Collana Snáthaid Mhór - Poesia irlandese contemporanea

Pat Boran, Natura morta con carote

Collana Snáthaid Mhór – poesia irlandese contemporanea
PAT BORAN, Natura morta con carote. Poesie scelte 1990-2007
Introduzione di Dennis O’Driscoll

Traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-37-2
pp. 484, € 20,00

Forse è all’esempio di Miroslav Holub, scienziato e poeta al contempo, che Pat Boran deve una delle sue grandi acquisizioni—una oggettività che si potrebbe definire scientifica; una abilità di mantenere un determinato distacco dal suo oggetto, di distanziare la sua poetica dall’Io empirico, per conseguire una prospettiva più chiara sul mondo. Eppure il suo distacco non è in alcun modo dogmatico; il calore tonale e l’empatia emotiva non mancano mai laddove risultino appropriati: nella poesia d’amore o nell’elegia. A parte l’attitudine scientifica che Pat Boran spesso adotta nei confronti della realtà, la sua opera riflette un acuto interesse nei confronti del pensiero scientifico stesso. Tra i nomi citati nei suoi libri, troviamo J.B.S. Haldane, Niels Bohr e Albert Einstein. Ci sono “Appunti per un film sulla vita di Galileo Galilei”; una eclissi di luna osservata attraverso la lente poetica; e “Tempo di coricarsi nella casa dello scienziato” suggerisce che i semplici fatti del dato scientifico gettino un incantesimo simile a una storia (“Dicci i nomi delle lune di Giove, / le valenze degli atomi da 1 a 103”). Nella pregnante “Waving”, la rievocazione dell’infanzia confluisce inaspettatamente in una epifania scientifica nel preciso istante in cui una nota ridondante avrebbe potuto costituire un pericolo.

Mentre sperimenta nel suo laboratorio linguistico, Pat Boran – sfidando il rischio delle locuzioni frammentarie –  è più spesso un poeta dell’implicazione che dell’esplicazione.

Il lettore si distanzia dalla testimonianza presentata ogni volta che lo scrittore muove verso il click finale della chiusa narrativa. Fin dall’inizio, Pat Boran esce vittorioso da quella che è una delle sfide più dure in poesia: capire quando una poesia sia da considerarsi finita e debba perciò essere lasciata sola. Non esagera mai né mai indugia più del dovuto; le sue poesie sono notevoli sia per la loro risonanza che per il loro ritegno. In senso molto lato, i testi di Pat Boran possono essere fatti rientrare in due categorie principali: poesie che delineano l’umana lotta per dare un senso alla nostra esistenza su un misterioso pianeta a galla – forse addirittura alla deriva – nello spazio; e poesie di modalità più diretta, in cui le persone vengono ricordate in vita, elogiate in morte o celebrate in amore.

Dalla introduzione di Dennis O’Driscoll

Pat Boran è direttore editoriale di Dedalus Press, una delle case editrici irlandesi più qualificate. Tra le sue più recenti pubblicazioni ricordiamo New Selected Poems (1999, 2005). Ha curato Wingspan: A Dedalus Sampler, è stato redattore di “Poetry Ireland Review” e  presentatore di “The Poetry Programme” di RTÉ Radio.

 

 

 

da L’orologio scarico (1990)

 

 

For a Beekeeper

 

 

You rise in the morning, the residue

of dream-honey on your eyelids.

Mornings you are not at your best, but then

facing breakfast you remember how

the wings of your bees beat how many

times a second? how flowers are identified

by a sense more akin to taste than smell

or sight … You see the queen,

big like a fruit, the precise

network of the honeycomb, the flowers

like excited shopkeepers, opening

their shutters to the sun’s gold coin.

 

There is barely time to shine your shoe

when, already at the window, the first drone

beckons you to court.

 

 

 

 

 

 

Per un apicoltore

 

 

Ti alzi al mattino, con un residuo

di miele di sogno sulle palpebre.

Al mattino non sei al meglio, ma poi

davanti alla colazione ti ricordi come

battano le ali delle tue api quante

volte al secondo? Come i fiori li distingua

un senso più simile al gusto che all’olfatto

o alla vista… Vedi la regina

grande come un frutto, la precisa

rete del favo, i fiori

come negozianti eccitati, che aprono

le saracinesche alla moneta d’oro del sole.

 

C’è appena il tempo di lucidarti le scarpe

quando, già alla finestra, il primo ronzìo

ti chiama in cortile.

 

 

 

 

 

His First Confession

 

 

Had she come to me with crimes

I’d heard before, or even

crimes unknown (for instance

 

computer fraud—a novelty

yet to reach this parish),

I would gladly have exchanged

 

the most insignificant

of penances—a running

genuflexion in the aisle …

 

But today the grille and darkness

seemed more for my protection

than presupposed Gothic

 

decoration. Nine years old,

in finery of First Confession:

I hate you, Father.

 

The stone more silent

than it’s ever been, daylight

flooding through the doorway.

 

 

 

 

 

La sua prima confessione

 

 

Se fosse venuta da me con dei crimini

che avevo già sentito, o anche

sconosciuti (per esempio

 

frode informatica – una novità

ancora per questa parrocchia),

avrei volentieri barattato

 

la più insignificante

delle penitenze – una genuflessione

in corsa nella navata…

 

Ma oggi la grata e il buio

sembravano fatti più per proteggermi

che per fungere da gotica

 

decorazione. A nove anni,

nell’abito elegante della Prima Confessione:

Ti odio, Padre.

 

La pietra più silenziosa

di quanto non sia mai stata, la luce del giorno

che straripava dall’entrata.

 

 

 

 

When You are Moving into a New House

 

 

When you are moving into a new house

be slow to write the address in your address books,

because the ghosts who are named there

are constantly seeking new homes,

like fresher students in rainsteamed phone booths.

 

So by the time you arrive with your books

and frying pan, these ghosts are already

familiar with that easy chair, have found

slow, slow creaks in the floorboards,

are camped on the dream shores of that virgin bed.

 

 

 

 

 

Quando stai per traslocare in una nuova casa

 

 

Quando stai per traslocare in una nuova casa

trascrivi lentamente l’indirizzo in rubrica,

perché gli spettri che vi sono nominati

sono sempre alla ricerca di nuove case,

come matricole in cabine telefoniche striate di pioggia.

 

Così prima che tu arrivi coi tuoi libri

e un tegame, gli spettri sono già

intimi con quella poltrona, hanno trovato

lenti, lenti scricchiolii nelle assi del pavimento,

sono accampati sulle rive di sogno di quel letto vergine.

 

 

 

 

 

 

 

Memorandum

 

 

Many earths away is where I was

yesterday, last year, is where today

I am headed. To find myself

 

I must open the doors and windows,

front and back, like a schoolchild

look both ways before the road.

 

For always I am on this string

of being—unformed—somewhere

between history and promise.

 

 

 

 

 

 

Memorandum

 

 

A molte terre di distanza è dove ero

ieri, l’anno scorso, è dove oggi

sono diretto. Per trovare me stesso

 

devo aprire porte e finestre,

di fronte e sul retro, come uno scolaro

guardare su entrambi i lati della strada.

 

Perché da sempre sono su questa corda

dell’essere–incompleto–da qualche parte

tra storia e promessa.

 

 

 

 

 

Modus Vivendi

 

 

Forget the future, your death,

the surprise on your face. Forget

everything you’ll learn, too late.

Arrest the thought. What could compare

with the selflessness of plants

that mark the spot

where you will lie? If such

unthinking things can justify

the presence of the sun and planets

more completely than can you

(with all your grave considerations),

why think at all? Why squander

the irreplaceable energies? Abandon,

like some evolutionary cast-off,

this thing that brings us closest

to extinction. Forget the evidence,

the argument. Close your ears

to all debate. Forget I ever said a word—

forget this poem.

 

 

 

 

 

 

Modus Vivendi

 

 

Dimentica il futuro, la tua morte,

la sorpresa sul tuo viso. Dimentica

tutto quel che imparerai, troppo tardi.

Arresta il pensiero. Cosa mai eguaglia

l’indifferenza delle piante

che segnano il punto

in cui giacerai? Se queste

cose non pensanti possono giustificare

la presenza del sole e dei pianeti

più pienamente di quanto tu non possa

(con tutte le tue gravi considerazioni),

perché mai pensare? Perché sprecare

insostituibili energie? Abbandona,

come una spoliazione evolutiva,

questa cosa che ci porta tanto vicino

all’estinzione. Dimentica l’evidenza,

l’argomento. Chiudi le orecchie a tutto

il dibattito. Dimentica ch’io abbia mai fiatato—

dimentica questa poesia.

 

 

 

 

 

Safekeeping

 

 

In the dream-land of a child

I met a man who would never die,

to whom could be given precious things.

 

But the map was lost, or the child was wrong.

The eternal man was never found.

Hard wind is the only wind that sings.

 

I leave my gifts in this snow for you

where I lose myself, trying to be true,

following footprints—probably my own.

 

 

 

 

Custodia

 

 

Nella terra di sogno di un bimbo

incontrai un uomo che mai sarebbe morto,

cui potevi affidare cose preziose.

 

Ma la mappa era perduta, o il bimbo sbagliava.

L’uomo eterno non si trovò mai.

Il solo vento che canta è il vento forte.

 

Lascio i miei doni per te in questa neve

dove ho perduto me stesso, tentando di essere vero,

seguendo impronte—probabilmente le mie.

 

 

 

 

 

 

Dark Song

 

 

Here we are in the park

with darkness crouched behind trees

and daylight dissolving over the city.

Something unbelievable is happening.

 

All day this ghost of knowledge

has whispered in my ear, all day

the very cracks in the footpath

seem significant. Something unbelievable

 

The meteor of your cigarette tip

swoops close to earth, hearth

of loving in a cold universe.

The playground swings grind their teeth

 

and pause. What else is there to say?

It is in our silences now, as in our voices,

that something unbelievable.

We are growing older.

 

 

 

 

 

Canto oscuro

 

 

Eccoci nel parco

con il buio acquattato dietro gli alberi

e la luce del giorno in dissolvenza sulla città.

Qualcosa d’incredibile sta avvenendo.

 

Tutto il giorno questo fantasma della conoscenza

mi ha sussurrato all’orecchio, tutto il giorno

i numerosi schianti sul sentiero

sembrano avere un senso. Qualcosa d’incredibile

 

la meteora della punta della tua sigaretta

piomba vicino alla terra, focolare

d’amore in un universo freddo.

Le altalene del cortile digrignano i denti

 

e si fermano. Che altro c’è da dire?

È nei nostri silenzi ora, come nelle nostre voci,

quel qualcosa d’incredibile.

Stiamo invecchiando.

 

 

 

 

For S with AIDS

 

 

When a star dies, my love, my man,

when it gets so tired, burnt out, so heavy,

it starts to fall back into itself,

it starts to grow in density, shrink

until, at last, there comes a time

when light escapes from it no more,

when time means nothing any more,

when science, naming and love itself

wring their hands at the hospital door.

Nothingness, absence, passing, loss …

our secret, sleeping partners, S.

 

 

2.

 

Ouroboros, the mythological serpent

consuming itself, renewing itself,

the snake of Eden, snake of the tree,

the serpent coiled round the staff of being

still found on local chemists’ signs,

like the one where you binged on vitamins—

what was it, three years back?—all set

to fight what you were sure was ‘flu,

then toothache, backache, headache, gout…

Now your name cannot be spoken here

in these half-lit corridors leading nowhere

but I can hear your playful hiss,

snake brother, snake lover, S.

 

3.

 

Close up, the red-shift of apple skin

is a microcosm of the universe,

at once unbounded and finite.

See, what they did not tell us, S,

was that in Eden there were many trees

and many apples on their boughs,

on the skin of each whole galaxies,

in the core a constellation of seeds.

Unpicked the apple would still have fallen

to return to death and be born again

in whole new trees, in each apple of which

new seeds, new orchards, whole new Edens.

 

PS—And S, the snake’s sloughed skin

is what he was, or will be, not what he is.

 

 

 

 

 

Per S malato di AIDS

 

 

Quando una stella muore, mio amore, mio uomo,

quando è ormai così stanca, esaurita, pesante,

comincia a ricadere in se stessa,

comincia a crescere in densità, a ritrarsi,

finché, infine, arriva un momento

in cui la luce non fugge più da lei,

quando il tempo non significa più nulla,

quando scienza, nominazione e l’amore stesso

si torcono le mani sulla porta dell’ospedale.

Nullità, assenza, passaggio, perdita…

i compagni segreti con cui dormiamo, S.

 

 

2.

 

Uroboro, il serpente mitologico

che si consuma, che si rinnova,

il serpente dell’Eden, serpente dell’albero,

il serpente arrotolato attorno al bastone dell’essere

che ancora si trova sulle insegne delle farmacie locali,

come quella dove t’imbottivi di vitamine—

cos’era, tre anni fa?—tutto pronto

a combattere quella che eri sicuro fosse influenza,

poi mal di denti, mal di schiena, mal di testa, gotta…

Adesso il tuo nome qui non si può pronunciare

in questi corridoi in penombra che non portano

da nessuna parte, ma sento il tuo sibilo giocoso,

fratello serpente, serpente amante, S.

 

3.

 

Da vicino il rosso mutare della pelle di mela

è un microcosmo dell’universo

sconfinato e finito al contempo.

Vedi, quel che non ci dissero, S,

è che nell’Eden c’erano molti alberi

e molte mele sui rami,

sulla buccia di ciascuna una galassia intera,

nel torsolo una costellazione di semi.

Non colta la mela doveva ancora cadere

per tornare alla morte e nascere di nuovo

in nuovi alberi intatti, in ogni mela da cui

nuovi semi, nuovi frutteti, nuovi Eden intatti.

 

PS—Ed S, la pelle dismessa del serpente

è quel che era, o sarà, non quel che è.

 

 

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