Poesia italiana contemporanea

Tiziano Fratus, Poesie luterane, Kolibris, novembre 2011

COLLANA CHIARA
Poesia italiana contemporanea
TIZIANO FRATUS, Poesie luterane
Con una nota di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-56-3
pp. 96, € 12,00

 

“Una crescente / curiosità per Lutero, la sua figura storica, e lui, proprio, / come uomo che respirava e s’inventava disombrando”, scrive Tiziano Fratus, “disombrando” il singolare titolo di questo libro, in cui la lingua che cerca se stessa si fa preghiera universale di chi ha trascorso “Trent’anni guardando le radici delle ombre” e che ha fatto del proprio stesso cuore “una radice / di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare”, che nell’oscurità e nel silenzio della terra si è fatto uomo radice, proteso verso la luce a germogliare l’albero del dire, mettendo tutto in comunione, offrendo se stesso e la propria esperienza, autentica, onesta, vera, nella linfa di una parola nutrita d’acqua e di luce, priva di orpelli e citazionismi come terra sterile e rami secchi a ostacolare la salita. Qui la parola poetica sboccia dalla consapevolezza dell’impossibilità della lingua letteraria a incarnare la gigante molteplicità del reale, “Questo alfabeto che ascoltiamo senza capire”, questa infinità impossibile da nominare. Eppure il poeta s’impone il difficile compito di “riprodurre la libertà / della natura d’essere qualsiasi / cosa si possa diventare”, lasciando da parte la presunzione e l’arroganza che contraddistinguono la specie umana, incline a dimenticare la propria reale, misera dimensione di fronte alla sperduta apertura della natura. Questo libro di “preghiere” non si rivolge tanto a un Dio sempre troppo indaffarato per ascoltare, sempre troppo ovunque e altrove, bensì al pellegrino disposto ad affiancare il cercatore d’alberi, il rabdomante della luce, la radice che sugge nella lingua l’essenza stessa del reale che la trascende. Il poeta prende le distanze dal “canto fluorescente” e dalle “geremiadi dei giovani”, spinto dall’ossessione per il tempo, abbraccia il movimento per colmarlo; ci affida la stesura del suo “romanzo di uomo solo e senza lingua”, ovvero provvisto di una “lingua fuori mercato”, e dunque non vendibile, non barattabile, una lingua nuda, scabra come la corteccia del proprio cuore, una lingua piegata come le radici nodose della propria anima, affondate nella terra per produrre ossigeno, respiro.

Chiara De Luca

 

 

 

 

 

Autoritratto di paesaggio con gelso

 

 

 

 

 

Ho incominciato a respirare

 

nel tronco cavo d’un gelso,

 

avevo varcato la soglia dell’età adulta

 

 

 

per tornare a scardinare il paesaggio

 

con occhi da bambino, e dentro il fuoco

 

vibrante di un rugoso monaco zen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un altro mondo

 

 

 

 

 

Ho tentato di mettere tutto in comunione, ciò che era

 

mio sarà vostro. Qui nelle mie mani come nelle vostre.

 

Non hanno capito e sono volati fuori dalla gabbia.

 

 

 

Quel paese oltre le onde dove il cielo è un dono,

 

e la natura non ti appartiene, il cuore una radice

 

di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cibo che richiede tempo

 

 

 

 

 

Ci vuole tempo per consumare un piatto di pesce,

 

un trancio di spada in un piatto luminoso, semplice,

 

alla griglia con una nota d’olio. Il tempo per osservarlo,

 

 

 

il tempo per annusarlo, il tempo per imparare a toccarlo,

 

il tempo di gustarlo sulla lingua, il tempo che ho anche

 

per guardarti negli occhi e capire che faremo all’amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Germinazioni

 

 

 

 

 

Dormire lontani dalla propria terra

 

in una casa piena di rumori,

 

come iniettarsi del cemento a presa

 

 

 

rapida nel sangue e sentirlo prendere

 

posto sotto la pelle: a occhi chiusi,

 

il sudore che scava le tempie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni istanti prima delle prove di volo

 

 

 

 

 

Ascolto la distanza che cresce fra questa vita

 

da uomo radice, il canto fluorescente e le geremiadi

 

dei giovani. Quanti punti di sospensione nelle mani

 

 

 

da falegname che guardo e massaggio, una vita agreste

 

che amo e non so vivere, la fede in un Dio che non so

 

pregare. La mia lingua corre fuori mercato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Studi di letteratura sulle Orche volanti

 

 

 

 

 

I riflessi delle nuvole che camminavano sul lago erano splendidi.

 

Non ricordava quanti anni erano terminati da quando s’era trovato

 

innanzi a così tanta acqua, tutta insieme. Era una magia a cui

 

 

 

s’era inabituato. Gli veniva da piangere. E si mise a piangere,

 

lì, i piedi un passo prima dell’acqua, ad assaggiare l’amarezza

 

della proprie lacrime invece che affondare le mani in quella

 

 

 

meraviglia e dissetarsi, e annegarsi, e sciogliere il grasso, il sudore,

 

la pietà dei giorni di viaggio passati nella polvere. Piangeva

 

come quel bambino che s’era incarnato dentro di lui, ben nascosto.

 

 

 

Ci volle del tempo prima che le lacrime finissero di sgorgare.

 

Di scivolare sulle sue guance e di venire a contatto con il braccio,

 

le toglieva via, o con la lingua che saettava a raccattarle.

 

 

 

Improvvisamente un pesce saltò fuori dallo specchio d’acqua.

 

Una trota arcobaleno, con tutti i suoi colori lucenti, i suoi verdi,

 

i suoi arancioni, in mezzo all’aria sopra il lago. E davanti

 

 

 

ai suoi occhi. E sotto quel cielo che si avviava verso sera.

 

A quest’ora gli attacchi delle armate erano terminati. C’era

 

chi ancora viveva. C’era chi raccoglieva i morti. C’era chi

 

 

 

disegnava nuova guerra per i giorni a venire. Lui era lì,

 

lontano da tutto, dopo un pianto, a inseguire con gli occhi

 

il tuffo al contrario di una trota arcobaleno di almeno quattro

 

 

 

chili che volava fuori dall’acqua e faceva il suo saluto al cielo.

 

Non aveva mai mangiato un pesce ma il nonno gli aveva raccontato

 

del suo mondo, di quando ancora gli uomini cacciavano e pescavano,

 

 

 

di quando ancora coltivavano la terra, dei campi di frumento, delle

 

vigne che i figli del suo tempo non avevano visto che in uno schermo.

 

Come era possibile poi uccidere un esemplare del genere, e poi

 

 

 

nutrirsi senza sentirsi in colpa. Ma la guerra aveva il potere di

 

annullare le scale di valore, di innescarle altre, di far fare salti

 

molto lunghi indietro nella Preistoria. A quel punto mise un piede

 

 

 

nell’acqua, e non poteva crederlo a quello che stava ora provando,

 

all’emozione radicale che lo stava scuotendo, senza attendere

 

che il suo corpo si abituasse alla temperatura fredda dell’acqua

 

 

 

immerse anche l’altro piede, gettava le mani come ancora sotto

 

la superficie e si gettò, interamente, dentro. Riprese a nuotare.

 

I muscoli del nuotatore ovviamente indolenziti, ma ancora memori

 

 

 

del movimento utile a farsi. Le alghe erano fitte soprattutto dalla

 

parte opposta a quella in cui era penetrato nel mondo acquatico.

 

La diversa consistenza dell’acqua di lago, dell’acqua dolce,

 

 

 

rispetto a quella salata dei mari. La trota arcobaleno gli andò

 

a sbattere addosso, infuriata per la contaminazione batteriologica

 

che l’uomo stava involontariamente immettendo nel suo habitat.

 

 

 

Ma l’uomo era felice, viveva uno stato d’animo raro, ignoto al

 

pensiero acquatico della trota. I pesci non ci arrivano a certe

 

conclusioni. Alla fine l’uomo riprese i suoi piedi e uscì fuori.

 

 

 

Riconquistò la terra e il respiro a ossigeno. La trota sbollentava

 

al centro del lago. Aspettava che la temperatura asciugasse

 

i suoi vestiti umidi, senza pensare a niente. Un’ombra iniziava

 

 

 

a scivolare sulla sua figura umana. Un intreccio di linee tratteggiate.

 

Inarcando il collo e puntando il mento verso le montagne vide

 

lo stormo di orche volanti circuitare a pochi metri sopra,

 

 

 

le pance argentate, e le pinne alari blu. Una di loro scese e si posò

 

in acqua. Non pensava che ne fossero capaci. Una frase si compose

 

nella sua mente. La fronte dell’uomo si corrugava e una serie di

 

 

 

punti interrogativi ed esclamativi si coloravano intorno alla sua testa

 

per precipitare a terra e sfiammare come anelli di fumo. La stessa

 

frase ritornava a comporsi nella sua mente. Ce ne volle prima di

 

 

 

capire che era l’orca volante che comunicava con lui. Le orche

 

volanti sapevano quindi comunicare per telepatia. Cosa avrebbe

 

potuto dirgli un’orca nel suo linguaggio da orca vissuto da orca?


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