Italian Poetry

Fabiano Alborghetti, Registro dei fragili

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Fabiano Alborghetti, Registro dei fragili, Edizioni Casagrande 2009
 


Canto II
 

Occorre l’ordine al vestire, occorre la coerenza

per l’inganno. Cosi ripeteva mentre a mani lisce tutto il bordo

della giacca a risalire, i risvolti, la camicia intonsa attorno al collo

 

troppo stretta eppure esatta per l’immagine allo specchio.

Un ampio gesto, un ritocco anche ai capelli

già perfetti nell’assetto e tutto il resto: perfezione ripeteva

 

offrirsi certi come il volto di quell’uomo imparato alla tivù.

Sono meglio a ben vedere, anche più vero:

guardava gli occhi nel riflesso, l’adesione

 

dell’immagine per il verso che voleva…

Anche la pelle era esatta nel colore, con il tono preso a tempo

nel solarium dietro casa. Perfezione ripeteva

 

e si mostrava sulla porta alla moglie già vestita.

Mano a mano senza dire. Non dicevano mai nulla. Troppo spesso

non trovavano che dire. E non trovava altre cose a ben vedere:

 

una ragione per restare soprattutto…

 

 

Canto X
 

Sognava il volo e un altro corpo e non diceva

quanto sforzo per trovare

quella forma da velina cui sapeva appartenere.

 

Molto prima di sposare era diverso

ma il parto lei capisce, è il parto che rovina.

Dallo step lo sguardo attorno rivolgeva per trovare

 

un solo sguardo che posasse su quel culo faticato, fatto magro

sulla dieta che diceva la tivù. Poi a casa un’altra dieta

cose bio per costruire più che il corpo quell’idea:

 

l’organismo era diverso molto prima di sposare

altro il corpo fatto meglio per l’età.

Niente intralci o imperfezioni

 

non contava neanche gli occhi che fermavano un suo sguardo

ripassare tra le forme sode e ferme

che scopriva poco a poco e di cui andava fiera:

 

ogni abito perfetto e scopriva l’ombelico

ribassava una spallina o le gambe accavallava senza pena o smagliature.

Guarda ora che disastro:

 

non più donna di un qualunque corpo sfatto

che vedeva giù al mercato. Non è questo il mio destino

ripeteva, meritavo altro destino

 

che un marito sempre assente ed un figlio che risucchia

ogni stilla e paragone… Continuava sullo step

insistendo il moto fermo, gli occhi chiusi nel pensare

 

che all’uscita se un incontro… Le varianti immaginava

senza figlio o sposalizio, senza altro che un volto, un qualcuno farsi avanti

per offrire la rivalsa, dare un senso alla fatica

 

ritornare in superficie coi polmoni doloranti…

 


Canto XVII
 

Stare attenti ad ogni gesto

cancellare la memoria al cellulare

era questo che premeva poco prima di rientrare

 

poco prima di rimettere le chiavi nel portone

risalire per le scale

ritornare col sorriso alla recita serale

 

con la cena, le notizie delle otto da seguire alla tivù

con i piatti già riempiti e mezza cena da finire

ritornare col sorriso, un accenno per un gesto

 

che veniva rifiutato….Si cenava con il film

gli occhi alti  per lo schermo che aiutava a superare

almeno il tempo del contatto

 

delle forme messe accanto

a cibarsi d’altra forma, d’alimento e niente altro.

Lava i denti del bambino gli diceva a denti stretti

 

che sia a letto per le nove…

 


Canto XXIV


Come gli altri anche loro certe volte se d’estate

il tempo regge, se d’estate con il sole: nel giardino la grigliata

con i tavoli  le sedie con l’odore della carne

 

e il marito col grembiule con la birra che discute

mentre attorno coi vicini si ritorna sul lavoro, alle rate del pc

all’offerta che al super offre un nuovo dvd ma di quelli americani

 

e le mogli più discoste sotto il melo e dentro l’ombra

che si scambiano consigli tutte assorte dentro il ruolo

e a turno ognuna chiama con il nome il proprio figlio

 

che divincola nel prato a rincorrere il pallone

che lanciato contro il box fa tuonare la lamiera

manca poco che si mangia

 

poi a tavola per lungo con il vino quello buono

da provare nell’assenso di chi sa dove comprare

e le mogli in altre cose ed i figli

 

a metà pasto sono andati per giocare, sono intorno

già divisi per le cose da inventare, chi si arrampica sul melo

chi improvvisa la partita le magliette a far da porta

 

ed il sole va scendendo ch’è già ora di tornare. Solo dopo

la certezza che la vita è come un film, col giardino americano

con l’unione da famiglie come ha visto alla tivù e tutto torna a ben vedere

 

e non estingue in episodi…

 

 

Canto XXXV

 
Occorreva l’attenzione e lo faceva da già da mesi

ritagliare dei mattini per andare a far l’amore

lasciare indietro tutti i pesi per tornare in superficie

 

dopo avere salutato il marito sulla porta

dopo aver lasciato a scuola quell’intralcio di bambino

dopo essersi vestita come fanno le veline

 

gli stivali a mezza gamba ed il panta coi decori

con gli occhiali a tutta faccia come ha visto alla tivù.

Se non fosse la famiglia quella forma di prigione, se non fosse

 

la famiglia a tenermi incatenata e s’aggrappava

al corpo amante come fosse una salvezza

e  faceva poi l’amore senza chiudere mai gli occhi

 

come fosse che col buio ogni cosa poi scompare…


altre poesie di Fabiano Alborghetti qui


RITORNARE ALLA RECITA SERALE

Fabiano Alborghetti è un poeta che riesce a trattare temi molto difficili, temi sociali delicati, senza mai scivolare nell’ipocrisia o nella banalità, né indugiare nel gusto estetico della retorica. Per farlo si serve del verso lungo, forma difficile da gestire, per il rischio, sempre presente, della deriva prosastica. Alborghetti la evita abilmente, seguendo un suo ritmo interiore, fatto di armonie e assonanze, variazioni, modulazioni e improvvise fratture.
La poesia di Alborghetti è sempre canto corale, sia in L’opposta riva, dove racconta, o meglio, lascia raccontare ai profughi il dolore del distacco dalla terra natia, le illusioni e delusioni, il dramma dell’assenza e la nostalgia della distanza. Sia in Registro dei fragili, in cui, prendendo spunto da un fatto di cronaca – una madre uccide il figlio, che, nascendo, si è reso colpevole di aver distrutte le sue aspirazioni da velina – offre un quadro realistico ed efficace della vita di famiglie in cui si è ormai smarrito ogni valore in nome del culto dell’apparenza e dell’aderenza alle istanze della finzione catodica; sia nel suo recente lavoro, Ruota degli esposti, in cui ancora una volta è di scena la “fragilità” di famiglie che vacillano e cedono perché cresciute in fretta su fondamenta troppo friabili.
“Ecco allora il perché del mio essere sul campo”, spiega Fabiano Alborghetti in unintervista a Silvia Monti su «Tellusfolio», “per applicare la mia ricerca accedo da una parte alla lettura della cronaca nutrendo i testi di realtà, ancorandoli al mondo reale. Dall’altra però non credo sia sufficiente la ‘realtà’ data dalla finzione narrativa ed ecco allora che nutro i testi di vera realtà. Perché questo accada, io devo vivere dentro il testo e questo porta a vivere sul campo.”
Un solito background di letture (dalla sociologia alla letteratura, dalla cronaca alla psicologia, dalla criminologia alla tecnica della pubblicità) rafforza la percezione del poeta che, come un reporter sul campo, offre al lettore uno squarcio oggettivo di una realtà che ci parla, reclamando la nostra attenzione, troppo spesso sviata da mille imput virtuali.

 

Chiara De LucaRitornare alla recita serale, in Nella borsa del viandante. Poesia che (r)esiste, Fara Editore, 2009.


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