Italian Poetry

Stefano Leoni, Basse verticali

COLLANA CHIARA Poesia italiana contemporanea
STEFANO LEONI, Basse verticali
ISBN 978-88-96263-22-8
pp. 56, € 12,00

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Raccolta poetica vincitrice del concorso Pubblica con Kolibris 2009.

Prefazione di Chiara De Luca. Note di Luca Ariano e Guido Mattia Gallarani

”In quest’opera ognuno può forse trovare per l’appunto la pochezza del proprio sosia, e il frequentatore attento della poesia d’oggi non tarderà a riconoscere tratti comuni ad altri scrutatori della poesia: l’estraneità della solitudine di chi guarda la nostra umanità farsi a pezzi sotto i colpi di tanti paradossi. La possibilità di raccontarla viene colta da Leoni nella costruzione di tanti frammenti contigui, soprattutto nelle parti “Storie soldate” e “Cronaca locale”, dove gli uomini ci appaiono davvero poco più che sfoghi della terra, anche quando fieri s’ergono su trampoli sociali. ”

dalla nota di Guido Mattia Gallerani

”Quella di Leoni è una raccolta compatta, in cui la tensione non viene mai meno, con linguaggio a tratti impregnato di crudo realismo, fino a risultare quasi impoetico, come ammette il poeta stesso (“Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico”). ”

dalla nota di Luca Ariano

La poesia di Leoni non cerca la facile retorica di grandi lutti ed enormi collettivi accadimenti, né si cimenta con nobili rebus e gratificanti questioni capitali. Il poeta deve di necessità ritrarre, attimo dopo attimo, particolare dopo particolare, muovendo dal frammento per ricomporre i residui del tutto, disarmonico, caotico e creativo, della propria esistenza, nella consapevolezza che “non è facile rimanere in equilibrio / dare il nome proprio alle cose”; e che “è sempre possibile modificare: / spostare un segno di congiunzione”. Nella consapevolezza, cioè, che nulla è in realtà fisso, immutabile, imposto, e che il margine di libertà e ribellione individuale si situa proprio in quella “terra di mezzo”, in quel passaggio che non è fine d’attesa inetta e statica, bensì principio di mutamento ostinato, i cui risultati si mostrano per improvvise accensioni e repentini oscuramenti, che sono all’apparenza arbitrari, di fatto consequenziali al susseguirsi d’infiniti traumi e e guarigioni, morti e rinascite. E il poeta stesso si lascia sorprendere dalle proprie parole, si lascia scrivere e dire “per poi tornare e scandalizzarsi / di avere scritto le parole con quella penna, / con quel colore.”

La poesia di Stefano Leoni è anche lucida, realistica analisi, spesso tagliente e spietata, del reale, analisi che però non si lascia mai andare al cinismo o all’auto compatimento, né indugia nella facile retorica del lamento, perché “il destino è un altro, migliore / e mancante, il disincanto.”

dalla Prefazione di Chiara De Luca

dal poemetto Il condominio

Il condominio

Non sono che l’anima di un pesce

con le ali

volato via dal mare

per annusare le stelle

difficile non è nuotare contro la corrente

ma salire nel cielo

e non trovarci niente.

Ivano Fossati, Lindbergh

Il tempo lascia scie al passaggio

penitente delle nocche ossute

sulla superficie granulosa della parete

e sparge sottili lingue di pelle

dal rosa al rosso

L’amore passa distrattamente

aggredito dalle ombre e luci

tra le lamelle delle veneziane

C’è un lamento ondulato,

l’allarme di una abitazione al piano attico

scivola nella strombatura delle scale

aumentando l’altezza dei gradini

– non ci abita nessuno, qualche sera

rumore di tacchi, a volte lo stridio

delle ceramiche ad impilarsi –

Il corpo risponde con contrazioni

e qualche inesattezza nei ritmi,

le iridi invece si dilatano nel ricercare le tracce

Il sorriso sul volto è angolare

gemono i cardini delle parole sull’uscio

Capire, cogliere l’istante nel quale la somiglianza

spiega il percorso, illuminarsi

prima di una caduta asciutta nel pulviscolo,

nella foschia di uno sguardo destinato

(come la morte improvvisa del tabaccaio

– e non aveva mai fumato, faceva 5 km a piedi

tutti i giorni dal negozio alla famiglia – )

raccolti tutti i dolori procurati senza consapevolezza

inghiottite le colpe immanifeste di essere vivo,

di essere parziale, di essere

eternamente inesistente, esistito per essere annullato,

il sospetto

C’è nel verdognolo, nel giallino, nell’alone

ciò che resta di un passaggio veloce

un oggetto scagliato

la scia immaginata, la rifrazione di energie

colte dall’imperfetto,

l’imperfezione immaginifica dell’occhio molecolare,

deforme traduzione per infiniti idiomi

Alla signora dell’ammezzato

è sufficiente un delirio radiotelevisivo

l’uso nucleare della menzogna

nemmeno la necessità del pensiero doppio

nemmeno;

succhia la polvere con il suo macchinario

vorace assorbe inghiotte

polvere di cemento, sassi d’asfalto

cellule d’epidermide, ragni e capelli

(illusa necessità di essere incorrotti,

estranei, soli)

privati del perdono.

Acciambellarsi come un gatto

sui cuscini di una dormeuse

nel breve distacco dalla terra, tesa,

parallelamente

collocarsi nell’ingannevole per spingere

via da sé, né oltre né alle spalle,

la responsabilità di essere brevi.

Tre figli nell’appartamento del secondo piano

tre misteri generati dall’assurdo desiderio

di occupare un tempo improprio

sei gambe nuove a calpestare

a correre, a saltellare

inutili quanto immensamente necessari

corpicini finitamente infiniti

(la creazione incessante del parziale)

Eppure lì la deflagrante

compromissione della piccolezza

il dovere di credersi superbamente rinnovati,

la consegna del replicante, inaspettatamente

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