Posted by: kolibris | November 30, 2009

DANILO MANDOLINI, Radici e rami


due

 

Tra le piante cresce l’indole del gelo,

l’innocenza della terra che non sa,

che non dice quanto nulla le è davanti

né se il sole è all’orizzonte.

Profonda è la ferita che si apre,

che taglia nella notte il nostro sonno,

che piega il volere delle voci

sotto il peso dell’istante che si vuota.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

uno

 

- C’è chi parte e arriva senza sosta,

chi alle spalle chiude sempre la realtà,

chi non sa cosa sia la sofferenza

e la pensa come fosse una città.

Qui si passa svelti e si ritorna

di continuo per sentire respirare

chi dispera nella vita mentre crede

fermamente nella sera che sarà -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I sassi neri nel buio sono bianchi

ed io parlo di mio padre che non c’è,

che due volte è morto e che mi manca,

che lo prego perché torni nei miei sogni

a dire cos’è stato del suo essere

e del mio che ne sarà già da domani.

Nero è il nero che qui si ostina,

che sembra sopravvivere alla vista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sera del ventuno dicembre del millenovecentosettantasette un treno si fermò, fu fermato, nei pressi di Faenza.

 

L’aria era calma e fredda, prima di partire, scossa soltanto dalla vertigine invisibile che il vento crea quando s’insinua tra due pareti prossime e senza luce nel mezzo.

Così… Rapidamente salendo e poi precipitando, come a tracciare i confini di una percezione che scappando ti stordisce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Simulava una fine, l’esistenza.

Il chiodo che scivola lungo il muro

in assenza del peso che lo regge.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel mezzo di un dicembre senza luce

la fessura di un sorriso che saluta

lacera e ferisce come un taglio

il volto di chi guarda e non capisce

che un lampo non dice chi è che resta

o chi muore e non sa cosa succede.

 

Tu cadevi in un fremito convulso

e con forza mi spingevano lontano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrivarono nel buio la mattina

mia madre col fratello dentro un’ombra

a segnare una dimora che si scorda,

che si scorge, si perde e che lascia

la memoria in pegno alla paura

nell’istante trafitto dalla quiete.

 

Poco di certezze conoscevo, poco

di città e distanze ricordavo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tornò a casa calvo e dimagrito,

la mano destra chiusa su se stessa

e la voce che faceva suoni strani.

 

Ricordo di quei giorni il sole vuoto,

il verde del giardino più vicino

e mia nonna che rideva senza senso

nel vederlo seduto sulla sedia

aggrappato alla sua felicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 (il figlio che insegna al padre a leggere e scrivere)

 

Ripete le parole che gli dico,

legge a voce alta e senza ritmo,

scrive con le dita che gli tremano

frasi che dell’essere raccontano

il muoversi in noi come la sabbia

di mattini, di nuovo tempo che verrà.

 

Tredici anni e non ero già più figlio;

un po’ padre, un po’ madre ero anch’io.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre la falce obliqua del passo

torna e va, mi guarda dritto in faccia,

si scuote con il capo e con il corpo,

mi parla di quando era bambino,

di quando sugli alberi saliva

per rubare le uova degli uccelli,

per lanciarsi in un balzo senza fiato

e restare nel silenzio della colpa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimase per vent’anni in quello stato

parlando e camminando con fatica

lungo il lembo che ondeggia tra le età

e che non lascia certezze da salvare

se non quella che sussurra che sei vivo…

Che sei vivo per scoprire che la fine

ha l’odore duro e denso dell’inizio:

l’odore che ti porti sulla pelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 (i morti sui campanelli delle case)

 

Fessure e riflessi che danno sul vuoto,

parole randagie che sono dei nomi,

folle a seguire che sono derive

e nulla che parli del dire che cade.

Ora li sfioro col dito e con gli occhi

quei segni che sanno di noi che giungiamo,

quei nomi tra i quali c’è anche mio padre

che vive appartato nel soffio di sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

quattro

 

 

 

L’oscurità precipita imponendo alla penombra

un passo indietro che è principio di lamento,

sofferenza che si consuma stancamente

ai margini di una campagna di sterpaglie

dove ricordare è dissipare l’esistenza.

Le orme che si affidano al suolo camminando

attendono impazienti il giungere dei luoghi,

raccontano del disegno di un percorso

che muovendo da un inizio incontro va

alla trepidazione che negli uomini s’avverte

quando il sole si spegne oltre i palazzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascerò che il tempo sciolga spazio,

che gli anni ammassino utopie,

che i rumori conservino tutto

quel che ci narra dell’altrui sperare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fatica del non dire si racconta

con gli sguardi che si fermano nel vuoto,

le parole che tornano improvvise

nella sera che ti scopre mentre vai.

 

Ricordati di lui e del silenzio,

del viaggio in cui gli sei distante,

della notte, del mare e dell’aria

che a volte respira insieme a te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando gli chiederai di andare

fallo come se parlassi a un bimbo…

Usa le frasi brevi dell’inverno.

Fallo, accarezzandogli il viso.

 

 

 

Danilo Mandolini è nato ad Osimo (AN), dove vive, nel 1965.

Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi:

-       Diario di bagagli e di parole (1993 – Edizione privata);

-       A guardia del non ritorno (1994 – Collana di poesia “Alhabor” della rivista “Keraunia”);

-       Una misura incolmabile (1995 – Edizioni del Leone, Spinea,VE – 1a edizione del premio  “Frascati / Italo Alighiero Chiusano”) che propone, insieme a nuovi testi, gran parte delle poesie pubblicate nella precedente silloge;

-       l’anima del ghiaccio (1997 – L’aliante, Osimo, AN);

-       Sul viso umano (2001 – Edizioni l’Obliquo, Brescia – 13a edizione del Premio “Insieme nell’arte”);

-       La distanza da compiere (2004 – Edizioni l’Obliquo, Brescia – 10a edizione del premio “Erice Anteka” e 1a Edizione del Premio “Città di Castrovillari – Francesco Varcasia”);

-       Radici e rami (2007 – Edizioni l’Obliquo, Brescia – 13a edizione del premio “Tra Secchia e Panaro” e 17a edizione del premio “Dialogo”).

Sue poesie e suoi racconti brevi sono stati pubblicati su varie riviste e in antologie.

Si sono occupati della sua poesia, tra gli altri: Roberto Carifi, Guido Garufi, Paolo Ruffilli, Giuseppina Luongo Bartolini, Giovanni Nocentini, Emerico Giachery, Davide Argnani, Domenico Alvino, Giovanni Commare, Francesco Scarabicchi, Giuliano Ladolfi, Maria Lenti, Luigi Fontanella, Fabio Ciofi, Norma Stramucci, Gianruggero Manzoni, Sandro Montalto, Massimo Gezzi e Adrian Bravi.

 

Advertisement

Responses

  1. [...] Danilo Mandolini [...]


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Categories

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.