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Due nuove poetesse nella collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese

cover_WellsC’è in questa raccolta un senso forte dell’incedere spietato del tempo, che segna e incide rughe nell’anima e sul corpo, ma c’è anche la ferma consapevolezza della possibilità di un costante, radicale mutamento, che faccia di noi pagine bianche tutte ancora da scrivere, da vivere: “Ma una donna non si perde con l’età;”, scrive Grace Wells in una bella poesia sul femminile e sulle sue potenzialità metamorfiche, “diviene più profonda, continua a cambiare: / madreperla, alabastro, caolino.” E allo stesso modo cambia l’andamento del verso di questa poetessa eclettica e sorprendente, votata al mutamento, alla dissoluzione e ricostruzione di sé dalle macerie della propria storia.

Dalla prefazione di Chiara De Luca

Closure

There is always a door closing, a final out-of-here,
gone-from-your-life moment, the disappearance

of closeness, the togetherness shared
separated, parted, final.

Through a door rapidly diminishing footsteps
bruise our softness, only for it all to lessen

and deaden with each step, until at last
a gulf so wide they are gone, never to be seen again.

And years go by. There is news, a marriage,
a child, a career, a death. Or no news—

they walk away down the plank of a hall
to step off into nothing, to disappear without trace,

continuing that step-by-step away from you,
only to never really leave, so wherever it is they end up,

or roost in the arms of fate, they continue
to walk the body. Sometimes whispering

in the forgotten reaches of our extremities;
on occasion, stumbling through the briars of dreams

to leave on the tongue in the morning a kiss, or burn,
to shadow slip out of and back into a crowd,
recognised momentarily on a stranger’s face,
before they walk on, walk away, keep walking

deeper into the marrow of our bones.

Chiusura

C’è sempre una porta che si chiude, il momento
finale del fuori-di qui, via-dalla-tua-vita, lo svanimento

della vicinanza, l’unione condivisa
disciolta, divisa, definitiva.

Passi che rapidi scemano di là dalla porta feriscono
la nostra mitezza, solo perché il tutto si attenui

e scemi a ogni passo, finché scivolano infine
in un così vasto abisso da svanire per sempre.

E gli anni passano. Ci sono novità, un matrimonio,
un figlio, una carriera, una morte. Oppure nessuna–

loro se ne vanno camminando sulle assi di una sala
per scendere nel nulla, sparire senza lasciar traccia,

passo dopo passo ancora si allontanano da te soltanto
per non andarsene davvero, così ovunque vadano a finire,

o si posino tra le braccia del destino, continuano
a camminarti sul corpo. Talvolta sussurrando

nelle punte scordate delle nostre estremità;
talvolta inciampando in rovi di sogni

per lasciare sulla lingua un bacio al mattino, o bruciare,
all’ombra scivolata fuori da una folla e poi ancora dentro,
riconociuti un istante nel viso di un estraneo,
prima che camminando se ne vadano e proseguano

giù fino sal midollo delle nostre ossa.

When God Has Been Called Away 
To Greater Things

Much of this life you have been alone and lonely.
The wolf no longer howling in emptiness,
your heart a rusted camp bed, prized open.

Some nights God lies down there.
God says, This mattress is very thin.
God says, There is little comfort here.

God sleeps there anyway. In the morning,
when God has been called away to greater things,
the bed is rumpled. There is an imprint, which lingers.

Quando Dio fu richiamato altrove
a cose più importanti

Quasi tutta la vita sei stata sola e abbandonata.
Come il lupo che ha cessato di ululare al vuoto,
col cuore branda arrugginita, forzata e spalancata.

Alcune notti Dio vi si distende.
Dio dice, Questo materasso è molto sottile.
Dio dice, Non si sta molto comodi qui.

Dio vi dorme comunque. Il mattino
che Dio fu richiamato altrove a cose più importanti,
il letto era sgualcito. C’è solo un’impronta, che resta.

Table 

By candlelight in the lap of canal water
on a street narrow as ribbon
they dine to the slow shuffle of passersby.

Do not stare, but the woman is weeping.
She holds small shields of hands to her face.
He is reaching toward her, a gesture of compassion,
but some dark source has put out her eyes.

Unthinkable in such a city!
Here palaces bow to the waters,
chandeliers burn to light the traveller’s way.

Wings of angels stir to this table. White feathers
from the portraits of the Academia, cherubs
from a thousand ceilings. Gilt limbed Gabriel
and Michael loosen, lift from mosaic walls.

Even the lions are leaving their pedestals.
And shelves of hand-bound books lean to this moment,
profer their pages to drink her tears.

Plaster falls to show its pity. Stones stolen
from Constantinople mime empathy.
Doorknockers, cast as dolphins and goblins,
carol together, plainsong and love.

Consolation can not touch this woman; in her,
black convolvulus twines up
trumpeting the massed armies of misunderstanding.

Fear, ancient as that Atilla brought out of the Alps,
escapes through the cracks of the city,
for hers is a bloom on the bough
of darkness old as time.

He can do nothing but reach to touch her,
in time lead her gently from this place.
The white jackets of waiters move forward,

they brush down the crumbs, shake out a new cloth.
Here is clean silver, fresh china. Oil. Salt.
The same vase of flowers.
The two chairs, empty and waiting.

Tavola 

A lume di candela nel lappare d’acqua del canale
su una strada stretta come un nastro
cenano al lento trascinarsi dei passanti.

Non guardare, ma la donna sta piangendo
Tiene i piccoli scudi delle mani sugli occhi.
Lui si sporge verso di lei, un gesto di compassione,
ma qualche oscura fonte le ha spento gli occhi.

Impensabile in una città come questa!
Qui palazzi si arcuano sull’acqua,
candelieri ardono per illuminare la via al viaggiatore.

Ali d’angeli frullano verso questa tavola. Piume bianche
dai ritratti d’Accademia, cherubini
da migliaia di soffitti. Gabriele dalle membra dorate
e Michele sciolto, staccato dalle mura di mosaici.

Perfino i leoni lasciano i loro piedistalli.
E scaffali di libri rilegati a mano si chinano verso
quest’istante,
gli offrono le pagine per bere le sue lacrime.

Intonaco cade per mostrare pietà. Pietre sottratte
da Costantinopoli mimano empatia.
Batacchi a forma di folletti e delfini,
carolano insieme, canto gregoriano e amore.

Consolazione non può toccare questa donna; in lei,
convolvoli neri s’intrecciano, strombazzano
gli eserciti in massa del fraintendimento.

Paura, antica come quella che Attila portò
dalle Alpi, sfugge tra le crepe della città,
per lei è rigoglio sul ramo
di un buio antico come il tempo.

Lui non può far altro che sporgersi a toccarla,
portarla dolcemente in tempo via da questo posto.
Le bianche giacche dei camerieri procedono,

spazzolano briciole, scuotono una nuova tovaglia.
Qui c’è argento lucidato, porcellana pulita. Olio. Sale.
Lo stesso vaso di fiori.
Le due sedie, vuote in attesa.

The Work

for Kerry Hardie

All day reclaiming the winter stream,
mud as dark as the spent black wood
which fouled its path. The stench
leaving an imprint beneath my skin.

Always this need to bring water
to its clearing, to free some withheld thing;
echoes of my mother and father enmeshed
in the root tangle of cress and waterweed.

Because patterns repeat themselves and I keep
thinking of you Kerry, over and again
attending to the metal of your being, polishing
its essence; turning yourself to find again

fingerprints to clear away. Evening
settling its blue mist on the November field
led me to leave down mud and boots and tools
at the door of the yellow-lit house, knowing

there will always be this work. Be trapped things.
Always that which flows seeking containment,
boundaries, ensnaring itself in the flounder
of longing and mistake making.

And it is the nature of elements that shine
to also tarnish, in the same way
that the expansive moon, which once more
silvers running water, will in time diminish;

yet I also know, you will leave here brighter than you came.

Il lavoro

per Kerry Hardie

Tutto il giorno a reclamare il fiume invernale,
fango scuro come il nero bosco esausto
che investì il suo sentiero. Il fango
mi lasciava un’impronta sottopelle.

Sempre quest’urgenza di portare acqua
alla purezza, di liberare cose prigioniere;
echi di mia madre e di mio padre invischiati
nell’intrico di radici di crescione ed elodea.

Perché si ripetono gli schemi e io continuo
a pensare a te Kerry, all’infinito prendendomi
cura del metallo del tuo essere, lucidandone
l’essenza; girandoti per ritrovare

impronte da cancellare. La sera depositava
la sua nebbia azzurra sul campo di novembre
m’induceva a deporre fango e attrezzi e stivali
alla porta della casa gialla illuminata, sapendo

che sempre ci sarà questo lavoro. Essere cose prigioniere.
Sempre quel che scorre cercando contenimento,
confini, rinchiudendosi nell’annegamento
del desiderio e dell’errore.

Ed è la natura degli elementi che splende
finanche a ossidarsi, nella stessa maniera
in cui la luna crescente che di nuovo inargenta
acqua in corsa col tempo calerà; eppure so anche

che lascerai questo posto più luminoso
del giorno in cui vi hai messo piede.

Grace_Wells

Grace Wells è nata a Londra nel 1968. Dopo aver lavorato come produttrice televisiva indipendente, si è trasferita in Irlanda nel 1991. Il suo primo libro, Gyrfalcon (2002), un romanzo per bambini, ha vinto il Bisto Award per il miglior esordiente ed è stato selezionato per l’International White Ravens’. Tra le altre opere di letteratura per l’infanzia ricordiamo Ice-Dreams (2008) e One World, Our World (2009). I suoi racconti e le sue poesie sono state ampiamente pubblicate e trasmesse. È redattrice per la poesia per “Contrary”, la rivista letteraria online dell’Università di Chicago, è amministratore freelance e insegna scrittura creativa. When God Has Been Called Away to Greater Things (Dedalus Press, 2010) è la sua prima raccolta di poesie.

Montague_coverIn questa raccolta l’occhio esperto della naturalista e l’animo appassionato della poetessa si fondono per creare un universo poetico che ha del miracoloso. A suo agio negli spazi liminali in cui le rivelazioni ancora avvengono, Mary Montague si avvicina  invariabilmente al nostro fragile ambiente naturale con un senso di stupore e un rispettoso amore reverente per le sue creature. La precisione delle sue descrizioni sensuali, superbamente misurate, ci lascia senza fiato. Incontri con il mondo “altro”dei nostri fratelli e sorelle animali rivelano il senso di un tatto e di un’empatia di matrice keatsiana. Tribù è un’elegia per un paradiso perduto, un Cantico dei Cantici per scoiattolo, volpe e corvo, balena, lupo e sula e, in definitiva, solleva seri interrogativi per noi e per le generazioni a venire – come abbiamo potuto dissipare la nostra eredità in modo tanto sventato: che ne abbiamo fatto del giardino che ci era stato affidato?

Eva Bourke

 

To My Mother

I’ve just bought it, my own birthday present
from you; the first one, harbinger of a new
era, not good but inevitable. The years
of the frivolous, the desperate clanging
attempts to lure me to your notions
of femininity, are over. Times,
I felt like your changeling, that you
thought me foreign as Siberia. Now
I’d take the gilt glamour, your chunky
jewellery and horrendous fashions.
Anything to show that you’d left
the gritty detritus of your bed, gone browsing
in cheap boutiques and bargain basements,
forgotten your pain for an afternoon.
So, today, with your birthday money,
I found myself at the jewellers, settling
for earrings you’d never have bought for me:
small studs with a Celtic spiral, silver
to your gold, modest to your flamboyance.
If you could’ve chosen these for me.
If you could’ve gifted our difference.
A mia madre

L’ho appena comprato, da parte tua il mio dono
di compleanno; il primo, foriero di una nuova
era, non bella ma ineluttabile. Gli anni
dei vani tentativi disperatamente
fragorosi di sedurmi alla tua nozione
di femminilità sono trascorsi. Tempi in cui
mi sentivo la tua figlia scambiata alla nascita,
e tu mi pensavi straniera come la Siberia. Ora
accetterei il tuo stile indorato, i tuoi gioielli
massicci e le orrende maniere.
Qualsiasi cosa dimostri che hai lasciato i detriti
sabbiosi del tuo letto, per dare un’occhiata
a negozi a buon mercato e reparti occasioni,
scordando la tua pena un pomeriggio. Così,
oggi, col tuo dono di compleanno in denaro,
mi ritrovo dal gioielliere e sto scegliendo
orecchini che non mi avresti mai comprato:
tacchetti con una spirale celtica, argento
contro il tuo oro, modesti per la tua appariscenza.
Magari fossi stata tu a sceglierli per me.
Magari ci avessi fatto dono della nostra differenza.

 
Leaving My Father’s House

This is the last time I am going in:
my only chance in this darkness
with no-one else to see. The dim porch
is almost reassuring, a sanctum
with magazine racks and collection tables
pushed against the wall. Familiar
objects of routine and ritual. I dip
one hand in the font; with the other
I twist the smooth, slightly battered
knob of the inner door, pull
it to me. The space inside is vast
yet cluttered. Cold moonbeams slant
from high arched windows. Suspended
between defiance and paralysis,
I lift my hand to my lips, suck
holy water from my dripping fingertips.
The taste is cool, slightly stale, metallic.
I have tasted better. I go in.

Everything looks different in darkness
but the eyes adjust. Shades of grey
accumulate, shadow themselves into form.
On golden days when this cavern
was walled with light and colour I feasted
on the bread of angels, felt glimmerings
dissolve on my tongue. In these pews
I studied holy writ. At the rails
I closed my eyes, parted my lips.
At this altar I bared my throat.
In a humid confessional, I begged.
I have knelt, I have prayed, I have whispered
This is my body. This is my blood.

The hot sore blister of the true presence
gutters at me. Oh how I fixed on that light,
looked for it in the smooth bland faces.
Sometimes in my darkness I felt
the softest glow diffuse from an embered
centre; but there was no lasting heat.
Now I see it for a tawdry trinket,
a tiny bulb behind coloured glass.
I can no longer afford to believe in it.
The flame is not real. They have buried
the talent. I feel all the old clichés
rise in me: compassion, forgiveness
and the like. I will let them go. I have
granited myself against the chill
of this cold palace. Not even a mother’s
mildness can intercede for me now.

I turn from the altar, face a long aisle.
This place is so different at night. The stained
glass is dull as a bruise. The holy pictures
are ghoulish. I am sick of the sanctification
of suffering, the clutch of pieties. I must
leave this place of memory and marble,
walk out alone and in darkness.
Through the frozen strobe of moonlight
I begin. My heels strike a bald rhythm
into the hollow air. I get to the door,
reach for the tablet of brass and pause.
I taste my own salt and I am not afraid.
I will take my last look. Briefly, briefly
for there is nothing to keep me.
I push through to the porch where
footsound shrinks and flattens. My breathing
is a soft tear in the quiet. There is no
peace yet, just the energy of decision.
I came back for my father’s blessing
and found only strangeness. I cannot
live in a porch. I must find a new
dwelling place. I must learn
new ways to bless myself.

 

 

Lasciando la mia casa paterna

Questa è l’ultima volta che ci entro:
la mia sola opportunità in questo buio
in cui non si vede nessuno. Il portico
in penombra è quasi rassicurante, santuario
con pile di riviste e tavoli da collezione
addossati alla parete. Familiari
oggetti di routine e rituale. Immergo
una mano nella fonte; con l’altra giro
la liscia maniglia un po’ ammaccata
della porta interna, la tiro verso
di me. Dentro lo spazio è ampio
eppure sovraffollato. Freddi raggi di luna
scendono dalle finestre ad arco. Sospesa
tra paralisi e sfida, mi porto
la mano alle labbra, mi suggo acqua
santa dai polpastrelli grondanti.
Il sapore è fresco, stantio, metallico.
Ho assaggiato di meglio. Entro.

Ogni cosa al buio appare differente
ma l’occhio si adatta. Ombre di grigio
ammassate si adombrano in forme.
Ai tempi d’oro in cui questa caverna
era cintata di luce e colori celebravo
alla tavola degli angeli, mi sentivo barlumi
dissolversi sopra la lingua. Su queste panche
studiavo le Sacre Scritture. Alle sbarre
chiudevo gli occhi, schiudevo le labbra.
A questo altare mi spogliavo la gola.
In un umido confessionale, imploravo.
Inginocchiata, ho pregato, ho sospirato
Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

La calda piaga bruciante della vera presenza
goccia su di me. Oh, come fissavo quella luce,
per poi cercarla nei lisci volti insulsi.
Talvolta nel mio buio sentivo un lievissimo
ardore diffondersi da un nucleo
di braci; ma non era un calore durevole.
Ora lo vedo come un ciondolo da poco,
minuto bulbo dietro un vetro colorato.
Non posso più permettermi di crederci.
Non è reale la fiamma. Hanno interrato
il talento. Sento tutti i vecchi cliché
emergere in me: compassione, perdono
e similia. Li lascerò andare. Mi sono
fatta di granito contro il gelo di questo
freddo palazzo. Neppure una mitezza
di madre ora può intercedere per me.

Mi allontano dall’altare, ho davanti un lungo corridoio.
Questo posto è tanto diverso di notte. La vetrata
colorata è fosca come un livido. Le sacre raffigurazioni
sono macabre. Sono stanca della beatificazione
del dolore, artigli delle fedi. Devo
lasciare questo posto di marmo e memoria,
uscire da sola nel buio.
Attraverso lo stroboscopio gelido di luna
comincio. I miei talloni battono un ritmo
sfacciato nell’aria cava. Vado alla porta,
raggiungo il blocco d’ottone e mi fermo.
Assaggio il mio sale e non ho paura.
Darò un ultimo sguardo. Breve, breve
perché non c’è nulla che mi tenga.
Mi spingo fino al portico dove la musica
dei piedi scema in un bemolle. Il mio respiro
è uno squarcio lieve nella quiete. Non c’è
pace ancora, solo un’energia di decisione.
Sono tornata per la benedizione di mio padre
per trovare soltanto estraneità. Non posso
vivere in un portico. Devo imparare
nuovi modi per benedire me stessa.

 

Winter Canvas

Bleak, bleak midwinter. Air pared to iron.
Monochrome of snow with Lowry-thin trees.
Chill of an empty mind. Enter the courtyard,
a blank quadrangle, clean-hemmed duvet
of white that dampens disquiet to frigid peace.

All spare, still. But there, a small shiver, a slight
undulating chestnut sinuousness.
The mind hesitates, casts for the name. Tongue
rushes to claim it, stoat, a fierce glottal thrust,
rich as blood, too weighty for this grace note
of creature that purls an aerial path over snow.

The pertness as it stops, rears, peers above
the crystal quilt. A direct stare, the black
globules of eyes like heads of two hatpins
embedded in foxy velvet. It dives again,
leaps, fluid staccato to swim a frosted
ocean. At the wall’s cliff, it vanishes.

Left on the snow’s linen: faint stitches of feet,
scuffs of belly; the palest remnant
of that muscular ribbon, that red flare.

 
Quadri invernali

Cupo, cupo pieno inverno. Aria come ferro.
Monocromo di neve con esili alberi alla Lowry
Gelo di una mente vuota. Entra nell’intatta corte
quadrangolare, piumino orlato di bianco
pulito che mitiga l’ansia in un’artica pace.

Tutto il resto è silenzio. Ma là, un minimo brivido,
una lieve sinuosità di castagno ondeggiante.
La mente esita, cerca il nome. La lingua si precipita
a chiamarlo, ermellino, colpo di glottide violento,
sanguigno, troppo greve per questa nota di grazia
di creatura che cuce un diafano sentiero sulla neve.

L’eleganza quando si ferma, s’impenna, sbircia sopra
la trapunta di cristallo. Uno sguado diretto, i neri
globi degli occhi come teste di spilloni da cappello
incastonate in sensuale velluto. Di nuovo s’immerge,
salta, fluido staccato che a nuoto attraversa un oceano
gelato. Presso il dirupo del muro, svanisce.

Che resta sulle lenzuola di neve: tenui punti cuciti
dalle zampette, striscie tracciate dal ventre; i pallidi
resti di quel nastro muscolare, di quel rosso bagliore.

 

montague

Mary Montague è cresciuta nella Contea di Fermanagh e ha studiato Genetica e Zoologia alla Queen’s University di Belfast. Ha lavorato per molti anni come insegnante a Derry. La sua prima raccolta, Black Wolf on a White Plain è stata pubblicata da Summer Palace Press nel 2001. Attualmente vive e lavora a Lancaster.

 

 

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