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Andrea Amoroso, L’ora prima del giorno, Kolibris 2012

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

ANDREA AMOROSO, L’ora prima del giorno

Con una nota di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-60-0

pp. 140, € 12,00

 

Leggendo il bel titolo di questa raccolta, si viene dapprima catturati dal ritmo e dalla musicalità, dalla suggestione delle singole parole, la cui naturalezza sospende l’indagine della percezione. Poi, rileggendolo, viene da chiedersi dove sia da situarsi di preciso “l’ora prima del giorno”, a quale frazione temporale si riferisca. Alla notte? All’alba? Al primo spuntare del sole? D’istinto avvertiamo la necessità di un appiglio, per sapere con che piede partire, come posarlo sulla terra fragile del foglio, in che direzione. Ma è soltanto addentrandoci nella materia del libro, per vivere e sentir ticchettare l’ora prima, che ci  sarà possibile collocarla. E per farlo dovremo spogliarci di ogni condizionamento legato alle consuetudini e alle convenzioni del nostro quotidiano. L’ora prima del giorno è infatti una soglia fluttuante, dove il piede vacilla su suolo instabile, e gli occhi si affacciano su quel che nasconde la piena luce del giorno, così come l’oscurità della notte. L’ora prima è una penombra, un graduale e incostante disvelamento crepuscolare collocato, o spostato, al di fuori dello spazio e del tempo, è luogo privo di coordinate e di confini, da cui il poeta osserva il mondo, tra luci e ombre e variazioni, per restituire il particolare colto senza nascondimenti, squarciando il velo dell’oscurità diurna, quella luce accecante d’ipocrisia e luoghi comuni che giornalmente ci abbaglia. Nell’ora prima del giorno la luce non è mai uniforme. È tutto un variare di bui improvvisi e repentini illuminamenti, di svanimenti e lampi in cui restare muti per raccogliere parole da gridare. Nell’ora prima del giorno le immagini si accumulano, rompendo i nessi semantici e sintattici usuali, si presentano sul foglio così come riemergono alla coscienza dal magma instabile dell’esperienza. Andrea Amoroso costruisce sapientemente accumulazioni di immagini e suoni, per poi scarnificare la lingua fino ai margini del silenzio. Il verso ora si dipana come a “inglobare” persone luoghi e situazioni, ora di colpo di spezza, frangendo il ritmo, in una pulsazione intermittente che scandisce quel che avviene tra i minuti, nelle intercapedini delle ore, nei solchi lasciati inseminati dalle nostre parole abusate, usurate, che non esprimono più nulla se non il già noto e il già detto. Amoroso vuole tornare al prima di quel che giornalmente conosciamo, alla verità pre-albale della nascita che avviene a ogni nuova poesia.

 

 

Prassi quotidiana

 

 

Ho messo un cantiere nel cervello

perché il resto non era in cantiere

Ho messo foglie da parte perché

la mia estate era vana.

Predicavo giorno e notte perché la mia

fragilità venissero in tanti a consumarla.

Altri che vincessero e perdessero

e fossero contenti.

Ma la mia morte fu un guaio per tutti

tranne che per me

Perché il mio viso trattiene le lacrime

Come la terra la pioggia o forse no

Ho un viso terreo che non ha nulla di terreno

Nemmeno se a forza assecondo

l’umano sciacquettìo di proverbi stinti

Macino moli di me

Macino un sacco di me

Nel fondo delle cose e del mondo inanime

Nemmeno esangue più sarebbe…

Troppo aver dato è come nulla

Di mano in mano il grano

polverizza la mente e i contadini

giacciono sotto gli alberi conosciuti

Siamo facili alle lusinghe e alle losanghe sillabiche

Siamo esseri

          di pietra

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto quello

 

 

Tutto il quello che sono

Sarebbe l’inferno se non fossi mai nato

ma nasco e vivo e spingo

come sempre ho fatto – anche controvoglia

Come sarei sarebbe brutto a…

dirsi

Sarebbe una specchianza di mari e ceneri e fuscelli

spazzati dal vento e dal vento rimossi

Franti e rimpastati

 

Rimpastoiati a mille

più che scintille

separati

E meglio della palla intera

riaccostati

 

Sbalugino vento e mi accodo alla tempesta

dei miei sogni e dei miei gatti

accodati alla processione del mio insieme

Dormiamo fratelli

abbiamo visto giusto più del solito

 

 

 

 

 

 

 

 

Nemmeno le onde

 

 

Nemmeno le onde

bastano ad urlare

il possibile fragore

di tutte le disfatte

Di quelle mobili e quelle acquattate

sotto i tappeti centenari

delle soffitte instabili

Nemmeno le onde

reggono lo schianto

di un pensiero finito

di colpo smorto – dislavato senza ragione

Presto accaduto

come apparizione

Svenuto come in canto

muto d’immutabile biancore

Assoluto di mancanza

solitario come ghiaccio in una stanza

 

 

 

 

 

 

 

 

Fermata

 

 

Il resto era passione, miscuglio

suzione e canto – come sempre – irragionevole.

Presso la cancellata proseguivano i lamenti

isterici e sconfinati.

Aguzzavo l’orecchio come ad ascoltare musiche

che la mia mente già conosceva

Al cancello era sempre ghiaccio

ogni mese gennaio

tutti duri i rifugi.

Il passo corto dell’intelligenza non scattava.

Il pensiero più breve una traversata.

Un’anziana donna puliva la mia stanza.

Mi vergognavo di non saperle sorridere.

Quanta notte tutta in un giorno

e quanto amore andato perduto.

Ero il massimo

                       dell’ovvio

La trasparenza immobile della sensazione

Ero quell’orologio della stazione

Che sempre aspetta il treno del lunedì

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luoghi comuni

 

 

C’è un amico morto in ogni pensione

una frangia storta in ogni tavolo di studio

Il fante di denari dietro tutte le canzoni

d’amore che non si sanno pronunciare

C’è un testo letterario in ogni borsone

anche in quello del più stupido coglione.

La pasta scotta e la voce troppo alta…

Non sono libere se non di domenica

E la gente ha un santo dentro

che viene fuori nelle soste sui viali.

Tutti i bimbi hanno gli occhi azzurri e

tutte le mamme se ne fregano di loro.

Hanno da pensare al tempo che passa

e segnano a matita il giorno giusto

per perdere una verginità stanca.

Meno male che c’è l’uomo – il padre

buono con le mani forti

con uno sguardo di permesso e sanzione

Nettuno sulla terraferma

Acquista il senso a peso d’oro

tremando solo di fronte alla penombra.

Davanti ai pascoli felici s’ingegna

e guai a incepparsi sarebbe assai strano

trovarsi in un giorno di settembre

accompagnare a scuola

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ora prima del giorno

 

 

L’ora prima del giorno

è il giorno stesso

in cui muore

tutto il disamore dell’altro

e anche la luce

che è sempre diversa

non ha più voce

e resta

come l’ultima

cosa senza vita

della vita.

 

 

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3 replies »

  1. “C’è un testo letterario in ogni borsone

    anche in quello del più stupido coglione.”

    E’ questo l’unico verso che risveglia dal sonno di queste riga sonnolente e anonime. Di cosa si parla? Chi è che parla? Qualunque sia la risposta, l’Autore non riesce a rendere nulla a chi legge.
    Deludente. Vuoto. Inutile.

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