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Laura Fusco, – Aqua nuda -, Kolibris, aprile 2011


COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

LAURA FUSCO, – Aqua nuda –

Prefazione di Camilla Torre

ISBN 978-88-96263-47-1

pp. 88, € 12,00

Persefone, la violinista di Parigi, la donna dei tulipani, l’adolescente suicida, la strana ragazza di Ur, la vittima di una violenza.

Figure mitiche e magiche, proiettate nelle scene di città e metropoli dei giorni nostri (Parigi, Milano, Istanbul…), in metropolitane e supermercati, giardini e locali notturni; in luoghi “ageografici” e senza tempo, regni o città antiche come la Ur babilonese.

Luoghi dello spazio, del tempo, dell’anima che s’intrecciano in una geografia in continua mutazione. Chi legge la ripercorre secondo la propria personale mappa emotiva e semantica, svelando se stesso attraverso successivi labirinti scenici. Si ritrova in queste figure femminili che assumono tutta la forza delle figure mitologiche, come esistite da sempre, ancor prima di essere cantate. Diventa protagonista delle loro vicende, che avvincono per quel senso misto di familiarità e mistero che è proprio del déjà-vu.

È la forma di potente alchimia tra reciproci universi interiori che Laura Fusco instaura da sempre con il lettore, come da regista con lo spettatore.

– Aqua nuda – ha il respiro della prosa che nasconde endecasillabi, il ritmo e la musica della poesia. Nei versi, spesso lunghi, ci si imbatte in frasi rubate al quotidiano e frammenti di dialoghi che riconducono al teatro. È un viaggio tra linguaggi artistici, verbali e non (la prosa, la poesia, la danza, la pittura, il teatro) che rispecchia l’amore della poetessa per i luoghi di transizione e la dialettica tra opposti: interiorità e fisicità, visionarietà e quotidianità, mito e realtà. E un invito al lettore a condividere l’esperienza di quel viaggio, che è radice della sua vita e della sua attività, che non segue né lascia percorsi e amori, ma è vissuto come un errare, uno smarrire la via. Perdersi per intraprendere la queste, la ricerca più intima. Per ritrovarsi, dopo avere attraversato passaggi oscuri e luminosi.

*

Alberi che vanno via,

il fragore di isola della pelle.

Nella scena azzurra dell’aria

piatti sui davanzali delle due finestre,

la febbre del pensare,

poi la stanchezza, guardando le nubi come un film,

l’appartamento dove abbiamo lasciato le parole,

l’ora del fuoco, del profumo

di arance, in attesa che venisse l’adesso.

Volevamo che la stanza volasse.

Volò.

Chiudi la finestra, dicevi.

La mezzaluna sulla mia lingua

congiunta alla tua

per diventare luna.

*

Ho visto il lampadario di ghiaccio di Amleto sciogliersi in scena

con il ritmo ossessivo di un cuore

che rimane a recitare invece di bruciare.

Il danzatore di Bejart, con la barba sfatta,

è scappato perché gli faceva male il mondo.

Per due anni ha dormito nei parchi

per sciogliere quel nodo.

Lo capisco dall’odore immenso di magnolia

che non sta tra il piatto e la sedia

mentre cena,

perennemente in bilico

su qualcosa di pericoloso,

come un lampo,

una morte

protratta e portata

prigioniera.

*

Vedendo tutto quel rosso

ti chiederai come facesse a stare dentro di lei,

dentro le carezze che dava al suo gatto,

dentro le lezioni di dizione e le prove a cui andava da tre mesi,

nella pausa pranzo.

Per farlo

Marianne ha usato le lamette per depilarsi.

Si è immersa come una diva nella vasca smaltata.

E ha detto al nulla

le parole del balcone.

*

La luce cambia ma non succede.

La foresta perde i fiori e le piante nell’ombra.

Persefone guida da ore.

Non ha sonno.

Non ha fame.

Avanza il riso nel piatto e scruta i segni,

cosa possono dire

le impronte di un uomo sul bicchiere,

sul caldo del braccio.

Da quando la cerca non si lava da addosso nessun grano di polvere,

nessun essere sfiorata,

mentre il tempo la cresce da dentro,

la porta via come da una musica.

*

Il taxi va veloce.

Attraversa le curve, il fiume, taglia

le diagonali tra le fabbriche.

C’è un grande silenzio,

un grande freddo contro cui

il cappotto non serve, lascia entrare

le correnti.

Un elenco stracciato

di cose che non ricordi

ti è caduto.

*

C’è afa e a mezzogiorno il bosco avanza,

come aveva già fatto quella volta col re.

Sulla parete il segno della mano,

per terra l’argento delle custodie, 

l’ascensore con le sue voci che continuano a passare, 

in mezzo all’afa della mezza estate.

Poi ci fermiamo e all’improvviso 

abbiamo voglia di navigli e di erba sulle aiuole,

e di barcone ancorato per l’ultima chiara,

mentre la sera si fa grande.

Ai venti alle cinque

un odore penetrante di foglie

annuncia la fine degli occhi e dello struscio

sull’acqua.

La porta di casa spalancata

ci prende alle spalle.

*

C’era un’elettricità immensa.

Avvolgeva la casa senza aria

piena di lampi e cieli color piombo e zafferano

e di gesti attoniti che raccoglievano le sedie.

E c’era un vento di orli fluttuanti di gonne

e bordi di maglioni

che forse erano stati aderenti

e forse erano serviti a vestire

corpi indaffarati

a esistere.

Poi la pioggia ha portato via l’alea sospesa

dei movimenti che cercavano la vita,

ha allagato il riflesso del cielo

e obbligato

le parole

a entrare

come lame.

*

Le serrature sprangate tre volte dentro al corpo.

Il sangue nel lavandino,

vicino al rossetto.

Il suo farsi rosso man mano che esce.

La luce che brucia come un accendino.

La pelle chiusa a chiave.

Su cui passi ghiaccio e spugna.

Il blu sbavato sugli zigomi il bruciore

di esserci ancora.


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