Collana Snáthaid Mhór - Poesia irlandese contemporanea

Patrick Deeley, Le ossa della creazione

Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
PATRICK DEELEY, Le ossa della creazione
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Umberto Fornasari
ISBN 978-88-96263-28-8
pp. 216, €15,00

 

 

 

Se con Montesquieu riteniamo che il carattere delle leggi vada posto in relazione “con il carattere fisico del Paese, con il suo clima gelato, ardente o temperato; con la qualità del terreno, con la sua situazione” e se estendiamo questa correlazione anche alla parola non giuridica, a ogni parola umana, non possiamo non affermare che le poesie di Patrick Deeley provengono dall’abbraccio generante e dalla convivenza con la palude, quella terra chiamata Callows, che battezza la sua forma espressiva e percettiva. Lingua e occhio del poeta s’alimentano alla originale consistenza di questo paesaggio, materia palustre e densa marna, del quale, sfogliando di verso in verso, percepiamo tutto il mondo: “ruggine / fluido, olio d’insetti, fetida vegetazione, / cavallo annegato, pecora, giovenca, guano / diluito di re di quaglie morto da tempo, / piviere, oca di Greenland e maschio d’oca”. Dalla semantica di questo orizzonte viene conformata la retina che filtra, riflette e rappresenta il mondo; e probabilmente è da questo stesso ecosistema stratificato che deriva quel verso breve, l’immagine che s’incide in titolo di questa raccolta e che ci prenderà per mano, accompagnandoci per l’intero passo poetico: le ossa della creazione. Ma cosa sono le ossa della creazione? Se in una prima approssimazione può venire alla mente la narrazione biblica e l’atto passivo d’esordio dell’umano, immediatamente questa associazione vira a suggerirci l’intenzione di un ossimoro, una giustapposizione contrastante che socchiude un ulteriore sguardo segreto. Si direbbe infatti, la creazione, un atto primo, concezione primigenia, che sancisce un inizio. Eppure viene qui addossata alle ossa, l’atto ultimo, il torsolo che resta, ciò che residua a polpa consumata, traccia presente del passato fattosi polvere. Ma è proprio in questo antecedere le ossa, ovvero il finale, alla creazione, ovvero l’inizio, che si svela una piega dello sguardo del poeta: ogni origine è originata, ogni cosa ha una storia che la precede, ogni inizio s’appoggia a una avvenuta fine, epilogo di una storia che dell’incipiente si fa eredità e segreto; ogni primigenio è preceduto da un mondo che ne custodisce non tanto il destino, quanto il segno, il segreto e il mistero. Ne discende un’inclinazione prospettica che invita a indagare il residuo, ciò che resta di ciò che è stato, ma che è essenziale allo svelarsi del presente. Davanti all’avvento della creazione devi interrogare le ossa su cui essa poggia. Ogni cosa ha la sua segnatura.

 

dalla Prefazione di Umberto Fornasari

 

 

 

On Ice

Five or six of us, deciding school is shut,

leave the slidey pavement

and go skating half a mile out

to where a biplane has landed

on the frozen lake, and shout up close

at such a flimsy thing,

 

rigged with raggy canvas

and bits of rope, and shake it

in its skeletal standing, and marvel

that it might be made to ride the air, to glide

and dive. Which it does

only in our mouthed sound-effects.

 

Until the shore begins to seem

very far, the whitened hills unfamiliar,

the boat-house a blur we lean

towards, pushing through

our billowing breaths. “Just don’t let

the ice break,” someone shouts,

 

hurrying us who’ve heard the legend

of how the old, first and best town

exists still, deep under the lake.

A place that is palatial, lit by green and blue,

where those too good for this world

are taken. And here now

 

we sense the child of seven summers,

so unaltered, so unafraid,

ascending past his slick

shimmering rooftops, gazing unblinking up

at our frantic, flurrying feet,

our red cries—and wistful, too.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul ghiaccio

In cinque o sei decidiamo che non c’è scuola,

lasciamo il marciapiedi scivoloso per andare

a sciare a settecento metri dal punto

in cui è atterrato un biplano

sul lago gelato, e gridiamo vicino

a una cosa tanto cedevole,

 

avvolta di teli cenciosi

e pezzi di corda, e la scuotiamo

nel suo stato scheletrico, ci meravigliamo

fosse fatta per fendere l’aria, scivolare

e calarsi in picchiata. Cosa che ora fa soltanto

negli effetti sonori che imitiamo con la bocca.

 

Finché la riva comincia a sembrare

molto distante, le colline imbiancate straniere,

la casa-nave una macchia verso la quale

ci chiniamo, fendendo le nuvole

formate dal fiato. “Attenzione

che il ghiaccio non ceda,” grida qualcuno,

 

mettendo fretta a noi che sappiamo la leggenda

di come la più antica città, la prima e migliore

ancora esista sprofondata nel lago.

Un luogo maestoso, acceso di verde e di azzurro,

dove tengono chi per questo mondo è troppo

buono. E adesso qui

 

avvertiamo il bimbo delle sette estati,

tanto impassibile, sereno,

che ascende oltre le sue lisce cime

di tetti scintillanti, ci fissa senza ammiccare

i piedi frenetici, agitati,

le grida rosse—e nostalgico, anche.

 

 

 

 

 

 

Night

I looked up the kitchen chimney.

An echo chamber floating

amid soot tempted me to shout,

but then my father’s snores

 

came trembling down the stairs.

Night was otherwise hushed

huge, full of potency that forbade.

Old-men jackdaws roosted.

 

The old-jackdaw men had tapped

their pipes empty, departed

with a spit. Their stories fingered

my spine, so many chill tingles.

 

I saw one framed star, faint and far

from meaning in the black

heavens as my own constrained life

amid the dying ashes. What

 

had the stories intended? Something

I might live to discover—

that the fort field, the Callows tree,

everywhere I had made free,

 

was haunted. That water and wind

and light played on the world

in ways I’d be foolish to upset. That

for all this, life was open-ended.

 

 

 

 

 

 

 

 

Notte

Guardai su per il camino della cucina.

Una stanza dell’eco fluttuante

nella fuliggine mi tentò a gridare,

ma poi il russare di mio padre

 

discese vacillando le scale.

Per il resto la notte era muta,

enorme, piena di quella potenza proibitiva.

Vecchi uomini taccola appollaiati.

 

Le vecchie taccole uomini avevano picchiettato

sulle pipe per vuotarle, sparire in un istante.

Le loro storie mi tastavano la spina

dorsale, innumerevoli gelidi formicolii.

 

Vidi in cornice una stella, flebile e distante

dal significato nei cieli

bui quanto la mia vita prigioniera

dentro un’agonia di ceneri. Cosa

 

aveva voluto dire la storia? Qualcosa

che potevo vivere al fine di scoprirla—

che il campo forte, gli alberi dei Callows,

ovunque l’avessi sfruttato,

 

era stregato. Acqua e vento

e luce giocavano sul mondo con regole

che sarei stato folle a turbare. E per tutti

questi motivi, il finale della vita era aperto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Wellspring

One more story coming out of the earth

sees this slimed creature hauled

onto a flagstone, sludge in his boots

and hair. There’s a stone-bruise

at his navel and he smells, as the rope

untied from his waist, of gravel.

 

All day he has hacked the grime out,

sent it by the bucket-load up

through the whirling, dripping air,

who now is the last one looking

down. Below, the gouged-out chamber

sits, its floor leaking bubbles

 

in the darkness, and gurgles, and chill

rivulets cleanly trickling. Though

he doesn’t say so yet, this well

will draw a village to haul its water

home. It will see out drought

and deluge. It will be the measure

 

against which he sets city fountain

and burst main. Stooping under pretext

of tying his bootlace, he will study

the dimples made by raindrops

on a pavement puddle, he will

address the scars of a passing breeze,

and feel himself begin to compose—

the weathered day, the settlement

of mud, the well envisioned, swollen

to its brim. His grey reflection

will be cast in. He will straighten as if

still wearing these stone clothes.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sorgente

Un’altra storia che nasce dalla terra

vede questa scarna creatura trasportata

sopra una lastra di pietra, stivali e capelli

infangati. Ha il livido prodotto da una pietra

sull’ombelico e odora, quando gli sciolgono

la corda dalla vita, di ghiaia.

 

Per tutto il giorno ha rastrellato il sudiciume,

aggiungendolo al carico del secchio

fendendo l’aria che gocciava e turbinava,

quello che ora è l’ultimo a guardare

giù. In basso si trova la stanza che ha

ricavato, bolle lambiscono la terra

 

nell’oscurità, e gorgoglii e gelidi

rivoli colano inesorabili. Anche se

ancora non lo dice, il pozzo richiamerà

un intero villaggio a portarne le acque

a casa. Registrerà diluvio

e siccità. Sarà la misura

 

su cui regolare la pubblica fontana

e l’acquedotto. Chinandosi con il pretesto

di stringere i lacci degli stivali, studierà

le crepe create dalle gocce di poggia

nella pozzanghera sul marciapiede,

indirizzerà gli sfregi di un vento

in corsa, e si sentirà sul punto di comporre—

il giorno temperato, l’insediamento

di fango, ben delineato, gonfio

fino all’orlo. Il suo grigio riflesso

vi si staglierà. Si tenderà come se

ancora indossasse questi abiti di pietra.

 

 

 

 

 

 

 

 

On the Stone Machine

She is shooting me from her separate

cubicle, shooting me through

and through as if directly

under my left kidney. Forty minutes

strapped up here, the cold gel

applied, and her face visible

at the cubicle window, her hands

busy aiming. Who would think

as I take in the thrip, thrip, thrip—

two thousand magic bullets

before I’m done—that a video game

could transmogrify so wittily

to a medical procedure? The stone

in my shoe I would pluck out

readily as a child, but the shoe

itself, too tight, all the pairs of shoes

always a crush confounding me

with misshapen toes. Cat pinched

my squeak? Not cat, more

the way a customary pain becomes

second nature, only give it time.

And the day’s slow ritual of socks

peeled off, socks hand-wrung,

turns vivid now as childhood

sunsets in my head, as water sloshed

about in old enamel basins

pooling red. Elastic slaps, the stone

machine’s pins and needles

quicken. I learn the sympathy

a stoneless kidney holds for a kidney

with a stone. Until all is a song,

the body’s shakes and stutters

belonging to everyone and no-one,

even down to particularities

of pissing blood later on. Until all

is pain—which I am to signal, should

it prove unbearable, by raising

my hand for the lady of the console.

 

 

 

 

 

Sulla macchina di pietra

Mi sta sparando dalla cabina

separata, mi sta crivellando da parte

a parte come fosse appena sotto il rene

sinistro. Quaranta minuti legato lassù,

cosparso di gel freddo, il viso di lei visibile

nel cubo della finestra, le mani impegnate

a mirare. Chi mai penserebbe

mentre mi prendo il ta ta ta ta ta—

duemila proiettili stregati prima

di essere finito—che un videogame

possa trasmografarsi tanto acutamente

in una procedura medica? Il sasso

nella mia scarpa lo avrei estratto tanto

prontamente da bambino, ma la scarpa

troppo stretta, tutte le paia di scarpe

una pressione che sempre mi confondeva

con dita deformi. Un gatto provocava

il mio squittire? Non un gatto, piuttosto

il modo in cui un dolore abituale diviene

seconda natura, se solo gli dai tempo.

E il lento rituale quotidiano di calzini

sfilati, calzini strizzati a mano,

si fa vivido adesso che l’infanzia

mi tramonta nella testa, mentre l’acqua

scosciata in vecchie bacinelle smaltate

forma una pozza rossa. Schiaffi elastici, aghi

e spilli della macchina in pietra

accelerano. Apprendo la simpatia

che un rene senza pietra prova per un rene

con pietra. Finché tutto è canzone,

lo scuotersi e il traballare del corpo

che appartiene a tutti e a nessuno,

anche giù fin al piccolo particolare

dell’orinarci sangue sopra. Finché tutto

è dolore—che sto per segnalare, in caso

diventasse insopportabile, alzando

la mano verso la donna della consolle.

 

 

 

 

 

Bare Branches

Arms, knuckles, nibs—poised on air—

scribble invisible signatures.

A skeletal tree, a bleak aesthetic. If I stare

 

long enough, the tree turns familial,

ancestral even, and I am tracing there

bloodlines, maps of kin. How they

 

confluence in my hands! Seamstresses

dressed in pinafore, haymaking

women, ropers of water from the well,

 

ballad women yeasting solid ghosts

to rise us out of work and rain. Must they

so soon go? And with them, tall

 

baggy-trousered men—my grandsires

of proverb—who wielded axe

and wedge, worked cross-cut, delved

 

in revs among pine and ash with disc-saw

and ancient tractor? I’m listening

still. The hurley turns, shaped and shone;

 

they warn that life’s a process

designed to knock my rough edges off.

And here—I hold with it a while—

 

is nature’s word that not last summer’s

leaves alone, but every summer’s,

are commemorated in the bare branches.

 

 

 

 

 

Rami nudi

 

 

Braccia, nocche, estremità—in equilibrio in aria—

scribacchiavano invisibili firme.

Un albero scheletrico, tetra estetica. Se fisso

 

abbastanza a lungo, l’albero diviene familiare,

perfino ancestrale, e vi sto tracciando

strisce di sangue, mappe parentali. Come

 

mi confluiscono in mano! Cucitrici

che indossano grembiuli, donne

della fienagione, funi d’acqua dal pozzo,

 

donne della ballata levitanti solidi fantasmi

per sottrarci alla pioggia e al lavoro. Devono

andarsene così presto? E con loro, alti

 

uomini dai calzoni informi—miei gransignori

proverbiali—che maneggiavano zappa

e scure, tagliavano trasversalmente, scavavano

 

in cerchio lungo pino e frassino con la sega a disco

e l’antico trattore? Sto ascoltando

ancora. Gli attrezzi girano, lucidi e forgiati;

 

mi avvisano che la vita è un processo

designato a smussare i miei spigoli.

E qui—per un po’ sono d’accordo—

 

la natura dice che non sono solo le foglie

della scorsa estate, ma quelle di ogni estate,

a essere commemorate nei rami nudi.

 

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