Anteprime

Michael Schmidt, “In the Woodcutter’s Hut” (Nella baracca del taglialegna)

faggi_Neve

In the Woodcutter’s Hut

In the woodcutter’s hut the mattresses were stuffed
With beech-leaves and their scent. The drifting snow
Blacked out the window, sealed the door, we breathed
Thanks to the stone chimney. In fact,
It wasn’t really cold, we had the cask,
Salt beef, the crate and loaves.

How the hours,
The hours slowed down, the nights, then the week also,
How they slowed
To breathing in the dark, the rise and fall,
And the pulse hardly ticking wrist and temple.

It seemed like days and days, we couldn’t count,
We didn’t talk in the dark, we didn’t touch.
The beech trees told their season rosary,
From spring through autumn, over and over.
Cut
Before the sap was out of them, they stayed
Alive and in the blackout
We hibernated and were unafraid
Because the beech leaves kept telling their story
And when we dozed they lived again on our boughs,
In the good air we swayed, the beech leaves turning
First red, then green, then copper, and bright birds
Swam among them, perched, whetted their bills on our knuckles.
We were the beech boughs, tree skeletons, the gracious copse.
How long we slept! How they made use of us!
Without those mattresses we wouldn’t have survived.
Now we’re mast and nut and foliage, their bough, their tree.

Michael Schmidt, da The Stories of My Life, Smith/Doorstop 2013
In preparazione per Kolibris l’edizione bilingue

Nella baracca del taglialegna

Nella baracca del taglialegna i materassi erano imbottiti
di foglie di faggio e del loro effluvio. Neve accumulata
oscurava la finestra, sigillava la porta, respiravamo
grazie al comignolo in mattoni. In realtà non era
freddo per davvero, avevamo la botte,
carne salata, cesta e pagnotte.

E come le ore
rallentavano le ore, le notti, poi la settimana,
come rallentavano
per respirare nel buio, l’innalzarsi e il cadere,
e il battito che a stento ticchettava nei polsi e nelle tempie.

Giorni e giorni parevano passare, ne perdevamo il conto,
non parlavamo nel buio, non toccavamo.
I faggi recitavano il rosario delle stagioni,
dalla primavera passando per l’autunno, all’infinito.
Recise
prima che ne uscisse la linfa, restavano
in vita e nel blackout noi
eravamo ibernati e senza paura perché le foglie
dei faggi continuavano a narrare la propria storia
e quando ci assopivamo resuscitavano sui nostri rami,
nell’aria buona oscillavamo, le foglie di faggio diventavano
rosse, poi verdi, poi ramate, e allegri uccelli ci sciamavano
intorno, posandosi, si arrotavano i becchi sulle nostre nocche.
Eravamo i rami dei faggi, tre scheletri, la macchia accogliente.
Quanto dormivamo! Come ci hanno sfruttati!
Senza quei materassi non saremmo sopravvissuti.
Ora siamo tronco e chioma e fogliame, il ramo che le accoglie, l’albero
intero.

traduzione di Chiara De Luca

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Michael Schmidt author portrait

Michael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato al Wadham College di Oxford. È Professore di Poesia alla Glasgow University, dove è Responsabile del Programma di Scrittura Creativa. Nel 1969 è uno dei fondatori della casa editrice Carcanet Press Limited, di cui è direttore editoriale. Nel 1972 ha fondato la “PN Review”, una delle più importanti e autorevoli riviste letterarie nel panorama della letteratura di lingua inglese. Poeta, narrtore, curatore di antologie, traduttore, critico e storico  letterario, è membro della Royal Society of Literature. Nel 2006 gli è stato assegnato un O.B.E. (Officer of the Order of the British Empire) per il servizio reso alla poesia.

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