Teatro

Laure K. Phoenix, “Lola Café”. Un teatro di tormenti e di silenzi

a cura di Matteo Veronesi


Di Laure K. Phoenix, autrice parigina finissima ed appartata, ho già tradotto altrove (http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/09/13/laure-k-phoenix-poesie/) alcuni testi poetici. Ora presento al lettore, pur se per brevi, ma significativi stralci (tratti da Lola café, Éditions de l’Amandier, Paris 2006), la sua attività principale, quella di autrice teatrale.

Lola è una enigmatica e vibrante figura femminile, che sembra quasi reincarnare (in modo, forse, abbastanza inusuale per il teatro d’oggi, diviso perlopiù fra il versante dello sperimentalismo cerebrale o provocatorio, intellettualistico od eversivo, quello dell’esasperata corporeità e “crudeltà” artaudiana e quello dell’impegno sociale e della coscienza, e denuncia, ideologiche) certe eroine del teatro simbolista, da Ibsen a Maeterlinck, pur affrontando in modo esplicito, anche crudo, desolante e desolato, il problema della mercificazione del corpo femminile e dell’alienazione, dello spossessamento che ne derivano (aspetti, questi ultimi, che rinviano al teatro esistenzialista, mentre al teatro dell’assurdo o all’école du regard possono far pensare certi dialoghi essenziali, nudi, ossificati, che enfatizzano la sterilità e la morte di una parola ridotta essa stessa, come l’essere umano di cui è espressione, a cosa, isolata fra i silenzi dell’incomunicabile o dell’insensato).

Il paesaggio esistenziale, lo scenario essenziale, forse più interiore che reale, di questo teatro è fatto (un po’ come nell’Ibsen del Costruttore Sollness) di silenzi, ghiacci, nevi, voci e grida ossessive chiuse nella rocca della mente, ricordi presi nel giro dell’eterno ritorno, nella kierkegaardiana angoscia della ripetizione.

“Ça revient”, “ça reviendra”, dice in più punti il testo, con un’espressione semplicissima, nuda, eppure difficilmente traducibile, mi sembra, in questi contesti. Quel Ça, quel pronome neutro, impersonale,  incarna linguisticamente (si pensi al lacaniano Ça, parle, o al rimbaudiano On me pense), nell’apparente “grado zero” del linguaggio ordinario e colloquiale, proprio l’impersonalità, la reificazione, la cosalità di destini presi in un giro e in un ordine (o in una mancanza di ordine e di senso) superiori e inesorabili, e forse assurdi. Il tutto in una scrittura nitida, fluida, eppure, a tratti, intima, vibrante e sofferta: una tragedia non esasperata, non gridata, un destino sofferto e accettato, raccolto su di sé, sulla propria traccia e sul proprio solco, eppure per ciò stesso aperto e proteso verso l’altro e l’oltre.

Matteo Veronesi

LOLA Arrivo al termine della notte. Dietro di me, le oscure selve, il vento glaciale delle notti spente. Il freddo si è impossessato di me. Sono gelata. Solo, cade la neve sulle pietre grosse, fiocco dopo fiocco. Il bavaglio mi blocca le labbra. Non posso dire, ma dire cosa? Nulla si deve dire. No, nulla. Entro in me stessa come in  preda al delirio. L’oscurità si mescola al sangue. Mani tese, braccia spalancate, chiamo aiuto! Aiuto! Chi si preoccupa? Chi si ricorda? Sono sola, come voi, sola dal principio, sola fino all’estremo. Il silenzio si è abbattuto su di me, le parole non si possono dire, il suono ha disertato. Chi si preoccupa? Chi? … Non verrò a vedervi, ad ornare di fiori la vostra tomba. La neve cade e io mi lascio scivolare. È già un anno. Siete partita. Mi avete lasciato sola per l’eternità. Sento ancora la vostra voce, il vostro riso. Mi avete amata e ve ne ringrazio, per questo amore puro e disinteressato. Amata, sì…. tanto amata. Questo amore non sarà mai più. Più nessuno mi amerà di quell’amore, di quell’amore gratuito, di quell’amore unico che si dà solo una volta. Grazie, dunque. Fra qualche giorno, l’abisso mi trascinerà, mi lascerà lontano, sulle rive dove la ragione non ha più luogo. Mi fa male la vostra partenza, questo silenzio. Sono così sola oggi. (Pausa). I lupi gridano!

JOE Sei rientrata dal bosco?

LOLA Sì.

JOE Sempre così chiacchierona.

LOLA I cani gridano.

JOE Tu li conosci.

LOLA Non mi ci abituerò mai.

JOE Il Grande Nord!

LOLA Hai rotto il ghiaccio? Non c’è più acqua nei pozzi.

JOE Ce n’è ancora nella cisterna.

LOLA La neve non smette di cadere.

JOE È l’inverno.

LOLA Anche in primavera.

JOE La neve o il fango, cosa preferisci? Io preferisco la neve. Il fango macchia.

LOLA Questo bianco a perdita d’occhio…

LOE Calma.

LOLA Credi?

JOE Che cos’hai oggi? Ancora i tuoi dannati stati d’animo?

LOLA Sì Joe.

JOE Non la finirai mai?

LOLA Lei mi manca.

JOE manca anche a me.

LOLA Andrai sulla sua tomba?

JOE No. Comunque, con tutta la neve che è caduta…

LOLA Non ne posso più, Joe.

JOE Conosci la canzone? Tornerà, torna sempre.

LOLA E se questa volta…

JOE Puoi dire quello che vuoi. Tu sai che torna sempre.

LOLA Abbracciami, ho freddo.

JOE E là? Va meglio?

LOLA Sì.

JOE Parlami.

LOLA. Non più parole. Solo un immenso dolore.

JOE Lola?

LOLA Non conosco le parole. Solo questo freddo gelato.

JOE Ti scalderai. Ho messo legna nel camino.

LOLA Joe?

JOE Sì?

LOLA Voglio partire.

JOE Sono morti nell’acqua ghiacciata.

LOLA Da quanto tempo non hai fatto l’amore? Mi sono appena guardata nel ghiaccio. Non mi sono riconosciuta. Una troia… Me l’avresti potuto dire Joe, la tua donna è diventata una troia! Una troia che non si fa più neppure sbattere dal suo ragazzo!

(…)

SAM Lola è una donna… Come dire…. Lola è una donna..

JOE Impegnativa, te l’assicuro.

SAM Un mistero. L’ombra la devasta da capo a piedi. Non posso che rischiararla di tanto in tanto. Si sprofonda così spesso. Un giorno, la perderò per sempre.

(…)

LOLA Andiamo al fiume.

SAM Per farla finita una volta per tutte.

JOE Non si sa dove la cosa inizia e dove finisce.

LOLA Come il torrente. (Lola si alza e si dirige verso la finestra). Com’è tutto bianco e silenzioso. Una tomba.

JOE Una giornata splendida. Il cielo è terso. Nemmeno una nuvola.

SAM Azzurro.

JOE Vado a vestirmi.

Lola sale le scale. Joe e Sam si guardano.

SAM Una bella giornata che si annuncia.

JOE Una bella giornata.

(…)

SAM Ascolta, Lola. Ho riflettuto a lungo. Vorrei che tu fossi la mia donna. Non dire di no. Lo so, hai sposato Joe, che importa! Voglio che tu sia al mio fianco quando mi sveglio la mattina, la sera, sempre. Il tuo lavoro non mi disturba. Mi sono abituato alla tua presenza, a sentirti accanto a me. (Una pausa). Tutto è cambiato qui.

LOLA Sam, per te io sono solo un sogno. La realtà è un’altra, molto meno gradevole. Ha un sapore acre, come le pelli che mi toccano e che respiro. Un odore così forte, a volte, che non riesco a mandarlo via.

SAM Tu non sei un sogno, Lola. Sei tutto tranne che un sogno, una realtà mobile, incerta.

(…)

LOLA Parto, Joe. Non è possibile. Non rinuncerò mai al mio lavoro e tu stai minando te stesso e me. Non ti devo nulla, se non il rispetto, che ti riconosco. Hai visto in che stato sono finita quando ho abbandonato la mia attività? Uno stato terribile. L’immagine dei miei bambini fissa nella mente, dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina. Senza tregua. Da sbattere la testa contro i muri! Là, almeno, dimentico. Nell’illusione del piacere, infine, quando c’è ‒ nell’oblio di sé, in ogni caso. Mi perdo negli altri per perdermi meglio in me stessa. Mi bastano poche ore al giorno. I clienti mi rassicurano, mi fanno esistere. Capisci?

(…)

LOLA Non voglio più figli.

JOE Cambierai idea.

LOLA Ho avuto due figli, non ho nemmeno potuto seppellirli. È finita, Joe.

JOE Il tempo passerà. Ricostruiremo tutto. (Pausa). Figli, ne avremo.

LOLA Tutto, tranne che dei figli.

JOE Devi aiutarmi, Lola. Amarti per due è possibile, ma vivere per due non lo è.

LOLA Sospesi fra due mondi, Joe.

JOE Si deve scegliere.

LOLA Sono a pezzi. Frammenti sparsi qua e là. Al centro, l’indefinibile.

JOE Ti basta tendere la mano, soltanto tendere la mano.

LOLA Mike, Sam, François, gli altri, non so più. Non so più dove sono.

JOE Tornerà, tutto torna sempre.

LOLA Credi?

JOE Ne sono certo.

LOLA Domani andrà meglio, non preoccuparti.

JOE Mi piace sentirtelo dire. Alti e bassi, si fa come si può.

LOLA Tornerà.

JOE Tornerà.

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