Collana Snáthaid Mhór - Poesia irlandese contemporanea

THEO DORGAN, “Ellenica”, Kolibris 2011

Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea

THEO DORGAN, Ellenica

Traduzione e curatela di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-48-8

pp. 150, € 15,00

“Mi vidi invecchiare là in un mondo piccolo, / mi rifiutai. E prese piede il sogno di un altrove”, scrive Theo Dorgan rievocando la propria infanzia. Ed è da questa paura dell’immobilità, di fronte alla prospettiva della prigionia in un mondo limitato e uguale, che nasce la sua ansia del viaggio, il senso del movimento come accrescimento d’esperienza interiore ed esteriore incessante, il desiderio inesausto, trascinante, di un mitico altrove che non è segnato sulle carte, né circoscritto e costretto da alcun confine. In Ellenica questo paesaggio dell’anima si identifica con la Grecia, dove l’autore ritrova e porta allo scoperto le proprie radici autentiche mediante un paziente lavoro di scavo e rievocazione, svolto alla confluenza tra passato e presente, nell’intersezione tra cielo e terra all’orizzonte evanescente segnato dal mare onnipresente. Per Theo Dorgan la Grecia rappresenta il luogo in cui le generazioni passate e quelle attuali si incontrano e scontrano, arricchendosi mutualmente. La Grecia diviene perciò terra franca in cui trascendere “la vita che dobbiamo chiamare reale”, in virtù dell’immaginario potenziato di sogno e mito, territorio vergine in cui esplicare all’ennesima potenza “la grande libertà distorta della nostra arte”, il respiro che la routine della vita d’ogni giorno sopisce e strema. Non c’è in questa visione ideale un tradimento delle proprie origini, né un tentativo di rinnegare la propria identità nazionale, bensì il riconoscimento pieno e l’affermazione alta della propria cittadinanza spirituale al di là di qualsiasi tentativo di geografica collocazione. “Una cosa è la mia nazione, l’altra il luogo che mi appartiene”, scrive infatti Theo Dorgan, rivendicando la libertà di ricollocare la propria appartenenza nell’assenza e nella distanza, di riconoscere infine, dopo tanto cercare, che “casa è dove cresce il cuore”, dove il cuore si alimenta e gonfia di mille rivoli di senso ed esperienza. Quello di Theo Dorgan è un elogio della fuga dalle costrizioni del Sé e dell’attorno, pur nella consapevolezza che “La voce da cui ti allontani talvolta ti scoverà”, che non ci si può cioè sottrarre al proprio destino, fissato dalle catene ora lente, ora serrate del ricordo. Fuggire non significa infatti cedere alla resa, bensì abbracciare la convinzione che “vivere la vita non è semplice come attraversare l’oceano”, ma è affrontare rotte ignote in condizioni incerte, tra tempeste impietose e schiarite sempre troppo brevi, onde imprevedibili e inabissati flussi di correnti. Nella precarietà estrema in cui l’uomo si ritrova a vivere e lottare esiste però un appiglio, un’ancora di salvezza, costituita dal mito, “grande campana di bronzo appesa / alle stelle e ai travicelli della nostra storia”, canto che si tiene e guida, affinché ci liberiamo da ogni residua sovrastruttura, riconoscendo la nostra identità nel suono sospeso che ci riecheggia e somiglia.

Chiara De Luca

 

 

Taverna on the Beach

Pomegranate thumbed open to reveal generations,

apple split to its white heart of flesh.

Ultramarine waters lap at stone,

lacing our days of light with drift of salt.

All night we cry and laugh and you

taste ash of apple on my skin—

delighting in apple, pomegranate, light and salt.

Deep in your veins you carry light and salt,

testing the fruit, breath pulsing under skin,

and unexpected urgencies push through—

laughter a remedy for the deep fault

under the streets, the reek of ancient stone.

All that the heart and mind can learn from flesh

piled in a rampart against the dead generations.

Taverna sulla spiaggia

Melagrane aperte col pollice a rivelare generazioni,

mela spaccata fino al bianco cuore di carne.

Acque d’oltremare lambiscono la pietra,

orlando i nostri giorni in luce di una nube di sale.

Tutta la notte gridiamo e ridiamo e tu

mi assaggi cenere di mela sulla pelle–

godendoti mela, melagrana, luce e sale.

In fondo alle vene ti scorrono luce e sale,

testando il frutto, fiato ti pulsa sottopelle,

e inattese urgenze vi filtrano attraverso–

ridere è rimedio alla colpa profonda

sotto le strade, il fetore di pietra antica.

Tutto quel che cuore e mente possono imparare dalla carne

ammassato in un bastione contro le generazioni andate.

Inland

Cicadas drizzling through the marsh bamboo,

a bend in the road; a crescent of white dust

laid on the red earth, a full stop in shade.

Buzz of a three-wheeler, far off up the mountain.

A blank plaque of heat, the pewter sea.

An oiled sheet of tin, the grey-blue sky.

Here is the perfect place for grief

to lie coiled in ambush.

I have seen such places in the world before.

I turn and make my way back towards the beach.

Entroterra

Cicale che gocciano tra i bamboo della palude,

un’ansa della strada; una mezzaluna di polvere bianca

posata sulla terra rossa, un punto nell’ombra.

Ronzio di triciclo, lassù in alto sulle montagne.

Una lastra di calore vuota, il mare di peltro.

Una lamina oleosa di stagno, il cielo grigio azzurro.

Questo è il posto perfetto perché il dolore

se ne stia nell’ombra raggomitolato.

Ho già visto luoghi simili nel mondo.

Mi volto e mi riapro un varco verso la spiaggia.

A Farm on the Edge of Ocean

A farm on the edge of ocean.

Close-cropped grass,

musk of some resiny herb, a few low thorns,

stone and dry red earth, the sea beneath.

Blue house under stark pines,

a dog in the doorway barking and barking

until the vaulted sky booms back

and the downpour black is scythed through by light.

I scramble downhill for shelter,

rock to rock, fork-legged, antic,

scattering thin sheep.

The fear so immediate, striking deep.

Una fattoria in riva dell’oceano

Una fattoria in riva dell’oceano.

prato rasato, muschio

di qualche erba resinosa, e qualche biancospino,

terra asciutta e pietrosa, mare al di sotto.

Una casa azzurra sotto pini robusti,

un cane sulla soglia abbaia e abbaia

finché il cielo a volta lo riecheggia

e il rovescio nero è falciato dalla luce.

Sfreccio giù per la collina in cerca di riparo,

roccia dopo roccia biforcuta, antica,

disperdendo pecore smagrite. La paura

di un abisso tanto immediato, spaventoso.

Nikos

Every day he swims straight out from shore.

A mile out. A mile back.

Every day Angela sits here and watches.

Fifty years of this.

As a parting gift, I leave her my binoculars.

She is politely puzzled, mild.

To watch him drown, I say.

A smile, a long slow smile.

She lifts her chin. He laughs, he turns away.

Nikos

Ogni giorno lui si allontana a nuoto dalla riva.

Un miglio all’andata. Un miglio al ritorno.

Ogni giorno Angela si siede qui e osserva.

Va così da cinquant’anni.

In pegno d’addio, le lascio il mio binocolo.

Lei è cordialmente perplessa, dolce.

Per guardarlo annegare, le dico.

Un sorriso, un lungo lento sorriso.

Lei solleva il mento. Lui ride, si gira.

Nike

This girl can tell you how much Nikes cost,

but doesn’t know who Nike is, or was.

Better dead than out of fashion—Oscar Wilde

would understand this pouting anxious child,

her grim determination to fit in,

to add her moped’s wasp-roar to the din

of daily life in all its dusty charm,

impress the boys who go by arm-in-arm.

Winged victories were carved for girls like her,

to make them fleet of foot and never tire;

The goddess on her plinth above the square

is wall-eyed, blank—as if not really there.

Nike

Questa ragazza sa dirti quanto costano le Nike,

ma non sa chi sia Nike, o chi fosse.

Meglio morta che fuori moda–Oscar Wilde

capirebbe quest’ansiosa bimba imbronciata,

il suo accanimento ad andar bene, a sommare

il ronzio del proprio motorino al frastuono

del quotidiano nella sua polverosa malia,

a colpire i ragazzi che passano a braccetto.

Le vittorie alate furono intagliate per ragazze come lei,

per renderle rapide di piede e instancabili;

La dea sul piedistallo sovrasta la piazza

ha occhi murati, vuoti–come non ci fosse per davvero.


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