Italian Poetry

Daniele Mencarelli, Bambino Gesù, Nottetempo 2010


Tutto comincia per caso

dopo aver sentito le frenate poi il boato

mentre tu giochi con i cani e sei un bambino,

ancora non sai che la statale che ti scorre sotto casa

ha trasformato in sangue l’asfalto

corpi di macchine bruciati ed urla

oltre il limite ultimo del cielo.

Poi un agitarsi di vicini, di gente tolta

all’umana ragione, che vorrebbe fare cosa?

Su tutti ricordi lui, il calzone corto per l’estate,

da speranza a realtà senza ritorno

quando vide lei distesa sulla terra, senza colore.

*


I mocassini erano gli stessi

stretti ai piedi di mio padre,

l’altro stava disteso sulla Tiburtina.

Solo quelli uscivano dal telo

steso bianco contro la notte.

Non dovevo guardare, no, non dovevo,

e invece non ho fatto altro,

ho disubbidito e ancora oggi pago

il castigo di chi non crede se non coi propri occhi.

Non sono invincibili gli uomini

si sdraiano lungo strade buie

smettono di vivere come fosse naturale.

*


È un punto risaputo.

Non c’è mattina del creato

che non ci trovi qui

paralizzati, a noi stessi estranei.

Sarà per consuetudine, l’umana pazienza,

ma non vedi mai nessuno tra i presenti

abbandonare l’auto e scappare via

coi propri piedi

per la campagna sovrana circostante,

non più disposto a perdere il suo prestabilito tempo

ogni giorno allo stesso punto, senza senso.

O forse ci nascondiamo che il tempo

nasconde altro tempo,

la vita altra vita.

*


Viaggi tra cielo e asfalto,

un treno nella corsia di sorpasso

su binari non scritti

oltre il limite imposto.

All’orizzonte prossimo

un muro di frecce d’emergenza,

poi fischi di freni,

quel muro

che si avvicina e tu non sai

fino all’ultimo metro utile

se riuscirai in tempo a fermarti.

Non è fila naturale,

qualcuno ha azzardato la manovra

scommesso e perso con la strada,

o forse la banale distrazione.

Un ruzzolone di lamiere,

l’unico ferito lieve in pianto

per l’auto buona solo per lo sfascio.

Tu sei già oltre l’incidente,

ti chiama la corsia deserta

a riprendere la corsa,

gettarsi nella curva per staccare

il normale ritardo tutto il malincuore,

anche della morte fare accelerazione.

*


Qui regnava il resto del niente

fino a ieri pezzi di pneumatico

colli di bottiglia e sporcizia senza nome,

nella notte, ma come? Quando?

Una foto assicurata con il nastro

ai lati due fiori già anneriti

dai tubi di scappamento, dal nero del tempo.

Non riesci per la fila che si scioglie con il verde

a vedere in quella foto magari il conoscente

uno incrociato ed ora immortalato lì

in quella foto che la furia della marcia

vorrebbe portare via dal nastro che la tiene.

Altare al caduto della strada

scolorirai  velocemente fino a scomparire

oppure qualche familiare, l’amico fedele,

ti edificherà su questo margine di strada,

mausoleo al punto esatto dello scontro.

*


Ore passate a singhiozzo

cantilena di gas frizione freno

mani a memoria tra cambio e volante,

così estenuante il mio ritorno

che per stanchezza non più distinguere

tra la vista degli occhi e il parabrezza

dove la carne termina

ed inizia invece la meccanica,

corpo di nervi ed elettronica

fusione di articolazioni ed ingranaggi,

mostro sbattuto un metro avanti

un metro in meno da casa distante.



Daniele Mencarelli nasce a Roma, nel 1974. Vive ad Ariccia. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: I giorni condivisi, poeti di clanDestino, 2001; Bambino Gesù, ospedale pediatrico, tipografie vaticane, 2001 e Guardia alta, Niebo-La vita felice, 2005. Sue poesie sono apparse su diverse riviste letterarie, cartacee e on-line. È presente nelle antologie: L’Opera comune, Atelier; I cercatori d’oro, poeti di clanDestino, Dieci poeti contemporanei, Pendragon, Nella borsa del viandante, Fara 2008. È uscita, febbraio 2010, Bambino Gesù, raccolta poetica per l’editore Nottetempo. Da diversi anni si occupa di fiction a Rai Uno.

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