Orly

Colette Nys-Mazure, Il grido dell’alba


Collana Orly – Poesia belga contemporanea
COLETTE NYS-MAZURE,
Il grido dell’alba
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Guido Mattia Gallerani
ISBN 978-88-96263-29-7
pp. 156, € 15,00

Disossata, prosciugata, concentrata: una frase quasi marginale – neanche una frase, una chiusa ad effetto – scritta una volta da Gerard Genette in un suo famoso libro suonerebbe perfetta ad aforisma (questa la suggestione) di Il grido dell’alba di Colette Nys-Mazure: «un poème en prose devant être aussi un poème de prose». Che cosa intende il buon teorico – chiedo allora interrogandomi affascinato – con questa ribaltata provocazione baudeleriana, e che però sento veritiera e tuttavia insondabile come un oracolo? Che forse quel “sottile rumore della prosa”, come lo chiamava Manganelli, si possa solo riconoscere, senza trovarvi una ragione, così come s’impara ad accettare che un viso corrisponda proprio al nome di un lui, di una lei?

Forse me lo chiedo perché io, infatti, non saprei scomporre la prosa poetica del libro per indicare, rapito da una follia metricista, il confine certo in cui anche una prosa può diventare poesia. Non so nemmeno, riflettendovi, e magari non lo sapeva neanche Genette, se sia lecito farlo. È però altrettanto vero che se Nys-Mazure ha appreso l’arte segreta del poème en prose non c’è riuscita per qualche prestigio della carta; come ogni scrittura, anche la sua prosa poetica ha regole e leggi insospettabili, criticamente rispettabili forse perché proprio funzionalmente taciute.

Fin dalla prima parte del libro ci è però permesso di penetrare (pénétrance è infatti il suo titolo) nell’immaginario dell’autrice, dispiegato in un simbolico viaggio per le ossessioni e gli archetipi dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui «les parents gisent au fond du sommeil» e dove fuori, dalle quinte fosche della mente, «dans l’ombre quelqu’un se lève». All’interlocuzione di queste figure, il protagonista adulto e infantile, l’essere propriamente peur senilis si determina con il suo sguardo a ritroso del tempo, nell’indietro iniziale in cui «le passé irrigue le présent», in cui «j’ai eu seize ans un matin». Il tema, direbbe il critico, è già tutto qui, annunciato in quei versi scalati (alla André Du Bouchet per restare sul fronte francese) posti quasi a soglia preparatoria, a prova preventiva e Erebo della discesa, dell’entrata nella parte più centrale, nel cuore vivo del libro che soprattutto nella sezione Haute enfance si trasformerà in prosa poetica.

dalla Prefazione di Guido Mattia Gallerani




Enfances

la nuit consterne l’enfant

âpre au plaisir solaire

son corps jubilant se crispe sous les draps rêches

qu’il délivre les rêves

et l’ombre l’emporte

vers les territoires fertiles

jusqu’à l’aube imprévue

précise comme un couteau

les lourdes nuits d’hiver étouffent l’enfant

vacillant sur la crête du rêve

la voix coincée

il surprend les galops de son cœur

titube vers la fenêtre opaque

si seul

à la surface de cette maison

les parents gisent au fond du sommeil

une pierre au cou

*

Infanzie

la notte costerna il bimbo

acerbo al piacere del sole

il suo corpo esultante si tende sotto le lenzuola ruvide

che consegni i sogni

e l’ombra se li porti

verso territori fertili

fino all’alba imprevista

precisa come un coltello

le notti grevi d’inverno soffocano il bimbo

vacillante sulla cresta del sogno

con la voce intrappolata

sorprende il galoppo del cuore

barcolla verso la finestra opaca

se soltanto

sulla superficie di questa casa

i genitori giacciono in fondo al sonno

con una pietra al collo

*

il paraît que je fus

oui    je me souviens d’avoir êté

j’ai eu seize ans un matin

pas d’empreinte

le crime est achevé   parfait

le cri nous est resté dans la gorge

le cauchemar a eu raison

les bras ont battu l’air

vain moulin à vent

élan pour rire

crispation

rien

il paraît

*

pare che fossi

sì    mi ricordo d’esser stata

ho avuto sedici anni una mattina

niente impronte

il delitto è compiuto   perfetto

il grido ci è rimasto nella gola

l’incubo ha avuto ragione

le braccia hanno battuto l’aria

vano mulino a vento

slancio verso il ridere

contrazione

nulla

pare

*

il faut partir

loin                derrière nous

les vallons de l’enfance fleurissent

à jamais au soleil

l’adolescence évasive se cherche

ancrés dans l’instant

nous multiplions notre instance

nos désirs nous désignent tous les chemins

et la vie va

à l’horizon déjà

lorsque parfois tu te retournes

cette maison où tu grandis     ce jardin où tu roulas

ces visages qu’enflamme le souvenir

*

bisogna andarsene

lontano                dietro di noi

le valli dell’infanzia fioriscono

al sole eternamente

cerchiamo l’adolescenza evasiva

ancorati nell’istante

moltiplichiamo la nostra istanza

i desideri ci indicano tutte le direzioni

e la vita va

all’orizzonte già

quando talvolta ti volti

la casa dove sei cresciuto     il giardino dove ruzzolavi

i visi che il ricordo infiamma

*

peut-être reviendrons-nous errer

sur les pavés disjoints luisants

de l’enfance

les soleils éveillés éteints voilés

glisseront dans le kaléidoscope de nos regards

les pluies venteuses

les grésils aveuglants

nous râperont les joues

entre les blés brûlants

trembleront trois coquelicots

les haies de groseilliers                          les tabacs

les rhubarbes et les maigres fraisiers

aiguiseront les nostalgies

*

torneremo forse a errare

sul selciato sconnesso lucente

dell’infanzia

i soli risvegliati spenti velati

ci scivoleranno nel caleidoscopio degli sguardi

le pioggie ventose

il nevischio accecante

ci graffierà le guance

tra le spighe ardenti

tremeranno tre papaveri

le siepi di uvaspina                          il tabacco

il rabarbaro e le magre fragole

affileranno le nostalgie

*

grelotterons-nous sur le pas des portes

à jamais refermées

martèlerons-nous le bois cruel

mirage d’une source

qui sourdrait d’ailleurs

qu’en ce vif de notre être

*

tremeremo sul passo delle porte

chiuse per sempre

sbatteremo contro il legno spietato

miraggio di una sorgente

che sarebbe sgorgata da un altrove

non da questa cosa viva che siamo

*

les errances n’ont plus cours

le passé irrigue le présent

la nostalgie

accotée aux souvenirs

s’efface en poudroyant

au feu de l’instant

s’incendie notre vie

*

non è più tempo di vagabondaggi

il passato irriga il presente

la nostalgia

appesa ai ricordi

svanisce in polvere

al fuoco dell’istante

la nostra vita prende fuoco

*

nous piaffons au parvis du jour

nous partons dans les cris de l’aube

le vent nous presse de promesses

nous quittons les paysages intimes

les rues        les sentiers       les pistes

naissent sous nos sabots aigus

notre dessein est chiffré aux arcanes de nos cœurs

et nos chevaux lui obéissent d’instinct

et nous allons                                     nous allons

la nuit nous surprend en selle

nous humons l’acre des terres brûlées

sans un regard pour le pays parcouru

notre exode sera sans retour

*

scalpitiamo sul sagrato del giorno

partiamo dentro le grida dell’alba

il vento ci pressa di promesse

abbandoniamo i paesaggi intimi

le strade        i sentieri       le piste

nascono sotto i nostri zoccoli a punta

il progetto è cifra dagli arcani dei cuori

i nostri cavalli lo assecondano d’istinto

e noi andiamo                                      andiamo

la notte ci sorprende in sella

respiriamo l’odore acre di terre bruciate

senza uno sguardo ai paesi attraversati

il nostro esodo sarà senza ritorno

Nocturnes

solitude aux longues jambes

toujours à nous rattraper au tournant

nous gagner de vitesse

compagne trop fidèle

que nous voulions égarer

enfonçant nos têtes dans le sable mou

les gouttes de l’horloge métallique

ne nous atteignent plus

*

Notturni

solitudine dalle gambe lunghe

che sempre ci raggiungi in curva

ci batti in velocità

compagna troppo fedele

che volevamo seminare

affondando le teste nella sabbia molle

le gocce dell’orologio metallico

non ci raggiungono più

*

fouler la neige du silence

l’angoisse blanche des nuits

filer les cris feutrés de l’abîme

dans la trame des évidences

fine   oh si fine   la cloison

entre folie et raison

les chiens   les anges

hurlent au crépuscule

et toi ne cornes-tu pas à l’approche du néant?

trois soleils entre mille ombres

*

calpestare la neve del silenzio

l’angoscia bianca delle notti

filare le grida ovattate dell’abisso

nella trama delle evidenze

fine   oh così sottile   la divisione

tra follia e ragione

i cani   gli angeli

urlano al crepuscolo

e tu non suoni il corno all’approssimarsi del nulla?

tre soli tra mille ombre

*

l’ombre assoupie au pas des portes

lézarde les rêves

le dormeur appesanti remue aveuglément

tente de changer d’armures

il ne ramènera rien dans les filets de l’aube

à l’aurore chavirent les chimères

le matin a le goût acide

du réel sans recours

*

l’ombra assopita al passo delle porte

crepa i sogni

abitato il dormiente si dimena alla cieca

tenta di cambiare armamenti

non raccoglierà nulla nelle reti dell’alba

all’aurora si rovesciano le chimere

il mattino ha il gusto acido

del reale senza ricorso

Fugue

La petite fille que j’ai été s’éloigne, déjà écornée par le temps, grignotée par l’infidèle mémoire, ternie. Lui restent le mouvement du cou et la main pataude qui tient fermement contre elle le lapin en peluche, le regard un peu grave, à moins qu’il ne soit amusé, la bouche entrouverte par l’émotion, l’attention.

Sa maman lui a mis une robe fraîche, rehaussée de smocks faits main, au col finement ourlé ; elle a discipliné sa chevelure d’une raie énergique et de deux barrettes plates, symétriques, qui remontent vers les tempes la masse sombre et dégagent le front.

À quel jeu la petite fille a-t-elle glané ce bleu qui marque le haut d’une joue de sa trace foncée? À quel meuble s’est-elle cognée ?

Que disait le photographe, quel geste faisait la maman pour soutenir sa patience au long de cette séance destinée à fournir les douze photos du calendrier-cadeau qu’on offrirait aux proches : un visage pour chaque mois de l’année à venir ?

C’est la même petite fille accroupie, cet après-midi d’été, la tête entre les genoux pour mieux observer le ver de terre qui s’enfuit paresseusement dans la motte qu’elle arrose avec la cafetière de poupée, arrachée à la voisine, non sans l’avoir vilainement mordue.

Elle aussi, assise sur la marche de pierre bleue qui mène de la cuisine à la cour: serrée contre son frère, elle suce un demi-citron dans lequel sa maman a fiché un sucre de Tirlemont, très dur. Dans sa bouche le jus acide aspiré à travers les grains sucrés, sous ses fesses le froid hostile, dans le dos la porte de bois tiède; maman a-t-elle voulu se débarrasser d’enfants trop remuants, avoir la paix? Elle regarde la cour vide et glacée ; c’est le matin et c’est l’hiver.

Elle encore gravit, le plus lentement possible, l’escalier de bois vertical, entre les étagères chargées de pommes odorantes qui conduit à la chambre de bon-papa et bonne-maman, dont la cheminée disparaît sous les statues de Saint-Antoine et Saint-Roch (dis, bonne-maman, pourquoi le chien près du saint?). Elle entre dans la pièce attenante, s’agenouille au pied du lit monumental qui occupe presque tout l’espace, escalade la montagne, guette les pas qui décroissent dans l’escalier. Entre les draps rêches, elle attendra sans bouger (si les voleurs venaient, ils ne la remarqueraient peut-être pas ou bien ils croiraient qu’elle est morte et la laisseraient) qu’ils montent à leur tour, pour oser glisser dans le sommeil troué par les cris de l’horloge.

Fuga

La bambina che sono stata si allontana, già intaccata dal tempo, erosa dalla memoria infedele, offuscata. Le restano il movimento del collo e la mano maldestra che con fermezza tiene contro il corpo il coniglio di pelouche, lo sguardo un po’ serio, a meno che non sia divertito, la bocca schiusa dall’emozione, dall’attenzione.

La madre le ha messo un abito fresco, ornato di ricami fatti a mano, dal collo finemente orlato; le ha disciplinato la capigliatura con una scriminatura decisa e due fermagli piatti, simmetrici, che sollevano sulle tempie la massa scura liberando la fronte.

A quale gioco la bambina ha spigolato questo blu che le segna uno zigomo con la sua traccia scura? Contro quale mobile ha sbattuto?

Che diceva il fotografo, che gesto faceva la madre per alimentare la sua pazienza nel corso di questa seduta destinata a fornire le dodici foto del calendario regalo che avrebbero offerto ai parenti: un viso per ogni mese dell’anno a venire?

È la stessa bambina accovacciata, è il pomeriggio d’estate, la testa tra le ginocchia per meglio osservare il lombrico che pigramente si rifugia nella zolla da lei innaffiata con la caffettiera della bambola, strappata alla vicina, non senza averla villanamente morsa.

Anche lei, seduta sul gradino di pietra blu che porta dalla cucina al cortile: serrata contro il fratello, succhia un mezzo limone nel quale la mamma ha cacciato del succo di Tirlemont, durissimo. In bocca ha il succo acido aspirato attraverso i grani zuccherati, sotto le natiche il freddo ostile, contro la schiena la porta di legno tiepido; mamma ha voluto sbarazzarsi di bambini troppo inquieti, avere pace? Guarda il cortile vuoto e ghiacciato; è il mattino ed è l’inverno.

Lei ancora s’inerpica, il più lentamente possibile, lungo la scala di legno verticale, tra i piani carichi di mele odorose che conducono alla stanza di papino e mammina, il cui camino sparisce sotto le statue di Sant’Antonio e San Rocco (dì, mammina, perché il cane accanto al santo?). Lei entra nella stanza adiacente, s’inginocchia ai piedi del letto monumentale che occupa quasi tutto lo spazio, scalata di montagna, spia i passi discendere lungo la scala. Tra le lenzuola ruvide, attenderà immobile (in modo che se dovessero venire i ladri, non si accorgerebbero di lei, oppure penserebbero sia morta e la lascerebbero in pace) che salgano a loro volta, e abbiano il coraggio di scivolare nel sonno crivellato dalle grida dell’orologio.

Éthique du nord

Dans ce paysage sans hauteur, où le regard en montant ne rencontre que les nuages et rien qui les soutienne, n’était le cri d’un clocher entre les peupliers, qui n’est contraint de chercher en lui-même l’altitude ?

Quand se taisent aux fenêtres les fredonnements du soleil – pour d’autres cieux son plain-chant – et que roussissent les frondaisons, il se fait temps d’allumer les lampes, d’exciter les feux, de rentrer au profond de soi-même en quête d’une vie plus rigoureuse.

L’hiver sera trop doux pour aiguiser nos sens : dans les pluies, les grésils, les neiges fugaces, s’exténuera notre soif d’austérité. Il nous faudra tenir dans la grisaille sans gloire des bourbiers et tenir encore ; en attente d’un improbable printemps.

Qui surgira soudain sous les flaques minuscules des violettes, au milieu de la danse des jacinthes sauvages, sous les cascades des vergers en fleurs, dans les parfums oppressants des narcisses et des lilas.

Pays tempérés, plats pays sans certitudes, sans passions sinon obscures et toujours retenues. Pays de tendresses longues et d’élans discrets.

Régions d’ombres fluides, agitées par les vents jouant dans les ormes, les hêtres pourpres, les vastes marronniers; régions d’eaux lentes, de collines basses. Territoires intérieurs livrés aux fervents : les attentifs du petit matin, les patients de midi, les attardés du jour. Terres de fidèles.

Etica del nord

In questi paesaggi senza altezza, dove lo sguardo salendo non incontra che nuvole a sostenerlo, non era forse un grido di campanile tra i pioppi, che non è costretto a cercare in se stesso l’altezza?

Quando tace il canticchiare del sole contro le finestre – per altri cieli il suo canto pieno – e s’indorano le fronde, è tempo di accendere le lampade, attizzare i fuochi, sprofondare di nuovo in se stessi alla ricerca di una via più rigorosa.

L’inverno sarà troppo dolce per aguzzarci i sensi: nelle piogge, nel nevischio, nelle nevi fugaci, si estenuerà la nostra sete di austerità. Dovremo resistere nel grigiore senza gloria del pantano e ancora resistere; in attesa di una improbabile primavera.

Che spunterà all’improvviso sotto le minuscole pozze di violette, nel bel mezzo della danza dei giacinti selvaggi, sotto le cascate dei frutteti in fiore, nei profumi opprimenti di narcisi e lillà.

Paesi temperati, paesi piatti privi di certezze, senza passioni, se non quelle oscure e sempre trattenute. Paesi di lente tenerezze e slanci discreti.

Regioni d’ombre fluide, agitati da venti che giocano nelle orme, faggi purpurei, vasti castagni; regioni d’acque lente, di colline basse. Territori interiori consegnati ai ferventi: agli attenti del piccolo mattino, ai pazienti del mezzogiorno, ai ritardatari del giorno. Terre di fedeli.


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