Anticipazioni

Ursula Krechel su Parco Poesia

Schermata 2015-06-18 alle 07.50.28

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ich fälle einen Baum

 

 

Ich fälle einen Baum

fälle ihn einfach

trotz meiner Furcht

der fallende Baum

erschlägt mich.

 

Immer habe ich abseits gestanden

wenn Bäume gefällt wurden

zögernd in der Entfernung

in der man Kinder hält.

Immer haben andere

getan, was notwendig war:

bei den verdorrten Pappeln

in der Allee einzementiert

beim Kirschbaum, dessen

magere Ernte die Spatzen fraßen.

Immer abseits

mit den Händen in den Taschen.

 

Ich will nicht sagen

daß es leicht geht

mit Axt und Säge.

Die Späne fliegen

aber es geht. Mit einem Schlag

dem letzten, fällt die Zypresse

mir vor die Füße

verdunkelt nicht mehr

mit ihrem Friedhofsschatten

meinen Tisch am Fenster.

Jetzt wieder am Tisch

ist mein Gedicht ganz hell.

 

 

 

Ich habe die Gebärde in Erinnerung, ständig Wolken wegschieben zu müssen. Ständig auf Zehenspitzen zu stehen, auf Zehenspitzen einzuschlafen und aufzuwachen, als sei dies das Natürlichste der Welt. Daß auch Gedichte allein auf Zehenspitzen stehen konnten, während ich am Schreibtisch sitzen blieb, das war eine schmerzhafte Erfahrung, die ich ungeduldig vermeiden wollte. Alles sollte licht und hell und durchsichtig sein bis in die Träume. Ich hatte ja meine Wünsche, die nicht nur meine Wünsche waren, begriffen, aber die Wünsche produzieren ihre eigenen Widersprüche und schließlich einen Widerwillen gegen ihre Objekte. Meistens stritt ich jedoch gegen mich selbst. NM2

 

 

Abbatto un albero

 

 

Abbatto un albero

lo abbatto semplicemente

nonostante il mio terrore

che l’albero cadendo

mi uccida.

 

Sono sempre stata in disparte

quando abbattevano gli alberi

esitando alla distanza

cui si tengono i bambini.

Sono sempre stati gli altri

a fare ciò che era necessario:

dei pioppi essicati

nei viali cementati

del ciliegio, la cui scarna

messe fu divorata dai passeri.

Sempre in disparte

con le mani nelle tasche.

 

Non voglio dire

che sia semplice

con ascia e sega.

Le schegge volano

ma va bene. Con un colpo

l’ultimo, mi cade il cipresso

davanti ai piedi

non oscura più

con le sue ombre sepolcrali

la mia scrivania accanto alla finestra.

Ora di nuovo alla scrivania

la mia poesia risplende.

 

 

Conservo nella mente il gesto di dover spingere via nubi di continuo. Stare di continuo in punta di piedi, in punta di piedi addormentarmi e svegliarmi, come fosse la cosa più naturale del mondo. Il fatto che anche le poesie possano stare in punta di piedi da sole, mentre io resto seduta allo scrittoio, fu un’esperienza dolorosa, che da impaziente quale sono avrei voluto evitare. Tutto doveva essere chiaro e luminoso e trasparente perfino nei sogni. Certo avevo afferrato i miei desideri, che non erano soltanto miei, ma i desideri producevano le loro contraddizioni e infine un’avversione contro i loro oggetti. Litigavo soprattutto con me stessa. NM2

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