English Contemporary Poetry

Gabriel Olearnik, traduzione di Federica Galetto

Gabriel Olearnik è di origini polacche, cresciuto in Inghilterra ha frequentato i suoi studi a Londra. La sua formazione comprende studi di letteratura medioevale e storia. Il suo lavoro è apparso su Dappled Things (http://www.dappledthings.org/) (Pushcart Prize nominee) ed è stato adattato per una performance musicale dal compositore classico Premyslaw Salomonski .

Pubblicato dalla casa editrice Andromache Books di Londra (http://andromachebooks.co.uk/), nel panorama della poesia internazionale questo libro si distingue raccogliendo in sé una particolare vena di raffinatezza e profondità. Sradicata da una contemporaneità spesso carica di brutture stilistiche e contenuti troppo legati a un realismo d’effetto , la poetica di Olearnik nuota nel mare dell’Alchimia e dei grandi Misteri esistenziali e filosofici come l’Amore, la Morte, la Trasformazione fisica e psichica dell’Uomo, la Passione e il Pensiero, la Bellezza (“The last pagan”, “Acid and optics”).
Lo stile elegante, lirico, epico, dagli accenti stilistici di un Medioevo moderno, ci conduce in dimensioni in cui ogni essere vivente lotta costantemente per il raggiungimento di uno scopo nobile, toccando temi cari a un certo tipo di letteratura visionaria e romantica, con accenni storici, viaggi che spaziano dall’Italia alla Thailandia, a una Varsavia occupata nel 1944,ai giardini di Tripoli, sempre onorando la lingua inglese in tutto il suo ricco fascino. Picchi di malinconia estremi, uniti alla forza dell’Amore e della Memoria, tingono di passione e delicatezza le stanze poetiche ( in “As the long days”, per esempio) regalandoci non solo emozioni ma anche desiderio di riflessione su ciò che di più importante la nostra esistenza racchiude.
Per Gabriel Olearnik, la Poesia diviene mezzo di conoscenza, l’unico mezzo per accedere al mistero del mondo e comunicarne la propria personale visione, è cultura, arte, mito, storia e geografia in un macrocosmo imperfetto. La Natura offre spunti di immaginifica bellezza nel travaglio esistenziale (“In that wet season where my claws were tender / I forgot the flavour of flesh, and filled my mouth with lemongrass / and the milks of broken nuts. My feet padded the mangrove roots / my pupils were the indigo veil of midnight / which knew no following day. / Reflected in my sight, / the fragments of the air came alive / and did more than live, in flight they blazed above every parrot and macaw /” in “The Lady and the Tiger”).
Le tante voci di questo autore si fondono generando un unico, prezioso mosaico di parole che sanno parlare al cuore, all’anima, alla mente di ciascuno sotto l’egida divina di una fervente Fede.

Federica Galetto

Poesie tratte da “Amor de Lonh” di Gabriel Olearnik

Andromache Books, 2009


As the long days

As the long days of May draw out

I hear the azure cry of wandering birds

which call me to depart my native land

and recall a distant love.

Dour, my face fallen and neck bent:

both tender song and the hawthorn’s flowers

are no dearer than Winter’s ice and frost

The true king has blessed me

and shaped a longing for this distant love

but each pleasure is a doubled blow

for she is so very far away.

Ah! If I were a pilgrim

I would bring my staff and hooded cloak

before the fairness of her eyes.

Oh, how great my joy will be

when I ask for her hospitality

for the love of God it is given me

and at her pleasure her guest will be

close, though from a distant land.

In that far court, I shall sit beside her beauty

and draw sweet words from her mouth.


Nell’allungarsi dei giorni

Nell’allungarsi dei giorni di Maggio

odo l’azzurro pianto degli uccelli erranti

che mi chiamano a distaccarmi dalla mia terra natìa

e a ricordare un lontano amore.

Cupo, il mio volto caduto e il collo piegato:

sia la tenera canzone che i fiori di biancospino

non sono più cari del gelo e della brina d’inverno

Il legittimo re mi ha benedetto

e ha forgiato la brama di questo perduto amore

ma ogni piacere è un doppio colpo

poichè lei è lontanissima.

Ah! Se fossi un pellegrino

porterei il mio bastone e il mio tabarro

dinnanzi alla leggerezza dei suoi occhi.

Oh, quanto grande sarà la mia gioia

quando le chiederò ospitalità,

per l’amore di Dio che mi è stato dato

e per il suo piacere sarà il suo ospite a lei accanto,

benché da una terra remota.

In quella corte distante, siederò di fianco alla sua bellezza

e attingerò dolci parole dalla sua bocca.


Acid and optics

We were both masters of our art.

Alchemy was yours. I cut light

with mirrors and glass.

The experiment was everything.

I counted the families of colours,

each brood and birth and bastard

and burned the cornea black with beauty.

You tested love with acid

and found it indestructible.

Then the accident.

A heated vapour and the Bunsen burner falling

gas

I turned my head

and a tear of blood

divided the distance between us —

unity and focus

acid and optics.

It may have been otherwise.

I could have singed my skin with strong waters,

you might have stretched light and its daughter, shade,

but in each weighed cosmos, every counterpoint of the real —

in another world I would still find you.


Acido e ottica

Eravamo entrambi padroni della nostra arte.

L’alchimia era tua.

Io tagliavo la luce con specchi e vetro.

L’esperimento era tutto.

Contavo le famiglie di colori,

ogni progenie, parto, bastardo

e bruciavo la nera cornea con la bellezza.

Tu testavi l’amore con l’acido

trovandolo indistruttibile.

Poi l’incidente.

Un vapore s’infiammò e così il gas del becco Bunsen

nel suo cadere

Girai il capo

e una lacrima di sangue

divideva la distanza fra noi –

unità e centro focale

acido e ottica.

Sarebbe potuta andare diversamente.

Avrei potuto bruciare la mia pelle

con acidi,

avresti potuto estendere la luce e sua figlia, l’ombra,

ma in ogni cosmo che abbia un peso, ogni contrappunto del reale –

in un altro mondo, ancora, ti ritroverei


The Lady and the Tiger

Una cosa di bellezza barbara. (A thing of barbarian beauty.)

I am ashes where once I was the fire

I eat the dust where I breathed a brighter burst of air. (Mille regretz.)

Verdigris has settled on my fur, the barbarism of my copper mane

is stained yellow and blue.

In that wet season where my claws were tender

I forgot the flavour of flesh, and filled my mouth with lemongrass and

the milks of broken nuts. My feet padded the mangrove roots

my pupils were the indigo veil of midnight

which knew no following day.

Reflected in my sight, the fragments of the air came alive

and did more than live, in flight they blazed

above every parrot and macaw.

Yet you did not care for the lilies of the land

―Too plain‖, you said, and continued,

―I prefer the Jerusalem artichoke.‖

And what, in light, was sparks, at your command —

is now but simple sand.

You are forever responsible for that which you have tamed

But, I, good mistress? I am wild, and shall always be.

Go! Flee, Lady, my feral form.


La dama e la tigre

Una cosa di bellezza barbara (A thing of barbarian beauty)*

Sono cenere dove un tempo fui fuoco

Mangio polvere laddove respirai

un più intenso squarcio d’aria.(Mille rimpianti)

S’ è posato il verderame sulla mia pelliccia,

la barbarie della mia criniera ramata

è  macchiata di giallo e di blu.

In quella stagione umida in cui

i miei artigli erano teneri

dimenticai il sapore della carne,

e riempii la mia bocca d’erba limonina

e di latte di noci spezzate.

Camminavano le mie zampe

a passo felpato sulle radici delle mangrovie

le mie pupille come velo indaco di mezzanotte

che non conosceva il giorno a seguire.

Riflessi nella mia vista, i frammenti d’aria presero vita

e fecero più che vivere, in volo sfolgorarono

sopra ogni pappagallo e macao.

Eppure non t’importava dei gigli della terra

-Troppo scialbi – dicevi, e continuando,

– Preferisco i carciofi di Gerusalemme***

E ciò che nella luce, era scintilla, al tuo comando –

è ora solo semplice sabbia.

Sei responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato.

Ma io, buona padrona? Io sono selvaggio, e sempre lo sarò.

Và! Fuggi, Dama, mia forma mortale.


*  in italiano nel testo originale

** Mille regretz (Mille rimpianti)

*** Carciofi di Gerusalemme: specie di girasoli coltivati per il loro tubero, Topinambur


Who was the son of

Thunder entered her.

Imperial was her grace,

the posture of her hands, a maiden of bulls

a breaker of horses,

the sea folded in the braids of her hair.

Shells closed, the armour of her arms,

the sword shed, the shield shaken

before the crack and flare

of the lord dynamo,

the prince of sparks.

It was water and electricity.

The king entered the engine room

with the sweetness of spears.

Her eyes writhed. His body was unseen.


Chi era il figlio di

Il tuono entrò in lei.

Imperiale era la sua grazia,

la postura delle sue mani,

giovane vergine dei tori,

domatrice di cavalli,

il mare ripiegato nell’intreccio dei suoi capelli.

Conchiglie chiuse, l’armatura delle sue braccia,

la spada sguainata, lo scudo scosso

prima della crepa e dell’infiammarsi

della dinamo padrona,

il principe delle scintille.

Era acqua ed elettricità.

Il re entrò nella stanza del motore

con la dolcezza delle lance.

Gli occhi di lei si torsero. Il corpo di lui rimase non visto.


Ice wine

And a dark-eyed woman in the old country

dreams of him for one of the world’s ready men

with a pair of fresh lips

and a kiss better than all the wild grapes

that ever grew in Tuscany.

– The Shovel Man

See? Black eggs, not grapes. Each pipped berry

bloated with juices. Frosted by seasoning

snow in the brambles like white sheep falling.

I fed the earth with slow penances, crumbling nights

into the soil. A hundred times I ate bread before the sunrise.

Son, the work was for you, and it was worthwhile.

There was a snake around the eggs in July

there was a drought in August

there were briars, and mould on the east ridge.

Our neighbours told me to stretch my back

to make the ice wine next year.

But I remembered my father, his hands brown

his head red from the sun, steaming, sweated

his height, his green bottle and the love in it

thirty summers ago.

I am waiting

(my hands freezing)

for your first hurried sips

of velvet and mandrake.

I am waiting for us

to drink stars.


Ice wine

E una donna dagli occhi scuri nella campagna antica

sogna di lui come uno degli uomini pronti nel mondo

con un paio di labbra fresche

e un bacio migliore di tutte le uve selvatiche

mai cresciute in Toscana.

-L’uomo del badile

Vedi? Uova nere, non uve. Ogni bacca da seme

gonfia di succhi. Brinata di neve di stagione

nei rovi come  un bianco gregge a cadere.

Nutrivo la terra con lente costrizioni, sgretolando notti

nel suolo. Un centinaio di volte  mangiai pane prima

del sorgere del sole.

Figlio, il lavoro era per te, e ne valeva la pena.

C’era un serpente intorno alle uova in Luglio

c’era siccità in Agosto

c’erano roveti, e muffa sul crinale a est.

I nostri vicini mi dicevano

di stiracchiarmi la schiena

per fare l’ ice wine* l’anno successivo.

Ma io ricordavo mio padre, le sue mani brunite,

la sua testa rossa per il sole, fumante, sudata,

la sua statura, la sua bottiglia verde con l’amore dentro,

trenta estati fa.

Sto aspettando

(mi si ghiacciano le mani)

i tuoi primi sorsi frettolosi

di velluto e mandragola.

Sto aspettando per noi

di bere le stelle.


*ice wine: tipo di vino dolce ottenuto facendo brinare i grappoli d’uva sul tralcio per poi pressarli e ottenere un vino molto concentrato di succhi


The Last Pagan

There are varieties of death

and types of life

as many as the flowers of the field

for the life of man is a flower of grass

and death is the withering of that flower

and death is the failing of the glory

each death is a falling glory

and life is a fading glory

of grass

blessed be the god of the grass

of green and growing things

blessed be the master of the harvest

who buds men in the bellies of women

whose heralds are the angel in the barley

and a white wind fluttering the rye

I came from the fields

soil the colour of peppercorns

the air was filled with their scent

I stood splashed in sunlight

soaked in the silence

of my first withering

until the wind rose up

I saw a rush of air which brushes the rye

and it was something like speech

words terrible as armies

burning as battle, hot the heat of it

hearth-hungry, hewing fire;

as red as a ruined rout, raging, ravaging

fire in the fields, my flower

and a burning in the rye

three fires

one of barley

one of rye

one of pure silver


L’ultimo pagano

Ci sono tante varietà di morte

e tipi di vita

quanti sono i fiori del campo

perché la vita dell’uomo è un fiore d’erba

e la morte il rinsecchirsi di quel fiore

e la morte è il fallimento della gloria

ogni morte è una gloria che cade

e la vita è una gloria sbiadita

d’erba

benedetto sia il dio dell’erba

del verde e delle cose che crescono

benedetto sia il padrone del raccolto

che fa germogliare gli uomini nel ventre delle donne

i cui araldi sono gli angeli nell’orzo

e un bianco vento a scuotere la segale

Venivo dai campi

il suolo del colore dei grani di pepe

l’aria era colma del loro profumo

Restavo immerso nella luce del sole

Intriso del silenzio

del mio primo annichilire

fino al ribellarsi del vento

Vidi l’aria correre a spazzare la segale

ed era qualcosa come il linguaggio

parole terribili come armi

brucianti come la battaglia, rovente il suo calore

focolare affamato, fuoco che spacca;

rosso come una rovinosa disfatta, furioso,devastante

fuoco nei campi, mio fiore

e incendio nella segale

tre fuochi

uno di orzo

uno di segale

uno d’argento puro


Paradise

I spoke parole and waited.

The pause brilliant, the silence shining

I willed noise

let the voice of stone say

let the mouths of trees speak

let the cataphracts break like drumskins

opening the world deaf. Blind. Alone.

Many are the aches. Many the excuses.

There is always a reason for not living well.

For not suffering without an unworthy cause.

Speak, speech is hope.

A word repeating now,

the scandal of time and particularity.

The shame of the real

the word makes the world.

Let the builders of words come —

mouth, the lever of souls

lips, the archmitres of clouds

tongue, the holiness of gold

so ruddy so bright.

Happy are the words on the gate of heaven

their walls joy, their foundations princes,

set letters in ivory and sapphire

ornaments to the face of God.


Paradiso

Pronunciai una promessa e attesi.

La pausa sfolgorante, il silenzio lucente

Volevo che il rumore

lasciasse dire alla voce della pietra

lasciasse parlare le bocche degli alberi

che le catafratte si spezzassero come pelli di tamburo

nell’aprire il mondo sordo. Cieco. Solo.

Molti sono i dolori. Molte le scuse.

C’è sempre una ragione per non vivere bene.

Per non soffrire senza una causa indegna.

Parlare, il linguaggio è la speranza.

Una parola che ora si ripete,

lo scandalo del tempo e del particolare.

La vergogna del vero

la parola fa il mondo.

Lasciamo che i costruttori di parole vengano –

bocca, leva delle anime

labbra, archimetri delle nuvole

lingua, santità dell’oro

così rubicondo così vivo.

Felici sono le parole sulla porta del paradiso,

gioiose le loro mura, prìncipi le loro fondamenta,

insieme di lettere d’avorio e zaffiro

ornamenti per il volto di Dio.


108 degrees

No word was given me, no legend

no ringing play, no tapestry of the coming time.

I did not know my name and of all things

there was only the lapping light, the sword and

sharp sand beneath my feet.

The light is red thread on the clock

4:48. Incomplete — an hour of wet

salts and seven men murmuring.

This ward has no name. This hour has no name.

The clock is patient, its stern lines static, fixed.

I whetted the sword with apples

washed the blade in the leaping waters

and the hilt budded forth in peachflower

the steel light trembled and was still.

The walls are blank crosses.

Their patience! They wait, chained by a gallows drip,

caught by needles. Here there is a flutter of a nylon veil

and the time remains. My throat wet with life.

Every heart is a dark forest.

I press the sand to stand still, gaze beyond the beachhead

on arbours, halls of velvet greenness,

tight tangles of Northern trees

there, to shape princely deeds, to fight with dragons.


108 gradi

Nessuna parola mi fu data, nessuna leggenda

Nessun gioco di campanelli, nessun arazzo del tempo a venire.

Non conoscevo il mio nome e di tutte le cose

c’era solo la luce sovrapposta, la spada e

la sabbia pungente sotto ai miei piedi.

La luce è filo rosso sull’orologio

4:48. Incompleta – un’ora di sali umidi

e sette uomini mormoranti.

Questa zona non ha nome. Questa ora non ha nome.

L’orologio è paziente, le sue linee severe statiche, fissate.

Affilavo la spada con le mele

lavavo la lama nelle acque zampillanti

e l’elsa da allora in poi mise gemme di fiori

di pesco

la luce dell’acciaio tremava ed era immobile.

I muri sono croci in bianco.

La loro pazienza! Attendono, incatenati da una forca trasudante,

intrappolati da aghi. Qui c’è lo sventolare di un velo di nylon

e il tempo rimane. La mia gola umida di vita.

Ogni cuore è una foresta buia.

Premo la sabbia per rimanere fermo, guardo oltre la testa di ponte

sui pergolati, ingressi di velluto verde,

stretti nodi d’alberi del Nord

là, a dar forma a prodezze principesche, nel combattere draghi.


Matchsticks

You lit a match.

It had the suddenness of a burn,

the flame of flare-wood.

Better than the poorhouse

to cut pinewood sticks over,

better to buy my own bread

and pay my head’s curtsy to the doorkeeper.

There is space to be filled between the strike

and the splatter of light,

a frazzle of fire-flowers,

my work hot in your hands.

Men will not be quick to look at me,

the marrow soft as wax,

a biting burn in my jaw

pain the touchpaper

igniting the phosphor in my bones.

Check your pockets.

Light a match.

Let the darkness run —

Italian skies,

spoiled cherry,

it burns matchheads black to a pip

spent, the fall of black rosaries

Leave the beads.

Kiss me with the prayer of your mouth.


Fiammiferi

Accendesti un fiammifero.

Aveva la repentinità di una fiammata,

la pressione della tua bocca sulla mia,

la fiamma nel baluginio del legno.

Meglio dell’intagliare bastoncini

in legno di pino all’ospizio dei poveri,

meglio che comprare il mio pane

e pagare con un gesto rispettoso del capo

al portiere.

C’è spazio da riempire tra l’accensione

e lo schizzo di luce,

un consumarsi di fiori infuocati,

il mio lavoro bollente nelle tue mani.

Gli uomini non saranno veloci nel guardarmi,

il nerbo soffice come cera,

una bruciatura che mi batte nella mascella,

dolore la miccia

che dà fuoco al fosforo nelle mie ossa.

Controlla le tue tasche.

Accendi un fiammifero.

Lascia che l’oscurità percorra –

i cieli italiani,

il ciliegio sciupato,

che bruci di nero teste di fiammiferi

a farne seme sfinito, la caduta dei rosari neri

Lascia le perline.

Baciami con la preghiera della tua bocca.


The Art of Dying

I dreamt of Saint Narcissus

with kohl eyes and black wings

his beauty was the beauty of the angel of skulls.

I remember Jerusalem

the children in the market

would feed the chicks black corn.

At the end of the day

they would throw the unsold chicks

and the overripe yellow

would burst red on the pavement.

A day later, their little heads were green.

The life of men and beasts is a short sickness

a sickness unto death.

That is the sense of life.

Can you bear it?

Do not weep over me.

Bring me Cubans and strong water.

At my birth, I cried whilst others laughed

at my death, let others mourn

let me rejoice

I was a man

and I ate pampas-reared calf and thick potatoes

and I drank

Cabernet Sauvignon the colour of autumn leaves

and I loved as well as I knew

and I taught Hemingway and Kipling

But all that is not much.

A man is a little higher than a worm

milk, meat, manure

that sad arc of every life is its glory

Father, glorify your son

that flightless yellow was gold when it was flung

The Saint will take my hand soon

and after this, our exile

I will be the tallest angel in the room


L’arte di morire

Sognai San Narciso

con gli occhi bistrati di kohl e le ali nere

la sua bellezza era la bellezza dell’angelo dei teschi.

Ricordo Gerusalemme

i bambini al mercato

che avrebbero sfamato i pulcini con granturco nero.

Alla fine del giorno

si sarebbero liberati dei pulcini invenduti

e il giallo sfatto

sarebbe scoppiato di rosso sul pavimento.

Un giorno più tardi, le loro testoline erano verdi.

La vita degli uomini e delle bestie è una breve malattia

Una malattia fino alla morte.

Questo è il senso della vita.

Puoi sopportarlo?

Non piangermi.

Portami dei sigari Cubani e qualcosa di forte.

Alla mia nascita, piangevo mentre altri ridevano

Alla mia morte,lascio che siano gli altri a piangere

Lasciami gioire

Ero un uomo

e mangiavo vitello allevato nella pampa

e patate spesse

e bevevo

Cabernet Sauvignon del colore delle foglie d’autunno

e amavo così come ero capace

e insegnavo Hemingway e Kipling

Ma tutto questo non è molto.

Un uomo è un po’ più alto di un verme

latte, carne, letame

quel triste arco di ogni vita è la sua gloria

Padre, glorifica tuo figlio

Quel giallo incapace di volare era oro quando veniva lanciato

Il Santo prenderà presto la mia mano

e dopo ciò, il nostro esilio

Sarò l’angelo più alto nella stanza.

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1 reply »

  1. Grazie a Federica per la traduzione di queste poesie di G. Olearnik, non conoscevo quest’autore, l’ho apprezzato moltissimo.
    Cettina

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