Poesia irlandese contemporanea

Grace Wells, Quando Dio fu richiamato altrove a cose più importanti

wells

 

 

Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea

GRACE WELLS, Quando Dio fu richiamato altrove a cose più importanti

A cura di Chiara De Luca

ISBN 978-88-96263-33-4

pp. 184, €12,00

 

C’è in questa raccolta un senso forte dell’incedere spietato del tempo, che segna e incide rughe nell’anima e sul corpo, ma c’è anche la ferma consapevolezza della possibilità di un costante, radicale mutamento, che faccia di noi pagine bianche tutte ancora da scrivere, da vivere: “Ma una donna non si perde con l’età;”, scrive Grace Wells in una bella poesia sul femminile e sulle sue potenzialità metamorfiche, “diviene più profonda, continua a cambiare: / madreperla, alabastro, caolino.” E allo stesso modo cambia l’andamento del verso di questa poetessa eclettica e sorprendente, votata al mutamento, alla dissoluzione e ricostruzione di sé dalle macerie della propria storia.

 

Dalla prefazione di Chiara De Luca

 

 

Closure

 

 

There is always a door closing, a final out-of-here,

gone-from-your-life moment, the disappearance

 

of closeness, the togetherness shared

separated, parted, final.

 

Through a door rapidly diminishing footsteps

bruise our softness, only for it all to lessen

 

and deaden with each step, until at last

a gulf so wide they are gone, never to be seen again.

 

And years go by. There is news, a marriage,

a child, a career, a death. Or no news—

 

they walk away down the plank of a hall

to step off into nothing, to disappear without trace,

 

continuing that step-by-step away from you,

only to never really leave, so wherever it is they end up,

 

or roost in the arms of fate, they continue

to walk the body. Sometimes whispering

 

in the forgotten reaches of our extremities;

on occasion, stumbling through the briars of dreams

 

to leave on the tongue in the morning a kiss, or burn,

to shadow slip out of and back into a crowd,

recognised momentarily on a stranger’s face,

before they walk on, walk away, keep walking

 

deeper into the marrow of our bones.

 

 

 

 

Chiusura

 

 

C’è sempre una porta che si chiude, il momento

finale del fuori-di qui, via-dalla-tua-vita, lo svanimento

 

della vicinanza, l’unione condivisa

disciolta, divisa, definitiva.

 

Passi che rapidi scemano di là dalla porta feriscono

la nostra mitezza, solo perché il tutto si attenui

 

e scemi a ogni passo, finché scivolano infine

in un così vasto abisso da svanire per sempre.

 

E gli anni passano. Ci sono novità, un matrimonio,

un figlio, una carriera, una morte. Oppure nessuna–

 

loro se ne vanno camminando sulle assi di una sala

per scendere nel nulla, sparire senza lasciar traccia,

 

passo dopo passo ancora si allontanano da te soltanto

per non andarsene davvero, così ovunque vadano a finire,

 

o si posino tra le braccia del destino, continuano

a camminarti sul corpo. Talvolta sussurrando

 

nelle punte scordate delle nostre estremità;

talvolta inciampando in rovi di sogni

 

per lasciare sulla lingua un bacio al mattino, o bruciare,

all’ombra scivolata fuori da una folla e poi ancora dentro,

riconociuti un istante nel viso di un estraneo,

prima che camminando se ne vadano e proseguano

 

giù fino sal midollo delle nostre ossa.

 

 

 

 

When God Has Been Called Away

To Greater Things

 

 

Much of this life you have been alone and lonely.

The wolf no longer howling in emptiness,

your heart a rusted camp bed, prized open.

 

Some nights God lies down there.

God says, This mattress is very thin.

God says, There is little comfort here.

 

God sleeps there anyway. In the morning,

when God has been called away to greater things,

the bed is rumpled. There is an imprint, which lingers.

 

 

 

 

Quando Dio fu richiamato altrove

a cose più importanti

 

 

Quasi tutta la vita sei stata sola e abbandonata.

Come il lupo che ha cessato di ululare al vuoto,

col cuore branda arrugginita, forzata e spalancata.

 

Alcune notti Dio vi si distende.

Dio dice, Questo materasso è molto sottile.

Dio dice, Non si sta molto comodi qui.

 

Dio vi dorme comunque. Il mattino

che Dio fu richiamato altrove a cose più importanti,

il letto era sgualcito. C’è solo un’impronta, che resta.

 

 

 

 

Table

 

 

By candlelight in the lap of canal water

on a street narrow as ribbon

they dine to the slow shuffle of passersby.

 

Do not stare, but the woman is weeping.

She holds small shields of hands to her face.

He is reaching toward her, a gesture of compassion,

but some dark source has put out her eyes.

 

Unthinkable in such a city!

Here palaces bow to the waters,

chandeliers burn to light the traveller’s way.

 

Wings of angels stir to this table. White feathers

from the portraits of the Academia, cherubs

from a thousand ceilings. Gilt limbed Gabriel

and Michael loosen, lift from mosaic walls.

 

Even the lions are leaving their pedestals.

And shelves of hand-bound books lean to this moment,

profer their pages to drink her tears.

 

Plaster falls to show its pity. Stones stolen

from Constantinople mime empathy.

Doorknockers, cast as dolphins and goblins,

carol together, plainsong and love.

 

Consolation can not touch this woman; in her,

black convolvulus twines up

trumpeting the massed armies of misunderstanding.

 

Fear, ancient as that Atilla brought out of the Alps,

escapes through the cracks of the city,

for hers is a bloom on the bough

of darkness old as time.

 

He can do nothing but reach to touch her,

in time lead her gently from this place.

The white jackets of waiters move forward,

 

they brush down the crumbs, shake out a new cloth.

Here is clean silver, fresh china. Oil. Salt.

The same vase of flowers.

The two chairs, empty and waiting.

 

 

 

 

Tavola

 

 

A lume di candela nel lappare d’acqua del canale

su una strada stretta come un nastro

cenano al lento trascinarsi dei passanti.

 

Non guardare, ma la donna sta piangendo

Tiene i piccoli scudi delle mani sugli occhi.

Lui si sporge verso di lei, un gesto di compassione,

ma qualche oscura fonte le ha spento gli occhi.

 

Impensabile in una città come questa!

Qui palazzi si arcuano sull’acqua,

candelieri ardono per illuminare la via al viaggiatore.

 

Ali d’angeli frullano verso questa tavola. Piume bianche

dai ritratti d’Accademia, cherubini

da migliaia di soffitti. Gabriele dalle membra dorate

e Michele sciolto, staccato dalle mura di mosaici.

 

Perfino i leoni lasciano i loro piedistalli.

E scaffali di libri rilegati a mano si chinano verso

quest’istante,

gli offrono le pagine per bere le sue lacrime.

 

Intonaco cade per mostrare pietà. Pietre sottratte

da Costantinopoli mimano empatia.

Batacchi a forma di folletti e delfini,

carolano insieme, canto gregoriano e amore.

 

Consolazione non può toccare questa donna; in lei,

convolvoli neri s’intrecciano, strombazzano

gli eserciti in massa del fraintendimento.

 

Paura, antica come quella che Attila portò

dalle Alpi, sfugge tra le crepe della città,

per lei è rigoglio sul ramo

di un buio antico come il tempo.

 

Lui non può far altro che sporgersi a toccarla,

portarla dolcemente in tempo via da questo posto.

Le bianche giacche dei camerieri procedono,

 

spazzolano briciole, scuotono una nuova tovaglia.

Qui c’è argento lucidato, porcellana pulita. Olio. Sale.

Lo stesso vaso di fiori.

Le due sedie, vuote in attesa.

 

 

 

 

The Work

 

for Kerry Hardie

 

 

All day reclaiming the winter stream,

mud as dark as the spent black wood

which fouled its path. The stench

leaving an imprint beneath my skin.

 

Always this need to bring water

to its clearing, to free some withheld thing;

echoes of my mother and father enmeshed

in the root tangle of cress and waterweed.

 

Because patterns repeat themselves and I keep

thinking of you Kerry, over and again

attending to the metal of your being, polishing

its essence; turning yourself to find again

 

fingerprints to clear away. Evening

settling its blue mist on the November field

led me to leave down mud and boots and tools

at the door of the yellow-lit house, knowing

 

there will always be this work. Be trapped things.

Always that which flows seeking containment,

boundaries, ensnaring itself in the flounder

of longing and mistake making.

 

And it is the nature of elements that shine

to also tarnish, in the same way

that the expansive moon, which once more

silvers running water, will in time diminish;

 

yet I also know, you will leave here brighter than you came.

 

 

 

 

Il lavoro

 

per Kerry Hardie

 

 

Tutto il giorno a reclamare il fiume invernale,

fango scuro come il nero bosco esausto

che investì il suo sentiero. Il fango

mi lasciava un’impronta sottopelle.

 

Sempre quest’urgenza di portare acqua

alla purezza, di liberare cose prigioniere;

echi di mia madre e di mio padre invischiati

nell’intrico di radici di crescione ed elodea.

 

Perché si ripetono gli schemi e io continuo

a pensare a te Kerry, all’infinito prendendomi

cura del metallo del tuo essere, lucidandone

l’essenza; girandoti per ritrovare

 

impronte da cancellare. La sera depositava

la sua nebbia azzurra sul campo di novembre

m’induceva a deporre fango e attrezzi e stivali

alla porta della casa gialla illuminata, sapendo

 

che sempre ci sarà questo lavoro. Essere cose prigioniere.

Sempre quel che scorre cercando contenimento,

confini, rinchiudendosi nell’annegamento

del desiderio e dell’errore.

 

Ed è la natura degli elementi che splende

finanche a ossidarsi, nella stessa maniera

in cui la luna crescente che di nuovo inargenta

acqua in corsa col tempo calerà; eppure so anche

 

che lascerai questo posto più luminoso

del giorno in cui vi hai messo piede.

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