Collana Libellule - Contemporary French Poetry

Jean-Claude Tardif, Della vita lenta, Kolibris 2010

COLLANA LIBELLULE

Poesia francese contemporanea
Jean-Claude Tardif, Della vita lenta
Prefazione e traduzione di Chiara De Luca
Con una nota di Gianluca Chierici
ISBN 978-88-96263-41-9
pp. 140, € 12,00

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Novembre non si agita, s’incolla alla consuetudine, ostinato e colmo di rappresaglie. Respira i mali del sale, più simile a un presagio che al terrore, più vicino a una nuova leggenda che all’eterno dimenticare. Dorme un indovino nell’autunno di queste pagine, una speranza che custodisce evocazione e modestia. Un’andatura paziente che scopre la vita nel suo incedere. Ci sono regole non scritte che trasformano la nostra esistenza. Che ci permettono di credere alle fiabe. Regole che arrivano da altrove. Dal fumo della pipa, da un treno che solca il bosco, dai piedi di una bimba che gioca a Mondo. Buttiamo il gessetto per terra. Chi andrà fino all’inferno? Chi ne ha preservato il ricordo? Una memoria di nomi impronunciabili emerge dal bordo dei giardini, amori affamati che hanno smarrito il ritorno– diventano lontananze, voli di piccioni. In questo libro di Jean Claude Tardif i confini sono aspri. Semplicità e silenzio come labbra di un’unica bocca, si contendono ogni sillaba, ogni piccolo tremore. Sulle panchine, un sole timido scalda le copertine dei libri. Tra un clacson lontano e le ultime tracce di rugiada, piccoli fuochi sonnecchiano nei riflessi delle finestre, concedendo ai versi il giusto tepore, l’eco di un cielo delicato. Da questi risvegli il reale affiora come uno spettacolo raro. Che va colto tra i fumi dei camini, nel vivere comune del pane sulle tavole. La poesia percorre vie impervie, tracciando un credo che non dà risposte. Si affaccia con rispetto alle soglie del racconto, in un movimento lieve, oltrepassa i rumori senza agonie. Sfugge al tempo, firma le ossa dello smarrimento. Qui nasce una misura senza la quale gli spasmi sarebbero violenti,un metro velato che accarezza il viso con dolcezza, donando al profondo un continuo riaffiorare di parole. Una febbre leggera che cesella storie brevi, alle quali è necessario prestate orecchio, per far si che il cuore ne assapori la natura di miele e lupi. L’anima di Della vita lenta è intrisa di rifugi, di periferie e vagabondi vicini alla danza della sera– d’un pianto che cerca l’angolo più caldo del libro, per perdere la pettinatura in un bacio, per sciogliere il destino delle atrocità, in un testo che si posa sui nostri occhi, attraversandoci, come fossimo salici al vento.

Gianluca Chierici


La difficile convivenza di silenzio e rumore, di parola e tacere è architrave della poetica di Tardif, poggiata su versi ora concreti e radicati, ora abbandonati alla spaventosa libertà dello slancio nell’oltre. Il verso di Tardif si presenta infatti come collana di parola (di) pietra in bilico sul ciglio del precipizio, tra la levità del volo e la gravità della caduta, come “parole appese”, tra abissi gravidi di silenzi e altitudini dove il grido si disperde riverberato all’infinito dall’eco. E allo stesso modo si centellina nei “piccoli rumori della vita”, verso i quali il poeta porge l’orecchio come quando era bambino, attento, teso, in bilico come le proprie stesse parole sospese a un rinunciato equilibrio. Perché “Lui è delle parole che danno da vivere; / con il loro gusto di timo, di miele; / di piogge a novembre”; è nelle parole come pane da spezzare e offrire, così come nella briciole del verso rimaste dal pasto consumato da una memoria vorace. Che non lascia scampo né pace al poeta, incline, come l’adolescente della sua poesia, a sognare “di non sognare più per abbandonarsi alla parola”. A sognare cioè di essere presente, incarnando un silenzio di ricordi e grida di futuro, per essere abbandono di parole, ovvero esistere in parole (abban)donate nel momento stesso in cui le si incarna, come quei “disastrosi viaggiatori” “che da tanto tempo / hanno smarrito carte e bussola / del ritorno”, eppure felicemente errano, a occhi aperti, ricettivi e pronti e attenti all’altro, all’oltre.

Dalla prefazione di Chiara De Luca

*

La nuit n’est ni plus sereine

ni plus inquiète

qu’au solstice

partagée simplement

entre le désir de mots

qui la contraignent

et les beautés du silence

*

La notte non è più serena

né più inquieta

che al solstizio

semplicemente contesa

tra il desiderio delle parole

che la opprimono

e le bellezze del silenzio

*

Silences où je n’oserai plus ton prénom

jonquille étrange des matins d’hiver

alors que le ciel sera si léger

Te soulever au-dessus de mon visage

sera souvenir de nuage,

histoire de neige

reflets de ces contes que je ne dirai plus

pour mieux les savoir sur tes lèvres

piquetées de chants d’oiseaux

et de la fièvre qui davantage

nous fait adorer nos vieilles jeunesses

*

Silenzi in cui non oserò più il tuo nome

strana giunchiglia dei mattini d’inverno

quando il cielo sarà così leggero

Sollevarti al di sopra del mio viso

sarà ricordo di nuvola,

storia di neve

riflessi dei racconti che non narrerò più

per meglio saperli sulle tue labbra

punteggiate di canti di uccelli

e la febbre che più a lungo

ci fa adorare le nostre vecchie giovinezze

*

Il est des mots qui donnent à vivre

avec leur goût de thym, de miel ;

de pluies en novembre

quand les femmes ressemblent à leur tristesse

Des mots coupés, frais, sur la table,

pains blancs mangés des yeux

où s’abreuvent des îles

et des poitrines à jeun

tendues, voiles d’adolescente

qui rêve qu’elle ne rêve plus,

s’abandonne à la parole

*

Lui è delle parole che danno da vivere;

con il loro gusto di timo, di miele;

di piogge a novembre

quando le donne somigliano alla loro tristezza

Di parole tagliate, fresche, sulla tavola,

pani bianchi mangiati degli occhi

dove si abbeverano isole

e petti a digiuno

tesi, veli d’adolescente

che sogna di non sognare più,

si abbandona alla parola

*

Léger coup de vent ou chevelure qui se défait —

C’est la bise sur la draille de l’épaule,

par millier des rêves d’animaux qui s’épuisent

une odeur qui se fait plus tendre,

un arôme qui assigne le moindre frisson

du bonheur.

Sur le mur la lumière s’attise

au même instant que le matin

et déjà le regret des pluies,

des ombres dures comme la jeunesse ;

demain viendront les vêtements d’hiver

les armoires plus lourdes de chêne

où s’endorment

et le pain et les morts

ainsi que l’amour que le temps affame

*

Lieve colpo di vento o la pettinatura che si disfa –

È il bacio sulla draglia della spalla,

di migliaia di animali che si sfiancano

un odore che si fa più tenue,

un aroma che fissa il minimo brivido

di gioia.

Sul muro la luce si attizza

nello stesso istante in cui il mattino

è già il rimpianto delle piogge,

delle ombre dure come la gioventù;

domani verranno gli abiti invernali

gli armadi più pesanti di quercia

dove si addormentano

il pane e i morti

così come l’amore che il tempo affama.

*

Près de la grille

le schéma d’un verdier

coupable de trop de fatigue,

d’avoir révéré le vol

les plumes de sa queue

ont la sévérité d’un éventail

de pénitente

qu’on ne pourrait pas refermer

le temps manquant soudain

face à la béance du ventre ;

œil ouvert sur la fuite de

milliers de moucherons,

de petits insectes plus anonymes

connus seulement de la dent du chat

*

Accanto al cancello

la sagoma di un verdello

colpevole di troppa fatica,

di aver venerato il volo

le piume della coda

hanno la severità di un ventaglio

da penitente

che non si potrebbe chiudere

mancando all’improvviso il tempo

di fronte alla beanza del ventre;

occhio aperto sulla fuga di

migliaia di moscerini,

di piccoli insetti più anonimi

noti soltanto al dente del gatto

*

Faire halte au village,

la main de l’ami nous dit les souvenirs ;

la fraîcheur des petits matins sous le saule

alors que la tourterelle à collier

trace ses nouveaux territoires

La nuit a ôté ses fers

et les forges de l’aube

marquent les filles de joies nouvelles —

une jupe de vent léger,

une odeur de vanille qui bouleverse

le chèvrefeuille

un rien nous prie d’être au Monde

le friselis d’un Saint-Amour

comme une première faute à la fontaine

(plus tard nous y verrons notre seule hardiesse)

Faire halte au village

à présent que l’ami siège dans l’album du regard,

y attendre le crépuscule

pour mieux croire en son lendemain

*

Fare sosta al villaggio,

la mano dell’amico ci dice i ricordi;

la freschezza dell’alba sotto il salice

mentre la tortora dal collare

traccia i suoi nuovi territori

La notte ha tolto i suoi ferri

e le fucine dell’alba

marcano le ragazze di gioie nuove–

una gonna di vento lieve,

un odore di vaniglia che scompiglia

il caprifoglio

un niente ci prega d’essere al Mondo

il fruscìo di un Saint-Amour

come una prima volta alla fontana

(più tardi ci vedremo la nostra sola audacia)

Fare sosta al villaggio

ora che l’amico si trova nell’album dello sguardo,

attendere là il crepuscolo

per meglio credere nel proprio domani.

*

Devant moi la fontaine des hommes assis,

non pas muette

mais pleine de retenue

pour les mots qu’elle prononce,

l’eau n’y murmure plus

mais nous dit sa geste

d’un simple mouvement du vent,

d’une aile de mouette

Dans l’immeuble d’en face,

derrière des rideaux ajourés,

un enfant en bas-âge

pleure.

Le voilage n’étouffe pas tout à fait son cri

mais fait qu’on l’ignore davantage

Les pigeons trottinent éperdument

par peur de l’orage qui s’achève

et les fait se souvenir

Dos au square et aux jeux d’enfants

je lis L’homme indécis d’Hofmannsfhal

la pluie comme seul repère

*

Davanti a me la fontana degli uomini seduti,

non muta

ma piena di riserbo

per le parole che pronuncia,

l’acqua non vi mormora più

ma ci dice il suo gesto

con un semplice movimento del vento,

d’ala di un gabbiano

Nel palazzo di fronte,

dietro le tendine ricamate,

un bimbo piccolo

piange

Il velo non ne smorza affatto il grido

ma contribuisce a far sì che lo si ignori

I piccioni zampettano disperatamente

per paura del temporale che finisce

e fa loro ricordare

Schiena al giardinetto e ai giochi dei bambini

leggo L’uomo indeciso di Hofmannsfhal

la pioggia per unico riparo

*

Parce que tant serrés

sur la chambre du cœur

les mots suffisent à peine à vous dire,

l’on vous devine parfois

dans le creux du silence,

dans l’œil mouillé du dernier venu,

dans sa façon de vous offrir

gîte et couvert

après avoir sorti la nappe blanche

en points d’Assise

rangée, jusqu’alors, dans les combles d’une

armoire

pressée d’ombre et de modestie.

Nous nous savons chez nous

soudain connaissons le goût du tabac tendu

et mettons un nom sur les photos qui dorment

*

Perché tanto strette

sulla stanza del cuore

le parole appena bastano a dirvi,

vi s’indovina talvolta

nell’incavo del silenzio,

nell’occhio umido dell’ultimo venuto,

nel suo modo di offrirvi

asilo e riparo

dopo aver tirato fuori la tovaglia bianca

in punto d’Assisi

riposta, fino ad allora, nel pieno di un

armadio

pressata d’ombra e di modestia.

Noi ci sappiamo a casa

a un tratto conosciamo il gusto del tabacco teso

e mettiamo un nome sulle foto che dormono

*

J’aime ces soleils de novembre,

ceux-là même qui n’ont jamais cru à l’été

par réalisme

mais qui s’obstinent encore

à réchauffer ce fond de bourgogne

qui m’accompagne alors que je vous parle

comme on fait à l’ordinaire

D’en bas me viennent

des bruits de cocottes mêlés aux rires

c’est l’automne,

les dernières éclaircies du corps

Tout se blottit

petits bonheurs du jour,

meubles d’archange

en l’attente d’un soleil blanc,

d’empreintes profondes

escroquées à la nuit

*

Amo questi soli di novembre,

anche quelli che non hanno mai creduto all’estate

per realismo

eppure ancora si ostinano

a riscaldare questo fondo di borgogna

che mi accompagna mentre vi parlo

come si fa di consueto

Dalla strada provengono

versi di galline mescolati alle risa

è l’autunno

le ultime schiarite del corpo

Tutto si rannicchia

piccole gioie del giorno

mobili d’arcangelo

in attesa di un sole bianco,

d’impronte profonde

estorte alla notte

Jean-Claude Tardif è nato nel 1963 a Rennes in una famiglia di operai e attualmente vive in un villaggio in Alta Normandia, non lontano da Le Havre. Poeta, narratore, autore di racconti, anima da più di dieci anni gli incontri di “Livre à dire” a Montivilliers, dove invita e presenta autori sia francesi che stranieri. Dal 1999 dirige la rivista «À l’Index». Ha collaborato alla curatela di numerose antologie dedicate alla poesia contemporanea, alcuni suoi testi sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, italiano, farçy, linguala… Ha pubblicato numerosi libri di poesia. La presente raccolta è parte di una trilogia che comprende Orcus (La Bartavell, 1995) e L’homme de peau (La Dragonne, 2002).

Werner Lambersy dice di lui: “Tardif è uno di quelli che inventano la vita laddove altri attendono che la vita li inventi…”

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