Collana Goldfinch - Poesia gallese contemporanea

John Powell Ward, L’ultimo anno verde, Kolibris 2011

COLLANA GOLDFINCH – Poesia gallese contemporanea
JOHN POWELL WARD, L’ultimo anno verde
ISBN 978-88-96263-43-3
pp. 134, € 12,00

 

“La tavolozza / degli alberi è rossa, chiazze gialle e / rosse di vernice e fornisce // anche pennelli / appuntiti per lavorare, / la carta del cielo”, scrive John Powell Ward in “Autunno”, una delle suite di poesie più belle che compongono L’ultimo anno verde, proiettandoci fin dalle prime pagine nell’universo prismatico di questa raccolta, dove ogni oggetto, ogni scaglia o frammento, di cosa o di ricordo, ogni foglia, boccio, filo d’erba (rilkianamente) sussurra, parla, domanda, provoca o urla, invocando una risposta, cercando comunione. Come “Autunno” ben sintetizza, la poesia di John Powell Ward non si accontenta di (de)scrivere il mondo, bensì spesso preferisce riscriverlo, ridisegnarlo, utilizzando però i colori e le sfumature che il mondo stesso mette a sua disposizione. Si tratta di colori nascosti, percepibili mediante un minuscolo scarto rispetto al consueto angolo visuale. Si tratta di sfumature celate e confuse appena sotto la prima superficie lieve delle cose, tra le venature delle foglie, tra le increspature delle acque e gli interstizi della corteccia, rivelate a un rapido colpo di vento, prima che la normalità di nuovo distenda impercettibile il suo velo. È in questi piccoli intervalli illuminati e illuminanti – che trascendono la luce del quotidiano per rifrangerla e moltiplicarla – che il poeta affina la visione e spalanca lo sguardo per cogliere quel che rapidissimo passa senza fermarsi, per poi subito sottrarsi. È in questi brevissimi attimi di accensione delle braci della visione che il poeta afferra la tavolozza della natura, che guida la sua mano sul pennello e tratteggia le proprie poesie, con pennellate brevi e decise, contorni nitidi e sicuri, che si sfuocano e sfumano divenendo a tratti altro. La poesia di John Powel Ward si scrive  e descrive sull’acqua, sull’erba, sul foglio grande del cielo da cui nasce, così come “i gambi delle foglie scrivono” i loro “acquerelli”, raccontano la propria storia e la storia di tutto quel che dal basso, dal piccolo hanno visto passare, crescere, svanire e tornare, con la successione delle stagioni, l’alternarsi delle fasi del giorno che a volte spezza il proprio ritmo per rispondere a quello – prodigiosamente fluttuante – dell’animo umano. Nella poesia di John Powel Ward immobile realtà concreta e surrealtà cangiante e metamorfica si mescono, fondono e con-fondono con l’immaginazione poetica, con lo slancio emotivo e la concretezza schiacciante, eppure evanescente e instabile, del ricordo, della rievocazione della propria o dell’altrui storia, affidata alla voce rapida del vento, al coro effervescente degli imprevedibili elementi. Ogni anno è per John Powell Ward un “ultimo anno verde” da carpire in ogni suo più piccolo aspetto, in ogni sua minuscola mutazione. Ogni anno è il primo e l’ultimo del mondo, il primo e l’ultimo di una vita vigile e consapevole della transitorietà propria e di tutto ciò che la circonda. Ma non per questo meno aperta e ricettiva e proiettata verso l’esterno, il diverso, da sé e dal già noto.

 

 

 

 

Autumn

1

Leaves hang, tossed,

some swept away on

the mudded stream,

some spiralling

and caught in clefts or

gutters to decay,

some to be shovelled

or broomed to plastic

dustbins and burnt,

some kicked by kids:

ail to end

on the earth

to the one level,

the last fall,

torn paper of the late

year’s schemes, wet, matter for peat,

leaf-skeletons, Seurat’s blobs,

curtain material or dress-design;

in hundreds in the porch,

on the steps, in the lane

ever to crop again;

in the woods under damp trees,

absolute, quiet, red-brown

and so beautiful.

 

 

 

 

 

Autunno

1

Foglie appese, scosse,

alcune spazzate via sul

fiume fangoso,

alcune turbinanti

e prese in fenditure

o grondaie per decomporsi,

alcune per essere spalate

o spazzate in pattumiere

di plastica e bruciate,

alcune calciate dai bambini:

malridotte per finire

sulla terra

verso l’unico livello,

l’ultima caduta,

carta stracciata degli ultimi

schemi dell’anno, umida, materia per torba,

scheletri di foglie, masse di Seurat,

materiale per tende o design d’abiti;

a centinaia nel portico,

sui gradini, sul sentiero,

da non raspare mai più;

nei boschi sotto gli alberi umidi,

assolute, quiete, brunite

e tanto belle

[…]


 

 

Winter

There is snow everywhere,

On roads, cart tracks,

A horizontal grave

It is a matter of levelling

And of falling

A frightened tree

Protrudes, like a beckoning

Arm, frozen in the ice.

Sleep safe little body,

Harm is not in your heart,

Not in your fissure

Nor was there unkindness

In such long whiteness.

Sleep safe beneath your tree.

 

 

 

 

 

Inverno

C’è neve ovunque,

su strade, piste di carri,

una tomba orizzontale

È questione di livellamento

e di caduta

un albero spaventato

si sporge, come un braccio che fa

un cenno, gelato nel ghiacccio.

Dormi tranquillo corpicino,

la ferita non è nel tuo cuore,

né nella tua fenditura

né c’era crudeltà

in un così lungo candore.

Dormi tranquillo sotto il tuo albero.

 

 

 

 

 

Flood

Not so bad as we’d feared,

a mess nonetheless; twigs and leaves

on the squishy beloved carpet

where the loss-adjuster is standing

well-heeled until this time.

One week on the dehumidifier,

its hum nightly sucking

wet vapours into its gut,

had made all dry or nearly dry.

Hero-friends mopped rain

from the rooms and mud

off the steps; our Barbours dripped.

All the water that Wales harbours

had banged on this door, or so it felt;

but water is kindly; seeks its level;

tries every other route; only the final

onslaught beats down last resistances,

and the tide pours in.

The grey-and-white sky

hangs over the bryn

opportunist and caustic

on coming back, soon.

 

 

 

 

 

Diluvio

Non così male come temevamo,

comunque un disastro; rami e foglie

dell’amato tappeto fangoso

dove il perito liquidatore sta in piedi

danaroso fino a ora.

Una settimana di deumidificatore,

il ronzio notturno che aspirava

vapori umidi nelle sue interiora,

aveva asciugato tutto o quasi.

Amici eroi raccolsero la pioggia

dalle stanze e il fango

dai gradini; i nostri barbour gocciavano.

Tutta l’acqua che il Galles può contenere

era esplosa contro questa porta, o sembrava;

ma l’acqua è gentile; cerca il suo livello;

tenta ogni altra pista; solo l’offensiva

finale abbatte le estreme resistenze,

e la marea si riversa all’interno.

Il cielo bianco e grigio

aleggia sulla collina

caustico e opportunista

sul ritornare, presto.

 

 

 

 

 

 

The Year We Lived Alone

The gentle scar of writing it

Gets old, the only way to show

The full-blown cabbage-rose you grow;

Each petal wraps an inner one;

So does a poem’s outsider lines.

We only need the house the day

We leave it, yet this doesn’t say

Our lives are meaningless flat runs

Of arbitrary change. For sure,

The life and poem are written out

From something deeper, as though we

Grew from its soil; we are the words

Its mind thinks, we the ink its pen

Writes, we the holiday-slides it took

One summer then threw sharply on

A screen. It happened markedly

That way the year we lived alone,

Obscure. Those autumn evenings when

We lit the fire and read, we liked,

The same time’s afternoons were sad

And fiercely lonely; and yet now

It is those afternoons I miss,

As though a stream’s two eddies wound

Around each other. To have and see

Were two distinct acts of the mind,

So separate. We find a new

Phase in the evolution, this

Seems just to beam on us and show

Us what we make. For hours the sea,

Not us, reflects sun back and writes

A scrawly writing in its waves,

Blinking the heat that smiles at it.

Both know what they’re doing, possess

The energy I thought of at

The start or which occasioned me

To write so, or that seemed to be.

 

 

 

L’anno che vivemmo soli

La delicata ferita di scriverlo

invecchia, il solo modo di mostrare

la rosa centifoglia in rigoglio che crescesti,

ogni petalo ne avvolge uno interiore;

ed è così che riveste il forestiero di una poesia.

Abbiamo bisogno della casa solo il giorno

che la lasciamo, eppure ciò non significa

che le nostre vite siano insignificanti corse piatte

di cambiamenti arbitrari. Sicuramente,

vita e poesia sono scritte da

qualcosa di profondo, come fosse dal suo

suolo che cresciamo; siamo le parole che pensa

la sua mente, l’inchiostro che la sua penna

scrive, le diaspositive della vacanza che prese

un’estate per sbatterle poi su uno

schermo. È così che chiaramente avvenne

l’anno che vivemmo soli,

oscuri. Quelle sere d’autunno in cui

accendevamo il fuoco e leggevamo, ci piaceva,

i pomeriggi al contempo erano tristi

e ferocemente soli, eppure ora

sono quei pomeriggi che mi mancano,

come una ferita di due mulinelli del fiume

l’uno attorno all’altro. Avere e vedere

erano due atti distinti della mente,

così separati. Troviamo una nuova

fase nell’evoluzione, questa

sembra proprio illuminarci e mostrarci

cosa abbiamo fatto. Per ore il mare,

non noi, rifrange il sole e gli scrive

uno scarabocchio tra le onde,

mentre ammicca il calore che gli sorride.

Entrambi sappiamo quel che fanno, possediamo

l’energia cui pensavo in

principio o che mi spingeva

a scrivere così, o che sembrava.

 

 

 

 

Water

He slid barefoot across the frictionless

white tiles, he bulged his face in the mercury

bath-taps, he relieved himself and felt

that pleasure, he ran water and the clinging soap

left its scent on his wrists and even his shirt-sleeves.

He wrung out his flannel, he took his pill,

he combed and shaved and rubbed and picked and polished,

he shaped his clothing from bottom to top and was

devoid of grit, perspiration, dandruff, fruit-

stains or anything but the thick wooden touch of

open pores and a lemon tinge to his temples, and

yet the decades’ voice inches from his ear continued

its economie gloss and dull report: unclean, unclean…

 

 

 

 

Acqua

Scivolò scalzo sulle lisce piastrelle

bianche, si gonfiò il viso contro i rubinetti

di mercurio, si riprese e sentì quel piacere,

fece scorrere acqua e sapone appiccicoso

se ne lasciò l’odore sui polsini e fin sulle maniche.

Strizzò l’asciugamano, prese la sua pastiglia,

si pettinò e rasò e strofinò e pizzicò e lucidò,

spazzolò gli abiti da cima a fondo e fu

vuotato di polvere, sudore, forfora, macchie

di frutta e tutto a parte lo spesso tocco lanoso di

pori aperti e pizzico di limone sulle tempie, eppure

la voce dei decenni gli sguscia dall’orecchio e prosegue

il suo lucido e sordo resoconto: sporco, sporco…

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