Collana Goldfinch - Poesia gallese contemporanea

Anna Wigley, “Risveglio d’inverno”, anteprima

Chiara De Luca legge due poesie di Anna Wigley da Risveglio d’inverno
(Waking in Winter, Gomer Press, Llandysul 2009) in uscita per Kolibris.

 

Risveglio d’inverno

Dal mio letto posso sentire quanto siano vuote le strade.
Né la casa arieggia, bensì diviene oscurità mentre
le finestre separano dall’ombra il proprio intorbidarsi
e incorniciano la fetta di ghiaccio di luna che si scioglie.
I natali dell’infanzia si spingono dentro,
conforto di lana e tè, le impavide corolle di fiamma in cucina,
il giardino dipinto visibile da dentro
tutto incantato; e un fumo bianco si leva dalle pietre.
La notte, poi, rispettava il patto con la stagione, consegnata
mentre dormivamo ad austerità di cristallo,
il tocco di un maestro della pittura.
Poi, quando salto fuori, sono un ospite appena arrivato
in un posto strano, dove il sole è di peltro
e mattoni e badiere sono intarsiati di lustrini.

Waking in Winter

From my bed I can feel how empty are the streets.
Nor does the house air, but turns in darkness
while the windows sort their blurs from shadow
and frame the melting ice-slice of the moon.
The Christmases of childhood press in,
comforts of wool and tea, the brave corollas of cooker flame,
the painted garden visible from the kitchen
all spellbound; and a white smoke rising from the stones.
The night, then, kept its pact with the season,
was delivered while we slept to austerities of crystal,
the brushwork of a master.
Later, when I step out, I am a guest newly arrived
in a strange place, where the sun is made of pewter
and every brick and flag is sewn with sequins.

Neve

Febbraio e neve scende in fretta barcollando,
a bagnare il capo chino ai bucaneve.
Cade anche a due chilometri da qui, nella tua
stanza da letto, sulla tomba non contrassegnata,
su lenzuola grevi e cuscini di terra.
Molti mesi placidi sono trascorsi,
in cui la memoria stava a guardare
per riplasmarti così come eri
tessendo i suoi titubanti epitaffi.
Questa casa ancora ti contiene,
e in giardino i fiori che piantasti si schiudono
ovunque, in un afono tributo tardivo.
Sarà muta anche la tua lapide
ma bella più che possiamo, in ardesia
liscia come velluto,
del colore della neve sporca –
un’intera pagina grigia su cui sta scritto il tuo nome.

Snow

February, and snow dithers down fast,
wetting the bent heads of the snowdrops.
It is falling, too, a mile from here,
in your bedroom, on the unmarked grave,
on the heavy sheets and pillows of earth.
Many quiet months have passed,
months when memory has stood and looked
and made you again as you were,
weaving its hesitant epitaphs.
This house contains you still,
and in the garden the flowers you planted bloom
everywhere, in mute, belated tributes.
Your stone, too, will be dumb
but lovely as we can make it, from slate
as smooth as vellum,
the colour of dirty snow–
a plain grey page with your name on.

“Anna Wigley rimuove il sedimento che oscura la tela della vita o la nostra retina e che rischia di farci leggere solo materia anelastica, in un egocentrismo dell’umano che oggettivizza il vivere in routine patinata di gesti seriali e automatici. Non usa solventi nel suo comporre; la poetessa ha gli strumenti dello sguardo e dell’occhio, per restituire invece la speranza di una tonalità che sappia evocare quella originaria, la dinamica naturale della vita armonica, dell’umano estroflesso in riconoscenza del cosmo: Qui la luce scolpisce e leviga ogni cosa.
Eppure noi sappiamo l’avvenuta frattura dell’abbraccio fra la terra e l’uomo.(…)”

 Dalla prefazione di Umberto Fornasari

 

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