Alessandro Ghignoli – Un diálogo transpoético. Confluencias entre poesía española e italiana (1939-1989)
“ALI” – dalle origini al cosmo – dalle origini all’abisso, nr. 3, autunno 2009
Posted in Italian Poetry | Tags: Ali, edizioni del bradipo, Gian Ruggero Manzoni
Das Schweigen der Sirenen (Il silenzio delle sirene)
traduzione dal tedesco di Elisabetta Zoni
Franz Kafka
Racconti brevi
Il silenzio delle sirene
A dimostrazione che anche mezzi inadeguati, addirittura puerili, possono portare alla salvezza:
Per proteggersi dalle sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile, naturalmente, avrebbero potuto fare da sempre tutti i viaggiatori – tranne coloro che le sirene avevano già attirato da lontano – ma era risaputo in tutto il mondo che non sarebbe servito a nulla. Il canto delle sirene pervadeva di sé ogni cosa, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e alberi maestri. Ma a questo Odisseo non pensò, benché forse ne avesse avuto notizia. Si fidava completamente di quel pugno di cera e di quel mucchio di catene e, rallegrandosi candidamente dei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.
Ora però le sirene possiedono un’arma ancor più tremenda del canto: il loro silenzio. Anche se non è mai accaduto, è forse concepibile che qualcuno si fosse potuto salvare dal loro canto; di certo non dal loro silenzio. Nulla di terreno può resistere alla sensazione di averle vinte con le proprie forze, all’orgoglio che ne scaturisce, e che travolge ogni cosa.
E davvero, quando Odisseo giunse, le potenti cantatrici non cantarono, o perché pensarono che quell’avversario poteva esser battuto solo con il silenzio, o forse perché la vista della beatitudine dipinta sul volto di Odisseo, che non pensava ad altro che alla cera e alle catene, le fece dimentiche di ogni canto.
Odisseo tuttavia non udì, per così dire, il loro silenzio, credendo che stessero cantando e che solo lui fosse protetto dall’udirle. Di sfuggita vide dapprima il movimento dei loro colli, i loro respiri profondi, gli occhi colmi di lacrime, le labbra socchiuse, ma credette che tutto questo facesse parte delle arie che, non udite, risuonavano intorno a lui. Ben presto, però, tutto scivolò via dai suoi sguardi rivolti in lontananza, le sirene sparirono del tutto di fronte alla sua risolutezza e, proprio quando fu più vicino a loro, non ne seppe più nulla.
Esse tuttavia – più belle che mai – si allungarono e si contorsero, sciolsero gli orrendi capelli al vento e tesero gli artigli aperti sugli scogli. Non volevano più sedurre ormai, volevano solo trattenere il riflesso dei grandi occhi di Odisseo il più a lungo possibile.
Se le sirene possedessero una coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Invece sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro. Si tramanda poi un’appendice a questa storia. Odisseo, si narra, era talmente ricco di astuzie, era una tale volpe, che persino la Dea del Destino non riuscì a penetrare nel suo intimo. Forse egli, anche se questo già trascende la comprensione dell’intelletto umano, in realtà si accorse che le sirene tacevano e, quasi a guisa di scudo, oppose a loro, e agli dei, la suddetta simulazione.

marc chagall, les sirènes d’ulysse

Franz Kafka
Kurzgeschichten
Das Schweigen der Sirenen
Beweis dessen, daß auch unzulängliche, ja kindische Mittel zur Rettung dienen können:
Um sich vor den Sirenen zu bewahren, stopfte sich Odysseus Wachs in die Ohren und ließ sich am Mast festschmieden. Ähnliches hätten natürlich seit jeher alle Reisenden tun können außer denen, welche die Sirenen schon aus der Ferne verlockten, aber es war in der ganzen Welt bekannt, daß dies unmöglich helfen konnte. Der Sang der Sirenen durchdrang alles, und die Leidenschaft der Verführten hätte mehr als Ketten und Mast gesprengt. Daran aber dachte Odysseus nicht, obwohl er davon vielleicht gehört hatte. Er vertraute vollständig der Handvoll Wachs und dem Gebinde Ketten und in unschuldiger Freude über seine Mittelchen fuhr er den Sirenen entgegen.
Nun haben aber die Sirenen eine noch schrecklichere Waffe als den Gesang, nämlich ihr Schweigen. Es ist zwar nicht geschehen, aber vielleicht denkbar, daß sich jemand vor ihrem Gesang gerettet hätte, vor ihrem Schweigen gewiß nicht. Dem Gefühl aus eigener Kraft sie besiegt zu haben, der daraus folgenden alles fortreißenden Überhebung kann nichts Irdisches widerstehen.
Und tatsächlich sangen, als Odysseus kam, die gewaltigen Sängerinnen nicht, sei es, daß sie glaubten, diesem Gegner könne nur noch das Schweigen beikommen, sei es, daß der Anblick der Glückseligkeit im Gesicht des Odysseus, der an nichts anderes als an Wachs und Ketten dachte, sie allen Gesang vergessen ließ.
Odysseus aber, um es so auszudrücken, hörte ihr Schweigen nicht, er glaubte, sie sängen, und nur er sei behütet, es zu hören. Flüchtig sah er zuerst die Wendungen ihrer Hälse, das tiefe Atmen, die tränenvollen Augen, den halb geöffneten Mund, glaubte aber, dies gehöre zu den Arien, die ungehört um ihn verklangen. Bald aber glitt alles an seinen in die Ferne gerichteten Blicken ab, die Sirenen verschwanden förmlich vor seiner Entschlossenheit, und gerade als er ihnen am nächsten war, wußte er nichts mehr von ihnen.
Sie aber – schöner als jemals – streckten und drehten sich, ließen das schaurige Haar offen im Winde wehen und spannten die Krallen frei auf den Felsen. Sie wollten nicht mehr verführen, nur noch den Abglanz vom großen Augenpaar des Odysseus wollten sie so lange als möglich erhaschen.
Hätten die Sirenen Bewußtsein, sie wären damals vernichtet worden. So aber blieben sie, nur Odysseus ist ihnen entgangen. Es wird übrigens noch ein Anhang hierzu überliefert. Odysseus, sagt man, war so listenreich, war ein solcher Fuchs, daß selbst die Schicksalsgöttin nicht in sein Innerstes dringen konnte. Vielleicht hat er, obwohl das mit Menschenverstand nicht mehr zu begreifen ist, wirklich gemerkt, daß die Sirenen schwiegen, und hat ihnen und den Göttern den obigen Scheinvorgang nur gewissermaßen als Schild entgegengehalten.

Bruno Galluccio, Verticali

BRUNO GALLUCCIO, Verticali
Einaudi, Torino 2009
ISBN 978-88-06-18831-3
pp.112, € 12.00
il gelo bruca
i residui della notte nostra
il sogno sfrangiato sul bordo
dell’essere ancora vivi
tra poco è l’alba
noi siamo la nostra attesa
la ferita della vetrata non aperta
il rimorso che accomuna
l’aprire e il non aprire
minima gemi come acqua
tu ormai nel costato del sonno
deposta la tua parte di attesa
hai varcato il millimetro dell’abbandono
e io veglio anche
per il tuo lembo di indicibile
mentre la luce massacra l’ombra
sul lato rovescio del pensiero
lo spazio diveniva visibilmente più curvo
secondo alcuni per un recente addensarsi della materia
ma intanto ci si chiudeva nel quotidiano
i vecchi uscivano dal paradiso rimettendosi il cappello
gli osservanti vagavano nella vita altrui
con il cuore in disarmo
le domeniche tendevano le palme verso i sabati
e dicembre si espandeva nelle case
fino a ricoprire l’intero anno
siamo seduti di fronte
in una luce che non abbiamo chiamato
guardiamo fuori nell’altra luce
violata che ci fa contorno
i treni se passano contano i nostri occhi
siamo già oltre la nostra distanza
le coperte dispiegate occultano
le parti mancanti dell’inverno
qui le giornate si sciolgono lungo le guance
le vesti accudiscono le acque
la tua mano destra diventa silenzio
i treni accadono precisi
oltrepassano il fondo estremo della retina
e proseguono lungo le domande delle mappe
noi restiamo muti vapori sui vetri
le finestre illese entrano nei sogni
vanno a stazionare alte contro la vertigine
dove lo spazio preme
al di qua nulla davvero pesa
lungo i contorni affilati della notte ci orientiamo
regoliamo orologi su chi è andato
la geometria ripiega e si interrompe
i lati retti si sfarinano al contatto col buio
quanto era perso va ad agglomerarsi altrove
le finestre ora galleggiano
sulla superficie del sonno
il tempo si condensa sotto le volte
si può scrutare nel proprio passato
come in un cielo di stelle
non c’è più l’emozione e l’oro
ma ogni passo incompreso
dorme lì nella costellazione
protetto dall’oscurità degli anni luce
ogni complesso evento
rivela la sua forma d’astri
e la gravità remota che li aggrega
ogni tristezza o amore
mostra intera la sua orbita
il rifugio è all’estremo
difficile per noi
toccare questo limite
mitigarlo sentirne davvero tutto il peso
recuperare il nucleo dello sguardo
stasera gli occhi si soffermano
su una stella che non ha nomi
si tira indietro e cela
a se stesso l’abbondanza
la chiarezza di chi non comprende
stasera l’occhio è più profondo scuro
e la fronte cede indifesa
vorrei fosse domani con le scale
le questioni da porre le scadenze
il calore lo sfiorare casuale della pelle
ma stanotte l’occhio non si stacca la mente sfida
il corpo si fa freddo nella luce
inesistente lontanissima
il battito accelera si capovolge la distanza
mi arrendo alle gravitazioni
di spazio e tempo
le foglie sono umide un raggio si riflette
c’è ghiaia bagnata terrosa
appare improvviso un grido
una risata
Aprì gli occhi.
Subito ammise malvolentieri
come diversa era la luce
che colava alle pareti. Capita
che arrivi all’improvviso un giorno
che non ti riconosce e dopotutto
non c’è giorno che non tenti a suo modo
di rapirti. E nel dirlo perdeva.
Un vento sordo
spazzava la strada aperta
confondeva una parvenza di tracciato.
E così non mi riconosci?
Eppure avevo speso il meglio
e più a fondo ero sceso per farmi ricordare.
Il vento era livido, duro
forzava le fessure malmesse
faceva dolore.
Ma perché questa strada?
Serrò allora le mani a pugno
tirò su il bavero alle tempie
smise di guardare.
Verso sera
la precoce, invadente sera che sa esprimere novembre
le prime luci commemorano
la rassegnazione della gente a vivere.
Un bavero rialzato sopra un fitta assorbita dal cuore
la fretta di capitare in un luogo
dove il freddo non ci sezioni
pochi pensieri si solidificano sul vetro
il tergicristallo li inghiotte via infastidito.
E mi ritornano volti che non avevo compreso
traspaiono non convocati, ruvidi cenni ansimanti,
li penso come schegge straniate nella città che pulsa.
Intorno monta l’assedio, teste infossate,
fari abbaglianti, saliscendi infidi.
Mi resteranno lontani
non ho più la forza e il fiato per ricomporli quei volti
e in questa tempesta di liquidità
penso al sonno che abbiamo perso, alle sfide,
alle eredità che ci siamo scambiate
come in una laida bisca.
la lontananza è il pane che ci nutre
ma la parola s’inceppa a volte
e il pensiero pure lascia un lembo
preso nel passato come si levasse un vento
come fosse un’alba che non avverte
tu hai l’odore dello spazio aperto
i piedi nudi e bianchi
la certezza negli occhi che tutto possa ritornare
sarà per questo che sminuzzo parole le traduco
concentrando i denti temendo
che alzato poi lo sguardo io non ti trovi
o peggio non ti cerchi
sarà per l’occhio oscuro gravato dalla colpa
per la puntura che occhieggia sulla polpa
mi diresti che è bene
è bene tutto capirei fossi tu qui
che raccogliamo pure ogni cosa
e nulla resti disperso
Una chiesa rassegnata
corpo di abbandono alla campagna.
Il tempo l’ha allontanata dagli uomini,
soltanto il sole si inginocchia
di fronte a mezzogiorno
depone un bacio sul volto screpolato.
Un uomo rosso in viso passa lì per caso
lascia cadere un cenno di preghiera
ripescata dall’infanzia.
la discesa nelle parole sorde
l’inganno degli astri
la possibilità di tradire
l’affidamento serale.
le auto a volte scompaiono
i passanti diventano aria
il viale è tutto cancellate e sogno.
è l’accelerazione terrena
che azzanna i passi
e consuma le scarpe
l’ordine batte come un rintocco
sul blocco occipitale.
rischio di perdere poco a poco
le orme di quelli che sono andati
rapinati da eventi normali come le bufere e il sole
anche la voce si fa più bianca e piatta
nella rotazione del registratore
insieme al colpo di tosse
e all’inciampo delle risate
eppure c’era voluta una vita
non abbiamo più lo spazio per incontrarci
le pareti vanno convergendo
e l’idea dell’erba cresce alta
non diversamente l’esterno
la forma nuvolosa del cielo
e la formula del meccanismo nella distinzione
pendiamo tra appoggi di numeri
cercando la derivata prima del tempo
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Alessandro Polcri, da “Bruciare l’acqua” e inediti
Alessandro Polcri, Bruciare l’acqua, Introduzione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 70.
T’accompagno nel viaggio
che nemmeno ho progettato,
ma mi muovo come paggio,
e ogni gesto è brevettato
dalla natura del mio diennea;
ti sto dentro sprofondato
e tu mi inguanti corpo
colle tue membra pieghevoli
provo fame e sete e spasimo
pei contorni delle cose percepiti
come augusti fini del mio agire,
e così attraverso mondi
e limacciosi fiumi
nascosto dietro il battito
delle mie gioconde-asciutte ciglia.
***
Traccio un cerchio sul bianco
foglio come usavano in antico
i geomanti sulla rena
e butto lì parole e le assedio col pensiero
per dar loro una forma che tenga.
Fuori del segno non c’è
commistione di verbo e di significato
ma solo il guazzo fonico prenatale,
un tempo sì angelico messaggio,
ora solo chiacchiericcio della mente,
occhio che si apre e non guarda,
scarpa slacciata infedele al passo
che si ostina ad avanzare,
labbro leporino che si oppone
al continuum della voce modulata,
incisivo sbriciolatosi
per troppo ingordo morso
su cui la lingua indugia
distratta dal suo vero corso,
albatros che canta,
malgrado l’amo nel suo becco
resto di un pesce sfuggito all’inganno.
***
Mi sfugge il fondo
e ciò che suol essere vita
è cono d’ombra che rimbomba
il quotidiano trobar prae-clus.
***
risveglio
Oggi è solo addizione
è giorno che s’aggiunge
e che mi vede e guarda e adest
al dipanarsi delle mie azioni
mentre il mondo ad est si accende,
all’unisono col mio sguardo mattutino,
sullo schermo della mia crespa fronte:
e anch’io intanto assisto,
con gli occhi della mente quasi ciechi
sicuro d’esser stato invitato
per inseguire delle impronte
sebbene nella selva disumana
delle res-stanti
“Io” sia poco più che scimmia
a cui il mondo sopravviverebbe
anche se non fosse lei a pensarlo.
***
Cosa hanno in comune
il fiato corto della mucca,
il suo sguardo fisso a terra,
il torto tronco della quercia
cresciuta nello stesso esatto punto dove è nata,
la mano di una statua perfetta
che può solo salda stringere
la stessa forma fermamente?
Osservarli è solo un gioco
della mente che distrae dal tutto,
struttura impura e stretta
dove abitiamo al modo delle cellule
nascoste nelle cose
che senza alcun conforto della luce
urlano al vicino: «fammi spazio!»
***
Con la mano posso appena
coprire un lembo della terra,
e il palmo è poca cosa
se già tra le mie dita
rimane nuda zolla.
Se poi adagiassi
il corpo sul selciato
organo a organo accanto
posato, fegato e polmoni
milza e intestino prossimi
alle unghie ad una ad una
e ai peli, agli occhi e alle orecchie,
prima maschere, ma poi metonimie
di me, di quel medesimo un tempo
essente, allineati, disposti tra i sassi
come veli contornanti quello spazio
intorno posto,
che sarei capace di occupare?
Se mi aprissi come un fico
e spellassi le mie ossa
non potrei abbracciare niente
di più grande di un’aiuola
circondata dal muro della mente
che sa a stento separare.
***
Il palmo s’adagia sulla costola
avvolgente il diaframma che indugia
sullo stomaco a sua volta oscillante
sul pancreas ammortizzato dolcemente
dai polmoni, casa della voce
dell’organo canna che oltre espelle
le vocali e poi lamenta i mali
e i beni del giorno e della notte
il tutto intorno all’ombellico,
omphalos fin dalla nascita,
pertugio verso l’interno volto,
occhio da dove spiare quel buio
che ospito e divido colle mie interiora:
raggrumo il mio arto e isolo un dito,
ci infilo l’indice per trovare la valvola
che permetta, sforzata, di sgonfiarmi
e come un canotto usato di adagiare
in un cantone del mio fondo
tutto quell’ammasso spiegazzato.
***
Non troverebbero riposo
gli occhi miei
a percorrere di te
tutto l’intero confine
né potrebbe parola o pennello
ritrarti nella tua interezza.
E questo è ben noto pure
a chi s’ostina a negare
che sei stato tu, creatore e non creatura,
a volerti sottrarre gradualmente.
Avessi almeno lasciato
sotto alla crosta del muro
la sinopia del tuo passaggio,
ma nemmeno il profumo
della tua santità mi riesce
di avvertire tra gli ammattonati,
i cavalcavia, l’asfalto e la ghiaia,
le lussurie numerose della gente,
i deboli battiti dei cuori,
i passatempi e gli alibi
su cui m’è dato di trascorrere
con passo incerto inseguendo
il certo tuo incedere inascoltato.
Sono solo io a cercarti o siamo legione?
e gli altri scarsi guardano
dove anch’io esattamente punto?
o siamo a te attorno sparsi
invisibili tra noi e non vedenti
chi davvero attendiamo vedere?
Mi accorgo solo ora
che sto parlando rivolto
dove già tu non sei più.
***
Non sono mai stanco
dell’oggetto informe che chiamiamo transeunte
malgrado che le dotte glosse
aggiunte allo scartafaccio ritrovato
non restituiscano la verità originale,
e accostando le possibili metà di un fatto
nessuno sia riuscito mai a ritrovar l’intero.
Cerco allora quella parte che ho perduto,
ma è come ricondurre
tutto il raro fiato esterrefatto
al naso dopo uno starnuto
o ringhiottire il filamento di uno sputo
ricompattando quel lacerto resecato
all’originario magma orale,
rimettere nel canale
l’acqua espulsa dalla riva
intento a riagguantare
viva ogni singola lontana stilla,
o, colpito il ferro col coltello,
restituire la scintilla
al povero metallo offeso
come se fosse mai niente accaduto.
***
dopo un sogno
Al risveglio ho messo insieme
schegge e momenti
lacerti resecati al tutto
e parti e pezzi e scarti
lasciati e ripresi con spezzoni occultati
tra passaggi e soste
tra incertezze e poste e decisioni
pentimenti e accelerazioni della mente.
Ma come in sonno della morte
l’apparenza è tradìta dal respiro,
così pure in veglia è tradìta dal pensiero
l’apparenza del senso.
***
all’incomprensibile flusso
Il tuo volto è come fiera
che esce sicura la notte
nei vicoli vicini per turbare
ai dormienti paurosi i sogni
e divorarne gli spasimi.
Percepisco appena le tue fattezze
come quando di traverso al cespuglio
frondoso mi passa accanto
la persona d’una bestia,
invisibile malgrado la luce,
di cui avverto solo il movimento
la scossa dell’aria silenziosa,
semoventi le foglie.
***
anima mundi
Ho afferrato un refo d’aria
e l’ho chiuso nella conca delle mani
per tentare la sua forma
mentre aderiva tutto al palmo:
l’ho lasciato andare dietro me,
nient’altro.
Vano lo scatto di voltarmi
per ritrovarne la presenza,
né più esiste prova alcuna
che quel puro groppo d’etere
mi sia per un istante appartenuto.
***
Temo sempre che sia l’ultima
delle volte che trovo
una parola adatta per parlare di te.
Così corro alla tastiera e batto forte
per tentare il gesto, già vano,
di possederti almeno negli spazi
intra verba o nelle pause sorgive
del tuo silenzio vivificante.
Spero che la mossa di inseguirti
significhi qualcosa e rompa l’ombra
che tu getti sopra me quasi ogni giorno
mentre passi e lecchi colla tua lingua d’aria
il sangue sullo stipite alla mia porta.
Sento di là dal muro che mi circonda
il tuo lambire fresco sulla pietra
e so che devo aprire ad intonare
in te di me la voce ancora roca
costantemente appressandomi alla pace
come il pezzo del troncone distaccatosi di netto
e arrivato finalmente all’estuario
quando si lascia alla stanca mareggiata
tra il salso flutto e la fiumana ancora dolce.
***
Ovunque io mi volga
di te incontro numerose
le sparse metonimie numinose.
È la condensata acqua dell’Inverno
dove il sole assente non si pose
o le arse messi dell’Estate
dove aleggia il tuo spirito soave
sulle cose vive e colorate.
Tu che sei e non sei
se solo il volere ti comanda.
Tu diserti il mondo,
non tu in lui, ma lui di te richiamo
tua perenne evocazione.
***
Sulle piume ammorbidite
è rimasta impressa l’orma di te,
fantasima en passant.
Tra l’informe massa ammutolita
dei dossi e degli avvallamenti
trovo ancora qualche traccia.
Abitasti, avvolta, tu quel luogo
sprofondando.
E sorprendo me ad osservare prono
quel magico imprimatur
e con le mani ne percorro vivo
il perimetro confuso.
L’impronta è un dono
buono il desiderio che provo
del perduto donatore.
***
Terra invisibile e confusa
è quella che sottostà del piede
alla pianta che si spande sulla neve:
l’occhio non la penetra
sfugge alla luce che rimbalza briosa
sul clangore del bianco,
ma il sasso vi s’acquatta
coperto dal mantello sensibile alle suole:
io lo fendo e lo imprimo di una traccia
che si scioglierà col primo sole.
***
from soul to body
Mi auguro di trovarti mansueto al colpo,
di vederti ritto e fiero di fronte all’ondata,
di ascoltare le tue parole d’acciaio
temprate dall’esperienza del dolore;
mi aspetto che tu abbia della corsa
una visione completa
e del macabro rituale una nozione minuta;
non temo che ti scosti dal ciglio della strada
che hai progettato per te medesimo,
né che poi ti perda
nel fitto dei tuoi umori giornalieri;
ti intravedo sulla cima
colpito da furiose libecciate
che neppure a te il tempo risparmia,
a te fermo e industrioso e muto
come le api nella affollata arnia mute.
Se colpo ci deve essere
non temo che tu sia incerto
dove accettarne il vibrato
così che calmo ma esperto
tu opponga a quella atroce insistenza
del tuo fianco il lato
mai veramente stanco.
E quando ti volgerai intorno
a cercare il contatto dei miei occhi
per tentar di condividere la mole
che ti ha reso puro
sarò dove meno te lo aspetti
ombra sul muro
nascosta sulla soglia del sole.
***
breve cronaca marina
Ho rotolato il mio corpo
sulla sabbia ben coprendo
ogni singolo centimetro quadrato
di epidermide rosata;
poi ho guardato verso il mare
e mi sono avvicinato alla riva,
sono entrato piano piano nella mareggiata
e, sentendo il sollevarsi dei minuti grani
dalla viva pelle battuta e lambita
e vedendone l’alone intorno a me,
ho sentito di sciogliermi con loro
e di ritornare libero e sformato
uomo di sabbia e di nulla,
indifferente.
***
congedo
Ho cercato di te
tutte le immagini che ho potuto,
sei stata ogni evanescenza:
l’ombra che passa,
l’ultimo smalto di luce
sull’occhio del morituro,
la scritta erosa
sul muro millenario
e la cifra cancellata
sotto le parole vergate
sulla lista della spesa;
l’esile vita di una goccia
che toccando nella pozza
il fondo motoso si disperde
come fiamma invano immersa
a bruciare l’acqua;
ma sei sempre rinata altro,
altrove nascosta,
accennata appena
quando hai voluto concedere
di te un qualche sprazzo
della veste con cui adorni
le tue carni misteriose
che non lasciano orma
o traccia e non segno di passaggio
ma solo un’eco spirituale,
un maestrale di spiriti gentili,
di illuminanti amnesie
e di fiotti di energia
che doni a chi non sa
di ricevere, né può saperlo;
cosa sei e non sei
è tua esclusiva padronanza:
solo il mare possiede vera
la percezione della riva,
chi approda invece è accompagnato
dalla corrente proprio dove
il tocco dell’onda sulla sabbia
è palmare, estesa, sensazione preclusa
al piede che incide e non carezza;
quanto a me posso tagliare il tempo,
non altro, che mi resta con coltelli-parole
lame fendenti nel corpo vuoto del giorno,
ma a te sola spetta il lambire, lo struscio,
il tip tap
che s’appropria della superficie
senza mai manometterne
la pura pellicola invisibile.
da Dove esisti esisti (raccolta inedita)
C’è sempre un punto dove esiti
anche quando non ti vedo
e non conosco lo sforzo che fai
per lasciarti sentire.
Urli, ti rotoli
sbocci nei fiori
torci i venti
immagini nuovi cristalli
nelle pietre nascoste ovunque.
A volte percepisco che ci sei stata,
nulla più.
E la tua frustrazione
è quel lamento costante,
una radiazione di fondo
quel cigolìo perenne dell’universo.
***
Senza sentire sento
Altre voci fuori del mio udito
sento passare vicine
come dita di ragno
non fanno rumore
ma toccano il cuore
di una cosa dopo cosa
e l’una e l’altra calpestano
e il mondo traversano
e nel girotondo risvegliano il pensiero
di chi sente il loro silenzio.
Non mi interessa vedere
il corpo da cui emana il profumo
preferisco la scia, la traccia, il punto
della stanza che è diverso dagli altri
per quell’odore lieve che mi lascia
immaginare la storia del passaggio.
L’orma sulla neve mi affascina di più
dell’animale ormai imprendibile.
***
Se costeggio il bosco
ti sento narrare le tue storie
attraverso le mille bocche delle rane e dei gufi
il trascolorare del rumore dei rami
rotti dalle zampe dei cinghiali
e i tonfi secchi delle ghiande
mentre il vento spande l’eco del tuo canto
unito e coerente amalgama
di incoerenti note.
Da qui, dall’orlo dove mi trovo,
non mi è possibile separare
le diverse voci che compongono la tua.
Il continuum è il solo dato di fatto del tuo esistere,
del mio solo un ascolto occasionale.
***
Anche se tu ora mi apparissi
magari travestita nella cameriera
che lascia il panino sul tavolo
a dire «ecco, questo è il segreto»,
non saprei portarlo sempre con me
mentre pago il conto
o vado in farmacia
o chiudo la sera le finestre.
La conoscenza assoluta è inconciliabile
con la quotidiana gara.
***
Colpisco l’aria invano
per trovare le tue forme
tra gli spiri lievi nella stanza
e con il palmo della mano
accompagno il movimento di danza
del mio braccio teso verso il vuoto.
Poi penso che con un mantello di farina
potrei catturare le tue impronte
vaghe sulla terra e riconoscere
il ritmo del tuo passo,
illudendomi che tu sia ora
qui per me giunta a portarmi
in dono il tuo orologio
con cui misuri il tempo della bellezza
e le illusioni.
***
Sono a caccia
di una tua esitazione,
della bonaccia delle tue scorribande
di te che tra i forzati ritiri e le rivelazioni
trascegli sempre i momenti
meno naturali per ricevere piccole ovazioni
da chi t’ama senza conoscerti
ma solo per fama. M’accquatto
tra le macchine nel traffico al semaforo
m’illudo di vederti saltare fuori da un cespuglio
al parco o nella vasca dei pesci rossi
dove tra spugne e sassi vorrei scorgere
la punta del tuo occhio di luce.
Ma forse sei meno ovvia
e ti nascondi sotto alla corteccia
degli olmi e nei colmi dei catini
dove sei liquido flusso delle acque
oppure sei semplicemente scheggia
o aria che respiro
e che non posso trattenere
dovendo condividere il fiato
e restituirlo all’intorno perché tu possa
saltare dall’uno all’altro di noi
e poi sparire come raggio o bolla
senza centro e senza origine:
tu, fine e sublime scaturigine
tra il tutto e il nulla.
***
In ricordo di Frances Biblo
A me che non li ho vissuti
i tuoi novantatré anni
sono parsi battito di ciglia,
per te invece che sei passata
attraverso ogni singolo minuto
non è stato così.
Solo la folaga conosce
la lunghezza del suo viaggio
e chi ha la ventura di vederla
passare non sa dei battiti
del suo cuore,
né dello sforzo dell’ala per restare
tanto a lungo attraverso l’aria.
Non il viaggio è la vita
ma il pensiero che produciamo
per difenderci durante lo spostamento.
***
Palmare sensazione l’adesione alla terra
e riscopri con gli anni ciò che disserra
il bene e il male dei nostri trasalimenti
gli stenti e le fatiche delle ferie
delle giornate lavorative delle vite
in generale trascorse senza guardare
alla clessidra che corre scorre rota
mentre tu t’avvicini a passi lenti di danza
traversando la stanza che sto scrivendo.
***
Tocchi e non sosti mai
trattenuta per un lembo della tuta
trasparente a fil di pelle
che porti come un personaggio
del Pontormo sulle ossa minute
colorate dal bianco marmoreo
che gli anni t’anno donato.
Tu perfetta lingua che non parla
tu perfetto respiro senza vibrazione
del labbro priva d’ogni appartenenza
allunghi la tua ombra sulle piastrelle
voli rasoterra a volte ti concedi
al bordo del limbo dove le nostre
povere ossa triturate sottocarne
stanno nella pace della vita
vissuta in apnea.
***
Le tue dita sono corde d’arpa linee
su cui corre l’elettrica presenza
del tuo essere.
Al tallone sii grata
per la pulsione verso l’alto
che fa scattare le tue forme.
***
Piedi nuovi
Per raggiungerti
non posso fare a meno di battere
sul piano usato i passi
contandoli per tornare dove sei
ti inseguo, mi sfuggi e come in danza perenne
ascolto il battito del tuo polso
lontano ma udibile
di te che hai sangue rosso in abbondanza
e cuore forte che mi guida
tra le pulsazioni sottocarne.
***
Cammini scalza e le tue piante
aderiscono alla mattonella liscia che carezza.
Senza dolore alcuno si contrae
l’arco del tuo piede
e il tuo peso cade tutto sulle dita
propaggini del tuo contatto aracnoide
con la terra a cui svelta ti sottrai
per passare il tocco all’altro piede.
Tamburelli dunque sul tappeto
ma non emetti suono riconoscibile
e mi lasci sempre inudita
mentre guardo a terra
cercando con insistenza
per dove tu possa essere passata.
***
L’irruenza
Chiudi la porta, leggi i segni,
sei qui per questo:
sbatte il vento,
le cartilagini che coprono la cassa
armonica del tuo essere
possono lacerarsi in ogni istante,
e infatti si schiantano.
La tua città è assediata
i fossati già asciutti,
facilmente traversabili
lo sai bene che solo la pietra
non muta né si consuma,
semmai si scheggia contro altre schegge,
ma tu non sei pietra
tu non basti
perché lei traversa le tue forme
scuote il silicio carnale dall’interno
penetra l’interstizio mal coperto
tra cellula e cellula.
Senti l’ondata calda?
Vibra la casa corporale
rannicchiati, fai il vuoto
mentale, prova a non cercare
il punto da dove potrebbe venire,
non disporti all’accoglienza
mentre aspetti e intorno
già il muro oscilla attraversato.
Scopri che le protezioni
che hai elaborato
hanno la consistenza delle membrane esili,
sono lievi misure dello spessore.
Ormai piombano dritti i cerchi di polvere che schifi
e poi la luce sporca, il caldo,
a seguire pioggia, vento, turbini,
scosse nel ventre
refi attorno al tuo epicentro
che si sgrana facile.
Quello che temi si chiama
in molti modi e si scrive
in lingue innumeri:
impronunciabile, inudibile
ti trafigge.
***
Nell’esatto punto dove esiti,
lì ti vorrei irretire con parole adatte,
una colata di gomma sonora
che ti invischia come antica vespa
nella resina intrappolata
e diventata giada.
Nel tempo e attraverso le passioni
a volte sosti e illumini
se solo riesco a dirlo.
Chi ti ferma non è perduto, è salvato.
***
Qual è il distillato della tua presenza,
il rabarbaro dell’esserci,
liquore sublime lasciato qui?
sei ostia e maledizione
tra fuoco e acqua,
in exitu sei interiore,
sei nebbia e aria cristallina:
aspetto nelle parole sulla carta
la tua transustanziazione
e come Toma vorrei
infilare il dito nella traccia
del tuo sangue, ma posso solo
immergerlo nell’inchiostro.
Sono stanco dell’attesa
e per oggi sollevo il calamo
la cui corrente fermo e il passo,
esattamente in questo punto.
Alessandro Polcri è nato ad Arezzo nel 1967. Vive tra New York e Sansepolcro (AR). Si è laureato all’Università di Firenze in Letteratura Italiana del Rinascimento e ha conseguito il PhD in Letteratura Italiana alla Yale University nel 2004. È Assistant Professor of Italian alla Fordham University di New York. È redattore di Interpres (rivista di studi quattrocenteschi edita a Roma dalla Salerno Editrice) ed è condirettore della rivista Italian Poetry Review (presso la Columbia University, la Italian Academy for Advanced Studies in America e la Fordham University, ma stampata a Firenze dalla Società Editrice Fiorentina). Ha pubblicato, tra le altre cose, saggi su Luigi Pulci, Matteo Maria Boiardo, Marsilio Ficino, Martino Filetico, Cosimo de’ Medici e numerose voci del Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (Firenze, Edizioni del Galluzzo). Sta ultimando un libro su Luigi Pulci e la Firenze dei Medici, ma si occupa attivamente anche di poesia contemporanea. Oltre al libro di poesie Bruciare l’acqua (prefazione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, premio speciale “Coppa del Giornale La Nazione” del premio “Le Muse-Pisa” 2009 e nella rosa dei finalisti del Premio Internazionale Mario Luzi 2009), ha pubblicato un breve racconto nell’ebook Italians. Una giornata nel mondo, introduzione di Beppe Severgnini, Milano, Rizzoli, 2008 (per scaricarlo: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/). Recentemente ha fondato assieme ad altri la rivista online Samgha. I suicidati della società letteraria
email: polcri@fordham.edu
facebook: www.facebook.com/alessandro.polcri
Bibliografia su Bruciare l’acqua
Alberto Bertoni, Prefazione, in Bruciare l’acqua, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 5-8.
Daniele Piccini, Un esordio che fa scintille, in |«Famiglia Cristiana», 47, (2008), p. 123.
Loretto Rafanelli, in Moby Dick, inserto culturale di «Liberal», sabato 13 dicembre 2008.
Alberto Casadei, in «Il sottoscritto» (http://nuke.ilsottoscritto.it/Default.aspx?tabid=1053).
Maurizio Cucchi, Ardito è moderare la voce, in «Tuttolibri», inserto culturale de «La Stampa», 27 dic. 2008.
Alessandro Ramberti in «Farapoesia» (http://farapoesia.blogspot.com/2008/12/su-bruciare-lacqua-di-alessandro-polcri.html – links);
Giorgio Luzzi, in L’indice dei libri del mese, Febbraio 2009, p. 20.
Domenico Cipriano, in «Sinestesie», anno viii, aprile 2009 (http://www.rivistasinestesie.it/scritti_poesia/bruciare_acqua.php)
Matteo Fantuzzi, «La voce di Romagna», 13 luglio 2008.
Giancarlo Pontiggia, in «Poesia e spiritualità», numero 3, 2009, p. 157.
Luigi Fontanella, in «Gradiva», fall 2009.
Narda Fattori su “Nel frattempo” di Mimmo Cangiano
Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
MIMMO CANGIANO, Nel frattempo
ISBN 978-88-96263-09-9
pp. 60, € 12,00
La nuova e dinamica casa editrice Kolibris, fondata e condotta da una giovane poetessa che è sicuramente una delle nuove voci della poesia italiana, dei primi anni del terzo millennio, ha fra le sue prime pubblicazioni quest’opera di Mimmo Cangiano. Opera prima frutto quindi della vocazione irrinunciabile o dell’uscita appartata della voce matura di un poeta che, nel frattempo, appunto, la vita si è occupato di viverla, scorgendone le contraddizioni, le zone d’ombra, certe risibili impellenze e altre omissioni. Incontri e assenze: assenze più che mai presenti, incontri che lasciano solo l’alone del passaggio.
Con ferma e spesso ironica voce poetica, Cangiano racconta spicchi di episodi, pennellate di percorso, abbandoni e delusioni, la vita in bozzetti minimalisti ma non meno potenti di una quadro ruggente e definitorio. Nella sua nota introduttiva Luca Ariano accosta la voce di Cangiano a quella di Corazzino. Quest’accostamento di grazia nel verseggiare le minimalia, mi pare più che mai azzeccato, perché, a ben vedere, l’uomo si conduce per piccoli eventi, per tratte senza mete infuocate, per amarezze e dolcezze che hanno la caratteristica dei tramonti: se ne vanno presto, lasciandosi dietro un sospiro di rimpianto, insieme alla certezza che torneranno, per poi sparire nuovamente.
La malinconia che pervade l’intera raccolta è riscattata da un linguaggio che ha le meraviglie dell’infantile e la sapienza dello scettico, di chi ben conosce quanto sia vano ogni traguardo che illuda una meta certa. Questa insipienza del vivere è ben chiara è fin dalla poesia d’apertura della sezione Bambine: “A ovest stamattina, è un luminar di vetri, / nella casa di fronte, al quarto piano, / la bimba Carlottina si perde un poco sul balcone / e tace. Dev’essere così che prende il via / quel sentimento che porta all’onniscienza / così, con lentitudine in spagnolo, / spaventosa chiaroveggenza, inettitudine./…”.
Ma troveremo un gran numero di immagini che fanno riferimento alla pochezza dell’uomo (e del poeta) che però è riscattata dalla consapevolezza e dal dolore che scaturisce da questa contrapposizione fra ciò che si è, si ha, e quello che si potrebbe essere, che si potrebbe avere: “sentori vaghi di aglio e di cedrina” , “nel mio latte mattutino / c’è la purezza torbida / di chi mi ha preceduto.”; quello che resta, / un po’ di vigliaccheria / acqua sporca / stiamo ancora aspettando / una risposta”; “ave cesare noi qui morituri a giocare / e tre passi indietro con tanti auguri.”. È Natale, si gioca a monopoli, si mangia troppo, ci si ingrassa e con la certezza che si è perituri, ci scambiamo auguri. Ma auguri di che cosa? In questa poesia non è scomparsa solo la dimensione religiosa, ma anche quella conviviale. E accatastiamo epifanie del vivere. Anche Carlotta (la figlia?) è una presenza sentimentale e rapsodica, un’intera sezione a lei dedicata non ci consente neppure di averne una visione certa, di stabilire se sia di carne o metaforica, se costrutto del sentire o carne della nostra carne, che stacca da noi e s’affaccia ai rischi della vita con le nostre amare certezze. (Cfr. “Non è un fiume”, pp. 32/33) che a ben vedere staccano di oggetto e di concetto. Forse un titolo mancante?
Ma il poeta si definisce un caso clinico:” Una buona volta (mi dico) / rinuncia a vendicare, / ugualmente rinuncia / a consolare.” No, non è possibile, uomini fatti tornare a un’innocenza che si può solo invidiare, che può insospettire, fors’anche intenerire. Cangiano ha traversato il suo vissuto con spada spuntata e lama acuta di cervello.
Con quest’opera prima, mite e musicale, con verso terso, e qualche scarto semantico e concettuale, mimetico direi, della vita quotidiana, ci regala uno spiraglio del mare che ha attraversato.
Narda Fattori.
La crepuscolarità di oggi, di Matteo Fantuzzi
Alessandro Ghignoli, Amarore
Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
ALESSANDRO GHIGNOLI: Amarore
ISBN 978-88-96263-11-2
pp. 68, € 10,00
qui per acquistare
Fin da un primo sguardo ai versi di Alessandro Ghignoli si avverte in essi il vibrare della voce del traduttore, del lettore, di chi non si rifà a un solo preciso modello o a una sola tradizione localizzata, bensì dimostra di trovarsi alla confluenza di diversi influssi; flussi linguistici e di pensiero che s’intersecano, s’incontrano e scontrano e contaminano a vicenda. Leggendo Amarore si ha l’impressione di un movimento che cambia di continuo in velocità e direzione, agglomerando e ri-modellando ciò che trova sulla sua strada. Quella di Ghignoli è la poesia di un viaggiatore, di un Wanderer, non soltanto di territori geografici ed estensioni cronologiche, bensì anche degli spazi invisibili e sempre sorprendenti dell’anima, che si dilatano ad accogliere la percezione per restituirla alterata dal filtro di una soggettività individualizzata e composita al contempo, che si muove a tentoni, conoscendo.
La poesia di Ghignoli “gioca” con la parola, sfrutta le molteplici potenzialità del linguaggio, che si riforgia sul senso, lo avvolge, e svolge. Non si tratta però di una ricerca compiaciuta di artificiosità o preziosità linguistiche, quanto piuttosto di una quasi ironica e disincantata presa di distanza dalla lingua poetica nel momento stesso in cui si cerca di piegarla alle sigenze della propria intenzione espressiva. E anche laddove si affaccino nei versi il latino e la lingua colta, espressioni auliche, desuete o letterarie, esse vengono subito “riassorbite” nel flusso di un discorso colloquiale, contemporaneo. Non è dunque tanto la lingua che cerca di nobilitare la realtà, quanto piuttosto la realtà che “corrompe” e impregna la lingua della tradizione per lasciarsi dire.
Chiara De Luca
da ”predicamento di me”
prima descrizione
delle infinite volte a me dicendomi
di parlare l’italiano senza accento
e lasciare il dialetto da me usato
soggiogato da io al mio volere
creduto di saperne di lettere di plurali
di subientivo e gerundio e coniunzioni
e tutti i resti d’avverbi che di mia vita
mi feci in costruzione o mi disfeci
nona descrizione
se il mio cervello è dolce di sale
se questo non capire il mondo
il suo fabricare di cose dove del bello
non vedo oltre la superficie il solco
non mi resta che a tutta carriera
a fiaccacollo in capitombolo
alla scapestrata maniera di me cercare
per interprete di ragione nella lingua
una porzione mi corrisponda
da ”Tristitia”
4
il supposto supporre e dire
mi porta al niente al vuoto della mente
alla ricerca vana sapendo se sapere
è cosa utile o un futile incoraggiamento
di una di noi storia disattenta
guastando tra il velo della corruzione
il narciso sempre pronto ma poi disatteso
e liquidato altrove così hai deciso
per un giardino che ti salva a ingannare
il gioco a dar fine al dolo al mantenerci
viva l’alma
6
è inutile insistere persistere
su un argomento oramai chiuso
già dettato al passato al remoto
andato alla forma di una salvezza
che fatica e affatica alla ragione
ché non c’è valore più alto che accettare
il temuto sentore dell’inaccettabile
della visione del presente
del brevemente seguire qui
10
nella verità si nasconde la cancellatura della frase
nel davvero della parola quasi pronunciata
il richiamo per conoscere l’intenzione il cercare
per vedere i più piccoli movimenti delle labbra
sul fiato è spento il perdono il suono
la vocale scivola piano
senza emettere nota o dono musicale
12
di viaggio si tratta alla resa dei conti
alla fine superare i dove le luci
tra taverne e fantasmi all’incrociare
occhi parole usanze tralasciamo
le critiche sentenze le minime pagine
nell’altrove trovando un vantaggio ora
nell’ora che pianamente ricovero al ricordo
al rimpianto al poco mio aver dato
15
adesso so che è l’esserci
che il rischio è nostro
che il non saper intendere
è un male come il parlare
senza ascolto o la mano
che non stringe che addosso la vita
ci scivola sulla fortuna dura
e picchiatrice adesso so che non sarò
solo anche quando anche perché
il mai crudele tacere
dell’impronta sulla cenere
dell’esser fabbro di sé
da ”Amaritudine”
evento . 3
sempre il proprio sempre di sempre
nel viaggio rimasticato in ditto e in fatto
mentre da lì lo sguardo futuro è il gioco
di chi fa il duro convinto d’esser solo
un po’ mite con le altrui vite
viste da lontano in quest’eterno evento
di fare di cose ognuna con le sue pose
nell’unica goccia la duplice eterna dose
manduca parole perché sian poi atti
e allora con fumisteria saltimbanchi e buffoni
mascherando la maschera con mano di cera
di fiacca illusione in questa lunga e larga attesa
sfuggendo dal fare ruffiano dal come fare
sfuggendo piano
evento . 4
su uno strano andare o sulla fortuna
o meno di un’ipotesi tesa al ricordo
al grattare via una resa di un ieri già
e ancora tempo dentro e interno all’evento
dove nessuno è specchio o limbo quotidiano
denso nello stretto simbolo il tratto
di un susseguirsi tra il presente del momento
il ritratto il resto magari niente
se tutto va bene su tutto un pianissimo piano
un lento viavai verso un luogo un dove
nel senso perso dei bisogni
o solo d’uno sfogo
Kolibris – Novembre 2009
John Deane, Piccolo Libro delle Ore
Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
JOHN DEANE, Piccolo Libro delle Ore
Traduzione di Roberto Cogo
ISBN 978-88-96263-12-9
pp. 246, €15,00
qui per acquistare
John F. Deane è un poeta da anni già tradotto in Italia, dove è stato spesso ospite di reading e festival internazionali. Sue opere sono già state tradotte da Roberto Cogo (Il profilo della volpe sul vetro, Edizioni del Leone, 2002; Gli strumenti dell’arte, Atelier, 2007); e nel maggio del 2005 il mensile “Poesia” gli ha dedicato un servizio a cura di Chiara De Luca, traduttrice della raccolta poetica Manhandling the Deity (Tra le mani il divino, Gedit, 2005).
La poesia di Deane è strettamente legata alla sua terra, l’Irlanda, amata, a volte bacchettata, ma sempre profondamente vissuta, di cui il poeta descrive i paesaggi umani e naturali, le vicende storiche e sociali, ora con sguardo benevolo e indulgente e dolente rammarico, ora con lingua sferzante e profondo acume critico.
Quest’opera ambiziosa è un lungo viaggio dell’uomo alla ricerca e conferma di se stesso e delle proprie radici, della stabilità dei propri legami con l’umano e della vitalità inesausta di quel dialogo con il divino che si protrae in tutta la produzione poetica di Deane, approfondendosi di opera in opera, verso una consapevolezza sempre più matura del dramma di una libertà creaturale che rende l’uomo tragicamente schiavo delle proprie stesse debolezze.
Ottima la traduzione di Roberto Cogo, fine poeta, rispettoso traduttore, che ha saputo restituire in modo fedele la voce vibrante di John F. Deane senza sovrapporvi la propria, dando vita a un testo che non lascia trapelare traccia del passaggio di testimone tra le due lingue.
To Market, to Market
The day was drawky, with a drawling mist
coming chill across the marshlands;
the church of Ireland stood, damp and dumpy,
crows squabbling on its crenulated stump; cattle,
that had summered in a clover field, have been herded
through plosh and muck into a lorry, have dropped
their dung of terror on slat and road. Big
heavy-skulled heads, bellowing, stretch up
over the concrete wall for one clear glimpse
of the brown fields; and what of unredeemed
suffering? what of faithfulness? Spring
they were calling out of frustrated love
for their calves, how they stood in fields,
innocent and willing, uneasy in weighted flesh
like great-aunts whose trembling long-boned hands
fumble for something in old unstitching bags.
Al mercato, al mercato
Era un fosco giorno di fredda foschia
in arrivo a strascico attraverso la palude;
la chiesa d’Irlanda stava là, umida e cadente,
i corvi a bisticciare sui ruderi sconnessi; il bestiame,
dopo l’estate passata nei campi di trifoglio, ammassato
nel camion tra fango e letame, rilasciava
lo sterco del proprio terrore sulle assi e in strada. Testoni
dal cranio pesante a muggire sporgendosi
oltre il muro di cemento per una netta occhiata
ai campi marroni; che ne è della sofferenza
irredenta? e della fedeltà? Invocavano
la primavera dell’amore frustrato
per i loro vitellini, di come stavano nei campi,
docili e innocenti, a disagio nel peso della carne
come vecchie zie dalle lunghe mani ossute e tremanti
alla ricerca di qualcosa nelle vecchie borse scucite.
Call Me Beautiful
Broad-shouldered, big as a labouring man, Ruth
was egg-woman, slow and inarticulate,
flat-footed in her widowhood and her big sons
slap-witted, dun as she. I was ever dumb
before her, decades of harsh news
in the lines of her face, and a small smile
grateful for neighbourly busyness; each egg,
mucous-touched, she spat on and frotted clean
against black woollen skirts. Crucifix
over the door, painted Madonna on the sill,
her house was an island on chicken-shitted ground
with a harvesting of rushes, her world
not ordered by methodical thinking. Now I know
it is my own need disturbs me, to find
meaning and motive beyond the manifest
ungainliness, to seek the spirit’s dance towards
divine friendship, and to vision her rapt
on her knees in a field of corn, gleaning.
Chiamatemi bellezza
Le spalle ampie, robusta come un operaio, Ruth
era la donna delle uova, lenta e sconclusionata,
a piedi piatti nella sua vedovanza e coi figli grandi
e picchiatelli, come lei brunastri. Al suo cospetto
ammutolivo, decenni di dure notizie
nelle pieghe del suo viso e un sorrisino
grato per ogni amichevole aiuto; sputava
su ogni uovo vischioso al tatto per poi strofinarlo
contro la gonna di lana nera. Crocifisso
sulla porta, Madonna dipinta sulla soglia,
la sua casa era come un’isola poggiata sul guano di gallina
in un raccolto di erbacce, un mondo
non regolato dal pensiero logico. Ora so
che è il mio bisogno che mi spinge a cercare
un senso e una ragione oltre l’evidenza
dell’inafferrabile, a inseguire la danza dello spirito
rivolto alla divina amicizia, a figurarmela assorta
in ginocchio mentre spigola nel campo di grano.
Water-Music
Sometimes I think I hear it still, the choral
symphony of ocean: bass-drum sounding
in the pounded cove, harp-music of winds
through bigfish skeletons. So much had to do
with water, for that was island, and west,
with the fickleness of rain. Weather failing
we found ourselves in manifold illusions
of otherwhere, grew angelwings on rafters
in the hayloft or gathered sheets and sweeping-brushes
to sail three-masted ships across the parlour floor.
Called to the discipline of rosary we prayed
the angels guard our souls from sin where they watched
from the four corners of our beds. When I left
gradually I misheard sea-words, sea-music among the dry
unmoving deserts of suburban nights.
But the earth lures, and at times the storms
that come hustling about the streets and stone walls
relent a little and whistle once more a casual music
with backyard timpani and the taut strings of aerials,
leaving me still with my faith and my illusions
as I walk the shores of the city, speaking praise.
Musica d’acqua
Talvolta mi sembra di sentire ancora la sinfonia
corale dell’oceano: la grancassa che rimbomba
battendo nella cala, la musica d’arpa dei venti
tra le carcasse delle balene. Molto a che vedere
con l’acqua, essendo isola, essendo ovest,
coi capricci della pioggia. Mancandoci il clima
ci ritrovammo in molteplici sogni
di altri luoghi, mettemmo ali d’angelo alle travi
dei fienili o raccattavamo lenzuola e spazzoloni
per salpare in veliero lungo il pavimento del salotto.
Chiamati alla disciplina del rosario, pregavamo
gli angeli custodi ai quattro angoli del letto
di proteggerci l’anima dal peccato. Quando partii
disimparai poco alla volta la lingua del mare, la sua musica
negli aridi immobili deserti delle notti suburbane.
Ma la terra seduce e talora le impetuose tempeste
in arrivo tra muri di pietra e strade
cedono un po’ per fischiare ancora una fortuita musica,
con sottofondo di timpano e le corde tese dell’aria,
lasciandomi ancora con la mia fede e miei sogni
in cammino lungo le rive cittadine in parole di lode.
Seawards
In the cove, down between the echoing sea-falls,
a gull, its tawdry feathers and spread wings
bobbling in death, heaves and sinks with the waves
swayfully; the mountains and distant islands
appear to you, stranger, like clouds, like dreams;
the disconcerting land is always at your back, earth
detritus, sheep with their bedraggled wool
and a sheep-skull, teeth bared, leering into mud;
a delicate rock pool – anemone, barnacle-cluster, crab –
dotes on the danger that is ocean while the flick
of the silver underbelly of a fish warns you
of the paucity of your strivings, you, stranger,
your consciousness turning about your bones, among these
multifarious life-forms the lost one, and the saved.
Verso il mare
Giù nella cala, tra gli echeggi del mare in caduta,
un gabbiano dal piumaggio vistoso fluttua
nella morte ad ali aperte, s’alza e ricade con le onde
vacillando; i monti e le isole in lontananza
appaiono, a te straniero, come nuvole o sogni;
la terra sconcertante è ancora alle tue spalle, terra
di rovine, pecore dalla sudicia lana arruffata
e teschio ovino coi denti di fuori a sbirciare nel fango;
un delicato ripiano di roccia – anemone, gruppo di
mitili, granchio –
ama il pericolo dell’oceano, mentre il guizzo
argentato sul ventre di un pesce ti avvisa
dei tuoi sforzi inadeguati, tu, straniero,
con la coscienza che ruota intorno alle tue ossa, tra queste
svariate forme di vita, una perduta e l’altra scampata.
Ass And Car
Our ageless mule
was neither one thing nor the other, not
spirit, nor all
matter. And then there was the turf-shed, its inner walls
a black-silk stipple
of turf-dust with the here-and-there
dank clot of spider-web and insect-stump; the floor
was inches deep in mould
where the donkey-cart, all paint, presided, its shafts
up-pointed. I had cart-lore then and mule-lore,
the names and functions
of winkers and collars and things; sometimes the mule,
all substance, stood
heavy with his own existence and would
not move; sometimes all jittery and wide-eyed
a sudden impulse set him
rambling, out
through the mazes of the earth and gallivanting, to halt,
stumped again and haunted, that inner light
summarily switched off. In the new age
the shed became a garage, swept, the mule
a black-sheened one-humped Morris
Minor, and all
the world was matter, dependable, and dull.
for Eva and Eoin Bourke
Asino e auto
Il nostro mulo senza tempo
non era né una cosa né l’altra, non
spirito, ma neppure tutto
materia. Poi c’era la baracca della torba, coi muri interni
in serica calcina nera
di polvere e tufo, con qua e là
umidi grumi di ragnatele e monconi d’insetti; per terra
uno strato fondo di terriccio
su cui regnava il carretto tutto colorato con le stanghe
puntate in alto. Allora mi occupavo del carro e del mulo,
nomi e funzionamenti
di fanalini e bardature e cose simili; a volte il mulo,
che era tutto sostanza, se ne stava
appesantito nella sua esistenza senza più
muoversi; altre volte tutto inquieto a occhi spalancati
si metteva in moto con un impulso
improvviso, e via
nei labirinti del terreno a ciondolare, per poi bloccarsi,
di nuovo sconcertato e ansioso, quella luce interiore
spentasi all’improvviso. Nella nuova era
la baracca divenne un garage ripulito, il mulo
una lucente Mini Minor nera
con la gobba, e tutto
il mondo si fece solida e ottusa materia.
per Eva e Eoin Bourke
A Flood and Many Waters
It has rained now for days, perhaps the God
has half-decided this rabid world deserves
half-radical flooding. We have sat behind windows
watching trees darken, seeing the canterbury bells
lose their petals to the battering. The waters of the world
begin in the dribble-drain down by the road
and the tall ships, the galleons, the quinqueremes
nudge on the hawthorn twig that goes swirling,
seawards, there. But oh! what water-music, what slick
picking of raindrops and raddle-run low-tongued roll
of the littler drums. I know, too, that the ark
uncovered itself, in days like these, beached
on the summit of a mountain and all known life
crept out from that foul-smelling source. Once
I watched my father rise naked out of waves
and wade ashore, penis pinched small
by the cold Atlantic, the folds of his belly-flesh
wrinkling; he had followed my fishing-line
out where it was fouled on rock-weed and kelp
while I stood downcast and maladroit. Poor
son. Poor father. I remember how the rain-gusts
came stippling the surfaces and how the sea-sprat
broke in hapless foam before the mackerel shoals,
how the rain on his face gathered, and fell, like tears.
Un’alluvione e molte acque
Sta piovendo ormai da giorni, e forse Dio
ha quasi deciso che questo mondo rabbioso si meriti
una quasi radicale alluvione. Siamo stati seduti alla finestra
a guardare gli alberi annerire, a veder perdere i petali
alle campanule per lo scrosciare. Le acque del mondo
hanno inizio nello scolo schiumoso lungo la strada
dove grandi navi, galeoni e cinquereme romane
sbattono contro un vorticante rametto di biancospino,
diretti al mare. Ah, che musica d’acqua! Che accorto
pizzico di gocce e il rullio intrecciato in sordo farfuglio
dei più piccoli tamburi. Anch’io so che l’arca
uscì allo scoperto in giorni come questi, spiaggiatasi
in vetta a una montagna, e tutti sanno che la vita
venne fuori scivolando da quella fetida fonte. Un tempo
osservavo mio padre levarsi nudo dalle onde
e guadagnare la riva, il pene raggrinzito
dal freddo dell’Atlantico, le pieghe corrugate
della sua pancia; aveva inseguito la mia lenza
al largo dove s’era ingarbugliata tra le alghe
mentre io me ne stavo là maldestro e scoraggiato. Povero
figlio. Povero padre. Ricordo che giunsero folate di vento
a punteggiare la superficie del mare, che la sardina
si fece infelice schiuma davanti al banco di sgombri,
che la pioggia raccoltasi sul volto scendeva come un pianto.
Harbour: Achill Island
The winds come rushing down the narrow sound
between islands; from the north the whole
ocean pours through, exploding against boulders,
against landfalls, and courses into quiet
when the tide brims. A seal
lifts its grey-wise head out of the current, a mackerel
shoal sets the surface sparkling as it
passes. After the storm, light across the harbour
is a denser grey, soft-tinged with green; the whip
suddenness of lightning has shone this stolid
stonework fragile for an instant and the downpour
is a chariot drawn by six roan horses
pounding in across the sea. To the eye the water’s
stilled now in the bay; stones on the sea-bed
shimmer like opals, cantankerous crustaceans
side-legging across the sand. I stand
awed again that this could be the still
point of all creation, the fruits
of a crazy generosity, yet how we amble through it
as if it were our portion, and our endeavour.
Porto: Achill Island
I venti scendono spingendo il suono stretto
tra le isole; l’intero oceano si riversa
da nord esplodendo contro i macigni
e contro i dirupi per poi calmarsi
al mutare della marea. Una foca
alza il sapiente capo grigio dalla corrente, un banco
di sgombri di passaggio sfavilla
la superficie. Dopo la tempesta, una più fitta luce grigia,
appena sfumata di verde, attraversa il porto; in un istante,
il bagliore di frusta del lampo rende fragile
l’impassibile muratura e l’acquazzone
è come un carro trainato da sei cavalli roani
che entrano tuonando dal mare. L’acqua della baia
appare calma alla vista adesso; il pietrisco sul fondo
luccica come opale, irascibili crostacei
si muovono di traverso sulla sabbia. Me ne sto
di nuovo trepidante come se questo fosse il punto
fermo di ogni creazione, il frutto
di una generosità folle; ciò nonostante passiamo oltre
come se fosse una parte di noi, un nostro tentativo.
Sharon Olds, translated by Daniela Raimondi
Things that are worse than death
You are speaking of Chile,
of the woman who was arrested
with her husband and their five-year-old son.
You tell how the guards tortured the woman, the man, the child,
in front of each other,
“as they like to do.”
Things that are worse than death.
I can see myself taking my son’s ash-blond hair in my fingers,
tilting back his head before he knows what is happening,
slitting his throat, slitting my own throat
to save us that. Things that are worse than death:
this new idea enters my life.
The guard enters my life, the sewage of his body,
“as they like to do.” The eyes of the five-year-old boy, Dago,
watching them with his mother. The eyes of his mother
watching them with Dago. And in my living room as a child,
the word, Dago. And nothing I experienced was worse than death,
life was beautiful as our blood on the stone floor
to save us that – my son’s eyes on me,
my eyes on my son – the ram-boar on our bodies
making us look at our old enemy and bow in welcome,
gracious and eternal death
who permits departure.
Cose peggiori della morte
Parli del Cile,
della donna arrestata
insieme al marito e al figlio di cinque anni.
Racconti di come le guardie hanno torturato la donna, l’uomo, il bambino,
l’uno davanti agli occhi degli altri,
“come gli piace fare.”
Cose peggiori della morte.
Posso immaginarmi mentre prendo fra le dita i capelli biondo-cenere di mio figlio,
mentre gli giro la testa prima che capisca cosa sta succedendo,
sgozzare lui, tagliarmi la gola
per risparmiarci tutto quello. Cose peggiori della morte:
questa nuova idea entra la mia vita.
La guardia entra la mia vita, la fogna del suo corpo,
“come gli piace fare.” Gli occhi del bambino di cinque anni, Dago,
che li guarda mentre lo fanno con la madre. Gli occhi della madre
che li guarda mentre lo fanno con Dago. E nel mio soggiorno, come un bambino,
il mondo, Dago. E niente di quello che ho provato è stato peggiore della morte,
il nostro sangue sul pavimento di pietra era bello quanto la vita.
Risparmiarci tutto quello -mio figlio che mi guarda
i miei occhi su di lui – il montone-cinghiale sopra i nostri corpi
noi che guardiamo i nostri vecchi nemici con un inchino di commiato,
morte gentile ed eterna
che ci permette di andar via.
The end
We decided to have the abortion, became
killers together. The period that came
changed nothing. They were dead, that young couple
who had been for life.
As we talked of it in bed, the crash
was not a surprise. We went to the window,
looked at the crushed cars and the gleaming
curved shears of glass as if we
had done it. Cops pulled the bodies out
bloody as births from the small, smoking
aperture of the door, laid them
on the hill, covered them with blankets that soaked
through. Blood
began to pour
down my legs into my slippers. I stood
where I was until they shot the bound
form into the black hole
of the ambulance and stood the other one
up, a bandage covering its head,
stained where the eyes had been.
The next morning I had to kneel
an hour on the that floor, to clean up my blood,
rubbing with wet cloths at those dark
translucent spots, as one has to soak
a long time to deglaze the pan
when the feast is over.
La fine
Avevamo optato per un aborto, eravamo
diventati due assassini. Che poi mi siano venute le mestruazioni
non ha cambiato niente. Quella coppia di giovani innamorati
che parlavano in favore della vita erano morti.
Stavamo discutendone a letto, e lo schianto giù in strada
non ci colse di sorpresa. Siamo andati alla finestra,
abbiamo osservato le macchine sfasciate e lo scintillio
dei vetri storti e taglienti, come
se fossimo stati noi a frantumarli. I poliziotti tiravano fuori i corpi
rossi come placente dalla piccola, fumosa
apertura della porta, li stendevano
sulla collina, li coprivano con coperte subito imbevute di sangue.
Il mestruo
cominciò a colarmi
giù dalle gambe, dentro le pantofole. Sono rimasta lì
fino a che hanno infilato il corpo legato
nel buco nero
dell’ambulanza e spinto su l’altro corpo,
una benda a coprirgli la testa,
la macchia dove prima c’erano gli occhi.
Il mattino dopo ho dovuto stare un’ora in ginocchio
sul pavimento a pulire il mio sangue,
a sfregare con stracci bagnati quelle macchie scure,
lucenti, come quando uno deve inzuppare a lungo
la padella per poi scrostarla
a festa finita.
The death of Marilyn Monroe
The ambulance men touched her cold
body, lifted it, heavy as iron,
onto the stretcher, tried to close the
mouth, closed the eyes, tied the
arms to the sides, moved a caught
strand of hair, as if it mattered,
saw the shape of her breasts, flattened by
gravity, under the sheet,
carried her, as if it were she,
down the steps.
These men were never the same. They went out
afterwards, as they always did,
for a drink or two, but they could not meet
each other’s eyes.
Their lives took
a turn – one had nightmares, strange
pain, impotence, depression. One did not
like his work, his wife looked
different, his kids. Even death
seemed different to him – a place where she
would be waiting,
and one found himself standing at night
in the doorway to a room of sleep, listening to a
woman breathing, just an ordinary
woman
breathing
La morte di Marilyn Monroe
Gli uomini dell’ambulanza toccarono il corpo
freddo, lo sollevarono sulla barella, pesante come il ferro,
provarono a chiudere
la bocca, chiusero gli occhi, legarono
le braccia ai lati, liberarono
la ciocca di capelli rimasta impigliata, come se fosse importante,
videro la forma dei seni, appiattiti
sotto il lenzuolo dalla forza di gravità,
la portarono giù, come se quella cosa
che scendevano lungo i gradini fosse ancora lei.
Questi uomini non furono più gli stessi. Dopo il lavoro
andarono, come sempre,
a bersi un bicchierino o due, ma non riuscivano a
guardarsi negli occhi.
Le loro vite presero
una svolta – uno soffrì di incubi, strani
dolori, impotenza, depressione. Uno cominciò
a odiare il suo lavoro, guardò con occhi diversi
sua moglie, i bambini. Persino la morte
gli sembrò diversa – un posto dove
l’avrebbe trovata ad aspettare.
e uno si trovò di notte, in piedi
davanti alla porta di una stanza da letto, ad ascoltare
il respiro di una donna, solo una donna comune,
che respirava.
The eye
My bad grandfather wouldn’t feed us.
He turned the lights out when we tried to read.
He sat alone in the invisible room
in front of the hearth, and drank. He died
when I was seven, and Grandma had never once
taken anyone’s side against him,
the firelight on his red cold face
reflecting extra on his glass eye.
Today I thought about that glass eye,
and how at night in the big double bed
he slept facing his wife, and how the limp
hole, where his eye had been, was open
towards her on the pillow, and how I am
one-fourth him, a brutal man with a
hole for an eye, and one-fourth her,
a woman who protected no one. I am their
sex, too, their son, their bed, and
under their bed the trap-door to the
cellar, with its barrels of fresh apples, and
somewhere in me too is the path
down to the creek gleaming in the dark, a
way out of there.
L’occhio
Mio nonno era cattivo, non ci dava da mangiare.
Spegneva le luci quando noi cercavamo di leggere.
Si sedeva da solo nella stanza invisibile
davanti al camino, e beveva. È morto
quando avevo sette anni, e la nonna non una volta
che avesse preso le nostre difese,
i riflessi del fuoco brillavano sulla sua faccia rossa e fredda,
specialmente nel sul suo occhio di vetro.
Oggi ho ripensato a quell’occhio,
a come di notte, nel grande letto matrimoniale
lui dormisse con la faccia rivolta verso sua moglie, e a come
il buco molle dell’orbita vuota dovesse restare aperto
accanto a lei sul cuscino, e a come io
sia per un quarto sua, un uomo brutale con
un buco al posto dell’occhio, e per un quarto appartenga a lei,
una donna che non ha mai protetto nessuno. Sono anche
il loro sesso, il loro figlio, il loro letto, e
sotto il letto la botola che portava
in cantina, coi barili colmi di mele fresche, e
dentro di me, c’è anche il sentiero che portava
al ruscello e che brillava nel buio,
un posto per scappare via.
By Fire
When I pass an abandoned, half-wrecked building,
on a waste-lot, in winter, the smell of the cold
rot decides me – I am not going
to rot. I will not lie down in the ground
with the cauliflower and the eggshell mushroom,
and grow a fungus out of my stomach
steady as a foetus, my face sluicing off me,
my Calvinist lips blooming little
broccolis, my hair growing,
my nails growing into curls of horn, so there is
always movement in my grave. If the worm
were God, let it lope, slowly, through my flesh, if its
loping were music. But I was near, when ferment
moved, in its swerving tunnels, through my father,
nightly, I have had it with that,
I am going to burn, I am going to pour my
body out as fire, as fierce
pain not felt I am leaving. The hair
will fizzle around my roasting scalp, with a
head of garlic in my pocket I am going out.
And I know what happens in the fire closet,
when the elbow tendons shrink in the heat, and I
want it to happen – I want, dead, to
pull up my hands in fists, I want
to go out as a pugilist.
Col fuoco
Quando passo davanti a un edificio abbandonato, mezzo decrepito,
o davanti a una discarica, in inverno, l’odore del marciume freddo
mi toglie l’ultimo dubbio: il mio corpo
non marcirà. Non me ne starò stesa nella terra
col cavolfiore e i porcini,
un fungo che mi cresce dalla pancia
forte come un feto, il viso spazzato via dall’acqua,
piccoli broccoli che sbocciano dalle mie labbra calviniste, e i capelli che crescono,
le mie unghie che si allungano in riccioli di corno,
continui movimenti dentro la mia tomba. Se il verme
fosse Dio, lo lascerei avanzare, lentamente, nella mia carne,
se solo la sua danza fosse musica. Ma ero là, quando la fermentazione
si rimestava nel corpo di mio padre, ogni notte,
dentro tunnel tortuosi,
e mi è bastato.
Sarò bruciata, riverserò una volta per tutte
il mio corpo nel fuoco. Me ne andrò senza sentire
il dolore feroce. I miei capelli
sibileranno intorno al mio scalpo arrostito, con
una testa d’aglio in tasca me ne andrò.
E so cosa succede dentro l’involucro di fuoco,
quando i tendini dei gomiti si ritirano per il calore, e io
voglio che succeda – voglio, da morta,
alzare i pugni nell’aria, voglio
andarmene come un pugile.
from The Dead and the Living, Alfred A. Knopf, New York, 2005
Sharon Olds was born in 1942 in San Francisco. She attended the Stanford University and the Columbia University. Some of her poems have been published on important reviews and newspapers: the “New Yorker”, “Poetry”, “The Athlantic Monthly”, “The Paris Review”, and “The Nation”. Her first poetry book, Satan Say, (1980, translated into Italian as Satana dice, Le Lettere, Firenze 2002) won the San Francisco Poetry Center Award. She was then awarded the Lamont Poetry Prize, the National Books Critics Circle Award, and the T. S. Eliot Prize. She now lives in New York and teaches creative writing at the New York University.
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The first Kolibri
The first Kolibri is Sabina Naef’s leichter Schwindel, (Edition Korrespondenzen, Wien, 2005) translated by Chiara De Luca.
It will fry up on January-February 2009.
Schneeflocken auf meinen Wimpern
wie damals vor dem Absatzschnelldienst
als ich deine Stimme zum ersten Mal hörte
und sie kannte und nicht wusste woher
fiocchi di neve sulle ciglia come allora
davanti al servizio rapido ausiliario
la prima volta che ho sentito la tua voce
e conoscevo e non sapevo dove
du verlierst dich an jeder Straßenecke
an den Wind, an eine Wolke, ans Leben
Achtung: frisch gestrichen
dein Herz steht sperrangelweit offen
keine Zeit, deine Knochen zu zählen
ti perdi a ogni angolo di strada
nel vento, in una nube, nella vita
attenzione: vernice fresca
il tuo cuore sta tutto spalancato
per contarti le ossa non c’è tempo
der Tag riecht
wie ein neuer Bleistift
noch nicht angespitzt
il giorno odora
di matita nuova
non ancora appuntita
blindlings
Nachtwächter
zum Beispiel
haben Augen fürs Unsichtbare
Dichterinnen
eine Schneeprobe in der Armbeuge
ciecamente
guardie notturne
per esempio
hanno occhi per l’invisibile
poetesse
un campione di neve
nell’incavo del braccio
Streifzüge in den
Überresten der Nacht
dein lichter Blick
das Ohr unter dem Mützenrand
neckisch zur Seite gebogen
tief aufgesogen den Geruch
von vermoderndem Laub
auf immer und Richtung
unbestimmt
scorrerie dentro
gli avanzi della notte
il tuo sguardo luminoso
l’orecchio sotto l’orlo del berretto
inclinato con malizia di lato
inalato a fondo l’odore
di fogliame marcescente
per sempre e direzione
incerta
bis bald
auf Metrobillette gekritzelte
Mitteilungen an die Toten
ein Wecker, der in einem Gepäckstück
zu schrillen beginnt
die Angst hält mich
auf dem Laufenden
a presto
scarabocchiati su biglietti del metrò
appunti ai morti
una sveglia, che in una valigia
comincia a suonare
la paura mi tiene
aggiornata
Postskriptum
auf die Straße gestellte Möbel
halb blinde Spiegel
winzige Tassen
die Briefträgerin verliert kein Wort
Kaktusstacheln an den Fingern
p.s.
mobili ammucchiati sulla strada
specchi semiciechi
minuscole tazzine
la postina non perde una parola
spine di cactus sulle dita
im Kühlschrank liegt noch
ein Zitronenschnitz
immer ist ein Fremdwort
und Abschied passt in keinen Koffer
nel frigo è rimasto
uno spicchio di limone
sempre è una parola estranea
e addio non entra in nessuna valigia
manchmal fallen Wörter aus den Fenstern
oder es regnet in den Büchern
dann tagelang nichts -
und immer beim Aufwachen die Frage
wie Schlaf riecht
dalle finestre a volte cadono parole
oppure dentro ai libri piove
poi nulla per più giorni -
e sempre al risveglio la domanda
di cosa odori il sonno
Sabina Naef was born in Luzern in 1974. She studied German and French literature in Switzerland.
Two volumes of Sabina Naefs poetry appeared so far: Zeitkippe (1998) and tagelang möchte ich um diese Ecke biegen (2001). Amongst others, she won the first prize at the 14. International Contest for young Literature in Regensburg (1998)
In Autumn 2005, her third book of poetry leichter Schwindel will be published at Edition Korrespondenzen.
Posted in Swiss Collection | Tags: Chiara De Luca, Edition Korrespondenzen, leichter Schwindel, Sabina Naef
Marcos Ana, Tell Me What A Tree Looks Like
Mi pecado es terrible;
quise llenar de estrellas
el corazón del hombre.
Por eso aquí entre rejas,
en diecinueve inviernos
perdí mis primaveras.
Preso desde mi infancia
ya muerte mi condena,
mis ojos van secando
su luz contra las piedras.
Mas no hay sombra de arcángel
vengador en mis venas:
España es sólo el grito
de mi dolor que sueña.
Marcos Ana
The publishing house Crocetti has just bought the translations rights of Marcos Ana’s extraordinary autobiography Decidme cómo es un árbol (“Tell Me What A Tree Looks Like”), which is being translated by Chiara De Luca and will be first presented in Parma and Bologna on June 2009, when Marcos Ana will be guest of the Parma International Poetry Festival.
Decidme cómo es un árbol will also become a film by Pedro Almodóvar
Marcos Ana was a young Communist activist, only 19 when he was captured and thrown in jail by the military forces of General Franco. He was imprisoned for 23 years, twice sentenced to death, often beaten and tortured. But his spirit was not broken and, inspired by the poems of Pablo Neruda, he wrote poems of his own, remembering the lines until he could actually write them down, sending them out into the world in the memories of his fellow prisoners when they were released. By the time he got out of prison, he was 41, internationally renowned for his poetry. In September 2007, he published his memoir, Decidme cómo es un árbol (“Tell Me What a Tree Looks Like”), and it has just been announced that Pedro Almodovar will make a film based on Ana’s autobiography.
From “Poesia” (Anno XXI, Maggio 2008. N. 227)
“I versi di questo “poeta che nacque due volte”, come titola un recente articolo del “Corriere della sera” (30/03/2008) coincidono con la voce di un’anima che ha saputo mantenersi pura e generosa pur avendo affrontato le più impensabili atrocità. È una voce chiara, limpida, che fa uso delle poche parole appartenenti al quotidiano, al suo quotidiano, di parole “come spade: / Conteggio. / Muri, catenacci. Il cortile. / Cella. Sanzionato. Morti / in croce.” E di parole appartenenti a una realtà lasciata fuori dalle mura del carcere, eppure mai dimenticata, rigirate nella mente per non perderne il senso anche se tutto il mondo era confinato in un cortile, delimitato da lastroni e cemento, “parole che ardono sulle labbra, / scintille nel petto: / Solidarietà. Amore. / Libertà. Patria. Respiro. / Creazione. Luce. Futuro per tutti. / Figli. Donna. Compagni. / Il mondo. L’umanità. La pace. / Una bandiera, una patria, un popolo. / L’amnistia, il mare e il vento / per il prigioniero.” All’”Università di Burgos” il poeta imparò a restituire al dire il suo senso pieno, così che non aveva bisogno di utilizzare alcun artificio per abbellirlo o conferirgli forza. Ciò che più gli interessava era che comunicassero, con immediatezza, efficacia e verità, ciò che stava accadendo, alla sua vita e a quella dei compagni di prigionia, e che servissero a dissetare “un altro labbro deserto e perseguitato.
Le parole di Ana sono nude, scarne, ridotte alla loro essenzialità, che le rende tanto più pregnanti e incisive. Il dolore, lo strazio fisico e morale, così come l’attesa senza fine e una segreta speranza mai tramontata non vengono in alcun modo “spiegati”. Sono lì, nella concretezza delle immagini, nella “semplicità” dell’incedere del verso, come quando racconta della madre “una santa, / una manciata di carne consumata, / infagottata e sola nel silenzio”, trovata morta in un fossato, dove aveva perso conoscenza dopo essersi aggirata a lungo nei pressi delle porte del carcere, tentando inutilmente di convincere le sentinelle a farle vedere il figlio, condannato a morte per la seconda volta, nel ‘43.”
Chiara De Luca
from “The Independent”
Almodovar films story of poet jailed by Franco
by Elizabeth Nash
”Pedro Almodovar, the Oscar-winning Spanish director famed for his colourful and frenetic sex comedies, is to film the tender autobiography of a communist poet who spent 23 years in prison during the darkest years of the Franco dictatorship. Marcos Ana, now 88, was 19 when General Francisco Franco had him thrown in jail in 1939. As a political inmate who had fought against Franco’s victorious troops during the Spanish Civil War, Ana was tortured, shunted from prison to prison and managed to avoid two death sentences before he emerged, bewildered to the point of nausea, a free man in 1961. He was 41 but retained the desires of innocent youth.”
Ana was interviewed by The New York Times in the fall of 2007, when the Spanish parliament considered its “law of historical memory” intended to honor the victims of the Franco regime and the Spanish Civil War: “Bill in Spanish Parliament Aims to End ‘Amnesia’ About Civil War Victims,” by Victoria Burnett ”Marcos Ana does not remember everything about his 23 years in prison during Franco’s dictatorship. But the 87-year-old poet remembers the electric shocks and brutal whippings…. He remembers reading by moonlight the verses of Pablo Neruda, the left-wing Chilean poet, smuggled on single pages to his solitary cell, and memorizing his own compositions until he could scrounge a scrap of paper on which to write them.”
Marcos Ana’s Blog: just click on the screenshot below to visit it
From “El País”
Hace algo más de cuatro meses, el domingo 30 de septiembre, Pedro Almodóvar se enamoró de una historia. Fue un fogonazo que le asaltó al leer las páginas de este periódico.
Aparecía publicado en el suplemento Domingo un avance de las memorias de Marcos Ana, poeta que se convirtió en voz de los presos de la era franquista. Relataba su salida de prisión tras 23 años entre rejas: la luz cegadora, los mareos al circular en coche, el incómodo reencuentro con la libertad y el vértigo ante su primera experiencia amorosa, a los 41 años. Ese hombre temeroso que nunca había estado con una mujer, sus titubeos, esa prostituta que se enternece con su historia y no quiere cobrarle, ese paseo de madrugada por la Gran Vía y esa noche inolvidable se convirtieron rápidamente en celuloide en la cabeza del cineasta manchego. Al día siguiente, el mismo lunes por la mañana, Almodóvar pedía que le enviaran el libro. A los cuatro días decidía que quería conocer a Ana y hacer la película. La semana pasada cerró el acuerdo para hacerse con los derechos.
Subiendo las escaleras camino de su piso, Marcos Ana se queja de la rodilla, pero sube como un tiro: “No tengo tiempo para estar enfermo, por eso estoy así a los 88 años”, dice. Desde luego, aparenta 65. Una foto del Che Guevara preside su librería. Con un puñado de cuadernos de poemas entre las manos, cuenta que su relación con el director manchego puede ser el inicio de una gran amistad, “como en el final de Casablanca”. Ana -nacido Fernando Macarro Castillo, adoptó los nombres de su padre y su madre para firmar- ingresó en prisión a los 19 años y sobrevivió a abominables torturas y a dos condenas de muerte. En el año 1954, encerrado en una celda de castigo, empezó a escribir poemas apoyándose del revés del plato que le daban para comer. A la luz de un minúsculo candil, hecho con un tintero, alcohol y mecha, compuso versos que pronto trascendieron los muros de prisión y empezaron a ser publicados por comités de solidaridad en el exilio. Los compañeros presos que salían en libertad los memorizaban para poder dictarlos a su salida. Se convirtió así en una voz intramuros de la España perseguida.
Escribir sus memorias era una de sus asignaturas pendientes. Ya en una madrugada de 1963, apenas dos años después de salir de prisión, su amigo Pablo Neruda le abroncó tras una larga noche en que Ana le contó su vida: “¡Somos unos insensatos, las palabras se las lleva el viento, si hubiéramos tenido un magnetofón ya tenías escrito el libro!”, exclamó el poeta chileno. Ana, humilde hasta decir basta, nunca osó negociar la publicación de sus poemas: “La poesía era un arma más para luchar por las libertades, no sé si mis versos son buenos o malos, sólo sé que fueron necesarios”, dice con la lucidez de un hombre que sigue viviendo a contrarreloj, ganándole tiempo al tiempo, intentando recortar el efecto de 23 años entre rejas. Hace tres años, las presiones de sus amigos le llevaron a ponerse a escribir por fin sus memorias, Decidme cómo es un árbol (Editorial Umbriel-Tabla Rasa), el material en el que se basará Almodóvar, que hará dos películas antes de ésta (en mayo empieza a rodar Los abrazos rotos).
Gran amigo de Rafael Alberti, Ana es un comunista convencido: “Lo único que puede compensarme a mí es el triunfo de mis ideales”, dice con voz cadenciosa, profundo. “Solidaridad es hoy la palabra más hermosa y más necesaria. Este mundo es muy injusto y eso tiene que explotar. Muchos jóvenes saben que otro mundo es posible”.
Maria Pia Quintavalla translated by Isabella Canetta
Da Cantare semplice, 1984
From Cantare semplice, 1984
Nessuna lingua
Nessuna lingua umana mi darà ragione
sono come sono, senza sottane d’oro
né bianche che solleva il vento
ma appoggio il mento e gli occhi
su un momento.
No human tongue
No human tongue will say I’m right
I am as I am, without golden skirts
nor white ones that the wind raises
but I lean my chin and eyes
on a moment.
Differenza
Come sei bella sembri
una montagna, differenza che si eleva
sopra di me il tuo ritmo
è sapore rosso sapore blu
tutto ti appartiene, nessuno
io non ti appartengo.
Difference
How beautiful you are, looking
like a mountain, a difference that rises
above me your rhythm
is red flavour blue flavour
all belongs to you, nobody
I don’t belong to you.
Un idealismo- pensiero
Un idealismo-pensiero che mi delizia
ha la mia donna ideale, sogna
su tutte le pene delle altre donne
non sarà la cerniera dei corpi la parola
ma lingua di rosa
come meteora venuta.
An idealism-thought
My ideal lady has, an idealism-thought
that pleases me, she dreams
about all other women’s sorrows
the bridge between bodies won’t be the word
but the rose tongue
like a coming meteor.
Da Lettere giovani, 1990
From Lettere Giovani , 1990
Signore dei tratteggi
Signore dei tratteggi
delle cuciture e dei viaggi
per un giorno cambia le linee
che il bambino nato è male e vuole
ricompiere passi e giorni
storce le chele gira
la risucchiata calma che concede la ruota
e sole e nuvole possono
rompere i suoi lunghi passi,
signore delle cuciture e dei viaggi
voce clamante breve, lieve
fola dell’anima lavora.
Lord of the outlines
Lord of the outlines
of the seams and of travels
for one day change the lines
as the born child is misery and wants
to perform steps and days again
he twists his nippers and turns
the sucked calmness allowed by the wheel
and sun and clouds may
break his long steps,
lord of the seams and of travels
claiming short voice, faint
tale of the soul – work.
Con un’amica
a Nadia Campana
Con un’amica niente più bianco
e nero, né morte
di nuovo dio piccolo
dio diffuso
tante piccole teste noi
e plurali sulla terra,
sui muri della schiena
incubi e infanzia da vedere.
Cantare le righe
le miglia di un’altra, scomparsa
. non consumabile silenzio
Con una nave niente più bianco
e nero,
solo dio piccolo
piccolo e diffuso.
With a friend
to Nadia Campana
With a friend no more white
and black, nor death
a small god again
widespread god
we – so many small heads
and plurals on the earth,
on the walls of our backs
nightmares and childhood to see.
Singing the lines
the miles of another one, vanished
.silence not consumable
With a ship no more white
and black,
a small god only
small and widespread.
Nessuna unica lingua la partenza
Nessuna unica lingua la partenza
la sua disciplina
ci mise in fila, subito
la partenza a tradimento
la discesa meravigliosa.
Fioritura d’inverno
miracolo di verdi taccuini.
Not a single tongue the departure
Not a single tongue the departure
its discipline
lined us up together, at once
the unexpected departure
the marvellous descent.
Winter blooming
miracle of green note-books.
…………………….
Nel paesaggio finito
circolari ombre di acqua, viola e blu
e i verdi sono là, in fila
sotto le foglie
spruzzi di colore se il giorno
soffoca la notte risana
chili di petali coprono
davanti al pallido sole
digerire tutti i miei rami
e sarò albero nuovo.
e il vento carezza
le mie gambe bianche.
In the finished landscape
circular water shadows, purple and blue
and the greens are there, in a row
under the leaves
sprinkles of colours if the day
chokes the night heals
kilos of petals cover
before the pale sun
digest all my branches
I’ll be a new tree
and the wind caresses
my white legs.
Napoletana ballata
Preparati, corpo mio oggi ti porto
in viaggio
noi abbiamo il nostro est, è Milano
ma l’ovest è certamente Napoli.
L’aria nobile del mattino
palazzi come chiese sopra giardini.
Da viaggiatrice un giorno
tolsi un cipresso dal tuo cielo
quel cielo oggi rimane, si scende
alla prossima funicolare.
Giocavano pensieri dietro ai vetri
so come feci – tolsi
il cielo chiaro del mattino
dal suo mattino, presi il cipresso
dal suo cielo, c o s ì che lo conobbi
i muri cantavano le lodi.
Io lo conobbi
la Bellezza ci sciolse la testa -
nostri padroni furono le parole
si fecero unghie
da inverni e spostamenti.
Suonava una campanella all’orizzonte
dal basso tunnel promesse
calavano piccole ombre oro colore
dai balconi i vivi altrove
lo so come feci, il cielo chiaro
del mattino tolsi dal suo mattino
e il suo cipresso.
Neapolitan Ballad
Get ready, my body: today
we’ll set out
we have our east, it’s Milan
but Naples is certainly our west.
The noble morning air
mansions like churches over gardens.
One day as a traveller
I took a cypress out of your sky
that sky remains today, we’ll get off
at the next funicular stop.
Thoughts played behind the panes
I know what I did – I took
the bright morning sky
out of its morning, I took the cypress
out of its sky, s o t h a t I could know him
the walls sang the praises.
I knew him
the Beauty melted our heads
the words were our masters
nails were made
out of winters and shifts.
A bell rang on the horizon
promises from the low tunnel
small shadows – gold colour – fell
from the balconies the living elsewhere.
I know what I did, I took
the bright sky out of its morning
and its cypress.
Lavoro
Userò, come tetra famiglia
userò come giogo
che lega questi anni di attesa
alla sua sorte,
non l’idolo non la scura
meraviglia – la sua statua sonora
non la veglia finita
del sospirato serpente
la sua lingua godiva.
Work
I’ll employ, as gloomy family
I’ll employ, as a yoke
to link these waiting years
to its fate,
not the idol not the dark
amazement – its resonant statue
not the finished watch
of the longed-for snake
but its godiva tongue.
Dichiarazione di poetica
Non di corpo bramava la sua lingua
godiva, amorosa svernare il lutto e gli ori
senza inverare le parole belle e
sole, nuovi moti celesti
i morti – sua remota sorellanza
silente sorellanza spinosa, seminare
apneica lingua, duri spazi-sogni
come lupa allappare
senza più sognare – agguerrita presenza
le smaniate cose.
A declaration of poetics
She didn’t crave for her tongue bodily
godiva, lovingly wintering the black and the gold
not making the beautiful words true and lonely
the sun, new heavenly motions
the dead – its remote sisterhood
silent thorny sisterhood, sowing
apnoea tongue, solid space-dreams
as a she-wolf nursing
without dreaming – strong presence
the longed-for things.
Io mi ritenni
Io mi ritenni una selvaggia
da chiunque distruggibile
lussuosamente persi il tempo grazioso
giovanile, ma risoluta promessa
si ripete una fiera sorgente.
I deemed myself
A savage I deemed myself
by anyone destructible
luxuriously I wasted my graceful time
juvenile, but resolute promise
repeats, a wild source.
Movimento dell’immobilità
Cupo, senza scandagliare
cupo moto a restare
scoperti,
attraversare la boscaglia.
Apoteosi: accecata accecante
tu, piccolo angelo solo ne resti e muto.
Motion of the immobility
Dark, without fathoming
dark motion to be still
discovered,
crossing the thicket.
Apotheosis: blinded blinding
you, little angel remain lonely – and mute.
Da Le Moradas , 1996
From Le Moradas, 1996
Esiste la deliziosa
Esiste la deliziosa,
prossimità, non il perfetto amore.
E intanto
lunghi tragitti tratti
erosi da pianto, polvere
di sentieri assembrati angoli della mente che
stavano per sfollare e – sostano,
campi desertici
trasferimento, letto come strada
silenzio non ancora pace.
There is the delightful
There is the delightful,
proximity, not the perfect love.
Meanwhile
long journeys, travelled
eroded by tears, dust
from assembled paths angles of the mind that
are on the point to clear off and – they stop,
waste fields
removal, a bed as a road
silence not peace yet.
Maternale
spesso ti dissolvevi andavi
via ed io imperfetta ne ordino l’ordito muto
diniego di muta esistenza la sua incandescenza
è motivo della mia gloria sempre
io loderò la forma che mi ha preceduta
di quella che viene ancora
non conosco lega leggera
di pensiero piumaggio breve.
Maternal
often you dissolved, you went
away and I imperfectly arrange the arrayed mute
denial of mute existence its incandescence
it’s the reason of my glory – always
I’ll praise the form that has preceded me
of the form that will come
I don’t know light alloy
of thought short plumage.
Liebe
Naufragio il primo giorno – non avvicinarti
e tutto il tempo intorno, pesci
tu prega moderna
la morte di un uomo, lo stento del tuo uomo
è l’ora splendida peccata mundi.
Conca e albero, volontà e
firmamento nelle sue volute navigano
le mie navicelle
non so se accese
nella discesa libera infinita
sottomarini a noi stessi.
Liebe
Shipwreck on the first day – don’t come closer
and all the time around, fishes
you modern pray
the death of a man, the pains of your man
it’s the splendid hour of peccata mundi.
Dell and tree, will and
firmament in its spirals sail
my shuttles
I don’t know if they are lighted
in the infinite free descent
submarine to ourselves.
E la storia ripete
E la storia ripete
solitaria importanza, date e
date, stupita picchietta a morte
nel fortino sicuro della mente
lenti le svaniscono i domani
lodi ben tornite le sue mani.
C’è gloria nella storia nella
avvenuta avventura umana
con poche cose,
ora imparo
dal buio
il ri abbraccio.
And history repeats itself
And history repeats itself
solitary importance, dates and
dates, amazed it patters to death
in the safe fortress of mind
the tomorrows vanish slowly
shapely praises its hands.
There is glory in history in the
happened human adventure
with few things
now I learn,
from darkness
the hug again.
Da Estranea (canzone), 2000
From Estranea (canzone),2000
Canto X
Ma una di lei visione fotograffita e
ribaciata di balsamo e stazione
(così fiorì) nel mentre mondo
Acconsentendo, una canzone il figlio
di lì nacque si fece e fu
(ristette);
beneavuto dove luci,
rumori ombre attenuate accudiscono
assembrano assomigliano
fiorito là vivente e (soletto)
in forte casa lui lo stige in
un piccolo pensiero quello che le radici,
le più assise e belle.
E sola, (la vita sola) ricca di nuovo
solforata e stabile
(stagione) di campi e piane, di
mercati e bestie, modi che
a dirsi nuovi, padanamente
assisi intorno a centro piazza
acuta di memoria e annuvolata.
Canto X
But a vision of her photo-graffito,
kissed by balms and a station
(so flowered) in the during world
Consenting a song the son
was born thence he grew up and was
(stayed still);
well-had where lights,
noises softened shadows look after
assemble resemble
blooming over there living and (alone)
in a strong house he the Styx in
a small thought that the roots,
the most seated and beautiful.
And alone, (exclusively the life) again rich
sulphured and stable
(season) of fields and plans, of
markets and animals, ways of
saying ourselves new in the Po Valley
seated around in the middle of the square
sagacious in memories and clouded.
In fondo alfine giunto fosse
un mite mare (dal centro)
e dall’incedere
(mare) la forma al centro, sola
zolla che al forte e più terreno dire,
intanto intente giovani
in puntello,
sedute in braccio e forti
strette e avvinghiate, (ripetere)
la storia che lei gustando dentro
al cuore, muta intesa
stringere, rifare (le canzoni).
Eventually at last a mild sea
had come (from the middle)
and from the gait
(sea) the form in the middle, alone
turf that to the strong and ground saying,
meanwhile some busy girls
propping,
sitting in the arms and strong
tightly clutched, (repeat)
the story she was tasting inside
her heart, mute agreement
to embrace, to remake (the songs).
Semplice suono
Semplice suono, semplicemente -
voci che rincorrono (un futuropassato)
nelle strade genealogie raccolte,
chiuse in sé strette
perché polle pozzi
giorni sepolti tra la vita, altrui
canzone, e l’oggi mobile
miraggio appeso esile, saputo
e presto
nella piena e verde
e piazza (annuvolato).
Simple sound – simply
Simple sound – simply
voices running after (a futurepast)
in the streets collected genealogies,
shut up in themselves
since pools and wells
days buried amid the life, other’s
song, and today’s mobile
mirage faintly hung, known
and soon
in the fullness and green
and square (cloudy).
Allora grida e sortilegi
Allora grida e sortilegi, spinte della
vita con le spalle chine e le finestre
chiuse laggiù nell’ombra del
fiorito fiume, che a tratti buono
tutto blu e profondo le facevano
un vuoto (monito)
allora lei sentiva che poteva
e domenica rifarsi intatta
congiungere i due lembi
del passato, e due nel terzo
occhio dimoravano (felici).
Then shouts and spells.
Then shouts and spells, pushes from
life with bent shoulders and the windows
shut down there in the shadow of
the river in bloom, that was good at times
all blue and deep – an empty
(warning) was made to her
then she felt she could
and make herself intact, sunday,
connect the two edges
of the past, and in the third
eye two were dwelling (happy).
Da Corpus solum, 2002
From Corpus solum, 2002
Ritratto in piedi
Parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante
albero che parla (e che mi ama), cime alla luce
occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti
sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi
rimprovera, anche, mi contraddice).
Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,
di passaggio di nascosto che fa luce: e
me li porto con me, per digiunare gli occhi,
per le scale per le strade, poi divento normale
sottile netta e bianca.
Standing portrait
Talked to my father disguised as breathing, whispering
tree that talks (and loves me), tops in the light
shining eyes at times he is here, in front
he is saying precise things. He breathes. He comments (he
scolds me, too, contradicts me).
In the afternoon I well see that the sun makes light,
incidentally secretly it makes light: and
I bring them with me, to fast my eyes
up and down the stairs across the streets,
afterwards I become normal
thin clear and white.
Parmigiana
Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,
tutta vi aderivi, alle promesse
dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita
del paradiso dalle palme lente e dolci
dell’amore improvviso nelle dita,
degli amanti napoletani della forza che
ti travolgeva ma di messi astrali, bianche
di una stella carnale
antiche passeggiate e dolci mani,
della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi
stupita appartenente a corse, statue di gaggie
erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.
Forti le braccia i baci le lusinghe,
per amore della vita che perdevi
e lenta nell’amore ti perdeva.
Parmesan
All your loves were unhappy as you believed them,
with all yourself you adhered to the promises
of the being – at its centre, you fell in love with life
with the paradise and its supple and sweet palms
with love, sudden among the fingers,
with the neapolitan lovers with the strength
overwhelming you just by astral harvest, white
for a carnal star
ancient strolls and sweet hands
there you felt the unbroken life strength crashing
amazed, belonging to streams, false acacia statues
they were heartbreaks, desire and sea copulation.
Strong the arms the kisses the illusions,
for love of the life you were losing
and slow it made you lose in love.
Da Album feriale, 2005
From Album feriale, 2005
Da Che cosa hai fatto per il padre, figlia?
From What have you done for your father, daughter?
I)
“Ho sopportato le parole antiche
i bassi fondi dell’anima, ecco che cosa
ho sopportato lui, i detriti
un calcestruzzo mal digerito
le ingiuriate abrasioni dei no! quelle che
al collo gli uncinavano la voce, schiaffi
le blasfeme stigmate del male
(mentre crollavi e ai miei ginocchi
ti sostentavi)
cadevi e cadevi, più non ti fermavi
eri mille e mille atomi e scintille
di passioni ferite divenute calce viva
ma ancor prima questo e quello
neanche ti bastava,
impetravi impedivi le passioni dell’essere
all’aperto: di noi altre, le belle.”
I)
“I’ve endured the ancient words
the shallows of the soul – that’s what
I’ve endured him, the rubbles
a bad-digested concrete the
abused abrasions of many no! those
hooking his voice at the neck, slaps
the blasphemous stigmata of evil
(while you collapsed grasping
my knees for support)
you kept falling, you couldn’t stop
you were thousands of atoms and sparks
of hurt passions turned into quicklime
yet time before all that
wasn’t enough for you,
you hardened hindered the passions of being
at the open air: ours, the beautiful girls”.
II)
Sta’ tranquilla ora, figlia, le rispose.
Tu sei di specie piccola
mansueta, che ricalca i solchi di sabbia
nel terreno e con le mani bisbiglia
parole strane come le bestemmie
e piange sangue dagli occhi,
come i santi e gli ebeti in sordina;
sii tranquilla, niente di tutta questa
morte ti avvicina.
Non è voce la tua che canti il male,
nella danza cannibale di fondo
quella pentola brucia da più secoli,
senza che al brodo corrisponda
la carne abbrustolita sembra
fuoco d’inferno, ma è impostura
specchio segreto di paura di tutti – e
di nessuno. Ha nome invidia, panico folle
abbandono di senno, non pietà e
paura, ancora e sempre stolida
paura che divide e fomenta, che tortura.
II)
Be quiet now, daughter, he answered
You belong to a small gentle
species, treading the furrows of sand
on the ground, whispering with the hands
strange words, like swearing,
and shedding blood from the eyes,
softly like the saints and the idiots;
be certainly quiet, nothing of all this
death is approaching you.
You’re not of that breed, to sing evil,
in the cannibal dance of the bottom,
that pot’s been burning for several centuries,
yet it does not correspond to the broth
the roasted meat seems like
hell fire, but it is imposture,
secret mirror of everybody and nobody’s
dread. It has a name: envy, crazy panic
desertion of sense, not piety nor
fear yet, and always dull
fear dividing and fomenting, torturing.
La piantina
I)
Sono in pericolo, da anni invece della cerca della luce,
clorofilla e verdi sali vedo una pianticella da c u r a r e
il cui veleno proviene dal suo centro, dalla terra
un buco invalicabile e profondo – che
non dà spazio ad altro. Lo stesso buco alimenta
come acqua un pozzo – e spinge
radici povere che reggono la pianta,
io mi chino e ne bevo, la curo genufletto e
inculco suoi rituali – soli che si addicono alla pianta.
Essa prende me, lei non va via. Un male oscuro che
ghermisce inesplicabile ed io chinata, guardo e amo,
le dico: con oggi prenderemo un’altra medicina.
Lei è sepolta, ma con me alla luce rivivrà sicura!
E lei beve, beve non è stanca mai.
Mi riaddormento a sera con minor fiducia.
Che sia lei o io, la più ammalata non mi curo:
so che il mio posto è di guardiana del malato e
lei l’ho già incontrata (e scruto) quante foglie fiori
saprebbe germogliare. Ignara,
ignoro non vi sia più vita e mi procura un crampo
stanco e duro, dolore al polso e poi silenzio, ma
le voci che invento, le canzoni o i bassi
assicurano parole e un bel giardino.
The little tree
I)
I’m in danger, for years instead of searching for light,
chlorophyll and green salts, I see a little tree t o c u r e
whose poison comes from own centre, an earth’s
hole insurmountable and deep -
giving no space to anything else. The same hole nurtures
a well like water - and pushes
poor roots supporting the tree,
I stoop and drink of it, I nurse it, I kneel
and inculcate its rituals – the only ones suitable for the tree.
It takes me, it doesn’t go. A dark illness
inexplicably clutching and I stoop, I watch and love,
I tell it: today we’ll take another medicine.
It is buried, yet at the light it’ll live again with me safe !
And it drinks, drinks, it is never tired.
At night I fall asleep but less confident.
Whether it’s sicker or I’m sicker, I don’t care:
I know that my place is to watch the patient and
I’ve already met it (and I peer) how many leaves flowers
it could sprout. Unaware,
I’m unaware if there’s no more life and seized with a cramp
tired and tough, pain at my wrist and then silence, yet
the voices I invent, the songs or the basses
promise words and a lovely garden.
II)
La pianta guarda sogna, a volte sembra assorta:
finestre che riflettono un suo cielo senza stelle mani
la carezzano vorrebbero donarle un nome un volto, e
voce – amica. (Ma la pianta avvizzisce e piano si
protende verso il basso, il fusto grigio e secco
come un vento che non ha respiro). A volte migra,
noi riposiamo là vicino a lei che più non vedo.
Il cielo annotta tuona ma non può far nulla,
solo mani amorevoli le mie intendono prestarle volto – e suoni
si azzittiscono, il mio viso già assopito
s o g n a di accendere una per una la fiamma
con cui bruciate dita riscaldano -
ed illuminano.
II)
The tree watches and dreams, at times it seems intent:
windows mirroring a sky of its without stars hands
caressing it wish they could give it a name a face, and
voice – friend. (But the tree withers and slowly it
stretches itself toward the bottom – its grey and dry stem
like a breathless wind). At times it migrates,
we repose there near it, though I don’t see it.
The sky grows dark and noisy but it can do nothing.
Just loving hands, my hands intend to lend it a face, and sounds
become silent my face already drowsy
d r e a m s of lighting one by one that flame
burning the fingers they heat -
and lighten.
III)
La pianta tace sopra tutto il suo segreto
che è l’assenza di centro e sterno
vuoto al mondo da mostrare. Divide e intrica
con la sua secchezza il cielo ma
scruta dentro l’anima, vorace. E tace.
Tace di suoi algoritmi e voci che nel fondo
pre natali alla vita al tempo, al vivere
del mondo avevano attizzato fuochi lì
nel cuore, e morso l’aria
giacimenti interi e intanto voci -
anche di bambini che dall’erba
suggeriscono preghiere, e le dicono lascia,
lascia tuo padre – madre, tuo fratello in terra
di sepoltura antica, tu foriera
di indiane corse di colori che
dal cielo fumano - il suo Sole.
III)
The tree says nothing about its whole secret,
that is the absence of a centre, and breast-bone
empty for the world to show. It divides and charms
with its dryness the sky but
peers into the soul, voraciously. And it says nothing.
It says nothing about its algorithms and voices in the bottom,
pre-natal to the life to the time, to the living
of the world they had stirred up fires there
in the heart, and bitten the air
whole deposits, meanwhile voices -
children’s voices too from the grass
they suggest prayers, and say to her leave,
leave your father-mother, and your brother in a land
of ancient sepulchre, you harbinger
of Indian running, of colours that
smoke from sky – her Sun.
E’ là nel corso amico della storia
che vorrei tornare,
precipitare in corsa prender quota – camminare.
C’è un paese amico che mi segue e chiama,
ha nome amicizia affetto figlia
e poi, animali.
La piantina che sente si stupisce
di queste orecchie gravide del mondo,
non capisce. Coglie che
qualcuno è in movimento già nei piedi – prato
di un cammino. Lo trattiene,
non vorrebbe tutto quel chiasso
- e il fiato non udire; preferisce
tenere a sé le mani strette nelle
sue più forti di
quel mistico morire.
It’s there in the friendly course of history
that I wish to return,
to speed up on the run, gain height – walk.
A friendly country calls me and follows,
its name is friendship love daughter
then, animals.
The little tree hearing is amazed
at these pregnant ears of the world,
it doesn’t understand. Perceives that
someone is already moving with his feet-meadow
for a walk. It keeps them,
it rejects all that noise
- and not to hear the breath; it prefers
to stay hand in hand tightly,
stronger than
that mystic dying.
IV)
Intanto mille insetti avanti gli occhi
le offuscano la vista la tormentano
le dicono in segreto: Corri non correre,
non scappare.
Oppure, puoi restare.
La vita del guardiano è come questa.
Di un santo un angelo che guida le sorti
e annuncia al mondo, ai suoi bambini.
E tu, la guida! il suo Virgilio – noi l’inferno
giusto del vivere, resta – rimani
nella già sera ad aspettare che
non più vita ghermisca noi, né tu
cadendo addormentata più
dolore alcuno senta.
IV)
Meanwhile thousands of bugs before eyes
dim her sight teasing her
they secretly tell her: Run, don’t run away,
don’t leave.
Or, you may stay.
The life of the guardian is like this.
Of a saint an angel guiding the fate
announcing to the world, to his children.
And you, the guide! her Virgil – we the hell
just of living, stay – remain
in the fallen evening waiting for
the life to seize neither us, nor you
falling asleep no more
pain to be felt.
Potendo, urla piangi non
in tuo aiuto tornerò a sentirti, dunque
arresta i pensieri: preghiere rumorose
al cielo arrovesciate – le mani aperte
che gridano, venite!
Venite a prenderci su un fosso
dove solo un bene
che fa vivere felici riesca a quietare
addormentarci – nel nome della figlia.
Non puoi fuggire più lontano tu, ché
un figlio veglia su di te e promulga
un canto. Che, morte dopo morte,
ricrea catene
fino al nulla dell’essere mai nati
e nel pensiero va lontano.
Intanto cresce l’erba piano
intorno a noi: più non vediamo
margherite e ranuncoli che restano
intrecciati, destini omofoni al morire
dove nel v u o t o nuovi legami
si t r a s m u t a n o
in viticci stecchi - e allentano, non legano
più bene quel s e n t i r e.
If you can, shout and weep but
not to your help I’ll come to hear you, hence
stop your thoughts noisy prayers
overturned to the sky – the hands opened
shouting, come!
Come to take us on a ditch
where just a good
that makes life happy might soothe us,
fall asleep – in the name of the daughter.
You can’t run away from here, because
“the” son watches over you, and spread
the song. That, death after death,
recreates a chain
till the blank of the never being born,
and in the thought she goes far.
Meanwhile slowly the grass grows
around us who no longer see
daisies, nor buttercups remaining interwoven,
destinies homophone to dying
where in the v a c u u m new ties
c o n v e r t,
into tendrils twigs – they slacken don’t tie up
properly that f e e l i n g.
Sezione inedita, da China
Unpublished section, from China
I tuoi foulards
I tuoi foulards che da lontano apparivano turbanti,
con gli occhiali fumé spessi di miopia senza rimedio, tu maestra di sottrazione di sé a se stessa.
Così ti vedevamo, icona negli antri dei portoni, apparire nei borghi degli inverni da intenso bianco.
Quei foulards ti vestivano come una madonnina, castigando la purezza della fronte e il naso,
ti infagottavano, mamma che più buona facevano, ti proteggevano in realtà la testa dai dolori cervicali e da altri fulmini che non celesti, potevano colpirti.
Cara madre dai foulards in pervinca azzurro,
o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo incoronavano il tuo viso come un manto, regale come una Bernadette antica, e ti destinavano – al sacrificio o alla visione.
Foulards custoditi in collezione dai molteplici colori, a tinta unita come li definivi, o in fantasia; in bianco e blu chanel, alla moda degli anni sessanta, o a disegno geometrico, un poco futurista, e giovanile.
Foulards che regalavi spesso alle tue figlie in visita, come tagli preziosi, quasi monili di tessuto.
Nel più privato regalandoli aggiungevi, assorta mentre li deponevi sul nostro capo o al collo, Tienilo, ma per questa volta, oppure separandotene, Beh, te lo regalo.
Your foulards
Your foulards that from far looked like turbans,
wearing smoke-grey glasses thick for irremediable myopia, you master of self-abstraction from yourself.
We saw you in that way, icon in the hollows of main-doors, in the villages of winters appearing from intense whiteness.
Those foulards dressed you like a little Madonna, chastening the purity of your brow and of your nose, they wrapped you up, making you a kinder mum, in truth they protected your head from cervical pains and from other lightning that, not celestial, could strike you.
Dear mother with periwinkle blue foulards,
or pale fuchsia ones, that in a wide knot crowned your face like a mantle, royal as an ancient Bernardette and destined you to the sacrifice, or to the vision.
The foulards collected in various colours, in even tint as you defined, or in patterns; white and chanel blue, according to the 60’s fashion, or with a geometrical design, a bit futurist, and juvenile.
Foulards that you often gave to your daughters in visit, as they were precious dress-lengths, almost cloth jewels. Giving them in the utmost privacy, while you placed them on our heads or necks, you added absorbed, Keep it, just for this time, or if you were going to depart from them, Well, it’s a present for you.
La sostanza!
Tu, che di “sostanza” amavi fare scorta, tu che la ciccia dolce e imperturbabile portavi addosso come collana d’oro, tu che non osasti mai smentire tale il grande corpo della madre, trovasti nella impenetrabile magrezza ultima una catarsi antica, mistica di te sognata, una tappa ritmica del corpo e cuore di ragazza, che diceva no - al suo cibo.
Una sua splendida trovata vita, poiché dal lato di magrezza del pensiero, spirito dove non ti eri mai piegata; dal lato sconsolato di tuo corpo attento, febbrile sua muscolatura, scatto dei “no” ripetuti in fondo al tempo dove non ti eri più plasmata.
Così, agli ultimi, tu lo facesti integra, tuo.
Né pancia o adipe più rivedemmo, ma corpo asciutto di ragazza.
The substance
You, that enjoyed having a good score of substance, you that wore your sweet and imperturbable fat as it was a golden necklace, you that never dared disavow the mother’s big body, in the impenetrable utmost thinness you found an ancient mystical catharsis dreamed about yourself, a rhythmical stage of the body and heart from the girl who said no – to her food.
A splendid road found by herself, because on the side of the thought’s thinness, spirit where you had never bent, on the disconsolate side of her attentive body, her feverish muscles, outburst of the “no” repeated at the bottom of time where you had never shaped yourself.
So ultimately you, intact, appropriated it.
We no longer saw either belly or fat, but a dry body like a girl’s.
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Casa della Poesia
come ormai molti di voi già sanno, Casa della poesia vive un momento di grande difficoltà, pur continuando a svolgere le proprie attività e i propri progetti.
A voi, amici di Casa della poesia, appassionati frequentatori, o simpatizzanti da lontano, amici dei nostri amici poeti, il nostro appello: aiutateci a r/esistere con un gesto semplice e piccolo, acquistando per voi, per un regalo natalizio, per i vostri amici del cuore, uno o più libri della Multimedia Edizioni.
È questa la maniera di darci autonomia e l’aiuto di cui ora abbiamo bisogno.
Richiedeteli direttamente a noi o andando nell’E-STORE del nostro sito:
http://www.casadellapoesia.org/estore-elenco.php?cat=Libri
Siamo certi di avere il vostro aiuto e di ricambiare continuando a portarvi tanti progetti e la grande poesia nazionale ed internazionale.
Attendiamo con fiducia vostre notizie e per chi “vive in zona”, vi aspettiamo per un caffè, un tè, un bicchiere di vino, una grappa, nella nostra nuova “casa”.
Saluti
Raffaella Marzano & Sergio Iagulli
tel. 089/951621 – 347/6275911
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Jack Hirschman a Castel Goffredo
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Miklós Hubay a Firenze
FONDAZIONE IL FIORE
in collaborazione con
COMUNE DI FIRENZE – QUARTIERE 2
SEMICERCHIO. RIVISTA DI POESIA COMPARATA
Presenta
Omaggio al drammaturgo
Miklós Hubay

Venerdì 21 novembre 2008 – ore 17,30
Villa Arrivabene – Firenze, Piazza Alberti 1/A
Incontro con Miklós Hubay
Introdotto da Luigi Tassoni
nell’ambito del XX Corso di Scrittura creativa di
Semicerchio. Rivista di poesia comparata
Comune di Firenze, Quartiere 2
Accesso ad inviti (scrivere a semicerchiorpc@libero.it )
Posted in Eventi | Tags: Miklós Hubay, Semicerchio
Gloria Yobana Forero O’meara
idealistically possibile
Today you live in me,
as I can deny it,
that your immense joy
filled my whole inside,
that it dissipates every fear
that it all pain takes away,
of the past that I kill myself;
your colorful smile is
just too here impregnated,
and the light and the marvelous heat of
your love pacific and sweet,
so tenderly amazing,
has done me
to understand,
that the dreams will come true for us,
When I think of
your extraterrestrial existence,
certainly think so today,
idealistically possible.
To you
My light, my moon and my world
you have been ,
My every day, my tomorrow and my today
until the end of my days
up to the infinite beginning
of a new dawn,
of this solitary dawn,
Because you’re not here
because you left with the sunlight
running away with the shades
to a distant and invisible world,
You got lost without saying good-bye,
you departed with no explanation,
quickly in a cloud,
you turned into rain,
in rain,and to fuse you
you have transformed in rain,
in rain, and to fall to the earth
to dry off in it
and to disappear….
sin salida
Esa noche destruida
por los hechos,
Corrí…
lo mas lejos posible,
trate de que el viento
húmedo y frío
borrara de mi el dolor
que carcomía mis entrañas,
pero imposible,
mi sufrimiento no desaparecía,
Corrí…
casi hasta llegue a volar…
a flotar…
a tocar…
ese oscuro y duro cielo
que se había convertido
en mi compañero incansable,
cuando me halle en la mitad del parque,
supe que todo había terminado,
que me sumiría en la mas cruda soledad,
que poco a poco además
de invadir mi alma,
tomaba todo mi cuerpo,
me desplome sobre el pasto mojado
si saber nada mas de mi,
sentí un calido suspiro que me arrullaba,
así que abrí los ojos
y volví de nuevo en si
al momento que estaba
taladrando mi alma,
salí de allí sin rumbo fijo,
cabizbaja y cansada por la huida,
al mirar de frente fijamente
termine chocándome irremediablemente
con ese rostro que jamás olvidaría,
allí estaba ella junto a mi
con sus profundos ojos claros,
que me hicieron comprender
que aunque el tiempo pase
nunca cesaría el dolor
que me causo el suceso de esa noche
llena de tinieblas
que llevaba mi alma despiadadamente
al infierno
que constituía en ese instante
mi vida.
Lo mejor que he tenido
Tu,
la esencia de mi mundo,
Tu,
la fragancia eterna que deambula
en el planeta fantasma
de los sueños rotos,
Tu,
siempre fuiste lo mejor de todo,
de mi todo que se hace nada;
Te veo regresando a nuestro
maravilloso mundo blanco,
a nuestro luminoso cielo,
a nuestro mágico universo,
¿como pudiste borrarte de mi ser
e intentar destruirme en ti?
como escapar sin saber a donde
y ni siquiera se donde ir;
Como podría imaginar decirte
adiós por siempre,
pues no se si alguna vez
lo hice al despedirte a ti,
decirnos adiós por siempre,
quizás lo hicimos la ultima vez,
sin embargo desearía poder otra vez,
una vez mas
antes de despedirnos,
decir…
que sin dudar Tu has sido,
lo mejor que he tenido.
A veces
a veces me pregunto
¿ será correcto?
esta aventura de amar
sin saber,
es mejor no pensar,
ver sin entender,
querer sin explicar,
tocar sin percibir,
cantar sin sentir,
hablar sin responder
a esta realidad;
Mas allá de la moral,
mas allá de los lazos
que nos unen,
a ti o a mi,
a los demás,
¿aun me pregunto?
habrá respuesta!
¿algo que justifique esta realidad?
una realidad sin fronteras,
sin barreras,
mas allá de lo que es lógico,
de lo que no lo es,
mas allá de lo bueno,
o de lo malo,
de lo correcto,
o lo incorrecto,
todavía no lo se.
Nostalgia
La nostalgia invade mi memoria,
tu recuerdo es una trayectoria,
luna imposible de ocultar,
algo imposible de olvidar.
Todo en mi vive de ti
de tus ojos verdes y altivos,
lazos indestructibles y utópicos,
llenos de realidad,
de constante amor y eternidad
de extraña perplejidad.
Extasiados mis ojos
como dos mundos ausentes,
llenos de luz incandescente,
sienten tu instinto omnipotente,
de color y de verdad.
Fuiste mi sol, mi voz y mi guía,
la miel y el sabor de mis días,
el comienzo y el final del principio,
que jamás llego a terminar.
La nostalgia invade mi memoria,
tu recuerdo es una trayectoria,
luna imposible de ocultar,
algo imposible de olvidar.
Todo en mi vive de ti
de tus ojos verdes y altivos,
lazos indestructibles y utópicos,
llenos de realidad,
de constante amor y eternidad
de extraña perplejidad.
Extasiados mis ojos
como dos mundos ausentes,
llenos de luz incandescente,
sienten tu instinto omnipotente,
de color y de verdad.
Fuiste mi sol, mi voz y mi guía,
la miel y el sabor de mis días,
el comienzo y el final del principio,
que jamás llego a terminar.
Envitándote
Evitándote en mi mente estoy,
anulándote en mi diario vivir,
destruyo mi oscuridad de ti,
tu haces parte de mi pasado
algo que no debo recordar,
mas sin embargo te veo
y tu sombra me persigue,
yo sigo intentando escapar
aunque se que no estas,
solo quiero aferrarme a mi realidad,
ya tu no haces parte de mi verdad,
pues tu eres parte de una mentira,
que no me deja descansar.
pero cuando enciendo la luz,
de mi interior corren ríos,
ríos de agua viva fluyen
y se llevan lo ultimo que queda de ti,
una imagen disfrazada de vida,
falacia que me lleva a la muerte,
así agoniza mi deseo de poder perderte,
cuando observo tu silueta desvanecerse,
a sabiendas de que no me perteneces.
el centro de mi universo
Todo seria aun peor,
Pero estas aquí a pesar
De mis derrotas, y de mis
miles de fracasos contigo
a causa de mi rebeldía.
Estaba allí abajo, olvide que
nací para ver las cosas
desde arriba, solo desperdiciaba
mi tiempo en el lugar equivocado;
ya no escuchare mas voces
inciertas y extrañas, que
solo ponen peso sobre
mis espaldas.
la vida continua,
continuare mientras
existan razones;
tu eres suficiente,
tu llenas mi ser,
me alegra saber que
todavía tengo
una oportunidad,
y regresar a casa porque…
tu eres, “el centro de mi universo”,
déjame verte una vez mas
se que nunca me dejaras
se que nunca te alejaras,
en cambio yo…
perdí mi rumbo
al decirte adiós.
MIS OJOS TE ADORAN:
A donde ir cuando todo es oscuridad?
y escapar de mi es todo cuanto deseo,
todo cuanto deseo es
vivir así, solo para ti.
Tu disipas las tinieblas de mi alma y así;
tu luz es suficiente cuando mi luz se extingue,
veo un espacio vacío
que solo lo llenas tu,
que es este agujero repleto de cosas
que hacen sangrar mi corazón.
CREER:
Mientras estoy en la
oscuridad de mi mente,
en tinieblas a mi alrededor..
La esperanza es tan solo un deseo
que se aleja, y disipándose…
yo solo tengo en mi la fe
y la certeza de la verdad,
que no se ve con la lógica ni la razón,
solo con el Corazón que se entrega
y se aferra sin fundamento aparente
a un imposible, que se convierte
en realidad cuando decido creer
a pesar de las circunstancias y las
vicisitudes de la vida,
yo se que no es la razón mi fuerza,
pues no es mi roca,
yo se que mi fuerza es creer
que por encima de todo…
puedo confiar en ti.
EL DESIERTO:
Siempre pensé que el desierto era…
un lugar alejado de toda civilización,
pensé que podías ver las las altas dunas
y también las pequeñas deslizarse ante
tus ojos a causa del asombroso poder del viento,
que podías ver los grandes y viejos camellos
paseándose de un lado hacia otro
dejar sus enormes y uniformes huellas tras de si,
y también uno que otro cactus solitario
clamando al cielo en su agonía por
tan solo una simple gotita de agua,
que en las noches la luna era mágica
como echizada parecia por la hermosura
indestructible del paisaje,
como si estuviese encantada,
que por el día el calor Sofocaba hasta
dejarte sin aliento,
que en medio del camino en este
inmenso desierto te encontrarías
a un vagabundo soñando
que el oasis que ve no es solamente
un espejismo que desaparecerá…
siempre pensé que el desierto era…
un lugar al cual podías ir de visita,
pero hoy veo que el desierto
puede estar en ti mismo
y que no necesitas ir a
Asia para encontrarle,
no tienes que tomar un avión
hacia África y así hallarle,
pues el desierto esta en ti,
“en tu propio Corazón”.
Aunque este lugar en el que vivo
también es un desierto…
DEL AYER AL HOY:
Siempre que escucho el infinito y sordo ruido
que alrededor esta matando el silencio,
el silencio interno que tranquiliza a un
corazón deshecho y mutilado
cansado de huir de su pasado
hastiado de la absurda y cruel realidad;
solo en medio de una noche sepulcral
donde mi afición es plasmar mi dolor
en una pagina simple de papel,
en mi de nuevo se a soma la tristeza,
se anida en mi ser, impotente alma
que se rinde ante la imagen difusa
de mi niñez perdida;
nunca pude encontrar el camino
de vuelta a casa, mi rumbo…
mi ruta de regreso del ayer al hoy;
tal vez quien fui ayer podría ayudarme a
comprender quien soy ahora mismo,
tal vez si descubro lo que se perdió
del ayer al hoy, lo lograría..
tal vez…
ANHELO DE VIVIR:
Mi desbordante anhelo de vivir
apasionadamente
sigue latente en mi corazón,
nada podría apagar la
llama que arde en mi,
y seguir un camino que no tiene final.
A veces pienso en claudicar ,
en detener mis planes y proyectos,
tan solo dejarme llevar
como la ola del mar,
como una nave que no tiene destino,
mas sin embargo
llega a cualquier lugar
siendo arrastrada por la corriente;
si peleas contra ella debes luchar,
pero sino lo haces significaría
que te estas rindiendo aun sin comenzar,
y no seria justo morir,
¿ continuar muriendo ?
no seria justo, puesto que la vida
pide a gritos una oportunidad,
siguiendo al espíritu que ha
multiplicado mis fuerzas,
perseguiré la gloria y triunfare
venciendo mis propios paradigmas;
seré quien he determinado ser,
no habrá regreso.
No mirare hacia atrás,
la pasión arde en mis huesos,
una extraña fuerza superior me envuelve…
he comenzado a sentir que no soy yo
quien hago mis obras,
aprendiendo mi oficio sin desanimarme
aunque para otros no sea mas
que un simple aprendiz,
y el artista docto menosprecie mi empeño,
seguiré tras las huellas que me guían
y entonces me perfeccionaré
hasta alcanzar lo ideado,
lo que tanto he deseado
lo obtendré esta vez
sin titubear al respecto;
no imitare ser mas como los otros,
no copiare mas como un simple
escolar un modelo,
he comprendido que la obra
creadora no es para todos,
pero hoy se que siempre
lo será para mi.
No todos pueden ver
el mundo de igual forma,
podría entonces imaginar
tener a mi lado
un maravilloso ser
que creyese en mi,
juntos hasta el fin…
para quienes seria
todo el universo…
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Mark Boog tradotto da Pierluigi Lanfranchi
Liefde
De lucht ligt als een blok op het land,
onzichtbaar en massief.
Je gaat gekleed in de kleur van je haar,
in je ogen, je passen en je woorden.
Je bent hier en elders. Ik draag je me na
en huiver. Je bent te groot misschien,
of te dichtbij. Je onbereikbaarheid
is onvergeeflijk. Kon ik een vogel zijn –
maar de nauwkeurigheid ontbreekt me
zoals het vertrouwen. Ik kijk naar je
en huiver. Spreek me aan, want ik zwijg,
verdraag mijn wurggreep, verdraag
de onbeholpenheid, verdraag mij, liefde.
Amore
Il cielo come un blocco si stende
sulla terra, invisibile e compatto.
Indossi il colore dei tuoi capelli
i tuoi occhi, i passi, le parole.
Sei qui e altrove. Ti porto addosso
e tremo. Sei troppo ampio forse,
o troppo vicino. La tua irraggiungibilità
è imperdonabile. Se fossi
un uccello – ma la precisione
mi manca e la fiducia. Ti osservo
e tremo. Parlami, perché sto zitto,
sopporta la mia morsa, sopporta
l’impaccio, sopportami, amore.
Lot
Men trekt zich zijn lot aan, wil niet naakt
de lucht verduren, wil niet blootstaan.
De droom: vrij te bewegen. Werkelijkheid:
vrij te bewegen, goed gekleed, geluimd.
We willen niet anders; er zijn de elementen;
we buigen het hoofd en trotseren de storm,
trekken de sjaal rond de nek nog eens aan,
de schouders hoog, zien op noch om.
Soms, wind mee, verstarren we. Luwte,
bedrieglijk, nevel, doet de oren suizen.
Was het steeds zo’n lawaai? Was zo dik de jas,
zo stijf de broek, zo zwaar het leren schoeisel?
Sorte
Ci si preoccupa della propria sorte, non si vuole
stare all’aria nudi, non ci si vuole esporre.
Il sogno: muoversi liberamente. Realtà:
muoversi liberamente, col vestito, l’umore buoni.
È così che vogliamo; ci sono gli elementi;
abbassiamo la testa e affrontiamo la tempesta,
ci avvolgiamo ancora la sciarpa attorno al collo,
le spalle alzate, lo sguardo basso in avanti.
A volte, col vento a favore, restiamo immobili. Riparo,
ingannevole, nebbia, fa fischiare le orecchie.
Il rumore è stato sempre così forte? così pesante la giacca,
così rigidi i calzoni, così duro il cuoio della scarpa?
Toekomst
Toekomst in een stilstaand moment:
te veel nu, er zal wat overblijven.
Ontdaan vergeet ik te beleven.
Wolken drijven aan: belofte. Jij
en ik voorzichtig schuifelend, waarheen.
De paden woekeren, het weten dooft.
Tijd, zwanger van zichzelf,
verwelkomt ons met open armen,
glimlacht, alle deuren op een kier.
Het is druk. Ik overweeg de rij te verlaten
maar ben al binnen, aan de beurt, geweest.
Ik klamp me aan je vast als aan de hoop,
valse boodschapper, handlanger
van de toekomst, ronselaar. We zijn
te klein om aan de stormvloed te ontkomen.
Futuro
Futuro è un momento di stasi:
troppo adesso, qualcosa ne resterà.
Sconvolto dimentico di vivere.
Nubi trascorrono: promessa. Tu
ed io a piccoli passi cautamente avanziamo,
dove. I sentieri proliferano, il sapere si spegne.
Il tempo, gravido di se stesso,
ci accoglie a braccia aperte,
sorride, tutte le porte socchiuse.
C’è ressa. Penso che lascerò la fila.
Ma sono già all’interno, il mio turno, passato.
Mi aggrappo a te come alla speranza,
falso messaggero, complice
del futuro, in cerca di reclute. Siamo
troppo piccoli per fuggire la tempesta.
Mark Boog, da De encyclopedie van de grote woorden (Enciclopedia delle grandi parole, 2005)
Traduzioni di Pierluigi Lanfranchi
Posted in Translations | Tags: Mark Book, Pierluigi Lanfranchi
sicché la sua anima era un maratoneta
aveva una gamba che non ubbidiva più
una gamba malata non lei la gamba
sicché la sua anima era un maratoneta
la sua anima scorrazzava ovunque
questo era il suo dolore che l’anima
era finita per zoppicare anche a furia
di trascinarsi il corpo come un peso morto
Vera Lúcia de Oliveira, da La carne quando è sola
Posted in Uncategorized | Tags: La carne quando è sola, Vera Lúcia Oliveira
Brutti e deformi
Noi che vantiamo la nascita
di Acerbi, quale figura
d’integrazione tra popoli
differenti, meritiamo la
presenza d’un istituzione
che andata ad Harlem grida
al negro deforme?
Meritiamo un uomo che sventola
sulla sua bocca la parola
di morte come fosse un ventaglio
di carta?
Meritiamo di avere un uomo
che in Barack vede solo un
razzismo di colore e non una
luce di futuro?
Meritiamo che la nostra terra sia
baciata da chi ha la presunzione
di essere nel giusto
senza conoscere l’altro?
Contro chi sputa simili bestemmie
andrebbe detta la legge marziale
non quella militare, non quella che
toglie i diritti alla persona,
ma una nuova legge che taglia la
lingua ai politicanti inetti.
“Sei solo un bambino che parla di
xenofobia senza conoscere la
grammatica della parola.”
Il caso Obama insegna,
è vero, insegna che l’unione fa
la forza.
E poi ditemi…
Meritiamo che una mente chiusa
che è solo figlia del tubo
catodico, ci rappresenti tutti
nel mondo?
O castellano, <dove credi
che la città finisca> ricomincia
sempre l’infeconda rozzezza
di chi vuole forse balzare all’occhio.
Jean Leonard, che è nero per fortuna,
o negro, come alcuni dicono,
saremo capaci un giorno
di ringraziarlo lui e gli altri
per ciò che ci hanno portato?
E noi non lasceremo che il nostro
paese si smarrisca in un mare
che sta per chiudere le sue mascelle.
Non lasceremo certo che una pulce ci rovini l’orecchio!
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The European Consciousness
Gray Sutherland tradotto da Zidane El Amrani
life does not come to an end
instead remains constant, a tiny
fixed point at the centre of the universe
in which all things have their being.
الحياة لا تنتهي
بل هي نقطة ثابتة
النقطة الصغيرة الثابتة في مركز الكون
حيث كل يجد وجدانه
Posted in Variations | Tags: Gray Sutherland, Zidane El Amrani
Terje Vigens Båt



Photograph: Carll Goodpasture
Poems: Gray Sutherland
Posted in Uncategorized | Tags: Carll Goodpasture, Gray Sutherland, Terje Vigens Båt
Agaves

agave
Frontiere affilate
un sospiro di luce ne bacia l’insidia
e ascolta
dell’agave
l’innato sogno d’antesi
quante se ne sono viste appassire!
Paiono dissuaderla le cicale
e le sfingi già in volo
ma a lei non importa
se la fragranza dei nettari
sarà preludio alla morte
Text and photo by Stefano Sturloni
Posted in Uncategorized | Tags: Stefano Sturloni
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John F. Deane, who is also member of Kolibris’ Editorial Staff, just became President of the European Poetry Academy
Deane’s new collection of poetry A Little Book of Hours will be translated by Roberto Cogo and issued by Kolibris in September 2009.
Posted in Uncategorized | Tags: European Poetry Academy, John F. Deane
Provincianos

Semana, Sábado 13 Diciembre 2008
Se queja el joven y exitoso abogado de la provincia cordobesa Abelardo de la Espriella de que en Colombia no se tolera que un joven de provincia tenga éxito. He oído muchas veces esa queja en boca de numerosos jóvenes de provincia rebosantes de éxito, vallunos y costeños, paisas y pastusos, santandereanos y guajiros, chocoanos y llaneros. Sin ir a buscar muy lejos, es a esa presunta maldición de ser provinciano y joven a la que atribuyen ahora la persecución contra David Murcia, ese otro joven de provincia tan chorreante de éxito como el mismo De la Espriella que le sirvió fugazmente de abogado defensor: un muchacho nacido en Ubaté (Cundinamarca) y criado en La Hormiga (Putumayo) que estuvo a punto de convertirse en el más poderoso magnate del país pero no lo logró porque se le interpuso otro que también había empezado su carrera como exitoso joven de provincia: Álvaro Uribe, de Medellín (Antioquia).
Y es que todos los colombianos que han triunfado han arrancado siendo jóvenes de provincia, antes de que el viento de sus éxitos los trajera a volverse viejos de Bogotá. Dado que aquí el más alto grado de lo que se considera tener éxito es la Presidencia de la República, basta con echarles una ojeada a quienes han llegado allá: antiguos jóvenes exitosos de provincia. La provincia lo abarca todo: desde la inmediatez de la Engativá de Julio César Turbay hasta la lejanía del valle de Aragua de donde vino Simón Bolívar. Ya señalé que Uribe es paisa, como lo es Belisario y lo fueron los varios Ospinas sucesivos. Rojas Pinilla era boyacense, y Olaya Herrera también, y Rafael Reyes. Núñez, cartagenero. Mosquera y Guillermo León, popayanejos ambos. Pastrana, huilense. César Gaviria, de Risaralda. Aunque cuando él nació Pereira quedaba en Caldas, tal vez, o era parte del Quindío, o era una avanzadilla de la colonización antioqueña en tierras del Gran Cauca, vaya uno a saber: en Colombia la provincia tiende a provincianizarse y a provincializarse más y más, subdividiéndose por partenogénesis. En fin. El caso es que, si hablamos de presidentes, quizás el único bogotano ha sido López Michelsen, que para hacerse elegir se tuvo que disfrazar de pollo vallenato. Ah, y Samper, claro: pero no hay que olvidar que pagó la presidencia con plata de Cali.
Lo mismo pasa en todos los demás ámbitos. Los que descuellan en ellos son siempre de provincia, en el del dinero como en el de la política. Santo Domingo fue un joven barranquillero, Ardila un muchachón de Bucaramanga. En donde ustedes quieran: la religión, el deporte, las armas, las artes, el crimen. El cardenal Pedro Rubiano es valluno, el beato Marianito embalsamado en vida era antioqueño, como vallunos son los hermanos Rodríguez Orejuela y antioqueño fue Pablo Escobar. De provincia han sido todos: el guerrillero ‘Tirofijo’, el campeón olímpico Helmut Bellingrodt, el novelista García Márquez, el nadador Kapax, los cantantes Juanes y Shakira, el boxeador Kid Pambelé, el pintor Botero, el torero Pepe Cáceres, el ciclista Lucho Herrera, las cancilleres María Emma Mejía y Noemí Sanín, los poetasWilliam Ospina, Piedad Bonnet y Harold Alvarado Tenorio, la pintora Beatriz González, el futbolista René Higuita, el general Padilla de León. Todos provincianos. Ni siquiera una sola reina de belleza ha sido nunca bogotana, si la memoria no me engaña: todas caleñas, o costeñas, o paisas; y las virreinas, chocoanas. Ni siquiera los alcaldes de Bogotá han sido bogotanos: desde Jiménez de Quesada que nació en Santa Fe de Granada hasta Enrique Peñalosa que nació en el Central Park de Nueva York hemos tenido de todo: manizaleños, caleños, moniquireños; inclusive un lituano.
Se me dirá: pero Ingrid Betancourt es bogotana. Tampoco. Ni siquiera ella. La trajo la cigüeña de París.
El único bogotano raizal famoso que hemos tenido se llamó Jorge Eliécer Gaitán. Y cuando estaba al borde del triunfo, lo mataron.
Hace muchos años le oí decir al filósofo bogotano Hernando Martínez Rueda que la historia de Colombia no ha sido sino la perpetua tentativa, siempre coronada por el éxito, de la provincia por llegar a Bogotá. Por Bogotá pelearon el Zipa de Funza y el Zaque de Tunja. En Bogotá se encontraron los conquistadores Belalcázar, que venía de Cali; Jiménez de Quesada, que venía de Santa Marta, y Federman, que venía de Barquisimeto. A Bogotá se la disputaron el caraqueño Bolívar, el cucuteño Santander y el popayanejo Mosquera, y se quedó con ella el maracaibino Urdaneta. Por la conquista de Bogotá se hicieron todas las guerras civiles del siglo XIX, desde la de los Supremos hasta la de los Mil Días: generales caucanos, tolimenses, santandereanos, vallunos. Creo que no ha habido en toda nuestra historia ni un solo general bogotano. Antonio Nariño, sí: pero toda su vida militar la pasó preso.
Periodistas sí ha habido, en cambio. Nariño, para empezar. O yo mismo, sin falsa modestia. Hasta los periodistas de provincia han sido bogotanos: el antioqueño Luis Tejada, el tunjano Calibán, el palestino Yamid Amat.
Así que no pierda los nervios, doctor De la Espriella. Usted no es ni el primer joven de provincia que tiene éxito, ni el primero a quien critica la prensa bogotana. Ni el primero -ni el último- que se queja.
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Andrea De Lotto meets Marcos Ana
Carissimi e carissime
nel novembre scorso entrai in una libreria qui a Barcellona, cercavo ancora libri sul periodo della guerra di Spagna…. ne comprai uno, un’autobiografia: “Ditemi com’è un albero, memoria della prigione e della vita“ di Marcos Ana, ed. Umbriel – Tabla Rasa, senza saperne nulla.
Lo lessi d’un fiato, 350 pagine ricchissime. Numerose foto.
Ne accennai al direttore di Radio Onda d’Urto, con l’idea di trovare l’autore per conoscerlo e intervistarlo.
Non fu facile trovarlo, ci riuscii attraverso l’associazione degli ex prigionieri politici di Catalugna, qui a Barcellona, parlai a lungo con alcuni di loro, mi diedero il numero di telefono di Marcos Ana a Madrid.
Così lo chiamai, gli spiegai il mio intento, dimostrò subito una grande disponibilità.
Il 5 Aprile ero a casa sua a Madrid ad intervistarlo, da solo, con due registratori e una telecamera.
Rimanemmo tre ore insieme: una persona eccezionale, esattamente quella che traspariva dal libro.
Qui di seguito vi mando la trascrizione integrale dell’intervista, è stata mandata in onda il 20 e il 21 novembre 2008 su Radio Onda d’Urto (www.radiondandurto.org) e con un computer si puo’ sentire dal sito.
Una versione ridotta è stata pubblicata nel numero 27 (luglio 18-24 2008) della rivista Carta.
Stiamo iniziando a trarne un video, sottotitolarlo, farlo girare….
Chi è Marcos Ana?
All’anagrafe è registrato come Fernando Macarro Castillo, scelse il suo pseudonimo, preso dai nomi dei due genitori, quando, nel 1939 alla fine della guerra, a 19 anni, fu arrestato e chiuso nelle
carceri franchiste, dove venne condannato a morte due volte e brutalmente torturato, in quanto comunista.
Rimase dietro le sbarre dal ’39 al ’61. Nel ’54 cominciò a scrivere poesie, che uscivano in qualche modo, o che i compagni di cella imparavano a memoria per diffonderle quando e se uscivano dalle prigioni del Caudillo.
Nel libro racconta le lotte e l’organizzazione dei comunisti dentro al carcere, con una vitalità e un coraggio impressionanti.
Quando uscì dal carcere, grazie ad una grande campagna di solidarietà, iniziò un’attività intensa in
difesa dei prigionieri politici spagnoli, attraverso un centro a Parigi, formalmente presieduto da
Pablo Picasso, di fatto animato da lui.
Fu molto legato a Rafael Alberti, a Pablo Neruda, mente l’introduzione del libro è scritta da Josè Saramago.
Girò il mondo come testimone di quello che in troppi non conoscevano e ora si rischia di dimenticare.
Da sempre comunista, rivendica e difende le sue idee con uno spirito tuttora rivoluzionario e carico
di una generosità e di un’umanità straordinarie.
Il suo libro, Decidme cómo es un álbor (Ditemi com’è un albero),
racconta la sua vita, in un passo dice: «La poesia è un’arma in più per lottare per la libertà;
non so se i miei versi sono buoni o no, so solo che furono necessari».
Pedro Almodovar ha da poco acquistato i diritti del libro per farne uno dei suoi prossimi film. Tra i due è nata una grande amicizia.
INTERVISTA:
Marcos Ana: “Bene, sono molto contento di fare qualcosa per l’Italia, perchè l’Italia è stata molto legata alla mia vita, soprattutto quando sono uscito in libertà, sono stato molte volte in Italia, dove c’era una rete di comitati di solidarietà con il popolo spagnolo; soprattutto mi ricordo Milano, perchè lì c’era un comitato diretto da un certo Valla, comandante di una brigata internazionale, questo comitato era molto attivo e io sono stato moltissime volte a Milano. Anche perchè l’Italia vuol dire per me due ricordi, due Italie, da una parte l’Italia di Mussolini che mandò il suo esercito in Spagna, io stesso fui detenuto dalla divisione Littorio, comandata dal generale Gambara, alla fine della guerra; quindi c’era questa Italia fascista che venne a combattere contro la repubblica e contro il nostro popolo e l’altra Italia, quella che più amo, l’Italia dei Garibaldini, dei volontari per la libertà, che vennero in Spagna a lottare e a morire per noi, difendendo la libertà e la repubblica ma sapendo anche che in Spagna difendevano in quel momento anche la libertà dell’Italia.
La nostra guerra fu il preludio della guerra mondiale, il primo capitolo della guerra mondiale e gli italiani che venivano qui a combattere sapevano che venivano a difendere anche la libertà di Roma, dell’Italia; per questo mi fa piacere parlare per l’Italia e che si scriva su di me, su quello che ha significato la mia vita, che è legata, ripeto, all’intervento degli italiani, un doppio intervento, quello dei fascisti, di Mussolini e quello delle brigate Garibaldi che vennero qui a mani nude e con l’unica arma del loro cuore. Armati di un umanesimo e di un romanticismo rivoluzionario, questa è l’Italia che resterà sempre nel mio ricordo.
Io potrei parlare a lungo della mia vita, ma ho cercato di riassumere il tutto in un libro che ho scritto e che si intitola “Dimmi come è un albero”, e qualcuno mi chiede cosa significhi questo titolo, se è un trattato di botanica, in realtà è il primo verso di una poesia che scrissi in carcere dopo 22 anni di prigionia.
Prima io incontravo la libertà nel sogno, nel sogno potevo arrivare alla mia famiglia, alla mia casa, ma arrivò un momento, dopo 22 anni di carcere, in cui mi resi conto che stavo cominciando a dimenticare le cose più elementari della vita e che neanche in sogno potevo recuperare la libertà, il carcere si stava imponendo come l’unico protagonista dei miei giorni e delle mie notti; in quel momento scrissi quel poema e lo recito perchè e corto, dice così:
(ho cercato di tradurla….)
LA VITA
Ditemi com’è un albero
dimmi il canto di un fiume
quando si copre di uccelli.
Parlatemi del mare, parlami
del grande odore dei campi,
delle stelle, dell’aria.
Recitatemi un orizzonte
senza serratura e senza chiavi,
come la capanna di un povero.
Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore, non lo ricordo.
Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
O resta solo questa fossa,
la luce della serratura
e la canzone delle mie lastre di pietra?
Ventidue anni… Dimentico già
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro aroma…. Scrivo
a tentoni: “il mare”, “i campi”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
Parlo, per parlare, di temi
che gli anni mi hanno cancellato
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)
Questa è la poesia i cui primi versi danno il titolo al libro.
Questo è un libro che mi è costato molto scrivere, mi costava parlare di me, ma alla fine i miei compagni mi convinsero che non potevo portarmi all’altro mondo quello che avevo vissuto e soprattutto in riferimento a questi anni in cui abbiamo lottato per ricostruire la memoria storica era imprescindibile conoscere e far conoscere la mia memoria e finalmente l’ho scritta.
Ho cercato di fare in modo che sia un libro semplice, ho lavorato molto per questo, l’ho scritto pensando non tanto ai miei compagni, ma all’immensa maggioranza di persone che non ci conoscono e che ha un’idea di noi prefabbricata, a volte infame, di quello che siamo stati.
E soprattutto pensando alla gioventù, perchè sappiano chi eravamo, perchè lottammo e quale fu la nostra dignità.
Io ricordo che una volta, parlando con il premio Nobel per la letteratura guatemalteco Miguel Angel Asturias, mi raccontava che quando si metteva a scrivere, aveva a fianco a sé il dizionario dei sinonimi perchè quando si trovava davanti ad un aggettivo che era molto comune, volgare, troppo conosciuto, ne cercava sempre un altro più particolare, meno conosciuto; io faccio esattamente il contrario, quando io trovavo un aggettivo che aveva senso per me e per molti, ma non per tutti, io cercavo sul dizionario il più semplice, il più popolare. Ho cercato di raccontare la realtà della mia vita dal lato più umano e più vicino al cuore delle persone, per questo ho voluto che fosse un libro semplice, onesto, senza rancori, generoso, e credo che sia questo quello che più è piaciuto alla gente; perchè, è chiaro, dopo 23 anni di prigione, molti credono che io debba essere un uomo consumato dalla vendetta, e me lo chiedevano sempre nelle conferenze “Lei dopo 23 anni deve sentire un odio, un desiderio di vendetta…” Ma io rispondevo che mi sentirei profondamente disgraziato se il mio unico desiderio fosse aprire la testa a chi mi aveva denunciato o torturato, perchè la vendetta non è un’ideale politico, non è un fine rivoluzionario.
L’unica mia vendetta a cui aspiro è sapere vittoriosi i miei ideali, quelli per cui ho lottato e migliaia e migliaia di uomini e donne in Spagna persero la loro libertà e la loro vita. Questa è l’unica vendetta che mi puo’ compensare, non è certo riempire di piombo la testa del carnefice che mi torturò, perchè siamo politici, siamo persone che hanno un’ideale e l’unica ricompensa per me è il trionfo dei miei ideali.
Bene, fino ad ora il libro sta andando molto bene, sta dando un buon risultato, abbiamo stampato 50.000 esemplari che è un numero “inconcepibile”, abbiamo già venduto 22.000 copie, questo significa che il tema interessa. Ho l’esperienza dei giovani che mi scrivono, che mi raccontano, che mi ringraziano perchè racconto loro un periodo della nostra storia che non conoscevano, non lo sapevano dopo 30 anni di democrazia, non sapevano quello che abbiamo sofferto, lottato…”
Domanda: Perchè?
Marcos Ana: “Perchè questa storia non si dovrebbe sapere solo attraverso le conferenze, negli incontri che faccio io, che fanno altri compagni, questo dovrebbe essere nella storia di Spagna, nelle scuole, si dovrebbe insegnare nelle Università, non per tornare al passato, ma perchè, conoscendo la storia, MAI PIU’ (nunca mas) succeda ancora. Non è, come dice la destra qua, che vogliamo tenere le ferite aperte, tenere le ceneri del passato accese, al contrario, quello che vogliamo è chiudere quel periodo, ma chiuderlo con dignità, e non lasciando vuoti storici che non si capiscono dopo 30 anni di democrazia. Adesso si sta lottando per la memoria storica e dopo una lotta tremenda si è raggiunta una legge sulla “memoria storica” che è insufficiente, incoerente, perchè nel 2002 in Spagna il parlamento spagnolo stabilì all’unanimità che il regime franchista era stato un regime imposto con le armi e quindi era stato illegittimo e nel 2005 il parlamento diede la stessa definizione del franchismo, quindi è incoerente che se quello fu un regime illegale che ci tenne per 40 anni sotto gli stivali, con la repressione, adesso sia tanto difficile annullare tutte le condanne e i processi aperti contro i democratici spagnoli, e ancora non l’hanno fatto! Non ce l’abbiamo fatta! Nella “legge sulla memoria storica” promulgata qualche mese fa, una cosa tanto semplice e fondamentale al tempo stesso “che si annullino tutte le condanne fatte durante la dittatura”, non è passata! L’altro giorno parlavo con la vedova di Julian Grimau e lei mi diceva in lacrime, “E’ incredibile, come è possibile che dopo 30 anni di democrazia, ancora non si sia potuto rivendicare il nome di mio marito e che ancora risulti dalle carte, dai documenti, un assassino!”
Noi continueremo a lottare per la memoria storica, abbiamo raggiunto alcuni risultati, si chiede per esempio alle autorità che aiutino a ritrovare i corpi delle vittime della dittatura, che si ritirino i simboli franchisti dalle strade di Spagna, alcune cose sono interessanti, ma la cosa fondamentale, un riconoscimento pubblico istituzionale di quello che significò la lotta dei democratici spagnoli per recuperare la libertà in Spagna, questo non è ancora stato fatto e non appare in questa legge, e soprattutto l’annullamento come dicevo di tutte le condanne del regime franchista che era un regime illegale. Continueremo a lottare per loro.
Purtroppo qui in Spagna oggi c’è una destra che si è radicalizzata molto, pensa che ci sembra che fosse molto meglio l’epoca della transizione con Manuel Fraga Iribarne (ministro dell’interno di Franco che resistette alla transizione) quando presentò il leader comunista Santiago Carrillo al Club Siglo XXI. Adesso ci troviamo con una destra retrograda, che non è costruttiva. Noi capiamo che in una democrazia ci siano vari partiti, come ci sono vari interessi, è giusto che sia così, la destra ha diritto ai suoi partiti, ma questo deve avvenire in forma costruttiva e non catastrofica, seminando il terrore come sta facendo questa destra, dicendo che la Spagna rischia di spaccarsi in mille pezzi…. Io so che l’unica volta che la Spagna si è spaccata in due pezzi sanguinanti fu il 18 di Luglio del 1936 quando ci fu la ribellione dei militari che interruppe il processo democratico che si era aperto nel nostro Paese dopo la vittoria del fronte popolare. Quindi è difficile lavorare con questa destra, perchè questa destra non rappresenta nemmeno il sentimento generale della destra spagnola. Vedete, quando presentai il libro la prima presentazione la feci a Madrid, la seconda la feci a Burgos, perchè lì feci gli ultimi 16 anni di carcere; il giorno prima di questa seconda presentazione mi chiamano per telefono e una persona mi dice “Guarda io sono un cittadino di Burgos di destra… – Io pensai che avrebbe cominciato ad insultarmi e invece mi dice… – pertanto io sono lontano dalla sua ideologia, ma ho letto l’intervista che ha fatto sulla rivista Gente e sono rimasto francamente emozionato da come vede il passato della Spagna, come vede il presente e il futuro del Paese, e quello che chiedo è che il giorno in cui presenterà il libro qui a Burgos mi permetta di stringerle la mano.”
In questi casi mi viene in mente l’aneddoto che racconta Weber un parlamentare austriaco che un giorno stava facendo un discorso nel Parlamento e vide che dai banchi della destra lo applaudivano e allora si disse “Vecchio Weber, che stupidaggini devi aver detto se la borghesia ti applaude…”
Ma io non ho detto nessuna sciocchezza nel libro, le mie idee le difendo costantemente, ma con un certo umanismo, una certa generosità e per questo si spiega che molta gente conservatrice, di destra, legge il libro e lo apprezza.
Nella presentazione a Burgos c’erano quasi mille persone e il Comune di Burgos che è di destra, il sindaco è stato ministro con Aznar, tuttavia questi stessi hanno detto che “Marcos Ana, pur avendo idee differenti dalle nostre, è un personaggio imprescindibile nel panorama storico di questa città”.
Alla fine della presentazione mi hanno regalato un mazzo di rose con 7 rose rosse e 16 bianche, e mi hanno detto: “Questo mazzo è un simbolo, le sette rose rosse indicano i 7 anni in cui fosti nelle altre carceri terribili di Porlier e Ocagna condannato a morte, e le 16 rose bianche indicano i 16 anni passati nel carcere di Burgos, dove, pur non avendo la libertà, quanto meno non pesava su di te la pena di morte.” Pensa che dettagli! Ed è gente di destra.
Per questo dico che manca informazione, la gente non ci conosce e per questo ho scritto questo libro, in modo che attraverso questo libro conoscano la nostra lotta e le nostre idee, la generosità delle nostre idee; perchè se qualcuno è stato generoso in questo Paese è stata la sinistra. Noi applicammo la politica di riconciliazione nazionale già nel 1956 e noi dal carcere appoggiavamo questa politica, io ho scritto moltissime poesie dedicate alla riconciliazione nazionale, al soldato che combattè contro di me. Per questo dico che abbiamo avuto una generosità enorme, prima, durante e dopo la dittatura.”
Domanda: “Possiamo tornare agli anni ‘40, ‘50? Quanti erano circa i prigionieri politici in Spagna, in che percentuale erano rispetto al totale dei detenuti?”
Marcos Ana: “Ci sono state cifre differenti, ma tutti concordano intorno al mezzo milione di prigionieri politici in Spagna in quegli anni. La Spagna era un enorme campo di concentramento nei primi anni, certo alcuni entravano e altri uscivano, ma nel complesso si arriva a quella cifra; e anche quelli che erano in libertà erano sottomessi ad una vigilanza cautelare e le nostre famiglie pure. Pensa che nei primi anni di dittatura tu non potevi muoverti, anche il normale cittadino che voleva per esempio andare a trovare degli amici a Segovia a un’ora da Madrid, doveva chiedere il permesso alla polizia, doveva lasciare il suo documento di identità alla polizia. La Spagna era una prigione in quei primi anni. Ma non solo prigionieri: tantissimi furono coloro che vennero fucilati. C’è un balletto di cifre, ma gli inglesi hanno fatto studi accurati e sostengono che vennero fucilate più di 200.000 persone in Spagna, alcuni parlano di 300.000.
Nel diario di Ciano, questi racconta che negli anni ‘40 qui si fucilava sistematicamente, lo dice nelle sue memorie, lo riconosce, migliaia e migliaia erano nelle carceri e tutti i giorni c’erano fucilazioni di massa. La macchina di morte lavorava senza fermarsi, qui a Madrid c’è la calle Conde de Pegnalver dove c’era un collegio di Calasanzio, dove io fui prigioniero e condannato a morte, perchè alla fine della guerra, trasformarono in carceri conventi, scuole, caserme, non c’era posto per tutti i prigionieri che c’erano. In questo vecchio collegio arrivammo ad essere in 7.000 detenuti e di questi, più di mille eravamo condannati a morte. E’ indescrivibile raccontare quei primi anni. Dopo andò un po’ meglio, ma dal 1939 al 1944 circa, nelle carceri eravamo umiliati costantemente, non solo, c’erano fucilazioni, tutti i giorni, meno il sabato, perchè sennò avrebbero dovuto fucilarli all’alba della domenica e per un problema “religioso” non lo facevano, il sabato e la domenica i nostri carnefici andavano a pregare. Tutti i giorni, tranne il sabato un gruppo veniva fucilato, un giorno ne contammo 105!
A quel tempo, quando partivano i camion con i compagni che stavano per essere fucilati, si sentivano le grida: “Viva la libertà! Viva la repubblica!” E tutti li sentivano, allora misero ai condannati un tappo di legno in bocca, con un buchetto in mezzo, per impedire che gridassero; più avanti utilizzarono due pezzi di cerotto messi in croce sulla bocca. Quell’epoca fu tremenda. Credo che le cose cominciarono a cambiare con la battaglia di Stalingrado. Questa diede l’impressione ai nostri governanti che i tedeschi non avrebbero vinto la guerra e cominciarono a dubitare sul trionfo del Fhurer. Allora qualche guardia cominciava ad avvicinarsi a noi, a dirci qualcosa, a giustificarsi, a dire che dovevano obbedire…. Poi quando terminò la guerra, qualcuno pensò che poteva finire il regime franchista, la dittatura, ma poi venne il discorso di Churchill nel 1946 a Fulton, fu l’inizio della guerra fredda e allora la Spagna entrò nelle Nazione Unite. Un’altra volta cercavano di recuperare il terreno perduto, ma nelle carceri avevamo preso posizioni molto solide, avevamo trasformato praticamente le carceri in università a livello culturale, a livello politico. Eravamo come uno Stato dentro lo Stato, tutto organizzato clandestinamente, soprattutto negli ultimi anni.
D’altra parte anche la situazione delle famiglie è migliorata. La famiglia è sempre stata il tallone d’Achille dei prigionieri politici. Noi quando vedevamo camminare un uomo nel cortile, solo, abbattuto, sapevamo che non era un uomo sconfitto, sapevamo che aveva appena avuto un colloquio, gli avevano detto di una malattia di un figlio, o qualche altra difficoltà in famiglia.
Il dramma più atroce dei prigionieri non era tanto la nostra situazione quanto quella dei nostri familiari.
Durante la guerra mondiale l’Europa non potè occuparsi altro che di difendersi, organizzare la resistenza contro il nazismo e il fascismo, ma finita la guerra gli occhi si voltarono verso la Spagna, che era stata tanto amata, era stata la prima battaglia contro il fascismo, cominciò ad arrivare la solidarietà internazionale con il nostro popolo; allora era diverso, le nostre mogli, le nostre madri, che prima venivano con gli occhi tristi, senza rimproverarci, ma con l’amarezza, la tristezza dentro, ora arrivavano con gli occhi luminosi, mostrandoci una lettera che avevano ricevuto dagli operai della Renault, o dall’Italia, dall’Inghilterra, il cibo che arrivava dal Messico, e allora cambiò la situazione anche per le nostre famiglie.
Così come dicevo, soprattutto a partire dal 1945, trasformammo le carceri in università, la stessa polizia lo diceva: “l’università di Burgos….l’università democratica di Burgos”. In effetti facevamo di tutto, davamo lezioni culturali a tutti i livelli, di lingua, e poi una vita politica molto intensa, c’erano scuole di quadri, una di carattere inferiore e una superiore, tutto questo clandestinamente!
Sapevano che c’era movimento, a volte c’era la repressione, andavamo spesso in celle di isolamento, ma continuavamo. Loro praticavano la filosofia dei cialtroni e noi ci mettevamo la nostra passione e vincevamo, si chiudeva una strada ne aprivamo un’altra, con una lotta dinamica, carica di dignità.
C’era anche una scuola di “libertos” che consisteva in questo: quando a un prigioniero politico, soprattutto un comunista visto che eravamo i più organizzati, gli mancavano tre mesi per andare in libertà, questi passava in una scuola di “libertos” dove alcuni compagni che erano passati per la lotta clandestina, per la polizia, che erano stati torturati, che avevano esperienza, spiegavano come andava fatto il lavoro clandestino, che precauzioni erano da prendere, come affrontare la polizia, la tortura. Chi usciva entrava nel lavoro clandestino e rischiava di rientrare in carcere un’altra volta.
Tutto questo si sa poco e soprattutto lo sa poco la gioventù.
Quando racconto i giovani si stupiscono quando dico che passai 23 anni in carcere e che fummo in tanti, una generazione, chi passò 15 anni, chi 18, altri 20, fu la generazione di coloro che persero la guerra. I giovani oggi in Spagna rimangono sbalorditi, non conoscono questa parte della storia della Spagna. Per questo voglio che questo libro, come altri che hanno scritto altri compagni, sia un libro che si studia nelle scuole, e lo stanno già facendo. Ricevo molte lettere di professori che stanno usando il mio libro, mi invitano.
Ma anche prima di questo libro, pensa che in tre università negli Stati Uniti studiavano lo spagnolo con delle mie poesie. Questo è molto gratificante, ma a me non interessa il successo o i soldi, io voglio che questo libro venga letto, sia un esempio, un cammino, che i giovani sappiano che nella vita c’è altro, non solo droga, spettacoli… C’è un cammino più gratificante e più bello che è la lotta per la libertà, per l’uguaglianza, per un mondo migliore che è possibile.
Ti racconto un aneddoto: ho presentato il libro qui a Madrid e nel momento in cui scrivevo le dediche mi si avvicina una donna e mi chiede di scrivere una dedica per un giovane di 24 anni che si vuole uccidere. “Come? Si vuole uccidere…” Dico. “Sì – mi risponde – ci ha già provato una volta.” Io le ho scritto una dedica, ma in basso ho scritto il mio numero di telefono di casa, se voleva contattarmi…
Dopo 15 giorni mi chiama per telefono questo giovane e mi ringrazia per il libro, per la dedica che aveva imparato a memoria, per averlo tirato fuori dal pozzo. Mi dice che tornerà all’università che aveva lasciato e mi promette che vivrà, perchè, mi dice :”Se un uomo è stato capace di sopravvivere a tante difficoltà, io sarei una schifezza se non fossi capace di risolvere i miei problemi, l’unica cosa che le chiedo in cambio è che mi permetta di venire a darle un abbraccio un giorno.” E così fu, quel ragazzo venne qui un giorno.
Questo è ciò che desidero, che questo libro possa essere una luce, una speranza e che i giovani comprendano il motto “vivere per gli altri è il miglior modo di vivere per se stessi”. Io sono felice quando vivo per gli altri, io stesso mi considero un figlio della solidarietà, quindi per me la parola solidarietà ha un significato particolare, profondo. Soprattutto in questo mondo globalizzato in cui viviamo oggi, tanto ingiusto, tanto insicuro, la solidarietà è imprescindibile. Anticamente, tanti anni fa, gli esseri umani, i popoli potevano vivere prescindendo dai problemi degli altri, un vecchio detto fa “Questo è lontano dal mio letto”, ma nel nostro tempo la tecnica moderna ha accorciato le distanze e i tragitti sono molto brevi, per esempio dall’Iraq a casa nostra, qualsiasi conflitto nel punto più lontano del mondo puo’ terminare incendiando la nostra casa. Oggi nessuno puo’ vivere sicuro nella sua piccola libertà considerando lontana la schiavitù degli altri, per questo bisogna globalizzare la solidarietà di fronte alla globalizzazione del sistema. Per questo nel mio libro ci sono anche molti elementi di autocritica, come vedo la storia dei paesi socialisti, con rispetto, perchè io so che ci furono cose buone e cose cattive, anche se alla fine fu un vero naufragio, si tradirono gli ideali, questa è stata una delle cause principali della caduta dell’ideale comunista.
Molte volte la gente mi chiede se continuo ad essere comunista, io prima di tutto separo l’idea dai partiti politici e dal sistema, io idealmente continuo ad essere comunista perchè l’idea che sta in cima ai partiti e ai loro errori, quella è ancora lì, se qualcuno mi offre un’ideale migliore del mio io ci farei un pensiero, ma bisogna offrirmi qualcosa di migliore, nel frattempo io continuo ad essere comunista, dal punto di vista ideale. E sono militante anche se siamo ridotti ai minimi termini, ma ripeto, quello che contano per me sono le idee.
Il mio libro è la vita di un comunista che continua ad essere comunista, perchè è una bella utopia e l’utopia è il motore del progresso. Pensare di vivere in una società dove non ci sia la fame e la guerra, discriminazioni sociali, dove si raggiunga l’uguaglianza per tutti, dove ci sia pane caldo per tutti. E noi non raccontiamo abbastanza alla gioventù cosa significa questa utopia, cosa significa lottare, lottare sì per il quotidiano da una parte, per la casa, per gli aumenti salariali, per l’immediato, ma non bisogna dimenticare che questa NON è la nostra società, che noi lottiamo per una società differente e spiegare cosa intendiamo con questo. C’è bisogno di un orizzonte di un mondo migliore, un mondo possibile come dicono i giovani oggi, i più coscienti.
Desidero che il mio libro serva ad educare la gioventù, come servono tanti altri libri scritti su questo tema.
Domanda: “Nel libro e anche ora, quando si riferisce alle persone che vi erano vicine parla di madri, non di padri….”
Marcos Ana: “Sì, le madri sono state il simbolo, sono quelle che hanno sofferto di più, quelle che si incaricavano di portare i pacchetti al carcere, molte volte erano loro che ricevevano la notizia “Questo pacco non puo’ passare, perchè suo figlio è stato fucilato questa mattina”. Noi in carcere dicevamo sempre “Quando le cose cambieranno, la prima cosa che noi dobbiamo fare è alzare nel cuore della Spagna una celebrazione alla madre spagnola”.
Erano le madri, le mogli e anche le figlie che andavano al carcere a portare le cose, a ritirare le cose per lavarle, a portare il poco cibo che potevano. Mio padre poi lo uccise l’aviazione tedesca quando ero giovanissimo.
Sempre ricordo quando eravamo ad Alicante, alla fine della guerra, sperando che ci raccogliessero delle navi inglesi e francesi a prenderci, invece arrivarono quelle di Franco e ci presero tutti.
La notte prima, aspettavamo le navi, scrutavamo l’orizzonte e sentimmo passare una fila di camion, era la divisione Littorio, comandata dal generale Gambara e furono quelli che poi mi incarcerarono.
Per questo dico sempre ci sono due Italie, quella di Mussolini e quella delle brigate garibaldine.
Ricordo che Rafael Alberti mi raccontava un aneddoto sull’arrivo delle brigate internazionali, l’8 di novembre del 1936: erano a Madrid, erano appena arrivati, il giorno dopo sarebbero entrati in combattimento e vide un giovane sdraiato a terra, con gli occhi azzurri, probabilmente nordico che con uno spagnolo stentato disse “Bella però questa città….” Alberti rimase impressionato da come un ragazzo di 18-20 anni venisse a morire per una città che nemmeno conosceva. La leggenda delle brigate internazionali è stato davvero un riferimento romantico e rivoluzionario grandissimo e la prova ne è l’enorme bibliografia sull’argomento.
Oggi stesso ho ricevuto una mail dalla Bulgaria perchè mandai un libro al gruppo del dottor Mitchev che fu il comandante della Brigata internazionale Dimitrov, lui è già morto, ma mi rispondono, ringraziandomi, dal momento che parlo anche di loro; io sono stato vicepresidente della FIR, Federazione Internazionale di Resistenti, una federazione fatta alla fine della guerra dove c’erano soprattutto coloro che avevano combattuto nelle varie resistenze, non negli eserciti regolari, un’organizzazione che ha milioni di soci. Io ero vicepresidente fino a poco tempo fa e in questa organizzazione c’erano anche quelli delle brigate internazionali e quindi ne ho conosciuti tanti. Loro vennero qui a lottare per noi, a morire per noi e ancora adesso succede che dopo tanti anni, dopo tanti naufragi, sconfitte e sofferenze, vengono qui a 90 anni in Spagna, con la Spagna nel cuore. Quello che mi impressiona non è tanto la lotta di ieri, che fu sì importante, ma il fatto che quella lotta venga ricordata come l’epoca più bella della loro vita! Ora ne rimangono pochi, gente di 90 anni, ma ancora adesso vengono, organizziamo celebrazioni, arrivano anche in carrozzella.
Domanda: “Lei parla molto nel libro dell’unità dentro la carcere, della solidarietà, noi, in Italia, soprattutto negli anni ‘80,’90, attraverso il fenomeno del pentitismo, e non solo, abbiamo visto frequenti fenomeni di rottura, delazione, fino al tradimento. Non avveniva nulla di tutto ciò allora, tra voi?”
Marcos Ana: “In realtà nei primi anni i prigionieri politici erano un mosaico, c’erano comunisti, socialisti, repubblicani, massoni, anche gente di destra “civilizzata” che era stata dalla parte della repubblica, quindi c’erano sì alcuni problemi. Non dimenticare che la fine della guerra fu il tradimento di Casado, la fine della guerra fu che una Giunta chiamata “di difesa” consegnò Madrid ai fascisti, e in questa giunta c’erano i socialisti, gli anarchici, e il colonnello Casado fu lo strumento, misero in galera persone che quando arrivarono i franchisti erano in carcere e così rimasero dentro. Ci furono grandi errori. Questa era l’amarezza che aveva lasciato la guerra, come era finita male, consegnandoci al nemico; perchè noi nel ‘39 pensavamo che avevamo ancora abbastanza forza e territori per continuare a resistere, soprattutto tenendo conto della prospettiva immediata della guerra mondiale. Sapevamo che non potevamo vincere la guerra, ma sapevamo anche che la guerra mondiale stava per cominciare per i preparativi che c’erano. Non che tutti i socialisti e gli anarchici la pensassero così, ma i loro dirigenti sì. Pensarono addirittura che Franco li rispettasse, anche i gradi militari! Che ingenuità. E così entrarono in carcere anche loro.
In quel periodo quindi in carcere c’era molta discussione in questo senso, cercavamo anche di limitarla, moderarla. Ma col passare degli anni i prigionieri di guerra uscirono e coloro che allora entravano erano quelli che facevano il lavoro illegale, nella clandestinità, e più del 90% erano comunisti. Ci fu un momento in cui nelle carceri c’erano quasi solo militanti comunisti, allora la nostra vita cambiò perchè avevamo un’unità politica e c’era una solidarietà tra di noi che fu quella che ci salvò, avevamo un sistema di “comunas”: per un compagno che riceveva un pacco ce n’erano quattro che non ricevevano niente e quindi si divideva il pacco di quello che riceveva anche se era così poco che non avrebbe sfamato neppure quello che lo riceveva. Questo sistema di condivisione lo mantenemmo fino alla fine, certo negli ultimi tempi si stava meglio, c’era molta solidarietà, anche dall’estero.
A Burgos la direzione delle carceri fece un errore, dal loro punto di vista certo: concentrarono in quel carcere tutti coloro che organizzavano le lotte, le ribellioni. Quindi Burgos diventò un carcere di quadri politici, era più facile per noi organizzarci, studiare, produrre materiale.
Racconto molti aneddoti di lì, come eravamo organizzati, come conservavamo i libri, inserendoli in altri libri rilegati. Quegli anni sono stati importantissimi, li ricordo non come un incubo (come qualcuno potrebbe pensare) ma come momenti di grande lotta, formazione, di quanto imparai dal momento che ero molto giovane, ricordo i compagni che si salutavano quando andavano alla fucilazione, li ricordo come una conseguenza naturale della mia vita, della vita che ho scelto, di un uomo rivoluzionario.
Il carcere mi diede anche molto, pur nella sofferenza, nella fame, nella tortura, ma raggiungemmo una dignità, un modo di vedere la vita e la lotta.
La gente mi chiede che cosa più difficile per me, gli anni della fame, della tortura, della pena di morte, la separazione dalla famiglia…. Io sempre rispondo che la cosa più difficile per me fu la libertà: io ero incastonato nel carcere come una pietra oramai, avrei potuto resistere cento anni, era la mia vita naturale. Quello a cui non ero preparato era vivere e i miei problemi veri sono cominciati con la libertà, dovetti cominciare a vivere a 42 anni, come un bimbo, come un cieco. Nascere a 42 anni è qualcosa di serio. Conoscere per esempio l’amore, come racconto nel libro.
Il processo di adattamento psichico e fisico per me fu molto difficile.
Per 23 anni ero stato abituato a vivere in spazi chiusi, verticali e corti, il nervo ottico perse alcune capacità, come un organo che non si usa, quindi se stavo come adesso in una situazione con una finestra e un edificio di fronte, tutto bene, ma quando andavo fuori città, vedevo gli orizzonti aperti, avevo nausea, il mio nervo ottico non resisteva, non era preparato, dopo tanti anni stando sempre contro una parete.
Una volta Rafael Alberti e Maria Tersa Leon mi mandarono un biglietto dandomi coraggio, chiedendomi di raccontare come era la mia vita, io risposi con una breve poesia che dice:
“La mia vita la posso raccontare con due parole:
un cortile e un pezzetto di cielo
dove ogni tanto passa una nuvola persa
o un uccello fuggendo con le sue ali”
Così è stata la vita per 23 anni, la vita libera e aperta è stata più difficile per me.”
Domanda: “Cosa succede ancora ad un corpo, rinchiuso per 23 anni in un carcere?”
Marcos Ana: “Io affrontai gli anni più difficili del carcere, quelli della fame e la tortura, nella mia gioventù, per altri che entravano a 30-40 anni, altri a 50 anni, era certo più dura. Quindi avevo forza e soprattutto c’era la dignità che era l’ingrediente imprescindibile. Quando uscii fisicamente stavo bene, un medico a Parigi mi trovò un’insufficienza coronarica, ma poco altro. Una cosa strana è che in carcere persi l’olfatto, non so perchè. Certo ci furono molto compagni che morirono in carcere, di fame per esempio, perchè non si moriva solo di fronte ai plotoni di esecuzione. A volte ti svegliavi e a fianco a te c’era un compagno che era morto, di fame, di stenti.
Per questo a volte, soprattutto qui in Spagna, non vado a “omaggi” o celebrazioni che organizzano per me. Dico di pensare a tutti coloro che hanno lottato e sofferto senza ottenere nessuna ricompensa e sono la maggioranza. Io ho avuto molta fortuna, è vero che sono stato 23 anni dentro, che mi hanno portato via metà della mia vita, la mia gioventù, ci fu la tortura, la pena di morte, ma quando uscii l’apparato clandestino mi trasferì a Parigi e la prima celebrazione fu fatta dopo poco tempo alla sede dell’Unesco e in seguito cominciai a girare il mondo, avevano preparato tutto per me…. Utilizzavamo la triste autorità della mia vita per portare il messaggio dei prigionieri politici della Spagna in tutti i Paesi del mondo. Io ero come un sonnambulo precipitato nel mondo.
Per questo mi considero malgrado tutto un privilegiato, quando uscii la vita fu molto generosa con me, parlavo nelle università, ero ricevuto dai governi, questa ricompensa la maggioranza di noi non l’hanno ricevuta. Qui in tutta Spagna c’è un’associazione di ex prigionieri politici, ma non è stato fatto un vero e proprio riconoscimento di tutti questi uomini e donne che lottarono per la libertà, che diedero la vita per la libertà.
Per questo quando, soprattutto qui in Spagna mi invitano per una celebrazione, io dico “Fate un omaggio collettivo.” Io rispetto molto quelli che chiamo gli “eroi oscuri”, quelle persone semplici, senza volto e nome, ma senza i quali non avrebbe funzionato l’ingranaggio della nostra lotta, furono imprescindibili, la storia non la fa una persona sola. Per questo mi fa molto piacere quello che dice Saramago nell’introduzione al libro: “Marcos Ana, invece di compiacersi davanti allo specchio, lo rompe in mille pezzi perchè in ogni frammento si veda il volto e la sofferenza dei suoi compagni.”
Domanda: “Può raccontarci quel momento vissuto in carcere, dell’immagine di Lenin? A leggere quelle pagine ci si emoziona.”
Marcos Ana: “Sempre ho detto che c’è una “mistica rivoluzionaria”, bisogna pensare a quello che successe nell’anno ‘43. Mi portarono nel braccio speciale, avevamo scritto un giornale nel carcere, dovetti sopportare torture terribili. Un giorno ero in cella, sanguinante, e vedo che mi passano un bigliettino, mi trascino a vedere cos’è ed era una piccolo ritratto di Lenin strappata da una pagina di un libro, era Lenin nella piazza rossa, con uno di quei cappelli russi tipici.
Per me era come se a un cristiano avessero passato un’immagine della vergine Maria!
Puoi immaginarti un comunista di quell’epoca. Io quando ricevetti quel biglietto, sapevo che sarei stato più forte della polizia, come se io non fossi più stato solo, lì c’era Lenin con me, condividendo la cella con me, misurando la mia resistenza e la mia dignità. Io lo tenevo nascosto e quando mi riportavano in cella tiravo fuori il ritratto e gli dicevo “Guarda compagno come mi hanno ridotto, – mi vergogno a raccontarlo, ma è così – ma non preoccuparti ho forza sufficiente per difendere il partito.” Un giorno io sentii che stavano portando un prigioniero, sentii i gemiti, lo stavano portando in cella, era insanguinato, incrociai i suoi occhi e mi resi conto che era un uomo che era stato battuto, che aveva parlato o che stava per parlare, io allora ci pensai molto e dopo, come un bambino, ripeto, ho vergogna a raccontarlo, dissotterrai il ritratto di Lenin e gli dissi “Guarda compagno, lo sai che per nulla al mondo mi separerei da te, ma hanno bisogno di te nella cella 27” e il giorno seguente quando uscimmo per fare i nostri bisogni io presi il ritratto di Lenin e lo gettai nella finestrella della cella di quel compagno. Ero molto preoccupato di quello che sarebbe successo, aspettavo di vedere come sarebbe tornato dalla tortura il compagno della cella 27, e lo vidi arrivare, sembra un miracolo, ma vidi che aveva cambiato la luce dei suoi occhi, una luce densa, più sicura, era diverso.
Apro una parentesi: in carcere la resistenza è un problema di immaginazione, immaginarti il presente e il futuro, per esempio, quando stavo per essere torturato, io sapevo che nel carcere i compagni stavano pensando a me, alcuni stavano pensando “El chaval, il giovane, non resisterà”, altri che dicevano: “Vedrai che ce la farà!” E allora io quando stavo per essere torturato mi immaginavo come sarebbe stato il mio rientro in cella, se io parlo mi sentirò una schifezza, me ne starò come uno straccio nell’angolo, vergognandomi, solo, nel cortile senza il coraggio di guardare negli occhi i miei compagni; d’altra parte se io resisto alla tortura i compagni mi riceveranno con orgoglio, con abbracci. E io torno con dignità.
Dopo alcuni anni, cambiai di carcere, andai a Ocagna, dove fui condannato a morte, a proposito, il portone nella copertina del libro è proprio quello della porta della cella di Ocagna dove ero condannato a morte, abbiamo chiesto l’autorizzazione e mio figlio mi ha fatto l’anno scorso questa foto, bene lì a Ocagna vidi un giorno un gruppetto nel cortile che ascoltavano la storia di uno: io mi avvicinai, era quel compagno che stava raccontando la storia di Lenin, mi ricordo come si chiamava Colmenareo, dopo lo fucilarono, ci salutammo, ci abbracciammo: lui mi raccontò come era andata, mi disse: “Io avevo cominciato a parlare, a denunciare i compagni di Toledo, ma quando ricevetti il ritratto di Lenin mi picchiai contro il muro per la rabbia e nei giorni seguenti fu tutto diverso, i poliziotti non capivano che cosa mi fosse successo, ero un altro, un uomo intero.” E io gli chiesi: “Che cosa facesti col ritratto di Lenin?” “Io glielo passai ad un altro compagno.” Mi disse.
Così diventò come una leggenda, che Lenin in quel 1943 stava lottando insieme ai prigionieri politici spagnoli.
Questa storia la raccontai allora in piccoli foglietti che uscirono dal carcere e clandestinamente attraversarono l’Europa e arrivarono fino a Mosca e nel museo di Lenin la mia storia è lì o almeno c’era fino a un po’ di tempo fa….), con le mie parole manoscritte, con a fianco la traduzione in russo. Questa storia sembra quasi ridicola, ma ripeto, c’è una mistica rivoluzionaria che emerge in tanti momenti.
Domanda: “Ci può spiegare, si può spiegare che cosa è la tortura?”
Marcos Ana: “Bene, ci sono tanti tipi di tortura, a me applicarono la corrente elettrica, mi mettevano dei cunei tra le unghie e la carne delle dita, oppure prendevano un imbuto te lo infilavano in bocca e tu anche se non volevi ingurgitavi un secchio d’acqua fino a rischiare di soffocare, a sentirti morire, e sempre un foglio in bianco vicino a te per firmare quello che volevano che tu firmassi, c’era gente che non riusciva a reggere, ma il segreto era nel resistere fino a perdere conoscenza, perchè allora erano loro stessi che cercavano di recuperarti perchè non se ne facevano nulla di uno senza sensi, o di un morto. Un altro procedimento che usavano di frequente, molto semplice, molto comune, ma molto doloroso: ti mettevano nudo disteso a pancia in giù su un tavolo e con una verga ti bastonavano il sedere e ti dicevano: “Non vogliamo sapere nulla di te!” Loro si mettevano a parlare di qualsiasi cosa, di calcio… E continuavano a colpirti, a colpirti, il giorno dopo lo stesso, e avanti così, ma si arrivava ad un momento che la carne era viva, macerata, sfatta, e il dolore era tremendo, irresistibile, allora sì, aspettavano che tu parlassi o firmassi. Era orribile, era la più terribile.
Un’altra era metterti una maschera antigas che non ti permetteva di respirare e ti sentivi soffocare, ma anche qui il segreto era resistere perchè noi sapevamo che se resistevi perdevi i sensi e ce l’avevi fatta.
C’è una storia che racconto nel libro, del sadismo che c’era. Una volta alla settimana arrivava un tipo, ben vestito, conosciuto ai poliziotti, bevevano un caffè, si toglieva la cravatta e cominciava a picchiare il prigioniero che c’era lì, in quel caso io, mi calpestava le mani, mi colpiva con una furia, un odio terribile e quando terminava, si rimetteva la sua cravatta, la sua giacchetta, si rimetteva in ordine e usciva. Rimaneva con me un poliziotto (quello che faceva la parte del “buono”, sempre c’è in questi casi quello che fa la parte del buono), così gli chiesi una volta chi fosse quell’uomo, se mi conosceva. “No, mi rispose, non vi conoscete, non sa chi sei, è che fu incarcerato qui a Madrid coi rossi, si salvò dalla morte per miracolo e ogni tanto viene qui, si sfoga, con un prigioniero o un altro, fa lo stesso”. “Ma, possibile – dicevo io – che un uomo sia capace di venire qui, freddamente, come se andasse a giocare a polo, a massacrare un prigioniero qualsiasi?”
Quello che io ho sofferto, l’aver conosciuto la violenza in questo modo, mi ha portato alla conclusione che io non sarei mai capace di fare violenza contro qualcuno, io dopo quello che ho passato avrei potuto trasformarmi in una bestia, invece mi sono trasformato in un essere aperto e ancor più comprensivo, tanto che molte volte non do i nomi dei miei carnefici, perchè mi preoccupa che queste persone possano avere figli, nipoti che non conoscono la loro vita e che non voglio si vergognino di qualcosa che non hanno commesso.
Lottare per una società nuova e conseguirla, questa è l’unica ricompensa che desidero. Non si tratta di “andare alla casa del mostro”, quanto di farla finita con un sistema che genera mostri.”
Domanda: “Nel libro accenni quasi ad una nostalgia per quel periodo, come un periodo straordinario. In realtà viene descritto un periodo della storia di Spagna terribile. Vengono da pensare due cose: il periodo che stiamo vivendo ora è “peggiore”? Oppure, tristemente, l’umanità deve passare attraverso periodi come quelli raccontati per esprimere il meglio che c’è in lei? I migliori valori, la forza, l’umanità, la solidarietà?”
Marcos Ana: “Certo per me quella fu un’epoca in cui conobbi l’amore dei miei compagni, la solidarietà che ci unì, non è che quell’epoca sia stata migliore di questa, certo che no, ora possiamo discutere, essere qui a parlare, certo c’è un salto tra quello che speravamo allora e quello che abbiamo raggiunto ora dopo tante lotte.
Noi comunisti dicevamo un tempo per esempio: “Come sarà se già ora siamo in tanti a lottare, il giorno in cui ci sarà democrazia e libertà?” E invece è stato il contrario, durante il periodo della lotta avevamo più speranza di ora. In effetti la fine della dittatura qui è stata una cosa strana, particolare, non fu come a Cuba, o come nel ‘17 in Unione Sovietica, qui ci fu una transizione, da farsi con gli stessi franchisti. Fu una negoziazione molto difficile, anche perchè il loro primo obiettivo fu come disattivare il partito, come poter disattivare questa storia, questo gruppo di persone che tanto lottò contro la dittatura, soffrendo, versando sangue. Volevano prima di tutto NON legalizzare il partito, poi dicevano che dovevamo cambiare nome, fecero tutto il possibile, anche economicamente, finanziarono altre soluzioni, apparivano nuove organizzazioni con molti soldi, mezzi di propaganda, mentre molti di noi ancora erano in carcere. Per esempio il partito socialista potè organizzare il suo congresso legale, con grandi aiuti, finanziamenti, anche dalla Germania, noi continuavamo ad essere perseguitati.
Tutto questo ha influito, soprattutto nella gente un po’ più conservatrice, creandoci grosse difficoltà.
I socialisti diventavano “la giusta temperatura”, noi eravamo quelli “troppo caldi”….
Pensate che il partito socialista, guarda che lo dico con rispetto verso quel partito, ma è la verità, quando ci furono le prime elezioni andavano nei paesi in cerca di candidati, perchè non avevano nessuno, non avevano militanza. Noi in ogni paese avevamo dei martiri, gente che aveva passato anni di carcere, nel lavoro clandestino, avevamo quadri in abbondanza, i socialisti non avevano militanti, cercavano allora “il figlio del medico di qua”, un altro di là…. Questo spiega perchè in questa grande infornata di candidati nel partito socialista ci fu tanta gente senza principi, senza ideologia, ma con opportunismo. La politica di disattivare il partito ha dato i suoi frutti.
Certo poi c’è stata la caduta dei paesi socialisti, i nostri stessi errori, questo ha fatto sì che il partito abbia perso forza. Ora poi il bipartitismo stile USA e una legge elettorale ingiusta hanno fatto il resto. Ora per esempio i nostri due eletti in Isquierda Unida ci sono costati un milione di voti, mentre al partito socialista o popolare gli sono costati solo 50.000 voti.
Ora poi ci sono anche pochi soldi per continuare, con due deputati, è difficile mantenere una struttura, sostenere una rivista.
Tutto ciò è molto triste. Ma nella vita ci sono chiari e scuri, oggi per esempio, io credo che nonostante tutto, il dramma dell’umanità attuale dipenda anche dal fatto che non esiste più l’Unione Sovietica che bilanciava lo strapotere dell’imperialismo militare e ingiusto che ora ha il monopolio.
Tornando al nostro discorso, io dico che continuo ad essere comunista, nonostante gli errori, le sconfitte, gli ideali rimangono con la loro purezza e bontà.”
Domanda: “Dove vede oggi movimenti rivoluzionari?”
Marcos Ana: “Nelle grandi masse impoverite, ma col problema che le massi impoverite si possono fermare alla prima panetteria che trovano nel cammino. Non c’è una seria coscienza rivoluzionaria, ma io confido nella gioventù, nonostante ciò che si dice. Prima di tutto perchè se davvero speriamo che il futuro sia nostro, non si può prescindere dai giovani, bisogna saper informarli e aiutarli.
Io dico sempre: dobbiamo porci al livello della gioventù e non come fanno certi vecchi compagni che si rapportano con la gioventù credendo di sapere già tutto, come “apostoli o martiri”, scaricandole addosso un’esperienza che rischia di pesare troppo, di rimanere inascoltata.
Bisogna mettersi al loro livello, sapere cosa pensa la gioventù oggi, loro hanno il futuro, con loro dobbiamo fare i conti. Dobbiamo capire cosa desidera la gioventù che non è quello che noi vorremmo che fosse.
Io confido in loro, non ci sono solo i giovani disillusi o che si interessano solo di calcio o peggio di droga, no, no, c’è un’altra gioventù che è all’avanguardia: la prova è che quando si riuniscono i potenti del mondo, loro sono lì a migliaia a manifestare.
Ora per esempio andrò a Medellin dove c’è un festival di poesia, di protesta contro l’ingiustizia del mondo, arrivano giovani dal mondo intero.
Io dico addirittura, sembrerà contraddittorio, che a volte l’esperienza è conservatrice, può essere persino controrivoluzionaria. Nel senso che se non attualizziamo la nostra esperienza, rimane lì come un patrimonio privato che molte volte è nemico dell’iniziativa della gioventù. Il mondo cambia e noi dobbiamo attualizzare la nostra esperienza, renderla uno strumento utile. Io dico che è più importante l’impulso dei giovani che l’esperienza degli anziani. Il meglio sarebbe una sintesi delle due e questo è quello che io cerco. L’altra sera per esempio ero da un amico che stava sgridando pesantemente il figlio di 17-18 anni, non ricordo perchè, e gli diceva “Guarda tua madre che ha le dita segnate da tanto che ha fregato i panni per tutta la vita!!!” E io poi gli dicevo: “Guarda che non può capirti, lui è nato che c’era già la lavatrice!”
Non bisogna comunicare, trasmettere semplicemente, bisogna comunicarSI. Prima ci si parlava nelle piazze, nei mercati, coi vicini, ora invece ci si vergogna di dire le proprie idee, prima era un orgoglio, parlare, dire che si era comunisti….
Il mio libro sta andando bene, molti giovani lo leggono e mi scrivono, centinaia di lettere, e mi dicono: “Ho capito questo…. Mi sono svegliato…. Ora ho compreso….” E’ interessante, adesso poi che Almodovar ha detto che vuole fare un film tratto dal mio libro, abbiamo già firmato il contratto, ora la notizia ha girato ancora di più. Mi chiamano anche dagli Stati Uniti….
E’ curioso perchè Almodovar non sapeva chi fossi, non sapeva se Marcos Ana era un calciatore o un torero, ma quando El Pais pubblicò l’episodio del libro dove racconto della prostituta, Almodovar lo lesse e chiamò la casa editrice a Barcellona per ricevere subito un libro.
Così Almodovar chiese un giorno alla casa editrice: “Non potrei conoscere Marcos Ana?” “Certo – gli dissero – abita vicno a lei!”
Così un giorno vennero qui Almodovar, che abita proprio qui vicino, e suo fratello che fa il produttore, la casa di produzione si chiama “Il desiderio”; io avevo sempre creduto che Almodovar fosse un tipo certo molto bravo, ma allo stesso tempo stravagante e distante, freddo, e invece mi trovo qui a casa mia con un essere umano, vero, con una grande sensibilità artistica e personale. C’è stato un incontro e una sintonia tra noi straordinaria. Quando stava per uscire mi ha detto: “Per me è stato importante averti conosciuto:” E io gli ho risposto con le ultime parole del film Casablanca: “Questo è l’inizio di una grande amicizia!” Ed è vero, da allora ci sentiamo, ci scriviamo…
Al di là del film che tra l’altro si farà è stato un incontro umano importante, io vivo per conoscere le persone, gli altri; il mio cuore è come una città che va crescendo continuamente, ogni persona che conosco è una ricchezza per me.
Domanda: “Come fa a ricordare così tanti nomi, tanti ce ne sono nel libro….”
Marcos Ana: “In realtà ne ricordo pochi… A volte si infilano nella zona oscura della mia memoria, ma se avessi messo tutti i nomi sarebbe diventato un elenco telefonico! Io sto perdendo la memoria, come è naturale, vista l’età, ma la memoria fa una selezione e si ricorda quello che è stato più importante nella tua vita. La memoria ha una cassa di sicurezza dove c’è quello che più ha colpito. Sono cosciente che non mi ricordo tutto e non ho scritto tutto; alcuni mi hanno detto: “Non ti sei ricordato di me… Non hai scritto di me…. Non ti ricordi che abbiamo fatto uno sciopero della fame, eravamo nella stessa cella…”
Avrai visto che io do molta importanza agli aneddoti. Ho pensato molto a come scrivere il libro, volevo che fosse molto leggibile, come un romanzo, persino con suspence. D’altra parte ci sono parti che sono più pesanti, come l’ultima, dove racconto dei viaggi fatti, ma era necessario, dovevo raccontarli. Come non potevo poi parlare del caso di Julian Grimau, tanto conosco la vedova, tanto abbiamo viaggiato insieme prima e dopo l’uccisione del marito. So che magari alla gente interessa meno, interessa di più la storia della prostituta… Ma era necessario.
Il libro poi finisce con il ‘77, con la transizione, prima di tutto perchè non poteva essere più grande (sono più di 350 pagine). Ma da quella data non poteva essere più un libro “caldo” come questo, con molta umanità, molti aneddoti, l’altro, il successivo, dovrebbe essere un libro freddo, analitico, statistico, con un altro linguaggio e io non sono preparato a fare questo.
E così lo chiudo con la transizione in quel momento così particolare, di grande euforia, la gente per le strade, Madrid, i clacson delle automobili, uomini e donne che si abbracciavano per le strade. Io racconto che vidi una donna che piangeva, mi accorsi che era Emilia, la madre di un ragazzo morto con me, in prigione, mi disse “Non pensare che non sia felice per quello che abbiamo raggiunto, soffro perchè non c’è mio figlio con noi.” Così io, in mezzo a tutto quel giubilo andai di fronte al terribile carcere di Porlier, qui a Madrid, quella che era stata un collegio di Calasanzio, mi sedetti di fronte, in un caffè, cominciai a pensare a tutti coloro che erano morti, a dialogare con loro, a raccontare quello che avevamo raggiunto, la legalizzazione del partito, ricordavo i miei compagni, quelli che abbiamo salutato quando andavano davanti al plotone di esecuzione.
E scrivo: “Fino a che arrivò il cameriere dicendo che stavano per chiudere. Alcune automobili stavano ancora andando per le strade di Madrid, riempiendo di bandiere e canti, quella storica notte di primavera.”
Ho cercato di raccontare quello che è successo in Spagna con una prospettiva poetica. Speriamo che si trovi in Italia una buona casa editrice che traduca e distribuisca questo libro. Non mi interessa la parte “macroeconomica”, mi interessa che venga letto, se fossi milionario pagherei io la stampa….
Verrà intanto presto tradotto in Francia, in Portogallo e persino in Ungheria”.
Domanda: “Lei crede che la forma partito sia ancora valida?”
Marcos Ana: “Sì, in un regime democratico è l’unica forma di rappresentanza dei vari segmenti della società, con interessi diversi. Però oggi i giovani pensano che i partiti abbiano fallito e dobbiamo ascoltarli, capire perchè lo pensano. Quello che penso è che non si deve restare nella marginalità.”
Domanda: “Ci dice qualche parola sulla questione catalana, basca e galiziana?”
Marcos Ana: “La Spagna è evidentemente un paese multinazionale, credo che le richieste dei catalani e dei baschi siano legittime lo dice anche la costituzione; un’altra cosa sono le azioni sovversive di Eta che romperebbero l’unità di Spagna.
Ma va riconosciuto che questi paesi hanno storia propria, una lingua propria, un folclore proprio. Suarez a suo tempo lo risolse con una battuta “caffè per tutti!”, ovvero, autonomia per ogni regione. Certo fu una soluzione parziale: la regione di Murcia per esempio non ha un’identità particolare. Galizia, Catalogna e Euskadi hanno invece le loro legittime aspirazioni.
Per questo noi siamo per una Spagna federale, che può funzionare perfettamente.”
Domanda: “A che punto è la solidarietà?”
Marcos Ana: “E’ fondamentale, io quando uscii dal carcere lavorai nel “Centro internazionale di solidarietà con la Spagna” CISE, di Parigi, presieduto da Pablo Picasso e quando tornai in Spagna mettemmo in piedi il centro “Ieri per la Spagna, la Spagna per i popoli”, era un centro di solidarietà. Ci fu il Cile di Pinochet, l’Uruguay, l’Argentina, quando la notte cadde su questi paesi che ci avevano aiutato tanto, cercammo di restituire questa solidarietà.
Prima da Parigi, poi dalla Spagna, li aiutavamo, la nostra era aperta, arrivavano da ogni parte.
Per esempio adesso in Uruguay c’è un ministro che mi raccontava che quando andai per la prima volta in Uruguay lui era uno studente e faceva parte del gruppo di studenti che mi scortava.
Lo stesso succede spesso nelle università dei Paesi Scandinavi: molti giovani che allora mi ascoltarono adesso sono professori, rettori e mi invitano a parlare con gli studenti.
Insomma ho una vita molto attiva e è questo quello che mi permette di essere così a 88 anni. Questo è quello che dico sempre ai miei compagni: quando terminano i progetti è quanto termina la vita, si puo’ vivere vegetando molti anni, ma la vera fine della vita è quando terminano i progetti, la curiosità.
Ogni sera mi faccio una notazione sulle cose da fare il giorno dopo e non riesco mai a farle tutte, adesso per esempio il medico si arrabbia perchè col menisco rotto, dovrei stare fermo a letto, invece sto qui al computer, vado in giro, conosco persone. Ogni volta che conosco una persona è qualcosa che mi arricchisce, uno mi insegna una cosa, uno un’altra, anche tu qui adesso mi dai delle cose.
Qualche settimana fa ero a Cuba e ho incontrato Raul Castro. C’è un pezzetto della nostra conversazione, si vede anche su internet, lui dice: “Guardate ha 23 anni e ne vuole vivere più di 100” Io gli rispondo: “E’ che l’arte di mantenersi giovane, è l’arte di mantenere giovani le idee!” Lo penso davvero. Quando sei stanco di tutto, la vita non ha più senso. L’importante è non pensare che il tuo ombelico sia il perimetro del mondo, ma vivere per gli altri.
Domanda: “Cosa significava per voi cantare in carcere?”
Marcos Ana: “In chè senso “cantare”? Perchè in carcere cantare vuol dire anche “parlare”, denunciare….”
Domanda: “No, no, cantare canzoni….”
Marcos Ana: “Cantavamo molto, soprattutto i giovani, nell’epoca di quando ero condannato a morte avevamo un gruppo musicale. Cantavamo canzoni della guerra; io credo che fosse prima di tutto l’espressione di persone che non si danno per vinte.
Nel libro racconto che una volta venne un sacerdote a visitarci nel carcere di Burgos, cantavamo, da condannati a morte che eravamo, rimase “allucinato”… Era una manifestazione di certezza nelle proprie idee, gli stessi agenti erano sconvolti, non capivano come fosse possibile, cantavamo, e ogni notte alcuni di noi venivano portati via per essere fucilati: e noi avevamo inventato una canzone, la canzone della “Peppa”. Avere la peppa voleva dire essere condannati a morte. Cantavamo pur sapendo che quell’alba potevamo essere noi ad essere fucilati. Ti canto quattro strofe perchè tu senta (canta…)….
La Pepa è “una bella gnocca”
che va di moda a Madrid
e che ha predilezione
per i “rossicci”.
Quando viene questa donna,
nel carcere di Porlier
al più cattivo gli strofina
i fianchi.
Pepa, Pepa, dove vai
con tutti questi uomini.
Pepa, Pepa vai a finire in un pasticcio.
Continuando a uccidere così, lascerai vuota Madrid,
Aranjuez e El Escorial
Così cantavamo e le guardie erano sconvolte!
Era una forma di difenderci, di resistere, di dimostrare la nostra dignità.
Ma c’era un’altra parte della vita del prigioniero, perchè di giorno soprattutto i militanti comunisti che erano ben organizzati, eravamo come un orchestra collettiva e tu eri più preoccupato di non stonare nell’insieme che non dei tuoi problemi personali. Ma quando arrivava la notte e ti coprivi con la coperta, arrivavano i pensieri, la tua famiglia, i tanti anni di prigione che ti aspettavano.
C’era quindi un mondo più visibile che era quello che dimostravamo ai nostri guardiani, e c’era l’altro, quando arrivavano i tuoi problemi, perchè anche i comunisti piangono, hanno lacrime, non siamo macchine. Quindi è normale che questo avvenisse.”
Domanda: “Proprio di questo volevo chiedere alla fine: sarebbe stata diversa quest’intervista se fosse avvenuta di notte?”
Marcos Ana: “Non lo so, forse sì. In effetti la notte ha un sapore particolare. Ho scritto alcune poesie sulla luna. La luna era importante, impressionante. Ancora adesso mi sveglio tutte le notti, verso le 5, 5 e mezza, ne ho parlato anche coi medici, non c’è spiegazione, se non quella che a quell’ora passavano i camion della morte che portavano via quelli che sarebbero stati fucilati.
Li portavano dietro il cimitero e noi sentivamo le scariche di mitragliatrice, la usavano per far più in fretta il massacro. Dopo, in un silenzio profondissimo, da quanti erano i colpi di grazia capivamo quanti compagni avevano ucciso quella mattina. Così io mi sveglio sempre a quell’ora.
L’intervista forse sarebbe stata la stessa, certo la notte per noi portava un cattivo presagio.
Mi piaceva sempre salire alla finestrella, vedere la notte; una volta mi passarono un libro sulle stelle, era autorizzato, imparai molto di astronomia, guardavo le stelle.
Una volta fui messo in cella di rigore, perchè avevo cercato di vedere la luna, ma era una notte di luna piena, cercavo di spiegare loro che era solo per quello.
La notte, eri solo, pensavi, era terribile per certi aspetti.
Ancora adesso, se mi ammalo e resto a casa qualche giorno, devo uscire al più presto, salire su un autobus, vedere le persone, vedere la vita.
E’ la conseguenza di essere stato tanto tempo sepolto, qualsiasi cosa mi entusiasma, anche una tormenta, mi copro, esco, guardo i fenomeni naturali…
Quello che per la gente è normale, per me è inaspettato, per la vita, accarezzare la testa di un bimbo, stare con una donna, innamorarmi, cose naturali per le persone, per me è tutto eccezionale, lo vivo con una grande intensità, come se in un qualche momento potessi svegliarmi e scoprire che è tutto un sogno…. Anche questo me l’ha dato la vita, non sarebbe stato possibile se avessi avuto una vita normale. L’intensità con cui vivo le cose sicuramente non l’avrei provata se non fossi stato tanti anni detenuto.
Finisco con questo piccola poesia, era quello che sognavo in carcere, ora è come il mio biglietto da visita:
La mia casa e il mio cuore. Sogno di libertà
Se un giorno tornerò alla vita
la mia casa non avrà chiavi.
Sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.
Che entrino la notte e il giorno
e la pioggia azzurra, il pomeriggio.
Il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.
Che l’amicizia non fermi
i suoi passi sulla soglia,
né la rondine il volo
né l’amore le sue labbra. Nessuno.
La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
il sole e l’aria.
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Neues von, zu und mit Jürg Halter
Zwei neue Poetry-Clips zu den Gedichten „Das Gespräch“ und „Die Welt ist ungerecht“ sind auf http://www.juerghalter.com zu sehen.
Die nächsten zwei Auftritte:
18. Dez. 2008, Basel, 1. Stock, Walzwerkareal, Jürg Halter liest aus „Nichts, das mich hält“. Die Basler Buchvernissage. Musik: Julian Sartorius. Support-Act: Anna Aaron.
15. Februar 2009, Bern, Progr Turnhalle, Bee-Flat präsentiert eine Welt-Premiere! - Jürg Halter /Vera Kappeler /Julian Sartorius/ Philipp Schaufelberger. Der Dichter Jürg Halter trifft auf drei der besten Schweizer Jazz-Musiker. Weitere Auftritte mit diesem Projekt u.a. im Jazz-Club Moods (Zürich) und an den Stanser Musiktagen sind in Planung.
Alle aktuellen Daten unter: http://www.juerghalter.com. Lesungs-Anfragen bitte an: info@juerghalter.com. Weitere Lesungen sind in Vorbereitung.
Ein paar Ausschnitte aus dem Programm zu „Nichts, das mich hält“ zusammen mit dem Schlagzeuger Julian Sartorius: Eine Poetry-Performance/Konzertante Lesung (Live-Aufnahme, Nov. 08, Theater Südpol, Luzern):
“Leg den Mantel ab”: http://www.youtube.com/watch?v=II6sZIA81jM “Der Eingriff”: http://www.youtube.com/watch?v=OwxluQCm08s “Meine Liebe zu Dir”: http://www.youtube.com/watch?v=OM_3Ez7IcaY “Das Ende deiner Anwesenheit” http://www.youtube.com/watch?v=8noRD6UfSYA
Neue Rezensionen zu „Nichts, das mich hält“ (Ammann Verlag, 2008):
“Es gehört zur wunderbaren Leichtigkeit dieser anrührend schönen Liebesgedichte, dass sie immer wieder einen Hauch von Heiterkeit zeigen, einen Glauben an die Hochseilartistik der Sprache, in der dem Leser nicht weniger zukommt, als der rettende Fänger zu sein.” (Neue Zürcher Zeitung)
“Da versucht einer, in klaren Bildern eine Welt zu schildern, in der freilich das meiste nicht klar, sondern in Widersprüchen organisiert ist. Sogar die eigene Identität, die man nämlich verlassen kann wie ein leeres Haus. Das ist die Unrast von einem, der nicht warten will, bis die Welt die Zeit hat, auf ihn zu warten.” (Tages-Anzeiger)
“Jürg Halter, Lyriker des Notwendigsten. Der junge Berner Poet Jürg Halter scheint mit seiner unprätentiösen Lyrik ein breites Publikum anzusprechen. Seine neuen Gedichte sind erfahrungsgesättigte Geschichten, die der Form wegen nur das Notwendigste preisgeben.” (Radio DRS 2, Sendung,”Reflexe”)
„Nichts, das mich hält“ ist im Handel erhältlich und u.a. über www.amazon.de, www.buchhaus.ch zu bestellen. Weitere Rezensionen und Radio-Links auf: http://www.juerghalter.com
So weit. – Beste Grüsse,
Halter’s Schatten
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Xhevahir Spahiu tradotto da Anila Resuli
La parola
Hanno detto alla parola: ora sei libera
ma la parola non aveva forza per dire: non mi serve.
A cosa serve
se non ho parlato quando serviva?
Sono rimasta priva d’ali,
sono rimasta senza cielo,
sono una vita priva di sogno,
sono un sogno privo di vita.
Hanno detto alla parola: sei libera.
Difficile, ha detto la parola, quanto difficile
credere d’essere liberi;
dopo aver mangiato le proprie sillabe,
dopo essere rimasti stroncati
anche la libertà diviene prigione.
Hanno detto alla parola: la libertà vive.
La parola disse:
sono come Costantino che dopo la morte ancor viaggia.
Hanno detto alla parola: tu sei la libertà.
Per capire ciò serve ben poco
lei pensò,
lei parlò,
ma al posto dei suoni
ne uscì sangue.
Fjala
I thane fjales: tani je e lire
Po fjala s’ kish fuqi t’u thosh : nuk me duhet
E c’ me duhet
kur s’ u thashe atehere kur duhet?
Kam mbetur pa krahe ,
Kam mbetur pa qiell,
Jam jete pa enderr,
Jam enderr pa jete.
I thane fjales: je e lire
Veshtire, tha fjala sa veshtire
Te besosh se je e lire;
Pasi ke ngrene rrokjet e tua,
Pasi ke mbetur cung
Dhe liria behet burg .
I thane fjales: liria jeton.
Fjala ua ktheu :
S’jam si Kostandini qe pas vdekjes udheton
I thane fjales: ti je liria
Per ta kuptuar kete duhet fare pak
Ajo e besoi,
Ajo hapi gojen,
Por ne vend te tingujve
Prej saj doli gjak
***
Immigrato
E’ passato il dolore hanno detto,
è passato il fondo,
il fondo del caffè nella tazzina,
e la parola ha preso il via…
Ma il caffè, chi beve il caffè?
Emigrant
Iku dhembja thane,
Iku llumi,
llumi ne fund te filxahnit,
Dhe fjala mori dhene….
Po kafene, kush e piu kafene?
***
Il padre
La notte
quando il mondo dorme
e il mare ingoia il rimorso delle pazzie del giorno
quando i gabbiani gridano nei cieli della memoria
e le stelle – occhi che non chiudono occhi -
in silenzio iniziano a spegnersi
esce dal nascondiglio
e cavalca un cavallo
che vola
e s’avvicina al recinto.
Non è il solo Constantino. E’ il padre.
Nessuno lo guarda e nessuno lo riconsce.
Lega il cavallo al recinto sotto i raggi della luna,
si pulisce le scarpe e s’avvicina alla finestra
vicino al sonno dei bambini.
Allunga la mano, li copre con un pail
perchè sognano e i sogni si raffreddano.
Un nodo gli chiude la gola
ma contiene la tosse
i bambini potrebbero svegliarsi.
Se s’alzano a cercare pane: lui
da molto ha dimenticato le fiabe.
Come il silenzio s’allontana
prende la via per la dimora che nessuno occupa
con gli occhi parla a Caronte, senza farsi sentire,
per non svegliare gli altri morti.
Ah, l’anima sua riempì gli scavi del cielo
solo il corpo resta lì
nelle ginocchia d’una notte interrata
… la sola notte senza stelle.
L’olivo sta come una candela sopra la testa.
Babai
Naten
kur bota fle
dhe deti pertyp pendimin per marrezite e dites
kur pulebardhat ne skajet e kujteses klithin
dhe yjet – sy qe s’mbyllin sy –
ne heshtje zene e fiken
del nga shushama
dhe shalon nje kale
shkel mbi asgjene
dhe qaset ne rrethina
S’eshte Kostandini i vetem. Eshte babai.
Askush s’e sheh dhe nuk e njeh askush.
Lidh kalin ne nje gardh me rreze hene
shkund balten dhe avitet ne driatare
prane gjumit te femijeve
Zgjat doren, i mbulon me nje velenxe
se shohin endrra dhe endrrat mund te ftohen
Nje lemsh me brenga befas ia ze fytin
po kollen mban
femijet mund te zgjohen
Sikur te ngrihen e t’i kerkojne buke: ai
prej kohesh i ka harrruar perrallat
Si heshtje del
merr udhen drejt baneses qe nuk ia ze askush
me sy i flet Karontit, pa u ndjere
mos pikelloje te vdekurit e tjere
Ah, shpirti i tij ia mbushi zgavrat e qiellit
vec trupi eshte atje
ne preher te nje nate te nendheshme
……………e vetmja nate pa yje
Ulliri i rri
si nje qiri mbi krye
***
Alla vetta della montagna
Qui in vetta
dove solo le quercie non m’abbandonano
e le loro foglie raccontano il fato,
qui dove le acque prendono vita
ignave di dove vanno,
sono un’area sola dell’estate secca,
una lingua tagliata nella bocca del silenzio.
Quanto vicino a Dio
dal Dio dimenticato.
Per un bussare,
ti dono, viandante,
tutto quello che m’appartiene.
Ne maje te malit
Ketu ne maje te malit
ku vetem lisat s’me braktisin
dhe fletet e tyre fatin me tregojne,
ketu ku ujrat jeten nisin
dhe s’dine se ku shkojne,-
jam are e vetmuar e veres se thate,
gjuhe e prere ne gojen e heshtjes se gjate.
Sa prane Zotit
Prej Zotit i harruar.
Per nje trokitje,
t’i fal, o udhetar,
te gjitha c’kam fituar.
***
Il nostro pane quotidiano
Sei venuta vicina e m’hai detto:
t’ho mangiato il cuore!
Io chiusi gli occhi
e mischiai i sogni.
Guardo come sanguina il mio cuore
tra le tue labra di carne e luce.
Buon appetito, amore.
Ma ora, ora non mi dici
senza cuore, come amarti?
Tu hai detto due parole,
gettasti una pietra:
t’ho mangiato il cuore
e io insanguinata conto
i cerchi dei sogni.
Lo sai: il mio cuore
il tuo cuore ha frantumato,
cola il sangue
come i semi di melograno, plick-plick.
Tu hai detto: t’ho mangiato il cuore,
quando io poveretto avevo divorato il tuo.
Era tempo di lutto
e i cuori si sono fatti pane quotidiano.
Buka jone e perditshme
Ti erdhe prane dhe me the:
Ta hengra zemren!
Une mbylla syte
dhe shpleksa endrren.
Shoh si pergjaket zemra ime
ne buzet e tua prej mishi dhe drite.
Te befte mire, e dashur.
Po tani, tani a s’me thua
pa zemer, si mund te te dua?
Ti the dy fjale,
hodhe nje gur:
Ta hengra zemren
dhe une i pergjakur numeroj
rrathet e endrres.
E di: zemra ime
zemren tende e ka bere cope e cike,
kullon gjaku prej saj
si kokrrat e sheges, pike-pike.
Ti the: Ta hengra zemren,
kur une fatziu e kisha sosur tenden.
Ishte koha e zise
dhe zemrat na u bene buka jone e perditshme.
(Traduzioni dall’albanese di Anila Resuli)
*
Xhevahir Spahiu è nato nel 1945 in un paesino della città di Scrapari, Albania. Nel 1967 si laureò in Lettere Albanesi all’Università di Tirana. Da allora è un insegnante di Lettere Albanesi, giornalista, poeta e scrittore.Dal 1993 al 1998 fu segretario dell’associazione “Artisti e scrittori albanesi”Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue.
Opere:
Mëngjes sirenash (1970) – “Mattina delle sirene” ; Ti qytet i dashur (1973) – “Tu, città amata” ; Vdekje e perendive (1977) – “La morte degli dei” ; Dyer dhe zemra të hapura (1978) – “Porte e cuori aperti” ; Bashkohësit (1980) – “Coetanei” ; Agime shqiptare (1981) – “Albe albanesi” ; Zambakët e Mamicës (1981) – “I gigli di Mamica” ; Kitaristët e vegjël (1983) – “I piccoli chitarristi” ; Nesër jam aty (1987) – “Domani sono lì” ; Heshtje s´ka (1989) – “Non c’è silenzio” ; Dielli i lodrave (1990) – “Il sole dei giochi” ; Poezia shqipe (1990) – “Poesia albanese” ; Kohë e krisur (1991) -”Tempo infranto” ; Ferrparajsa (1994) – “Inferno Paradiso” ; Pezull (1996) – “Sospeso” ; Rreziku (2003) – “Il pericolo” ; Poezi të zgjedhura: 1965-2000 (2006) – “Poesie scelte: 1965-2000“.
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Barbara Korun tradotta da Anila Resuli
Marcella Brancaforte
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Thomas Kinsella, Notes from the Land of the Dead
A snake out of the void moves in my mouth, sucks
a triple darkness. A few ancient faces
detach and begin to circle. Deeper still,
delicate distinct tissue begins to form,
hesitate, cease to exist, glitter again,
dither in and out of a mother liquid
on the turn, welling up from God knows what hole.
Dear God, if I had known how far and deep,
how long and cruel, I think my being
would have blanched, appalled.
How artless,
how loveless I was then! O dear, dear God,
the times I had in my disarray – cooped up
with the junk of centuries! The excitement,
underlining and underlining in that narrow room!
– dust (at that remained of something) settling
in the air over my pleasures.
Many a time
I have risen from my gnawed books
and prowled about, wrapped in a long grey robe,
and rubbed my forehead; reached for my instruments
– canister and kettle, the long-handled spoon,
metal vessels and delph; settled the flame,
blue and yellow; and, in abstracted hunger,
my book propped before me, eaten forkfuls
of scrambled egg and buttered fresh bread
and taken hot tea until the sweat stood out
at the roots of my hair!
Then, getting quietly ready
to go down quietly out of my mind,
I have lain down on the soiled divan
alert as though for a journey
and turned to things not right nor reasonable.
At such a time I wouldn’t thank
the Devil himself to knock at my door.
*
The key, though I hardly knew it,
already in my fist.
Falling. Mind darkening.
Toward a ring of mouths.
Flushed.
Time, distance,
meaning nothing.
No matter.
*
I don’t know how long I may have fallen
in terror of the uprushing floor
in my shell of solitude
when I became aware of certain rods of iron
laid down side by side, as if by giants,
in what had seemed the solid rock.
With what joy did I not hope, suddenly,
I might pass through unshattered
– to whatever pit! But I fell foul at the last
and broke in a distress of gilt and silver,
scattered in a million droplets of
fright and loneliness…
So sunless.
That sour coolness… So far from the world and earth…
No bliss, no pain; dullness after pain.
A cistern-hiss… A thick tunnel stench
rose to meet me. Frightful. Dark nutrient waves.
And knew no more.
When I came to,
the air I drifted in trembled around me
to a vast distance with sighs
– not from any great grief, but disturbed
by countless forms drifting as I did,
wavery albumen bodies
each burdened with an eye. Poor spirits!
How tentative and slack our search
along the dun shore whose perpetual hiss
breaks softly, and breaks again,
on endless broken shells! Stare as we will
with our red protein eyes, how few we discover
that are whole – a shell here and there
among so many – to slip into and grow blank!
Once more all faded.
I was alone,
nearing the heart of the pit,
the light growing fitfully more bright.
A pale fume beat steadily through the gloom.
I saw, presently, it was a cauldron:
ceaselessy over its lip a vapour of forms
curdled, glittered and vanished. Soon I made out
a ring of mountainous beings, staring upward
with open mouths – naked ancient women.
Nothingness silted under their thighs
and over their limp talons. I confess
my heart, as I stole through to my enterprise,
hammered in fear.
And then I raised my eyes
to that seemingly unattainable grill
thorough which I must return, carrying my prize.
*
How it was done – that that pot should now
be boiling before you… I remember only snatches.
It must have been with utmost delicacy.
I was a mere plaything.
But perhaps
you won’t believe a word of this.
Yet by the five wounds of Christ
I struggled toward, by the five digits
of this raised hand, by this key
they hold now, glowing, and reach out with
to touch… you shall have…
– what shall we not begin
to have on the
count of
Un serpente uscito dal vuoto mi si muove in bocca, succhia
triplicate oscurità. Pochi volti antichi
si distaccano e prendono a girare. Più profondamente ancora,
fragile tessuto differente comincia a formarsi,
esita, cessa di esistere, scintilla nuovamente,
entra ed esci tentennando da un liquido materno
sul punto di cambiare, affiorando da Dio sa che fossa.
Mio Dio, se avessi saputo fino a che punto e a fondo,
quanto a lungo e crudelmente, penso che il mio essere
sarebbe sbiancato, atterrito.
Quant’ero ingenuo,
privo d’amore allora! Oh, mio Dio, mio Dio
che momenti vivevo nel mio caos – stipato
delle cianfrusaglie dei secoli! L’eccitazione,
che sottolineava e sottolineava in quella stanza stretta!
– polvere (tutto ciò che restava di qualcosa) sistemando
nell’aria i miei piaceri.
Più volte
mi sono alzato dai libri rosicchiati
e ho vagato, avvolto in una lunga veste grigia,
e mi sono sfregato la fronte; e ho teso le mani ai miei strumenti
– barattolo di latta e bollitore, il cucchiaio dal manico lungo,
recipienti di metallo e lega; ho regolato la fiamma,
blu e giallo; e, con una fame astratta,
e davanti il libro, ho mangiato forchettate
di uova strapazzate e pane fresco imburrato
e preso tè caldo finché il sudore si formava
alla radice dei capelli!
Poi, ritrovandomi tranquillamente pronto
a scivolarmi in tutta calma fuori dalla mente,
mi sono steso sul sudicio divano
attento come quando parti per un viaggio
e volto a cose né giuste né ragionevoli.
In un simile momento non avrei ringraziato
il diavolo in persona di bussare alla mia porta.
*
La chiave, anche se la conoscevo a malapena,
già nel pugno.
Cadendo. La mente si oscurava.
Verso un anello di bocche.
Inebriato.
Tempo, distanza,
senza più senso.
Che importa.
*
Non so quanto a lungo possa essere caduto
terrorizzato dal brusco sollevarsi del pavimento
nel mio guscio di solitudine
quando mi accorsi di certe sbarre d’acciaio
disposte fianco a fianco, come da giganti,
in quella che era sembrata roccia solida.
E con quanta gioia non sperai, all’improvviso,
che sarei potuto uscirne indenne
– verso che pozzo! Ma caddi goffamente infine
e mi sfeci in un’angoscia d’oro e argento,
sparso in un milione di goccioline di
spavento e isolamento…
Così privo di sole.
Quell’aspra freddezza… Così lontano dal mondo e dalla terra…
Non gioia, né dolore; grigiore dopo il dolore.
Un sibilo di cisterna… Un denso fetore di tunnel
si levò ad incontrarmi. Spaventoso. Scure onde nutrienti.
E persi conoscenza.
Quando rinvenni,
l’aria che mi trascinava tremolava attorno
a perdita d’occhio singhiozzando
– non per grande afflizione, ma disturbo,
da innumerevoli forme alla deriva come me,
ondosi corpi albumosi
ognuno gravato d’un occhio. Poveri spiriti!
Com’è fiacca e incerta la nostra ricerca
lungo la riva grigio-bruna il cui sibilo perpetuo
si spezza dolcemente, e poi ancora,
su infiniti gusci rotti! Guarda come noi desideriamo
con questi proteici occhi rossi, così pochi ne scopriamo
ancora interi – un guscio qua e là
tra così tanti altri – a scivolare dentro per vuotarsi!
Di nuovo tutto dissolto.
Ero solo,
avvicinandomi al cuore del pozzo,
la luce si faceva a intermittenza più brillante.
Un pallido vapore pulsava nell’oscurità incessantemente.
Vidi, in quel momento, che era un calderone:
continuo sull’orlo un vapore di forme
a spirale, luccicava e svaniva. Subito scorsi
un anello di esseri enormi, con gli occhi al cielo,
le bocche spalancate – vecchie donne nude.
Parole inutili stipate sotto le cosce
e i molli artigli. Confesso
il mio cuore, mentre andavo furtivo all’impresa,
mi martellava in petto di paura.
E poi alzai lo sguardo
a quella grata all’apparenza irraggiungibile
che dovevo varcare per tornare, trasportando il mio premio.
*
Che aspetto aveva – quel pozzo adesso starà
bollendoti davanti… Ricordo solo gli strattoni.
Con la massima delicatezza credo.
Ero un giocattolo soltanto.
Ma forse
tu non crederai a una parola.
Eppure per le cinque ferite di Cristo
lottai per proseguire, per le cinque dita
di questa mano alzata, per questa chiave
che ora tengono, ardente, e con cui si allungano
a toccare… avrai…
– Cosa non cominceremo
ad avere, sul
conto di
Thomas Kinsella, Notes from the Land of the Dead, Carcanet, Manchester 1972
in uscita a febbraio nella collana di poesia irlandese “Snáthaid Mhór” di Kolibris
Risultati Concorso “L’amore è un cane che viene dall’inferno”
La giuria di Kolibris, presieduta da Milo De Angelis e composta da Fabiano Alborghetti, Luca Ariano, Alessandro Assiri e Maria Rita Stefanini ha decretato i vincitori del Concorso di scrittura “L’amore è un cane che viene dall’inferno”, promosso dal Comune di Bellaria Igea-Marina in collaborazione con l’Associazione Isola dei Platani, l’Associazione Agorà 2000 e la Casa Editrice Kolibris
Ho accettato con gioia l’invito di Chiara De Luca a presiedere questo Premio. Per la serietà, innanzitutto, di chi l’organizza e per il valore della Giuria. E poi mi piaceva tornare a Bellaria, luogo leggendario delle mie estati di bambino. La lettura dei testi conferma la buona impressione di partenza. Trovo le parole di poeti che conosco: i limpidi stupori di Paola Loreto, la percezione del gelo di Sergio Rotino, l’inquietudine interrogante di Gianluca Chierici, l’assorta brevità di Caterina Camporesi, lo slancio spirituale di Alessandro Ramberti e altre cose significative sparse qua e là negli altri partecipanti. E ora aspetto il momento della Premiazione per ritrovare, insieme agli antichi luoghi, i poeti amici e i loro versi nell’emozione di un incontro.
Milo De Angelis
VINCITORI sezione A, poesia
1) Paola Loreto
2) Sergio Rotino
3) Caterina Camporesi
4) Gianluca Chierici
5) Alessandro Ramberti
SEGNALATI
Simone Molinaroli, Carla De Angelis, Narda Fattori, Stefano Leoni
MENZIONE DELLA GIURIA
Marco Carbone, Giovanni Catalano, Gianluca D’Andrea, Claudio Pagelli
La giuria ha invece deciso di non assegnare i premi per la sezione b) racconto breve e c) poesia via sms, in quanto gli elaborati pervenuti in redazione non sono risultati qualitativamente sufficienti
I miei vivissimi complimenti vanno ai vincitori e segnalati
Un grazie a tutti i partecipanti per l’invio delle loro opere e per la collaborazione
La mia stima e gratitudine al Presidente Milo De Angelis, a Luca Ariano e Fabiano Alborghetti, ad Alessandro Assiri e Maria Rita Stefanini per il loro entusiasmo e la serietà con cui hanno svolto questo impegnativo lavoro
Chiara De Luca
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Adel Karasholi
Seiltanz
Und also sprach Abdulla zu mir
Fremde ist zu deiner Rechten
Und zu deiner Linken ist Fremde
Denn du tanzt auf einem Seil
Und er sprach
Die Frage steht der Frage im Wege
Die Antwort der Antwort desgleichen
Denn du tanzt auf einem Seil
Und er sprach
Weder der Osten ist Osten
Noch der Westen Westen in dir
Denn du tanzt auf einem Seil
Und er sprach
Schliesse deine Augen
Und laufe so schnell du laufen kannst
Denn du tanzt auf einem Seil
Adel Karasholi
Danza sul filo
E così mi parlò Abdullah
L’ignoto è alla tua destra
E l’ignoto è alla tua sinistra
Perché stai danzando su un filo
E disse
La domanda è d’intralcio per la domanda
Così pure la risposta per la risposta
Perché stai danzando su un filo
E disse
Né l’Oriente è Oriente
Né l’Occidente è Occidente dentro di te
Perché stai danzando su un filo
E disse
Chiudi gli occhi
E corri più veloce che puoi
Perché stai danzando su un filo
Traduzione di Lorenzo Mari
Die Brücke
Und also sprach Abdulla zu mir
Auf der Minze bewegt es sich
Auf dem Felsen bewegt es sich
Unter der Brücke bewegt es sich
Dieses Licht der Liebe
Und er sprach
Die Minze erblüht in der Minze
Der Fels ruht im Felsen
Die Brücke dehnt sich aus in der Brücke
Und in der Kinderheit wurzelt die Wurzel
Ich aber sprach
Das Licht wirft mich in die Minze
Die Minze lässt mich erblühen im Felsen
Der Fels verwurzelt mich in der Brücke
Und die Brücke dehnt sich aus
Von Meridian
Zu Meridian
Adel Karasholi
Il ponte
E così mi parlò Abdullah
Sulla menta si effonde
Sulla roccia si effonde
Sotto il ponte si effonde
La luce dell’amore E disse
La menta fiorisce nella menta
La roccia riposa nella roccia
Il ponte si estende nel ponte
E nell’infanzia mette radici la radice
Io però ribattei
La luce mi proietta nella menta
La menta mi fa fiorire nella roccia
La roccia mi radica nel ponte
E il ponte si estende
Da meridiano
A meridiano
Traduzione di Lorenzo Mari

Adel Karasholi è nato nel 1936 a Damasco. All’età di quattordici anni le sue prime poesie furono pubblicate e trasmesse da Radio Damasco. Da giovane poeta, ha iniziato a studiare la letteratura mondiale e si è interessato particolarmente alle opere teatrali di Berthold Brecht. Nel 1953 ha fondato una rivista di arti e letteratura, che fu subito bandita dalle autorità del presidente nazionalista Al-Chichakly. Successivamente, ha lavorato come tipografo, è diventato curatore letterario, ha scritto per Syrian Radio ed è diventato capo dello staff redazionale di un programma radiofonico per studenti. Nel 1957 divenne il membro più giovane della rinomata Arab Writers Association, di orientamento marxista. Nel 1959 l’associazione fu bandita e i suoi membri dovettero fuggire dalla Siria.
Passando per Beirut, Monaco e Berlino-Ovest, Karasholi si stabilì finalmente a Lipsia nel 1961, dove conquistò i primi successi durante la cosiddetta “poetry wave” nella Germania orientale. Nel 1968 la sua raccolta di poesie arabe Wie Seide in Damascus (Come seta a Damasco), uscì in traduzione tedesca, curata da lui stesso. In quanto beneficiario di una borsa di studio, ha studiato Letteratura e Arti drammatiche al „Johannes-R.-Becher-Institute“ di Lipsia, dove, nel 1970, ha ottenuto il dottorato sul teatro di Brecht. Più o meno nello stesso periodo, ha iniziato a comporre poesie in tedesco.
Grazie a questa sua intensa passione per Brecht, gradualmente è giunto ad uno stile di espressione letteraria totalmente diverso. ” Ciò che Brecht ha scritto è più o meno il contrario di ciò che ho scritto in precedenza. Le mie poesie erano dense di emozioni e ricche di metafore. Nelle opere di Brecht ho trovato una poesia nuda, ma per me molto affascinante”. E’ stato proprio questo contrasto ad avere un impatto decisivo sulle opere successive di Karasholi.
Nel 1978, ha pubblicato il libro Umarmung der Meridiane (L’abbraccio dei Meridiani), che conteneva poesie scritte esclusivamente in tedesco. A quel tempo Karasholi stava seriamente prendendo in considerazione la possibilità di tornare in Siria e ha cercato di formulare un inventario delle sue esperienze nella Germania dell’Est.
Tra il 1968 e il 1993 ha lavorato come docente all’Università di Lipsia e nel 1992 il premio “Adalbert-von-Chamisso” dell Accademia bavarese delle Arti. Nel 1992 ha preso la cittadinanza tedesca e dal 1993 lavora come scrittore freelance. Il suo libro di poesie Also sprach Abdullah (Così parlo’ Abdullah) è stato pubblicato nel 1995. In esso presenta le proprie osservazioni dialettiche sull’ambiente circostante sotto forma di sofismi arabi.
Tra il 1997 e il 2002 Adel Karasholi è stato presidente della Writers Association di Lipsia. Vive tuttora a Lipsia.
Opere in lingua tedesca
Wie Seide aus Damaskus , Berlin 1968
Umarmung der Meridiane, Halle 1978
Brecht in arabischer Sicht, Berlin 1982
Meine Geliebte kommt, Berlin 1983
Daheim in der Fremde, Halle 1984
Der Weinberg Erde, Leipzig 1986 (insieme a Joachim Jansong)
Wenn Damaskus nicht wäre, München 1992
Also sprach Abdullah, München 1995
Wie fern ist Palästina?, Leipzig 2003
Wo du warst und wo du bist, München 2004
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Roberto De Luca, Insospettabili ombre
ROBERTO DE LUCA, Insospettabili ombre, Pendragon, Bologna 2008
pp. 253, € 15
Da dove le lacrime non esistono
di Chiara De Luca
Insospettabili ombre di Roberto De Luca, pubblicato da Pendragon nel dicembre 2008 è un libro che vale la pena di leggere, che si distingue, identifica e che resta, in un ambito, quello del thriller e del poliziesco, molto frequentato e popolare, in cui è pertanto difficile riuscire ad aggiungere qualcosa di nuovo in modo efficace. Nella sua opera d’esordio, Roberto De Luca ci riesce con maestria, senza scivolare nelle numerose insidie presentate dal cimento nella narrativa di “genere”. Perché di fatto riesce ad aggirarne i cliché e le possibili semplificazioni banalizzanti.
Con un linguaggio diretto, ed essenziale, eppure elegante e mai scabro, con efficaci inserti di “burocratese” ad hoc e minuziose descrizioni di scorci ambientali e d’interni, De Luca disegna una intreccio di storie avvincente e ben congegnato, in cui tutti i fili si dipanano parallelamente, per poi intrecciarsi in una trama coinvolgente e trascinate, che tiene il lettore incollato alle pagine con il fiato sospeso fino alla rivelazione finale.
Difficile riuscire a inventare storie che non riverberino echi, a configurare delitti che non ne richiamino per associazione altri, personaggi che non ricalchino figure già presenti nell’immaginario collettivo. Anche in questo De Luca riesce egregiamente. Perché fin dalle prime pagine il lettore crede di conoscere senza ombra di dubbio il colpevole, e ne resta convinto fino a poche pagine dalla fine. Eppure un indizio, che già gli si era insinuato nella mente a sua insaputa, mina all’improvviso le sue convinzioni, divenendo certezza soltanto nelle ultime pagine, e smentendo quanto aveva creduto fino a quel momento.
Bello ed efficace l’alternarsi di piani di realtà cronologicamente distanti, i flash back sul passato di dolore del protagonista maschile Luca De Robertis e della protagonista femminile Marica, il veloce succedersi delle ambientazioni nel passaggio dal luogo del delitto a quello delle indagini, che arrivano spesso a coincidere, ma vengono fissati e di volta in volta ri-caratterizzati da punti di vista differenti. L’obiettivo di De Luca si muove senza posa, focalizzando di in volta scorci d’interni (la caserma, l’abitazione della serial killer, l’ufficio di De Robertis) e strade di Bologna e dei suoi dintorni, effettivi o rielaborati nella fantasia, eppure in entrambi i casi così reali, inquadra velocemente la Stazione ferroviaria e i treni regionali malmessi e malvissuti dai pendolari; la montagna dove De Robertis si rifugia, senza tuttavia mai poter abbandonare mentalmente il luogo del delitto; le piste ciclabili su cui ragiona e sbroglia i fili pedalando in una solitudine cui non consente alla propria stessa vita privata di accedere; l’ospedale dove solo una gamba fuori uso riesce a tenerlo buono per un po’.
Tutti i personaggi sono ben costruiti, coerenti, vivi. De Luca ci offre uno spaccato vivace e realistico della vita e dell’attività dei membri dell’Arma dei Carabinieri, come il simpatico Carmine Apostolitano, sorta di Watson o braccio destro au pair di De Robertis, o il severo Maresciallo (donna) Falcone, che con il suo arrivo porta lo scompiglio nella realtà provinciale di Castel San Petronio. De Luca, con evidente cognizione di causa, ne mostra di volta in volta il lato più umano e a noi vicino, la passione nello svolgimento del proprio mestiere/missione, ma anche le debolezze e le manie. Così come descrive abilmente e ci avvicina l’inquietante protagonista femminile, la serial killer Marica e le sue vittime, tutte incolpevoli al di fuori della professoressa di francese che le ha definitivamente sottratto l’infanzia, provocandole quell’indelebile “livido dell’anima” che con la violenza Marica s’illude di poter sanare, per lavare via col sangue l’antico “pianto senza lacrime, un pianto che veniva da dentro, da dove le lacrime non esistono”.
La protagonista femminile Marica è indagata con grande acume e capacità di penetrazione psicologica, nel tentativo di dare un nome al male, di trovare motivazioni razionali/ragionevoli all’irrazionale della furia omicida, di fornirne spiegazioni, senza tuttavia tentare di trarne alibi né giustificazioni, con un raro ed equilibrato distacco oggettivo
Lo stesso avviene per l’altra protagonista femminile, la professoressa di francese, che da carnefice si trasforma in vittima e poi, paradossalmente, mediante la sofferenza indottale dalla stessa Marica, in carnefice ancora.
Impossibile infine non partecipare al destino di De Robertis, non lasciarsi coinvolgere dalla sua caparbietà e ostinazione, dalla sua avversione per l’indagine scientifica quando da elemento coadiuvante la si voglia trasformare in surrogato dell’indagine tradizionale, tentando l’impossibile impresa di sostituire la chimica al ragionamento, il luminol allo scavo psicologico.
Sono poi le critiche di de Robertis alla realtà edulcorata e idealizzata presentata dalle varie fiction dedicate alle forze dell’ordine, le sue tirate ironiche sugli sprechi comunali e il trash televisivo, la sua tendenza all’autocritica e all’auto ironia e la sua attitudine socievole e burbera insieme a fare di lui un eroe “normale”, con i suoi difetti e tutta la forza della sua straordinaria umanità. È attraverso i suoi occhi che vediamo sfilare i vari personaggi “minori” (come la donna dei cani o l’anziano padre, o le vittime di Marica), appena tratteggiati da poche pennellate che rallentano la corsa delle indagini, eppure fissati in un istante nella loro unicità e autenticità.
Un bel libro dunque, che non ti lascia uguale. Da leggere di getto, assecondandone il ritmo, ora precipitoso ora franto, riflettendo su come una singola azione possa generare conseguenze devastanti, che si riverberano negli anni e si moltiplicano, in un effetto a catena inarrestabile.
E su come il passato talvolta non possa essere davvero sepolto né redento, ma sia in grado di tornare proprio quando ci si credeva al sicuro.
Roberto De Luca è nato a Mondragone (CE) nel 1968, ma è cresciuto e vive in Toscana. A diciotto anni si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri, iniziando il suo pellegrinaggio in Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna.
Attualmente presta servizio alla Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna con il grado di Matesciallo Capo.
Insospettabili ombre è il suo primo romanzo.
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SESSO SUBITO
di Chiara Daino

Non vi piacerà.
Il “fuori programma”, fuori controllo e fuori dai denti. A fior di canino. E non vi piacerà. Ve lo assicuro. Non vi piacerà sapere come vi vedo. Come vi vivo. Come quando mi stanco: di sentire. Le solite [ sottili? ] allusioni sessuali. Sono passati: anni due [ poco più ] dal TotoDaino. Da quel quando, quale cambio di cornice? Il quadro è sempre lo stesso. Cambia solo il CHI ritratto. E ieri. Collaboro con Massimo Sannelli = scopo Sannelli/Sannelli mi scopa [ a seconda del rapporto di “potenza” stabilito dal soggetto sparlante ]. E oggi. Collaboro con Daniele Assereto = scopo Assereto/Assereto mi scopa. E domani. Collaboro con Cristina Babino [ e si scatenino le più turpi teorie, prego: un poco di parità! ].
E ancora: avoco. Reclamo rispetto. Per la pagina e per il palco. E quale dire “adulto”? Quando sento [ ricordate: si riporta, si riFerisce. Sempre. Ogni mondo è un mondo piccolo]: « la Daino? Ma lo sai che la Daino è stata la donna di… [ segue nominativo/copula del poeta ] ». Al di là che preferirei solo “Daino” o “La Dama” – per un personale puntiglio e una particolare passione per il suono – è questo il programma? Così si manifesta la vostra poetica? [ Sì, sono le cosiddette “persone di cultura/controcultura/avan cultura”, l’intellighenzia dell’Italia: sì, così si concentra/si concentrano. Pari impegno profuso: per la Striscia di Gaza e per lo Struscio di Dama… ].
E ancora: vi guardo. Fisso. Come un gatto. E Gatto sceglie, non è mai scelto. E allora: vi guardo. Fisso. È così importante il maschio che MASTICO E SPUTO? E allora invoco: un diritto privato. Saranno strafatti/strafalli miei il dove/come stendo le pelli? E ripeto: NON I PIACE chi ne ha detto/chi ne dice [ sono spazi segreti/secreti ]. Non mi piace. Passare di bocca in bocca. [ Scegli bene l’orecchio a cui raccontare la tua“tacca”]. E allora revoco: mi ritiro. Dal perverso gioco: guerra di galli… Annusatevi e “leccatevi il culo” a vicenda. Dite e maledite. Io [ come canta e fonda Francesco ] « di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo ».
Ho da fare futuro. E sempre: vi fisso. Come un chiodo, come dirvi: come? Come posso crescere? Come dirvi: quale stella fissa. Seguire? Tutti maestri nell’esibire i genitali. E quali sono: i veri “attributi”? Certo è: la parola priapica si è diffusa. Proseliti del Circo: marchio e cerchio del “glorioso gotha”. E a cosa [ vi ] è valso leggere e leggermi? A cosa? Se prima di un reading poetico il rinomato poeta mi chiama per propormi/proporsi: « potremmo non presenziare e andare a scopare! » [ Salvo poi, post due di picche, porgermi il microfono per salvarsi la faccia(ta) e non sapere – non è il mio stile: tacere ]. A cosa, se l’eccelso [ mi ] dice: « La Merca è piena di pompe. È chiaro che ti chiedano pompe ». Ah sì? È chiaro? E Chiara? Chiara « dice di NO! » [ e cita i RATS – che Chiara non ha bisogno di citazioni colte per calzare una patina intellettuale/intellettiva…]
Brani della mia bio/biblio/grafia. Che solo mia non è. Non solo, almeno. Parlo di una generazione. Che vi guarda. Fisso. Parlo a voi, parlo di voi, di chi piange all’estero e picchia in patria. Parlo della violenza cieca. Quella non vista. E perpetuata. Dei massacri muti. Delle lente morti invisibili.
Parlo dei vostri alibi ben affermati, ben articolati: e siamo sempre e solo noi
[ autolesionisti/anoressici/amorfi e alcolizzati ]. E mai voi [ assassini/autoimmuni e autorizzati ].
Parlo di stupro. E allora non è più solo la mia storia. [ Non è mai così. Cambiano solo i dettagli – di una storia…]
Anni di psicologi/psicopompi a preconizzare la morte di qualcosa dentro. Di qualcosa che non avrebbe dovuto rinascere: la fiducia. Nel genere umano. Eppure: è risorta. Per me e per altre/altri. La fiducia nell’amico, nell’anima. Nell’Amico quando dice: « tieniti stretta la tua bellezza ». Nell’Anima quando ride e ti chiama Ecate. Per le torce cercate e accese. Per noi viandanti. Per le torce che carico: luce piena! Sto parlando di stupro. Non è abbastanza? È un male minore? È un passaggio obbligato? Almeno un poco non vi fate schifo? Adulti ex cathedra che vedete solo una bella fica? [ Sia io sia un’altra non importa. Il marchio è lo stesso ].
È un istinto naturale? È normale? E allora: ringrazio. Chi/cosa mi rese: pazza. Le vostre norme/normative sono: la nausea promessa. La nausea presente. E vi regge bene lo stomaco: per sostenere il pelo della vostra pochezza. Della vostra povertà. Perché è questa la vera povertà. E vi dite lo stesso: “a posto” con la coscienza [ triti nel totem, tronfio e tragico ]. E ancora: vi dite e ci dite il “come si deve”. E sprecate e stuprate: le persone e le parole. Di continuo. Perdete tempo e perdete umanità. Adesso basta! Esiste una differenza [ una diversa “natura sustanziale” ] tra lo stupro carnale e lo stupro verbale? E siete voi i chi che ci devono insegnare/ispirare? A scrivere, a vivere… Anche qui: poco importa. Per le nostre minute menti: quali mentori? Quali modelli? Fino a quando “chi scopa chi” – sarà più importante di “chi segue chi”: non credo, non vedo cambi di marcia. È sempre una questione “da mela”. E dimmela tutta: la verità. Parli di salvezza mentre vuoi riempirmi e chiudermi la bocca?
Non siamo giovenche. Solo giovani. E monta solo: la rabbia. E si monta: e chi *cavalca una cometa*? No, non potete saperlo. No, non è un critico sul solido piedistallo dello scaffale etico/estetico, ontologico/metafisico [ uno dei tanti che mandate a memoria per fugare/fuggire un qualsivoglia attestare non accreditato ]. Chi *cavalca una cometa*? No, non è la donna di. Non è l’uomo di. Chi *cavalca una cometa* è un solo nome. Di metallo. È solo un gruppo. E non: un gruppo solo. È l’anello di chi rifiuta l’arena. Di chi rigetta tutta: la vostra catena [ di passamano di passaparola], tutto il vostro spettacolo dei sessi. È il nome di chi rimette: al cesso e al cielo – chi postula principi e paupula parafrasi. E poi? Con picciuol perifrasi ti proclama puttana! E ne parliamo. Noi che siamo stanchi. Di leggervi dentro. [ Nulla di notabile, per giunta ].
E allora: è tempo. Di ricordarvi. E riferirvi: “la storia ha porte strette”. La Storia. Sono le persone DIETRO gli schermi. Sotto la maschera. La Storia. Cosa ci scrivete con lo sperma? Siamo tutti figli di falsi frutti? Quali mani ci date [ e dove? ] per crescere senza recidere [ le nostre vene ]? Quelle mani che. Vi lavate. [ Non è “cosa vostra”]. Quelle mani che. E levate: dai nostri destini un domani che duri. Solo lividi e lisergici. Ci lasciate: a noi, come eredi. Ci lasciate, per favore, a noi stessi? Ci lasciate in pace? No! Voi continuate. A lisciarvi e a stringervi le mani. Quelle mani che. Elevate come cazzi, come dirvi: che pena.
Quelle mani che: stringono la gola. Quelle mani tese per avere: sesso e subito. Quelle mani che vogliono domare e dominare. Quelle mani sporche, mani in pasta, mani lunghe, mani monche… Le vostre mani di fata! L’abile lavoro che fate. Mani sui coglioni: tasche e testicoli pieni. Troppo pieni: per trascendere? È un luogo comune? È una fossa comune. Dove ci volete. È un luogo comune? Sì. Banale. Eppure: continuiamo a dire. Adesso: basta! Siate pure. State pure nelle stanze del disimpegno. Nelle grandi latrine dei grandi letterati. Noi beviamo molto, noi non beviamo: dal vostro bicchiere. Noi non bruchiamo al vostro banchetto. Noi non beliamo le vostre bellezze.
Noi siamo davanti alle porte [ sempre chiuse ]. E sempre aspettare: fuori e dentro metafora.
Che qualcuno ci apra. Che qualcuno arrivi. Finché arriva. La sera [ ne basta una ]. Quella sera che ti stanchi. Di aspettare. E chiedi aiuto a un cameriere. Che ti apre la porta. E in quella taverna, in quella cantina: trovi tutti. I come te. Stanchi di aspettare. Che non sapevano più: dove andare, dove piagare le nocche. E si trovano. In quell’unica notte. E si ritrovano. Insieme. Alieni e alienati. Che hanno fatto delle loro croci i loro deltaplani. Per volare dove. È casa. Sempre aperta. Come la domanda [ di bimbi costretti al buio: « te lo dico dopo! »; « perché funziona così! »; « perché sì! »; « perché no! »; « perché te lo dico io! »; « perché *è inutile bussare, qui non aprirà nessuno*… » ].
E siamo qui. Ognuno con le sue ferite, ognuno con i suoi perché, ognuno con le sue piccole cose. A porte chiuse. E si spalanca il segno: il punto di luce. L’alter rogo di chi considera sacro: e il senso e il sesso.
E un ciondolo, un profilo di plettro. Inciso: rock. [ Qualcuno a Lipsia pensava ai miei suoni anziché ai miei talami ]. Rock. È scritto: e si stringe. Al petto: metallo fuso, medaglia al malore. E si evita il collasso. Rock. E si resiste. Insieme. Ora che si ha una spalla e un’altra e un’altra ancora: e per piangere. E per procedere. Lontano. Dal sesso subìto. Fallo o falloppio – giudicate pure ogni nostro sbaglio storico/sonoro/sistemico. Fallo o falloppio – rendiamo grazie alle mani bianche [ lontane dalla polvere delle di voi bianche nari ]. Lontano. Dal sesso subìto. Fallo o falloppio – poco importa. Siamo tutti stanchi del vostro sordido stupro. È tempo di dirvi che siete: fuori tempo. E fuori luogo. Tutti voi, tutto tu: alloro adulto. E ora? Anche tu. Nella molta misera schiera. Mettetevi tutti in posa e sorridete!
Una foto ricordo del male – per i figli a venire!
Chiara Daino
[ * vendere no. Non passa fra i miei rischi *
…………………………………………...
chiamatemi per nome
……………………………………………
*E SPUTATEMI ADDOSSO!* ]
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Che spicchiamo il volo
di Chiara De Luca
su “La Voce di Romagna” del 23/01/2009
Si è conclusa in questi giorni la selezione delle opere vincitrici e segnalate nell’ambito di “L’amore è un cane che viene dall’inferno”, XI Concorso di scrittura amorosa bandito dal Comune di Bellaria Igea Marina per volontà dell’Assessore Antonio Bernardi, in collaborazione con l’Associazione Isola dei Platani, l’Associazione Agorà 2000 e la neonata casa editrice bolognese Kolibris.
La giuria di Kolibris, presieduta da Milo De Angelis e composta dai poeti Fabiano Alborghetti, Luca Ariano, Alessandro Assiri e Maria Rita Stefanini ha decretato vincitrice Paola Loreto (Bergamo). A seguire Sergio Rotino (Bologna), Caterina Camporesi (Savignano sul Rubicone), Gianluca Chierici (Lodi) e Alessandro Ramberti (Santarcangelo di Romagna). Segnalati: Simone Molinaroli (Pistoia), Carla de Angelis (Roma), Narda Fattori (Gatteo), Stefano Leoni (Folrì). Menzione di merito a Marco Carbone (Napoli), Giovanni Catalano (Palermo), Gianluca D’Andrea (Messina), Claudio Pagelli (Rovello Porro, Como).
La premiazione si terrà il 15 febbraio, alle 17:30 in luogo da destinarsi. I premi saranno offerti da Turismhotels, associazione degli albergatori di Bellaria Igea Marina. Le opere di vincitori e segnalati verranno pubbricate da Kolibris in un volume antologico che inaugurerà la collana di poesia italiana contemporanea “Germogli”.
Ma molte altre sono le iniziative della Casa Editrice Kolibris, che si propone di portare in Italia le voci di poeti contemporanei stranieri noti e meno noti, giovani e già affermati, nel tentativo di restituire dignità alla traduzione quale potente strumento di interscambio culturale e mutuo accrescimento, di stabilire nuove alleanze internazionali che favoriscano la collaborazione culturale tra diversi paesi, di creare nuove opportunità di diffusione della poesia, che esulino dagli ambiti normalmente frequentati dagli “addetti ai lavori”.
Patrocinata da Le Cultur@ctif (Svizzera), del Centro Europeo dei traduttori letterari di Seneffe (Belgio), della In lingua di Bologna, da N.T.L. (Il Nuovo Traduttore Letterario) di Firenze, dal Prüfungszentrum Goethe Institut e dalla Leit Motiv di Parma, dal Blog di Poesia del “Corriere della Sera”, a cura di Ottavio Rossani, Kolibris si avvale della collaborazione e consulenza di un Comitato di Redazione internazionale composto da traduttori e docenti universitari, poeti ed esperti di poesia.
Le prime collane di poesia straniera ad essere inaugurate a febbraio saranno la svizzera “Chamäleon”, con vertigine lieve di Sabina Naef e Nulla a tenermi di Jürg Halter e l’irlandese “Snáthaid Mhór“ (Libellula) con Appunti dalla terra dei morti di Thomas Kinsella e Un piccolo Libro d’Ore di John Deane.
Diversi sono i libri in catalogo, tra cui una selezione di poesie da Gigli di Mare e Disordini in cielo di John Barnie per la collana di poesia gallese, Diario di un ateo provvisorio e L’orologio di Linneo di Werner Lambersy; Il biglietto di pascal di Liliane Wouters e Il grido d’alba di Colette Nys-Mazure, per la collana di poesia belga, una selezione antologica di Jorge Carrera Andrade e una di Julio Cesar Aguilar per la collana ispanica.
Kolibris ha inoltre creato una fitta rete di spazi virtuali che si dipana dal sito http://ww.edizionikolirbis.eu ed è dedicata alla diffusione della poesia italiana e straniera contemporanea, alla segnazione di eventi e curiosità letterarie, alle sinergie d’arte, all’incontro.
Da febbraio sarà attiva una libreria virtuale dove sarà possibile acquistare i volumi con carta di credito (http://www.kolibrisbookshop.eu).
Nel tentativo di favorire quanto più possibile le occasioni di incontro e confronto, Kolibris organizza inoltre un corso di traduzione letteraria per l’editoria (http://corsoditraduzione.wordpress.com) in collaborazione con la Scuola di Lingue eruopee ed orientali T.W.Y.O, un seminario di scrittura creativa (http://seminariodiscrittura.wordpress.com) e un ciclo di presentazioni di libri in collaborazione con la Biblioteca multimediale del Quartiere San Vitale a Bologna e un ciclo di letture di giovani poeti emiliano romagnoli presso MelBook Store in Via Rizzoli a Bologna.
Ma… perché Kolibris? Perché il Italia la poesia è editorialmente bistrattata in quanto “prodotto difficilmente vendibile”. Di conseguenza, i grandi editori pubblicano pochi autori stranieri contemporanei, e comunque già innegabilmente affermati nel loro paese d’origine, o continuano a riproporre i classici in traduzioni per lo più datate. La promozione e diffusione della poesia contemporanea è pertanto affidata soprattutto alla piccola editoria, che – per via dei costi e sforzi aggiuntivi di traduzione e acquisizione dei diritti – si vede però spesso costretta a pubblicare pochissimi stranieri, oppure a “specializzarsi” settorialmente, ottimizzando gli sforzi.
Mentre la poesia non è né “prodotto”, né “operazione a perdere”, né fallimento editoriale in partenza come viene spesso considerata. Bensì linfa vitale, ragione d’agire, missione. Ma è anche un fiore delicato, che va porto, offerto, accompagnato, cui va dedicata una estrema cura, quella dei colibrì che si posano leggeri sui fiori contribuendo alla loro sopravvivenza e ri-generazione.
Chiara De Luca
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Un amore felice/Happy Love
Un amore felice. È normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi venuti fra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.
Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano -
sembra un complotto alle spalle dell’umanità!
È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile:
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?
Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.
Wislawa Szymborska
HAPPY LOVE
Happy love. Is that normal,
is that serious, is that useful–
what does the world get out of two people
who don’t see the world?
Lifted towards each other for no valid reason,
no different from a million others, but convinced
that it had to be thus–as reward for what? Nothing:
light falling from nowhere–
why on them and not on others?
Does this offend justice? Yes.
Does it upset solicitously piled principles,
does it upset morals? It does upset and topple them.
Look at these happy ones:
would they at least put on some disguise,
pretend a little despondency to sustain their friends!
Hear how they laugh–offensively.
The language they use–seemingly intelligible
As for those ceremonies, the fuss,
their fanciful reciprocal duties–
they look like a conspiracy behind humanity’s back!
It’s hard to predict the outcome
if their example could be followed.
What would sustain religions and poets,
what would be remembered, what abandoned,
who would wish to stay within its bounds.
Happy love. Is it necessary?
It’s tactful and sensible to ignore this scandal in Life’s higher spheres.
Fine babies are born without its assistance.
Never, never could it populate the earth,
given its rare occurence.
Let people who haven’t known happy love
insist it’s nowhere to be found.
With such faith it’ll be easier for them to live and to die.
Wislawa Szymborska
trans. Adam Czerniawski
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La Spina Editore, di Danni Antonello
X edizione del Premio di scrittura femminile “il Paese delle donne”, 2008
dedicato a Maria Teresa Guerrero (Maitè)
congiunto alla
XVII edizione del Premio “Donna e Poesia”
L’Associazione “il Paese delle donne”, attiva dal 1985, promuove un Premio in 6 (sei) sezioni, per Autrici,
senza limiti di età, cittadinanza, residenza e titolo di studio.
Concorre materiale in italiano o plurilingue con una traduzione in italiano.
1) Saggistica (sezione A): opere edite;
2) Narrativa (sezione B): opere edite;
3) Tesi di laurea (sezione C): Tesi conseguite in Università italiane, pubbliche e private: a. Tesi di dottorato; b. Tesi di laurea di vecchio ordinamento; c. Tesi di laurea di nuovo ordinamento triennali; d. Tesi di laurea di nuovo ordinamento specialistiche).
4) Studi di Arti visive (sezione D): opere edite;
5) Nuovi Media (sezione E): Video, Cd, Dvd;
6) Poesia (sezione F) coincidente con il XVII° Premio “Donna e Poesia”: a. opere edite (escluse antologie a più firme e pubblicazioni in quotidiani e riviste); b. poesie inedite (massimo tre poesie per autrice); c. silloge di poesie inedite in lingua italiana (massimo 12 componimenti di non più di 400 versi complessivi).
Le sezioni A, B, C, D, E, esprimono un primo e un secondo premio consistenti in opere d’arte e/o d’artigianato artistico. L’ass. Il Paese delle donne si riserva un Premio Redazione e Segnalazioni.
Il materiale sarà esaminato con criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede, da una Giuria formata da donne appartenenti al mondo della politica, della cultura, dell’arte.
La sezione F esprime un unico premio per l’edito (a) ed un unico premio per l’inedito (b) consistenti in opere d’arte e/o d’artigianato artistico.
La silloge (c) vincitrice verrà pubblicata in numero di 200 copie, dall’Associazione del Paese delle Donne congiuntamente all’Associazione Donna e Poesia.
Il materiale sarà esaminato con criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede, dall’Associazione “Donna e Poesia”, che si riserva Segnalazioni.
Le vincitrici saranno avvisate entro le ore 24 del 5 novembre 2009.
Modalità di partecipazione; spedire in pacco chiuso contenente:
1) materiale in duplice copia (per la sezione C, una copia cartacea della Tesi e una su Cd);
2) busta con titolo dell’opera, generalità, recapiti telefonici, postali, e-mail;
3) fotocopia del versamento della quota d’iscrizione di € 25 (venticinque) sul c/c postale n. 69515005 intestato “Associazione il Paese delle donne” (senza indirizzo).
I pacchi mancanti dei tre requisiti non saranno inoltrati alla Giuria.
I pacchi dovranno essere spediti entro le ore 24,00 del 10 Luglio 2009 a “Maria Paola Fiorensoli – Segreteria Premio il Paese delle donne”, Via Gran Sasso 38, 00141.
Solo le Tesi (sezione C) discusse nella sessione estiva 2009, potranno giungere entro la fine di Luglio 2009, previo consenso della Segreteria.
Tutto il materiale giunto alla Segreteria non sarà in nessun caso restituito e l’Associazione “il Paese delle donne” ne disporrà liberamente per le sue finalità statutarie, depositandolo nel Fondo “Premio il Paese delle donne” presso “Archivia – archivi, biblioteche e centri di documentazione delle donne” con sede nella Casa internazionale delle donne, Via della Lungara 19, Roma.
Per festeggiare la decima edizione del “Premio di scrittura femminile il Paese delle donne”, la cerimonia di premiazione del 28 novembre 2009, h. 17,00 (Casa Internazionale delle donne, Via della Lungara n. 19 Rm) comprenderà la consegna delle 200 copie della silloge e la Mostra fotografica delle Autrici partecipanti alla rassegna “Obiettivo Donna” a cura dell’Associazione Officina Fotografica.
Ufficio Stampa: Irene Iorno, tel. – fax 06. 87191329; e-mail: premiopdd@libero.it
Bernard Noël, da Stati del corpo
traduzione di Lucetta Frisa
1.
All’inizio, il corpo è aperto come un sì. Che dolcezza! Ma lui si dimentica di sé. Chi parla? – si chiede, ascoltandosi. Si fa crescere altra pelle. Crede che duplicandosi, migliorerà la risonanza. Prende soltanto gusto al proprio sdoppiamento. Lo ama talmente da trasmetterlo agli eredi, e afferma: ho fatto l’uomo, sì, sono davvero io.
2.
In un secondo tempo, il corpo è la pelle, e la pelle è l’uomo. La si tiene nascosta. È il segreto di ognuno. Pelle Grande e pelle piccola sono l’alto e il basso della gerarchia. Chiunque mostri la propria pelle è subito scorticato. Riceviamo nella stanza buia e a chi intendiamo onorare ci avviciniamo dicendo: Toccate, sono proprio io…
3.
Nel terzo tempo, il corpo è di troppo. Ce ne accorgiamo guardando i morti. Di loro abbiamo fatto il nostro tesoro, ognuno calcola la propria importanza in rapporto al contenuto della sua tomba. Ci basta affermare: lì dentro ho tanta di quella pelle! Regna la fiducia. Ma un giorno nasce la contestazione per una successione. Rottura del sigillo e visita nella tomba. Ciò che viene ritrovato sottoterra, atterra la società. Il nome corpo è radiato. Si parla di mangia-pelle.
4.
Nel quarto tempo, ci si chiede che cos’è l’uomo. Più nessun segreto, più nessun tatto, ora si va allo scoperto. Certi eretici solitari vivono ancora nel buio. Trattati come ladri di notte, li si scaccia come attentatori del bene pubblico. Si taglia loro la testa per uccidere la pelle. Siamo soltanto involucri? – grida uno di loro, salendo sul patibolo. Queste ultime parole fanno, di colpo, furore: gli eretici diventano i primi, e il mondo cambia.
5.
Nel quinto tempo, si parla dei tempi nuovi. Datati come quelli del martire. Adesso ci piace darci dei nomi. Ci tocchiamo con i nomi. Sorridiamo dei primitivi che confondevano la pelle e l’essere. Prendiamo in giro l’Antenato: Nostra pelle che sei nei cieli…Ci guardiamo in faccia e inventiamo l’identità. Qualcuno ne fa uno specchio. Allora la pelle torna di moda, ma quale sia non ha importanza: soltanto la pelle dell’aria, quella che si vede nello spessore del vetro.
6.
Nel sesto tempo, non va più bene niente. Si parla del tempo perduto. Ci si tocca di nuovo, ma ognuno per sé e in privato: sono davvero io? – ci si chiede sottovoce. Alcuni si arrampicano su un palo e ci restano per anni. In tal modo diventano quello che non erano. Ma come sapere quello che sono, quando non assomigliano più a nessuno? Finiscono per cadere morti. E gli spiriti si perdono a osservare quanto la loro pelle avvizzita si conservi perfetta. Il martire passa di moda: si era sbagliato.
7.
Nel settimo tempo, il tempo ricomincia. Ricominciano anche le esecuzioni, e per conseguenza o causalità – le guerre, le rivoluzioni. Il corpo riconquista così il suo credito, dato che ucciderlo è un bene. Si distinguono la testa, il basso e il centro. Non si è sicuri che morire e uccidere stiano alla pari, benché il risultato sia simile. Uccidere è un buco, sostiene una scuola di pensiero; morire, un’evasione, sostiene un’altra. Si evade da un buco, afferma la più recente.
8.
Nell’ottavo tempo, qualcuno dice: È tempo di sapere! E disegna un volto. Abbasso la pelle! gli si dice. Lui disegna una mano. Basta con i morti! gli gridano. Per farla finita, lo si uccide. Poi uno degli assassini spacca il corpo in due, e si vedono fuoriuscire delle cose: due spugne, un barattolo di sangue, una tasca, delle forme senza nome. E sull’esterno di queste cose strisciano lunghi filamenti, certi bianchi, altri rossi. Non siamo solo involucri! canta la folla esaltata.
9.
Nel nono tempo, si parla di organi e di circolazione. Certi si avventurano a disegnarli, altri inventano parole come cuore, stomaco, polmoni…E la testa? domanda qualcuno.
La tagliano per mostrargliela. È un troppo pieno, affermano i tagliatori mentre la scoperchiano, ma distinguono l’esterno dall’interno per evitare complicazioni e non fornire argomenti ai manipolatori.
10.
Nel decimo tempo, si ritorna all’Antenato: si inaugura il culto dell’imballatore: è la bella occasione per un grande disimballaggio. Di qui si seziona, di là si apre, si innesta, si preleva. Il corpo è una miniera di parole, e i suoi esploratori affermano che sotto la sua pelle c’è di che rifare la lingua. Vedrete – dicono – l’infinito non è più davanti agli occhi ma dietro, in un intreccio interminabile. Da tutto questo traggono profitto le chiese, dove si pratica un nuovo Tocca-che-sono-proprio-io, chiamato toccata estatica.
11.
Nell’undicesimo tempo, non c’è più il tempo, ma un’attività detta L’Apertura o il Taglio universale. Non più strumenti, non più brutalità: basta orientare bene l’occhio per dare un taglio alla vista. Non importa quale. E il miglior tagliatore è ovviamente il più grande Nominatore come il più grande Artista.
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Roberto Cogo translated by John Deane
alfabeto naturale
natural alphabet
di Roberto Cogo
traduzione in inglese di John F. Deane
1
dimmi, che luogo è mai questo? inferno e paradiso…
sotto il sole invernale che allunga le ombre
alla corona dei tigli
sul prato di striature gentili
le colline intorno che si toccano con un dito —
un vecchio lavatoio con l’antica roggia a fianco
……….
geroglifici sul tronco antico dei faggi…
come il ritmo del respiro coincidente al pensiero
assolutamente lontano
come il ricordo
è un richiamo che si libra su fasci di luce obliqua
come in attesa
di una stanca inesorabile primavera
uno due o più mozziconi
sul terreno sudicio davanti alla panchina…
tutto questo fu prima del mio arrivo — poi
chissà quanti segni ancora
1
tell me, what’s this place then? hell and paradise…
under a winter sun lengthening the shadows
of the crown of the lime-trees
on that delicately-striped meadow
the surrounding hills may be touched with a finger —
an old washing-place beside an ancient canal
……….
scrawls on the old trunks of the beeches…
like the rhythm of breathing coinciding with thought
absolutely distant
like memory
it’s a recall in freeflight over beams of oblique light
as if waiting
for an inexorably weary spring
one two or more cigarette-butts
on the soiled earth before the bench…
all of this was before my arrival — then
who knows how many further signs
2
gradazioni di luce al tramonto —
da un grigio sporco in risalita verso l’azzurro
al celestino giottesco
ancora salendo verso il blu tendente al viola
per poi schiarire ancora ad incontrare il cielo
sotto la sua volta
ridiscendendo ad occidente
un punto di viola riaffiora a schiarire contro
il frastagliare dei monti
e poi bagliori bianco-grigiastri a scendere e tuffarsi
al di là
nell’alta sfera di un mondo assente
……….
la luna è monca in basso a sinistra — sgraziata
zoppica verso l’alto
la pianura sterminata si chiazza di luci
fari e lampioni civilmente allineati
cozzano insieme nel vento
che da dietro scende e scende e scende…
……….
menzogna dilatata
in un sogno prolungatosi di sghembo —
la poesia
ma è ancora bello crederci
illudersi che il gelo ci possa risparmiare
2
shades of light at sundown —
from a dirty grey climbing towards azure
to Giotto’s celestial blue
still ascending towards blue touching on violet
so to lighten again as far as meeting the sky
under its vault
descending once more towards the west
a point of violet emerging to lighten against
the indentations of the hills
and then the grey-white flashes dropping to plunge
beyond
into the high sphere of an absent world
……….
the moon, down on the left, is maimed — it limps
clumsily towards the zenith
the boundless plain is dotted with lights
headlights and street-lamps politely in a line
they crash into each other in the wind
that comes down, down, down from behind…
……….
falsehood expanding
into a dream obliquely prolonging itself —
poetry
and yet it’s lovely to believe
in the illusion the frost will spare us
3 al Leogra 1
uno stato di chiarezza spirituale
dove tutto appare possibile e trasparente —
liquido o scintilla
fluido difforme in sciolta vegetazione…
come organi aperti da dentro sull’origine dei mondi
non l’idea della creazione
ma un costante incessante schiudersi della materia
sotto forme incalcolabili di energia
per trasparenza
per chiarezza
per barlume e soffio del genio naturale
l’ineccepibile radice aggrappata al seno terreno
alla fertile sostanza
al prillare eterno del cosmo
non è misticismo
ma salutare immersione in un progetto illimitato
fatto d’aria e luce e calore
non è distacco
ma umido contatto avvolgente con la terra e il suolo
con la sponda e il greto del solito torrente
è il vecchio walt che insegue il canto degli uccelli
parlando di un processo senza fine —
di accoppiamento e trasformazione
3 by the Leogra 1
a state of spiritual clarity
where everything seems possible and transparent —
liquid or sparkle
formless fluid amongst loose vegetation…
like organs exposed from within over the origins of worlds
not the idea of creation
but a constantly incessant opening-up of matter
under incalculable forms of energy
for transparency
for clarity
for a gleam and whiff of the natural genius
the faultless root grasping at the breast of earth
at the fertile substance
at the eternal spinning of the cosmos
it is not mysticism
but a salutary immersion in a project without limit
made of air and light and heat
it is not separation
but a wet wrapping contact with earth and soil
with the bank and bed of the usual river
it’s the same old walt pursuing the song of birds
speaking of a process without end —
of coupling and transforming
4 al Leogra 2
l’airone cinerino concede la danza
elegante delle sue ali aggrappate all’invincibile cielo
va a posarsi sul ramo più alto
la sua nera sagoma contro il grigio — siamo in pieno inverno
il collo snello in volo si ritrae formando una esse
punta al secondo albero giù in basso
dove l’acqua del torrente è un verde ghiaccio spettrale
e lì rimane immobile e assorto
gli occhi rivolti al profilo dei monti
nel lento annullarsi della luce lungo il becco incolore
ritratto in un crepuscolo di resina
pensieroso eppure impassibile esegue il suo compito — quel ruolo assegnatoli dalla vita per intero
tutto il gelo dell’inverno l’avvolge e l’accompagna —
è tutt’uno col suo ramo sull’albero prescelto
poi riprende il volteggio sui lastroni di un verde-argento
seguendo l’ombra affilata della sua ala
adesso indugia
per un attimo si ferma sospeso a mezz’aria
non sa cos’è il peso
la gravità non lo preoccupa — solo vive e vola
4 by the Leogra 2
the ash-grey heron grants the elegant
dance of his wings clutching the invincible sky
he comes to rest on the highest branch
his outline black against the gray — we are in deep winter
his slender drawn-in neck retracts in flight to shape an s
he heads downwards towards another tree
where the water of the river is a frozen spectral green
and there he stays motionless and absorbed
his eyes turned to the mountains’ profile
in the slow fading of the light along his colourless beak
a portrait within a resinous dusk
thoughtfully though impassively he performs his task — a role
fully assigned to him by life
all the frost of winter wraps him up and accompanies him —
he and his branch are one on his chosen tree
then he vaults away again over slabs of a silver-green
following the pointed shadow of his wing
now he lingers
stops for a moment suspended in mid-air
he doesn’t know what weight is
gravity doesn’t worry him — he simply lives and flies
5 al Timonchio 1
tra fruscii d’acqua e moti improvvisi
gli uccelli tra le foglie e i rami secchi — altri
al ritmo danzato del loro volo osservano, passano…
da un luogo indefinito a un altro
nel pensiero frequente di vivere in un sogno
il che comporta un serio convincimento
ma nulla può convincermi adesso…
resta un fatto, l’essere qui seduto
su un nero avanzo di tronco rosicchiato dal tempo
nel freddo pomeriggio radioso di fine inverno
e questo è tutto
5 by the Timonchio 1
among whisperings of water and sudden movements
the birds in the leaves and dried branches — others
passing by, at the dance-rhythm of their flight, observe…
from one indefinite place to another
in the frequent thought of living in a dream
which implies a serious conviction
but nothing now can convince me…
one fact remains, being seated here
on a black remainder of a trunk gnawed at by time
in the bright cold afternoon at the end of winter
and that is all
6 al Timonchio 2
la mia ombra allungata sul prato
è un avanzo di ceppo
un corollario di mille striature
tra spoglie acacie e robinie contorte —
reso ottuso e muto
dal ronzio di un silenzio invasivo
sto
allineato a un misero argine di pietre
accatastate alla rinfusa
con la trama giallastra dei licheni
impressa sulle ossa
(Leogra e Timonchio: torrenti dell’Altovicentino. Il secondo traccia, in parte, la linea di confine tra i comuni di Schio e Santorso. Sono torrenti e ruscelli spesso penosamente in secca, perlopiù captati e impoveriti fin dalle sorgenti. Quel che ne rimane viene poi deviato, incanalato e sfruttato per mille usi. La loro ostinazione a rinnovare un habitat originario e antico, per alcuni tratti o nei periodi di piogge abbondanti, crea un misto di ammirazione e commozione a chi impazientemente attende la fine dell’era degli sprechi e dello sfruttamento umano sull’ecosistema.)
6 by the Timonchio 2
my shadow stretched out along the field
is the remainder of a stump
a corollary of a thousand stripes
between bare acacias and twisted robinias —
rendered obtuse and mute
by the buzzing of invasive silence
I stay
lined up to a wretched bank of stones
heaped up all any-which-way
with the yellowish texture of lichens
imprinted on my bones
(The streams Leogra and Timonchio are sited in the northern area of the Vicenza province. The latest partly draws the border between the towns of Schio and Santorso. These streams are often painfully dry as a result of an exploitation which spoils them from their sources. The remaining water is then deviated and canalized for public and industrial use. When it rains hard, they stubbornly strive to renew a few stretches of their old original habitat. This conveys a mixed sense of admiration and tenderness to the one who is impatiently waiting for the end of ‘waste age’ and human exploitation upon the eco-system.)
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John Deane translated by Roberto Cogo
Da A Little Book of Hours ( Carcanet, Manchester 2008 )
Piccolo libro delle ore (in preparazione per Kolibris, a cura di Roberto Cogo)
Water-Music
Sometimes I think I hear it still, the choral
symphony of ocean: bass-drum sounding
in the pounded cove, harp-music of winds
through bigfish skeletons. So much had to do
with water, for that was island, and west,
with the fickleness of rain. Weather failing
we found ourselves in manifold illusions
of otherwhere, grew angelwings on rafters
in the hayloft or gathered sheets and sweeping-brushes
to sail three-masted ships across the parlour floor.
Called to the discipline of rosary we prayed
the angels guard our souls from sin where they watched
from the four corners of our beds. When I left
gradually I misheard sea-words, sea-music among the dry
unmoving deserts of suburban nights.
But the earth lures, and at times the storms
that come hustling about the streets and stone walls
relent a little and whistle once more a casual music
with backyard timpani and the taut strings of aerials,
leaving me still with my faith and my illusions
as I walk the shores of the city, speaking praise.
Musica d’acqua
Talvolta mi sembra di sentire ancora la sinfonia
corale dell’oceano: la grancassa che rimbomba
battendo nella cala, la musica d’arpa dei venti
tra le carcasse delle balene. Molto a che vedere
con l’acqua, essendo isola, essendo ovest,
coi capricci della pioggia. Mancandoci il clima
ci ritrovammo in molteplici sogni
di altri luoghi, mettemmo ali d’angelo alle travi
dei fienili o raccattavamo lenzuoli e spazzoloni
per salpare in veliero lungo il pavimento del salotto.
Chiamati alla disciplina del rosario, pregavamo
gli angeli custodi ai quattro angoli del letto
di proteggerci l’anima dal peccato. Quando partii
disimparai poco alla volta la lingua del mare, la sua musica
negli aridi immobili deserti delle notti suburbane.
Ma la terra seduce e talora le impetuose tempeste
in arrivo tra muri di pietra e strade
cedono un po’ per fischiare ancora una fortuita musica,
con sottofondo di timpano e le corde tese dell’aria,
lasciandomi ancora con la mia fede e miei sogni
in cammino lungo le rive cittadine in parole di lode.
Seawards
In the cove, down between the echoing sea-falls,
a gull, its tawdry feathers and spread wings
bobbling in death, heaves and sinks with the waves
swayfully; the mountains and distant islands
appear to you, stranger, like clouds, like dreams;
the disconcerting land is always at your back, earth
detritus, sheep with their bedraggled wool
and a sheep-skull, teeth bared, leering into mud;
a delicate rock pool – anemone, barnacle-cluster, crab –
dotes on the danger that is ocean while the flick
of the silver underbelly of a fish warns you
of the paucity of your strivings, you, stranger,
your consciousness turning about your bones, among these
multifarious life-forms the lost one, and the saved.
Verso il mare
Giù nella cala, tra gli echeggi del mare in caduta,
un gabbiano dal piumaggio vistoso fluttua
nella morte ad ali aperte, s’alza e ricade con le onde
vacillando; i monti e le isole in lontananza
appaiono, a te straniero, come nuvole o sogni;
la terra sconcertante è ancora alle tue spalle, terra
di rovine, pecore dalla sudicia lana arruffata
e teschio ovino coi denti di fuori a sbirciare nel fango;
un delicato ripiano di roccia – anemone, gruppo di mitili, granchio –
ama il pericolo dell’oceano, mentre il guizzo
argentato dal ventre di un pesce ti avvisa
dei tuoi sforzi inadeguati, tu, straniero,
con la coscienza che ruota intorno alle tue ossa, tra queste
svariate forme di vita, una perduta e l’altra scampata.
Ass And Car
Our ageless mule
was neither one thing nor the other, not
spirit, nor all
matter. And then there was the turf-shed, its inner walls
a black-silk stipple
of turf-dust with the here-and-there
dank clot of spider-web and insect-stump; the floor
was inches deep in mould
where the donkey-cart, all paint, presided, its shafts
up-pointed. I had cart-lore then and mule-lore,
the names and functions
of winkers and collars and things; sometimes the mule,
all substance, stood
heavy with his own existence and would
not move; sometimes all jittery and wide-eyed
a sudden impulse set him
rambling, out
through the mazes of the earth and gallivanting, to halt,
stumped again and haunted, that inner light
summarily switched off. In the new age
the shed became a garage, swept, the mule
a black-sheened one-humped Morris
Minor, and all
the world was matter, dependable, and dull.
for Eva and Eoin Bourke
Asino e auto
Il nostro mulo senza tempo
non era né una cosa né l’altra, non
spirito, ma neppure tutto
materia. Poi c’era la baracca della torba, coi muri interni
in serica calcina nera
di polvere e tufo, con qua e là
umidi grumi di ragnatele e monconi d’insetti; per terra
uno strato fondo di terriccio
su cui regnava il carretto tutto colorato con le stanghe
puntate in alto. Allora mi occupavo del carro e del mulo,
nomi e funzionamenti
di fanalini e bardature e cose simili; a volte il mulo,
che era tutto sostanza, se ne stava
appesantito nella sua esistenza senza più
muoversi; altre volte tutto inquieto a occhi spalancati
si metteva in moto per un improvviso
impulso, e via
nei labirinti del terreno a ciondolare, per poi bloccarsi,
di nuovo sconcertato e ansioso, quella luce interiore
spentasi all’improvviso. Nella nuova era
la baracca divenne un garage ripulito, il mulo
una lucente Mini Minor nera
con la gobba, e tutto
il mondo si fece solida e ottusa materia.
per Eva e Eoin Bourke
A Flood and Many Waters
It has rained now for days, perhaps the God
has half-decided this rabid world deserves
half-radical flooding. We have sat behind windows
watching trees darken, seeing the canterbury bells
lose their petals to the battering. The waters of the world
begin in the dribble-drain down by the road
and the tall ships, the galleons, the quinqueremes
nudge on the hawthorn twig that goes swirling,
seawards, there. But oh! what water-music, what slick
picking of raindrops and raddle-run low-tongued roll
of the littler drums. I know, too, that the ark
uncovered itself, in days like these, beached
on the summit of a mountain and all known life
crept out from that foul-smelling source. Once
I watched my father rise naked out of waves
and wade ashore, penis pinched small
by the cold Atlantic, the folds of his belly-flesh
wrinkling; he had followed my fishing-line
out where it was fouled on rock-weed and kelp
while I stood downcast and maladroit. Poor
son. Poor father. I remember how the rain-gusts
came stippling the surfaces and how the sea-sprat
broke in hapless foam before the mackerel shoals,
how the rain on his face gathered, and fell, like tears.
Alluvione e molte acque
Sta piovendo ormai da giorni, e forse Dio
ha quasi deciso che questo mondo rabbioso si meriti
una quasi radicale alluvione. Siamo stati seduti alla finestra
a guardare gli alberi annerire, a veder perdere i petali
alle campanule per lo scrosciare. Le acque del mondo
hanno inizio nello scolo schiumoso lungo la strada
dove grandi navi, galeoni e cinquereme romane
sbattono contro un vorticante rametto di biancospino,
diretti al mare. Ah, che musica d’acqua! Che accorto
pizzico di gocce e rullio intrecciato in sordo farfuglio
dei più piccoli tamburi. Anch’io so che l’arca
uscì allo scoperto in giorni come questi, spiaggiatasi
in vetta a una montagna, e tutti sanno che la vita
venne fuori scivolando da quella fetida fonte. Un tempo
osservavo mio padre levarsi nudo dalle onde
e guadagnare la riva, il pene raggrinzito
dal freddo dell’Atlantico, le pieghe corrugate
della sua pancia; aveva inseguito la mia lenza
al largo dove s’era ingarbugliata tra le alghe
mentre io me ne stavo là maldestro e scoraggiato. Povero
figlio. Povero padre. Ricordo che giunsero folate di vento
a punteggiare la superficie del mare, che la sardina
si fece infelice schiuma davanti al banco di sgombri,
che la pioggia raccoltasi sul volto scendeva come un pianto.
The Downpour
The priest announced a blessing
over tuns of water; it will be measured out
in stoups where we will dip our fingers
to sprinkle drops over the clay of the world;
we will sign our bodies against crucifixion
that we might pass through into light
as sunshine glistens through a shower of rain.
It will fall over the sleeping heads
of the newly born, and on the resting crowns
of the lately dead, to wash us in and out
of this startling earth, to be an ocean
for ghost-galleons filled with souls;
to moisten, too, the long-ago dried-out bones
fallen-into-dust, the curved spine of the earth,
its knots, its cartilages, offering
deluge, purging, and sometime fruitfulness.
L’acquazzone
Il prete proclamò la benedizione
dei barili d’acqua; sarà misurata in base
alle acquasantiere in cui ci intingeremo le dita
per spargere qualche goccia sul fango del mondo;
ci segneremo il corpo dinnanzi al crocifisso
per poter attraversare la luce
brillando come raggi di sole attraverso la pioggia.
Andrà a ricadere sulle teste dormienti
degli appena nati e sui crani assopiti
degli ultimi morti, per tergerci dentro e fuori
questa terra sconcertante, per fare da oceano
ai galeoni-fantasma carichi di anime;
anche per aspergere le antiche ossa rinsecchite
fattesi polvere, la spina dorsale incurvata della terra,
i suoi nodi e la cartilagine, offrendo
diluvio, purificazione, talvolta fecondità.
Mapping the Sky
These sharp nights you might see them – lines
etched in silver pencil between the stars, wide
family tree with names and dates and histories –
or skeletons in a dance so fast you scarcely
notice movement – a child’s mobile where she lies
on her back in the cot, fingers and toes in an ecstasy
of mimicry. I, too, would dance if I could riddle
flesh sufficiently to find the source, make
feathers of my bones, to be with the clean birds
circling, and murderous. Now I must step indoors
from the cold to listen to the winds swing
caustic down the chimney, while the old and wise
pray for sailors out tonight on the wild seas,
for right balancing, for knowledge of the one star.
Carta del cielo
In queste notti chiare puoi forse vedere le linee
tra le stelle incise con matita d’argento; immensi
alberi genealogici con nomi, date e vicende –
o scheletri danzanti così rapidi da non riuscire quasi
a notarne i movimenti – mobilità di bambina stesa
sul dorso nella culla, le dita di mani e piedi in estasi
imitativa. Ballerei anch’io se potessi penetrare
la carne a sufficienza per trovarne la fonte, e fare
piume delle mie ossa per stare con gli uccelli eleganti
e letali a girare in tondo. Ora devo rientrare in casa
per il freddo ad ascoltare il vento nel suo caustico
agitarsi lungo il camino, mentre i vecchi e saggi
pregano per i marinai in uscita notturna su mari furiosi,
per il giusto equilibrio, per la conoscenza dell’unica stella.
Mappa Mundi
Let this then be your diary and yearbook: make
a frame of oak on which to fix
a sheet of finest vellum, stretched, like skin; draw
freehand, a not quite perfect circle; use black
ink, some red, for the heart, let’s say, for the Red
Sea; blue for rivers, veins; brown-egg shapes
for mountain ranges, and for faith; focus it all
towards the centre, Christ, his bones stretched wide
in crucifixion, colour him too insistent red
to confute the non-believers. Puce, for wars, but let it not
predominate. Have angels of the agony above
and devils snarling, scarlet, in the guts. Remember
that something within the frame of bones grows wiser
as the bones grow heavier, the same that shifts
your being gratefully towards cessation. Now see
how down the long avenue the cherry trees once more
have siphoned all the juices of the earth
into extravagant blossoming, a canopy for wedding feasts, a Bach
cantata in the key of white, but in you, memory –
or the doleful rhythms of experience – hold the heart
from lifting in exultation, chill winds being possible
and unseasonable frosts. Remember, too, how the monks
laboured years over their charts, finding in the corners
place for monsters, for the slithery ladder and the sulphur
lakes beneath. If there is time, etch in gold leaf your fabled places,
Samarkand and Valparaiso, the pancreas, the afterlife.
Something within the frame of bones is in no rush
to clothe again the hard-won nakedness of spirit. Fig-leaf. Rue.
When you are done, step back, and gaze awhile
into the mirror, note contour-lines about your face
and the curious light still shining in your eyes.
Mappa mundi
Lascia che sia questo il tuo diario e il tuo annale: fai
una cornice in quercia su cui fissare
un foglio della miglior pergamena, teso come la pelle; traccia
a mano libera un cerchio non proprio perfetto; usa inchiostro
nero, un po’ di rosso per il cuore, vale a dire, per il Mar
Rosso; il blu per i fiumi, le vene; sagome marroni
per le catene dei monti, e per la fede; focalizza il tutto
verso il centro, Cristo, con le ossa allungate
sul crocifisso, colora anche lui di rosso intenso
per smentire i miscredenti. Porpora alle guerre, ma non
predominante. In alto, metti gli angeli dell’agonia
e nelle viscere diavoli ringhianti in rosso-scarlatto. Ricorda
che nella cornice d’ossa qualcosa cresce in saggezza
con l’appesantirsi delle ossa, è quella stessa cosa che volge
la tua riconoscenza verso una fine. Adesso guarda
come i ciliegi lungo il viale ancora una volta riversino
tutti i fluidi vitali della terra
nelle esagerate fioriture, tendaggi per feste di matrimonio, cantata
di Bach in chiave di bianco, ma sei tu, o ricordo –
oppure il dolente ritmo dell’esperienza – a frenare il cuore
dal levarsi in esultanza, essendo possibili venti freddi
e gelate fuori stagione. Ricordati poi dei monaci,
degli anni trascorsi a faticare sulle carte, per trovar posto
negli angoli ai mostri, alla viscida scala e al lago sulfureo
al di sotto. Se ne hai il tempo, incidi i luoghi fiabeschi su foglia d’oro,
Samarcanda e Valparaiso, il pancreas e l’altro mondo.
Dentro la cornice d’ossa vi è qualcosa che non ha urgenza
di rivestire lo spirito spoglio ottenuto a fatica. Foglia di fico. Ruta.
Quando sei finito, fai un passo indietro e soffermati a scrutare
nello specchio, delinea i contorni del tuo viso
e la luce curiosa che brilla nei tuoi occhi ancora.
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Alessandro Assiri e Chiara De Luca, sui passi per non rimanere

di Alberto Mori
Nelle passeggiate degli astronauti, il senso della gravità è relativo.
I corpi emanano sospensività pneumatiche in danze dal capovolgimento improvviso
oppure repentini sollevamenti direzionati dopo staticità galleggianti nelle atmosfere
dello spazio cosmico.
Da qualche parte nell’universo la poesia riprende sempre un sentiero interrotto.
Compito d’ astronauti / poeti trovare traccia.
Un punto di transizione verso l’universale, prima di rientrare nella navicella umana.
Così era per “La natura delle cose” nelle amplitudo di conoscenza del verso classico ed enciclopedico di Lucrezio, fino ai “Fourth Quartet” di T.S. Eliot, dove questo punto, è quello decisivo e da tutti noi intoccabile, poiché generazione ininterrotta ed energia
senza sforzo del movimento nel tempo.
Affascina, quando invece due voci si accostino in stretto giro di verso e vadano camminando insieme nella direzione della impemanenza, con gravità abolita e
attraverso la dinamica del comune sentimento della parola per “Sentire il moto
inverso della vita comporsi sotto il passo del tallone”
verso la chimera della lontananza sempre richiamante, sempre presente.
Per questo le traiettorie del corpo lirico sono ben presenti nella plaquette:
“Derivare è provenire” (p. 50) “Ma l’amore è proseguire” (p. 25) “Dove eravamo dimmi”
(p. 18), locazioni di parole temporanee che disegnano movimenti al sentire, il quale
globalmente, nel libro rimane sempre ascolto, poiché esso “sposta” sempre in avanti
l’interlocuzione interiore fra i due poeti ed allo sfogliare progressivo delle pagine, manifesta il tempo delle stagioni. La vanità. L’indistinzione.
Sui passi per non rimanere è nella forma una piccola drammaturgia lirica.
Freme verso la parte attorale del verso e lo fa con sorvegliata calibratura della
tonalità per “abitare insieme alle proprie parole”, come afferma Assiri nelle premesse,
e per attuare questa consapevolezza, modella un corpo poetico che si espone e si dispone.
Alla fine troviamo l’orma cancellata dall’aria durante il cammino,
ma le risonanze delle parole hanno reso fertile la terra della poesia.
Febbraio 2009
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Trying to Alter the Turn of Time
Hummingbird

by Richard Shorty
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Maria Rosina Girotti traduce Gian Primo Brugnoli
Da
Le strade della memoria/The Streets Of Memories
e
L’amore svia/Love Leads Astray
Le strade della memoria
Sono nato il 2 di settembre in via Ariosto 3
e in via Ariosto 3 ho conosciuto gli alberi
la prima ragazza la prima estate e il primo
odore di morte espresso in una ferita al cuore
La strada era polverosa discreta silenziosa
giocavo col sole e le foglie e la vita e l’amore
che non conoscevo ancora e sono stato felice
Ma poi sono cresciuto e ho curiosato intorno
e intorno ho visto viale Dante e via Petrarca
via Boccaccio e via Tasso e via via tutte le altre
strade ugualmente polverose e strane
E poi sono cresciuto ancora e di tutte quelle strade
ho fatto l’elenco con quelle amiche e quelle nemiche
le ho messe in ordine alfabetico anagrammate fiutate
per portarmele dietro nella sera quando il sonno calava
Ma solo ora ho scoperto la loro calma la loro storia
e sui libri oscure parole nate insieme alle foglie
alla ragazza alla polvere di quando rotolavamo a terra
per tirarci le orecchie e dirci ti amo senza sapere come
The Streets of Memories
I was born at No 3 via Ariosto on 2 September
and at No 3 via Ariosto I met my first trees
my first girl my first summer and my first
smell of death in a stab of heartache
The street was dusty, discreet and silent
I used to play with the sun and the leaves; life and love
Were still unknowns and I was happy
But then I grew up and wandered around
and around I found viale Dante and via Petrarca
via Boccaccio and via Tasso and one by one all the other
streets all equally dusty and strange
And then I grew up some more and I made a list
of all those streets, the friendly ones, the unfriendly ones
put them in alphabetical order made anagrams sniffed at them
so I could take them home with me at night when sleep fell
But only now I have discovered their calm their stories
and obscure words in books, words born with the leaves
the girl the dust of when we used to roll on the ground
pulling each other’s ears and saying I love you without knowing how
L’amore svia
Ascolta quel che ti dico l’amore svia
ma se questo manca tutto il resto manca
e poi la ruota nel fossato disarticolata cade
e la mano nella mano sconsolata cede
Donami il meglio di te che si nasconde
così il meglio di te che invece appare
La favola è presto detta riascoltarla è fare
opera di cultura onesta per cui l’onda
che ora si frange presto ricompare
Love Leads Astray
Listen to what I’m telling you love leads you astray
but if it’s not there then none of the rest is there
and then the wheel falls apart and ends up in the ditch
and one downcast hand gives up and slips into another
Give me the best of yourself, the part that hides
And the best of yourself, the part that lets itself be seen
The tale is quickly told listening to it again
Takes honest work, that’s why the wave
that is breaking now will soon reappear.
Autunno
Quando in autunno le foglie il ramo dell’albero dolcemente lasciano e il sole solerte accorre inondando quelle di luce e calore come fosse oro
Quando nel cielo presto la luna appare rossa di vergogna per tutte le parole che gli amanti tra loro
si scambiano impudiche
Quando la terra silente nel parco una panchina offre come ristoro di qualche istante
agli affanni che l’ora impone
Quando tutto questo accade io viandante casuale
a questa panchina il dono di una mia presenza concedo
inattuale
E allora
Come fosse oro il mattino
il pensiero del mattino
Come fosse oro il giorno
l’ardore del giorno
Come fosse oro il tramonto
la luce d’oro del tramonto
Come fosse meraviglia la meraviglia delle cose che accadono naturalmente
Come fosse alimento quello che corpo a corpo trasmette dolce tepore
Come fosse fantasia ogni fantasia di labbra a labbra sussurro
Come fosse dono del cielo ogni apparizione che proprio qui accanto avviene
io ti accolgo proprio qui vicino a me sulle mie mani sul mio cuore sul mio palpitante desiderio di mondo
e allora accetto l’autunno che morde
l’inverno che attende
gli anni che non contano
i secoli che verranno
Accetto
che di una vita o di un istante
sia figura
d’anima o corpo
misura
vero o solo immaginato
bacio
qui su questa panchina
col vento d’autunno appena accennato come una carezza
appena velato come un saputo ricamo
accolgo
E poi solo dopo un istante dopo
non proprio per superbia o per vanto
non proprio per desiderio o volontà
non proprio per vacanza di pensiero o di modo
ma proprio per sacro appagamento
qui su questa panchina
l’onesto richiamo di una lunga permanenza accolgo
col suo ovvio sbocco
Come dire
finire
Autumn
When in autumn the leaves sweetly abandon the branch of the tree and the industrious sun rushes flooding them with light and warmth as if it were gold;
When high in the sky the moon appears early red with shame for all the indecent words
lovers exchange;
When the silent earth in the park offers a bench for
a moment’s relief
from the worries that the time claims;
When all that happens, I, a chance wayfarer,
To this bench the gift of my presence I grant
My outdated presence.
And then
As if the morning were gold,
the thought of the morning;
As if the day were gold,
the ardour of the day;
As if the sunset were gold,
the golden light of the sunset;
As if it were a marvel the marvel of things naturally occurring;
As if it were nourishment what is transmitted from body to body – sweet warmth;
As if it were fantasy every fantasy from lip to lip – a whisper;
As if it were a gift from heaven every apparition that occurs right here,
I greet you here close by me, on my hands, on my heart, on my throbbing desire for the world
and then I accept the autumn that bites,
the winter in waiting,
the years that do not count
the centuries to come.
I accept
what of a life or a moment
is a figure,
what of a soul or a body
is a measure,
a real or just an imagined
kiss,
here on this bench
with the autumn wind barely perceptible like a caress,
scarcely veiled like skilful embroidery
I greet.
And then after only a moment after
not just out of pride or boastfulness;
not just out of desire or will;
not just out of vacancy of thought or manner,
but just for sacred contentment
here on this bench
the honest call for a long stay I greet
with its obvious flowing.
As if to say
to end
Dammi la tua mano
Dammi la tua mano
una carezza mi farò
con quella
Una volta non curavo
la fisica delle cose
che si muovono
senza ragione
A venirmi sul viso
erano cinque dita
Sparse
Give Me Your Hand
Give me your hand
I will caress myself
With it
Once I did not care about
The physics of the things
That stir
Without reason
Coming on my face
Were five fingers
Scattered
Doppio gusto
Uno stendardo di sangue
uno stilo di dovere
io e te
uniti e perduti
da qualche parte dimentichi
La contrada del desiderio
è la contrada del pudore deluso
il volere una cosa e pure l’altra
Con una mano si sconcerta l’attimo
con l’altra si toglie
alla bocca
il saluto
Double Taste
A banner of blood
a stylus of duty
you and me
united and lost
forgetful somewhere
The country of desire
is the country of disappointed modesty
wanting one thing and the other too
With one hand you disrupt the moment
with the other you prevent
your mouth
from saying hello
Fascino
Dovendo subire io subisco
ma poi mi distendo e compongo diademi di favole
suono il flauto e l’armonica
godo delle tue simpatiche bubbole
dignitose
la corolla auspico della dimenticanza
e in te che hai il sorriso mi perdo
dispiaciuto di sole
Fascination
As I have to suffer I suffer
but then I relax and create fairytale diadems
play the flute and the harmonica
enjoy your amusing fibs
so dignified
wish for the corolla of oblivion
and lose myself in you and in your smile
sorry about the sun
I tuoi piedi
I tuoi piedi sono giudiziosi,
lasciali venire a me.
Sanno muoversi in giardino tra petunie e viole
e anche tra rose bianche e calle meravigliose.
Faranno sicura mostra di sé.
Le tue braccia sono giudiziose,
lasciale venire a me.
Sanno muoversi in danza tra stanze e cose
disegnando arabeschi d’intenzioni e volute di abbracci.
Abbracceranno con grazia.
Le tue mani sono giudiziose,
lasciale venire a me.
Sanno rammendare desideri e coltivare amicizie,
cogliere mele dall’albero e mettere a tavola l’accoglienza.
Lavoreranno con destrezza.
La tua bocca è giudiziosa,
lasciala venire a me.
Sa aggiungere alla sorpresa vocali e parole
esaltanti.
Darà disposizioni e annunci.
Le tue labbra sono giudiziose,
lasciale venire a me.
Sanno rimanere chiuse ma anche offrire
dischiuse note lievi d’incanto.
Mostreranno il talento.
Tutto il tuo corpo è giudizioso,
lascialo venire a me.
Sa essere giovane e impudico
nudo e impossibile.
Gli darò motore d’amore e compenso di stelle.
Ogni parte di te é giudiziosa e giudizioso è il tutto,
lascialo venire a me.
Your Feet
Your feet are sensible,
let them come to me.
They know how to move in the garden
among petunias and violets
white roses and marvellous lilies.
They will certainly make a fine show.
Your arms are sensible,
let them come to me.
They know how to move in the dance
among rooms and things
drawing arabesques of intentions
and spirals of embraces.
They will embrace with grace.
Your hands are sensible,
let them come to me.
They know how to mend wishes and cultivate friendships
pick apples from trees and serve a warm welcome at table.
They will work with dexterity.
Your mouth is sensible,
let it come to me.
It knows how to add to surprise vowels and words
As enhancements
It will give instructions and make announcements.
Your lips are sensible,
let them come to me.
They know how to stay closed but also breathe
when parted light enchanting notes.
Talent they will demonstrate.
Your whole body is sensible,
let it come to me.
It knows how to be young and unashamed
Naked and impossible.
I will give it love as an engine and stars as a reward.
Every part of you is sensible and sensible the whole,
let it come to me.
L’orario
Che fai – amore – studi la partita?
L’orario degli autobus?
Quello ferroviario
degli aerei
e pure quello delle navi?
Che fai amore
studi tutto il creato delle partenze
per venire da me?
Studi le partenze?
Non c’è bisogno d’alcuno studio
sappilo
Io sono qui
ad aspettarti
La via la conosci
l’orario pure
Troverai il portone in strada
e anche la via delle scale
e pure la porta troverai
aperta
Dove io sarò – amore -
ad aspettarti
con l’orario in mano
dei tuoi arrivi
delle mie partenze
delle tue partenze
Facciamo in modo
che la partenza non sia la tua
e neppure la mia
Insieme – amore mio -
insieme
E là dove saremo
staremo bene
insieme
e allegri bruceremo
dell’universo mondo
della lontana terra
sì bruceremo
insieme
tutti gli orari
Timetable
What are you doing, love? Studying the game?
The bus timetable?
The train timetable?
The flight timetable?
The sailing timetable even?
What are you doing, love?
Are you studying the whole world of departures
so you can come to me?
You are studying departures, aren’t you?
There is no need to study anything
so now you know.
I’m here
waiting for you.
You know the way
the timetable, too.
You’ll find the street number
and the way to the stairs
and the door you’ll find it too,
open.
Where I’ll be – love –
waiting for you,
holding the timetable
of your arrivals
my departures
your departures.
Let’s make it so that
the departure is neither yours
nor mine.
Together, my love
together.
And wherever we are
we’ll be fine
together
and happily we’ll burn
of the whole universe
of the distant land
yes, together
we’ll burn
all the timetables.
Nella notte
Nella notte lui le teneva la mano,
nella notte più profonda lui le teneva la mano
leggera
e pensava
mano, mio gioiello
mio tesoro concupito
carezza, saluto, culla delle mie partenze
sorella delle mie ambasce
stai con me
leggera
carezza, gioiello di passione
bacio dilazionato
opzione di tenerezze
sguardo di certezze
nella notte più profonda
stai con me
leggera,
viaggia con me,
trasportami a quell’altra mano
a quell’altro culmine di compassione
e suonami il gong del gioco definito
o del tutto finito
rien ne va plus
ma leggera
leggera
mano mia
nella notte
leggera
stai con me
In The Night
In the night he held her hand,
in the dead of night he held her hand
a light hand
and he thought
hand, my jewel
my longed-for treasure
caress, greeting, cradle of my departures
sister of my anguish
stay with me
light
caress, jewel of passion
deferred kiss
option of tenderness
gaze of assurance
in the dead of night
stay with me
light,
travel with me,
take me to that other hand
that other height of compassion
strike the gong that tells me game over
or it is all over
rien ne va plus
but my light
light
hand
in the light
night
stay with me
Neve
Come l’aria rarefatta
di allora il sole chiaro
e il silenzio arrotondato,
la certezza di vivere
sul ramo coricato,
la goccia dalla gronda
e il silenzio
giù a tempo
allungato.
Come allora il sole
la chiarità e l’abuso
del fiato sospeso,
lento e ripreso
involato nel cielo
l’azzurro e in terra
il campo sotto la neve.
A un dito il campanile
la punta a un uccello
o a un’ala d’aereo,
lassù gloriosa s’apre
l’eternità.
Snow
Like the rarefied air
of then the clear sun
and the rounded off silence,
the sureness of living
on a flattened branch,
the drop falling from the eaves
and the silence
down for an
extended time.
Like the sun then
the clarity and abuse
of bated breath,
slow and drawn back
soaring into the sky
the blue and on earth
the field beneath the snow.
By a hair’s breath the bell-tower
its pinnacle by a bird
or an aeroplane wing,
up there eternity opens
glorious.
OH YES BIRTH COPULATION AND DEATH (Da un passo di T.S.Eliot)
Oh yes birth copulation and death
diccelo tu amore
come qualmente la cosa si dipana
come si fonde l’attimo col mattino
come si fila l’ora e pure il giorno
diccelo pure tu morte
che amore non declini se non per
casi memorabili dovuti al fasto
di natura toccata dal sublime
e tu nascita dacci il tempo
un tempo dissacrato un tempo infame
dove la morte che proviene dall’uomo
non ritorni all’uomo sfatto di detriti
per cuore guasto e ventre tronfio
sì sì assento
vita presento vita consento
vita che si fa pianura e altura e mare e lago
pianura su cui corrono favole
si azzannano inquietudini
si liberano fronde e un’epopea intera
sì sì tutto questo
detto con simpatia e a onore del vero
come quando in un mattino si trova l’algoritmo
di una sinfonia del male che si veste in grande
dopotutto sarà per una volta sola
qui non si replica perché da sempre
fu stabilito così come volevasi
i monti una sola volta monti
il mare una sola volta mare
il pianto una sola volta pianto
commedia e tragedia fatte così
una volta sola come volevasi
Oh yes birth copulation and death
natura e cultura su cui l’onfalo
di un vagito abbandona il respiro
palpitante
singolarità che si fa universo
fonte d’amore
poi buco nero
e nera è la lingua che s’arrota parlando
e più non dice
OH YES BIRTH COPULATION AND DEATH
(from a line by T.S.Eliot)
Oh yes birth copulation and death
Love, tell us
how things unravel just like that
how the moment melts into the morning
how the hour goes by, the day too
tell us, death, you too
that you do not decline love except in
memorable cases owing to the splendour
of nature touched by the sublime
and you, birth, give us time
a time profaned, an infamous time
where death that comes from man
does not return to man unmade of debris
from a rotten heart and swollen belly
yes yes I accept it
I present life I permit life
life that becomes plain and height and sea and lake
plain on which stories flow
worries tear at each other
and revolt and epic deeds break free
yes yes all that
said nicely and truthfully
as when one morning you find the algorithm
of an evil symphony dressing up to the nines
after all it will only be for once
no repeat performances here because
it has always been just as they wanted
the mountains mountains only once
the sea the sea only once
tears tears only once
comedy and tragedy made like this
only once just as they wanted it
Oh yes birth copulation and death
nature and culture on which the omphalos
of a wail stops breathing
palpitating
singularity that becomes the universe
source of love
then black hole
and black is the tongue that rolls up when speaking
and says no more
Quando vieni e quando verrai
Quando vieni e quando verrai sono la stessa cosa.
Dolcemente vieni e mi porti un fiore:
una calendula, un anemone, un’orchidea, un fiore di campo.
Quando vieni cosa mi porti?
Le giunchiglie e le tue gambe lunghe o un sorriso cosparso di buone intenzioni?
Quando vieni, porta l’armonica c’è bisogno di armonia tra le filiere delle intenzioni;
c’è bisogno di un tocco di fantasia in più tra i cocci di bottiglia della vita, quando vieni.
Quando vieni, ritaglia il sole dal cielo servirà a rischiarare le inquietudini;
ritaglia la luna dal cielo, servirà a sognare ancora una volta appena il sole è calato.
Quando vieni, porta anche il tuo beauty case dovrai restaurare il mio viso,
così segnato dalle intemperie, così sofisticato nell’abbandono, così buono a nulla certe volte.
Quando vieni, hai l’arpa birmana tra le dita lunghe affusolate su cui potrai comporre sognanti
armonie con vibrazioni di cielo e velate attese molto più terra terra.
Quando vieni, porta il tuo pane e il tuo pendolo, la tua rassicurazione e il tuo modo.
Col pane potrai fare briciole per tornare indietro come Pollicino senza smarrirti;
col pendolo potrai decidere che fare ad ogni mala intenzione od intrusione altrui.
La tua rassicurazione poi servirà a far sorgere il plenilunio delle mie sorprese,
e il tuo modo potrà trasformarsi in un battibaleno nel mio mondo di favole.
Quando vieni e quando verrai sono la stessa cosa.
Qui crescono tutti i fiori:
la calendula, l’anemone, il fiore di campo, la margherita e la gerbera.
Ma tu potrai offrire dolcemente, come sei venuta dolcemente,
potrai offrire la tua orchidea, dolcemente.
E la pioggia ancora una volta verrà dal cielo
per farla splendere in tutte le sue gale.
Ora l’inverno s’apre davvero alla primavera.
Quando vieni e quando verrai sono la stessa cosa,
portami il tuo fiore.
When You Come And When You Will Come
When you come and when you will come are the same thing.
Gently you come bringing me a flower:
a calendula, an anemone, an orchid, a wild flower.
When you come, what will you bring me?
Jonquils and your long legs, or a smile strewn with good
intentions?
When you come, bring the harmonica: we’ll need harmony among the threads of our intentions;
we’ll need a touch of extra fantasy among the broken pieces of the bottle of life, when you come.
When you come, cut the sun out from the sky: we’ll use it to lighten our worries;
cut the moon out from the sky, we’ll use it to dream again once the sun has gone down.
When you come, bring your beauty case too: you’ll have to rebuild my face,
so marked by bad weather, so sophisticated in its neglect, sometimes good for nothing at all.
When you come, between your long tapering fingers you’ll have your Burmese harp on which you can make up dreaming harmonies with celestial vibrations and veiled much more down-to earth expectations.
When you come, bring your bread and your pendulum, your reassurance and your way.
With the bread you’ll be able to leave a trail of crumbs like Hansel so you can find your way back without getting lost;
with your pendulum you’ll be able to decide what to do with every bad intention or intrusion by someone else.
Then with your reassurance you’ll be able to raise the full moon of my surprises,
and your way will turn in a flash into my fairytale world.
When you come and when you will come are the same thing.
All flowers grow here:
calendulas, anemones, wild flowers, daisies, gerbera.
But you’ll be able to offer gently, as gently as you came,
you’ll be able to offer your orchid, gently.
And the rain will fall from the sky once more
to make it shine in all its frills.
Now winter really opens into spring.
When you come and when you will come are the same thing,
bring me your flower.
Tra due fuochi
Dunque nessun tempo ci sopravviverà
né quello che al movimento dei corpi
celesti affida rapporto e misura
né quello che da piaceri e dolori
viene in cura e sentimento
Dentro di noi aggruma sorte
a nostra salute imperfetta
d’esserci per due fuochi
fine del mondo e sua creazione
in me o in te il gioco
dei due corpi senza misura
in me senza misura
ciò che il tuo sorriso allieta
Between Two Fires
So no time will survive us
neither that which to the movement of celestial
bodies imparts connection and measure
nor that which from pleasure and pain
comes to caring and feeling
Inside us fate clots
to our imperfect health
from being here between two fires
the end of the world and its creation
in me or you measureless
the play of our two bodies
measureless in me
that which brightens your smile
URLAMI DOLCI PAROLE (da parte di lei)
Urlami dolci parole
tra i capelli
tra le dita
tra le labbra
tra le doppie labbra,
vento
sabbia
bocca
sesso.
Urlami dolci parole,
che siano fatte d’aria
di mare
di baci
di muco
d’incommestibile pane
d’inqualificabile anarchia
d’ignominioso conio.
Urlami dolci parole soffiate
velate
trapassate
succhiate
sognate.
Urlami dolci parole,
quelle dimenticate
quelle non più udite
quelle non più cercate sul vocabolario.
Urlami dolci parole
di fango
di mango
d’aurora
di cielo.
Urlami dolci parole,
pescate tra i rovi in campagna
quando toccava a me essere vento;
riprese tra la rena sulla spiaggia
quando toccava a me essere rena;
succhiate tra le labbra di una distesa di baci
quando toccava a me essere labbra e baci;
ripescate dalle doppie labbra
quando toccava a me essere altre profittevoli labbra;
quando volevo essere io intera canzone d’amore,
musica di letto e suono d’incenso antico.
Urlami dolci labbra,
dolce vento
dolce venire tra gli interstizi del cuore.
Urlami dolci serenate al plenilunio
e rosso fuoco di ciocco falò,
urlami dolci parole
e poi dolci parole
e poi dolci parole ancora
perché non c’è fine al sogno,
non c’è aura di morte alla speranza,
non c’è uscita decente al desiderio di nuvole.
Dopo c’è il vento
la sabbia
le labbra
le doppie labbra.
Dopo c’è la mancanza di tutto questo,
dopo, mio caro, c’è la mancanza.
Urlami dolci parole
che rimangano scolpite nell’aria
nell’acqua
nel ricordo
nel desiderio del ricordo.
Urlami dolci parole,
mio caro,
ora che il tempo è possibile.
Urlami
che ne sia invaghita
estasiata
inebriata
commossa
violentata.
Così a poco a poco,
solo così a poco a poco
mi abituerò a giacere
con le tue parole,
con quelle parole
con tutte le parole,
solo così a poco a poco
mi abituerò a vivere
con tutte le parole dolci
che il tuo corpo sa dire
e la tua anima sa offrire
così
perdutamente.
CRY OUT TO ME SWEET WORDS (on her behalf)
Cry out to me sweet words
through my hair
between my fingers
between my lips
between my double lips,
wind
sand
mouth
sex.
Cry out to me sweet words,
be they of air
of sea
of kisses
of mucus
of uneatable bread
of despicable anarchy
of ignominious coinage.
Cry out to me sweet words blown
veiled
pierced
sucked
dreamt of.
Cry out to me sweet words
those long forgotten
those no longer heard
those no longer looked up in dictionaries.
Cry out to me sweet words
of mud
of mango
of dawn
of sky.
Cry out to me sweet words,
picked among brambles in the countryside
when it was my turn to be the wind;
picked up from the sand on the beach
when it was my turn to be the sand;
sucked from between the lips of a spread of kisses
when it was my turn to be lips and kisses;
retrieved from the double lips
when it was my turn to be other profitable lips;
when I wanted to be a complete love song myself,
music of the bed and the sound of ancient incense.
Cry out to me sweet lips,
sweet wind
sweet coming between the interstices of the heart.
Cry out sweet serenades for me by a full moon
a blazing fire of log fires,
cry out to me sweet words
and then sweet words
and again sweet words
because to dreaming there is no end,
about hoping there is no aura of death,
from the wish of clouds there is no decent way out.
Afterwards there is the wind
the sand
the lips
the double lips.
Afterwards all this will be missing, absent
afterwards, my darling, there will be only absence.
Cry out to me sweet words
that will remain carved in the air
in the water
in memory
in the desire to remember.
Cry out to me sweet words,
my darling,
now that time is possible.
Cry out
I am infatuated
enraptured
inebriated
moved
raped.
So little by little,
just like that, little by little,
I’ll get used to lying
with your words,
with those words
with all the words,
only this way little by little
I’ll get used to living
with all the sweet words
your body can say
and your soul can offer
so
hopelessly
Vita e morte dell’uomo
L’uomo vive le sue stagioni come un cero e come un cero piange e lacrima,
finché si accomuna alla terra,
l’amato pianeta con cui trasvola per le vie del cielo
a perdersi tra astri multipli e splendide stelle.
La vita dell’uomo è umiliazione continua, paura dell’evento e angoscia del nulla e del vuoto,
mostro GUT,
ma il vuoto è il crogiolo delle possibilità e dove c’è possibilità c’è la concreta realtà dell’Essere.
L’Uno partecipa ai molti e i molti all’Uno,
lo stoppino cerca il fuoco e la fiamma arde, luce e calore.
Nel cielo intanto le stelle rumoreggiano con i loro reattori a fusione nucleare
finché il carburante a idrogeno ed elio si consumi,
dopodiché la stella singola esploderà diventando gigante colorata e imploderà a nana
altrettanto colorata finendo ad essere, massa permettendo,
stella di neutroni e infine,
se è il caso,
buco nero.
L’uomo vive nell’universo le sue stagioni e agendo si moltiplica
nei molti universi che produce in copia ad ogni battito d’ali.
Vive e volteggia ma anche rumoreggia e scarica putridume,
nemico a nemico, ghigno a ghigno, ferocia a ferocia
per essere nulla di più di un fiore
di malvagità ma anche d’amore.
Di qui il riscatto, volta del cielo, auspice
cero in cattedrale, accesa speranza.
La vita dell’uomo ha velli d’agnello
pelli di pecora e muso di leone
ma poi si arrangia a vedere i sassi e l’erba
dalla parte della radice.
La terra consuma il tempo lo porta fuori
dai secondi gli taglia il passato il presente e il futuro
il tempo non passa come del resto non è mai passato
non trascorre come del resto non è mai trascorso.
L’uomo della terra agguanta il suo tempo
facendo finalmente le cose giuste dell’anima
potendo ne misura il lato l’area e il volume
ma poi lascia al numero il compito
di procurare dopo la virgola
cifre infinite qualsiasi.
Nell’universo sistemi galassie ammassi
miliardi di miliardi
sulla terra miliardi capaci di consumare
la possibilità.
L’uomo sulla terra come un cero piange e lacrima.
Stella e non putridume nelle vite diventare,
una dopo l’altra, universo dopo l’altro,
o in alternativa per le molte azioni
perdere questa vita.
Life And Death Of Man
Man lives his seasons like a candle and like a candle he weeps and sheds his tears,
until he merges with the earth,
the beloved planet with which he flies across the paths of the heavens
to lose himself among the host of celestial bodies and splendid stars.
The life of man is constant humiliation, fear of the event and anguish at nothingness and emptiness,
GUT monster,
but emptiness is the crucible of all possibility and where there is possibility there is the concrete reality of Being.
The One participates in the many and the many in the One,
the wick seeks the flame and the flame burns, giving light and heat.
Meanwhile in the sky the fusion reactors of the stars
rumble on
until their fuel of hydrogen and helium is all used up,
and then each single star will explode, becoming a coloured giant, and implode becoming a dwarf,
just as coloured but ending by becoming, if its mass permits,
a neutron star and in the end,
as the case may be,
a black hole.
Man lives his seasons in the universe and as he acts proliferates
in the many universes he duplicates at every fluttering of his wings.
He lives and whirls but also roars and discharges putridity,
enemy to enemy, sneer to sneer, ferocity to ferocity
to be nothing more than a flower
of wickedness but also of love.
Hence redemption, the vault of heaven, auspice
candle in the cathedral, kindled hope.
The life of man has the fleeces of lambs
the skins of sheep and the muzzle of a lion
but even then he manages to see stones and grass
from the side of the root.
The earth consumes time and takes it out
cuts off from seconds past present and future
time does not pass as it never has passed
does not go by as it never has gone by.
The man of earth seizes his time
at last doing what is right by his soul
if he can measures its side area and volume
but then at the number just drops the task
of obtaining any infinite figures
after the decimal point.
In the universe systems galaxies masses
billions of billions
on the earth billions able to consume
possibility.
Man on earth weeps and sheds tears like a candle.
To become not putridity but a star in his lives,
one after the other, universe after universe,
or alternatively for his many acts
to lose this life.
Gian Primo Brugnoli
traduzione di Maria Rosina Girotti
Editing di Gray Sutherland
Martino Baldi traduce Catarina Nunes de Almeida
“Il resto (parziale) della storia” a Roma

Il giorno 27 gennaio 2009 alle ore 11
nell’aula magna del Liceo Eugenio Montale
in via di Bravetta 545 Roma,
nell’ambito del progetto inclusione “diversità”
presentazione del libro
Il resto (parziale) della storia (Fara Editore, 2008)
testi di:
Carla De Angelis – Chiara De Luca
Eleonora Laurita – Michela Maggiani – Stefano Martello
Oliviero Mascarucci – Rosa Maria Vernata
saranno presenti i curatori Carla De Angelis e Stefano Martello
seguirà un dibattito con studenti e docenti
Il resto (parziale) della storia

GIOVEDI’ 12-03-2009
BIBLIOTECA CORVIALE
VIA MARINO MAZZACURATI N. 76 (VIA PORTUENSE)
00148 ROMA
POESIA E…
OSPITI:
LETTERATURA:
CARLA DE ANGELIS – SCRITTRICE
STEFANO MARTELLO –GIORNALISTA
PRESENTANNO IL RESTO (PARZIALE)DELLA STORIA
TEATRO:
ANGELO FILIPPO JANNONI SEBASTIANINI – ATTORE E DIRETTORE ARTISTICO
PRESENTANO:
CARLA LUISA ZUCCALA’ e MARCO BELOCCHI
CON LA PARTECIPAZIONE DI:
GIANNI PARIS
PRESIDENTE XV MUNICIPIO
FABRIZIO GROSSI
ASSESSORE XV MUNICIPIO
M. GRAZIA GARAVINI
COORDINATRICE BANCA DEL TEMPO CORVIALE
XV MUNICIPIO
RIPRESE FILMATE DI: SANDRO CORDIVIOLA
Posted in Uncategorized
Gianluca Chierici, Il nome del confine, Joker 2009

L’orfano prende asilo in ciò che non possiede
di Chiara De Luca
Cherubini, sogni, angeli, demoni, follia e desiderio, luce, ombre, fuoco… Sono alcuni dei termini ricorrenti in questa raccolta di Gianluca Chierici, che tuttavia non istituisce polarità nettamente antagoniste, non propone una visione manichea dell’esistenza, ma rappresenta piuttosto un universo interiore generato dalla intersezione di piani dove sacro e profano convivono e si confondono, bene e male s’invertono e contaminano vicendevolmente, simboli ortodossi si colmano di nuovo significato più terreno e concreto. Il nome del confine è una sorta di pellegrinaggio dell’uomo che cade e di continuo si rialza e cade ancora, nell’incessante ricerca del Sé, della ragione del proprio esserci, svelata nella presa di coscienza dell’energia creatrice presente nel sogno quale espressione del volere più bambino e incondizionato dell’uomo. La realtà onirica non è qui presentata in un’ottica escapistica, che ne fa alternativa alla dimensione consueta, quanto piuttosto quale piano compresente, che interseca quello del quotidiano, consentendo all’io di rapportarsi a esso senza smarrirne il mistero, senza tralasciarne luci e ombre che restano altrimenti nascoste a uno sguardo oggettivo di superficie. Il poeta “pellegrino / sfiorato da troppe / leggende”, si dibatte di continuo tra le esigenze del vivere, sopra-vivendo, e la necessità di scavare più a fondo in un buio in cui l’animo si riconosce e desidera portarvi luce. “Durerò quanto la gratitudine,” scrive Chierici, “e troverò il mondo angelico / in cui lo spirito / si ribella all’anima, / affermando una nuova / durata al mio nome”. In questi versi è sintetizzato il paradosso ricorrente in questa poesia: la scissione tra una pulsione terrena – qui identificata con lo spirito – che spinge al soddisfacimento del desiderio primitivo – nel senso di autentico, infante –, e l’abbrivio dell’anima che tende verso l’alto, verso l’Altro. In questa tensione continua, che frange la linearità del quotidiano andare, “[...] solo i sogni / accompagnano le battaglie / negli spiriti”, solo l’energia oscura dell’inconscio, forte della sua carica immaginativa e della sua pulsione creatrice, solleva lo spirito dalla solitudine e gl’infonde nuova energia, al di là di ogni tentativo di nominazione dell’esistente: “Non definite la vita, o l’amore / ci pensa la morte a farlo per voi / e quando vi sentite stanchi / e la solitudine si fa grezza / e potente / ricordate al sogno / i suoi capelli di cielo”. “Brucio nel campo dei monaci / come un diavolo nel deserto,” scrive Chierici, riconfigurando la scissione interna all’io, la sua doppia natura, già figurata nell’opposizione, o meglio, nella polarizzazione anima/spirito. “Io viaggio e sono convento, Tu / importuni la preghiera”, aggiunge altrove, rivolgendosi a un “Tu” che, pur rappresentando un amore terreno, che distoglie l’anima dalla sua ricerca di assoluto nel pellegrinaggio dell’esistenza, in virtù della maiuscola pare al contempo indirizzare quello stesso afflato. Il nome del confine, come già Il libro del mattino, è infatti di per sé libro di preghiere, in cui il domandare è rivolto ora all’altro terreno, ora a un tu metafisico, o a entrambi contemporaneamente, eppure avviluppato nel medesimo umano paradosso per cui bene e male, beatitudine e dannazione, salvezza e tentazione convivono senza annullarsi nella battaglia interiore dell’Io: “Le mani si fanno benedette / e interrogo Dio per capire / cosa delle mie maledizioni / lo attragga tanto”. Il poeta, che è al contempo “madre e padre”, “sofferenza e peccato”, è consapevole dell’impossibilità di dirimere il proprio interiore conflitto, di indirizzare le forze di segno opposto insediatesi in lui nel momento della Caduta, che è paradossalmente anche slancio verso un eden di luce, incontro: “Come può uno come me / che porta in viso il disegno / della caduta, non ricordare / il tenero compiersi dei corpi / lo schiudersi delle anime, / l’ambra degli spiriti / come aironi nella luce.” L’uomo “infuocato / tra le leggi che si azzuffano,” lacerato da istanze che non sanno farsi dialogiche, non trova pace perché coglie la sacralità nel contingente, “Nella preghiera che insidia / ogni atomo”. “Nascosto come una vergine / intessuto di nebbia e orrore,” cerca di sottrarsi alle istanze dell’umano, facendosi di volta in volta “diavolo / e sacerdote,” sulla via di un nuovo pellegrinaggio, che risponde alle istanze dello spirito, e le soddisfa frantumando “[...] tutti / i libri, per ricomporre il senso / più vicino al cammino / del cuore”
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Lorenzo Mari traduce David Eloy Rodriguez
PACTOS ROTOS, PROMESAS INCUMPLIDAS
Avanzaban los invasores borrachos
regando los campos con sal.
Nos quemaban los ojos,
nos dejaban ciegos.
No eran estos los bárbaros
que nosotros solicitábamos.
Si tienes que detener
la mano que desciende
con un hacha,
hazlo.
Aunque tengas que pagar con
tus manos,
hazlo.
No hay que esperar candidez
de los acantilados.
La muerte es un desfiladero
por el que no pasan pájaros.
Nunca fuimos héroes.
No seremos héroes.
Hijos de perdedores
con la derrota en las venas.
Soldados sin gloria
en territorio enemigo,
lamiéndonos las mismas heridas
aplicando los mismos remedios.
Niños que tiran piedras
a los trenes.
Ballenas arponeadas
dispuestas a resistir.
Llegaban los turistas desordenadamente
buscando alguna razón más o menos
precisa que justificara su viaje.
Le preguntaron a las piedras,
preguntáronle a los mapas,
a las palomas, a la plaza inmensa,
al agua del río que fotografiaban.
Inquirieron al vendedor de globos
y al reloj de la torre,
incluso alguno trató de entrevistarse
con un pasante apresurado.
Tenían ansia y hambre
y quisieron gritar bien alto,
pero no lo hicieron.
Algunos se fueron como habían venido.
Otros con preguntas amarillas.
David Eloy Rodriguez da Miedo a ser escarcha, Quasyeditorial, 2000
PATTI INFRANTI, PROMESSE NON MANTENUTE
Gli invasori ubriachi avanzavano
innaffiando i campi di sale.
Ci bruciavano gli occhi,
ci lasciavano ciechi.
Non erano questi i barbari
che chiedevamo.
Se puoi trattenere
la mano che cala
con l’ascia,
fallo.
Anche se devi pagare
con le tue mani,
fallo.
Non bisogna aspettarsi innocenza
degli scogli a strapiombo.
La morte é una strettoia
attraverso cui gli uccelli non passano.
Eroi non siamo mai stati.
Eroi non saremo.
Figli di perdenti
con la sconfitta nelle vene.
Soldati senza gloria
in territorio nemico,
leccandoci identiche ferite,
applicando identiche medicazioni.
Bambini che tirano pietre
ai treni.
Balene arpionate
disposte a resistere.
Alla spicciolata arrivavano i turisti,
cercando una ragione piú o meno
precisa che giustificasse il loro viaggio.
La domandarono alle pietre,
alle mappe la domandarono,
ai piccioni, alle piazze immense,
all’acqua del fiume che fotografavano.
Interrogarono il venditore di pallonicni
e l’orologio della torre,
qualcuno addirittura provó a colloquiare
con un passante frettoloso.
Provavano fame e angoscia
e desiderarono gridare molto forte,
ma non lo fecero.
Alcuni se ne andarono com’erano venuti.
Altri con domande inevase.
(Timore di brinare, 2000)

Nato a Cáceres (Extremadura) nel 1976, David Eloy Rodríguez vive a Siviglia. Dal 1996 ad oggi ha pubblicato varie raccolte di poesía: Chrauf (Chrauf, 1996), Miedo de ser escarcha (Timore di brinare, 2000); Asombros (Sorprese, 2006; con dipinti dell’artista sivigliano Miki Leal) e Los huidos (I fuggitivi, 2008). Altri testi sono apparsi in antologie poetiche nazionali e internazionali, nonché su riviste letterarie, filosofiche e d’arte. Piú volte premiato per la sua produzione letteraria, ha ottenuto, in particolare, il premio internazionale di poesia Surcos (2000) e il premio letterario Creación Joven (2007).
Dal 1996 partecipa a diversi progetti multimediali, che mettono in stretta relazione poesia, azione teatrale e musica, tra cui il piú rilevante é forse il Circo de la Palabra Itinerante, che ha recentemente debuttato al festival Versátil di Valladolid (www.elfestivaldelapalabra.blogspot.com) con lo spettacolo “Todo se entiende sólo a medias” (www.soloamedias.net). Collabora con i cantautori Iván Mariscal (http://lasafinidadeselectivas.blogspot.com/2007/10/ivn-mariscal.html) e Daniel Mata en el Callejón del Gato (http://www.myspace.com/danielenelcallejondelgato), che hanno adattato alcuni dei suoi testi. Dal 2005 conduce, assieme ad altri giovani poeti di Siviglia, tra cui José María Gómez Valero e Miguel Ángel García Argüez, la piccola casa editrice indipendente Libros de la Herida (www.librosdelaherida.blogspot.com).

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Vera Lúcia de Oliveira traduce Lêdo Ivo

da Requiem, Besa Editrice, Nardò (LE), 2008. Traduzione e curatela di Vera Lúcia de Oliveira
pp. 98
REQUIEM DI LÊDO IVO
Vera Lúcia de Oliveira
Alla soglia dei suoi vivaci ottantatre anni, quando ha da poco pubblicato la monumentale Poesia Completa 1940-2004 (Topbooks, Rio de Janeiro, 2004) che traccia, nelle sue mille e cento pagine, un percorso di più di sessanta anni di letteratura che lo colloca fra i nomi più alti della poesia brasiliana, Lêdo Ivo ci regala questo inatteso Requiem, un compatto libro di poesie che si legge tutto d’un fiato, con lo stupore, la luminosità e il dolore che porta con sé la grande lirica.
Come è sempre stato per Lêdo Ivo, e senza smentire la raffinatezza artigianale dei suoi versi, la poesia è illuminazione, sono lampi rimbaudiani nella notte oscura della vita e della morte. Ci troviamo dinnanzi ad una sorta di sunto poetico e filosofico, un condensato forte e compatto di tutta la sua opera, un toccare quel filo imperscrutabile dell’universo per il quale passa una densa e segreta linfa e che solo pochi riescono a sfiorare, correndo il rischio di rimanere folgorati. (…)
Non si può leggere questo libro senza commozione e dolore e, paradossalmente, senza la sensazione di gioia e bellezza che dona sempre la grande poesia, anche quando tratta di sofferenza e di morte. Questo è l’enigma della parola poetica, dolore che ha in sé la letizia dell’umano sfiorato da Dio, o di Dio sfiorato dall’uomo in un momento di estasi. (…)
Il magma incandescente di questo lirismo plasma la sua forma torrenziale, talvolta ossessiva nelle immagini ricorrenti, nei versi lunghi che rischiano di togliere il fiato al lettore che volesse seguirne l’ampiezza. Il linguaggio, incantatorio ed elegiaco, ricco di pathos drammatico, mantiene il tono colloquiale, come nella migliore tradizione poetica brasiliana. La musica è di un’armonia increspata come le onde del mare, scandita dalle tante domande: Onde estão os loucos de minha infância, / os loucos que cantavam e dançavam no hospício devastado pelo sol? / Onde estão os meus navios e a luz do farol? [Dove sono i pazzi della mia infanzia, / i pazzi che cantavano e danzavano nel manicomio devastato dal sole? / Dove sono le mie navi e la luce del faro?].
La vita è vista come un cammino, un percorso breve e intenso, alla fine del quale egli si ritrova con meno certezze di quando lo aveva iniziato. E se il mare e la notte sembrano assorbire le nostre singole voci, la poesia rimane come lampo di coscienza diffuso, testimonianza di amore, profezia della notte che, anziché piegarci, svela alla fine che la vita va vissuta. (…)
Afferma il poeta e critico Ivan Junqueira che, “al contrario dei molti poeti la cui produzione decade nella vecchiaia, quella di Lêdo Ivo cresce ancora di più”, aggiungendo che se la paragonassimo al vino migliore, che quanto più invecchia tanto più diventa pregiato, il concetto che ne ricaveremmo è quello della “maturità del maturo, e cioè del sapore concentrato di un’uva passita che ancora conserva la freschezza dell’uva. Un frutto cristallizzato. Quasi un diamante.”[6] Nel leggere e nel fare con il poeta questo viscerale percorso nelle parole e nella vita, ci sentiamo anche noi felizes, annoverati cioè nelle sue stravaganti e poetiche beatitudini, noi a cui è stato dato, come una prodigiosa offerta, questo suo maturo e denso frutto di poesia.
POESIA TRATTA DA REQUIEM, DI LÊDO IVO
Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira
I
Aqui estou, à espera do silêncio.
Diante do estaleiro apodrecido
só vislumbro o estilhaço
que sobrou das iluminações.
Como todas as sobras, ele traz a marca
das coisas escondidas para sempre
ou dos seres sepultados no alto das dunas;
como as letras gravadas a fogo
na anca de um cavalo roubado por um cigano, ou um
[sinal de nascença
no quadril bem-amado.
Agora a noite desce para sempre.
Meu olhar fatigado segue a canoa
que se afasta dos manguezais.
Uma luz na restinga. Um caranguejo na lama.
E a vida se evapora como as almas
no céu que não abriga nenhum deus.
Todas as paisagens que vi se esfarelaram
nos postais corroídos. E a unha suja, tarjada de negro,
toma o espaço da mão antiga. As portas sucessivas
das docas que armazenavam réstias de cebola e sacos de açúcar
se encolhem na escuridão, reduzidas a uma única porta
refratária ao clarão da aurora.
Na Barra de São Miguel, diante do mar,
só agora aprendi:
o dia mais longo do homem
dura menos que um relâmpago.
O tempo não será mais celebrado
entre as constelações.
O céu e a terra vão sumir
na cinza desapontada
dos amanhãs roubados pela morte.
E tudo o que amei se dissolve.
A nuvem escarlate pousa brandamente
entre as casas de taipa e o mar rasgado pelas ondas.
Chegou a hora de dizer adeus à água negra
que marulha na treva da laguna
e ao vento planetário que seca os peixes
pendurados nos varais das palhoças
e ao mar caeté que se abriu
diante das falésias de minha pátria perdida.
A eternidade passa como o vento.
Só o tempo é eterno. Sempre estive aqui
no meio do meu povo dizimado,
e minhas mãos armaram além das dunas
a dourada fogueira antropofágica
do assombroso festim. Uma noite de cinzas
sucede agora ao clamor e à alegria.
O mar apaga todos os naufrágios
e todo fogo se extingue, todo fogo dourado
se alastra e se apaga no silêncio do mundo.
Aqui, no lugar de água e terra dos meus nascimentos
[sucessivos,
minha sombra vagueia entre os escombros
dos navios perdidos ou sonhados.
E busco em vão, nas águas ofendidas,
a castidade da água clara e intacta
que aflora no mar ao rebentar da aurora
no coração da noite emudecida.
Ó porta prometida ao consolo da vida,
após tanta imundície e após tanto esplendor!
Nesta noite final, as fogueiras celestes
queimam toda esperança e sepultam na cinza
os sonhos insensatos das almas terrestres
e o estertor que suprime qualquer paraíso.
Na noite crematória, a morte é uma fogueira.
I
Sto qui, in attesa del silenzio.
Dinnanzi all'arsenale marcito
scorgo solo la scheggia
che è rimasta delle illuminazioni.
Come tutti i residui, essa porta con sé il segno
delle cose nascoste per sempre
o degli esseri sepolti sull'alto delle dune;
come le lettere marchiate a fuoco
sul fianco di un cavallo rubato da uno zingaro, o una
[voglia sulla pelle
dell'anca diletta.
Ora la notte scende per sempre.
Il mio sguardo affaticato segue la canoa
che si allontana dalle mangrovie.
Una luce nei banchi di sabbia. Un granchio nel fango.
E la vita evapora come le anime
nel cielo che non ospita alcun dio.
Tutti i paesaggi che ho visto si sono polverizzati
nelle cartoline corrose. E l'unghia sporca, chiazzata di nero,
prende il posto della mano antica. Le porte successive
delle banchine che immagazzinavano reste di cipolle e
[sacchi di zucchero
si ritirano nel buio, ridotte ad un'unica porta
refrattaria al bagliore dell'aurora.
Nella Barra di São Miguel, di fronte al mare,
solo ora ho compreso:
il giorno più lungo dell'uomo
dura meno di un lampo.
Il tempo non sarà più celebrato
fra le costellazioni.
Il cielo e la terra svaniranno
nella cenere delusa
dei domani rubati dalla morte.
E tutto ciò che ho amato si dissolve.
La nuvola scarlatta posa dolcemente
fra le case di fango e paglia e il mare lacerato dalle onde.
È arrivata l'ora di dire addio all'acqua nera
che mareggia nella tenebra della laguna
e al vento planetario che secca i pesci
appesi sui fili nelle capanne
e al mare caeté che si è aperto
dinnanzi alle falesie della mia patria perduta.
L'eternità passa come il vento.
Solo il tempo è eterno. Sono sempre stato qui
in mezzo al mio popolo decimato,
e le mie mani hanno armato oltre le dune
il dorato falò antropofagico
del prodigioso banchetto. Una notte di ceneri
succede ora al clamore e alla gioia.
Il mare cancella tutti i naufragi
e ogni fuoco si estingue, ogni fuoco dorato
si propaga e si spegne nel silenzio del mondo.
Qui, nel luogo di acqua e terra delle mie nascite successive,
la mia ombra vaga fra i relitti
delle navi perdute o sognate.
E cerco invano, nelle acque offese,
la castità dell'acqua chiara e intatta
che affiora nel mare al deflagrare dell'aurora
nel cuore della notte ammutolita.
O porta promessa alla consolazione della vita,
dopo tanta immondizia e dopo tanto splendore!
In questa notte finale, i falò celesti
bruciano ogni speranza e seppelliscono nella cenere
i sogni insensati delle anime terrestri
e il rantolo che sopprime ogni paradiso.
Nella notte crematoria, la morte è un falò.
Lêdo Ivo è nato a Maceió, Alagoas, nel 1924. Ha avuto la sua prima formazione letteraria a Recife e dal 1943 vive a Rio de Janeiro. Il suo esordio letterario è del 1944, con As imaginações [Le immaginazioni], libro di poesie al quale seguiranno altre raccolte. Oltre alla poesia, Lêdo Ivo si dedica anche alla prosa. Il primo romanzo, As alianças, del 1947, conquista un importante premio nazionale. Pubblica altri quattro romanzi, fra i quali Ninho de cobras e A morte do Brasil, una raccolta di racconti, Use a passagem subterrânea, e due testi per l’infanzia, O menino da noite e O canário azul. Tra i saggi figurano Ladrão de flor, O universo poético de Raul Pompéia, Poesia observada, Teoria e celebração, A ética da aventura e A república de desilusão. Come memorialista, ha pubblicato Confissões de um poeta e O aluno relapso. Lêdo Ivo ha ricevuto numerosi e importanti premi. Nel 1990 è stato eletto in Brasile “Intellettuale dell’anno”. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Messico, Perù, Spagna, Olanda e Venezuela. È membro dell’Accademia Brasiliana di Lettere dal 1986. È considerato uno dei più grandi poeti viventi di lingua portoghese.
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Chiara De Luca, The Corolla of Memory/La corolla del ricordo, translated by Eileen Sullivan
Nell’orto degli ulivi

Il futuro si ripiega
non c’è orizzonte
la condizione umana è una
tenda che si affloscia
lacerata. Il vento la scuote e se ne va
coprendola di sabbia.
Non rispondi, non parli
eppure chiedi
dispiegando il manto della storia
su queste nostre anime incarnate
che grazie al loro corpo sono uniche.
Conosci questo dolore, Abbà,
che consuma le ossa
stritola il cuore
annega il respiro,
Tu – che non sei incorporato
se non in me e attraverso me in ciascuno –
li senti i nostri limiti incrociati
come tronchi del patibolo?
Puoi provare a calarti in questa mia disperazione
Tu che sai da sempre l’andare delle cose?
La libertà dell’uomo richiede un così grande sacrificio?
Non ho certezze solo spalanco il petto alla tua grazia
che mi ha portato fin qui: io patirò per Te
e per tutti sconvolgerò i confini della morte.
Alessandro Ramberti
giugno/luglio 2009
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su “La corolla del ricordo” di Chiara De Luca

Chiara De Luca, The Corolla of Memory/La corolla del ricordo, Kolibris, Bologna 2009
Una lettura di Alberto Mori
Quando avvengono le stagioni del cuore, bisogna camminare nei versi, riuscire ad andare verso un altro tempo dischiuso e sempre accanto.
Moto e tramite. Il sentimento.
The Corolla of memory di Chiara De Luca manca tutti gli appuntamenti.
E’ “not at home”, come nell’esergo iniziale di Emily Dickinson,
in bianca veste profumata d’assenza, ma da questa assenza, il mondo vede il senso del suo trascorrere: diversamente, tutti noi, ne subiamo lo scempio.
Allora ricordare per raccordare dove “annaspiamo per avere presente il respiro”
serve per amare i segni del vuoto e restituirne bellezza.
“Solo le pareti fuori sanno stare/bianche incontro al vento”.
Questa la pagina/spazio dove appariranno i segni che la poetessa assume da subito ad imprimatur nel corpo, per portarlo con sé nel suo “corpo” sensoriale attraverso la nascita possibile di uno sguardo invisibile fra incontri, treni, autobus, città, per quelle sottili intersezioni che la fanno aggirare nelle no man’s land fra salvezza e rigenerazione.
In queste poesie si sente la fine e l’inizio.
Esse abitano postume dietro le rappresentazioni interiori.
Sfiorano le immagini crescendo nella gola del canto trattenuto per afformarne apparenza.
“Nuove forme strane per tenere/assente compagnia nel male” assuonano,
in correspondances , per pronunciare l’indicibile che ci sottotraccia
e sottende davanti agli eventi.
Quando l’attenzione si sposta subentrano sinestesie audiovisive.
La memoria chiama a trasparenza con quelle accensioni caute che hanno gli stessi occhi della poetessa.
The corolla of memory ci lascia nell’umidore e in un desiderio di levità subliminale dopo che le acque hanno trasformato la stagione del tempo,
dove si può finalmente cedere e non tornare più.
Il viaggio nel terrestre infinita nell’origine che redime:
“Nell’irripetibile stagione di un momento”.
Luglio 2009 Alberto Mori
Cassandra. Un monologo di massimo sannelli
Questo monologo, come gli altri, non cerca, non insegue e non rinnega il nuovo. La ricerca del nuovo – che non esiste ancora – è inutile, se è slegata dall’intensità, che viene da corpi già esistenti. Sviluppare l’intensità, prima, potrebbe evocare il nuovo, dopo. Ma il nuovo non importa più, dove il problema è aumentare la temperatura, non essere più né «uno» né «uomo», allargare il campo per ospitare la Presenza e la Leggerezza. I corpi vivono ora. [Genova, 28 luglio 2009]
1.
Cassandra. tu sei o non sei un’attrice?
mi hai domandato. io sono già un’attrice.
Cordelia parla a Lear e Lear ascolta.
sono un’attrice e Lear non ha capìto
più niente.
Ama. Silenzio. Ama! Ama!
Non sono povera. No. Ho l’amore
in me, ed è più grande della lingua.
Cordelia parla a Lear. Lear ascolta.
sono un’attrice. posso farlo meglio
di prima. senti adesso, con le pause
lunghe:
Silenzio. E che dirà Cordelia?
Silenzio! Ama.Povera Cordelia!
Non sono povera! No. Ho l’amore
in me, ed è più grande della lingua!
hai sentito Cordelia e niente è meglio
di lei! ascolta ancora il suo talento:
Io Vi obbedisco, Vi amo e Vi onoro.
Perché le mie sorelle hanno mariti,
se ognuna dice “amo solo mio padre”?
Quando sarò sposata, quel signore
che con la mano accetterà il mio pegno
dividerà con Voi amore, stima, e cura.
Il cuore parla a Voi. Non «tanto giovane
e tanto poco tenera»: ma giovane,
signore, giovane! – e tanto sincera.
ricordi cosa ha detto alle sorelle?
Vi auguro ogni bene. Addio, sorelle.
Addio alle due gemme!
Gemme, addio.
ora mi credi? il nostro addio è stato
sentito bene. io non lo studio più.
Cordelia parla e so di cosa parla.
*
lo studio che facevo è terminato
da molto tempo. posso dirti: ero
Lady Macbeth! allora ci credevi –
credevi tanto a me, quando facevo
la O chiusa di AMORE e tutto il resto,
amóre amóre amóre amóre amóre!
Io ho allattato. E so che dolce amore
è il bambino che succhia – ma io avrei
negato il seno alle gengive morbide,
e morte al suo cervello! L’avrei fatto
io: se avessi giurato, come te.
e tu? hai mai giurato nella vita?
essere attore o niente, artista o niente
e grande o niente – e come Macbeth hai
il latte nella mente, il latte nella
vita – moltissimo latte è nel tuo
piccolo sesso – hai mai giurato che
sarai adulto o nulla, artista o nulla,
materia buona o nulla? ora saresti
qualcosa. oppure nulla.
quando ero
più giovane – studiavo molto (oggi
poco) il silenzio: ero brava e ero chiusa
tra altre e altri, e trasparente; e non
vista. perché? è forse la dolcezza
che manca – forse; o si nasce in un posto
selvatico che uccide, sei una donna
e cosa vali che mi dici sta’
tranquilla che mi dai, e dove vuoi
arrivare. così si parla. arrivo.
i molti incontri immondi sono chiesti
a molte donne, e anche i maschi, molti,
si piegano – e una donna dice: accetto,
ricòrdati di me! – ma io non ho
fatto così. ero una luce. e non basta
la luce forte? è grande e forte. ascolta.
avevo te! non mi bastava averti?
a volte entravo in questi versi: era
già Bill, lo Scuoti-Lancia – ti faceva
ridere il senso di Shake-Speare – PERFETTA
POTENZA di Cordelia! dicevi:
tu sei grande e mi piaci! questo credo
che sia mio: Vi auguro ogni bene.
Ama. Silenzio. E che dirà Cordelia?
Silenzio! Ama. Povera Cordelia!
Non sono povera. No. Ho l’amore
in me, ed è più grande della lingua!
e:
Addio, sorelle. Addio alle due gemme!
2.
ho pensato che Amleto fosse come
me. davvero. pensavo ad un Amleto
che è donna – bello e libero dall’enfasi
che all’uomo piace. un uomo non ha altro
che le parole e il sesso agile, forse:
ma Amleto non è un uomo. Amleto ha solo
il fiume di parole e un sesso poco
teso. non hai creduto a me: dicevo:
Amleto era un attore! anche Polonio
dice: ben recitato, altezza. e Amleto
era un poeta di certo. già. Amleto
non ama gli altri: ama le parole:
a quelle non hai dato peso, a me
neanche, e ancora meno al caro
Amleto:
Essere. O non essere. O l’uno. O l’altro.
Che cosa è meglio? Patire gli strali
e i colpi di balestra di una sorte
oltraggiosa? Aggredire con le armi
l’abisso degli affanni e contrastarli
fino in fondo? La morte. Solo il sonno,
nient’altro. Poi, convincersi che il sonno
sarà la fine delle fitte al cuore
e delle malattie che per natura
colpiscono la carne degli uomini.
Devotamente, sì, devotamente,
dobbiamo implorare questa grazia.
Morte. Sonno. Sonno? Forse sognare.
Il nodo è questo: quali sogni
arriveranno a noi, dopo l’uscita
da tutti i suoni del mondo mortale –
ecco un’idea che deve trattenerci.
Ed ecco il dubbio che mantiene in vita
ogni infelice. Chi sopporterebbe
lo sputo e lo scudiscio di ogni tempo,
il muso del tiranno, e le facezie
dell’orgoglio, e la pena dell’amore
non amato, e le léggi trascurate,
l’arroganza dall’alto e poi gli oltraggi
degli indegni sul degno, che è paziente –
chi li sopporterebbe, se il pugnale
ti concede la quiete, con un colpo?
Chi accetterebbe il peso della vita,
tra sudore e bestemmie? E la stanchezza.
È solo la paura della cosa
che seguirà la morte, quella terra
da cui nessuno torna – è la paura
che preme sulla nostra volontà
e ci fa radicare nel presente
deforme e non volare all’altro tempo
ignoto? La coscienza, la coscienza
ci rende tutti vili: tutti. Ecco
come il colore della volontà
si stempera e rovina contro il buio,
e come può arenarsi un gesto audace,
perdendo il primo nome, che fu «azione».
Vedo la bella Ofelia. Quando preghi,
Ninfa, intercedi per i miei peccati.
è faticoso. mi stanco – ma posso.
la traduzione è mia. non sopportavo
la prosa balbettante dei poeti
italiani e la noia di chi recita
senza la fame in corpo e Cristo in cuore e
la grazia.
e non credevi più che Amleto
è uomo e donna: è un uomo che una donna
può essere. ma essere è difficile
e morire spaventa e fare è un peso
e chi non fa si adagia. la tua vita
si scioglie in questo modo.
ed io avevo
tanta fretta, così – perché avevo
questa luce non calma – quella che
non resta chiusa. mi sgridavi: piangi
sempre, mi urli in faccia «io sono brava!
io sono brava!, io, io!», non senti
mai il tuo maestro? – il mio maestro? il mio
maestro non sa più quello che dice
ed è smarrito. anch’io. ma io – vedi –
che grido sempre e mi lamento sempre
(è una cosa da donna – mi dicevi)
faccio Cordelia bene, e sono Amleto
(Amleto è donna e uomo) – non sei niente –
non sai niente – non credi a niente – non
cadi mai in tentazione e non sei buono:
tu non sei caldo o freddo! ma io devo
(fingi di non capirlo) lavorare.
che cosa mi vuoi dire? tu hai parlato
solo di te. è vero. perché no?
Amleto parla sempre. e io non penso
che Amleto loda Amleto. è un’altra cosa.
la mia lode è finita e tu NON CREDI
che ho parlato d’altro? non ci credi.
sbaglia Cassandra, oh sì. Cassandra è troppo
eccitata per essere un’attrice
affidabile. bene. quando entra
Cassandra – sei distratto con me – non
mi credi? e perché? impara a ricordare.
3.
c’è la vita selvaggia, non ricordi?
non ti ho mai detto questo: c’è una volta
che la bambina Cassandra si stese
tra ramo e ramo e cadde e cadde e poi
volò da ramo a ramo, e più non cadde
la bambina Cassandra. e tu ci credi
a una donna che vola? e Maura disse,
ricordi? disse: la stronzetta è brava,
senti come traduce. ma io recito
ancora meglio, senti? non ricordi
che sono brava. io sì, me lo ricordo
ancora molto bene. e la stronzetta
è brava, perché no? perché no? questa
è una lode, sì. qui nessuna frase
contiene meno di undici sillabe,
capìto?
Cassandra, calma.
ti chiamo.
e dico tutto: io devo lavorare,
e ho fame, e questa casa in cui non sei
si paga, e ho fame, e devo lavorare.
chiedo lavoro, non felicità.
enfasi. no. chiedo lavoro – e basta.
farò di tutto, farò tutto, tutti
i ruoli. e adesso chiamo e te lo dico
con calma: il mio maestro sei tu solo,
sei il mio regista e il mio autore sei tu
e il mio amore – e lo sarai sempre.
dirò che devo lavorare. adesso
ti chiamo – e ciao. disturbo? sono io.
io chi? Cassandra. quale? la tua attrice,
ti ricordi? sì, sono – no, io ero –
Cordelia. e sì, vorrei rifarla ora,
se vuoi. sì – ho studiato molto. meno
di un tempo, ma ho studiato molto, certo.
volevo dirti che devo… che…
come?
no, non volevo dirti che ho bisogno
di lavoro. tranquillo. ti volevo dire
addio, lo sai? l’ho detto ora. e dico
ancora: addio. ti ho chiamato e ti ho detto:
addio. soltanto questo. mi hai creduto?
o sì o no. se mi hai creduto, applaudi!
[gennaio-febbraio; luglio 2009]
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Due granelli nella clessidra

dalla sezione
Paesaggi possibili
DI QUESTI E D’ALTRI TEMPI
Se solo conoscessi il nome
di voi alberi fioriti in Piazza Statuto
potrei dare del tu ad ogni ramo
così come si dà alla madre
e dirvi di passi trascorsi sopra l’ombra
delle foglie infrante ad ogni autunno
e della donna che racconta
gli anni incisi sulle panchine
o dei portici che hanno fatto
da coperta ad ogni inverno
È così che sporgo dal profilo
dei lampioni, l’indistinto di uno sguardo
sperso nei capelli raccolti
da un foulard all’uscita di una chiesa protestante
Se solo conoscessi il vostro nome
alberi a primavera, chiamerei
ogni mano appoggiata alla corteccia
delle impronte scriverei il mare
che hanno attraversato
e della terra scivolata come sabbia
fra le dita direi di un tempo
che convive in voi
così lontano da me stesso
D’INVERNO IN PIAZZA STATUTO
Quando la brezza mulina e tagliente
spolvera il monumento che del Frejus
accenna l’indice al confine
quando al derivare di portici
impronte fradice inzuppano
gli scalini all’ingresso del novantaquattro
rimpiatto l’orizzonte taciuto – grigio in cielo -
fra finestre e tetti misti al bianco
del palazzo Paravia ed induco
il decoro sabaudo al ministero
Quando più in là sguardi nostri
mescolano il decifrare fra papiri d’Egitto
e al metro d’oro arrotoliamo i pensieri
quando fra gli scranni di Cavour
Mazzini e Garibaldi
- ascesi d’infausta par condicio -
sfiorano il legno d’emiciclo
le dita a ventaglio intagliato
tu entri a rovistare la mia anima
indenne uscendo
DUE GRANELLI NELLA CLESSIDRA
Si fa due granelli di clessidra
questa sera il nostro tempo.
Nel riflesso della polvere
sui vetri t’avvicini.
Oltrepassi incroci d’ansia
calpestando le crepe del tuo cuore
ed il pavè di Via Nizza
Di cosa parlare, l’argomento
è a piacere.
Forse dei portici o dell’Ilaria
e le sue palpebre chiuse
Non è ora per l’abbraccio
la notte incede a San Salvario.
Rincorri l’autobus trentacinque
delle ventidue e trentatre.
Si perde così la tua ombra
fra i rettangoli del Lingotto
Nel riflesso della polvere
sui vetri t’allontani
E dal mio zaino ritrovo
le Ceneri di Pasolini
dalla sezione
L’altrove
MONOLOGO IMPERFETTO
Chi sono poco importa
ed il nome sulle vene della voce
da quanti giorni è muto?
Cosa chiedere a chi percorre
il confine di un profilo
spaiato fra le dita
e alla tristezza che sfiorisce?
Chi scriverà più del tremore
di ferite senza morsi
e di labbra magre senza fiato?
M’interrogo così
sopra passi addormentati
che s’apprestano a sfumare
impronte ancora fresche
Chissà a quanti battiti di cuore
distiamo ancora
È SOLO ARIA
Bella di mille volte alla mia voce
sei ora incerta che solo aria divide
spazi e vibrano antiche
parole sospese o disattese
Bello di mille volte sono brezza
ai tuoi silenzi, dove fiumi di sale
scaturiscono d’un verde vago
e s’asciugano al dopo dei passi
È al cuore o un po’ più su
la morsa di quest’aria che
impedisce il respiro
dei pensieri a riposare
ESMERALDA E IL SUO MARE
Ti chiamerò Esmeralda
dove si fa calma quest’assenza
perché sarai figlia
e poi madre del silenzio
Ti chiamerò, col nome
che si legge ad ogni fiato
indefinibile alla notte
Ti chiamerò ancora
senza sbagliare la pronuncia
ma sarà muto il suono del vento
giù dalla scogliera
Ti chiamerò così
come il mare le sue acque
e sarai onda capace d’arrivare
lì dove c’è l’incomprensibile
APPUNTAMENTO CON UNA SCONOSCIUTA
Solo il tuo indirizzo ha un passo certo,
per il resto tutto è inatteso: il mimo
sulla rambla di Barcelona che rimane impassibile
al tintinnio del centesimo nel cappello
o il silenzio del tuo pianto
lo stesso silenzio che s’incontra
tra i fragori dei viaggiatori che rincorrono
la coincidenza alla fermata del Passeig de Gracia
Anche qui gli autobus si guastano amica musa
puoi trovarli inaspettati e fermi in Placa Catalunya,
così come ho ritrovato te perché rinato è il tempo
del dolore e delle parole smentite
E perché qualcosa ancora ci accomuna amica musa,
le parabole d’amore fisse a testa in giù come un arco catenario
e il timore di riuscire ancora a sfiorare la saggezza
con lo stesso morbido peso di un petalo in balìa del vento
INEDITI
Concedo tutto me stesso ad una passeggiata
di portici e schiamazzi, di profumi ed erbe
di vento e di bandiere.
Siamo in questo esistere di cose non dette
un garbuglio di giochi e silenzi
nell’abbandono di un’apparenza disattesa
Parliamo di strade, fra mendici e rimandi
di vento, solitudini d’asfalto e sigarette.
Preghiamo ché sia la distanza
l’inappetenza del destino a renderci
singolare moltitudine fra specchi deformati
E che non sia la curva di una rotaia
ad indicarci la precisa direzione
Ho chiuso la cerniera agli stivali, conosciuto la forma delle scarpe
ed il giro degli alluci che ti curvano la schiena.
So delle tue gambe lunghe che han calpestato petali
e percorso spazi infinitamente brevi come lo sguardo
che ha saputo solo il bianco appeso delle bandiere
Hai visto fiori contare anni, notti spezzarsi sull’uscio di casa.
Hai preso battiti non tuoi e smozzicato pane a piccole dosi
come fosse un segreto il lento incedere fra le carezze
Ti sei persa in tanti assolutamente sì
nel gioco della falsità e degli occhi opposti alla scena.
Hai creduto di poter vincere il secondo
per non calarti nell’attimo e morire una vita
non serve chiudere gli occhi di chi regala rose
scordandosi del tutto, nella comprensione delle spine
Salvatore Sblando è nato nel 1970 a Torino, dove attualmente risiede e lavora in qualità di dipendente della locale azienda di trasporti. Con testi poetici inediti è risultato finalista in concorsi nazionali ed internazionali – tra i più recenti “Verba Agrestia 2008″ – e sue liriche sono pubblicate in antologie. Partecipa attivamente a readings e manifestazioni poetiche.
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Rossella Tempesta, L’impaziente

E mai più bel giardino vide in sogno[1]
di Chiara De Luca
“Vivere per bere un poco d’acqua, mangiare per fame semplice / ringraziare dell’ombra il pino, di rinfrescarci il mare trasparente di fronte l’Albania.” È questo uno dei principali fili conduttori intessuti da una voce che è prima di tutto impaziente di cantare la vita, in tutte le sue sfaccettature, nelle sue maree e nei suoi inabissamenti, cambiando necessariamente di volta in volta tonalità, altezza, ritmi del suo movimento. Quella di Rossella Tempesta è una poesia pregna di odori, colori, profumi e sfumature, del paesaggio e dell’anima, o meglio delle anime della poetessa, dell’umano e di ciò che dell’Oltre è dato intravedere. È una poesia di esplorazione, un viaggio incessante mosso dalla fame di conoscere e tutto abbracciare, di colmare un vuoto, un’assenza che occhieggia tra le righe, inattesa eppure sempre temuta. Che si disegna in ombre sui muri, macchie sul sole, polvere dell’aria, che improvvisa si posa sugli occhi, a oscurare la pupilla, senza però mai riuscire a sottrarle la luce di quella sua ansia di vedere, scrutare, capire. Gli occhi della poetessa si muovono alla ricerca, tra squarci improvvisi su panorami intravisti e lunghe soste contemplative. Il suo è un passo che non sonda il terreno prima di posarsi, non calcola, non teme, o se pure teme, supera. Un passo che disegna l’andatura di chi trae energia dalla semplice constatazione del respiro, dell’essere al mondo per non esserci banalmente, bensì testimoniando della propria presenza d’amore.
“Anche tu battezzi forza la mia pena / e splendore degli occhi / il chiarore del pianto”, scrive Rossella Tempesta, rivolgendosi a un tu onnipresente nelle sue poesie, eppure spesso distante nel tempo e/o nello spazio, e facendo appello al lettore stesso, forse, affinché guardi con più attenzione e comprenda. Ed è l’acuto di una voce che, pur vibrando spesso di gioia e di forza, grida per essere ri-conosciuta nella sua totalità, nella sua compresenza di toni, per appartenere. È il levarsi di una voce che conosce abissi profondi di solitudine repentina, in cui proprio dal dolore, della memoria e di ciò che nel presente non lo è, trae il proprio slancio. Questa voce non è acqua che sgorga felicemente dalla fonte, ma flusso che risale contro la corrente, talvolta stentando, mai cedendo, che continua a sperare di “trovare l’uscita”: verso il desiderio, la vita.
Questa poesia non offre certezze, non indica appigli o approdi in porti sicuri. Non mette mai la parola fine – ed è forse per questo che spesso manca il punto fermo al termine del verso finale di molte poesie, che restano così aperte al respiro.
È “l’incapacità di stare / ferma sui piedi uniti / a dire di qualcosa un mai.” Esortazione al tentativo, al rischio. Perché anche l’errore è commesso felicemente, da un’ansia d’amore come energia vitale che spezza ogni rimpianto: “di certe donne – / mai una passione stravolgente, mai sbagliata / la misura, la scelta, il modo di stare al mondo –“ “Io non così, io di me rinnego tutto / e tutto ancora”.
In questa raccolta Rossella Tempesta tratteggia e ci offre il suo destino di madre e moglie, di figlia e amica, senza però mai mettere a tacere la voce eternamente bambina che la abita e che albeggia nei versi. Una voce che forse a volte la poetessa tenta di tenere a freno, di zittire, attutire, come “una invereconda, tardiva, / adolescenza.” Ma che sempre ritorna, rivendicando il proprio spazio, il proprio diritto a “Vivere nel bisogno di sognare / di avere innumerevoli illusioni / e progettare cambi di scenario, / futuri differenti, con differenti snodi nel passato.” È quando questa “piccola” voce è lasciata a briglia sciolta che si alza il canto più bello, (pre)potente, senza più ombre né lacrime: “Ti avrei fatto vedere, con un po’ di coraggio, / iniziando dalla rincorsa a sbattere sbattere le braccia / a fendere l’aria e spiccare // un volo pazzesco”.
Credo sia per questa compresenza di voci e di piani temporali – passato, presente, della poetessa e della sua terra, delle persone amate e di quelle perdute – e di voci – quella bambina che (pre)tende e quella adulta che (con)tiene – a stupire continuamente il lettore, a spiazzarlo, spesso, trasportandolo all’improvviso da una luce accecante e gioiosa, quasi del tutto pura, a perfette oscurità circolari in cui sembra di doversi smarrire.
C’è in questo libro un’insita, vitale contraddizione, un costante, propulsivo dualismo, che non è studiato né orchestrato, ma disegnato dal naturale svolgimento dei versi nel loro disegnare la vita come avviene. C’è un odio/amore per la città di Napoli, una ricerca del passato e uno spavento di fronte al riaffiorare del ricordo ancora troppo nitido e vero per chi profondamente sente e ne è segnato.
Più di tutto c’è uno stupore reverenziale di fronte alla grandezza incontenibile della natura fin nelle sue più piccole manifestazioni. “Niente vorrei toccare, vorrei abdicare. / Cederei l’arbitrio alla natura, / finalmente.” Scrive la poetessa. Perché la natura sa, la natura procede rispettando i propri ritmi, che solo l’opera dell’uomo riesce a spezzare ed alterare, eppure mai del tutto. Perché la natura, come la poetessa – che in essa si riflette riconoscendovi se stessa – non si arrende, non si lascia mai addomesticare del tutto, continua a tendere verso la luce, verso la libertà: “Costringi e costringi ma le radici svelgono l’asfalto, / i giardini si sporgono dalle ringhiere / e le siepi oltrepassano i recinti. / La terra è nostra, dicono. È nostra anche la città.”
Quella di Rossella Tempesta è una poesia che soltanto brevemente si ripiega verso l’interno, per poi proiettarsi con forza, violenza, anche, all’esterno, tentando di abbracciare, conscia di non poter circoscrivere e contenere, stupita, a volte anche ferita da una bellezza che non salva, né salva se stessa, così come la magia del paradosso di Napoli, “città presepiale, / deserta di pastori e affollata / di case e lucine”, pregna dell’” odore pungente di pane sapido”, o sormontata da un “cielo indaco e sabbia”. Napoli, bellissima, e al contempo “piaga bagnata dal mare. / Terrazzatissima, tutto vano, inferno con panorama.” Città che “ mette tristezza, fa pena la sua gente assediata. / Dal traffico, dalla fatiscenza, dalle merde di cani domestici.”
Ma non è solo la constatazione del degrado ambientale e del mancato rispetto dovuto alla bellezza a segnare l’anima della poetessa, a incrinarne il canto e disegnare ombre nell’iride, bensì anche la compassione che deriva proprio da quello slancio verso l’esterno, da quel cercarsi fuori, per riconoscervi il proprio stesso buio invincibile: “io sento il petto sotto croci a migliaia / come uncini di tutti i dolori della terra e dei miei, / che pianto alberi solo nei tuoi occhi, / e per un niente che mi dica sì.”
È il senso di impotenza, di debolezza intrinseca oltre ogni sforzo di risalita, che nasce dalla consapevolezza “che non sappiamo mai / accompagnare nessuno, per la vergogna di essere vivi,”
La poetessa non si ferma e non ci ferma ad assaporare la gioia, ma spesso si lascia avvolgere dall’ombra, tutta tesa al conseguimento della propria totalità di persona fatta di passato e presente e proiezione futura. Allo stesso modo, sembra voler vedere di più, scrutare oltre la superficie. Non vuole lasciarsi ingannare dallo splendore che di primo acchito acceca, bensì vuole offrirci il chiaroscuro, il gioco di luci del reale: “Sotto la volta notturna resterei / ad osservare incredula la frenesia mortale / di strani uomini, piccoli, / divoratori di simili, adoratori di metalli e carte, / narcisi decadenti, che ignorano la putrescenza del riflesso.”
Tutto questo però non acceca l’occhio bambino, che vede oltre le forme, ricrea la realtà, potenziandone la vita, moltiplicandola: le aree di servizio appaiono come “slarghi sormontati da grandi vele bianche”; la via Emilia “sembra un mare dentro”; le pale eoliche ”paiono fusi che / riavvolgono rapidamente filo azzurro cielo, / o compassi spalancati a disegnare la perfezione del cerchio, all’infinito”; le imbarcazioni piccole dei pescatori “sembrano ferri da stiro sul mare così piatto, / ripiegano la notte / rendono così liscio questo mio nuovo giorno.” Quella di Rossella Tempesta è una poesia che non si arrende: né al lirismo di maniera, o a una certa tendenza “bucolica” di ritorno, né all’impoverimento della lingua poetica, che qui rivendica il suo diritto a riplasmare il reale, o riscoprirne le potenzialità infinitamente metamorfiche.
Eloquente e più che mai centrato è dunque il titolo di questo libro, animato dall’impazienza di dire la vita mentre avviene, senza pretesa di spiegare o di capire, perché “Tutto, si accorge, era da sempre nella medesima azione. / Inconoscibilità, appassionante mistero che è vivere”.
[1] Prefazione a ROSSELLA TEMPESTA, L’impaziente, Boopen, Napoli 2009.
La corolla del ricordo – una recensione di Narda Fattori

Chiara De Luca, La corolla del ricordo, Kolibris Edizioni, 2009, € 10
Un poeta oggi ha alcune consapevolezze piuttosto amarognole: non saranno i suoi versi a salvare il mondo, neppure potranno fornirgli risposte esaustive alle domande di sempre, non hanno poteri taumaturgici né garantiscono la sua sopravvivenza intellettuale. Inoltre gli complicano la vita con reading, presentazioni, contatti non sempre stimolanti e … vuotano le tasche.
Nulla è più impopolare della poesia. Ma i poeti, testardamente, continuano a scrivere, pubblicano, spendono “la parte migliore di sé” a limare, a ricercare una parola, quella sola che aderisce al senso del verso e al suo ritmo.
I poeti sono testardi ma non vivono al di fuori della comunità, dei suoi valori o disvalori, delle chiamate imperiose del mercato, dei mille problemi quotidiani che assillano qualunque persona.
Infatti non sono persone diverse, alieni-umani che colmano taccuini, scaffali di librerie e si rompono le unghie sulle tastiere dei computer.
Ciò premesso, per me ha avuto un senso leggere le liriche di Chiara, dure e duttili, che mi hanno porto con grazia quanto sta sul borderline dell’esistente: il male che si conosce e che si riconosce, sotteso all’atto stesso dell’esistere e quindi essenziale per dirsi vivi.
Ma accanto al male c’è la grazia di una natura mutevole e cangiante per analogia: “È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso della notte…; “sono questa casa diroccata / di finestre cieche e fumo” e, meravigliosamente amaro: “Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle / contro il bianco duro della soglia.”
Quale consolazione possiamo, dunque, chiedere se anche il bambino è segnato sulla soglia dura e ogni suo incanto porta via il vento?
A questa domanda risponde la poetessa stessa nell’atto di fede con il quale apre la raccolta: “Credo” il cui secondo verso afferma “nel sacro d’ogni incontro”.
Chiara ancora crede che si possa fare insieme intelligenza e convivio con altri che si incontrano e sono forse anche incoscienti della energia attivata che si può liberare per risanare ogni esistenza.
Possiede una sensibilità che deve proteggere a salvaguardia, ma non teme di mostrare la sua fragilità per darsi a se stessa e agli altri viva e vera.
“Bugiarda sempre Bologna si risveglia / dipana strade nel mattino e ridisegna / enorme il rumore di fondo”: Bologna, presenza a volte clamorosa a volte sottotraccia, scaraventa Chiara nel suo vissuto, nell’intrico delle strade e degli incontri, nei fallimenti esperiti e nelle gioie che una giovane donna come lei deve provare, intendo le gioie dell’amore che svaniscono così, d’improvviso come erano nate. Le liriche sono piene di riferimenti metaforici del paesaggio urbano: “strade ricolme dell’inutile / attesa di un motivo al tentativo”, “nidifica nell’anima sporca la neve” e non capiamo se è l’anima a essere sporca o la neve cittadina ridotta presto in fanghiglia. È un gioco di specchi e tutto si chiude nell’istante della parola che non riesce a significare e va inutile come i lampioni istantaneamente spenti.
Parrà strano che una giovane donna possa titolare un’opera La corolla del ricordo; pare che solo ai vecchi (ma non si deve più usare questa parola!) sia concessa la consolazione del ricordo; ma è una stupidaggine: ciascuno di noi è ciò che è stato, ciò che ha avuto, ciò che ha perduto, ciò che ha sognato, ciò che ha esperito: noi siamo quello che abbiamo ammassato giorno dopo giorno, da formiche o da cicale.
Vale la pena citare i versi da cui nasce il titolo e che nella loro icasticità traducono lo stato dell’esistente: “Si riapre la corolla del ricordo / ora che fermandomi riascolto / e sono rovi a fondo nell’andare / ogni giorno dove non ci sono […] tra petali di gelo che improvvisi / si serrano per chiudermi nel boccio / dei miei sorrisi bianchi collaudati / a ingannare chi non sa vedere,”
Vorrei fare una piccola annotazione sull’esergo di Emily Dickinson: forse alcuni dei suoi versi più amari. Ma Chiara ha altrettanto ferme le certezze della signora auto reclusa in bianco? Lei così viva, attiva, ridente nei suoi mali?
Narda Fattori
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Werner Lambersy – Diario di un ateo provvisorio
WERNER LAMBERSY
Diario di un ateo provvisorio
Collana Orly – poesia belga contemporanea
ISBN 978-88-96263-07-5
pp. 196, € 12,00
“La bellezza è l’ultimo ostacolo / da opporre alle dittature “, scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s’intende qui l’intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue “esorbitanti promesse”. Sia che essa descriva il dolore – “di cui so che ha / a che fare con la bellezza” –, la solitudine, l’assenza, la tristezza, sia che essa descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.
“La libertà è lo spazio che lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata”. Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all’effimero, in cui si “uccidono vìolano / assassinano continenti”; in cui “un proiettile in testa / è l’argomento dei credenti”; in cui “La fame è l’arma anonima / delle multinazionali”. Mentre la poesia “fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto”. Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia “che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto”.
Così mentre “un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti”, mentre “surfiamo, scivoliamo” alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo “emozione”, sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.
Il Diario si presenta come una sola grande poesia straordinariamente coesa, i cui singoli componimenti possiedono una propria pregnanza che li rende a se stanti e indipendenti dal tutto, eppure sono al contempo collegati gli uni agli altri in un procedimento dialogico, spesso paradossale, che si nutre del silenzio per dargli voce, che “provvisoriamente” nega dio per collocarlo nel futuro, quale possibilità nascente dall’assenza di dogmi e dalla forza di fedi e ragioni. Dal rifiuto di accettare il Male come necessario.
Allo stesso modo il poeta, nell’intensa Lettera, si rivolge a un padre da sempre assente e distante, cui deve “di essere nato / dal nulla / insolvente per la vita”. E lo fa senza cercare “di riconciliare / gli opposti inconciliabili”, bensì forte della consapevolezza “che scrivendo a qualcuno / spesso si scrive a se stessi”. Ed in questo risiedono la bellezza e lo spavento della poesia.
Chiara De Luca
Seigneur
je ne veux pas de ta pitié
et pas de ton pardon
non plus
Le grand feu d’artifice de
ma mort me suffira
tu règnes
et c’est assez
pour que ton vice de pute
promettant la durée
ne me touche
pas
aussi je préfère
que tu ne sois pas encore
Signore
non la voglio la tua pietà
e nemmeno
il tuo perdono
Il grande fuoco d’artificio della
mia morte mi basterà
tu regni
ed è abbastanza
affinché il tuo vizio di meretrice
che promette la durata
non possa
toccarmi
così preferisco
che tu ancora non sia
*
Laisse-moi espérer que tu
n’étais pas là
car qui es-tu au fond des
hommes
pour qu’ils te prient les
armes à la main
et t’encensent
du pet nauséabond de l’or
Seigneur
je ne veux pas de ton
extrême onction marchande
Lasciami sperare che tu
non ci fossi
perché chi sei tu in fondo
agli uomini
perché ti preghino
armi alla mano
e t’incensino
del fetore nauseabondo dell’oro
Signore
non la voglio la tua
estrema unzione commerciale
*
Seigneur
je ne veux pas du saint chrême
des bronzés de ta grâce
mais je caresse l’idée
qu’ayant dépassé la vitesse de
la lumière
tu puisses être là vers la fin
l’amour et les plaisirs sacrés
du corps
sont surveillés par le sida
et nous jetons
notre sperme quotidien dans un
préservatif
comme un marc de café dans les
poubelles
Signore
non lo voglio il santo crisma
di chi si abbronza alla tua grazia
ma accarezzo l’idea
che avendo superato la velocità della
luce
tu possa esserci verso la fine
l’amore e i piaceri sacri
del corpo
sono sorvegliati dall’AIDS
e noi gettiamo
il nostro sperma quotidiano in un
preservativo
come un fondo di caffè nella
spazzatura
*
Nos enfants pendent leurs poupées
éventrent leurs peluches
puis ils pleurent
parce que nous avons laissé faire
comme nous avons trop souvent
laissé faire
dans leurs jeux électroniques ils
ont appris à éliminer
ce qui gène
nous n’avons pas fait autre chose
seigneur
je n’ai pas vu de président ni de
pape dans les camps
I nostri figli impiccano le bambole
sventrano i peluche
poi piangono
perché li abbiamo lasciati fare
come troppo spesso abbiamo
lasciato fare
nei videgiochi loro
hanno imparato a eliminare
quel che disturba
noi non abbiamo fatto altrimenti
signore
non ho visto né presidenti né
papi nei campi
*
Pas de bonheur dans les
usines seigneur
alors méfie-toi
du septième jour car si
tu te reposes trop
les chômeurs pourraient
prendre ta place
ét fabriquer les belles
choses dont ils ont
vraiment besoin
la beauté
c’est aussi du bon pain
Nessuna gioia nelle
fabbriche signore
allora diffida
del settimo giorno perché se
ti riposi troppo
i disoccupati potrebbero
soffiarti il posto
e fabbricare le belle
cose di cui hanno
davvero bisogno
la bellezza
è anche un buon pane
*
La loi
au pas de l’oie
n’est qu’une démission
et je n’ai pas commis la faute
de t’aimer
sur commande ni d’accepter que
l’on commande mon amour
seigneur
je ne veux pas de toi tant que
le dernier d’entre nous
n’aura pas fondu au fond de ta
bouche comme un bonbon
d’enfant
La legge
al passo dell’oca
è solo una dimissione
e non ho commesso l’errore
di amarti
a comando né di accettare che
comandino il mio amore
signore
di te non voglio finché
l’ultimo di noi
non si sarà sciolto in fondo alla tua
bocca come la caramella
di un bambino
Posted in Belgian Collection | Tags: Chiara De Luca, Collana Orly, Werner Lambersy
Antonella Pizzo
da I morti non sono nervosi e book – Feaciedizioni
**
In questo silenzio che non è silenzio
in una cucina vuota e disadorna
guardo il cerchio sbilenco e immagino il passato.
Sono andati via tutti ed è calato il sipario
ma ancora sento i loro sguardi addosso
e assieme al ronzio del frigorifero che ghiaccia
e al tiritic dell’orologio a muro
mi risuonano indentro parole confuse.
Così questo silenzio non è vero silenzio,
giacché il silenzio non è assenza
ma totale mancanza
è un non esserci mai stati
un frigorifero spento
un orologio senza ingranaggi o mai esistito.
**


























