Poesia italiana contemporanea

Roberto Agostini, La Creazione, Kolibris 2012

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

ROBERTO AGOSTINI, La Creazione

Con un nota di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-64-8

pp. 252, € 15,00

 

 

 

La Creazione è un’opera che si offre nel suo stesso farsi, è messa in scena del processo creativo nel suo compiersi, è scrittura viva mentre avviene e contiene, abbracciando tutti i generi letterari e nessuno.  È difficile infatti classificare univocamente questo libro, che oscilla tra il divertissement e il romanzo epico d’ampio respiro. In esso la voce di Agostini prova e tende fino allo spasmo tutte le proprie corde, vibranti su un amplissimo ventaglio di registri stilistici e linguistici. Il tono è infatti ora letterario, talvolta  studiatamente aulico o naturalmente colto, talvolta quotidiano, domestico, fino a inglobare la lingua parlata, lo slang, per poi colorarsi di neologismi, tecnicismi, prestiti e calchi dalle lingue straniere. Agostini sembra voler piegare, modellare, ri-creare il linguaggio sfruttandone al massimo tutte le potenzialità, rivelandone le debolezze e i punti di forza, ora per celebrarlo, ora per irriderlo, vuotarlo, ora per demonizzarlo. L’ironia e l’autoironia autoriale che permeano questo libro, celandosi talvolta dietro la gravità e la serietà di gesti linguistici e narrativi ostentati, sembrano voler sdrammatizzare il processo creativo stesso, denudandolo perché possa poi rivelarsi nella propria piena efficacia comunicativa.

Agostini gioca anche visivamente sull’eterogeneità e la malleabilità del linguaggio, variando font, stili e caratteri, per rappresentare anche gli elementi non verbali del discorso, mettendo in scena pause, toni, altezze, variazioni, mostrando come la lingua non basti, come il processo creativo sia in potenza infinito, omnicomprensivo, eppure aperto su ogni lato. Di qui  il carattere magmatico di quest’opera, la tensione narrativa e la potenzialità esplosiva  in esso sempre soggiacente, tanto che il lettore ha l’impressione di essere trascinato per luoghi esotici e quotidiani e paesi distanti e tempi differenti, visitati per mano alla Sibilla, smascherati, demoliti e poi ricostruiti a dimostrare che nulla tiene davvero stabilmente, che tutto è passibile di evoluzione, metamorfosi, rivisitazione. Tra personaggi reali e immaginari, del presente, del passato e della fantasia, in un tourbillon di volti e voci e storie collettive e individuali, il poeta osserva la realtà immergendosi in essa con coraggio, con sguardo talvolta dolente, spesso quasi divertito, la bocca piegata in un mezzo sorriso, che a volte si spalanca, a volte ripiega in una smorfia; apostrofando il lettore ora tra le righe, ora esplicitamente, punzecchiandolo, esortandolo, invitandolo a prendere parte attivamente al processo creativo, a completare il libro, a unire la propria voce a quella del coro. Senza pianto o lamento, né riso alto, senza (auto)compatimento, né paternalistica alterigia, Agostini guarda questa nostra umanità dal suo centro, ricreando, mascherando, disvelando anche se stesso. Mettendosi in scena nell’atto stesso di creare.

 

Chiara De Luca

[…]

 

LUI (me stesso): Ci siamo spinti troppo in là, Padrone.

PADRONE: Sì, vedi tu stesso, povero Venerdì. Troppo oltre. Eppure mi

ero ripromesso anzi dovrei dire ormai messo il cuore in pace dopo

25 anni

un quarto di secolo abituato

a riempire di sudati grani le staia e ricoperto

di pezze cucite da me stesso malamente però

assuefatto ormai a pace e solitudine

senza più vegliare il mare dopo

aver osservato più volte gli empi

e creduto prima bene ucciderli poi inutile

arginare la crudeltà

la spiaggia sparsa di resti

mi credete? avanzi umani ahimé

polsi femori banchetti e festini

ahimé il libero arbitrio cosa dovremmo

con queste masse cresciute

a dismisura

tutto il mondo è di tutti

solo il dolore rinchiuso

inutile piangere pensare a una tortura

in un recesso buio

perciò povero Venerdì mi ritirai frettolosamente

non prima di aver soppesato i

pro e i contra

lasciarli fare solo ritirandomi

sull’altro lato e andando e venendo dalle

mie campagne con le tasche colme di

uva secca acini dolcissimi

quali mai troverò. C’è qualche altro luogo?

LUI: Neanche qui nella vostra Londra? Prima

di abbandonarla per sempre, la vostra antica patria per le nuove

piantagioni

fiorite laggiù? Laggiù dove morirete alla vostra

veneranda e rispettabile età?

PADRONE: Povero ingenuo né qui né laggiù

niente sarà più dolce ero diventato ricco spogliato

di tutto

dopo inutili viaggi contro le maree

e le piroghe sempre al largo pronte ad approdare

quei barbari mostruosi

decisi

ad assalirmi

sarebbero stati in grado di ritornare

in mille dopo una prima effimera

vittoria

il male ritorna a schiere

fitte

ormai ero così incapace di resistere

e di far male

opponendomi perfino a quei sadici.

LUI: Sadismo naturale cannibalico desiderio di potenza

mangiando le altrui membra. È una vecchia storia

dell’umanità. Siamo animali

e la civiltà mi ha mutato, voi amatissimo mi avete

rifocillato riplasmato rincuorato, eppure sulla riva

sabbiosa

guardando l’orizzonte non posso non provare nostalgia.

E dove sarà mio padre? E la madre nella foresta con i fratelli

le capanne delle mie tribù che avevano nomi sconosciuti

impronunciabili a voi.

PADRONE: E così rimandiamo ogni giorno la nostra fuga

nella salvezza e mentre scrivono enormi Bibbie e rotoli di leggi

l’impunità regna ma a me premeva più la solitudine non dover

più leggere o immaginare che fra qualche secolo

quei fogli sarebbero stati pagati caratteri commissionati a

salariati

righe a ore!

Credete che un artista possa andare

a scuola? E calcolare il suo rischio

interiore in intervalli

ritmi

e ghinee. Rimaniamo invischiati

nei nostri sentimenti. E io mi sentivo appagato

con la piccola corte, sovrano e ammiraglio

di fronte cui occorreva inginocchiarsi. Tu stesso ti sei

posto sotto la mia protezione. Povero animale sciocco.

Stoltamente. Così in sintesi desideravo star solo e continuare

isolato

a sopravvivere e credetti di aver mutato

l’anima fra quelle palme

sdraiandomi sull’estuario dopo i faticosi carichi

e scarichi dei relitti fra le onde.

Risalendo le mie scale a contemplare il territorio sempre

più vasto su cui regnare unico imperatore. Credendo di mutare

la mia animalità. Distinguermi dal cannibale. Annusare il vento

in un altro modo. Camminare più ritto.

LUI: Parlate così perché siete ora

oltre che ricco in salvo. E come ogni uomo non ve ne importa più

del rischio corso.

PADRONE: Per fortuna qualche amico e un’amica fidata mi conservarono

i beni accrescendoli e al di là dell’Oceano posso tornare da trionfatore

nel selvaggio Brasile

infinito

ma nulla è trionfare sul male materiale

se la nostra terra

dissipata o irata contro le nostre

azioni si ribella

– mille anime parlano in me con voci diversamente

impostate –

non siamo degni di ereditare neanche

una sterlina ma penso che nessuno creda nei propri successori

e voglia far ereditare ad altri le proprie

fortune. Non fidarsi prima di tutto. Tenersi il bottino.

Mi sento già più animale.

 

[…]

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