Italian Poetry

Alessandro Polcri, da “Bruciare l’acqua” e inediti

Alessandro Polcri, Bruciare l'acqua, Edizioni della Meridiana, Firenze 2008


Alessandro Polcri, Bruciare l’acqua, Introduzione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 70.

 

 

 

T’accompagno nel viaggio

che nemmeno ho progettato,

ma mi muovo come paggio,

e ogni gesto è brevettato

dalla natura del mio diennea;

ti sto dentro sprofondato

e tu mi inguanti corpo

colle tue membra pieghevoli

provo fame e sete e spasimo

pei contorni delle cose percepiti

come augusti fini del mio agire,

e così attraverso mondi

e limacciosi fiumi

nascosto dietro il battito

delle mie gioconde-asciutte ciglia.

 

 

 

***

 

 

Traccio un cerchio sul bianco

foglio come usavano in antico

i geomanti sulla rena

e butto lì parole e le assedio col pensiero

per dar loro una forma che tenga.

Fuori del segno non c’è

commistione di verbo e di significato

ma solo il guazzo fonico prenatale,

un tempo sì angelico messaggio,

ora solo chiacchiericcio della mente,

occhio che si apre e non guarda,

scarpa slacciata infedele al passo

che si ostina ad avanzare,

labbro leporino che si oppone

al continuum della voce modulata,

incisivo sbriciolatosi

per troppo ingordo morso

su cui la lingua indugia

distratta dal suo vero corso,

albatros che canta,

malgrado l’amo nel suo becco

resto di un pesce sfuggito all’inganno.

 

***

 

Mi sfugge il fondo

e ciò che suol essere vita

è cono d’ombra che rimbomba

il quotidiano trobar prae-clus.

 

***

 

risveglio

 

Oggi è solo addizione

è giorno che s’aggiunge

e che mi vede e guarda e adest

al dipanarsi delle mie azioni

mentre il mondo ad est si accende,

all’unisono col mio sguardo mattutino,

sullo schermo della mia crespa fronte:

e anch’io intanto assisto,

con gli occhi della mente quasi ciechi

sicuro d’esser stato invitato

per inseguire delle impronte

sebbene nella selva disumana

delle res-stanti

“Io” sia poco più che scimmia

a cui il mondo sopravviverebbe

anche se non fosse lei a pensarlo.

 

***

Cosa hanno in comune

il fiato corto della mucca,

il suo sguardo fisso a terra,

il torto tronco della quercia

cresciuta nello stesso esatto punto dove è nata,

la mano di una statua perfetta

che può solo salda stringere

la stessa forma fermamente?

Osservarli è solo un gioco

della mente che distrae dal tutto,

struttura impura e stretta

dove abitiamo al modo delle cellule

nascoste nelle cose

che senza alcun conforto della luce

urlano al vicino: «fammi spazio!»

 

***

 

Con la mano posso appena

coprire un lembo della terra,

e il palmo è poca cosa

se già tra le mie dita

rimane nuda zolla.

Se poi adagiassi

il corpo sul selciato

organo a organo accanto

posato, fegato e polmoni

milza e intestino prossimi

alle unghie ad una ad una

e ai peli, agli occhi e alle orecchie,

prima maschere, ma poi metonimie

di me, di quel medesimo un tempo

essente, allineati, disposti tra i sassi

come veli contornanti quello spazio

intorno posto,

che sarei capace di occupare?

Se mi aprissi come un fico

e spellassi le mie ossa

non potrei abbracciare niente

di più grande di un’aiuola

circondata dal muro della mente

che sa a stento separare.

 

 

***

Il palmo s’adagia sulla costola

avvolgente il diaframma che indugia

sullo stomaco a sua volta oscillante

sul pancreas ammortizzato dolcemente

dai polmoni, casa della voce

dell’organo canna che oltre espelle

le vocali e poi lamenta i mali

e i beni del giorno e della notte

il tutto intorno all’ombellico,

omphalos fin dalla nascita,

pertugio verso l’interno volto,

occhio da dove spiare quel buio

che ospito e divido colle mie interiora:

raggrumo il mio arto e isolo un dito,

ci infilo l’indice per trovare la valvola

che permetta, sforzata, di sgonfiarmi

e come un canotto usato di adagiare

in un cantone del mio fondo

tutto quell’ammasso spiegazzato.

 

***

 

Non troverebbero riposo

gli occhi miei

a percorrere di te

tutto l’intero confine

né potrebbe parola o pennello

ritrarti nella tua interezza.

E questo è ben noto pure

a chi s’ostina a negare

che sei stato tu, creatore e non creatura,

a volerti sottrarre gradualmente.

Avessi almeno lasciato

sotto alla crosta del muro

la sinopia del tuo passaggio,

ma nemmeno il profumo

della tua santità mi riesce

di avvertire tra gli ammattonati,

i cavalcavia, l’asfalto e la ghiaia,

le lussurie numerose della gente,

i deboli battiti dei cuori,

i passatempi e gli alibi

su cui m’è dato di trascorrere

con passo incerto inseguendo

il certo tuo incedere inascoltato.

Sono solo io a cercarti o siamo legione?

e gli altri scarsi guardano

dove anch’io esattamente punto?

o siamo a te attorno sparsi

invisibili tra noi e non vedenti

chi davvero attendiamo vedere?

 

Mi accorgo solo ora

che sto parlando rivolto

dove già tu non sei più.

 

 

***

Non sono mai stanco

dell’oggetto informe che chiamiamo transeunte

malgrado che le dotte glosse

aggiunte allo scartafaccio ritrovato

non restituiscano la verità originale,

e accostando le possibili metà di un fatto

nessuno sia riuscito mai a ritrovar l’intero.

Cerco allora quella parte che ho perduto,

ma è come ricondurre

tutto il raro fiato esterrefatto

al naso dopo uno starnuto

o ringhiottire il filamento di uno sputo

ricompattando quel lacerto resecato

all’originario magma orale,

rimettere nel canale

l’acqua espulsa dalla riva

intento a riagguantare

viva ogni singola lontana stilla,

o, colpito il ferro col coltello,

restituire la scintilla

al povero metallo offeso

come se fosse mai niente accaduto.

 

***

 

dopo un sogno

 

Al risveglio ho messo insieme

schegge e momenti

lacerti resecati al tutto

e parti e pezzi e scarti

lasciati e ripresi con spezzoni occultati

tra passaggi e soste

tra incertezze e poste e decisioni

pentimenti e accelerazioni della mente.

Ma come in sonno della morte

l’apparenza è tradìta dal respiro,

così pure in veglia è tradìta dal pensiero

l’apparenza del senso.

 

 

***

all’incomprensibile flusso

 

Il tuo volto è come fiera

che esce sicura la notte

nei vicoli vicini per turbare

ai dormienti paurosi i sogni

e divorarne gli spasimi.

Percepisco appena le tue fattezze

come quando di traverso al cespuglio

frondoso mi passa accanto

la persona d’una bestia,

invisibile malgrado la luce,

di cui avverto solo il movimento

la scossa dell’aria silenziosa,

semoventi le foglie.

 

***

 

 

anima mundi

 

Ho afferrato un refo d’aria

e l’ho chiuso nella conca delle mani

per tentare la sua forma

mentre aderiva tutto al palmo:

l’ho lasciato andare dietro me,

nient’altro.

Vano lo scatto di voltarmi

per ritrovarne la presenza,

né più esiste prova alcuna

che quel puro groppo d’etere

mi sia per un istante appartenuto.

 

***

 

Temo sempre che sia l’ultima

delle volte che trovo

una parola adatta per parlare di te.

Così corro alla tastiera e batto forte

per tentare il gesto, già vano,

di possederti almeno negli spazi

intra verba o nelle pause sorgive

del tuo silenzio vivificante.

Spero che la mossa di inseguirti

significhi qualcosa e rompa l’ombra

che tu getti sopra me quasi ogni giorno

mentre passi e lecchi colla tua lingua d’aria

il sangue sullo stipite alla mia porta.

Sento di là dal muro che mi circonda

il tuo lambire fresco sulla pietra

e so che devo aprire ad intonare

in te di me la voce ancora roca

costantemente appressandomi alla pace

come il pezzo del troncone distaccatosi di netto

e arrivato finalmente all’estuario

quando si lascia alla stanca mareggiata

tra il salso flutto e la fiumana ancora dolce.

 

***

 

Ovunque io mi volga

di te incontro numerose

le sparse metonimie numinose.

È la condensata acqua dell’Inverno

dove il sole assente non si pose

o le arse messi dell’Estate

dove aleggia il tuo spirito soave

sulle cose vive e colorate.

Tu che sei e non sei

se solo il volere ti comanda.

Tu diserti il mondo,

non tu in lui, ma lui di te richiamo

tua perenne evocazione.

 

 

***

 

Sulle piume ammorbidite

è rimasta impressa l’orma di te,

fantasima en passant.

Tra l’informe massa ammutolita

dei dossi e degli avvallamenti

trovo ancora qualche traccia.

Abitasti, avvolta, tu quel luogo

sprofondando.

E sorprendo me ad osservare prono

quel magico imprimatur

e con le mani ne percorro vivo

il perimetro confuso.

L’impronta è un dono

buono il desiderio che provo

del perduto donatore.

 

***

 

Terra invisibile e confusa

è quella che sottostà del piede

alla pianta che si spande sulla neve:

l’occhio non la penetra

sfugge alla luce che rimbalza briosa

sul clangore del bianco,

ma il sasso vi s’acquatta

coperto dal mantello sensibile alle suole:

io lo fendo e lo imprimo di una traccia

che si scioglierà col primo sole.

 

 

***

from soul to body

 

Mi auguro di trovarti mansueto al colpo,

di vederti ritto e fiero di fronte all’ondata,

di ascoltare le tue parole d’acciaio

temprate dall’esperienza del dolore;

mi aspetto che tu abbia della corsa

una visione completa

e del macabro rituale una nozione minuta;

non temo che ti scosti dal ciglio della strada

che hai progettato per te medesimo,

né che poi ti perda

nel fitto dei tuoi umori giornalieri;

ti intravedo sulla cima

colpito da furiose libecciate

che neppure a te il tempo risparmia,

a te fermo e industrioso e muto

come le api nella affollata arnia mute.

Se colpo ci deve essere

non temo che tu sia incerto

dove accettarne il vibrato

così che calmo ma esperto

tu opponga a quella atroce insistenza

del tuo fianco il lato

mai veramente stanco.

E quando ti volgerai intorno

a cercare il contatto dei miei occhi

per tentar di condividere la mole

che ti ha reso puro

sarò dove meno te lo aspetti

ombra sul muro

nascosta sulla soglia del sole.

 

***

 

breve cronaca marina

 

Ho rotolato il mio corpo

sulla sabbia ben coprendo

ogni singolo centimetro quadrato

di epidermide rosata;

poi ho guardato verso il mare

e mi sono avvicinato alla riva,

sono entrato piano piano nella mareggiata

e, sentendo il sollevarsi dei minuti grani

dalla viva pelle battuta e lambita

e vedendone l’alone intorno a me,

ho sentito di sciogliermi con loro

e di ritornare libero e sformato

uomo di sabbia e di nulla,

indifferente.

 

***

 

congedo

 

Ho cercato di te

tutte le immagini che ho potuto,

sei stata ogni evanescenza:

l’ombra che passa,

l’ultimo smalto di luce

sull’occhio del morituro,

la scritta erosa

sul muro millenario

e la cifra cancellata

sotto le parole vergate

sulla lista della spesa;

l’esile vita di una goccia

che toccando nella pozza

il fondo motoso si disperde

come fiamma invano immersa

a bruciare l’acqua;

ma sei sempre rinata altro,

altrove nascosta,

accennata appena

quando hai voluto concedere

di te un qualche sprazzo

della veste con cui adorni

le tue carni misteriose

che non lasciano orma

o traccia e non segno di passaggio

ma solo un’eco spirituale,

un maestrale di spiriti gentili,

di illuminanti amnesie

e di fiotti di energia

che doni a chi non sa

di ricevere, né può saperlo;

cosa sei e non sei

è tua esclusiva padronanza:

solo il mare possiede vera

la percezione della riva,

chi approda invece è accompagnato

dalla corrente proprio dove

il tocco dell’onda sulla sabbia

è palmare, estesa, sensazione preclusa

al piede che incide e non carezza;

quanto a me posso tagliare il tempo,

non altro, che mi resta con coltelli-parole

lame fendenti nel corpo vuoto del giorno,

ma a te sola spetta il lambire, lo struscio,

il tip tap

che s’appropria della superficie

senza mai manometterne

la pura pellicola invisibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

da Dove esisti esisti (raccolta inedita)

 

 

 

C’è sempre un punto dove esiti

anche quando non ti vedo

e non conosco lo sforzo che fai

per lasciarti sentire.

Urli, ti rotoli

sbocci nei fiori

torci i venti

immagini nuovi cristalli

nelle pietre nascoste ovunque.

A volte percepisco che ci sei stata,

nulla più.

E la tua frustrazione

è quel lamento costante,

una radiazione di fondo

quel cigolìo perenne dell’universo.

 

 

***

 

Senza sentire sento

 

Altre voci fuori del mio udito

sento passare vicine

come dita di ragno

non fanno rumore

ma toccano il cuore

di una cosa dopo cosa

e l’una e l’altra calpestano

e il mondo traversano

e nel girotondo risvegliano il pensiero

di chi sente il loro silenzio.

Non mi interessa vedere

il corpo da cui emana il profumo

preferisco la scia, la traccia, il punto

della stanza che è diverso dagli altri

per quell’odore lieve che mi lascia

immaginare la storia del passaggio.

L’orma sulla neve mi affascina di più

dell’animale ormai imprendibile.

 

 

***

 

Se costeggio il bosco

ti sento narrare le tue storie

attraverso le mille bocche delle rane e dei gufi

il trascolorare del rumore dei rami

rotti dalle zampe dei cinghiali

e i tonfi secchi delle ghiande

mentre il vento spande l’eco del tuo canto

unito e coerente amalgama

di incoerenti note.

Da qui, dall’orlo dove mi trovo,

non mi è possibile separare

le diverse voci che compongono la tua.

Il continuum è il solo dato di fatto del tuo esistere,

del mio solo un ascolto occasionale.

 

***

 

Anche se tu ora mi apparissi

magari travestita nella cameriera

che lascia il panino sul tavolo

a dire «ecco, questo è il segreto»,

non saprei portarlo sempre con me

mentre pago il conto

o vado in farmacia

o chiudo la sera le finestre.

La conoscenza assoluta è inconciliabile

con la quotidiana gara.

 

***

 

Colpisco l’aria invano

per trovare le tue forme

tra gli spiri lievi nella stanza

e con il palmo della mano

accompagno il movimento di danza

del mio braccio teso verso il vuoto.

Poi penso che con un mantello di farina

potrei catturare le tue impronte

vaghe sulla terra e riconoscere

il ritmo del tuo passo,

illudendomi che tu sia ora

qui per me giunta a portarmi

in dono il tuo orologio

con cui misuri il tempo della bellezza

e le illusioni.

 

***

Sono a caccia

di una tua esitazione,

della bonaccia delle tue scorribande

di te che tra i forzati ritiri e le rivelazioni

trascegli sempre i momenti

meno naturali per ricevere piccole ovazioni

da chi t’ama senza conoscerti

ma solo per fama. M’accquatto

tra le macchine nel traffico al semaforo

m’illudo di vederti saltare fuori da un cespuglio

al parco o nella vasca dei pesci rossi

dove tra spugne e sassi vorrei scorgere

la punta del tuo occhio di luce.

Ma forse sei meno ovvia

e ti nascondi sotto alla corteccia

degli olmi e nei colmi dei catini

dove sei liquido flusso delle acque

oppure sei semplicemente scheggia

o aria che respiro

e che non posso trattenere

dovendo condividere il fiato

e restituirlo all’intorno perché tu possa

saltare dall’uno all’altro di noi

e poi sparire come raggio o bolla

senza centro e senza origine:

tu, fine e sublime scaturigine

tra il tutto e il nulla.

 

***

In ricordo di Frances Biblo

A me che non li ho vissuti

i tuoi novantatré anni

sono parsi battito di ciglia,

per te invece che sei passata

attraverso ogni singolo minuto

non è stato così.

Solo la folaga conosce

la lunghezza del suo viaggio

e chi ha la ventura di vederla

passare non sa dei battiti

del suo cuore,

né dello sforzo dell’ala per restare

tanto a lungo attraverso l’aria.

Non il viaggio è la vita

ma il pensiero che produciamo

per difenderci durante lo spostamento.

***

 

Palmare sensazione l’adesione alla terra

e riscopri con gli anni ciò che disserra

il bene e il male dei nostri trasalimenti

gli stenti e le fatiche delle ferie

delle giornate lavorative delle vite

in generale trascorse senza guardare

alla clessidra che corre scorre rota

mentre tu t’avvicini a passi lenti di danza

traversando la stanza che sto scrivendo.

 

***

 

 

Tocchi e non sosti mai

trattenuta per un lembo della tuta

trasparente a fil di pelle

che porti come un personaggio

del Pontormo sulle ossa minute

colorate dal bianco marmoreo

che gli anni t’anno donato.

Tu perfetta lingua che non parla

tu perfetto respiro senza vibrazione

del labbro  priva d’ogni appartenenza

allunghi la tua ombra sulle piastrelle

voli rasoterra a volte ti concedi

al bordo del limbo dove le nostre

povere ossa triturate sottocarne

stanno nella pace della vita

vissuta in apnea.

 

***

 

Le tue dita sono corde d’arpa linee

su cui corre l’elettrica presenza

del tuo essere.

Al tallone sii grata

per la pulsione verso l’alto

che fa scattare le tue forme.

 

***

 

Piedi nuovi

 

Per raggiungerti

non posso fare a meno di battere

sul piano usato i passi

contandoli per tornare dove sei

ti inseguo, mi sfuggi e come in danza perenne

ascolto il battito del tuo polso

lontano ma udibile

di te che hai sangue rosso in abbondanza

e cuore forte che mi guida

tra le pulsazioni sottocarne.

 

 

***

 

Cammini scalza e le tue piante

aderiscono alla mattonella liscia che carezza.

Senza dolore alcuno si contrae

l’arco del tuo piede

e il tuo peso cade tutto sulle dita

propaggini del tuo contatto aracnoide

con la terra a cui svelta ti sottrai

per passare il tocco all’altro piede.

Tamburelli dunque sul tappeto

ma non emetti suono riconoscibile

e mi lasci sempre inudita

mentre guardo a terra

cercando con insistenza

per dove tu possa essere passata.

 

 

***

 

L’irruenza

 

Chiudi la porta, leggi i segni,

sei qui per questo:

sbatte il vento,

le cartilagini che coprono la cassa

armonica del tuo essere

possono lacerarsi in ogni istante,

e infatti si schiantano.

La tua città è assediata

i fossati già asciutti,

facilmente traversabili

lo sai bene che solo la pietra

non muta né si consuma,

semmai si scheggia contro altre schegge,

ma tu non sei pietra

tu non basti

perché lei traversa le tue forme

scuote il silicio carnale dall’interno

penetra l’interstizio mal coperto

tra cellula e cellula.

Senti l’ondata calda?

Vibra la casa corporale

rannicchiati, fai il vuoto

mentale, prova a non cercare

il punto da dove potrebbe venire,

non disporti all’accoglienza

mentre aspetti e intorno

già il muro oscilla attraversato.

Scopri che le protezioni

che hai elaborato

hanno la consistenza delle membrane esili,

sono lievi misure dello spessore.

Ormai piombano dritti i cerchi di polvere che schifi

e poi la luce sporca, il caldo,

a seguire pioggia, vento, turbini,

scosse nel ventre

refi attorno al tuo epicentro

che si sgrana facile.

Quello che temi si chiama

in molti modi e si scrive

in lingue innumeri:

impronunciabile, inudibile

                           ti trafigge.

 

 

***

 

Nell’esatto punto dove esiti,

lì ti vorrei irretire con parole adatte,

una colata di gomma sonora

che ti invischia come antica vespa

nella resina intrappolata

e diventata giada.

Nel tempo e attraverso le passioni

a volte sosti e illumini

se solo riesco a dirlo.

Chi ti ferma non è perduto, è salvato.

 

 

***

 

 

Qual è il distillato della tua presenza,

il rabarbaro dell’esserci,

liquore sublime lasciato qui?

sei ostia e maledizione

tra fuoco e acqua,

in exitu sei interiore,

sei nebbia e aria cristallina:

aspetto nelle parole sulla carta

la tua transustanziazione

e come Toma vorrei

infilare il dito nella traccia

del tuo sangue, ma posso solo

immergerlo nell’inchiostro.

 

Sono stanco dell’attesa

e per oggi sollevo il calamo

la cui corrente fermo e il passo,

esattamente in questo punto.

 

 

Alessandro Polcri è nato ad Arezzo nel 1967. Vive tra New York e Sansepolcro (AR). Si è laureato all’Università di Firenze in Letteratura Italiana del Rinascimento e ha conseguito il PhD in Letteratura Italiana alla Yale University nel 2004. È Assistant Professor of Italian alla Fordham University di New York. È redattore di Interpres (rivista di studi quattrocenteschi edita a Roma dalla Salerno Editrice) ed è condirettore della rivista Italian Poetry Review (presso la Columbia University, la Italian Academy for Advanced Studies in America e la Fordham University, ma stampata a Firenze dalla Società Editrice Fiorentina). Ha pubblicato, tra le altre cose, saggi su Luigi Pulci, Matteo Maria Boiardo, Marsilio Ficino, Martino Filetico, Cosimo de’ Medici e numerose voci del Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (Firenze, Edizioni del Galluzzo). Sta ultimando un libro su Luigi Pulci e la Firenze dei Medici, ma si occupa attivamente anche di poesia contemporanea. Oltre al libro di poesie Bruciare l’acqua (prefazione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, premio speciale “Coppa del Giornale La Nazione” del premio “Le Muse-Pisa” 2009 e nella rosa dei finalisti del Premio Internazionale Mario Luzi 2009), ha pubblicato un breve racconto nell’ebook Italians. Una giornata nel mondo, introduzione di Beppe Severgnini, Milano, Rizzoli, 2008 (per scaricarlo: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/). Recentemente ha fondato assieme ad altri la rivista online Samgha. I suicidati della società letteraria

http://samgha.wordpress.com/

 

email: polcri@fordham.edu

facebook: www.facebook.com/alessandro.polcri

 

Bibliografia  su Bruciare l’acqua

Alberto Bertoni, Prefazione, in Bruciare l’acqua, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 5-8.

Daniele Piccini, Un esordio che fa scintille, in |«Famiglia Cristiana», 47, (2008), p. 123.

Loretto Rafanelli, in Moby Dick, inserto culturale di «Liberal», sabato 13 dicembre 2008.

Alberto Casadei, in «Il sottoscritto» (http://nuke.ilsottoscritto.it/Default.aspx?tabid=1053).

Maurizio Cucchi, Ardito è moderare la voce, in «Tuttolibri», inserto culturale de «La Stampa», 27 dic. 2008.

Alessandro Ramberti in «Farapoesia» (http://farapoesia.blogspot.com/2008/12/su-bruciare-lacqua-di-alessandro-polcri.html – links);

Giorgio Luzzi, in L’indice dei libri del mese, Febbraio 2009, p. 20.

Domenico Cipriano, in «Sinestesie», anno viii, aprile 2009 (http://www.rivistasinestesie.it/scritti_poesia/bruciare_acqua.php)

Matteo Fantuzzi, «La voce di Romagna», 13 luglio 2008.

Giancarlo Pontiggia, in «Poesia e spiritualità», numero 3, 2009, p. 157.

Luigi Fontanella, in «Gradiva», fall 2009.

 

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