Posted by: kolibris | November 19, 2011

Guy Goffette, Verlaine d’ardesia e di pioggia

COLLANA SGUARDI – Saggistica

GUY GOFFETTE, Verlaine d’ardesia e di pioggia

ISBN 978-88-96263-57-0

pp. 148, € 12,00

 

Qualsiasi cosa Verlaine faccia, ha le Ardenne nel sangue. Gli colano nelle vene come latte, non biancastro, né bluMaria, come voleva la madre, ma verde e scuro come lo scisto sotto la pioggia.

Per questo, egli preferirà sempre il Nord al Sud e le sue erranze non lo porteranno al di là della Loira.

Per questo, i suoi grandi amori verranno dalle Ardenne: Rimbaud, Lucien Létinois, e gli ultimi rivali, Philomène Boudin e Eugénie Krantz che ne hanno l’accento. Che volete, diceva lui parlando della prima, mentre l’amo, mi sembra di sentire le campane del mio paese.

Ancora per questo nasce in lui l’ammirazione per Marceline Desbordes-Valmore, la piccola teatrante di Douai di cui parlerà nei Poètes maudits: Innanzitutto (ella) era del Nord e non del Sud, sfumatura più sottile di quel che si pensa. Dal crudo Nord, dal bel Nord (…), – ed è piaciuto anche a noi il crudo Nord, – alla fine! E pianta il chiodo, con una sorta di gioia subdola, come se avesse voluto prendersi una rivincita su questo Sud sempre cotto: in lei, dice ancora, niente enfasi, niente di «superfluo», niente della cattiva fede che bisogna deplorare nelle opere più incontestabili al di sotto della Loira.

Le Ardenne, è ancora e sempre là che, fuggendo la galera parigina, tornerà a rimettersi in salute, a consolarsi di un dolore, a ritrovare il gusto dell’amore e dell’amicizia.

Le Ardenne infuse: il buon senso paesano da vendere, e vivido vigore; è la fronte ombrosa del taciturno, l’occhio del fantino, la sorda violenza del toro. È anche la placida indifferenza della vacca, l’ondeggiamento delle colline sotto il vento, la lunga spianata degli altopiani che la pioggia modula, l’oscillazione dei neri abeti e l’interminabile noia della pianura.

Ed è da lì, certamente, dai movimenti contrastati e dalle onde alla volta di questa terra che l’abita come in esilio, da questo congiungimento in loro del femmineo e del virile, della fragilità e della rozzezza, dello scisto e della pioggia, che Verlaine prenderà la nativa e sensuale musicalità del suo verso,  senza eguali nella poesia francese.

 

Le Ardenne sono ancora, quando egli è in vena o in collera, questo bisogno quasi istintivo di parlarne il dialetto, pur massacrandolo allegramente, mescolando l’accento belga al Piccardo, con lo scherno un poco mascalzone della zona. È così che gli capitava di storpiare silinzio dopo il terzo assinzio, di lanciarsi in una vera e propria difesa della propria lingua; dio santo, poiché  il belga non sarebbe semplicemente un francese provinciale, non senza i suoi sapori particolari e i suoi frequenti modi di dire, a dir poco gentilmente ingenui o graziosamente beffardi? Allora era soddisfatto di sé, i suoi occhi grigio-blu s’illuminavano, e lui batteva sulla tavola il pugno o il bastone, assicurando, scaltro come una vecchia volpe: Ci è qualche cosa là di dentro. E come mai «c’è qualcosa là dentro!». Qualcosa di così sfuggente, di così imponderabile che solamente la poesia può far passare.

Suvvia, bistrot, servi ancora un assenzio, poiché tu non hai dell’acquavite come laggiù!

 

Oh bicchiere verdeggiante degli stagni

dove, calmi, i grigi lupi se ne andavano

a bere la notte, i loro grandi occhi bianchi

segnavano l’ombra come in un balletto.

 

Verlaine, e che importa l’apparenza,

è sempre il piccolo fragile e sognatore

che non può arginare col corpo

ciò che sale in lui, e che piange.

 

È il vento del Nord che lo strazia

o lo scisto aperto come un coltello,

o è il lamento ancora, il delirio

del grande cervo ferito, che gli mette a nudo

 

l’animo birichino e che s’ignora

come tutti quelli che un paese attraversa

hanno ben da camminare, il loro sforzo

resta vano, e la natura riversa

 

in essi il sangue verde di un lento veleno,

più pesante della memoria intera

e poi più lento a morire della musica

nuda del grano sotto le dita della pioggia.

 

Oh fata verde di qui, non sei tu

la bella che riporta, ingenua,

l’amata dolcezza a questo vecchio testone,

disteso sulla tavola, che va alla deriva?

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