Italian Poetry

Due granelli nella clessidra

sblando_copertina

 

dalla sezione

Paesaggi possibili

 

DI QUESTI E D’ALTRI TEMPI

 

Se solo conoscessi il nome

di voi alberi fioriti in Piazza Statuto

potrei dare del tu ad ogni ramo

così come si dà alla madre

e dirvi di passi trascorsi sopra l’ombra

delle foglie infrante ad ogni autunno

 

e della donna che racconta

gli anni incisi sulle panchine

o dei portici che hanno fatto

da coperta ad ogni inverno

 

È così che sporgo dal profilo

dei lampioni, l’indistinto di uno sguardo

sperso nei capelli raccolti

da un foulard all’uscita di una chiesa protestante

 

Se solo conoscessi il vostro nome

alberi a primavera, chiamerei

ogni mano appoggiata alla corteccia

delle impronte scriverei il mare

che hanno attraversato

e della terra scivolata come sabbia

fra le dita direi di un tempo

che convive in voi

così lontano da me stesso

 

 

D’INVERNO IN PIAZZA STATUTO

 

Quando la brezza mulina e tagliente

spolvera il monumento che del Frejus

accenna l’indice al confine

quando al derivare di portici

impronte fradice inzuppano

gli scalini all’ingresso del novantaquattro

 

rimpiatto l’orizzonte taciuto – grigio in cielo –

fra finestre e tetti misti al bianco

del palazzo Paravia ed induco

il decoro sabaudo al ministero

 

Quando più in là sguardi nostri

mescolano il decifrare fra papiri d’Egitto

e al metro d’oro arrotoliamo i pensieri

quando fra gli scranni di Cavour

Mazzini e Garibaldi

– ascesi d’infausta par condicio –

sfiorano il legno d’emiciclo

le dita a ventaglio intagliato

 

tu entri a rovistare la mia anima

indenne uscendo

 

 

DUE GRANELLI NELLA CLESSIDRA

 

Si fa due granelli di clessidra

questa sera il nostro tempo.

Nel riflesso della polvere

sui vetri t’avvicini.

Oltrepassi incroci d’ansia

calpestando le crepe del tuo cuore

ed il pavè di Via Nizza

 

Di cosa parlare, l’argomento

è a piacere.

Forse dei portici o dell’Ilaria

e le sue palpebre chiuse

 

Non è ora per l’abbraccio

la notte incede a San Salvario.

Rincorri l’autobus trentacinque

delle ventidue e trentatre.

Si perde così la tua ombra

fra i rettangoli del Lingotto

 

Nel riflesso della polvere

sui vetri t’allontani

 

E dal mio zaino ritrovo

le Ceneri di Pasolini

 

 

 

dalla sezione

L’altrove

 

MONOLOGO IMPERFETTO

 

Chi sono poco importa

ed il nome sulle vene della voce

da quanti giorni è muto?

Cosa chiedere a chi percorre

il confine di un profilo

spaiato fra le dita

e alla tristezza che sfiorisce?

 

Chi scriverà più del tremore

di ferite senza morsi

e di labbra magre senza fiato?

 

M’interrogo così

sopra passi addormentati

che s’apprestano a sfumare

impronte ancora fresche

 

Chissà a quanti battiti di cuore

distiamo ancora

 

 

È SOLO ARIA

 

Bella di mille volte alla mia voce

sei ora incerta che solo aria divide

spazi e vibrano antiche

parole sospese o disattese

 

Bello di mille volte sono brezza

ai tuoi silenzi, dove fiumi di sale

scaturiscono d’un verde vago

e s’asciugano al dopo dei passi

 

È al cuore o un po’ più su

la morsa di quest’aria che

impedisce il respiro

dei pensieri a riposare

 

 

ESMERALDA E IL SUO MARE

 

Ti chiamerò Esmeralda

dove si fa calma quest’assenza

perché sarai figlia

e poi madre del silenzio

 

Ti chiamerò, col nome

che si legge ad ogni fiato

indefinibile alla notte

 

Ti chiamerò ancora

senza sbagliare la pronuncia

ma sarà muto il suono del vento

giù dalla scogliera

 

Ti chiamerò così

come il mare le sue acque

e sarai onda capace d’arrivare

 

lì dove c’è l’incomprensibile

 

 

 

APPUNTAMENTO CON UNA SCONOSCIUTA

 

Solo il tuo indirizzo ha un passo certo,

per il resto tutto è inatteso: il mimo

sulla rambla di Barcelona che rimane impassibile

al tintinnio del centesimo nel cappello

o il silenzio del tuo pianto

lo stesso silenzio che s’incontra

tra i fragori dei viaggiatori che rincorrono

la coincidenza alla fermata del Passeig de Gracia

 

Anche qui gli autobus si guastano amica musa

puoi trovarli inaspettati e fermi in Placa Catalunya,

così come ho ritrovato te perché rinato è il tempo

del dolore e delle parole smentite

 

E perché qualcosa ancora ci accomuna amica musa,

le parabole d’amore fisse a testa in giù come un arco catenario

e il timore di riuscire ancora a sfiorare la saggezza

con lo stesso morbido peso di un petalo in balìa del vento

 

 

INEDITI

 

COME NOI 

Concedo tutto me stesso ad una passeggiata 
di portici e schiamazzi, di profumi ed erbe 
di vento e di bandiere. 
Siamo in questo esistere di cose non dette 
un garbuglio di giochi e silenzi 
nell’abbandono di un’apparenza disattesa 

Parliamo di strade, fra mendici e rimandi 
di vento, solitudini d’asfalto e sigarette. 
Preghiamo ché sia la distanza 
l’inappetenza del destino a renderci 
singolare moltitudine fra specchi deformati 

E che non sia la curva di una rotaia 
ad indicarci la precisa direzione 

 

 

 

L’UOMO DELLE ROSE 

Ho chiuso la cerniera agli stivali, conosciuto la forma delle scarpe 
ed il giro degli alluci che ti curvano la schiena. 
So delle tue gambe lunghe che han calpestato petali 
e percorso spazi infinitamente brevi come lo sguardo 
che ha saputo solo il bianco appeso delle bandiere 

Hai visto fiori contare anni, notti spezzarsi sull’uscio di casa. 
Hai preso battiti non tuoi e smozzicato pane a piccole dosi 
come fosse un segreto il lento incedere fra le carezze 

Ti sei persa in tanti assolutamente sì 
nel gioco della falsità e degli occhi opposti alla scena. 
Hai creduto di poter vincere il secondo 
per non calarti nell’attimo e morire una vita 

non serve chiudere gli occhi di chi regala rose 
scordandosi del tutto, nella comprensione delle spine 


 

 

 


 

Salvatore Sblando è nato nel 1970 a Torino, dove attualmente risiede e lavora in qualità di dipendente della locale azienda di trasporti. Con testi poetici inediti è risultato finalista in concorsi nazionali ed internazionali – tra i più recenti “Verba Agrestia 2008” – e sue liriche sono pubblicate in antologie. Partecipa attivamente a readings e manifestazioni poetiche.

 

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