Collana Goldfinch - Poesia gallese contemporanea

Recensione di Carla De Angelis a “Ghiaccio” di John Barnie

Ecco un libro che dopo averlo letto, nasconderò con la massima cura, così se mi venisse in mente di rileggerlo la sua ricerca sarà talmente ardua da farmi desistere.

Questo meditavo scorrendo le prime pagine di Ghiaccio il bellissimo libro di John Barnie, poeta Gallese tradotto da Chiara De Luca edizioni Kolibris, procedendo nella  lettura mi accorgevo di essere totalmente preda di questa storia (non tanto) fantastica. Altro non riuscivo a leggere. Ghiaccio è un libro prepotente, che si impone come protagonista. Ho provato inquietudine e attrazione quasi per tutti i suoi personaggi.

È un libro storico perché narra la storia di un popolo costretto a vivere sottoterra dopo una catastrofe generata dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali da parte degli umani. Non ci sono profumi, non c’è pioggia, non c’è il tepore del sole. Non c’è il canto degli uccelli “il livello 5 non è un luogo gradevole, tutti i merli là hanno da tempo rinunciato alla grazia del canto, i loro becchi dorati si sono ingrigiti; possono solo fischiare implorando pietà” (pp. 179-180). La morte sapientamente nominata è una compagna costante di viaggio:  “Asso due tre “ – “ma il croupier ne ha una migliore” – “La tua vita prego.” (p. 193).

In questo mondo sotterraneo convivono le città stato di Banda, Achille, Nekton e Hox,  in guerra tra loro per la sopravvivenza; come nei migliori racconti di fantascienza La strada  di Mc Carthy e Il giorno dei trifidi di John Wyndham, ma mentre in questi ultimi ci sono persone che, pur presentate in ottica manichea, sopravvivono grazie alla speranza di trovare posti migliori e gente più umana, in Ghiaccio è la dittatura a gestire la vita degli abitanti. Non c’è speranza, non c’è Dio. Tanto è vero che nel giorno dell’anniversario di “Banda”  il Comando arriva addirittura a promettere “soltanto sole” (p. 25).

Via via che scorrevo le pagine si moltipltcavano le rughe sulla fronte, a sancire un effetto di stupita ir-realtà. Era come se non volessi capire-ammettere che il Bibliotecario, il Cantastatorie, e tutti gli altri personaggi avrei potuto ritrovarli nella vita di tutti i giorni.  La magia del libro è che grazie alla sua lontana ipotesi di catastrofe e prefigurazione di situazioni surreali sembra farci  perdonare i nostri ritmi di vita, ma la frase conclusiva non lascia scampo “e ti lascia a domandarti se hai visto davvero qualcosa, a parte la paura di essere solo”.

Così ho messo il libro  sul comodino, pronto per essere di nuovo sfogliato e letto con la dovuta calma  e forse un po’ più di saggezza. 

Ecco un libro che dopo averlo letto, nasconderò con la massima cura, così se mi venisse in mente di rileggerlo la sua ricerca sarà talmente ardua da farmi desistere.

Questo meditavo scorrendo le prime pagine di Ghiaccio il bellissimo libro di John Barnie, poeta Gallese tradotto da Chiara De Luca edizioni Kolibris, procedendo nella  lettura mi accorgevo di essere totalmente preda di questa storia (non tanto) fantastica. Altro non riuscivo a leggere. Ghiaccio è un libro prepotente, che si impone come protagonista. Ho provato inquietudine e attrazione quasi per tutti i suoi personaggi.

È un libro storico perché narra la storia di un popolo costretto a vivere sottoterra dopo una catastrofe generata dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali da parte degli umani. Non ci sono profumi, non c’è pioggia, non c’è il tepore del sole. Non c’è il canto degli uccelli “il livello 5 non è un luogo gradevole, tutti i merli là hanno da tempo rinunciato alla grazia del canto, i loro becchi dorati si sono ingrigiti; possono solo fischiare implorando pietà” (pp. 179-180). La morte sapientamente nominata è una compagna costante di viaggio:  “Asso due tre “ – “ma il croupier ne ha una migliore” – “La tua vita prego.” (p. 193).

In questo mondo sotterraneo convivono le città stato di Banda, Achille, Nekton e Hox,  in guerra tra loro per la sopravvivenza; come nei migliori racconti di fantascienza La strada  di Mc Carthy e Il giorno dei trifidi di John Wyndham, ma mentre in questi ultimi ci sono persone che, pur presentate in ottica manichea, sopravvivono grazie alla speranza di trovare posti migliori e gente più umana, in Ghiaccio è la dittatura a gestire la vita degli abitanti. Non c’è speranza, non c’è Dio. Tanto è vero che nel giorno dell’anniversario di “Banda”  il Comando arriva addirittura a promettere “soltanto sole” (p. 25).

Via via che scorrevo le pagine si moltipltcavano le rughe sulla fronte, a sancire un effetto di stupita ir-realtà. Era come se non volessi capire-ammettere che il Bibliotecario, il Cantastatorie, e tutti gli altri personaggi avrei potuto ritrovarli nella vita di tutti i giorni.  La magia del libro è che grazie alla sua lontana ipotesi di catastrofe e prefigurazione di situazioni surreali sembra farci  perdonare i nostri ritmi di vita, ma la frase conclusiva non lascia scampo “e ti lascia a domandarti se hai visto davvero qualcosa, a parte la paura di essere solo”.

Così ho messo il libro  sul comodino, pronto per essere di nuovo sfogliato e letto con la dovuta calma  e forse un po’ più di saggezza.

Carla De Angelis

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