Questo è un deposito di sé,
un paesello spintoci a pigione
che non ama gli stranieri.
D’inverno quando la neve
eguaglia le cose
qui una talpa sbuca a tradimento.
Una traccia di fantasma forse
camuffata in mezzo al bianco.
IL LAVAVETRI
Per un colpo di fortuna
le tesi, quelle, non le gettammo.
Le bruciammo a Como per il freddo.
Allora facevamo i lavavetri per le strade.
Tutti i nostri visi si corrispondevano
in un’immagine comune:
per voi non c’era differenza di persone.
Uno di noi mille, invece, per dispetto
conquistò famiglia, villa, rispetto
e una singolare distinzione.
Gli era accaduto all’ospedale dopo anni:
qualcuno non l’aveva visto al semaforo
e lui era stato investito sull’asfalto.
E ne aveva avuto irriconoscibile il volto.
KEBAB
Vent’anni fa arrivammo alla stazione
da una cittadina piccola della Bretagna
decidendo di spostare qui la creperia
che appena sposati aprimmo su in campagna
cambiando l’insegna in:
Les meilleurs crêpes de Paris
promettendo il sapore e l’ambiente tipico di un locale
in un francobollo di paese – trapiantato in città, su un viale.
La clientela lasciava detto che solo da noi
le migliori si potevano trovare e servite in terrazza
all’ombra della torre che cresceva a Montparnasse.
Dopo giunsero le banche tra la crisi ed il risparmio –
che consentono mezz’ora soltanto per la pausa pranzo
e i tempi giusti di cottura da lassù uno non aspetta
ma impara a consumare sul posto il pasto o qui a fianco
dove sono sorti due take-away indiani, più veloci e meno cari.
Il TAGLIAERBE
La luce è diversa qui
e l’erba non trascolora più verde
del verde di quel tempo antico
in cui nacque sulle gote di Scozia
dove il vento schiaffeggia e sotto i baveri
le orecchie mangia come le cattedrali
medioevali. Ora il raffreddamento del globo
rovina noi che abbiamo consumato il tempo
a vivere d’indotto attorno al gioco del golf:
riordinare le posate, stirare le tovaglie
la mattina presto prima d’andare a lezione
o rifare i letti a chi qui si ferma per poco.
Per i figli di quegl’altri io la falcio l’erba
(e mi ci pago la retta) ed essi ci scommettono
gli affari e scavano ancora nuove buche
solo per prendere in fretta voli più lontani
verso paesi che non hanno ancora un nome
ma chi s’intende d’agraria dice trovarsi campi
con il monitoraggio termico dell’aria e sempreverdi,
noncuranti della nostra sempre più lunga stagione invernale.
PARIGI
Dagli scatti dei fotografi spuntano donne con bei vestiti
che sfilano in mezzo a passaggi e dentro grandi magazzini
attraversando ponti che spruzzano gente da una riva all’altra –
dalla torre su cui si sale in pochi a centrotavola
nemmeno si distingue la nube sottile dei paesi laggiù –
i falò notturni si spengono come candele sottovento –
poi da quassù si perdono lungo una remota prospettiva.
MAGDALENENSTRAßE
Anche se m’hanno convinto a fare il postino
confondo ancora i distretti e i nomi delle vie
della nuova toponomastica aggiornata
perché sia uguale all’altra una parte di Berlino.
Io mi rivedo sulla strada che finiva e che invece
ora passa a un’altra via e lungo la fila
ininterrotta dei lampioni
quell’edificio ancora in piedi
tra tanti altri. Sotto il rumore delle risate
di gente che si diverte si sente quello dei suoi lavandini
che sgocciolano con fastidio dei suoi fantasmi
e rimasto dentro le pareti il grido
di qualcuno che cigola rinchiuso ancora nell’archivio.
Io vi passo oltre e continuo il mio giro
e mai rispondo per ordine d’ufficio
a costui che mi chiede notizie fresche
da dietro a un foglio e dei parenti di uno
il recapito dimenticato nell’aldiquà
insieme al mittente e al destinatario.
BERLINO II
Ti ho conosciuta un giorno a lezione ed eri abituata
fin dall’inizio a certi libri da noi non ancora tradotti
scoperti ai seminari nelle tue università americane
e così è spesso successo che certe idee fuori moda
mi abbiano buttato in discussioni così appassionate
che quasi mai ne cavavo fuori una qualche ragione –
ma lo sai tu che mai ho dubitato del nostro tasso
progressivo o del libero proliferare dei fruttuosi
cantieri e sai che ne ho ancora molta di fiducia
su questa seconda città, così nuova e ruggente –
se non che non proprio a tutti va alla grande:
ce ne sono molte di industrie ex-sovietiche
che han chiuso i cancelli e stavolta i sindacati
lo preparano davvero lo sciopero generale
ma quello ad oltranza dopo quello successo
al povero Skolthoz – le pillole sul letto le han trovate
la moglie e la figlia, ora eredi di un debito di sangue:
allora mi rovello in un dubbio perché non so
se sia la vecchiaia a tradirmi così o la nostra vita
da coppia così stagionata che tu mi potresti pure
convincere con le statistiche di produttività
o con quel fatto della crescita non sempre prevedibile –
eppure agli incontri coi finanzieri vedi che ormai
quasi non parlo anche quando te ne esci che non c’entra
il caso argentino – che poi da soli nel nostro attico in centro
mi consigli un fondo di povertà e anche queste poche cene
consumate insieme passano, senza che tu te n’accorga:
con nostalgia, rimpiango di quando chiacchieravamo di tutto
del mio futuro politico o del tuo dottorato in Finlandia,
di quando prolungavamo un po’ troppo le nostre passeggiate
per le piazze delle coppiette, degli svelti scambi d’amore
o per dove volevamo, senza dividere Berlino.
Protetto dall’acero della bara
il tuo viso sta zitto e addormentato
come quello di un tasso o di un castoro.
Che non ti prepari, dice il prete
a sbucare altrove quando hai finito
quello che devi fare e dal letargo
tornare infine a noi, allo scoperto
più fresco, riposato, necessario a questo tempo.
La casa azzurra nel bosco
preda dell’emorragia del muschio
dopo aver avuto molti possessori
e le unghie scarnificate dalle mura
è ormai fuori dal mucchio
incline allo scivolo sul monte,
un po’ come te lontana da tutto
ma non diversa dal battito vivo del verde
che copre sotto gli occhi di tutti
chi tra di noi s’è ammalato e pur resta
anche se qui più non si vede.
Serve entrare in silenzio nel grande cimitero di Père Lachaise,
la sua meraviglia è d’ospitare cornacchie ed altri viventi:
nella giostra impetuosa degli uccelli si scandisce questo circo naturale,
in un ritmo regolare di sonno e di notti, di giorni e di insonnie.
Soltanto una lancetta resta ferma dell’animato orologio,
dentro i corpi pietrificati di artisti, sapienti e celebri scrittori
balbetta un meccanismo tormentato da un’interferenza clandestina,
uno scatto da sempre bloccato nei clamorosi e chiassosi ingranaggi celesti.
“ Si un homme naît sans être mort,
il peut devenir une chose immortelle „
G.
Io non vivo per non aver avuto un principio;
non ho avuto principio perché non riesco a ricordarlo;
non posso ricordarlo per non aver potuto volerlo;
non potendo riaverlo, vedo di non avere più niente;
non riuscendo a volerlo, sento che sono niente;
ma sapendo d’esser niente, mi scopro mai nato;
e non essendo già nato, allora inizio a potere;
potendo l’inizio, sento che svegliando divengo;
e diventando, io vivo.
Collaudata azienda di modelle
recluta aspiranti poetesse
minimo Nuovi Argomenti
per ruolo badanti ad autori
in festival, rassegne ed eventi
aprendo possibilità di carriera
con comparsa, foto e nota critica
su noto settimanale del settore
richiesta bella presenza e abito da sera.
SCUOLA DI SCRITTURA
Millenovecento euro il costo
trecentodieci ore a corso
di scrittura e sceneggiatura su a Milano:
il direttore sa già quanto sia
uno scrittore affermato e prossimo
all’uscita di un suo proprio Meridiano
e come che brillante promessa
abbia qui incominciato, quello
che hanno avvicinato per stile e presenza
allo stesso Giordano. Al Viareggio
da Reggio Calabria si arriva grazie a editor
personali che la sappiano consigliare
e pensi che sei, ben sei
dei nostri docenti sono stati preti
e ora membri laici dell’Opus Dei,
uno brigatista via skype insegna dalla Francia
e il camorrista fattosi scrittore contro Saviano
da quest’anno sarà il nostro nuovo invitato.
Alla fine, ma solo i peggiori, finiscono a Roma
alla succursale delle serie in onda al doposera.
Ma io so che lei così giovane, attraente
sarà più furba e finirà a giocarsi in finale lo Strega.
SUIS-JE?
Signore. Signori. Sono spiacente di disturbarvi nel metrò.
Solo ieri non avrei immaginato di doverlo fare.
Ero assistente in Cattolica e scrivevo libri per gli studenti.
Oggi sono senza lavoro ed ho una famiglia da mantenere.
Ho quarant’anni e due bimbi di otto e dieci anni.
Che devono mangiare e andare a scuola.
Vi chiedo di aiutarmi come potete.
Di comprare uno di questi libri che ho con me.
O con una moneta o una sigaretta anche.
Quello che potete. Vi ringrazio. Buona giornata.
Non è paese per Frecce Rosse
ma come scambio a due velocità
Rifredi è un po’ troppo piccolo,
è più pendolare snodo ferroviario
che si protende dall’alba al tramonto
verso Santa Maria Novella
sua lontana stella.
Noi abbiamo atteso troppo a lungo
quei treni che portano le masse
che hanno messo su un binario morto
e ora non sappiamo cogliere più l’attimo
perfetto, il vagone su cui salta in corsa
quello delle province italiane – seconda classe.
Guido Mattia Gallerani nato a Modena (1984), si è laureato nelle Università di Parma e Bologna e svolge attualmente un dottorato di ricerca in Letterature Comparate all’Università di Firenze. Fra le sue pubblicazioni scientifiche, il libro Roland Barthes e la tentazione del romanzo. Lavora nell’editoria. Parallelamente, si è sempre interessato di poesia contemporanea, con saggi e recensioni su riviste militanti e in qualità di redattore di FarePoesia – Rivista di Poesia e Arte Sociale e Mosaici – St. Andrews Journal of Italian Poetry. Per la casa editrice Kolibris ha tradotto e curato, insieme a Roberto Capuano, Soif de Soleil / Sete del Sole (2009) di Pierre Bonnasse e la traduzione di Verlaine d’ardesia e di pioggia di Guy Goffette (in uscita). Ha inoltre collaborato alla curatela del volume Accademico di nessuna accademia. Conversazioni con Gianni Scalia di G. Monti e V. Fossati, Marietti, Genova 2010. Fa parte del comitato direttivo dei festival Suoni e Parola di Poeta. Sue poesie sono state segnalate in premi letterari (Guido Gozzano, Il lago verde, finalista al premio Turoldo, finalista al BazzanoPoesia 2010, vincitore sezione giovani Renato Giorgi 2004, vincitore XII Concorso Biennale di Poesia di Alessandria 2010) e pubblicate su rivista (tra cui “Le voci della luna” e “Il Monte Analogo”) e antologia (Il silenzio della poesia, Fara 2008).

Complimenti Guido, davvero un bel corpus. Mi fa piacere rileggere più attentamente alcune poesie che avevo solo sentito in letture. Tu sai quali sono le mie preferite. Sono convinto che la tua prossima raccolta verrà un bel lavoro. Noto una maturazione rispetto alle tue prime che lessi 3-4 anni fa. E’ naturale…
Un caro saluto
By: Luca Ariano on December 20, 2010
at 10:27 am
Grazie per la lettura Luca. Ho chiesto a Guido questa selezione proprio per poter rileggere con calma anche su carta poesie che mi erano sempre rimaste ascoltandolo leggere – cosa che mi capita di rado… penso anch’io cheGuido stia lavorando molto bene e con la giusta pazienza, sulla sua poesia e non solo sulla sua
a presto!
Chiara
By: kolibris on December 20, 2010
at 11:04 am
Infatti… Più peso, ma ancora molta grazia… Immensi alcuni passaggi. E anche un’intuizione molto felice sulla poesia civile che da tempo ormai ha preso corpo.
By: Lorenzo Mari on December 20, 2010
at 2:10 pm
La tua scrittura ha molte forme, Guido, si diversifica nei toni.
Le mie preferite: “Questo è un deposito di sè” e “Serve entrare in silenzio nel grande cimitero…”.
Complimenti, un saluto!
Rossella
By: Rossella R. on December 20, 2010
at 2:14 pm
Ragazzi vi ringrazio, troppo buoni. Come tutti sanno, esordirò con l’opera prima a quarant’anni (intanto si è ancora giovani poeti a quell’età). Ma il mio lavoro può aspettare, e sono contento che si noti un percorso di serietà (che al di là dei risultati è il mio ultiimo scopo morale). Ciò che non può aspettare è il lavoro di tutti sulla poesia di tutti. Cosa che, bisogna dirlo, solo poche persone come Chiara portano avanti quotidianamente qui e altrove…grazie in generale per questo.
Guido
By: Guido Mattia Gallerani on December 20, 2010
at 2:23 pm
ti rinnovo i miei complimenti, Guido. Sei un’ottima penna e spero di leggere presto una tua raccolta. Testi come ‘questo è un deposito di sé’, ‘protetto dall’acero della bara’ o ‘la casa azzurra nel bosco’ sono testi che sento profondamente vicini per ragioni che non faticherai a intuire. Altri, più lunghi e prosastici, si adattano abilmente al corso narrativo che sta prendendo la poesia degli ultimi anni. Altri ancora, come SUIS-JE?, sono più sperimentali. Emerge la voglia, insomma, di non lasciare nulla al non-detto, di raccogliere tutte le sfide che il linguaggio moderno propone senza però troncare i rapporti con la tradizione che ci ha preceduto. Ti seguirò con molta attenzione.
By: marco aragno on December 20, 2010
at 6:27 pm
Grazie Marco, sei un lettore e un poeta attento, come non tardai ad intuire. A prestissimo. Un abbraccio
By: Guido Mattia Gallerani on December 20, 2010
at 7:16 pm