Poesia italiana contemporanea

Giuseppe Ferrara, segnicontroversi, Kolibris, aprile 2013

Giuseppe Ferrara cover

 

 

COLLANA CHIARA

Poesia italiana contemporanea

Giuseppe Ferrara, segnicontroversi

Prefazione di Jacopo Ricciardi

Postfazione di Alfonso Gianna

ISBN 978-88-96263-73-0

pp. 92, € 12,00

 

 

segnicontroversi inizia con un’asserzione paradossale e impossibile: nella prima poesia, in risposta a un dialogo avuto con il poeta Valerio Magrelli, in un discorso sapienziale che ricorda quello tra due poeti dell’antica Cina, Giuseppe Ferrara, all’affermazione “esiste un diritto al dovere”, risponde “Vorrei esistesse anche un dovere / all’aver diritto”, come se la dignità dell’uomo potesse essere raggiunta attraverso regole ben definite. Il nostro poeta ci mostrerà che religione e politica rispondono in maniera incompleta, offrendo macerie e isolando l’individuo, isolandolo dentro di sé a se stesso, come se l’epoca contemporanea, priva di ideologie, ci privasse di passioni palpabili, che egli però rintraccia negli interstizi della realtà, difficoltosi, abbaglianti, estremi, al limite della stessa accettazione della vita.

La poesia stessa diventa, nel discorso, una sintonia di segni, parole, che perdono la loro durevolezza nel momento stesso in cui vengono lette. Il discorso esiste o si sfa? “L’atomo si fissa, la parola no.” sintetizza amaramente il poeta, percependosi da un’altra stella che sta fissando nel cielo. La fisicità si sdoppia e quasi si annulla, e ciò che è dato all’uomo, ossia il potere della parola, è labile e imperituro. Questo domina la logica, percependo il divenire instabile della parola, fino a contaminare lo stesso momento presente: alla lettura, l’avvento del significato, è disturbato, sgretolato. Cosa si salva? Qualcosa resta tra queste macerie di realtà, negli interstizi del reale, nelle lacerazione di detriti, particolari infinitesimali in vastissimi ammassi; lì si trovano dei passaggi dove sensi e passioni possono tentare di riaggregarsi e tornare a pulsare: “Invisibile la Vita ci spia”.

dalla prefazione di Jacopo Ricciardi

 

Fin dal titolo, la raccolta si presenta come un tentativo di conciliare coppie dialettiche già studiate e indagate nella loro contrapposizione da Valerio Magrelli – ispiratore decisamente rivelato ed omaggiato –: i segni sono controversi e i versi sono contrapposti ai segni proprio per tentare una difficile sintesi tra coppie antitetiche: oltrecielo e terra, buio e luce, silenzio e parola, dubbio e rivelazione. Comprensione e percezione.

Il poeta sembra attratto dalle transizioni tra questi opposti: tra il tacere e il dire vi è il segno e la parola scritta; tra la luce e il buio vi è sempre un tramonto, viceversa, un’aurora; tra il dubbio e la certezza vi è una sorta di compassione per chi non dubita e chi non crede, una sospensione di incredulità e giudizio.

dalla postfazione di Alfonso Gianna

 

 

 

Penna d’oca

 

Continuano i rintocchi del campanile

a ricopiare codici antichi e rari.

Come gli stili di scribi cluniacensi

tramandano memoria e profezia.

Foglio miniato è il cielo sopra l’abbazia,

cartigli brillanti le costellazioni.

Seguo invisibile il segno che nella notte afosa,

come una penna d’oca, lascia

la punta di Pomposa.

Le pietre amano restare là dove sono…*

dove sognarono amano gli uomini tornare–

 

 

  • da “Thank you, Fog”, in Aubade di W. H. Auden (Stone are delighted to lie / just where they are…).

 

 

 

 

L’ultimo imperatore

E in un giorno di Maggio li ho visti,

i sigilli nascosti dell’ultimo Imperatore

e ho capito così che a ciascuno tocca

accettare o meno una continua rieducazione.

Un Dio non lascia traccia o segni vani

meno che meno si lascia guardare in faccia.

Questo è il motivo di quel segreto vano

nascosto tra le pieghe di una borsa.

Una striscia di papaveri rossi tra spighe verdi

lacca il lato nord delle mura estensi;

una leggera brezza semina tracce oppiacee

e l’imperatore lascia la città proibita

con passi senza moto e toni senza voce

coperto solo della sua divinità svestita.

 

 

 

 

 

Come difendermi da queste folate

 

Come difendermi da queste folate

che spengono la luce della piazza

più elegante e più pulita di un salotto;

che spolverano le foglie di questi rami

e i rami di questi pioppi e i pioppi di questo viale.

Tra un soffio e l’altro risale appena in tempo

una ghiandaia la via del cielo. Ed ecco il vento.

Soffia qui dove io cedo ai monti, ai boschi

e ai cieli freschi, fermi d’azzurro e di ginestre gialle.

Come difendermi da queste folate

che invocano le vocazioni del passato

e segregano i segreti del futuro.

Non c’ è una casa, non c’è un rifugio

a questo vento, né c’è riparo da inventare.

Salto di ramo in ramo come la ghiandaia.

Appena in tempo.

Appena in tempo.

 

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