando l’orizzonte non posso non provare nostalgia.

E dove sarà mio padre? E la madre nella foresta con i fratelli

le capanne delle mie tribù che avevano nomi sconosciuti

impronunciabili a voi.

PADRONE: E così rimandiamo ogni giorno la nostra fuga

nella salvezza e mentre scrivono enormi Bibbie e rotoli di leggi

l’impunità regna ma a me premeva più la solitudine non dover

più leggere o immaginare che fra qualche secolo

quei fogli sarebbero stati pagati caratteri commissionati a

salariati

righe a ore!

Credete che un artista possa andare

a scuola? E calcolare il suo rischio

interiore in intervalli

ritmi

e ghinee. Rimaniamo invischiati

nei nostri sentimenti. E io mi sentivo appagato

con la piccola corte, sovrano e ammiraglio

di fronte cui occorreva inginocchiarsi. Tu stesso ti sei

posto sotto la mia protezione. Povero animale sciocco.

Stoltamente. Così in sintesi desideravo star solo e continuare

isolato

a sopravvivere e credetti di aver mutato

l’anima fra quelle palme

sdraiandomi sull’estuario dopo i faticosi carichi

e scarichi dei relitti fra le onde.

Risalendo le mie scale a contemplare il territorio sempre

più vasto su cui regnare unico imperatore. Credendo di mutare

la mia animalità. Distinguermi dal cannibale. Annusare il vento

in un altro modo. Camminare più ritto.

LUI: Parlate così perché siete ora

oltre che ricco in salvo. E come ogni uomo non ve ne importa più

del rischio corso.

PADRONE: Per fortuna qualche amico e un’amica fidata mi conservarono

i beni accrescendoli e al di là dell’Oceano posso tornare da trionfatore

nel selvaggio Brasile

infinito

ma nulla è trionfare sul male materiale

se la nostra terra

dissipata o irata contro le nostre

azioni si ribella

– mille anime parlano in me con voci diversamente

impostate –

non siamo degni di ereditare neanche

una sterlina ma penso che nessuno creda nei propri successori

e voglia far ereditare ad altri le proprie

fortune. Non fidarsi prima di tutto. Tenersi il bottino.

Mi sento già più animale.

 

[…]

Posted by: kolibris | June 8, 2012

Norina Fornasier, Infanzie, Kolibris 2012


COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

NORINA FORNASIER, Infanzie

Prefazione di Rossella Renzi

Con un nota di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-63-1

pp. 94, € 12,00

 

 

 

Non teme nulla la poesia di Norina Fornasier, procede cristallina come una scoperta, capace di contemplare la realtà con lo sguardo del sogno. Delicata e lieve come un intimo segreto, la scrittura riferisce senza titubanza, della colpa e dell’innocenza, del respiro e della morte, dell’amore fortissimo e sfaccettato. Ed è proprio questo il tema che impregna il libro, aggrovigliato tra il bene e il male, evocato nelle sue molteplici forme: l’amore materno, filiale, fraterno, passionale… quel sentimento che si può trasformare – per un capriccio degli dei, per una metamorfosi – nel suo esatto contrario (“Quella promessa io l’ho mantenuta: / ti lascio solo perché tu lo vuoi”). Ed ecco che il canto, a tratti si fa lamento, mai scomposto però, o straziato: diviene preghiera silenziosa, a protezione di certe fasi della vita (infanzie), che si dilatano, nel tempo transitorio, inafferrabile. Così, bisogna bloccarlo in qualche modo, nominarlo “questo nostro tempo” – oggi, stanotte, ora – per ribadire che ci siamo, mentre “Scivola liquido il Sé / nella cruna infinita del tempo”. “Vorrei dirti/ non temere quella fine / niente comincia e finisce con te”.

 

Dalla prefazione di Rossella Renzi

 

 

 

 

 

 

Infanzie è  un inno delle Madri, il cui ventre continua a comprendere e accogliere i figli all’infinito, aperto, accogliente, anche quando i figli l’abbiano squarciato per uscirne, recidendo con violenza cieca il cordone e ogni altro possibile legame. O illudendosi di poterlo fare. Perché le madri invece non cedono, non si spengono neppure di fronte all’atrocità che vorrebbe fermare il vento. Se ne restano nel cielo delle infanzie, stelle ardenti all’infinito pulsanti.  La loro luce non scema, non trema, non vacilla. Perché il loro amore è fuoco che arde incrollabile e che riscalda, che continua a covare e a nutrirsi di sé anche quando le ceneri dell’odio o dell’indifferenza tentano di soffocarlo. Perché le madri emergono dal buio a rischiarare quel ponte, a far tremare le assi sottostanti. Restano presenti. Inestinguibili fonti.

 

Dalla nota di Chiara De Luca

 

 

 

 

 

Febbraio 2001

 

 

….a una figlia matricida

 

 

Ti guardavo e m’ incantavo davanti a te come tu

t’ incantavi davanti alle vetrine di Natale illuminate.

Mai più ho ritrovato il profumo d’erba dei tuoi capelli caldi di sole.

Ti guardavo. Ridevi. Folle ridevi spesso senza motivo danzavi e ogni cosa sembrava danzare con te. 

Ridevi e io ero colma di ogni ricchezza.

Carro alato il tuo riso trasportava la mia infanzia,

cumuli di tempo fragranti, scroscianti calpestavo insieme a te.

 

Mai avrei creduto di poter morire così per mano tua.

Il viso rivolto alle stelle, in una notte di cielo chiaro, mi imploravi di non morire mai:

troppo grande il cielo per le tue braccia e troppo lontano.

Albero di rosso corallo – il mio corpo legato al tuo,

mentre ti promettevo che mai

ti avrei lasciata senza il tuo consenso.

Quella promessa io l’ho mantenuta:

ti lascio solo perché tu lo vuoi.

 

Parlano a volte gli dei per bocca umana

con parole che sembrano inganno o menzogna

e son verità che si velano per troppo pudore.

Usano a volte gli dei parole umane

quando vogliono tracciare

sul corpo sabbioso della vita

il disegno di un destino che li innamora.

Capricci degli dei sono, a volte,

le nostre pene più grandi, i nostri più acuti tormenti.

 

Ma cosa ne sarà di te ora, mia figlia…

 

Ora che il tuo tempo ti sta incollato addosso

come veste bagnata che non conosce calore e non osa tremare

per paura del suo tremito eterno 

e procede come corpo senz’ombra avanza

fra gli astri indifferenti

e non gioca e non invecchia e rotola su se stesso

come palla abbandonata solo spinta dal vento. 

Vecchio non sarà

poiché non è fanciullo e non domanda carezze

e non chiede perdono e ogni cosa consuma

come se non la conoscesse.

Esso è insidia senza nemico e inganno senza ragione

polvere secca il tuo tempo lanugine di ore che ignorano salmi e

avanzano curve senza memoria né oblio e muoiono sole

infilzate come mosche nemiche.

 

Cosa ne sarà di te ora, mia figlia…

 

Ti lascio sola e non voglio.

Ti lascio sola e ti chiedo perdono

per quell’ira che ci ha vinte e che ignoravo.

Volevo il tuo amore e ho ignorato la tua ira per me.

Conoscevo il mio amore e ignoravo la mia ira per te.

Perdonami se non ho più niente da darti:

non pietà né paura, non amore né dolore,

creatura viva più non sono soffio vitale.

Niente rimane di me

se tu non puoi piangere il mio ricordo.

E nessun altro potrà farlo se tu non lo farai.

 

Non c’è luogo che mi accolga negli spazi stellari

né angeli che possano per me intonare il loro canto.

Nessun canto di dolore mi appartiene ancora nessun canto di gioia

nessun compianto per me che sono sola.

Anche tra i morti sono sola.

E ti appartengo ora come mai ti sono appartenuta.

Confuso il mio destino con il tuo,

giaccio prigioniera nella tua mente buia

e sono dentro ogni tuo respiro

sono il tuo sangue che scorre e non si nomina.

Sono te e sono più di te

ombra murata nell’intero tuo corpo

in qualunque tuo gesto c’è l’impronta del mio

sogno attraverso i tuoi sogni e urlo quando tu urli

sorrido quando tu sorridi.

Ma non posso ridere perché non ridi mai

non ridi e non piangi e mi tieni prigioniera del tuo silenzio.

 

Lasciami dunque andare scivolare fuori di te

scorrendo lungo il fiume delle tue lacrime. 

Solo così potrò ritrovare la mia voce

riunire l’anima alla luce, al soffio

della vita che non muore.

 

Restituiscimi a me stessa

sì che io possa volare, un giorno,

a invocare clemenza per il tuo delitto…

 

 

COLLANA Danubiana

Letteratura austriaca

Richard Beer-Hofmann, Pierrot Mago – Hugo von Hofmannsthal, L’Alchimista

A cura Di Paola Maria Filippi

ISBN 978-88-96263-62-4

pp. 230, € 12,00

 

 

 

 

Nell’Austria di fine Ottocento – inizio Novecento il genere pantomimico conobbe una grande fortuna. Molti autori importanti sperimentarono con passione questa forma drammatica non-verbale lasciando testimonianze di un’attenzione tutt’altro che superficiale. Il potenziale di forme espressive alternative al parlato fu altresì indagato con partecipazione e grande carica innovativa da registi e teorici del teatro alla ricerca di modalità non convenzionali rispetto alla tradizione realistico-naturalistica e maggiormente in grado di esprimere le istanze della contemporaneità. Fra tutte le voci, quella di Vsevolod Mejerchol’d che, nel 1912, così sintetizzava la diffusa attenzione al genere pantomimico e i due precedenti decenni di sperimentazioni:

«Attualmente la maggior parte dei registi si dedica alla pantomima e preferisce questa forma drammatica al teatro di parola. Mi sembra non sia un caso. Qui non si tratta solo di una questione di gusto. I registi si preoccupano di coltivare questo genere non solamente perché la pantomima è portatrice di un particolare fascino che incanta. Nell’opera di ricostruzione del vecchio teatro il regista moderno ritiene necessario cominciare dalla pantomima, perché nella rappresentazione di queste opere mute si rivela agli attori e ai registi tutta la forza degli elementi primordiali del teatro: la forza della maschera, del gesto, del movimento e dell’intreccio».

Come scrivevo nella postfazione alla prima edizione italiana di una raccolta di pantomime di Hermann Bahr e Arthur Schnitzler, questo teatro senza parola diviene oggetto di sperimentazione fin dal momento in cui «la crisi del linguaggio viene avvertita dagli autori più sensibili e recettivi».

La necessità di elaborare forme di comunicazione estetica alternative all’espressione fonica si pone come una sorta di imperativo categorico, che si concretizza non solo in produzioni sperimentali, ma viene altresì teorizzato ed elaborato criticamente in lettere, frammenti, aforismi, recensioni da tutti coloro – e sono veramente tanti – che partecipano a questo dibattito critico-letterario. Fra gli innumerevoli richiami poetici e artistici che si potrebbero addurre, vanno ricordati almeno gli scritti di Theophile Gautier, che aveva definito la pantomima una «disposition d’âme» che si esprime in una successione di “quadri” e che rappresenta un antecedente immediato a quella Seelenkunst degli Jungwiener contraltare all’estetica naturalistica e alla concezione mimetica della realtà.

 

dalla prefazione di Paola Maria Filippi

 

Posted by: kolibris | May 23, 2012

Roberto Agostini, onde del ritorno, Kolibris 2012

   

 

 

COLLANA INTER/AZIONI

ROBERTO AGOSTINI, onde del ritorno

Foto di Batsceba Hardy

Prefazione di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-61-7

pp. 88, € 12,00

 

 

onde del ritorno è un canto alto, scaturito da una compassione bruciante per il mondo, da un desiderio di soffrirlo sulla pelle, d’imprimerlo nella retina per restituirlo inalterato, per ritornarsi, in onde e frangenti.

Della poesia di Agostini non è possibile parlare in astratto, prescindendo dalla costante aderenza del poeta a un linguaggio che si piega e plasma e rimodella per aderire alle cose fino a incarnarle, stagliarle – spesso impietosamente – sul foglio, renderle presenti a tutti i sensi, attestando con parole di pietra, grevi, scabre ed essenziali, la propria presenza in un mondo cui la poesia dona il proprio assenso, prestandogli la propria voce più autentica, nel bene e nel male sincera fino al dolore.

“il dolore è secco. / Aprendo la botte e fino in fondo mescendo.” Scrive Roberto Agostini nel suo “Epigramma della foresta”. Sintetizzando il miracolo alchemico della creazione poetica, che esplode soltanto se ci caliamo a occhi chiusi negli abissi del dolore, per berlo fino in fondo, fino al greto del fiume, dove il sangue secca e raffredda, ma l’esperienza non cessa di pulsare, di ferire e al contempo resuscitare. L’io poetico si fa voce nuda del proprio vissuto, personificandolo in ogni gesto e in ogni parola, si fa tuffatore degli abissi e si fa profondità, greve peso e gravità che risolleva, nell’estrema libertà solare di bruciare fino a farsi identità di cenere azzurra, Terra: “Tu sei cratere e io un mare / improvvisamente refluito / e dell’abisso lassù la cenere azzurra / chiamata Terra / noi distanti prosciugati dalla / libertà solare / come due abissi / e tutto il cosmo”. Nella poesia di Agostini l’Altro è voragine che contiene, che si lascia colmare e livellare, del soggetto che diviene uno nella ricerca del senso del proprio esserci in funzione dell’esserci dell’alterità, del diverso, spesso ostile e distante, altre volte miracolosamente accogliente.

 

dalla prefazione di Chiara De Luca

 

Fogli per stagni

 

Prima dovrai te stesso

dire e riempita la penuria

proclamando l’oscurità bandita.

 

 

E forse rivoltarti sul fondo annaspando

fango e costola,

e una nube di capelli che violano

gravità e scendono

come il timore

 

 

 

 

Milano

 

Milano sapeva in quell’ora

di cominciare a sparire

– ricordi i pomeriggi

quegli antri piovosi del lago

nella caverna della lettura

con il tuo lume acceso

per essere dimenticato -

Neppure la filosofia sa

che crollerà nel vento

questa città indifendibile

nei semi magnetici.

 

 

 

Soggetti

 

Questo è anche il lato di cassetti,

vicario

vertigine

venerazione.

Consolati, non più di un segreto apre «ali».

Lo stesso andare «silenzio»

è andare pipistrello e andare radar.

Pietas, l’anfora che si riempie,

finché il suono del corpo, tutto il nervo.

 

 

 

 

 

 

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