Anteprime

Per le parole che si ostinano a restare. Poesia portoghese contemporanea

cover_antologia_portogheseCOLLANA BEIJA-FLOR
Poesia portoghese contemporanea
AA.VV., Per le parole che si ostinano a restare. Poeti portoghesi contemporanei
A cura di Nuno Jú
dice
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-99274-12-2
pp. 286, € 12,00
Kolibris, 2015

qui per acquistare

 

 

Il pensiero poetico portoghese nella prima metà del Ventesimo secolo può essere definito in base a due concezioni opposte di ciò che di fatto è la Poesia, e che sono ben sintetizzate dai titoli di due libri: Il mistero della poesia, di João Gaspar Simões e La conoscenza della poesia, di Vitorino Nemésio. Mistero e conoscenza sono i due poli opposti di questa visione di ciò che costituì l’attitudine del critico o del teorico nei confronti dell’argomento che stavano trattando. Se la parola mistero rimanda allo spazio del sacro, alludendo alla visione romantica e ispirata della poesia, la parola conoscenza ha a che fare con il razionalismo e con il pensiero capace di giustificare o spiegare l’effetto di “sublime” o di bello che la poesia è in grado di creare. In questa dicotomia incontreremo anche un’opposizione destinata a perdurare per tutto il corso del Ventesimo secolo, fino agli anni ’70, tra ambito accademico e ambito non accademico. Pur con tutta la sua cultura, Gaspar Simões, il primo biografo di Pessoa, laureato in Diritto, non proviene dal mondo letterario; Nemésio appartiene invece al settore umanistico e sarà professore per tutta la vita. È forse questa la ragione per cui Simões, nel corso della sua attività di critico letterario, che avrebbe attraversato vari decenni del secolo fino alla sua morte, nel 1987, manifestò grandi riserve in relazione a quella che designava “poesia accademica”, considerandola troppo intellettualistica e contraria alla sua idea di poeta ispirato. […] E se ci chiedessimo quale sia, nel secolo attuale, l’eredità delle differenti poetiche che arricchirono il Ventesimo Secolo, definito “secolo d’oro” della poesia portoghese? La risposta non è facile, perché manca la giusta distanza per avere una visione d’insieme che ponga in prospettiva ciò che è avvenuto dall’inizio del secolo fino a oggi; ed è anche vero che quindici anni sono un tempo insufficiente per osservare questo periodo con un minimo di rigore e di oggettività. Se da un lato abbiamo poeti che provengono da generazioni e periodi anteriori e proseguono un cammino personale, dall’altro quella cui assistiamo oggi è soprattutto un’affermazione di nomi e di proposte che si distinguono per una voce peculiare e personale. Com’è il caso dei poeti che questa antologia riunisce. Altre scuole sono e saranno possibili, ma questo è un primo passo verso la conoscenza delle trasformazioni della poesia portoghese allo spartiacque tra due secoli.

Dalla Prefazione di Nuno Júdice

 

Ana Luísa Amaral

 

 

A mais perfeita imagem

 

 

Se eu varresse todas as manhãs as pequenas

agulhas que caem deste arbusto e o chão que

lhes dá casa, teria uma metáfora perfeita para

o que me levou a desamar-te. Se todas as manhãs

lavasse esta janela e, no fulgor do vidro, além

do meu reflexo, sentisse distrair-se a transparência

que o nada representa, veria que o arbusto não passa

de um inferno, ausente o decassílabo da chama.

Se todas as manhãs olhasse a teia a enfeitar-lhe os

ramos, também a entendia, a essa imperfeição

de Maio a Agosto que lhe corrompe os fios e lhes

desarma geometria. E a cor. Mesmo se agora visse

este poema em tom de conclusão, notaria como o seu

verso cresce, sem rimar, numa prosódia incerta e

descontínua que foge ao meu comum. O devagar do

vento, a erosão. Veria que a saudade pertence a outra

teia de outro tempo, não é daqui, mas se emprestou

a um neurónio meu, uma memória que teima ainda

uma qualquer beleza: o fogo de uma pira funerária.

A mais perfeita imagem da arte. E do adeus.

 

 

 

La più perfetta immagine

 

 

Se tutte le mattine spazzassi via i piccoli

aghi che cadono da quest’arbusto e il suolo che

li accoglie, avrei una metafora perfetta per ciò

che m’indusse a disamarti. Se tutte le mattine

lavassi questa finestra e, nel fulgore del vetro, oltre

il mio riflesso, sentissi sottrarsi la trasparenza

che il nulla rappresenta, vedrei che l’arbusto non è

che inferno, in assenza del decasillabo della fiamma.

Se tutte le mattine vedessi la ragnatela decorarne

i rami, sentirei anche lei, quell’imperfezione

da maggio ad agosto che ne corrompe i fili e ne

scompone la geometria. E il colore. Se anche ora vedessi

questa poesia in tono conclusivo, noterei come il suo

verso cresca, senza rimare, in una prosodia incerta e

discontinua che sfugge a quella mia consueta. L’adagio

del vento, l’erosione. Vedrei che la nostalgia è di un’altra

tela di un altro tempo, non è di qui, ma si prestò

a un mio neurone, un ricordo che ancora persiste

una qualche bellezza: il fuoco di una pira funeraria.

La più perfetta immagine dell’arte. E dell’addio.

 

 

 

Golgona Angel

Poeta na Praça da Alegria:

Não sou infeliz. Não, não me quero matar.

Tenho até uma certa simpatia por esta vida

passada nos autocarros,

para cima e para baixo.

Gosto das minhas férias

em frente da televisão.

Adoro essas mulheres com ar banal

que entram em directo no canal.

Gosto desses homens com bigodes e pulseiras grossas.

Acredito nos milagres de Fátima

e no bacalhau com broa.

Gosto dessa gente toda.

Quero ser um deles.

Não, não guardo nenhum sentido escondido.

Estas palavras, aliás, podem ser encontradas

em todos os números da revista Caras.

A ordem às vezes muda.

Não quero que me façam nenhuma análise do poema.

Não, não escrevam teses, por favor.

Isto é apenas um croché

esquecido em cima do refrigerador.

Obrigado por terem vindo cá para me beijarem o anel.

Obrigado por procurarem a eternidade da raça.

Mas a poesia, mes chers, não salva, não brilha, só caça.

Poeta in Piazza dell’Allegria:

Non sono infelice. No, non mi voglio ammazzare.

Ho perfino una certa simpatia per questa vita

trascorsa sugli autobus,

vagando in lungo e in largo.

Mi godo le mie ferie

davanti al televisore.

Adoro quelle donne dall’aria banale

che entrano in diretta nel canale.

Mi piacciono quegli uomini con baffi e larghi bracciali.

Credo ai miracoli di Fatima

e al merluzzo col pane di granturco.

Mi piace tutta questa gente.

Voglio essere una di loro.

No, non serbo alcun senso recondito.

Queste parole, del resto, si possono trovare

in tutti i numeri della rivista “Caras”.

L’ordine talvolta muta.

Non voglio analisi della mia poesia.

No, non scriveteci tesi, per favore.

Questo è appena un crochet

scordato in cima al frigorifero.

Grazie per essere venuti a baciarmi l’anello.

Grazie nel caso cercaste l’eternità della razza.

Ma la poesia, mes chers, non salva, non splende, caccia è basta.

João Luís Barreto Guimarães

Um quarto de hotel em Madrid

Não se chega a pertencer nunca a

um quarto de hotel. Não se lhe ganha afecto (não

é nosso por inteiro) se é

certo que amanhã outro dono estará

emoldurado

ao espelho. Não se chega a confiar nele

(não se lhe lega segredos) sequer a

palavra impudica expurgada

da pele

pela toalha de banho. Não chega a

ser nossa a cama (não se molda

a nosso jeito) melhor que

nem te despeças dessa alcova pela manhã

quando sabes como é lesta a

entregar-se ao próximo viandante

por dinheiro.

Una stanza d’albergo a Madrid

Non si arriva mai ad appartenere a

una stanza d’albergo. Non ci affezioniamo (non

è nostra per intero) se è

vero che domani un altro padrone sarà

incorniciato

nello specchio. Non riusciamo a fidarci di lei

(non le confessiamo segreti) neppure la

parola impudica spurgata

dalla pelle

con l’asciugamano del bagno. Non arriva a

essere la nostra stanza (non si modella

a nostro piacimento) meglio che

non ti congedi da quella stanza al mattino

sapendo quanto sia rapida a

consegnarsi al prossimo viandante

per denaro.

António Carlos Cortez

O poema

a sombra (o tigre de blake) a lira breve

a sombra horizonte da música

o revolver das mãos por dentro da pele

a voz na envolvente superfície do instante

a sombra no limite é o corpo a palavra

isto é o mármore da memória a fala

a cadeia de saliva em espessa floração

a sinuosa areia do deserto o sentido

perseguido na linha de sombra

a linha invisível a invasão antiga

a fonte grega a alegria súbita do êxtase

o poema é o rosto de alguém connosco

habitante como nós da imensa solidão

da sombra levada ao limite do signo

isto é do tecido rítmico

La poesia

l’ombra (o tigre di blake) la lira breve

l’ombra orizzonte della musica

il frugare delle mani nella pelle

la voce nell’inglobante superficie dell’istante

l’ombra sul confine è il corpo la parola

cioè il marmo della memoria il discorso

la catena di saliva in fitta fioritura

la sinuosa sabbia del deserto il senso

perseguito sulla linea d’ombra

la linea invisibile l’invasione antica

la fonte greca e la gioia repentina dell’estasi

la poesia è il volto di qualcuno con noi

come noi abitante dell’immensa solitudine

dell’ombra portata al confine del segno

cioè del tessuto ritmico

Luís Filipe de Castro Mendes

Uma cidade na Escócia, desfocada no poema

Ali ninguém me esperava. Nem eu disse

que queria ficar.

Um jantar solitário, a chuva a doer nos vidros,

um quarto simples e preparado à pressa.

Na manhã seguinte o ar era limpo como as palavras num bom poema

e as ruas e as casas, despidas de retórica,

desenhavam-nos o dia, simplesmente.

Sinto-me tão melhor nos lugares

que não fingem estimar-nos,

que não nos impõem memórias nem partilhas,

que se deixam simplesmente ser

e nos permitem não pertencer!

(Porque escrevemos sempre contra alguma coisa,

mesmo quando falamos de felicidade?)

Una città in Scozia, sfocata in poesia

Lì nessuno mi aspettava. Né io avevo detto

di volerci restare.

Una cena solitaria, la pioggia a dolersi sui vetri,

una stanza spoglia e preparata in fretta.

La mattina dopo l’aria era tersa come le parole di una bella poesia

e le strade e le case, spoglie di retorica,

ci disegnavano il giorno, semplicemente.

Mi sento tanto meglio nei luoghi

che non fingono di stimarci,

che non impongono ricordi né condivisioni,

che si lasciano semplicemente essere

e ci permettono di non appartenere!

(Perché scriviamo sempre contro qualcosa,

anche quando parliamo di felicità?)

Maria do Rosário Pedreira

O meu mundo tem estado à tua espera; mas

não há flores nas jarras, nem velas sobre a mesa,

nem retratos escondidos no fundo das gavetas. Sei

que um poema se escreveria entre nós dois; mas

não comprei o vinho, não mudei os lençóis,

não perfumei o decote do vestido.

Se ouço falar de ti, comove-me o teu nome

(mas nem pensar em suspirá-lo ao teu ouvido);

se me dizem que vens, o corpo é uma fogueira —

estalam-me brasas no peito, desvairadas, e respiro

com a violência de um incêndio; mas parto

antes de saber como seria. Não me perguntes

porque se mata o sol na lâmina dos dias

e o meu mundo continua à tua espera:

houve sempre coisas de esguelha nas paisagens

e amores imperfeitos — Deus tem as mãos grandes.

Il mio mondo è rimasto ad aspettarti; ma

non ci sono fiori sulla tavola, né vasi, né candele,

né ritratti nascosti in fondo ai cassetti. So

che una poesia si scriverà tra noi; ma non ho

comprato il vino, né cambiato le lenzuola,

né profumato la scollatura del vestito.

Se sento parlare di te, mi commuove il tuo nome

(ma non il pensiero di sussurrartelo all’orecchio);

se mi dicono che vieni, il corpo è un rogo –

mi scoppiano braci nel petto, impazzite, e respiro

con la violenza di un incendio; ma me ne vado

prima di sapere come sarebbe. Non chiedermi

perché si uccida il sole sulla lama dei giorni

il mio mondo continua ad aspettarti:

ci sono sempre state cose di sbieco nei paesaggi

e amori imperfetti – Dio ha le mani grandi.

Luís Quintais

XII

Pensei, insistente,

no valor de uma árvore

cortada, madeira acumulada

no canto mais escuro de uma garagem,

pensei nas presunções do inverno,

na domesticidade

sem data marcada.

Persegui a fera inviolável

página dos meus dias já mortos.

Pensei, por perseguição, nas lojas de canela

a que regressaria depois do improvável

regresso.

Na Lisboa insepulta

compondo um diagrama

de árvores cortadas sobre o acontecido,

e dentro disso, no canto escuro da garagem,

uma figuração de um rosto ou de uma voz,

insignificante morada.

Pensei nos meus pais,

e não os vi

no écrã do espesso perene.

XII

Pensai, insistentemente,

al valore di un albero

abbattuto, legno accumulato

nell’angolo più buio di un garage,

pensai alle presunzioni dell’inverno,

alla domesticità

senza una data segnata.

Inseguii la fiera inviolabile

pagina dei miei giorni già morti.

Pensai, nell’inseguimento, ai negozi di cannella

cui sarei tornato dopo l’improbabile

regresso.

Nella Lisbona insepolta

componendo un diagramma

d’alberi abbattuti sull’accaduto,

e al suo interno, nell’angolo buio del garage,

la figurazione di un volto o di una voce,

insignificante dimora.

Pensai ai miei paesi,

e non li vidi

nello schermo del denso perenne.

Jorge Reis-Sá

Quintal

Eu tinha jurado esquecer os teus gestos no meio dos meus

versos, bem sabes. Tinha-me dito que era altura de falar

de borboletas; da Joana, a pequena que late no quintal

da avó. Mas aqui estás, como todos os dias, às vezes uma

curta recordação, outras um dardo no sítio onde dizem que

tenho um coração. Hoje foi um dia tão triste. O teu nome

na placa de prata que o senhor Albino da ourivesaria

fez há mais de quinze anos. Era necessário chamar aos

carros o nome do seu dono e tu, diligente, escreveste

no Rover o teu, gravado em prata e verdade. Estás aqui

porque hoje vendemos o teu carro. Desapareceu mais

um bocado de ti e dói tanto. Já não bastava o corpo e a

memória com os anos – pai, se um dia te esquecer pela

doença, perdoar-me-ás? – também as coisas que te davam

circunstância se vão gastando uma a uma. A roupa, no

armário da entrada, que a mãe, quase em silêncio, disse ter

dado porque os vermes que tragam a tua carne inundaram

o tecido que tantos anos a protegeu. O carro. Vendido,

desaparecendo na curva da estrada. Olhei-o uma última

vez quando o tirei da garagem e chorei. Eras tu quem eu

perdia uma vez mais. Sobrou o bocado de prata onde jaz

o teu nome e que guardo como um filho órfão guarda

a memória de um pai. Com o teu corpo tragado debaixo

do mármore e do nosso choro, a mãe comprou um pequeno

baú para te guardar. Tem um maço de tabaco, o último que

fumaste e que te acabou por matar; tem os teus óculos; tem

a tua vida em ponto pequeno. Falta a tua aliança que trago

no dedo e que um dia lá colocarei. (Pai, se um

dia te esquecer pela doença, perdoar-me-ás?)

Cortile

Avevo giurato di scordare i tuoi gesti in mezzo ai miei

versi, lo sai bene. Mi ero detto che era ora di parlare

di farfalle; di Joana, la piccola che si nasconde nell’orto

della nonna. Ma sei qui, come tutti i giorni, talvolta un breve

ricordo, altre un dardo nel punto in cui dicono io abbia

un cuore. Oggi è stato un giorno tanto triste. Il tuo nome

sulla targa d’argento che il signor Albino dell’oreficeria

fece più di quindici anni fa. Era necessario dare alle

auto il nome del proprietario e tu, diligente, scrivesti

sulla Rover il tuo, inciso in argento e verità. Sei qui

perché oggi abbiamo venduto la tua auto. È sparito un altro

pezzo di te e ha fatto tanto male. Non bastavano il corpo e la

memoria con gli anni – papà, se un giorno ti scorderò per il

dolore, mi perdonerai? – anche le cose che ti davano

uno status si vanno perdendo a una a una. Gli abiti, dentro

l’armadio dell’ingresso, che mamma, quasi in silenzio, disse

d’aver dato via perché i vermi che ti smangiano la carne

inondano il tessuto che per anni la protesse. L’auto.Venduta,

che svaniva nella curva della strada. La vidi l’ultima volta

quando la portai fuori dal garage e piansi. Era te che stavo

perdendo un’altra volta. Restò il pezzo d’argento dove giace

il tuo nome e che custodisco come fa un figlio orfano con

la memoria del padre. Col tuo corpo rosicchiato sotto al

marmo e il nostro pianto, mamma ha comprato un piccolo

baule per custodirti. C’è un pacchetto di tabacco, l’ultimo

che fumasti e che finì per ucciderti; i tuoi occhiali; la

tua vita in miniatura. Manca la tua fede che porto

al dito e che un giorno ci metterò. (Papà, se un

giorno ti scorderò per il dolore, mi perdonerai?)

Margarida Vale de Gato

Foi como amor aquilo que fizemos

ou tacto tácito? – os dois carentes

e sem manhã sujeitos ao presente;

foi logro aceite quando nos fodemos

Foi circo ou cerco, gesto ou estilo

o acto de abraçarmos? foi candura

o termos juntos sexo com ternura

num clima de aparato e de sigilo.

Se virmos bem ninguém foi iludido

de que era a coisa em si – só o placebo

com algum excesso que acelera a líbido.

E eu, palavrosa, injusta desconcebo

o zelo de que nada fosse dito

e quanto quis tocar em estado líquido.

Fu amore quel che abbiamo fatto

o tacito tatto? – noi due manchevoli

e privi di mattino assoggettati al presente;

fu piacevole inganno quando scopammo

Fu circo o cerchio, gesto o stile

o atto d’abbracciarci? Fu candore

o termini uniti sesso con dolcezza

in un clima d’apparato e sigillo.

A guardar bene nessuno fu illuso

da ciò che in sé era la cosa – solo il placebo

con qualche eccesso che accelera la libido.

E io, loquace, ingiusta disconoscevo

lo zelo affinché nulla fosse detto

e quanto volessi toccare lo stato liquido.

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