Orly - Belgian Collection

“Lettera a mio padre”, di Werner Lambersy

in Diario di un ateo provvisorio, Kolibris 2009

WERNER LAMBERSY
Diario di un ateo provvisorio
Traduzione di Chiara De Luca
Collana Orly – poesia belga contemporanea
ISBN 978-88-96263-07-5
pp. 196, € 12,00

 

“La bellezza è l’ultimo ostacolo / da opporre alle dittature “, scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s’intende qui l’intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue “esorbitanti promesse”. Sia che essa descriva il dolore – “di cui so che ha / a che fare con la bellezza” –, la solitudine, l’assenza, la tristezza, sia che essa  descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.
“La libertà è lo spazio che  lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata”. Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all’effimero, in cui si “uccidono vìolano / assassinano continenti”; in cui “un proiettile in testa / è l’argomento dei credenti”; in cui “La fame è l’arma anonima / delle multinazionali”. Mentre la poesia “fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto”. Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia “che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto”.
Così mentre “un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti”, mentre “surfiamo, scivoliamo” alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo “emozione”, sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola  la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.
Il Diario si presenta come una sola grande poesia straordinariamente coesa, i cui singoli componimenti  possiedono una propria pregnanza che li rende a sé stanti e indipendenti dal tutto, eppure sono al contempo collegati gli uni agli altri in un procedimento dialogico, spesso paradossale, che si nutre del silenzio per dargli voce, che “provvisoriamente” nega dio per collocarlo nel futuro, quale possibilità nascente dall’assenza di  dogmi e dalla forza di fedi e ragioni. Dal rifiuto di accettare il Male come necessario.
Allo stesso modo il poeta, nell’intensa Lettera,  si rivolge a un padre da sempre assente e distante, cui deve “di essere nato / dal nulla / insolvente per la vita”. E lo fa senza  cercare “di riconciliare / gli opposti inconciliabili”, bensì forte della consapevolezza “che scrivendo a qualcuno / spesso si scrive a se stessi”. Ed in questo risiedono  la bellezza e  lo spavento della poesia.

 

Chiara De Luca

Visto che per lettera mi hai

messo in aspettativa

della tua morte

 

dei tuoi funerali

 

e del dovere di portarti

più lontano

come ho fatto

portando volontariamente

il tuo nome

 

visto che eccolo tuo figlio

in partibus

 

bastardo di fatto

senz’altro patrimonio che

tradire

in nome dell’incerta taglia posta

sul mio essere me stesso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

visto che mi pensi

come io ti penso

nell’amore desolato

di quelli che uno stesso sangue

separa

 

sappi allora questa

che è la mia favola per

sopravvivere

 

avevo dieci anni

quando sono nato ad Auschwitz

 

mio padre lo chiamavo Notte

e mia madre Nebbia

tu avevi scontato

la pena di arruolato volontario

nella Waffen SS

 

Fino in fondo

ai tuoi occhi qualche

cosa

 

temeva e piangeva

al contempo

 

 

 

 

 

 

 

dell’infanzia non avrò

che questo buco nero

di cui sembravi ancora

portare l’uniforme

tenebrosa

 

un fratello tutto vestito

di morte mi seguiva

avrebbe potuto vincere

la guerra

 

di mamma non sapevo

che la sua menzogna

e l’opera barocca del

suo amore

 

è morta

portandosi ciò che ha creduto

di dovermi nascondere

 

ovvero quasi

tutto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la gioia, lei pensava

era a quel prezzo si sa

quel che comporta

 

la rivolta

e la disperazione ne sono

solo la moneta spicciola

 

ma è così che ho conosciuto

la poesia

come inevitabile

 

sono nato ad Auschwitz

da genitori ebrei

anonimi e scomparsi dentro

l’inferno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lo saprai soltanto

nel momento in cui avrò

speso cinquant’anni

sul percorso

 

come a ritroso per tornarti

 

ne chiedo perdono

al popolo ebraico che non deve

considerarmi come

uno dei suoi

 

piuttosto come un ostaggio

 

che si sarebbe consegnato per

spezzare l’ingranaggio

dell’odio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

per impedire

che tutto ciò ricominci

 

qualunque sia il nome

delle vittime

 

poiché come le serpi la bestia

anche in noi

non ha una sola pelle

 

leggendomi

saprai dunque di te

la cui bontà credo

evidente

 

che hai messo al mondo

proprio quello che

volevi estirparne

 

avrai sbagliato per

rabbia e anche

fedeltà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

non mi vendico

non pago debiti

non risolvo problemi

 

solo esprimo il sobbalzo

teso a salvare

 

me

e i figli che ho tra

gli uomini che vorrei

vedere fratelli

 

qualsiasi rimprovero abbia

a muover loro

e a te per primo

 

come a me per

ultimo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tu hai dunque appreso

quel che in fondo temevi

maggiormente

 

che

farai per sempre parte

delle vittime

 

che questo ti spaventava

al punto da gettare la tua miseria

di affamato

nel campo degli affamatori

 

che a loro andavano dicendo

la fame

esiste solo per i folli

e i deboli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ti volevi forte

ti volevi nuovo

e così cadevi

dentro la più vecchia delle storie

 

quella del diritto del più forte

quella che presto

o tardi ti conduce

a incontrare chi è di te più forte

 

le nostre rispettive età ci avranno

insegnato almeno questo

ma il mondo rischia

ancora oggi di morirne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

quel che è così spezzato dalla

violenza

partecipa in tal modo

alla natura dell’uomo

 

ne deriva che il dolore

che si prova

ferma il mondo trasforma

il mondo e gli uomini

in oggetti statici

 

cose incomprensibili

senza legami senz’armonia

dunque senza amore e

disperatamente

soli

 

e io questo non lo voglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mi dicevi

l’amore non è questione

di volontà

 

è vero

nella misura in cui la volontà

consiste nel custodirne

il progetto

e l’ambizione

 

c’è da sottolineare

che questi valori li ritrovavi

quando parlavi

dell’amicizia

 

della dignità nella sventura

dei tuoi compagni di cella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

avrò avuto altri padri

lo sai

tra cui uno che mi crebbe

nell’amore per l’arte e

la solitudine

 

e altri ancora

che mi pubblicarono facendosi

carico di ricavarmi il mio

posto tra gli uomini

 

tu scegliesti

di abbandonarmi a loro per

il mio bene

 

ma ciò significò aumentare

il peso delle domande senza

risposta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ecco quel che di me fece

questa canaglia di cuore

 

questa sottomissione all’ordine

che ritenevi nobile

rinunciarvi fu

all’origine

del mio disordine

 

del mio eterno contropiede

sociale

è un classico

 

ma gli specchi conservano

qualcosa di quel

che riflettono

 

questa cosa mi ha sempre

ossessionato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ti devo di essere nato

dal nulla

insolvente per la vita

 

devo alla vita il rispetto

che passa attraverso di te

evoè e che il verbo sia

la vigna dell’ebbrezza

nell’assoluto

 

dove attendevo di nascere

 

conosco le mie incoerenze

e non mi sforzo più

di eliminarle

 

ma di sfruttarle

come un filone aurifero nativo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

è ringraziare anche di

quanto sia irriducibile

la parola

irreprensibile la poesia

 

queste due ricchezze

nessuna delle quali si deve custodire

per sé soli

 

che di proprio lasciano soltanto

quel che si perde

 

il miracolo dell’improbabile e

la vittoria del caso

sulla logica

 

resteremo sempre nella

libera esultanza del progetto

impossibile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

non cerco di riconciliare

gli opposti inconciliabili

 

ma è

che scrivendo a qualcuno

spesso si scrive a se stessi

 

non sono tanto invadente da

convincermi attraverso di te

che sia possibile il cambiamento

 

e addirittura sia la regola

di cui è principio

il disordine

 

fin dall’inizio ho saputo

che sarei stato divulgatore

di un dolore un desiderio e un

dubbio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il dubbio toccherebbe l’idea

del padre

 

né dio né mio padre

è è stato ma sarà

quando non gli saremo più

di ostacolo

 

quando non saremo più

zavorra che li trattiene

nel futuro

 

quando tutto sarà cominciato

il bisogno del bello

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il desiderio si terrebbe il

più vicino possibile alla vita

 

la vita allora avrebbe senso

avrebbe ragione su tutto

sarebbe la soluzione ultima

 

tanto paradossale e

necessaria da somigliare

alla morte

 

il ragionevole conterebbe

sull’eccesso per durare

 

si vedrebbe

nello sperpero

il principio d’economia semplice

dell’eternità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

resta il dolore

di cui so che ha

a che fare con la bellezza

 

tu mi scrivevi un tempo

per spiegare il mondo

che c’è soltanto il vaso

di ferro contro il vaso

d’argilla

 

io non ci credo affatto

una volta che il vaso

di argilla è rotto c’è

il sentimento terribile

di una mancanza

 

manca qualcosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

che il senso che abbiamo

della nostra fragilità

ci fa amare come

indispensabile

 

e verso cui orientiamo

i nostri sforzi

 

così come della poesia

per avvertirne nella

carne

la forza costitutiva e

fondante

 

a che pro altrimenti tante

parole che non vanno

da nessuna parte

 

di questo volevo parlarti

un’ultima volta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

perché so che attraverso i nostri

silenzi

tu mi pensi

come ti penso

 

senza odio né amarezza

e senza niente

da dirci

 

oltre quel che sogno mentre

guardo con

una bolla strana in

gola

 

giocare attorno a me

i miei figli e più lontano in

una visione confusa

 

i figli dei miei figli

 

 




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